~ITACA~

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foto di Deborah Mega

 

Con un celebre testo di Costantino Kavafis, interpretato dalla inconfondibile voce dell’amico attore doppiatore Franco Picchini, la redazione del blog LIMINA MUNDI vi saluta, vi augura BUONE VACANZE e vi dà appuntamento a settembre. Di seguito alleghiamo l’archivio delle nostre rubriche per promuoverne la lettura nel caso vi fosse sfuggito qualche articolo durante l’ordinaria programmazione.

 

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrìgoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrìgoni, no certo,
nè nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; piu’ profumi inebrianti che puoi,
va’ in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avra` deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

COSTANTINO KAVAFIS

 

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LA REDAZIONE di LIMINA MUNDI

 

Italo Calvino: Un intellettuale “neoilluminista” tra i libri del mondo di Maria Allo

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Arduo risulta definire uno scrittore anomalo e proteiforme come Calvino, sempre attento a tutte le idee, i dibattiti, le lotte del nostro tempo, avido di nuove sperimentazioni. Neoilluminista, diffida dei miti novecenteschi, (irrazionalismo, anticonformismo, avanguardismo), concludendo a un suo antimodernismo, sempre geloso di una propria irriducibile identità e diversità, che ne fa forse, come sostiene Berardinelli, precursore del Postmoderno.

“Il massimo del tempo della mia vita l’ho dedicato ai libri degli altri, non ai miei. E ne sono contento”

Del lungo lavoro di Italo Calvino alla Einaudi sono testimonianza interessante le lettere inviate a critici e scrittori, raccolte postume ne I libri degli altri (1991). “Quando mi trovo in un ambiente in cui posso illudermi d’essere invisibile, io mi trovo molto bene”. Una volta gli scrittori veramente popolari nessuno sapeva chi erano, di persona, erano solo un nome sulla copertina, e questo dava loro un fascino straordinario. “Io credo che la condizione ideale dello scrittore sia vicina all’anonimato; è allora che la massima autorità dello scrittore si sviluppa, quando lo scrittore non ha un volto, una presenza, ma il mondo che egli rappresenta, occupa tutto il quadro. Come Shakespeare”. Leggere i suoi libri è come seguire le tracce di qualcuno che cerca di capire il mondo senza mai essere soddisfatto delle risposte che trova e continua instancabilmente ad allargare il proprio orizzonte di osservazione.

“… questo è il bene dell’essere dimezzato: il capire d’ogni persona e cosa al mondo la pena che ognuno e ognuna ha per la propria incompletezza. Io ero intero e non capivo, e mi muovevo sordo e incomunicabile tra i dolori e le ferite seminati dovunque, là dove meno da intero uno osa credere”.

In “Il visconte dimezzato – Cap. VII -”, di Italo Calvino

Il visconte dimezzato esce nel 1952 nella collana di narrativa “I gettoni”, che Vittorini dirige per l’Einaudi di Torino e il romanzo, anche per la consacrazione ufficiale del critico Emilio Cecchi, incontra un notevole successo. Il romanzo ha inaugurato un modo fiabesco e simbolico di rappresentare la realtà, molto lontano dal modello ufficiale del realismo e rientrerà insieme al Barone Rampante e al Cavaliere inesistente in una trilogia intitolata i nostri antenati. Il libro è accompagnato da una postfazione che illustra il senso e l’importanza che questi tre testi rivestono nel cammino creativo dell’autore. Caduti gli ideali della Resistenza, ormai venuta meno la spinta morale del primo dopoguerra, lo scrittore si trova a fronteggiare una realtà nuova, il più delle volte difficile e ostile: nuovi rapporti tra le classi sociali, nuove prospettive aperte dallo sviluppo urbano e industriale, che il canone neorealista si dimostra inadeguato a rappresentare. Al grigiore fiacco e placidamente rassegnato di questa nuova realtà, Calvino decide di opporre il vigore immaginifico di storie fantastiche, che però non rappresentano una fuga, ma una chiave di lettura del mondo, un metodo per aderire obliquamente alla storia, salvandone quel tanto di vitalità, purezza e idealismo che ancora è rimasto. L’intento di Calvino è dunque quello di allontanarsi dalla realtà per distinguerne meglio le linee essenziali, la direzione profonda. Il genere fiabesco è utilizzato dallo scrittore in chiave etica, poiché il suo fine, pur con la leggerezza di un racconto inventato, è scoprire e proporre nuovi modi di partecipazione al processo storico in atto. I protagonisti dei romanzi sono nostri antenati perché nella commistione tra storia e fantasia, essi hanno a che fare col nostro presente: le loro avventure mostrano allegoricamente la complessità del rapporto tra realtà e ragione, tra i numerosi aspetti del reale e il tentativo della ragione di afferrarli. In loro possiamo riconoscere la stessa ricerca assillante, le stesse domande, gli stessi dubbi che abitano la vita dell’uomo moderno; le loro storie, inverosimili ma così piene di verità, formano come dice Calvino, “un albero genealogico degli antenati dell’uomo contemporaneo, in cui ogni volto cela qualche tratto delle persone che ci sono intorno, di voi, di me stesso”.

Il visconte dimezzato allude a un’allegoria della scissione umana e alla lacerazione dell’uomo moderno,” dimidiato, mutilato, incompleto, nemico a se stesso” secondo le parole di Calvino stesso e alla sua difficile ricerca di un’identità e di una “nuova completezza”. Racconta di Medardo di Terralba che, durante un combattimento, (siamo nel Seicento in una guerra tra russi e turchi) viene diviso da un colpo di cannone in due metà autonome una onesta e virtuosa (il Buono), l’altra assolutamente malvagia (il Gramo) e solo grazie a un’operazione miracolosa riuscirà a ricostituire quell’unità indissolubile di bene e male in cui consiste l’equilibrio dell’uomo.  Il Visconte dimezzato si riallaccia al topos letterario del doppio: dallo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert (1886) Louis Stevenson, al ritratto di Dorian Gray (1891) di Oscar Wilde, al Fu Mattia Pascal (1904) di Luigi Pirandello. Tra le varie fonti di ispirazione per questo racconto c’è anche con ogni probabilità il decimo capitolo del capolavoro di Miguel Cervantes (1547-1616), in cui il protagonista illustra al suo fedele scudiero Sancho Panza le proprietà miracolose di un medicamento che intende preparare: “Che ampolla e che balsamo è questo? disse Sancio Pancia. — È un balsamo, replicò don Chisciotte, la cui ricetta ho a memoria; ed è tale che l’uomo non deve più temere che alcuna ferita lo conduce a morire, per grande che sia; perciò quando io n’abbia, e te lo dia, se tu mi vedessi in qualche battagliata tagliato a mezzo, come suole spesso avvenire, altro non hai da fare che prendere quella parte del corpo che fosse caduta per terra, e con molta diligenza, prima che il sangue si rapprenda, congiungerla all’altra rimasta sopra la sella; avvertendo però di commetterle ugualmente e al loro giusto punto: ciò fatto mi vedrai rimesso perfettamente in salute.

Cifra peculiare di Calvino nel corso di tutta l’opera (se si eccettua l’ultimissima produzione e Palomar in particolare) è l’umorismo. Il ricorso a questo registro del pensiero e del linguaggio è naturale per lo scrittore, se è vero che, come sosteneva Pirandello, per umorismo s’intende il “sentimento del contrario”, ovvero l’immedesimazione amara e divertita nell’assurdo di una situazione o di un carattere. Questo assurdo che, istintivamente, provoca il riso, ma poi riflettendoci rivela il suo lato malinconico, nasce dalla scomposizione del reale, ovvero dall’accentuazione deformata del dettaglio. Per la sua natura strutturalistico-semiotica, l’opera di Calvino tende a fare proprio questo: scomporre il reale e ricomporlo secondo un gioco combinatorio che finisce per essere, inevitabilmente, umoristico. Lo stile e il tono de I nostri antenati si ispirano al modello del conte philosophique settecentesco del prediletto Voltaire e rivisita la tradizione epico-cavalleresca (sulle orme dell’amato Ariosto) per costruire una limpida, affascinante vicenda di avventure e di peripezie, una brillante fiaba in sé avvincente, compiuta e di grande forza comica dove alla narrazione piacevolmente avvincente e spesso ironica, si accompagna un evidente intento morale. In particolare, affiorano problematici temi attuali della parzialità e dell’ambiguità di ogni scelta e delle antitesi di bene e di male, reale e ideale, resi incandescenti dai contrasti tra Est e Ovest nel clima di guerra fredda. Se nella convivenza di modelli, di moventi e di intuizioni molteplici è la singolarità dello scrittore, nella consapevolezza critica della “sospensione di senso” sempre proiettata in avanti sta l’attualità fecondissima della sua ricerca.

 “Io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente). Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra”: così Calvino scriveva nel 1964 a una studiosa che gli chiedeva informazioni sulla sua vita. Perciò i documenti più adatti a far luce sui tratti fondamentali della sua personalità sono le prese di posizione sul significato della letteratura e sul mestiere dello scrittore. Un po’ come uno dei tanti personaggi dei suoi racconti, Calvino presenta una fisionomia complessa, sospesa tra passato e futuro, talvolta indecifrabile, tuttavia profondamente affascinante perché imprevedibile e mutevole. Cittadino del mondo da Cuba a Sanremo, da Torino a Roma, da New York a Parigi, interessato a campi del sapere non proprio precipui della letteratura, almeno nella recente tradizione italiana, Calvino può essere definito un intellettuale neoilluminista, almeno per il gusto allo studio dei fenomeni della natura, in questo in sintonia con la personale tradizione scientifica della famiglia e per la sua prosa pulita e secca senza ripiegamenti introspettivi, per la precisione razionale del suo raccontare, anche quando il riferimento è il mondo della fantasia, campo indagato con felice assiduità perché unisce la  leggerezza a un impegno etico mai esibito, se non nella scelta delle parole, delle frasi. A ciò si aggiungano le riflessioni semiologiche sul fare letteratura, stimolate dalle frequentazioni parigine di studiosi e scrittori come Barthes e Queneau. Quando negli anni Settanta comincia a svilupparsi un”esasperato narcisismo” (Ferroni) tra gli intellettuali, Calvino fa valere la sua naturale riservatezza, sia nella vita privata sia nelle opzioni culturali. Noi abbiamo soprattutto amato il Calvino del libero narrare e inventare: ma sappiamo che non può esistere senza l’altro che trasforma la fantasia in curiosità e veste questa di panni intellettuali. Questo connubio costituisce il punto più alto e letterariamente più ambito della sua creazione, la cui tersa e misurata bellezza, sia nel raccontare che nell’indagare, non teme confronti. Come Palomar, ultima opera di Calvino (1983), è lo scrittore che, provate tutte le esperienze di scrittura, tutti i linguaggi possibili, deve tendere l’orecchio“ là dove le parole tacciono”; ma è anche l’uomo moderno che conosce tutti i meccanismi di rapporto con l’universo, e che, siccome “l’universo è lo specchio in cui possiamo contemplare solo ciò che abbiamo imparato a conoscere in noi “, egli deve cercare continuamente una strada, trovare una via per essere in pace con se stesso.

Maria Allo

Note

Italo Calvino, Il visconte dimezzato, Cap. VII, pag. 128 Mondadori

Italo Calvino, Palomar: “L’universo come specchio” Einaudi

  1. Ferroni, Italo Calvino, in Storia della letteratura italiana, vol. IV (Il Novecento),

Einaudi, Torino 1991.

La ricerca letteraria-Il tempo storico e le forme, Novecento 5, a cura di Parenti, Vegezzi e Viola

Romanzi e racconti di Italo Calvino nei Meridiani, pagg. 7 – 29, Mondadori, Milano 1991,

a cura di C. Milanini

Monografia

  1. Bonura, “Invito alla lettura di Italo Calvino”, Mursia, Milano 1972 (nuova edizione aggiornata, ivi 1985).

Alain De Botton: “Come Proust può cambiarvi la vita”~Un estratto dalla sezione “Come lasciar perdere i libri”

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Quanto seriamente dovremmo prendere i libri? «Caro amico», disse una volta Proust ad André Gide, «io credo, contrariamente alla moda di alcuni nostri contemporanei, che si possa avere un’idea molto alta della letteratura, e sorridere bonariamente.» Può sembrare una battuta estemporanea, ma ha un senso molto preciso. Per un uomo che ha dedicato la vita alla letteratura, Proust aveva un’acuta consapevolezza del pericolo di prendere i libri troppo seriamente, o piuttosto dei rischi che un atteggiamento di feticistica reverenza nei loro confronti comporta. Convinti di rendere il giusto omaggio alla letteratura, in realtà può capitarci di travisarne lo spirito più autentico; un sano rapporto coi libri degli altri dipende perciò dalla nostra capacità di valutarne, oltre che i benefici, anche i limiti.

  1. I benefici della lettura

Nel 1899 le cose andavano male per Proust. (…) Nell’autunno di quell’anno andò in vacanza sulle Alpi francesi, alla stazione termale di Evian, ed è qui che lesse e si innamorò delle opere di John Ruskin, il critico d’arte inglese noto per i suoi scritti su Venezia, Turner, il Rinascimento italiano, l’architettura gotica e i paesaggi alpini.

