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Nel 1929 la scrittrice britannica Virginia Woolf pubblica un saggio narrativo dal titolo Una stanza tutta per sé. La scrittrice osserva che per secoli alle donne è stato negato l’accesso alla cultura ed è stato loro imposto un ruolo esclusivamente domestico. Secondo la Woolf, per dedicarsi alla letteratura occorrono alcune condizioni indispensabili: la disponibilità di denaro e una stanza per sé in cui poter scrivere. Il centro della narrativa “al femminile” è la casa, il luogo appartato in cui isolarsi per riflettere e scrivere, la “stanza tutta per sé” per l’appunto che la Woolf suggeriva alle studentesse del Newnham e del Girton College di Cambridge. A lungo le donne non hanno potuto disporre di questi beni materiali e sono risultate invisibili nonostante esistessero menti interessanti. In un passo del libro, la scrittrice immagina e racconta con stile ironico e leggero, che cosa sarebbe successo se William Shakespeare, nell’epoca in cui è vissuto, avesse avuto una sorella dotata del suo stesso talento per la letteratura e la scrittura in genere.

“Consentitemi di immaginare, dal momento che i fatti sono così difficili a ottenersi, che cosa sarebbe accaduto se Shakespeare avesse avuto una sorella meravigliosamente dotata, chiamata Judith, poniamo. Molto probabilmente Shakespeare frequentò – perché sua madre era un’ereditiera – la scuola secondaria, dove è probabile che avesse imparato il latino- Ovidio, Virgilio e Orazio – e gli elementi-base della grammatica e della logica. […] Nel frattempo quella sua sorella straordinariamente dotata, immaginiamo, rimaneva in casa. Era altrettanto desiderosa di avventura, altrettanto ricca di fantasia, altrettanto impaziente di vedere il mondo quanto lo era lui. Ma non venne mandata a scuola. Non ebbe la possibilità di imparare la grammatica e la logica, men che mai quella di leggere Orazio e Virgilio. Di tanto in tanto prendeva in mano un libro, magari uno di quelli di suo fratello, e ne leggeva alcune pagine. Ma a quel punto arrivavano i genitori e le dicevano di rammendare le calze o badare allo stufato e smetterla di fantasticare fra libri e fogli di carta. Avranno certo parlato con tono brusco ma gentile, perché erano gente concreta che sapeva come debbono vivere le donne e amavano la loro figlia – anzi, più facilmente di quanto non si creda, lei era la prediletta di suo padre. È possibile che scrivesse di nascosto qualche pagina, su in soffitta, ma stava bene attenta a nasconderla o bruciarla. Molto presto, però, ancor prima che fosse uscita dall’adolescenza, dovette essere promessa in moglie al figlio di un vicino mercante di lane. La ragazza gridò che il matrimonio le era odioso, e per averlo detto venne picchiata con violenza dal padre. Ma poi l’uomo smise di rimproverarla. Piuttosto la supplicò di non darle questo dolore, di non disonorarlo rifiutando il matrimonio. Disse che le avrebbe regalato una collana o una bella sottogonna; e aveva gli occhi pieni di lacrime. Come faceva a disobbedirgli? Come faceva a spezzargli il cuore. Fu la forza del talento che era in lei, da sola, a indurla a compiere quel gesto. Una notte d’estate la ragazza preparò un fagottello con le sue cose, si calò giù con una corda e prese la strada di Londra. Non aveva ancora diciassette anni. Gli uccelli che cantavano nel verde non erano più melodiosi di lei. Come suo fratello, lei possedeva il dono della più viva fantasia per la musicalità delle parole. Come lui, aveva una inclinazione per il teatro. Si fermò davanti alla porta degli attori; voleva recitare, disse. Quegli uomini le risero in faccia. L’impresario – un uomo grasso, dalle labbra carnose – scoppiò in una risata sguaiata. Urlò qualcosa a proposito dei cani ballerini e delle donne che volevano recitare – nessuna donna, disse, avrebbe mai potuto fare l’attrice. L’uomo fece intendere invece – vi lascio immaginare che cosa. Non avrebbe mai trovato qualcuno che le insegnasse quell’arte. E, del resto, avrebbe forse potuto cenare nelle taverne o andarsene in giro per strada a mezzanotte? Eppure il suo talento la spingeva verso la letteratura e desiderava ardentemente potersi nutrire in abbondanza della vita di uomini e donne e studiarne i costumi. E alla fine – poiché era molto giovane, stranamente somigliante nel volto a Shakespeare, il poeta, con gli stessi occhi grigi e le sopracciglia arrotondate alla fine Nick Greene, l’attore impresario, ebbe compassione di lei; la ragazza si ritrovò incinta di quel gentiluomo e così – chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna? – si uccise, in una notte d’inverno, ed è sepolta nei pressi di un incrocio, là dove oggi si fermano gli autobus vicino a Elephant and Castle. Così, più o meno, sarebbe andata la storia, io credo, se una donna, ai tempi di Shakespeare, avesse avuto il genio di Shakespeare”.

