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Trent’anni fa si spegneva a Ginevra lo scrittore argentino Jorge Luis Borges, uno degli scrittori più amati e apprezzati del XX secolo. Sperimentò e coltivò con passione diversi generi: poesia, saggistica, narrativa, fino a giungere all’elaborazione di una sua personale estetica. Nel 1984, infatti, in un’intervista comparsa sul quotidiano Il Tempo, al poeta italiano Luciano Luisi, che gli chiedeva se ci fosse differenza tra la poesia e la prosa, Borges rispose: “La differenza è nel lettore più che nel testo. Chi legge una poesia si aspetta emozioni, chi legge prosa si aspetta argomenti e informazioni, ma essenzialmente sono uguali. Io ho provato tutte le forme di espressione, ma non c’è differenza. Una differenza tipografica forse, ma nient’altro.” Per Borges l’essenziale è la passione e l’emozione; il punto di partenza di qualsiasi scrittura dunque dev’essere uno stato emotivo, non formale. Dopo gli anni di formazione dal 1914 al 1918, trascorsi in Svizzera e in Spagna frequentando le avanguardie letterarie, dal momento che i suoi mezzi gli consentivano di dedicarsi esclusivamente alla letteratura fino all’età di quarant’anni, fondò l’ultraismo argentino e cercò di radicare la sua opera nella tradizione letteraria americana più che in quella spagnola, riconoscendo solo poeti come Cervantes e Quevedo. Per i suoi racconti fantastici, le sue trame bizzarre e intricate, gli originali artifici narrativi, Borges è considerato uno dei più geniali maestri della narrativa moderna. Nelle sue raccolte tra cui Finzioni (1944), L’Aleph (1949), Il libro di sabbia (1975), affronta questioni che riguardano l’ordine dell’universo, la circolarità del tempo, la casualità, il rapporto tra la vita e la morte, il dolore. L’Aleph in particolare è costituito da diciassette racconti ed è una delle raccolte più celebri. Almeno tre racconti trattano la tematica del labirinto che diviene metafora del mondo, dell’esistenza e della stessa letteratura; esso rappresenta la complessità della vita, vivere in effetti significa districarsi nelle difficoltà dell’esistenza, cercando faticosamente e con metodo una via d’uscita. Il brano che segue, La casa di Asterione, tratto da L’Aleph, affronta proprio il motivo del labirinto, nel quale secondo un’antica leggenda fu rinchiuso il Minotauro, il mostro dal corpo di uomo e dalla testa di toro, nato dall’unione della regina Pasifae, moglie di Minosse e di un toro bianco. Collocato in un grandissimo palazzo costruito da Dedalo, da cui era impossibile uscire perché costituito da un intrico di corridoi e stanze, veniva nutrito con vittime sacrificali che Atene ogni nove anni doveva consegnare a Creta. Al terribile tributo pose fine Teseo con l’aiuto di Arianna e di un gomitolo che, srotolato, consentì all’eroe, dopo aver ucciso il Minotauro, di ritrovare la via d’uscita grazie alla strada tracciata dal filo.

So che mi accusano di superbia, e forse di misantropia , o di pazzia. Tali accuse (che punirò al momento giusto) sono ridicole. È vero che non esco di casa, ma è anche vero che le porte (il cui numero è infinito) restano aperte giorno e notte agli uomini e agli animali. Entri chi vuole. Non troverà qui lussi donneschi né la splendida pompa dei palazzi, ma la quiete e la solitudine. E troverà una casa come non ce n’è altre sulla faccia della terra. (Mente chi afferma che in Egitto ce n’è una simile.) Perfino i miei calunniatori ammettono che nella casa non c’è un solo mobile. Un’altra menzogna ridicola è che io, Asterione, sia un prigioniero. Dovrò ripetere che non c’è una porta chiusa, e aggiungere che non c’è una sola serratura? D’altronde, una volta al calare del sole percorsi le strade; e se prima di notte tornai, fu per il timore che m’infondevano i volti della folla, volti scoloriti e spianati, come una mano aperta. Il sole era già tramontato, ma il pianto accorato d’un bambino e le rozze preghiere del gregge dissero che mi avevano riconosciuto. La gente pregava, fuggiva, si prosternava ; alcuni si arrampicavano sullo stilobate del tempio delle Fiaccole, altri ammucchiavano pietre. Qualcuno, credo, cercò rifugio nel mare. Non per nulla mia madre fu una regina; non posso confondermi col volgo, anche se la mia modestia lo vuole. La verità è che sono unico. Non m’interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l’arte della scrittura. Le fastidiose e volgari minuzie non hanno ricetto nel mio spirito, che è atto solo al grande; non ho mai potuto ricordare la differenza che distingue una lettera dall’altra. Un’impazienza generosa non ha consentito che imparassi a leggere. A volte me ne dolgo, perché le notti e i giorni sono lunghi. Certo, non mi mancano distrazioni. Come il montone che s’avventa, corro pei corridoi di pietra fino a cadere al suolo in preda alla vertigine. Mi acquatto all’ombra di una cisterna e all’angolo d’un corridoio e giuoco a rimpiattino. Ci sono terrazze dalle quali mi lascio cadere, finché resto insanguinato. In qualunque momento posso giocare a fare l’addormentato, con gli occhi chiusi e il respiro pesante (a volte m’addormento davvero; a volte, quando riapro gli occhi, il colore del giorno è cambiato). Ma, fra tanti giuochi, preferisco quello di un altro Asterione. Immagino ch’egli venga a farmi visita e che io gli mostri la casa. Con grandi inchini, gli dico: “Adesso torniamo all’angolo di prima,” o: “Adesso sbocchiamo in un altro cortile,” o: “Lo dicevo io che ti sarebbe piaciuto il canale dell’acqua,” oppure: “Ora ti faccio vedere una cisterna che s’è riempita di sabbia,” o anche: “Vedrai come si biforca la cantina.” A volte mi sbaglio, e ci mettiamo a ridere entrambi. Ma non ho soltanto immaginato giuochi; ho anche meditato sulla casa. Tutte le parti della casa si ripetono, qualunque luogo di essa è un altro luogo. Non ci sono una cisterna, un cortile, una fontana, una stalla; sono infinite le stalle, le fontane, i cortili, le cisterne. La casa è grande come il mondo. Tuttavia, a forza di percorrere cortili con una cisterna e polverosi corridoi di pietra grigia, raggiunsi la strada e vidi il tempio delle Fiaccole e il mare. Non compresi, finché una visione notturna mi rivelò che anche i mari e i templi sono infiniti. Tutto esiste molte volte, infinite volte; soltanto due cose al mondo sembrano esistere una sola volta: in alto, l’intricato sole; in basso, Asterione. Forse fui io a creare le stelle e il sole e questa enorme casa, ma non me ne ricordo. Ogni nove anni entrano nella casa nove uomini, perché io li liberi da ogni male. Odo i loro passi o la loro voce in fondo ai corridoi di pietra e corro lietamente incontro ad essi. La cerimonia dura pochi minuti. Cadono uno dopo l’altro, senza che io mi macchi le mani di sangue. Dove sono caduti restano, e i cadaveri aiutano a distinguere un corridoio dagli altri. Ignoro chi siano, ma so che uno di essi profetizzò, sul punto di morire, che un giorno sarebbe giunto il mio redentore. Da allora la solitudine non mi duole, perché so che il mio redentore vive e un giorno sorgerà dalla polvere. Se il mio udito potesse percepire tutti i rumori del mondo, io sentirei i suoi passi. Mi portasse a un luogo con meno corridoi e meno porte! Come sarà il mio redentore? Sarà un toro o un uomo? Sarà forse un toro con volto d’uomo? O sarà come me? 