L’incontro di Proust con Ruskin è un ottimo esempio per chi voglia conoscere i benefici della lettura. «L’universo improvvisamente riacquistò un’importanza infinita ai miei occhi», spiegò Proust in seguito; questo perché l’universo aveva avuto un’enorme importanza agli occhi di Ruskin, e perché, in maniera geniale, egli aveva saputo tradurre le sue impressioni in parole. Ruskin aveva detto cose che anche Proust sentiva, ma che non avrebbe saputo esprimere da solo; esperienze appena affiorate alla superficie della sua coscienza, sollevate e meravigliosamente riunite nel linguaggio. Ruskin rese sensibile Proust al mondo del visibile, all’architettura, all’arte e alla natura. (…)

Oltre ai paesaggi, Ruskin aiutò Proust a scoprire la bellezza delle grandi cattedrali del Nord della Francia. Quando tornò a Parigi dopo la sua vacanza, Proust andò a Bourges e a Chartres, ad Amiens e a Rouen. In seguito, parlando di ciò che Ruskin gli aveva insegnato, Proust ricordò un brano sulla cattedrale di Rouen delle Sette lampade dell’architettura in cui Ruskin descriveva minuziosamente una particolare figura di pietra, scolpita, insieme a centinaia d’altre, in uno dei portali della cattedrale. La scultura raffigurava un omino, alto non più di dieci centimetri, con un’espressione confusa e imbarazzata, e una mano premuta forte contro la sua guancia, in modo da increspare la pelle del viso sotto l’occhio. Proust diceva che l’interesse di Ruskin per l’omino aveva avuto come risultato una specie di resurrezione, caratteristica della grande arte. Aveva imparato come guardare questa figura, e l’aveva quindi riportata in vita per le generazioni successive. (…) Questo è solo un esempio di cosa aveva fatto Ruskin per Proust, e di cosa potrebbero fare tutti i libri per i loro lettori: riportare in vita, dalla morte provocata dall’abitudine e dalla disattenzione, importanti ma trascurati aspetti dell’esperienza. (…) Poiché era stato così impressionato da Ruskin, Proust cercò di intensificare la sua frequentazione con questo autore gettandosi a capofitto nell’occupazione tradizionalmente aperta a chi ama leggere: lo studio della letteratura. Lasciò da parte il progetto di scrivere un romanzo e si mise a studiare Ruskin. Quando il critico inglese morì nel 1900, scrisse il suo necrologio, poi seguirono numerosi saggi e infine si diede all’immane fatica di tradurne l’opera in francese, impresa molto ambiziosa, anche perché Proust non conosceva quasi l’inglese e, a detta di Georges de Lauris, avrebbe avuto difficoltà anche a ordinare in inglese una costoletta d’agnello al ristorante. Tuttavia riuscì a produrre traduzioni molto precise sia della Bibbia di Amiens sia di Sesamo e gigli, aggiungendo una sfilza di note erudite che testimoniano la vastità delle sue conoscenze su Ruskin.

 

Portail des Libraires, cattedrale di Notre-Dame, Rouen: la piccola scultura citata da M. Proust

  1. I limiti della lettura

Ma qualcosa di questa energica difesa della lettura e dello studio portava Proust a esprimere qualche riserva. Senza peraltro insistere troppo su quanto fosse controversa e difficile la questione, egli sosteneva che dovremmo leggere per una ragione ben precisa; non per passare il tempo, con un certo distaccato interesse, o per una spassionata curiosità di scoprire cosa provava Ruskin, ma, come diceva Proust, «non esiste via migliore per giungere ad aver coscienza di quel che sentiamo di quella di cercare di ricreare in noi quel che ha sentito un maestro». Leggere i libri degli altri serve a scoprire cosa proviamo noi, a sviluppare i nostri stessi pensieri, anche se sono i pensieri di un altro scrittore che ci aiutano a farlo. (…) La stima che Proust aveva per Ruskin era enorme, ma dopo aver lavorato così intensamente sui suoi testi per sei anni, dopo aver vissuto con pezzi di carta sparsi sul letto e con libri impilati sul suo tavolo di bambù, in un eccesso di rabbia per quel suo essere sempre legato alle parole di un altro, Proust esclamò che le qualità di Ruskin non gli avevano impedito di essere spesso «sciocco, maniacale, limitato, falso e ridicolo».

Noi sentiamo benissimo che la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore; e vorremmo che egli ci desse delle risposte, mentre tutto quanto egli può fare è solo d’ispirarci dei desideri… Tale è il valore della lettura, e tale è anche la sua insufficienza. Farne una disciplina significa attribuire una funzione  troppo importante a quel che ne è solo un’iniziazione. La lettura si arresta alle soglie della vita spirituale; può introdurci in essa, ma non la costituisce.

Alain De Botton

 

Biobibliografia

Alain De Botton è nato in Svizzera nel 1969, ha studiato a Cambridge e vive attualmente a Londra. Ha scritto opere di diverso genere, le quali hanno avuto accoglienze contrastanti. Le reazioni positive sostengono che De Botton ha reso la letteratura più accessibile alle masse. I suoi libri sono pubblicati in Italia da Guanda.

 

 

 

 

 

 

La città di Leonia

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Leonia è una delle città che Italo Calvino immagina venga descritta da Marco Polo a Kublai Khan ne Le città invisibili, opera pubblicata nel 1972; un paio d’anni dopo, quando fu pubblicata negli Stati Uniti, all’autore venne assegnato il premio Nebula. Fa parte del periodo combinatorio dell’autore, in cui è evidente l’influenza della semiotica e dello strutturalismo. Calvino comincia a scrivere quelli che sono i romanzi più significativi e rappresentativi della sua curiosa e poliedrica personalità: si apre il periodo dello sperimentalismo, lontano dalla militanza politica e più concentrato su quelle che sono le infinite possibilità che la letteratura e il linguaggio offrono per raccontare il mondo. Nella letteratura combinatoria, centrale diventa il lettore, che si trova a “giocare” con l’autore, nella ricerca delle combinazioni interpretative nascoste nella sua opera e nel linguaggio stesso. Il punto di partenza di ogni capitolo è il dialogo tra Marco Polo e l’imperatore dei Tartari Kublai Khan, che interroga l’esploratore sulle città del suo immenso impero. Marco Polo descrive città reali o immaginarie, che colpiscono sempre più il Gran Khan. L’imperatore chiede a Marco di raccontargli del suo lungo viaggio e in particolare vuole che gli vengano descritte le città che ha visitato. Marco Polo non si limita ad una descrizione fisica, o esteriore, delle città che incontra (e che nel testo hanno tutte un nome di donna e non il nome reale e storico), ma espone anche un resoconto dettagliato delle città che gli vengono in mente quando vede quelle reali, delle sensazioni e delle emozioni che ogni città, con i suoi profumi, sapori e rumori, suscitano. Chi legge può divertirsi a scorrere prima i paragrafi con lo stesso titolo, affrontando quindi una lettura tematica, oppure seguire l’ordine consueto, pagina dopo pagina, finendo col trovarsi davanti un variegato labirinto dove pare che i temi e i soggetti si perdano e si ritrovino in un fantastico groviglio dove il lettore deve ricombinare le parti. Questo fa sì che il romanzo non abbia una fine propriamente detta: ogni capitolo, ogni paragrafo, possono essere letti per ultimi e quindi ogni lettore, in base al modo in cui sceglierà di leggere, troverà una fine diversa. Il libro è costituito da nove capitoli, ma c’è un’ulteriore divisione interna: ognuna delle 55 città è divisa in base a una categoria (sono 11 in totale), dalle “città e la memoria” alle “città nascoste”. Le 55 città hanno tutte un nome di donna di derivazione classicheggiante. Il lettore ha quindi la possibilità di “giocare” con la struttura dell’opera, scegliendo di seguire un raggruppamento o un altro, la divisione in capitoli o in categorie, o semplicemente saltare da una descrizione di città a un’altra. Calvino stesso ha affermato, in una conferenza del 1983 alla Columbia University a New York, che non c’è una sola fine delle Città invisibili perché “questo libro è fatto a poliedro, e di conclusioni ne ha un po’ dappertutto, scritte lungo tutti i suoi spigoli”. Le città descritte da Marco Polo diventano simbolo della complessità e del disordine della realtà, e le parole dell’esploratore appaiono, quindi, come il tentativo di dare un ordine a questo caos del reale. Perché ciò che Calvino vuole mostrare, come da lui stesso affermato alla fine del libro, è “l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme” e i due modi per non soffrirne: “Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.  Ma queste città sono anche sogni, come dice Marco Polo: “tutto l’immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra”. La realtà perde la sua concretezza e diventa fluida e puramente mentale, si realizza nella fantasia. I temi affrontati sono diversi e vari: dal tema del ricordo e della memoria a quello del tempo, da quello del desiderio a quello della morte. Il ruolo e la sfida del lettore è riuscire a cogliere il “discorso segreto”, le “regole assurde” e le “prospettive ingannevoli” di queste storie.

Tra le relazioni dell’esploratore, quella sulla città di Leonia ricorda la situazione di molte metropoli consumistiche e moderne. Infatti a Leonia i cittadini consumano e sprecano cibi e oggetti in quantità industriali, rinnovano ogni giorno vestiti, oggetti, arredamenti, producono una grande quantità di rifiuti che poi non sono in grado di smaltire. Leonia diventa una città simbolo che riflette un problema attuale che ci riguarda da vicino. Anche la nostra società spreca molto più di ciò di cui ha veramente bisogno e non rispetta l’ambiente. La situazione sembrerebbe paradossale ed esagerata ma in realtà non lo è perché “più Leonia espelle roba più ne accumula” in un processo irrefrenabile, squilibrato e inarrestabile di sovrapproduzione. Fortunatamente il pattume di Leonia è contenuto e respinto dall’immondezzaio delle altre città vicine, anche se più aumenta l’altezza di queste montagne di rifiuti, più incombe il pericolo delle frane. Il rischio è che la città venga inghiottita dal proprio passato che invano ha tentato di respingere e dimenticare. A Leonia  “Gli spazzaturai sono accolti come angeli” e circondati da un rispettoso silenzio; compiono infatti un lavoro importantissimo che merita un rispetto quasi sacrale perché per produrre nuovi oggetti occorre smaltire ciò che si è già gettato via. Oltre alla sovrapproduzione Leonia si sta specializzando sempre di più nella creazione di manufatti sempre migliori, più resistenti alle intemperie, al tempo, a fermentazioni e combustioni. Allo stesso modo anche la spazzatura diviene sempre più resistente e indistruttibile. In questo modo Leonia anziché essere una città invisibile diventa visibilissima, frenetica nel suo consumare tutto in breve tempo, travolgente perché di forte impatto ambientale. Leonia è una città fittizia la cui descrizione però è attualissima perché riflette alla perfezione la società contemporanea. E’ una megalopoli, invivibile, caotica, che riflette una crisi gravissima, dell’uomo e della natura. Lo sguardo di Calvino  è profetico perché già nel 1972,  anno di pubblicazione dell’opera, ipotizzava la catastrofe che stiamo vivendo.

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La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche che dall’ultimo modello d’apparecchio.
Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti di Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo i tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose di ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.
Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori dalla città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E’ una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.
Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri. Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sé le montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.
Più ne cresce l’altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle altre città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.

(I. Calvino, Le città invisibili, 1972)

 

Emilio Capaccio traduce Seamus Heaney

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Tra l’indice e il pollice
ho la penna.
Scaverò con quella.

S. H.

 

Seamus Heaney, traduzioni di Emilio Capaccio

ANAHORISH 1944

Scannavamo i maiali quando arrivarono gli americani.
Un martedì mattina, sole e rivoli di sangue
fuori dal mattatoio. Dalla strada principale
dovevano aver sentito lo strillo.
Poi lo sentirono cessare ed ebbero la visione di noi
in guanti e grembiali scendere giù per la collina.
Due file di loro, fucili in spalle, che marciavano.
Blindati, carri armati e jeep scoperte.
Mani e braccia arse dal sole. Nomi sconosciuti.
Condotti verso la Normandia.
Non che sapessimo allora
dove fossero diretti, trovandoci lì come dei ragazzini
mentre ci lanciavano gomme e tubetti di caramelle colorate.

ANAHORISH 1944

We were killing pigs when the Americans arrived.
A Tuesday morning, sunlight and gutter-blood
Outside the slaughterhouse. From the main road
They would have heard the squealing,
Then heard it stop and had a view of us
In our gloves and aprons coming down the hill.
Two lines of them, guns on their shoulders, marching.
Armoured cars and tanks and open jeeps.
Sunburnt hands and arms. Unknown, unnamed,
Hosting for Normandy.
Not that we knew then
Where they were headed, standing there like youngsters
As they tossed us gum and tubes of coloured sweets.

AL MOMENTO

Una fredda covata, un nido intero, completamente nascosto
nel terriccio di foglie dell’autunno passato, e compresi
dall’opacità e dalla sua immobilità, putrefatti,
al mutare in sudore di morte una rugiada del mattino
che non faceva brillare i gusci ma li marciva.
Ero lì curvo sulle mani e in ginocchio
nel prato bagnato sotto la siepe, in adorazione,
di primo mattino intento ad allungarmi
e convinto di trovare uova calde. E invece
questo improvviso brillantino polare
e stigma e freddo cerchio di pietra dell’alba
nella mia mortificata mano destra, prova evidente
di quello che cospirò al momento per scompigliare
la materia nella sua stasi planetaria.

ON THE SPOT

A cold clutch, a whole nestful, all but hidden
in last year’s autumn leaf-mould, and I knew
by the mattness and the stillness of them, rotten,
making death sweat of a morning dew
that didn’t so much shine the shells as damp them.
I was down on my hands and knees there in the wet
grass under the hedge, adoring it,
early riser busy reaching in
and used to finding warm eggs. But instead
this sudden polar stud
and stigma and dawn stone-circle chill
in my mortified right hand, proof positive
of what conspired on the spot to addle
matter in its planetary stand-off.

