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(Ulisse di Sergio Fasolini, Tempera all'uovo su tavola)

Ulisse, Sergio Fasolini, Tempera all’uovo su tavola

                    Né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ‘l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,

                                                  vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;

                                                    ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.

                          (Inf.,XXVI, 94-102)

Nel XXVI canto dell’Inferno dantesco è descritta l’ottava bolgia dell’ottavo cerchio, risplendente di innumerevoli fiamme che racchiudono le anime dei consiglieri fraudolenti. I dannati sono coperti dalle fiamme per le coperte vie praticate in vita e si esprimono con notevole difficoltà. La nobiltà aulica del linguaggio e le similitudini dalla squisita elaborazione formale creano un’atmosfera inconsueta, di solenne meditazione, rispetto al clima pesante e maledetto delle altre Malebolge. Qui si punisce l’abuso dell’intelligenza, il cattivo uso dell’ingegno, utilizzato per conseguire con la frode, il trionfo del singolo, un interesse personale, diremmo oggi. L’atteggiamento di Dante non rivela disprezzo o ripugnanza come era avvenuto di fronte agli altri peccatori fraudolenti; l’astuzia accanto alla riprovazione etica qualora procuri il male degli altri, comporta una certa ammirazione intellettuale. L’eccellenza dell’ingegno è un dono di Dio, che però va custodito e tenuto a freno perché non corra il rischio che virtù nol guidi. In una delle fiamme espiano la loro pena le anime di Ulisse e di Diomede, ma il corno maggiore della fiamma antica, rappresentato da Ulisse, è il peccatore che racconta a Dante la storia del suo ultimo errore, quando, in età ormai avanzata, convinse i pochi compagni rimasti a oltrepassare le colonne d’Ercole, protesi verso l’oceano alla ricerca di terre sconosciute e all’esplorazione dell’emisfero australe, del mondo sanza gente. Dante ignorava senza dubbio i poemi omerici e i successivi sunti e rielaborazioni che pure erano diffusi in epoca medievale per cui potè narrare la vicenda con libertà, affrontando il tema della morte di Ulisse, evento che non era stato spiegato neanche da Omero. Tutto l’episodio verte in particolare sull’altra caratteristica tradizionalmente attribuita ad Ulisse, l’inesauribile sete di conoscenza. Da Virgilio e da Stazio raccolse l’informazione degli inganni celebri come il furto del Palladio che rendeva inespugnabile la città di Troia o l’inganno del cavallo di legno; Virgilio infatti definisce Ulisse, scelerum inventor (Eneide, II, 164). Da Orazio Dante dedusse l’idea della grande esperienza che Ulisse ebbe di uomini e di luoghi, da Seneca e da Cicerone la notizia della sete di conoscenza, più forte di qualsiasi altro sentimento come la tenerezza per il figlio Telemaco, l’affetto per il padre Laerte o il sentimento di amore coniugale per Penelope. Dante prese le mosse da Ovidio, nelle Metamorfosi Ulisse, abbandonata Circe, fa ritorno in patria; nella Divina Commedia invece prosegue il suo viaggio per oltrepassare le colonne d’Ercole, limite invalicabile imposto da Dio alla conoscenza umana. Nella ricostruzione dantesca infatti, dopo la partenza da Circe, Ulisse è andato vagando di lido in lido e ha conosciuto paesi e genti che si affacciano sul Mediterraneo. Ad un certo punto giunge nel punto in cui “Ercule segnò li suoi riguardi”, di fronte a lui, l’alto mare aperto, l’oceano misterioso, silenzioso e sconfinato. Quella distesa inesplorata e ignota lo tenta in modo irresistibile e nonostante il fisico non sia più quello di una volta, lo spirito temerario e curioso non conosce la legge del tempo e con impeto si accinge a compiere “il folle volo”. Ulisse, precursore di Colombo, indica nuovi mondi e dice ai compagni:

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza.