Il sole della mattina brillò sulla spada di bronzo. Non restava più traccia di sangue. “Lo crederesti, Arianna?” disse Teseo. “Il Minotauro non s’è quasi difeso.”

Jorge Luis Borges, L’Aleph, Milano, Feltrinelli, 1959

Protagonista del racconto di Borges è Asterione, un’inquietante figura fantastica che vive un’esistenza solitaria in una casa dalla struttura intricata. Temuto da tutti per la sua diversità, vive relegato nel labirinto lamentandosi della sua solitudine e auspicando che prima o poi qualcuno giunga a salvarlo e a liberarlo dalla sua condizione. Riflettendo sulla propria vita cerca di smentire le credenze che circolano su di lui. Nonostante sia una figura del mito, mette in discussione il mito stesso. Asterione sostiene di non essere prigioniero del labirinto ma di avere lui stesso scelto l’isolamento a causa del senso di terrore che il suo aspetto suscita negli uomini. Mentre analizza se stesso si contraddice più volte a proposito della frequentazione degli uomini, della lettura, delle distrazioni che ha nella casa-labirinto. Per ideare il racconto lo stesso Borges ha affermato di essersi ispirato al dipinto Il Minotauro, del pittore inglese George Frederic Watts, che ha rappresentato un mostro riflessivo e assorto mentre contempla l’orizzonte.

George Frederic Watts, Il Minotauro, 1885, olio su tela, Londra, Tate Gallery

A livello strutturale il racconto appare un lungo monologo del protagonista, io narrante. Borges rovescia il punto di vista e fa parlare Asterione, tratteggiandone un ritratto inconsueto e ponendo l’accento sulla sua diversità e sulla sua solitudine; egli non intrattiene relazioni sociali con nessuno perché è unico. Diventa così protagonista di una tragedia moderna in cui è facile identificarsi. Nella parte finale c’è una brusca ellissi dopo la quale interviene una voce narrante esterna che si esprime in terza persona.  La figura del Minotauro ispirò anche lo svizzero Friedrich Dürrenmatt che descrisse un mostro ingenuo e primitivo che ama la danza e trascorre le sue lunghe giornate in un labirinto di specchi. Gli spietati anche qui sono Teseo e Arianna e ancora una volta il lettore si identifica col bestione e prova per lui compassione. Il mostro cretese ha ispirato anche il cinema, in Shining di Stanley Kubrick del 1980, il carattere labirintico dell’Overlook Hotel e delle siepi in cui è girato l’inseguimento finale evoca le stesse suggestioni del mito cretese come anche in Alien di Ridley Scott del 1979, il parassita che si aggira per i condotti di aerazione dell’astronave Nostromo riprende l’idea di cunicoli e corridoi in cui è annidato un mostro pericoloso. Per non parlare di Maze Runner di Wes Ball del 2014, un film di fantascienza ambientato in un futuro distopico, in cui un labirinto gigante in continuo cambiamento tiene intrappolati un gruppo di ragazzi in una radura. Quello del labirinto resta un tema affascinante per il simbolismo che vi è legato: rappresenta infatti la ricerca, il dilemma della scelta di fronte a un bivio verso la realizzazione dei propri desideri, il viaggio che non tiene conto di limiti e confini benché il labirinto sia racchiuso e circoscritto in spazi limitati. Diviene sfida all’intelligenza umana che viene messa alla prova e tenta di trovare una via d’uscita con fermezza e razionalità. Obiettivo è sempre quello della conoscenza e, perché no, dello spingersi oltre ogni limite.

Deborah Mega

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