LA FRUSTA DI SALICE

Sulla strada principale di Granard incontrai Duffy
che avevo conosciuto prima dell’età del giudizio
in pantaloncini corti alla classe delle elementari
dove una volta in un giorno d’inverno Miss Walls
perse la testa e ci frustò alle gambe
per un discorso indecente che pensavamo non udisse.
«O, per amor di Dio!» urlò Duffy, venendomi incontro
col suo bastone in aria e due braccia spalancate,
«Per amor di Dio! Ti ricordi la frusta di salice?»

THE SALLY ROD

On the main street of Granard I met Duffy
whom I had known before the age of reason
in short trousers in the Senior Infans room
where once upon a winter’s day Miss Walls
lost her head and cut the legs off us
for dirty talk we didn’t think she’d hear.
«Well, for Jesus sake» cried Duffy, coming at me
with his stick in the air and two wide open arms,
«For Jesus sake! D’you mind the sally rod?»

“Lì un tempo fioriva il mio cuore” di Filippo D’Eliso, RPlibri. Nota di lettura di Marisa Papa Ruggiero

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Far parlare l’essere con le parole della poesia

Artista dei suoni, Filippo D’Eliso ci offre, in questi giorni, una sinfonia poetica di cristallina purezza: “La vita fu / per un solo attimo / ciò che mai più sarebbe stata”; e ancora: “Qualcosa però si nasconde / nel sole. Presto sarà sera / e qualcuno andrà via”…

Quando apri un libro di poesia e il libro è: Lì un tempo fioriva il mio cuore del citato autore e t’imbatti in un verso  dove il pensiero taglia/ come ghiaccio secco, e percepisci  il senso di caduta a picco sul mistero della indecifrabilità del male, sai anche che quel libro, come ogni libro di versi contiene molte più cose di quante ne vedremmo noi che leggiamo. Un libro di poesia contiene, come si sa, una sua intrinseca compiutezza, è necessità fondante, autonoma, tanto che tentare di aggiungere, dall’esterno, parole di riflessione critica  a un libro di poesie, sarebbe da ritenere, a rigore, superfluo. Se poi l’autore, come s’è detto, è un musicista, la cui spinta creativa è una costante che risuona in consonanza con le forze vitali dell’universo, possiamo facilmente configurarci dove nasce quella necessità di affidarsi alla parola poetica come a un controcanto naturale che aspira a porsi in intima fusione con la sua grazia immaginosa e sorgiva.

E allora, sulla scia di questo controcanto che l’autore ha diffuso così intensamente intorno a noi per invitarci a un colloquio, a un incontro, non posso non sentirmi sollecitata a mia volta a prenderne parte con qualche breve, modesta riflessione. Dico subito che qui, davanti ai miei occhi,  gli elementi primari di musica e poesia appaiono come trasfigurazioni speculari che trovano slancio espansivo grazie alla autenticità della parola e, in virtù della stessa, tendono a saldarsi, a sovrapporsi.

Lo snodo tematico fondamentale è rappresentato dal rapporto magnetico tra le due curve asintotiche che ne disegna i contorni di spiritualità e materia: il rapporto, in definitiva di suono e senso. E possiamo anche spiegarci l’appartenenza ad una scelta linguistica ben radicata nel pentagramma tradizionale di matrice novecentesca, tuttavia molto al di là di una scontata  aderenza meramente lirica. Una poesia fatta, piuttosto, di interiorizzazioni, di forti tensioni morali, a tratti meditativa, a tratti evocativa, che trae rifugio e alimento direttamente in quelle forze interiori che compongono il nostro intenso sentire. Una poesia che accorda densità e leggerezza sui ritmi del respiro. Una modalità che, in un momento come quello attuale così poco favorevole alle interiorizzazioni, potrebbe apparire come una scelta trasgressiva, una provocazione, ma si presenta, invece, nel nostro autore, nella sua intima, genuina coerenza. Non c’è semplificazione, né alcuna concessione all’idilliaco in questi versi, ma una sobrietà d’espressione quasi severa, appena solcata da malinconia. L’io è diffuso ed espansivo, per nulla ripiegato su se stesso, un io interrogante e in ascolto di ciò che è la sostanza etica del mondo. Il sacro, in questi testi, entra per irradiazione, come richiamato, a tratti, sulle corde intense e potenti di una sinfonia tedesca.

Non trova posto alcuna sterile astrazione in questi versi, bensì una salda appartenenza a un sentimento di terrena, consapevole presenza con i suoi attriti, le sue disillusioni e sconfitte,  il suo pathos. Con le sue piccole fiale di saggezza. Più a monte del linguaggio c’è sempre una zona d’ombra che ha sede nella nostra Ferita ancestrale, la prima ad appartenerci, ed è ineludibile. Ecco, in quella fatale, remota consapevolezza ha sede il dramma. E il destino di solitudine esistenziale della creatura umana prende  inizio. É là che la parola attinge e si fa carne, oltre che suono. É per raggiungere questa  dimensione, non statica, ma in perenne vibrazione, che il poeta compie la sua ricerca, con gli strumenti che gli sono propri, con la devozione e l’umiltà che si devono alla poesia.

 

Marisa Papa Ruggiero

uNa PoESia A cAsO: Emily Dickinson

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Emily Dickinson

Oggi mi è venuto in mente un pensiero
che avevo già avuto prima
ma che allora non era definito
non potrei precisare l’anno

né dove sia andato né perché
per la seconda volta sia venuto da me
né con certezza saprei dire
cosa fosse

ma da qualche parte nell’anima so
che avevo già incontrato questa cosa
l’ho giusto ricordata tutto qui
e non è più venuta dalle mie parti.

Gabriella Cinti: “La lingua del sorriso – Poema da viaggio”, PROMETHEUS, 2020 ∼ Saggio introduttivo di Francesco Solitario: “Parole di luce”∼Nota critica di Adriana Gloria Marigo

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Qualche anno fa, in una libreria di Padova, mentre osservavo i libri disposti orizzontalmente su un lungo ripiano, catturata dai titoli e dalle immagini delle copertine, mi raggiunse una intuizione: in realtà era il riemergere di nozioni stratificate negli anni, reminiscenze liceali che riguardavano la storia dell’arte, l’architettura classica, certe parole inerenti al tempio greco che mi erano suonate numinose, conduttrici di energie, presenze, liturgie, riti divini. La parola dell’intuizione–memoria era “pronao” e si accompagnava al ricordo della fotografia dell’Hephaisteion (il tempio di Efesto ad Atene) contenuta nel testo scolastico di storia dell’arte greca: la coniugazione di parola e immagine completò l’intuizione generando l’idea che la copertina è, con il libro, in un rapporto simile a quello tra pronao e naos, la cella interna del tempio, il luogo più sacro e misterico dove dimora la statua del dio. L’intuizione che la copertina sia credenziale del contenuto e non solo – o strettamente – fascinazione d’acquisto, si è presentata decisa quando ricevetti La lingua del sorriso  – Poema da viaggio di Gabriella Cinti. L’immagine del busto di Persefone emergente dal fondo nero della copertina, l’oscurità che accoglie il titolo che invece restituisce la sensazione del compiersi di un evento ineludibile e vegliato da segnale di conforto, apotropaico, mutuato da interiore stato di grazia quale il sorriso, convergono alla visione di trovarsi davanti alla complessità di una raccolta di poesia in cui si officia alle presenze psichiche, mitografiche, archetipali, potenti da intessere la vita intellettuale della poetessa non separatamente da quella spirituale della donna: anzi, le due dimensioni sono così perfettamente intramate l’una dell’altra che la parola impiegata da Gabriella Cinti nella esemplarità di questa raccolta, è al tempo stesso guida ed evocazione di simboli – non inermi, ma vividi frementi fecondi vitali entro le profondità psichiche, e che l’intelletto restituisce – mediati dai modi di una poesia che nomina e, come scrive il docente di estetica Francesco Solitario nel ricco saggio introduttivo citando J. Campbell, «comporta una scelta precisa di parole che avranno implicazioni e suggestioni che trascendono le parole stesse.»

Dunque, se la cifra architettonica del pronao apre alla percezione del canone sacro del naos, la raccolta di Gabriella Cinti rivela il medesimo cifrario: ci troviamo alla presenza di un libro di poesia in cui vige il principio gnoseologico – ontologico del «verbo tessuto», della «stoffa dell’essere» dentro l’assolutezza, la regalità sovrana della luce in cui le possibilità dell’ombra assurgono a ruolo funzionale affinché emerga la vastità irradiante della luce fin dall’esergo «Ad Afrodite d’oro, al suo sorriso, / e a Paola Pennecchi, al suo cuore di luce.», e che Francesco Solitario ha chiarito con dovizia di analisi evidenziando il rapporto Sole-Luce nella sua dimensione polisemica, in quanto tutta la raccolta – come rilevato fin dal titolo – è centrata sulla presenza inesausta dei simboli, di cui il Sole è il maggiore sia nelle cosmogonie sia nelle cosmologie, e rappresenta il più alto principio: è colui che garantisce la vita nelle soglie animali vegetali minerali, nonché dell’intelletto, sia nei modi laici, sia nei modi confessionali.

Il Sole, colui che nel pantheon dei pianeti è sovrano governatore, si eleva nella raccolta di Gabriella Cinti a deità-parola: l’interiorità, il naos di La lingua del sorriso, è abitata dal Sole-Parola e da lì irraggia sacralmente l’intuizione della parola, l’ostina alla scelta, all’affinamento (Parola pensata), all’incantesimo che il linguaggio frequentato dalla poetessa cerca come esigenza vitale, thauma  espresso in meraviglia e sottile angoscia (Lezioni di abisso) necessario all’incontro ed elaborazione della luce, persino sprezzatura che, prossima alla magia, specchia la liturgia con la quale la poetessa celebra il rito della parola creante il senso (Scintillio d’istante).

 

Adriana Gloria Marigo

 

 *

PAROLA PENSATA

Un solo frammento, filamento

stellato di memoria, l’istante

eternato, sillaba di verità.

 

Abita il sorriso dell’agnizione

nel luogo d’anima e di suoni

 

ed è facile riconoscerlo

se lo ritrovi ai bordi del sentire.

 

Moltiplicato sia in ogni calice

congiunto, nella corolla

in cui affonderai il viso,

nella scia di una parola pensata,

 

nel divenire della nostra cometa.

 

LEZIONI DI ABISSO

L’orlo della tua risposta,

inafferrabile frangia,

tende le corde del silenzio.

 

Accade la tua presenza rarefatta

a celebrare l’impossibile.

 

Il mistero incontra i confini del tuo respiro

e le tue mani alte oltre l’orizzonte

non tramontano, quando il vuoto

si insedia tra le ombre dei sensi.

 

Vacillando, permani

a tracciarmi la figura del salto:

salpato l’ultimo volo augurale,

il Deserto astrale pure vibra

dei tuoi occhi espansi.

 

Nell’ora che annulla la voce,

quando la Signora della vertigine

ha dismesso ogni ipotesi di sorriso,

la curva del visibile dislocata è

senza sembianza d’ascolto,

invasa dal niente.

 

Da te ora prendo lezioni di abisso.

 

SCINTILLIO D’ISTANTE

La breccia per l’impossibile

passa per il rosso generoso delle foglie,

accese da oro inatteso.

 

Interrogo le dune d’aria

voltolanti in pulviscolo d’enigma;

sidereo involucro mi porta lieve

in quel viaggio di nubi

che è il mio tempo.

 

Liberami dalle sfere nemiche

nel prodigio armato di sorriso

a scardinare le catene ineluttabili.

 

Io non conosco la scienza delle onde,

reticolo di cristalli

e prismi di intuizione ruotante.

 

Calata e colata nel vortice solido

di questo presente di troppo metallo,

scelgo la sabbia come fuga

e la luce come volo,

 

perché tu possa leggermi

in ogni frammento rifrangente

e ascoltarmi nello scintillio

risonante dell’Istante,

musica complice del nostro destino.

 

Biobibliografia

 

Gabriella Cinti, nata a Jesi, è italianista, grecista, poeta, scrittrice, saggista, performer in greco antico. Ha pubblicato le raccolte poetiche: Suite per la parola, Péquod, Ancona 2008; Euridice è Orfeo, Achille e la Tartaruga, Torino 2016; Madre del respiro, Moretti e Vitali, Bergamo 2017. In saggistica ha pubblicato: Il canto di Saffo – Musicalità e pensiero mitico nei lirici greci, Moretti e Vitali, Bergamo 2010; Emilio Villa e l’arte dell’uomo primordiale: estetica dell’origine, I Quaderni del Bardo, Lecce 2019, in Ebook.

Sulla sua poesia Franco Manzoni ha scritto il saggio: Femminea estasi. Sulla poetica di Gabriella Cinti, Algra, Catania 2018. Ha vinto numerosi premi Nazionali e Internazionali, tra cui il Primo Premio sia al Concorso Letterario Internazionale Nabokov 2008, sia al Concorso Letterario Albero Andronico 2017. Sue poesie sono presenti in diverse antologie poetiche. Ha partecipato a diversi Festival Letterari e Rassegne poetiche internazionali.

Suoi testi sono stati tradotti in inglese e in greco moderno.

Canto presente 46: Nicola Grato

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

NICOLA GRATO

e mia madre pregava a bassa voce
si faceva la croce ripulendo
il tagliere di legno dalle bucce
di zucchine, melanzane, cipolle;
credo sperasse in qualcuno o qualcosa,
forse anche in una povera salvezza
in una brezza fina e senza corpo
nel canto corroso del corvo nero
nelle spine in fiore del maggio pieno.

