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foto di Loredana Semantica

Il 25 aprile ricorre una delle più importanti festività civili della Repubblica italiana, rappresenta il nostro Anniversario della Liberazione e ricorda la fine dell’occupazione tedesca in Italia e del regime fascista. Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia il 16 aprile del 1945, mentre le forze alleate risalivano la penisola, proclamò l’insurrezione di tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti ed emanò dei decreti legislativi assumendo il potere in nome del popolo italiano e come delegato del governo italiano. Furono così liberate Bologna, Genova, Venezia e pian piano tutte le città del nord Italia. La data del 25 aprile venne stabilita ufficialmente con la legge n.260 del 1949, presentata da Alcide De Gasperi in Senato, perché rappresentò il momento di maggior azione e coinvolgimento militare da parte della Resistenza; il 25 aprile del 1945 i partigiani liberarono le città di Milano e Torino, anche se in realtà gli attacchi ai presìdi nemici e le azioni di sabotaggio continuarono fino ai primi giorni di maggio. Ne furono protagonisti molti uomini e donne, appartenenti a classi sociali e gruppi politici diversi, uniti però da un comune ideale di libertà e giustizia. La Liberazione metteva fine a vent’anni di dittatura e a cinque di guerra.

All’argomento della Resistenza, alle sofferenze e alle speranze dei giovani di quegli anni sono dedicate numerose opere, più efficaci e realistiche di qualsiasi saggio critico. Mi limiterò a citarne solo alcune:

Uomini e no di Elio Vittorini, pubblicato nel 1945

Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, apparso nel 1947

L’Agnese va a morire di Renata Viganò, apparso nel 1949

La casa in collina di Cesare Pavese, del 1949

Ultimo viene il corvo di Italo Calvino, edito nel 1949

Una questione privata di Beppe Fenoglio, pubblicato postumo nel 1963

Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, pubblicato postumo nel 1968.

Seguono alcune liriche di grandi poeti italiani tratte dalle migliaia di poesie e aforismi scritte dagli stessi partigiani.

 

Per i morti della Resistenza

Qui
vivono per sempre
gli occhi che furono chiusi alla luce
perché tutti
li avessero aperti
per sempre
alla luce

Giuseppe Ungaretti

 ***

Canto degli ultimi partigiani

Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell’acqua della fonte
La bava degli impiccati.

Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull’erba secca del prato
I denti dei fucilati.

Mordere l’aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d’uomini
Mordere l’aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d’uomini.

Ma noi s’è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l’hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.

Franco Fortini

***

La Madre

Quando la sera tornavano dai campi
Sette figli ed otto col padre
Il suo sorriso attendeva sull’uscio
per annunciare che il desco era pronto.

Ma quando in un unico sparo
caddero in sette dinanzi a quel muro
la madre disse
non vi rimprovero o figli
d’avermi dato tanto dolore
l’avete fatto per un’idea
perché mai più nel mondo
altre madri debban soffrire la stessa mia pena.

Ma che ci faccio qui sulla soglia
se più la sera non tornerete.
Il padre è forte e rincuora i nipoti
Dopo un raccolto ne viene un altro
ma io sono soltanto una mamma
o figli cari
vengo con voi.

Piero Calamandrei

 ***

Alle fronde dei salici

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Salvatore Quasimodo

 ***

La Resistenza e la sua luce

Così giunsi ai giorni della Resistenza
senza saperne nulla se non lo stile:
fu stile tutta luce, memorabile coscienza
di sole. Non poté mai sfiorire,
neanche per un istante, neanche quando
l’ Europa tremò nella più morta vigilia.
Fuggimmo con le masserizie su un carro
da Casarsa a un villaggio perduto
tra rogge e viti: ed era pura luce.
Mio fratello partì, in un mattino muto
di marzo, su un treno, clandestino,
la pistola in un libro: ed era pura luce.
Visse a lungo sui monti, che albeggiavano
quasi paradisiaci nel tetro azzurrino
del piano friulano: ed era pura luce.
Nella soffitta del casolare mia madre
guardava sempre perdutamente quei monti,
già conscia del destino: ed era pura luce.
Coi pochi contadini intorno
vivevo una gloriosa vita di perseguitato
dagli atroci editti: ed era pura luce.
Venne il giorno della morte
e della libertà, il mondo martoriato
si riconobbe nuovo nella luce…

Quella luce era speranza di giustizia:
non sapevo quale: la Giustizia.
La luce è sempre uguale ad altra luce.
Poi variò: da luce diventò incerta alba,
un’alba che cresceva, si allargava
sopra i campi friulani, sulle rogge.
Illuminava i braccianti che lottavano.
Così l’alba nascente fu una luce
fuori dall’eternità dello stile…
Nella storia la giustizia fu coscienza
d’una umana divisione di ricchezza,
e la speranza ebbe nuova luce.

Pier Paolo Pasolini

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