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Editorial_cartoon_depicting_Charles_Darwin_as_an_ape_(1871)

Caricatura di Charles Darwin, acquerello di George Richmond

Quando si vuol parlare di tradizione, imitazione, moda, creatività, libertà si rivela di indiscussa attualità un saggio giovanile di Luigi Pirandello dal titolo Sincerità, pubblicato nella rivista Ariel nel 1898. L’imitazione, freno alla creatività, si è imposta sempre di più come dipendenza da un modello di successo, facile ripetizione di una strategia consolidata. In Illustratori, attori e traduttori del 1908 Pirandello afferma che nel passaggio tra creazione e realizzazione deve costituirsi l’originalità, un equilibrio meraviglioso tra istinto e ispirazione. Già nel 1899, in L’azione parlata, pubblicata sul «Marzocco», gli era chiara l’impossibilità di imitare e riprodurre la vita: anche l’atto di creare la propria vita non è mai libero piuttosto determinato dalle convenzioni, dalla moda, dal compromesso sociale. «Solamente l’arte, quando è vera arte, crea liberamente: crea cioè una realtà che ha solamente in se stessa le sue necessità, le sue leggi, il suo fine, poiché la volontà non agisce più fuori, a vincere tutti gli ostacoli che si oppongono a quei fini di pratica utilità a cui tendiamo nell’altra creazione interessata, voglio dire in quella che tutti ci sforziamo di fare, quotidianamente, della nostra vita, così come possiamo; ma agisce interiormente, nella vita a cui intendiamo dar forma, e di questa forma appunto, ancora dentro di noi, ma già viva per se stessa e dunque quasi del tutto ormai indipendente da noi, diviene il movimento». A proposito di tecnica invece così si esprimeva Pirandello in Soggettivismo e oggettivismo nell’arte narrativa del 1908: «La tecnica è il movimento libero spontaneo e immediato della forma. Chi imita una tecnica, imita una forma, e non fa arte, ma copia, o artificio meccanico. [… ] Non si volle capir questo per tanto e tanto tempo, che ogni forma dev’essere né antica né moderna, ma ‘unica’ [… ]; e che perciò non esiste tradizione, o meglio, non avrebbe dovuto mai esistere». Dunque, nella sua migliore accezione, la moda è un mezzo del vivere sociale che implica la menzogna e attraverso cui l’individuo maschera la propria inadeguatezza o il sospetto di essere inadeguato. Chi resta? «Restano quei pochi, da contar su le dita, quei pochi che ebbero, primi, l’intuizione straordinaria, o in cui quello speciale stato d’animo divenne così coerente, che poteron creare un’opera organica, resistente al tempo e alla moda». I pionieri. Eppure càpita di mettersi a tavolino e di scegliere di rielaborare, riproporre, lavorare su un argomento già svolto perché suggestivo o perché si ritiene di poterne fornire un’interpretazione propria dunque originale.

 Il testo che segue, nella versione quasi integrale, fu edito per la prima volta il 24 aprile 1898 sulla rivista Ariel. Per una consultazione più completa si rimanda al volume Saggi e interventi edita da Mondadori Editore nella collana I Meridiani e che raccoglie una delle scelte più ampie oggi disponibili degli scritti non d’invenzione di Luigi Pirandello.