*

tra le tue cose una rosa
secca di santa Rita –
tra i medicinali scaduti
le ricevute di cambiali
gli incartamenti colorati
dei regali, biglietti
d’auguri per Pasqua e Natale
spediti da Forlì;
una rosa, povera cosa –
riposa da lungo tempo
tra le pagine gialle
di un libretto delle ore:
passita nel silenzio
nel bruno del tempo
passita povera cosa
in una giornata di giugno
afosa,
fiore devoto –
la vita dei vecchi,
al suono dei tasti
una Olivetti
nei cerchi di fumo del tempo.

*

la pazienza dell’insetto
o della pietra all’acqua
dei millenni nello sguardo
tuo al mattino;
concia di guerra e fame
di pane duro e asciutto
d’aria chiusa nel rifugio
antibombe – e i tuoi morti
teatralmente in posa
sul palcoscenico del comodino.
Chiama da un altro dove
quel marinaio fuggito
– tu attenta e sognante
sulle carte bollate,
sulle bollette pagate –
m’insegnavi pietà
per le cose perdute.

*

Peppino, nome di un ragazzo
di due secoli fa:
Palermo di miseria,
di bombe, di pane duro
e cimici: tessera annonaria –
un punto al giorno come un colpo
al cuore, gli occhiali
di tartaruga fissi sulla settimana
enigmistica. Ti ricordo senza
averti conosciuto, ventura
dei poeti: esisti nei versi,
apostolato delle vite di dura scorza,
mercede della memoria –
storia che si fa soffio di canto,
quiete di un giorno di luglio.

*

canto e accompagnamento,
tempo che dalla prima
fessura del mattino
è cammino, mungitura
fino a che scura –
ma la sera Fanuzzo
suonava la cromatica
e nessuno sa che lui esiste
che la musica la sognava
di notte e l’amava
sulla tastiera; lui è un paese,
un volo di rondini
nel maggio… Erano
primavere mesi anni
di fatica: la faccia
gialla d’una spiga non matura
se non accalda,
se non la guarda
l’occhio dritto del sole.

Testi tratti da Inventario per il macellaio, Interno Poesia Editore, 2018

*

restare qui 

la lumaca

il bambino ha schiacciato la lumaca,
lava e stende lenzuola la signora
sulla strada; qui in paese passa il tempo,
passa quello della verdura e grida
cacuocciuli chi su belli. Il bambino
la guarda la lumaca che ha schiacciato,
gli fa pena, ritorna col sorriso
di chi l’ha combinata molto seria.
Violenza è questo fare
finta che non sia successo nulla,
abbozzare, chiudere le persiane
spegnere lumi e occhi, dormire a sonno
pieno. Ma no, non è così, perché Sara
difende un’idea, quella di passeggiare
a schiena dritta e sguardo fiero
di andare a letto col cuore leggero

*

un paese, anni fa

 

gli innesti che portava

nel tascapane verde

e una lepre raminga –

tempo al tempo, luce

del cosmo in un secchio

di plastica sbiadita;

il pruno attecchì a fatica,

non il mandarino nano

dono di Enzo che se ne andava –

una spiga il ricordo,

una canzone antica

*

lettera a Nino

 

come quell’ombra scura, quel pensiero

di te e di tuo fratello, era l’estate

forse l’inverno ma ora è un pensiero

di lui al bar o in campagna, la zappa

sulla carriola a fine giornata.

Per le tempeste le donne gettavano

pezzetti di panuzzo benedetto

sui tetti, forse sperando al bello,

a un cielo terso e fino, profumata

l’aria come la manta della babba

santa nelle domeniche d’aprile.

La morte, caro Nino, è quando uno

che prima c’era al bar ora non c’è –

l’uomo col gilet da cacciatore

non ritorna più dalla passeggiata,

hai buttato la domenica quiz

ritrovata tra giornali e scartoffie.

La morte fa l’inchino, guarda dalla

buca quel vecchio pazzo che non ha

lasciato casa dopo l’alluvione;

gioca con gesso e stecca, lo prepara

bene il tiro: occhio, sponda, palla dentro –

ride il bambino al sole di novembre,

sempre canzoni alla radio al pomeriggio,

chi non c’è fa ressa nel nostro cuore,

hai le parole ma voti al silenzio

il giorno, l’ora trascorre sui nidi

sotto i balconi di rondini e cade

dove non sai. C’era tuo fratello,

vita in borgata, poi la limonata

del pomeriggio: il corno che suonava

era il segnale, tutti aspettavate

l’uomo coi baffi e col grembiale bianco,

avrebbe dato il gelato, il biscotto –

mentre accendeva l’orizzonte il faro

del porto, tanto lontana nel sole

era Palermo: acceso spento acceso,

e tuo fratello scappava nel vento.

*

domenica a Polizzi Generosa

i nati sono pochi, i morti aumentano,
Polizzi Generosa è foglie e vento –
da un bar coi fiori nuovi e le piantine
La cura di Battiato, dai saloni
Proraso e brillantina. Le persone
però quelle non ci sono, fa vuoto
il vuoto di parole nei paesi,
sui calendari il mese resta fermo,
lo scemo col vestito cerimonia
sorseggia la gazosa al tavolino,
il pomeriggio
sa di insegne antiche e di limone
e acqua per combattere calura
e sangue amaro. Ma fa male il cuore
se domani uno parte e uno muore.

*

il tramonto a Punta della suina

 A Danilo Lupo

il tramonto a Punta della suina

colora di rosso e blu sabbia e scogli:

trema di voci, conchiglie, posidonie

questo mare –

davanti alle prime luci di Gallipoli.

Qui penso a mio padre: lui che al mare

non voleva mai andare, che amava

il silenzio ciarliero dei boschi

le poste all’alba a conigli, lepri, pernici.

Ricordo quando stava lungamente

in silenzio in queste ore che le parole

non possono dire, ma le campane –

e passi incerti, ché l’ombra s’allunga

in ogni dove, e già ci sono le stelle.

 

Nicola Grato, testi inediti

Tre poesie di Emilio Capaccio

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VOCE DEL PAESAGGIO
Emilio Capaccio,
Kolibris Edizioni, 2016
Prefazione di Massimo Sannelli

FISSITÀ

La mia fissità è la fissità di certi momenti di bisogno
di estese note di lentezze in quegli spazi
che s’allungano dall’uno all’altro
tempo saltabeccante
tanto prolungati da sembrare le ore scollate
sia pure in continuo allineamento
E da un punto oscillante del giorno
lontano, molto lontano da quelle ore
lunghi ‘stare a sentire’
il brusio di una qualche deriva di foglia
il rapido accoppiamento degli insetti
insorti contro il termine della stagione
la pietra che vibra la sua liquida arpa di ruscello
il battito del cuore di pomeriggi
che sembrano interminabili
fin quando durano i loro cieli negli occhi
e già risucchiati in un oscuro di cose finite
mentre la palpebra bruciante si richiude
e capisco allora come invece siano stati brevi
E vedere la mia vita che si nasconde
dietro le foglie degli alberi
ma volteggiandomi attorno facendomi le fusa
per paura di lasciarmi un’altra volta
con la fretta avventata del mio corpo

MI UNIFORMO AL COLORE DELL’ESTATE

Mi uniformo al colore dell’estate
agli umori labili e malinconici dell’inverno
ai brani del destino
al suono delle mille ossa

Non voglio più di quello
che non sia stato calcato
da un coturno divino nel mio sangue

Aspetto solo promesse
Non so quali, non so da che animo vengano
Riconosco che mi sono state fatte
dapprima che io nascessi

Mi vesto nella forma
semplice e mattinale di un pensiero
nelle acque azzurre di un sogno
che corre infinitamente in altri sogni

LE NUVOLE

Che cosa vogliono da me queste nuvole
così bianche e frastagliate
frivole d’aria, lampanti di luce?
In che lingua d’altitudine mi parlano
quando passano nei caldi planisferi
dell’estate?
O, invidio le nuvole
Il loro tempo che non segnano gli orologi
Vanno agli angoli dei cieli dove finisce ogni età
assegnate a un ordine di precarietà universale
non temono decreti di venti
non temono dissolvenze
fedeli all’effimero apparire
del loro comandamento
Mi ricordano la fugacità di ogni danza che danzo
di ogni volo che si compie
e la condanna di chi resta fisso a guardarle
con le radici nella terra
(con le braccia troppo corte sulla terra)
seppur passa, senza andare passa
vittima dello stesso comandamento

Mi dormi

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Mi dormi
e anch’io dormo
il tuo sonno di fianco.
Non è vero che ci siamo sognati
tutti d’un fiato?
Eravamo sudati e stavamo
accanto a ciascuno dei nostri pensieri
di ieri, con quei gesti e quei visi
che si fanno nel sonno
quando si viene guardati.
Studiavamo il dafarsi
e quasi a contarsi le dita delle mani
dicevamo sommessamente qualcosa
praticando una musica notturna, suonando
dentro un ‘orchestra di corde e di fiati.
Tu ripetevi un verso udito ieri per strada per caso
stando dritti sul filo che segna le notti
dormivamo in silenzio e con il senso del sonno
ritto e puntito, esploravamo la parte taciuta del sogno.

 

Francesco Tontoli

L’intervista a Cinzia Della Ciana: Grumi sciolti

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Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende
dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti,
sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla
redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del
mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.
La redazione ringrazia Cinzia Della Ciana, per aver accettato di rispondere ad
alcune domande sulla sua opera: Grumi Sciolti, Helicon Edizioni, 2020.

1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

L’ “amore per” è una condizione con cui si nasce, è una predisposizione fatta
di passione e curiosità che fa parte del proprio bagaglio genetico e che si
amplia interagendo con il nutrimento della vita. Per cui posso dire che
nasco con l’amore per la “bellezza”, includendo in essa ogni espressione
artistica a mezzo della quale l’uomo riesce a comunicare emozioni. I miei
studi si sono rivolti fin dalla giovane età a ampliare questa vis interiore e
così ho condotto parallelamente gli studi giuridici presso l’Ateneo fiorentino
e quelli pianistici al Conservatorio. Ma ad un certo punto l’impegno a livello
professionale, anche per l’incompatibilità dei percorsi, ha imposto una
scelta e ho optato per la via “ortodossa”. In pratica, come si fa con un
amore, ho abbandonato la tastiera chiudendola e mi sono dedicata alla
professione forense (che ormai esercito dal 1991, nelle materie prevalenti del
diritto del lavoro e di famiglia). Riavvolgendo il nastro v’è da dire che
giunta a “mezzogiorno” della mia vita (ora più ora meno) improvvisamente
ho avvertito la “necessità” di tornare a suonare. Ormai erano circa 25 anni
che avevo abbandonato lo strumento e poco mi restava nelle dita. Quindi mi
sono detta: “cosa posso suonare dopo oltre 25 anni che “scrivo e leggo” dalla
mattina alla sera (ancorché in ambiti diversi, ma sempre con l’ “umano” al
centro). La mia risposta è stata “le parole”. Da qui inizia l’avventura della
“mia” scrittura che si poggia sul motto “del suonar colle parole”, nel senso
che la musica ha permeato così tanto la mia sensibilità che “penso e scrivo in
musica”, prosa o poesia che sia.

2. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti
hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la
vita e l’arte?

Non basterebbe una giornata per rispondere compiutamente alla domanda.
Diciamo che sono una toscana figlia della mia terra e le mie radici
affondano in Dante (distante da Petrarca che a Arezzo ha avuto solo i
natali). Poi aggiungo a volo di uccello che i miei “livres de chevet” sono una
pila in cui la base resta fissa: “Le lettere a Lucilio” di Seneca, “Le ceneri di
Gramsci” di Pasolini e il meridiano di tutte le poesie di Montale. Gli ultimi
grandi libri che ho riletto “Il Barone rampante” (la genialità del romanzo di
formazione che accoglie fiaba allegorica e filosofia, sempre all’insegna della
leggerezza calviniana) e di Dostoevskij “Ricordi dal sottosuolo” (il flusso di
coscienza ossessivo di un “malato” che opera un distinguo nell’abisso dei
ricordi, dove vi sono cose che non si rivelano a tutti, ma solo agli amici, altre
che non si rivelano neppure agli amici, ma soltanto a sé ed infine, e questo è
spietatamente vero, cose che si ha paura di svelare anche a noi stessi).

3. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente
autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai
con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Penso di aver già posto le basi alle risposte di questi interrogativi. Scrivo
per necessità che è ri-sorta, non posso fare altrimenti. Sono immersa nella
vita e l’uomo in tutte le sue declinazioni sta al centro del mio interesse, anche
la professione forense ne è “fonte”. Sono figlia della mia Terra di Toscana, in
cui ho il privilegio di esser nata (Montepulciano in provincia di Siena), di
abitare (Arezzo) e di aver studiato (Firenze), un triangolo questo dove
l’ingegno da secoli si è di-spiegato e ha trasformato il territorio in
paesaggio. Qui ogni angolo parla di storia e anche il borgo più piccolo
nasconde tesori artistici unici.