Con questo breve discorso di grande efficacia persuasiva, Ulisse contrappone l’esistenza dei bruti agli alti ideali dell’uomo, rende i compagni desiderosi di conoscere, tanto che dopo non sarebbe più riuscito a trattenerli. Egli è il persuasore ma l’ansia di conoscere è di tutti, dei compagni e di tutti gli uomini degni di questo nome. Non a caso, da questo momento in poi, Dante fa parlare Ulisse al plurale. Così con remi divenuti ali, l’imbarcazione spicca il volo. È ammirevole la sete e l’ardore di conoscenza, gli stessi per cui l’uomo si distingue dai bruti, l’impresa di Ulisse però era ardua, costituiva un abuso del dono dell’intelligenza. Se la ragione non è contenuta dalle norme morali e religiose e non si completa nella fede, abbandonata alle sue sole forze, è destinata a fallire miseramente; l’umanità priva del soccorso della Rivelazione ad un certo punto si rivela insufficiente. La tragedia dell’eroe greco diventa monito per tutti gli uomini; non a caso il ricordo del varco folle di Ulisse ritorna in altri punti della Commedia (Purg.I,130-132, Par.XXVII,82-84) forse per contrapporre l’impresa fallita di Ulisse a quella felicemente condotta a termine dal poeta, assistito dalla grazia divina. Esaltare le potenzialità dell’umano e riconoscerne i limiti di fronte all’onnipotenza di Dio, costituisce il dramma dell’eroe pagano. Ulisse, mosso da un’implacabile sete di conoscenza, da una smania irrefrenabile come disse Pavese, vuole misurare e conoscere tutte le cose fino a penetrare le soglie del mistero. L’ingegno umano si illude di poter operare oltre o in contrasto rispetto alla norma etica o divina; a Ulisse e ai compagni, dopo cinque mesi di navigazione già appariva il profilo bruno di una montagna altissima. Si rallegrarono ma subito quella gioia si convertì in dolore: un turbine improvviso li travolse e il mare si richiuse su di loro; l’antitesi brusca fa sentire l’amarezza che il poeta suscita nel lettore descrivendo il naufragio con intensità tragica e quasi apocalittica. “Desiò del mondo veder troppo” avrebbe scritto poco dopo Petrarca (Trionfo della fama, II, v.18), “Per voler veder trapassò il segno”, avrebbe aggiunto Boccaccio (Amorosa visione), rivelando una posizione di invito alla moderazione che la nostra cultura ha fatto propria. La cultura dell’antichità voleva limitare il desiderio di conoscenza, perfino sul tempio di Delfi, l’epigrafe “Nulla in eccesso” spiega bene il clima di quegli anni. Condannare questa nobile aspirazione o contrastarla sarebbe un grave errore: nessuno dovrebbe limitare l’uomo nella piena esplicazione di se stesso. Anche in Se questo è un uomo, di fronte all’orrore della violenza nazista, Primo Levi  ricordava i celebri versi per infondere coraggio perché Ulisse diventa simbolo del valore di ogni uomo, irriducibile nonostante il male che può essergli fatto. Quello di Ulisse è un impulso innato nell’uomo; non si tratta di tracotanza o di superbia e disprezzo di ogni limite. Pensare dunque che il naufragio abbia rappresentato la giusta punizione divina sarebbe misero e riduttivo. In Dante coesistevano il riconoscimento dei limiti umani e l’aspirazione a conoscere il mistero rappresentato dalle cose. Ecco allora che la follia di Ulisse non consiste nell’aver intrapreso il viaggio, del resto il sangue umano come scrive Osip Mandel’štam in “Conversazione su Dante” contiene in sé il sale dell’oceano, ma l’aver preteso di conoscere e misurare l’infinito con la ragione, per sua natura limitata, con gli stessi mezzi dunque con cui misuriamo il finito. La stessa vecchiaia, secondo Dante e nell’interpretazione di Mandel’štam, è “larghezza di orizzonte, massima capacità di abbraccio, giro del mondo”. Nel canto di Ulisse la terra è già rotonda.

Deborah Mega

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