(Virginia Woolf, da “Una stanza tutta per sé”, in Opere, vol. II, Mondadori, pp. 350-353)

Copertina della prima edizione, Vanessa Bell, 24 ottobre 1929

Copertina della prima edizione di A room of one’s own 

disegnata da Vanessa Bell, 24 ottobre 1929

Judith è descritta come una ragazza dotata almeno quanto suo fratello. Nel realizzare le sue aspirazioni però incontra ostacoli e difficoltà, a partire dai propri familiari, che per lei, hanno in serbo il matrimonio con un uomo facoltoso, come massima aspirazione. La Woolf aveva intuito che, una volta conquistati i diritti civili, le nuove forme di esclusione della donna sarebbero state causate dalla famiglia, colpevole di limitare l’espressione dell’io femminile. La storia è immaginaria ma presentata come probabile con l’obiettivo di far riflettere il lettore sulla discriminazione di cui la donna è stata fatta oggetto per secoli. I genitori di Judith usano diversi argomenti per convincerla ad accettare il loro progetto su di lei: botte, preghiere, promesse di regali come una collana o una bella sottogonna. Vi è una gerarchia di valori in Judith: una ragazza come lei, che assegna la priorità alla mente e al pensiero potrebbe mai essere “comprata” da belletti e ornamenti? I suoi genitori dovrebbero capirlo ma dimostrano di non conoscerla affatto. Forse l’ipotetica sorella di Shakespeare scriveva qualcosa in qualche angolo remoto della casa ma teneva nascoste tutte le sue produzioni o forse le bruciava dopo averle scritte. Non solo. La sua formazione è meno robusta e non è neanche rafforzata da esperienze di vita significative. Ad un certo punto è perfino costretta a sposarsi, lei però decide di fuggire. La forza del talento la induce a compiere quel gesto. Parte per Londra ma purtroppo fa incontri negativi. Il teatro le è precluso, il suo stesso corpo da donna intrappola il fervore poetico. Alla fine si ritrova ad aspettare un figlio non desiderato e così si uccide per sfuggire ad una condizione di vita insopportabile perché non le permette di realizzare le sue ambizioni letterarie. Lo stile della Woolf è ironico e spiritoso; anche quando giunge alla tragica conclusione non usa un tono compassionevole ma suggerisce in modo implicito (nei pressi di un incrocio) che alla donna è riservata la sepoltura dei ladri e dei suicidi. Due termini in particolare colpiscono nel testo: il primo è talento cioè le capacità straordinarie che possono capitare in sorte a chiunque, perfino alle donne, genialità dunque, forza irresistibile a cui è impossibile sottrarsi; l’altro invece é il concetto di corpo-prigione della donna inteso come trappola che tiene costrette le potenzialità innate senza che si possano esprimere. Sembra quasi di vedere le sbarre di quella trappola, ostacolo terribile alla libera espressione di sé. Oggi la situazione è senza dubbio cambiata, non c’è più discriminazione nell’accesso delle donne alla cultura, chiunque, soprattutto una donna, può immaginarsi un futuro da scrittrice, pur non avendone il talento. Ma questa è un’altra storia.

Deborah Mega

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