4. Ci parli della tua pubblicazione?

Bella domanda, come chiedere a una madre di parlare dell’ultimo figlio
nato. Tutti sono da lei amati, tutti gridano, ma ora “Grumi sciolti” grida più
degli altri. Dopo una parentesi poetica (“Passi sui sassi”, 2017 e “Ostinato”,
2019) sono tornata al mio primo amore, il racconto. “Quadri di donne di
quadri” (una raccolta di racconti incentrata sulle figure femminili) era
stato, infatti, il mio libro di di esordio, nel 2014. Per me, parafrasando, il
romanzo è un film, mentre il racconto è una foto che concentra, tagliando il
prima e il dopo, quel “grumo” evenemenziale. Insomma il racconto dà la
massima densità “fotografica” su un nodo che la vita ha lungamente
preparato e chissà come svilupperà. La mia esperienza poetica poi fa sì che
il linguaggio anche nella prosa abbia una valenza lirica, evocativa, e mai
solo descrittiva. Ma nonostante ciò, e anche se ogni singolo racconto è un
distillato di un piccolo segmento di vita, il libro “Grumi sciolti” ha una sua
struttura, sottolineata dall’Incipit e dall’Explicit. All’interno ospita 18
racconti articolati in tre sezioni: la prima, i “Grumi”, sono storie, anzi,
“scatti” di donne alle prese con un momento risolutivo della propria vita;
poi i grumi si liberano con la fantasia e diventano “Grumi sciolti”, cioè storie
che variano dal mito alla favola, dove la voce narrante può appartenere
anche a un topo, e perfino a un profumo; infine quando i grumi sono
completamente sciolti, non restano che i “Grani” (racconti simbolicamente
dedicati a qualcosa che attiene al caffè oppure a al tè) e il ciclo si chiude
pronto a riaprirsi in un eterno moto perenne. Un lunghissimo “rosario” che
finisce con un omaggio a “La storia” della Morante, come una sorta di inno
alla vita. Un libro che alla vita, “qua sine proposito vaga est”, è dedicato.
Un libro che la prefatrice Letizia Cirillo ha scritto “va letto a voce alta”,
proprio a sottolineare la sua vocazione a trascendere l’esperienza interiore
per approdare alla dimensione collettiva.

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Non mi sono posta e non mi pongo il “problema”, io sento la necessità di
scrivere e di farlo in una sorta di “predicazione”. Portare avanti l’arte
nell’attuale indipendentemente dall’utile e dal riconoscimento, diventare
una sorta di “madonnaro mentale” che ha l’entusiasmo di sdraiarsi a terra
per poetare pavimenti e pittare “pietre di inciampo”… perché gli altri
passano, distratti passano, ma non calpestano e alla fine si fermano. Come
sta scritto appunto nel finale lirico del racconto “Il madonnaro”.

6. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

I racconti sono come le poesie, nascono e basta. Si stratificano col tempo.
Poi il difficile sta nel selezionarli e trovare un fil rouge che in coerenza li
struttura in sequenza in modo da divenire “il racconto dei racconti”. Il
difficile ritengo risieda non tanto, o meglio non solo, nelle singole tessere
dell’opera, ma nel disegnare con esse qualcosa che abbia un senso e un
valore al di là delle stesse.

7. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale”
scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a
poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o
durante la notte, sacra per l’ispirazione?

I racconti di Grumi sono stati scritti in epoche differenti e molti hanno avuto
già riconoscimenti in premi da inediti. Ripeto i racconti sono come le poesie,
ad un certo punto balugina il primo verso e tu ti fermi e lo devi scrivere. Poi
segue il necessario e rigoroso labor limae. La notte o meglio la mattina
presto è una nicchia che mi accoglie bene.

8. La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?

La copertina è del Maestro Mauro Capitani, un pittore molto noto della cui
amicizia mi fregio. Si tratta di un particolare di opera in vetro dalla mostra
“Tra Kea e Tenedo”, 1996. Questo particolare ben rappresentava il quadro
in divenire di cui volevo parlare: quel cosmo in cui qua e là si osservano
“grumi”, cioè “luoghi di addensamento”, “momenti di intenso ammasso”, in
cui ogni componente fluida si perde e resta solo materia, materia che si
coagula e si rapprende chiudendosi a giro. Ma poiché tutto è movimento,
anche questo processo di avvitamento non si sottrae alla legge del divenire,
e il grumo si evolve in una spirale che lo porta inevitabilmente a spandersi.
Ovvero a sciogliersi, a nebulizzarsi lasciando a galleggiare in sospensione
grani. Grani che a loro volta sono nuclei di potenziali nuovi grumi.

9. Come hai trovato un editore?

La mia casa editrice è la Helicon Edizioni di Maria Eugenia Miano, una
realtà familiare di lunga storia e tradizione E’ un Editore che vanta al suo
attivo anni di pubblicazioni con Autori di pregio (da Parronchi a Macrì, da
Bonifazi a Luti, a Ramat – per citarne solo cinque tra le ‘fedelissime firme
Helicon). Nel 2018 con “Solfeggi” (raccolta di racconti umoristici) vinsi un
premio che prevedeva la loro pubblicazione proprio da Helicon. Adesso i
“Grumi sciolti” sono stati inseriti in una delle sue più prestigiose collane,
quella di narrativa “Le crete” diretta da un’ambasciatrice della cultura per
eccellenza, oltre che autrice, giornalista pubblicista, saggista e critica
letteraria, quale è Marina Pratici.

10. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

A chi ama le parole, il loro suono e la loro storia/valenza/potenza, a chi
vuole non solo leggere un testo, ma piuttosto “rileggerlo” perché come la
musica la parola che si combina alla parola abbisogna di esser riascoltata
per penetrare dentro.

11. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Era programmata l’uscita per il Salone di Torino 2020, ma tutto è saltato e i
Grumi sono voluti nascere ugualmente in pieno lockdown. In pratica nel
momento in cui le librerie per decreto sono state riaperte. Mi sono detta che
era un segnale. Attualmente è distribuito in libreria e nei portali web.
Recensioni, interviste radio e televisive, dirette sui social e presto anche
presentazioni dal vivo.

12. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più
legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se
lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Ho già citato il racconto del Madonnaro perché finisce con una poesia che è
una metapoesia. Ad esso aggancio un’altra citazione poetica con cui termina
il racconto “La roba”: “La vita era questo scialo di trita roba fatta e
accumulata. E anch’io ero inventariata”

13. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Amo parlare dei passi che ogni giorno compio più che delle mete astratte, la
meta è proprio il passo, ho scritto in una poesia, e il viaggio poi disvelerà il
disegno fatto e inventato con il progredire.

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è
venuto in mente di farti?

Mi piacerebbe che mi chiedessero l’autorizzazione a che uno dei miei
racconti diventasse soggetto per un film.

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova
opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Scrivere e ancora scrivere come il fiume porta acqua: il prossimo parto sarà
una silloge poetica. Dimenticavo a me piacciono le “contaminazioni” con
varie discipline (come sul mio sito cinziadellaciana.it si può vedere) e quindi
“predicare” poesia e letteratura fuori dai circoli, portare la bellezza per
“strade diverse” avvalendomi della collaborazione di altri artisti, questa la
mia più sentita missione.

Cinzia Della Ciana

Laureata il 24.10.88 in diritto del lavoro con il Prof. A. Aranguren presso l’Università di Firenze,collabora per alcuni anni con il Prof. G. Zangari, docente di diritto del lavoro Università di Siena. Esercita la professione di avvocato in Arezzo dal 1991; dal 2011 iscritta come Cassazionista, materie prevalenti diritto del lavoro e famiglia.
E’membro del direttivo dell’ALT (Avvocati Lavoro della Toscana). E’ membro dell’Accademia delle Scienze e delle Arti e della Letteratura Francesco Petrarca di Arezzo. Parallelamente agli studi giuridici ha effettuato studi di pianoforte col Maestro Carlo A. Neri del Convervatorio Morlacchi di Perugia. E’membro del “Tagete Ass. Scrittori Aretini di Arezzo”. La sua prima opera narrativa è “Quadri di donne di quadri”(Aracne 2014) (World Literary Prize 2015 a Parigi e al Tagete 2015).
Del maggio 2016 è il romanzo edito da Effigi “Acqua piena di acqua”.(premio “Pianeta Donna” al Montefiore Rocca, Fiorino di bronzo al “Premio Firenze 2016”, primo premio al Tagete 2016, secondo premio al “Portovenere – Le Grazie 2016”, la “Targa Città di Cattolica” al “Pegasus 2017” e “Premio speciale della Giuria” al “Città di Pontremoli 2017”, “Premio Speciale Frunzi al Premio Casentino 2018).
Nel maggio 2017 con Effigi pubblica la silloge poetica “Passi sui sassi” (per gli inediti già finalista al premio “Astrolabio 2016”, secondo posto al “Premio Casentino 2016”, finalista al San Domenichino 2017; da edito menzione d’onore a Le Grazie – Portovenere 2017, il diploma d’onore al Milano International 2017, il 2^ premio al “Tagete 2017”, riconoscimento speciale al “Pegasus 2018, premio della giuria al “Città di Pontermoli 2018”, premio speciale giuria Città di Conza 2018). Il libro nel febbraio del 2018 diventa uno spettacolo di poesia e musica con la pianista Lenora Baldelli dal titolo “Accordi di versi”, in scena in varie platee fra il Dovizi di Bibbiena, Cassero di Castiglion Fiorentino e Museco Civico di Sansepolcro. Per vari inediti sia di prosa che narrativa riceve importanti riconoscimenti. Suoi racconti e poesie fanno parte di varie antologie. Con la raccolta di racconti umoristici “Solfeggi”(Helicon 2018) si classifica prima ex aequo al premio “La Ginestra 2017” e successivamente Premio della giuria al Lord Byron Portovenere 2018, Premio speciale al Michelangelo 2019 e il Premio Milano Donna 2018 e il terzo premio al Città di Pontremoli 2019. Con la soprano Gaia Matteini realizza uno spettacolo dal titolo “Solfeggi parlati e cantati” in cui vengono portati in scena letture tratte da Solfeggi cucite da improvvisazioni vocali (Teatro Dovizi di Bibbiena e Auditorium Santa Chiara di Sansepolcro).
Ha tenuto presentazioni dei suoi libri ai Saloni del libro sia di Torino che di Roma, nonché in vari centri d’Italia; ha partecipato anche vari Festival e Rassegne culturali.
Nel maggio del 2019 pubblica con Helicon Edizioni, dove aver ricevuto da inedito il premio Laura Pasquini, la raccolta poetica “Ostinato – Suite in versi” con la quale ha già ottenuto i seguenti riconoscimenti: finalista al PoetiKa di Verbania, Segnalazione di merito al Premio Conza, 2^ posto al Pascoli – L’ora di barga, Finalista al Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti 2019, Premio speciale di opera poetico-musicale al Città di Pontremoli 2020; l’opera è stata inserita nel
2020 nella rivista scientifica americana “Gli annali di italianistica”.
A aprile del 2020 nascono sempre per i tipi Helicon Edizioni “Grumi sciolti”. Molti dei racconti di “Grumi sciolti” hanno ricevuto premi da inediti. In particolare al corpo centrale della raccolta fuconferito il Premio della giuria al “Città di Pontremoli 2016”, il Premio  speciale Silvio Miano al “Casentino 2017”, al racconto “Canne d’organo” la menzione d’onore al “Città di Cattolica 2016” e, da ultimo, il racconto “La Teiera triste” ha ricevuto il primo premio a “Lo Zirè d’oro Città dell’Aquila 2019”.
Nel giugno 2020 il “Premio Città della rosa” conferisce all’autrice l’onorificenza di “Eccellenza Donna Italia 2020”.

Paul Morand: “Al mare”, Archinto, 2003 / Un estratto dalla sezione “Bagni nel tempo”

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Lord Byron visita San Lazzaro degli Armeni

 

(…) Ma ecco il poeta nuotatore, Lord Byron, novello Leandro che attraversa l’Ellesponto e va più fiero di questa prestazione, di cui fa sfoggio in tutte le sue lettere, che non del suo Childe Harold. In Italia, si bagna in tutti i mari e vi si attarda finché le unghie e le labbra gli diventano blu dal freddo. A Ravenna è di casa nella laguna; a Malamocco, entra tra i flutti a cavallo; i pescatori conoscono bene questo cavaliere veloce come lo scirocco. A Venezia, si getta completamente vestito, dopo cena, nelle acque salmastre del Canal Grande (tradizione che si è perpetuata tra i giovani oxoniani). Temendo di essere urtato da qualche gondoliere che nell’oscurità potrebbe non vederlo, nuota con il braccio destro, tenendo nella mano sinistra una lanterna accesa. Si spinge fino a tre miglia da riva, solo al largo fa colazione in acqua e vi fuma il suo sigaro.

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Foto da Pinterest

Stabilitosi a Guernesey, dove le abitudini anfibie erano solidamente radicate, Victor Hugo guarda al mare in modo affatto nuovo: nel suo libro Victor Hugo et la mer Ditchy ha dimostrato in modo assai convincente come, fino a quel momento, l’elemento liquido fosse convenzionale nell’opera del poeta. Hugo ignorava la geografia marina al punto da proporre di utilizzare una «galea capitana» per andare da Fez a Catania quando Fez è a duecento chilometri nell’entroterra. Ma dopo il soggiorno a Guernesey, il paesaggio marino diventa in lui una realtà mirabile; il suo oceano sbava come un serpente, grida, ruggisce; quello dei Lavoratori del mare viene dalle profondità misteriose di Thulé e dai poemi ossianici. Han d’Islande fugge attraverso i marosi in tempesta, su un tronco d’albero, rivestito di pelle di foca e bevendo l’acqua salata da un teschio. Fecondo e distruttore, il mare delle Contemplations è il flagello di Dio;  Hugo ne ha ammirato a lungo gli uragani, le minacce, i ruggiti, i tradimenti, e non c’è tempesta, in tutta la letteratura, che superi in bellezza e in orrore quella dell’Uomo che ride. È evidente che Hugo il mare l’ha visto solo da riva; è tra quelli presi di mira dai proverbi dei marinai inglesi: «The best pilot is ashore», oppure «praise the sea, but keep inland», ma il suo genio può farsi beffe di tutto e in primo luogo di quelli che si fanno beffe di lui. (…)

Paul Morand

 

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Joseph Mallord William Turner, “Venezia: un ponte, forse il Ponte Ca’di Dio, con il Palazzo Ducale e il Campanile di San Marco in lontananza”

 

Paul Morand (Parigi, 13 marzo 1888 – Parigi, 23 luglio 1976), diplomatico francese, è stato autore di saggi e racconti, commediografo, giornalista e poeta. È ritenuto uno dei padri dello stile moderno nella letteratura francese. Esordì con una serie di racconti e romanzi che si fecero notare per l’erudizione, la bellezza della prosa concisa e raffinata. Il 24 ottobre 1968 fu eletto all’Académie française, dopo aver subito l’ostracismo di François Mauriac e di Charles De Gaulle. Amico di Marcel Proust, lasciò ricordi di notevole valore sullo scrittore. Una parte dell’imponente corrispondenza con Jacques Chardonne è stata pubblicata nel 2013. Moltissime sue opere sono tradotte in italiano.