«Di natura s’è fatto naturalismo; di reale, realismo; di vero, verismo; di ideale, idealismo, e via dicendo. Avremo domani da sincerità sincerismo? Ah, se ci penso, se penso che domani qualcuno, per mettermi a posto, vorrà dirmi: «Va’ là, tu sei un sincerista!» ecco, mi viene di posar la penna e di non scrivere mai più un rigo, vita natural durante. Eppure oggi non giova tanto esser sincero, quanto gioverebbe esser chiamato e qualificato sincerista. Un gentiluomo infatti corazzato di questo appellativo non sarebbe più esposto a certi rischi, cui va incontro il sincero. Il quale se dice, poniamo, che l’arte deve ispirarsi alla natura, rischia d’esser chiamato naturalista; se dice che l’opera d’arte dev’esser concreta e adattata alla realità delle cose, rischia d’esser chiamato realista, e se vuole il vero, verista, e se finalmente si oppone a certe teoriche aberrate dei cosiddetti idealisti, rischia d’esser sospettato senza ideale, il che significa basso e volgare. […] Chi ha il pregiudizio d’una formula, chi si è fatto un genere d’una cosa la quale si presta ad essere intesa e determinata da ciascuno a proprio modo, non può intendere o non vuol riconoscere come e che altri sia senza pregiudizi. E così, spesso avviene che naturalisti o realisti e veristi e idealisti ecc. si voltino contro il pover’uomo che si professa spregiudicatamente sincero e che ha dichiarato di trovar negli uni, non la natura, ma un genere di natura, e negli altri, non il reale, ma un genere di reale, non il vero, ma un genere di vero, non l’ideale, ma un genere d’ideale e così via. Ora, poiché il sincero, come abbiamo detto, non ha pregiudizi, può accettare e accogliere, proclamando la massima libertà, tutti questi generi, a patto però che non siano voluti da un preconcetto teorico o tirati su la falsariga d’una data formula di scuola; e – poiché siamo nel campo dell’arte e della letteratura –a patto che non siano brutti. Natura, reale, vero, ideale ecc., son termini astratti, quasi vaselli elastici, che ciascuno può riempire del proprio sentimento e del proprio pensiero. Per noi basta che questo sentimento e questo pensiero sian sinceri: sinceri nell’essenza e sinceri nell’espressione, e che il vasello, ripetiamo, non sia brutto. Ora il fornaciaio che fabbrica questi vaselli è il tempo, il quale di tanto in tanto ne varia più o meno la foggia e ne cresce o ne scema la capacità; e segna con questo variare le date di sua vita. Sopravvengono però al vecchio fornaciaio certi momenti di delirio febbrile, in cui, scontento dei vaselli vecchi, si mette a tentare smaniosamente le più strane fogge da dare ai nuovi, e impasta e rimpasta in gran confusione. Nessuno più ci raccapezza nulla; i vaselli restan vuoti; i pensieri e i sentimenti, che dovrebbero andar dentro, stanno tutt’intorno ad essi come un liquor versato. Tale effetto mi fanno appunto tutti quegli avverbi, tutti quegli aggettivi e tutti quei giri di frase attorno ai termini astratti nelle prose e nelle poesie moderne ; parole e parole e parole che dovrebbero star dentro a quell’unica astratta e sintetica, e che invece restan fuori, poiché l’intesa non è, come dovrebbe essere, comune. Che vuol dire : natura? che vuol dire : reale? che  vuol dire : il vero? E chi mi sa dir che sia l’ideale degli idealisti? Termine astratto è anche sincerità, su cui pur manca una comune intesa. Sta bene. Ciascuno può essere o credersi sincero a suo modo. Benissimo. Solamente, io dico, se sincerità in arte significa qualcosa, non saranno certo sinceri gli scrittori di queste tre categorie.

  1. Quelli che non han nulla di proprio da dire e ripeton cose altrui con modi altrui. Le scimmie.
  2. Quelli che avrebbero cose proprie da dire e le dicono a modo altrui, come la moda vuole.
  3. Quelli che dicono cose vecchie o altrui in modi nuovi.

Quest’ultima categoria va illustrata un po’. C’è chi crede proprie o vuol far credere proprie le idee che son del tempo o d’altri tempi e d’altri autori, e allora, per dare ad esse una certa singolarità, ricorre alla stranezza, che le scimmie della prima categoria chiamano poi originalità. Contro queste tre categorie di scrittori appunto ci siamo schierati fin dal primo numero del nostro periodico e, con tutte le nostre forze, seguiteremo a combattere». (Pirandello su Ariel del 24 aprile 1898)

Pirandello dunque insiste sulla sincerità di sentimenti e d’espressione a patto che il “vasello” cioè la forma non sia brutta. Diversi scrittori e studiosi approfondirono l’argomento. Cesare Pavese ad esempio in un manoscritto datato 31 dicembre – 8 gennaio 1949 e pubblicato su Il Sentiero dell’Arte il 15 marzo 1949, scriveva che in poesia l’inventore di un genere in quanto scopritore di una terra incognita riesce in modo più efficace dei suoi epigoni nonostante costoro dovrebbero saperla più lunga del pioniere. Si verifica cioè una circostanza che non ha riscontro in nessun’altra attività umana.

“Il pioniere e l’epigono. Il primo inventa, comprende e passa oltre; il secondo, toccato dall’evidente ambiguo fascino della terra fino a ieri sconosciuta, ci ritorna e indugia, ci costruisce la casetta, pianta il frutteto e fa le conserve. Qualche volta vive tutta la vita, tra il rispetto e l’applauso del prossimo, senz’accorgersi che alle sue conserve manca il gusto della terra ? dell’acqua e del cielo. È un letterato. Quasi sempre lo sa e se ne vanta. Meglio cosí, del resto, che se disperasse di sé: il letterato che dispera di sé, cioè che comincia a lagnarsi, diventa non poeta ma soltanto peggior letterato.”

