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La mutazione postmoderna dell’uomo occidentale in primis, sta nell’aver sostituito a livello profondo i valori spirituali, etici, morali, dell’umanesimo – e in qualche modo gli ideali e l’utopia – con degli atteggiamenti interiori, mentali, ideologici, legati strettamente ai modelli esistenziali indotti da una cultura pubblicitaria onnivora e onninclusiva, dove non solo l’oggetto di consumo è il protagonista ma anche il contesto sociale, l’evento, la situazione in cui l’oggetto è inserito, vale a dire un intero scenario esistenziale che diviene fine subliminale e valore, paradigma di soddisfazione, piacere, gioia e felicità, e ancora spinta indiretta al conformismo e all’identità sociale condivisa e di massa. Chi sta entro i modelli dominanti è al passo coi tempi e chi no, sta addirittura fuori dal presente e dalla storia. In fondo il consumismo (cifra rinnovata del postmoderno) non sta nel consumo coattivo di merci ma nell’adesione automatica a slogan, modelli di vita, mode che i persuasori innescano nella dinamica mentale individuale, facendone addirittura dei nuovi bisogni o, ancora di più, simboli di elezione sociale o anche soltanto di riconoscimento reciproco. La filosofia consumistica, omogeneizzando merci, beni, servizi e situazioni di vita, crea il nuovo conformismo collettivo e simultaneamente determina un vero e proprio sistema di valori che, al contrario dei sistemi di valori tradizionali dalla stabilità anche secolare, copre una dimensione temporale di breve e medio termine (non per nulla siamo completamente incastrati nell’età dell’effimero e del relativismo esistenziale). La densità vitale non corrisponde più alla profondità e alla forza proiettiva di un ‘credo’ (filosofico e religioso o simili) ma coincide con la densità, la sincronia di consumo coi modelli esistenziali propagandati da una cultura pubblicitaria onnipresente. L’asincronia con i comportamenti comuni e diffusi rende soggetti extrastorici se non addirittura individui postumi. L’effetto profondo dell’induzione e coazione consumistica, caratterizzata dal ricambio ravvicinato dell’oggetto (l’ossessione del “nuovo” che deve esorcizzare la passività dell’assuefazione-abitudine), è una stimolazione continua della cognizione subconscia di impermanenza dell’esserci soggettivo, individuale, personale, vale a dire del carattere provvisorio, transeunte, finito, dell’essere vivi e dell’esserci. La proiezione atemporale o addirittura metafisica della coscienza -e dello spirito- nell’ideale, nell’utopia, in dio, in valori umanistici a lungo termine (che costituivano l’orizzonte esistenziale dell’individuo), è sostituita a livello intrapsichico dalla durata caduca dell’oggetto, da un sentimento profondo di provvisorietà costante, dall’angoscia di non stare più al passo coi tempi e col divenire e quindi di essere scaraventati fuori dal mondo. È così che l’orizzonte esistenziale – dilatabile all’infinito dalla forza trascendente del valore (per esempio la giustizia, il destino comune, l’amore profondo) – diviene limite concluso dei tempi effimeri della durata dell’oggetto e del modello di esistenza pubblicizzato. In definitiva, l’uomo postmoderno e consumista ha barattato le grandi visioni di senso che davano stabilità e direzione -fino in passato neanche tanto lontano dal presente- con l’ossessione di un relativismo ideologico e culturale il cui fondo abissale è la provvisorietà, l’impermanenza, il dominio del nulla, perché – per quanto si possa essere considerati retrogradi e astorici –  il piacere d’ oggetto non è e non sarà mai identico alla forza del Valore né al caldo affidamento che danno le cose che durano.

Francesco Palmieri

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