 

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Guglielmo Ciardi, Sant’Erasmo

 

Nota critica dedicata a “Biografie” di Francesco Palmieri, Terra d’ulivi Edizioni, 2019

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Non c’è due senza tre ed è per questo, forse, che dopo Studi lirici solo parole d’amore uscita per i tipi La Vita Felice e Fra improbabile cielo e terra certa edita da Terra d’ulivi Edizioni insieme a Il male nascosto, mi ritrovo a recensire Biografie, l’ultima silloge poetica di Francesco Palmieri sempre per i tipi dello stesso editore.

La raccolta contiene una sessantina di testi; la cifra stilistica è quella consueta.

Palmieri si configura una volta di più uno scrittore lirico-esistenziale; la sua poesia una lirica del desiderio. Il percorso del poeta è un viaggio senza via d’uscita, privo di “memoria della destinazione”, nella sua poesia domina il dolore, come condizione inevitabile e necessaria dell’uomo. Il poeta ricorda con nostalgia i bei momenti vissuti ed epicizzati nella descrizione nostalgica dell’alternarsi delle stagioni, invoca il cielo, sottopone al vaglio della ragione desideri e sentimenti. I temi dominanti vengono confermati: il disincanto, la vita, la morte, il dolore, la perdita, la gioia che ormai è divenuta fossile, morta in una pietra, il tempo, l’inarrestabile esaurirsi della condizione umana, soprattutto la certezza che non ci sia salvezza se persino dio fa piangere dio.

Perfino i nostri cari sono ricordati con rimpianto e con amarezza, se ne ricorda la crudeltà per il loro essersene andati in silenzio. Il momento spesso rappresentato è la sera, che coincide con la sera della vita, la stagione più ricorrente quella invernale o le atmosfere autunnali brumose, notturne e sepolcrali da Canti di Ossian, in cui il poeta si chiede in quale momento sia scesa la nebbia, sia giunto il tramonto fino al nero d’abisso in cui ognuno è nessuno.

La presenza del divino la si ritrova nel cuore dell’uomo, nella carne che sbaglia, non è sufficiente a consolare l’uomo. Quello che viene a mancare, ancora una volta, è il soccorso della fede mentre a soccorrere l’uomo è la poesia, unico segno tangibile del passaggio dell’uomo. Si scrive per sopravvivere, per evitare che la vita sia solo morte e letargo, perché scrivere è necessario come il respiro.

Il poeta attinge sempre al suo vissuto, fatto di esperienze, ricordi nostalgici, certezze, rimpianti. “Brama da lontano” perché l’avvicinamento comporta, da parte dell’oggetto del desiderio, l’acquisizione di peso e la perdita di penne e piume. Emerge ancora una volta l’idealizzazione della donna, la donna-angelo di stilnovistica memoria, mentre forse non si trattava di una creatura di stelle ma di una creatura terrena venuta dall’acqua / come i pesci e gli uccelli o di una Salomè che il poeta vestiva d’azzurro mentre lei desiderava avere solo una testa sul piatto.  

Per la poesia dei trovatori Alberto Varvaro aveva parlato di spazio lirico chiuso come condizione caratterizzante dell’ispirazione: anche qui, allo stesso modo il poeta soffre, si lamenta, invoca la fine delle sue pene d’amore ed esistenziali ma allo stesso tempo é legato al suo destino di sofferenza perchè in fondo lo percepisce positivo. Forse è il modo che gli resta per continuare a sentirsi vivo. Il poeta, pur viaggiando fra le pareti domestiche, fra il tavolo e la sedia / dal corridoio al letto, nonostante le persiane chiuse, sente e percepisce tutto il rumore e il dolore del mondo. La vita ci vorrebbe leoni aguzzi mentre noi non siamo corazzati, non siamo provvisti di scaglie, crine, penne e piume ma di pelle che si spacca / carne che si perde e più avanti carne esposta / di tremito e d’offesa. E in tutto questo siamo repliche, cloni, proviamo la pena di chi è polvere / e polvere tornerà.

Anche l’amore si è tramutato in pianto, perché nonostante si sia vivi, si è già condannati a morte, e mentre lo si pensa, affiora il tu di montaliana memoria, tu pensami a novembre / come si pensa ai morti / che un giorno sono andati / e mai più sono tornati.

Tra i vari testi c’è anche una toccante lettera alla propria figlia, a cui il poeta chiede di essere ricordato con leggerezza, depurando il ricordo da errori, colpe e dolori, affinchè non sia un peso da ricordare, che possa aggiungersi alla fatica del vivere.

Emerge di tanto in tanto qualche reminiscenza mutuata dalla tradizione cristiana, che è possibile cogliere in termini come passione, calice, tenebra/salvezza, trenta denari, barabba, croce, spine, chiodi, eden, mela morsicata, angeli guardiani, arcangeli, osanna, rosa purpurea, luce, liberaci dal male, amen, acquasantiere.

Dal punto di vista stilistico, data la volontà di rendere condivisibile e comprensibile la poesia, si giunge nuovamente alla contaminazione prosastica ma questo, a mio avviso, non è un limite, tutt’altro. Potrebbe essere letta come una mutazione espansiva dell’istanza lirica. La poesia lirica, del resto, deve essere comprensibile, destinata a qualcuno, la versificazione chiara ed evidente, perché deve cercare e quasi evocare il lettore. Un trobar leu dunque che si contrapponga al trobar clus, che racconti l’esperienza propria, del mondo, degli altri esseri umani, perché divenga comunicazione tangibile ed evidente. Riemerge di tanto in tanto l’eterno conflitto tra la percezione dei limiti della condizione umana e l’anelito d’infinito. Avvertire la vastità del tutto contribuisce a farci sentire ancora più fragili e soli mentre torna a riaffiorare l’intimo affanno. Nel conflitto tra società e individuo, nella dialettica irrisolta, permane il momento lirico, l’io del poeta esprime se stesso senza mai risultare retorico o rappresentativo.

 

Deborah Mega

*

 

C’è un dolore che non sei tu

e nemmeno l’acqua che scroscia sulle ringhiere

neanche il cielo smorto che tornerà sereno

neppure il nero degli ombrelli aperti

il bavero rialzato delle giacche

quest’aria che non è vento

ma furia nelle strade di gambe e di motori

 

c’è un dolore che sta dentro allo specchio,

una mattina a caso, un giorno in mezzo a tanti,

lo vedi sulla faccia, negli occhi più pesanti,

nel lungo di un pensiero che non si aspetta nulla.

 

*

 

E alla fine

può già bastare il poco

 

(ma quanto viaggio è stato,

quanto camminare e spingere,

quanti fuochi accesi

e le fiamme a incenerirsi,

quante preghiere e rose

il chiedere credendoci

che qualcuno avrebbe dato

e poi pure il bussare ancora

che qualcuno avrebbe aperto,

quanti imbocchi in strade

col fondo senz’ uscita

per capirla infine

che qui non c’è un’uscita)

 

ora ci prova l’angelo

a visitarmi ancora

ma è solo un passaggio d’aria

lo sbuffo di corrente

da una finestra all’altra

 

resta mollica ed acqua

appena un respiro lento

di chi non ha più un posto

dove vorrebbe andare.

*

 

Me ne sto nella sera

ed è solo un dettaglio

che sia sera di brume

di viali sperduti

in una foto d’ottobre

 

(e mi chiedo

quand’è scesa la nebbia,

quando è stato il momento

che si è fatto tramonto,

come accade che a un tratto

si comincia a morire)

 

potrei ora chiamare

angeli e mare,

la lingua aliena di veggenti e sciamani,

potrei dire d’impennate di vento

in un’aria che sale

a suonare le stelle

(e quanta musica eterna

nell’oltre d’ogni confine).

 

ma me ne sto nella sera

a parlare a qualcosa

che non so se sia dio

o quel nero d’abisso

dove ognuno è nessuno.

 

*

 

(a una mia amica per un lutto che il tempo non ha medicato)

 

Tu non la sai

la crudeltà dei morti

 

quel loro andarsene zitti

e noi senza più parole

senza più appuntamenti da dare

nessun giorno dopo

 

noi

che possiamo solo chiamarli

che sappiamo i nomi ad uno ad uno

che guardiamo fotografie

 

e niente

nessuno risponde

non una parola

una voce

un rumore

 

noi

i vivi

a sopportare la morte.

*

 

Non è volo

l’apertura d’ali

di un uccello impagliato

 

è la secca memoria

di un cielo che è stato.

 

*

 

Si stava alla finestra

tra il giallo delle rose

e il sole acceso in cielo

il canto di cicale

e il sonno di pinete,

 

era il turgido del seno

il tempo che fa febbre tutta la carne

e nelle gambe il fiato

di chi sa solo andare avanti

 

(la morte non era prevista

nemmeno si pensava

che i ragazzi invecchiano

che anche gli anni passano

e all’improvviso è l’ora

che più non sei immortale)

 

si sta alla finestra

fra una stagione e l’altra

a volte piove forte

o troppo caldo è il sole

 

e quando guardi fuori

al folto dei cespugli

alla superba rosa

che sta sui tacchi a spillo

 

lo sai che sotto al cielo

è lì tutto il miracolo.

 

 

Francesco Palmieri, testi tratti da Biografie, Terra d’ulivi Edizioni, 2019

 

 

 

uNa PoESia A cAsO: Eugenio Montale

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Eugenio Montale, da Satura

Botta e risposta III

I

“Ho riveduto il tetro dormitorio
dove ti rifugiasti quando l’Almanacco
di Gotha straripò dalle soffitte
del King George e fu impietoso al povero
malnato. Già la pentola bolliva
e a stento bolle ancora mentre scrivo.
Mi resta il clavicembalo arrivato
nuovo di zecca. Ha un suono dolce e quasi
attutisce (per poco) il borbottio
di quel bollore. Meglio non rispondermi”.

(lettera da Kifissia)

rinvio a questo link per la lettura del seguito e la contestualizzazione del testo

Alessandro Quattrone: “La gentilezza dell’acero”, Passigli Editore, 2018/ Prefazione di Giancarlo Pontiggia/ Tre poesie con tre immagini e un esergo.

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Tra gli alberi, nei “chiari del bosco” c’è un dialogo fluente ora silenzioso, ora mormorante: abbraccia e celebra l’invisibile celato nella liturgia della creatura, degli elementi, delle cose, del tempo, del «… perpetuo alternarsi / di pienezza e dissolvenza…»

Adriana Gloria Marigo

 

 

Non si può che ammirare

la gentilezza dell’acero,

dell’albero che medita sospeso

al cielo adorando i fili d’erba,

e quando l’ora è più spietata

abbellisce della propria morte

il mondo, sapendo che il silenzio

è una virtù finale, che però

sopravvive nel mezzo del clamore.

 

da Osservazioni e sguardi             

 

 

Per quanto lo spettacolo del vento

che solleva da terra le foglie

sia necessario a chi contempla in estasi

dalla finestra chiusa,

per quanto lo scempio dei rami

sia senza dolore né rimpianto,

non è facile accettare che esista

una forza che non lascia scampo,

o un’illusione che non sa morire.

 

da L’amuleto smarrito   

               

 

La luce incanta e inganna in questo autunno

acceso, troppo acceso, che abbaglia

il sonno delicato degli arbusti.

Lasciamo siano i boschi a celebrare

gli entusiasmi, il fervore, i desideri.

Non ci sono insidie. Il mondo è in pausa

 

da Annunci o auguri                                     

 

*

 

Biobibliografia

 

Nato a Reggio Calabria nel 1958, Alessandro Quattrone vive  e insegna a Como. Ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Interrogare la pioggia, Lacaita, 1984 (finalista al premio Viareggio – Opera prima); Passeggiate e inseguimenti, Book, 1993 – Premio Internazionale E. Montale; Rifugi provvisori, Book, 1996 – Premio speciale Rhegium Julii; Prove di lontananza, Book, 2013 – Premio Caput Gauri; L’ombra di chi passa, Puntoacapo, 2015. Ha tradotto diversi volumi di classici della poesia per le edizioni Demetra. Tra le altre sue pubblicazioni, ricordiamo il romanzo Ai bordi del diluvio, Moretti e Vitali, 2002 e, per il teatro, A me non sembra di dover morire e altri dialoghi teatrali, Puntoacapo, 2018.