Per il poeta invece il rischio è quello di diventare epigono di se stesso, fermandosi a sfruttare un paese già conosciuto e, cosa ancora più terribile,  sfruttato.

“Ma dunque il pericolo di abbandonarsi ad abitudini e compiacenze, di fingere a se stesso ispirazione e verginità, di prendere la scorciatoia di uno stile dato ? di vedere mistero dove mistero non c’è piú ? è tanto piú immediato per l’autentico poeta, quanto maggiore è il numero a lui noto di comode strade già aperte, già spianate, e quanto piú impervia e singolare gli appare la strada dell’ignoto, dell’informe, dell’inespresso”.

Su una cosa Pavese non ha dubbi: sul fatto che solo il poeta può trovare la strada giusta perché in fin dei conti solo lui conosce la mèta. Eppure la tradizione ci ha forgiato, tutti vorremmo sperimentare, innovare, creare, essere ricordati per qualcosa ma continuiamo a leggere e a studiare i classici per attingere nuova linfa, ripercorrere percorsi già battuti, cogliere citazioni, tentare varianti. Quasi tutti gli scrittori all’esordio si sono rifatti a dei modelli che prediligevano apprendendone stile, tecniche narrative, linguaggio, successivamente hanno deciso di cambiare rotta, evolversi autonomamente anche a costo di crisi di ispirazione pur di perseguire la propria ricerca estetica. Molti ancora, gli accademici o i manieristi (le scimmie per dirla con Pirandello) hanno continuato a rifare il verso ad altri. Dopo aver parlato di imitazione e sincerità, forse è giunto il momento di parlare di libertà. Che cos’è la libertà? Vorrei utilizzare la risposta di colui che si va ormai imponendo come uno dei massimi filosofi contemporanei, il francese Jean Luc Nancy, che si discosta radicalmente dalle varie filosofie oggi in circolazione: la libertà non è un concetto, un’idea, un diritto, una qualità del soggetto individuale o collettivo, come invece afferma l’intera tradizione. Essa è una scelta, un’opzione, una decisione d’esistenza, un’esigenza del nostro tempo, senza avere la pretesa di ancorarsi a un’essenza o a un fondamento. Libertà dunque, e a questo punto il concetto è applicabile a qualsiasi espressione artistica, significa abbandonarsi alle proprie possibilità senza temere di risultare comuni, banali o prevedibili. La libertà d’invenzione è libertà che ci mette in rapporto con gli altri uomini e con tutto il resto del mondo. La stessa relazione con gli altri uomini emerge dunque come qualcosa che precede e rende possibile il rapporto di ogni uomo con se stesso. A partire dal momento in cui la comunità non è più qualcosa di governato da un essere supremo, si produce la dispersione del soggetto, di un’identità forte della comunità che doni un senso e un obiettivo all’esistenza e alle relazioni: la relazione stessa è l’origine. Si dissolve così l’immagine, che ha dominato la tradizione occidentale, dell’uomo come soggetto che tende ad un fine, ad un’identità che sta oltre la relazione con gli altri. Quando si esaurisce la tensione metafisica a questa identità trascendente, la relazione, non più riferibile ad un essere che la trascende, si manifesta come l’orizzonte insuperabile dell’esistenza, senza fine e sempre inventata. Quando visitiamo esposizioni e apprezziamo manufatti, opere di pittura o scultura di una data civiltà scorgiamo in essi l’identità della comunità organizzata che li ha creati. Al contrario, quando pensiamo al realismo di alcune rappresentazioni moderne, la singolarità di ciascuna rappresentazione assume valore assoluto in se stessaEcco dunque la necessità di scrittura autentica, libera, coerente con i propri stati d’animo in cui sensi e intelletto corrano in tutte le direzioni possibili, spaziali e temporali: il poeta è il soggetto pensante, lo stesso fare poesia diviene svolgimento del pensiero attraverso concatenazioni successive e graduali che possano resistere al tempo e alla moda. A quel punto la prepotenza dell’ispirazione rovescerà il principio di imitazione che diventerà gara con se stessi, adeguazione di sé all’idea di perfezione. E poiché oggi si scrive tanto, troppo, di tutto, servendosi di qualsiasi mezzo e di qualsiasi fonte, sarebbe auspicabile essere apripista; la stessa validità dell’opera d’arte in molti casi è data dalla tempestività con cui quell’idea ha stabilito sulle altre che seguiranno, una garanzia di priorità e quindi di identità.

Deborah Mega

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