 

Fotografie da Pinterest

Una brezza mediterranea tra poeti italiani e turchi /A Mediterranean Breeze among Italian and Turkish Poets / Türk ve İtalyan Şairlerin Akdeniz Esintisi

Il volume, pubblicato nel maggio 2020 dalle Edizioni Il Cuscino di Stelle, è stato curato e tradotto da Claudia Piccinno e da Mesut Şenol e raccoglie testi di autori italiani e turchi: Annamaria Pecoraro, Bruna Cicala, Carmen Moscariello, Claudia Piccinno, Deniz Ayfer Tüzün, Deniz İnan, Dilek İşcen Akişik, Domenico Pisana, Elisabetta Bagli, Emanuele Aloisi, Emel İrtem, Emel Koşar, Enzo Bacca, Ester Cecere, Funda Aytüre, Gianpaolo Mastropasqua, Hilal Karahan, Kalgayhan Dönmez, Mesut Şenol, Nazario Pardini, Nuray Gök Aksamaz, Osman Öztürk, Sabahat Şahin, Valentina Meloni, Michela Zanarella, Volkan Hacioglu.

PREFAZIONE

A Mediterranean Breeze among Italian and Turkish Poets si configura come un’opera complessa e densa di contenuti, che ha visto la collaborazione, la ricerca, la traduzione da parte di più persone di nazionalità diversa, riflesso di una comunità plurima e dialogante. Nonostante sia un’europeista convinta, l’Europa attuale intesa come organismo sovranazionale, negli ultimi tempi, ha dimostrato di essere dominata da meccanismi finanziari e logiche di mercato che poco hanno a che vedere con i valori democratici e comunitari che ispirarono i Padri fondatori. Andrebbero invece valorizzate le legittime differenze e i patrimoni culturali di cui ciascuna nazione è depositaria. Il lavoro dei curatori Mesut Şenol e Claudia Piccinno risale a un progetto di diversi anni fa, quello di realizzare un’antologia trilingue che, attraverso l’inglese, utilizzato come lingua veicolare, sancisse il passaggio di testi poetici dalla lingua italiana alla lingua turca e viceversa, in una reciproca ottica di scambio, incrocio e collaborazione. L’iniziativa editoriale, originale e ambiziosa, è stata accolta dall’Associazione Culturale “Il Cuscino di Stelle” e ha previsto la selezione di tredici poeti e poetesse italiani e altrettanti poeti e poetesse turchi. Ventisei modi di declinare alfabeti, culture, esperienze, modi di intendere la poesia, sensibilità.

Ciascun testo è presentato in lingua originale, seguito dalla traduzione in inglese e infine da quella d’autore in lingua italiana o turca. I testi antologizzati, per un totale di trentasette, sono frutto del genio creativo di autori celebri, universalmente riconosciuti e di altri ugualmente validi che meritano di essere letti e apprezzati.

Le tematiche affrontate nell’antologia sono diverse: vi sono trattati, infatti, grandi temi come il desiderio di pace e di libertà, l’impegno civile, motivi classici come l’amore, le illusioni consolatrici, l’assenza, il ricordo, la nostalgia, il topos dei cicli stagionali, l’immedesimazione con gli elementi della natura in una sorta di nuovo panismo, il recupero di elementi mitologici, per dimostrare che tutti i poeti, indipendentemente dalla nazionalità di appartenenza, condividono archetipi, simbologie, metafore. Come affermava Erich Auerbach nella Philologie der Weltliteratur, a proposito dell’universalità della letteratura “Dobbiamo tornare in circostanze diverse, a ciò che già possedeva la cultura medioevale prima della formazione delle nazioni: al riconoscimento che il pensiero non ha nazionalità.” Va a questo punto ribadita, una volta di più, l’importanza e il rigore delle traduzioni, che non devono annientare le specificità di ciascuna lingua in modo tale da garantire il trasferimento di quello scrigno di segreti linguistici, tesoro di ogni lingua nazionale e fonte di arricchimento reciproco e di curiosità per le differenze. Ne deriva un clima interculturale che abbatte le barriere linguistiche e, aprendo nuovi orizzonti, crea visioni transnazionali, veri e propri ponti tra comunità solidali e dialoganti.

Deborah Mega

PREFACE

A Mediterranean Breeze among Italian and Turkish Poets is the exit of a complex and dense work of content, which has seen the collaboration, the research, and the translation of poets of different nationalities, a reflection of a plural and dialoguing community.
Despite being a convinced Europeanist, current Europe as a supranational body, in recent times, has proven to be dominated by financial and market logic mechanisms that have little to do with the democratic and community values that inspired the Founding
Fathers. Instead, the legitimate differences and cultural heritages of which each nation is the custodian should be valued.
The work of the curators Mesut Şenol and Claudia Piccinno dates back to a project of several years ago, the one of creating a trilingual anthology which, through English, used as a vehicular language, sanctioned the passage of poetic texts from the Italian language into the Turkish language and viceversa, in a mutual perspective of exchange, crossing and collaboration. The original and ambitious editorial initiative was accepted by the “Il Cuscino di Stelle” Cultural Association and involved the selection of thirteen Italian poets and thirteen Turkish poets. Twenty-six ways of alphabets, cultures, experiences, ways of understanding poetry, sensitivity.
Each text is presented in the original language, even though print order is first the Italian language followed by the English translation, and finally in Turkish language. The anthologized texts, for a total of thirty-seven, are the result of the creative genius of famous, universally recognized and other equally valid authors who deserve to be read and appreciated. The themes dealt with in the anthology are different: in fact, major themes such as the desire for peace and freedom, civil commitment, classic reasons including love, consoling illusions, absence, recollection, nostalgia, the topos of the seasonal cycles, the identification with the elements of nature in a sort of new panism, the recovery of mythological elements, seem to demonstrate that all poets, regardless of their nationality, share archetypes, symbols, and metaphors, have many things in common. As Erich Auerbach stated in the Philologie der Weltliteratur, regarding the universality of literature “We must return in different circumstances, to what medieval culture already possessed before the formation of nations: to the recognition that thought has no nationality.”
At this point, once again, the importance and rigor of translations must be reiterated, which must not destroy the specific features of each language in such a way as to guarantee the transfer of that casket of linguistic secrets, treasure of each national language and source of mutual enrichment and curiosity for differences. The result is an intercultural climate that breaks down language barriers and, opening new horizons, creating transnational visions, real bridges between solidarity and dialoguing communities.

Deborah Mega

ÖNSÖZ

Türk ve İtalyan şairlerin arasındaki Bir Akdeniz Esintisi, farklı uluslardan şairlerin işbirliği, araştırması ve çeviri ile oluşan karmaşık ve yoğun bir içerik çalışmasının sonucu, çoğulcu ve diyalog kuran bir topluluğun bir yansımasıdır.
İnanmış bir Avrupacı olmama karşın, uluslarüstü yapısıyla mevut Avrupa son yıllarda, Kurucu Babalara esin olan demokratik ve toplum değerleriyle pek ilgisi olmayan finansal ve piyasa mantığıyla çalışan mekanizmalar tarafından yönlendirildiğini kanıtlamıştır. Bu tablo yerine, her ülkenin koruyucusu olduğu meşru farkların ve kültürel mirasın değerli bulunması gereklidir.
Küratörler Mesut Şenol ve Claudia Piccinno’nun çalışmaları, birkaç yıl öncesine ait bir projeye dayanmaktadır. Bu projede, aracı dil olarak İngilizce kullanılarak üç dilde bir antolojinin, ortak bir değişim perspektifi, geçiş ve işbirliği içinde İtalyancadan Türkçeye, Türkçeden İtalyancaya şiirsel metinleri sunması öngörülmüştür. Bu orijinal ve iddialı editörlük girişimi, “Il Cuscino di Stelle” Kültür Derneği tarafından kabul edilmiş ve on üç İtalyan ve on üç Tük şairin eserlerinin seçiminin yapılması kararlaştırılmıştır. Alfabelerin, kültürlerin, deneyimlerin, şiir anlayışının ve duyarlılığın 26 farklı yöntemi.
Her bir metin kendi orijinal dilinde sunulmuştur. Sıralamada önce İtalyanca, sonra onun İngilizce çevirisi ve sonunda Türkçe yer almıştır. Antolojiye giren toplam otuz yedi şiir, ünlü, yaygın olarak tanınan ve benzer biçimde birer değer olan, okunmayı ve takdir edilmeyi hak eden şairlerin yeteneklerini, yaratıcılıklarını yansıtmaktadır.
Antolojide işlenen konular farklıdır: aslında, barış ve özgürlük arzusu, topluma hizmet ile aşk, yanılsamaların avuntusu, ayrılık, anımsama, nostalji, mevsim dönümleri konuları, yeni bir panizm türündeki unsurlarla özdeşleşme, mitolojik unsurların yeniden ortaya konması gibi klasik temalar, milliyetleri, ortak modelleri, sembolleri ve metaforları ne olursa olsun, ortak birçok yönlerinin olduğunu göstermektedir. Erich Auerbach’ın Philologie der Weltliteratur adlı eserinde belirttiği gibi, edebiyatın evrenselliği konusundaki ifadesinde işaret edildiği üzere, “Ulusların oluşmasından önce ortaçağ kültürünün sahip olduğu şeye – düşüncenin bir milliyetinin olmadığının kabulüne –, farklı koşullarda geri dönmek zorundayız.”
Bu noktada tekrar belirtmek gerekirse, çevirilerin önemini ve titizliğini yeniden belirtilmek zorundayız. Çeviriler her bir dilin kendi özgün özelliklerine zarar vermemek, dilsel incelikleri ve her bir ulusal dilin hazinesini, farklılıklarda karşılıklı zenginleştirme ve merak kaynağı olma özelliklerini diğer dile geçirmeyi başarmak zorundadır. Ortaya çıkan sonuç, dil engellerini yıkan, yeni ufuklar açan, ulusaşırı vizyonların, topluluklar arasındaki dayanışma ve diyalogda yeni köprüler kuran kültürler arası bir iklimin yaratılması olmuştur.

Deborah Mega

I curatori

CLAUDIA PICCINNO

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Direttrice per l’Europa del WFP (World Festival Poetry, continental director for Europe) e ambasciatrice in Italia per Ist Sanat Art, opera per promuovere la poesia basata sul rispetto e la valorizzazione delle diversità, che previene ogni tipo di pregiudizio, tra cui quelli di genere.

She is the official WFP (World Festival Poetry, continental director for Europe), Ist Sanat Art ambassador for Istanbul culture in Italy; she works to promote poetry based on respect and appreciation of differences, she fights to prevent any sort of prejudices.

Claudia Piccinno, WFP (World Festival Poetry, continental director for Europe) Avrupa Kıtası Direktörü, Ist-Art İstanbul’un İtalya’daki Kültür Elçisidir.
Saygı ve farklılıklara anlayış gösterilmesi temelinde şiirin desteklenmesi için çalışmakta, cinsiyet önyargılarının önlenmesi için mücadele etmektedir.

 

MESUT ŞENOL

Cattura2

 

Poeta, scrittore, traduttore, editore, giornalista e accademico. Organizzatore di eventi culturali-artistici-letterari, Mesut Şenol ha pubblicato ormai 9 raccolte di poesie ed è membro di alcune organizzazioni internazionali di letteratura e traduzione.
Le sue poesie sono state tradotte in varie lingue, premiate e pubblicate in antologie.

Poet, writer, translator, editor, journalist, and academician. Being an organizer of cultural-artistic-literary events, Mesut Şenol published 9 poetry collections by now, and he is a member of some organizations of international literature and translators. His poems have been translated into various languages, awarded and appeared in anthologies.

Şair, yazar, çevirmen, editör, gazeteci, akademisyen. Kültürsanat-edebiyat etkinlikleri düzenleyicisi. 9 şiir kitabı yayımlanan Mesut Şenol bazı uluslararası edebiyat ve çevirmenler kuruluşlarının üyesi. Şiirleri çeşitli dillere çevrildi, ödüllendirildi ve antolojilerde yayımlandı.

*

Di seguito un testo di una delle autrici dell’antologia con l’augurio che possa presto riprendere a scrivere e a recensire poesia.

BRUNA CICALA

Cattura3

 

     Presagi

Presagio di tempesta

sul lungomare scuro

Nettuno rumoreggia:

credeva di trovare l’infinito

nei giorni avari di Venere e di sale.

S’alza, s’impenna, esplode

cavalca ogni onda su note discordanti,

è folle la sua danza

a inseguir saetta.

L’amore insano brucia,

si perde nei fondali

degli occhi suoi distratti,

rapiti da un baleno

di effimera bellezza.

Omens

Storm omen

on the dark waterfront

Neptune roars:

believed to find infinity

on the stingy days of Venus and salt.

It rises, rears, explodes

rides every wave on discordant notes,

his dance is insane

chasing lightning.

Insane love burns,

it gets lost in the seabed

of his distracted eyes,

kidnapped by a flash

of ephemeral beauty.

İşaretler

Karanlık su kenarında

fırtına işareti

Neptün kükrüyor:

Venüs’ün eli sıkı gününde ve tuzda

sonsuzluğu bulduğuna inandı.

Yükseliyor, şahlanıyor, patlıyor

Akortsuz notalarda her dalgaya biniyor,

dans edişi çılgın

şimşeğin peşinde.

Çılgın aşk yakar,

onun şaşkına dönmüş gözlerindeki

deniz yatağında kaybolur,

çok kısa ömürlü güzelliğin

kısa bir anında kaçırılır.

Prisma lirico 33: Rainer Maria Rilke – Carel Willink – Léon Spilliaert – Ernest Biéler

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Carel Willink

Rainer Maria Rilke nel Prisma lirico di oggi, con Caren Willink, Leon Spilliaert e Ernest Biéler: l’eterno, l’attualità, la storia

Le foglie cadono, cadono lontano
quasi giardini remoti sfiorissero nei cieli;
con un gesto che nega cadono le foglie.

E ogni notte pesante cade la terra
dagli astri nella solitudine.

Tutti cadiamo. Cade questa mano
e così ogni altra mano che tu vedi.

Ma tutte queste cose che cadono, Qualcuno
con dolcezza infinita le tiene nella mano.

Léon Spilliaert

Poesia di Rainer Maria Rilke , Le foglie cadono, 1902, da Il Libro delle immagini

Opere

Carel Willink, Paesaggio con statua rovesciata, 1942

Léon Spilliaert, Giovane ragazza sulla corda, 1911

Ernest Biéler, Foglie morte (dettaglio), 1899

 

Ernest Biéler

Francesco Zevio: Suite dei mondi, Robin Edizioni, 2019. Prefazione di Silvio Raffo: Il mosto puro. Nota critica di Adriana Gloria Marigo.

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All’inizio dell’autunno 2019 il poeta Silvio Raffo mi fece notare che tra i libri di poesia pubblicati ve n’era uno che portava i tratti indiscutibili di quel carattere di Bellezza che si rintraccia non solo in poesia, ma in altro sapere: si tratta della Bellezza che risponde alla cifra della cultura, dell’Armonia, dell’equilibrio, delle forma, della proporzione, del valore etico e, nel caso della poesia, della misura  alta di versificazione, poiché sottesa e ordita è la qualità ontologica, l’adesione appassionata o totalizzante al pensiero immaginale che consente al dettato del “porto sepolto” la scrittura intensamente incisiva sia negli elementi formali che contenutistici. Non dovetti chiedere di poter leggere Suite dei mondi poiché il poeta di Varese, nell’entusiasmo tipico di quando si trova nell’orizzonte del Bello, mi offrì il libretto dalla copertina commotiva in cui non è difficile percepire l’alleanza tra immanenza e trascendenza: lo sposalizio di titolo e immagine, le parole che si coniugano con le figure e i colori inviano messaggi a livello di intuizione, di immaginazione attiva, così che sorge una sorta di impressiva visione di quanto e quale sarà il contenuto.

L’incipit della prefazione di Silvio Raffo «Sa quasi di miracolo…» è una dichiarazione vera e sacra in quanto Suite dei mondi ci porta al cospetto di una scrittura intramata di rimandi colti, che segue la strada maestra della parola che non piega ad alcuno spleen, ma anzi continua a munirsi di fuoco prometeico e ali provviste di forti remiganti per alzarsi nello spazio del simbolo, della metafora e, in vibrante misura, della rêverie, come in «Nel cielo che più nero/ dell’anima si stende,/ la luna non si vede – né risplende/ su di un futuro in cui non spero.» di Borghetto, poesia tutta percorsa dalla “brillanza luminosa” della fantasticheria. V’è nell’opera di Francesco Zevio posto per la venerazione, o meglio: i testi officiano la restituzione grata dei doni ricevuti (mondi fisici dei luoghi, e metafisici delle presenze aleggianti e misteriose, prossimità che collegano il visibile all’invisibile), il riconoscimento dei forti legami con i padri di pensiero e d’anima senza i quali l’identità autoriale potrebbe risultare diversa, consistere in altra misura: l’Autore ammette che in ogni poeta si celano una o più appartenenze non solo specifiche, relative alla parola della poesia, ma attinenti anche ad altre conoscenze, esprimendo in tal modo che le ascendenze, la disposizione personale ai temi confluiti nei testi, l’afflato con certi autori – compresi i compositori di cui Francesco Zevio dà ragione nel nome ineludibile di Bach della Cello Suite No. 2 in re minore BWV 1008 – discendono sì dalla sensibilità fine, ma si perfezionano mediante la cognizione che individuum est ineffabile: Suite dei mondi dimostra ampiamente che l’Autore realizza la propria ineffabilità mediante modi poetici personalissimi e di cui ha indubbia consapevolezza.

Tutto il corpo di Suite dei mondi – organizzato nelle sezioni Altrove, Suite mediterranea, Idilli e asfalto, Latium, Appendice . Frater Philippus – è percorso da una caleidoscopica immaginazione creativa che lascia il lettore ammirato al dettato del contenuto retto dalla forma che, vigilata da Armonia – come in Aliquis Nympha dove «Nostri gli armonici dell’alba, e nostro/ il tenero morire del meriggio/ alla sua sera», testimonia la strada di una poesia sopraelevata rispetto al canone in uso.

Sorprende, felicemente, in un giovane poeta la chiara consapevolezza del “comporre”, che le Note a piè di pagina di ogni testo esprimono: il talento innato dai bagliori luminescenti è sostenuto dall’affezione per lo studio, per la verità dei classici cui il poeta Zevio rivolge rispetto quale accoglienza e restituzione, poiché in essi egli ravvede la regalità delle matrici che Poesia include nel suo costante essere in fieri, nel concepire che «… miti insepolti/ torneranno a bussare/ alle porte del mondo.»

 

Adriana Gloria Marigo

 

PROVINCIA

 

Fioriscono le rose

dell’elettricità –

dal ferro delle notti

afose di città.

 

Percorro inconsolabile

prati d’asfalto nero –

al corso iroso, instabile

di un unico pensiero.

 

Pensiero dominante

tiranno del mio cuore…

nell’effluvio scostante

d’asfalto, delle spore

 

più in là di gimnosperma

che profumano i giardini

commisti a odore d’erba

rugiada e gelsomini,

 

la Luna non si vede.

La Notte non ha voce.

Trascorre, inconsolato

il fiume alla sua foce.

 

 

BORGHETTO

                                                         Rausche, Fluß, das Tal entlang…

 J. W. Goethe

 

Notte aulente di Giugno –

dal tiglio che ti piange

sino all’acqua, che in accordi si frange

d’inenarrabile notturno.

 

Ti vorrei, silenziosa

per me sola – tra le paghe

cetonie addormentate, e nelle vaghe

stelle dell’Orsa luminosa.

 

Un vento soffia lieve

su foglie lanceolate –

sospira l’alfabeto dell’estate

dolce, che giungerà a breve.

 

Partire… in queste notti

andarsene lontano.

Laggiù è la vera vita, forse il vano

sogno di spiriti incorrotti.

 

Nel cielo che più nero

dell’anima si stende,

la luna non si vede – né risplende

su di un futuro in cui non spero.

 

 

ALIQUIS NYMPHA

 

Nostri gli armonici dell’alba, e nostro

il tenero morire del meriggio

alla sua sera.

 

Nostro l’amore madido dei prati,

dei botton d’oro e i pisacàni a macchia

tra l’erba scura.

 

Non pronunciare il mio nome, se tu

vorrai serbare di me, del ricordo

la vita più vera – tu chiudi gli occhi

e baciami ancora.

 

da Idilli e asfalto

 

III

Tornano a suonare le campane della sera,

come ad annunciare, ancora

la tua morte – non restano che ceneri

ai miei piedi, che un vento da Est aveva disperse,

insepolte… mentre i soliti balocchi

dai colori artificiali

sfrecciano a intervalli più serrati,

fiondati in aria da ambulanti indiani…

e nella piazza che il freddo, a poco a poco

fa tacere, resta ancora leggibile:

                                                                  “A Bruno, il secolo

                                                                   da lui divinato…”

e del tuo simulacro

severo di dolore e di coraggio,

lo sguardo, il volto nascosto tra l’ombre

rimane incomprensibile.

 

da Appendice, Frater Philippus

 

 

Biobibliografia

 

Francesco Zevio è nato a Valeggio sul Mincio, in provincia di Verona, nel 1992. Ha studiato a Padova (lettere moderne) e a Roma (Accademia Vivarium Novum), in Francia (Aix-Marseille Université) e in Germania (Universität Augsburg). Ha pubblicato la raccolta di versi Suite dei mondi (Robin Edizioni, 2019) e il libro Latino in cinque minuti (Gribaudo, 2019). Con il pianista e compositore Jozef F. Pjetri ha dato vita a Cultura in Atto, associazione culturale con sede a Padova [https://www.culturainatto.com/]. È inoltre cofondatore della compagnia di poesia, pantomima e musica Mime en Mi Mineur, attiva in tutta Europa [https://mimeenmimineur.webnode.com/]. Oltre che con Cultura in Atto, ha esordito con Ritorno a Capo, collabora con la rivista Pangea, con Parentesi storiche e con il giornale online Ilsoleitaliano di Monaco di Baviera. Cerca di vivere secondo l’omerico «di molti uomini vide le città e conobbe le menti»; trova che tutto sia magnificamente riassunto ed espresso nell’epitaffio che Stendhal immaginò per sé stesso, recitante: «visse, amò, scrisse.»

 

 

 

Nota critica dedicata a “Tutto è uno” di Sergio Sichenze, Terra d’ulivi Edizioni, 2020

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“Tutto è uno” di Sergio Sichenze, edita per i tipi Terra d’ulivi nel gennaio 2020, nella collana di poesia Quindici per Quindici, comprende una trentina di componimenti puri, essenziali, espressi attraverso scarne ma suggestive parole di intensa efficacia simbolica e allusiva. L’epigrafe iniziale di Rainer Maria Rilke è tratta da Dir zur Feier del 1897: anche in quest’opera, ad una prima lettura, la prospettiva dell’autore sembrerebbe essere introspettiva e soggettiva. Fin dai primi versi la forma espressiva appare condensata ed enigmatica, tanto da far pensare ad una scrittura aforistica e ad uno stile solenne. Le risonanze contenutistiche però hanno senso solo se collocate in un testo continuo, a formare un canto coeso che abbia come oggetto il divenire incessante delle cose. La scrittura si collega a modelli di comunicazione come la sentenza morale, l’oracolo, appare dunque enigmatica, simile e aderente alla forma in cui la natura si manifesta. Occorre infatti riuscire a interpretare e a decrittare le indicazioni di natura forniteci dai sensi per cogliere il principio di armonia che è sottoposto alla trasformazione incessante della realtà fenomenica. I concetti fin qui esposti rimandano alle speculazioni del filosofo Eraclito secondo il quale “tutto scorre” (pànta rhéi). La Natura è allegorizzata, enfatizzata, ricorda la misteriosa foresta di simboli di baudelairiana memoria in cui scompaiono i limiti tra realtà e sogno e la separazione tra esperienza etica ed esperienza estetica o anche lo spazio interno del mondo, il Weltinnenraum di cui parlava Rilke. In Tutto è uno l’osservazione attenta della natura ha attivato un silenzioso percorso di conoscenza della propria realtà interiore, di introspezione che, risuonando dal fondo, si è aperto alla percezione sensoriale di cose, eventi, fenomeni e ramificandosi, è venuto allo scoperto come magma incandescente rivelando tempi e luoghi fortemente evocativi perché colorandosi delle nostre esperienze, acquisiscono senso ed esprimono un significato diverso per ciascuno di noi. Ogni parola, ogni verso conduce al successivo in modo inevitabile e coerente come passi su un sentiero nonostante tutto questo emerga solo dopo una lettura più accurata ed approfondita. La sintassi è semplificata, la punteggiatura ridotta al necessario, l’aggettivazione, frequentemente usata nei titoli (Rosa mistica, Verginale incanto, Incandescente dimora, Giovane folgore, Fortissimo grido, Antica pietra e l’elenco potrebbe continuare), è fluida e suggestiva. Dal punto di vista lessicale ho colto alcune forzature linguistiche dovute ad accostamenti arditi, a neologismi, a frasi nominali, a verbi intransitivi usati transitivamente.

Lo sguardo di Sichenze però si conferma terrestre. Coglie l’universo come un tutto riunificato e ricomposto: chi è in grado di contemplare in questo modo supera la frammentazione della realtà, la interiorizza acquisendo echi e richiami della natura  e si immerge nelle cose terrestri con sentimento panico e con mani plasmatrici, ricche di energia e di calore umano e vitale. In una visione di questo tipo crollano le pareti tra Dentro e Fuori, tra Vita e Morte, tra tempo passato, presente e futuro. Il processo circolare di ritorno alle origini si è compiuto, non a caso l’ultimo testo della raccolta si intitola Origine.  La morte stessa diviene premessa di ogni vita e della metamorfosi del divenire mentre avviene il ricongiungimento al mistero dell’esistenza.

Deborah Mega

*

Rosa mistica

 

Rosa

mistica tra le pieghe

di settembre l’ora

tradisce.

 

Sole

nel viola la notte

inganna: occhi nella bufera

guazzano.

 

Nera

stagione della pupilla

albeggia.

 

Respiro: le tue spalle

copro.

 

La scintilla

del frumento rinuncia

ricaccia.

 

Mare

dai grandi occhi

nella parabola del cielo

sconfina.

 

Ho appreso la riproduzione

dell’inatteso.

 

A Lecce

 

Sonno

ti sopravanza: sulla terra

tra due mari

dormi.

 

Nero fermo

del cielo ricolora. S’inazzurra

il fianco lunare.

 

S’assottiglia

l’aria: giovane

tempo folgora.

 

Tanto

Sfoggio la nostra

accumulata cecità

abbaglia.

 

Il tuo

respiro è un profilo

che ci ricalca.

 

Pensai questo tempo

d’avvenire.

 

Luce di neve

cadde.

 

 

Origine

 

Dio

è dentro l’Uomo

dicevano: vivere

è intimo corpo

che s’offre.

 

Fulmineo

scatto tra due vuoti: dubbio

da sventare.

 

Non dimenticare: il deserto

è ciò che ti farà

bere.

 

Incenso esistenza

cura.

 

Alcuna legge ha luogo in sé.

 

Essere noi, adesso,

è origine.

 

 

Testi tratti da Tutto è uno di Sergio Sichenze, Terra d’ulivi Edizioni, 2020