Intervista a Martino Panico: Un minuto in più

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Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Martino Panico, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Un minuto in più, edito da Ciesse Padova

1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Sono fortunato: ho sempre scritto e quasi sempre è stato un piacere. Dai momenti del liceo, fino alla professione e, poi, come uomo pubblico. Anche se, confesso, solo ora scrivo in totale libertà.

2. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Ho fatto il classico e il nostro professore, prete allora e ancor oggi, attraverso la Divina Commedia e I Promessi Sposi ci spiegava la società, i rapporti di classe, la violenza del potere assoluto e le angherie subite dai deboli. Quindi ci siamo innamorati dei classici e con quei parametri ho affrontato il mare aperto della letteratura internazionale. Che dico, mare ?!? Oceano vastissimo che ancor oggi per me ha uno scoglio che emerge sopra gli altri: Ernest Hemingway.

3. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Tutto si mischia, perché è giusto così. Noi siamo, insieme a ciò che pensiamo, il prodotto della nostra esperienza di vita, che prevede l’esistenza di luoghi, persone, affetti. Quanto entrano nell’opera ? Tanto. Oserei dire che essi stessi sono l’opera.

4. Ci parli della tua pubblicazione?

Volentieri. Il libro si chiama: Un minuto in più e si compone di 66 racconti e hanno alcune peculiari caratteristiche. La prima che i racconti stanno in piedi da soli, nel senso che hanno un inizio ed una fine compiuta. Questo aiuta molto nella lettura, consentendo di fermarsi per qualche momento, oppure continuare. Il secondo elemento è che, naturalmente, i racconti sono tutti legati. C’è un filo che li unisce dall’inizio alla fine. E questo anche in presenza di uno spazio temporale molto vasto: dal 1925 al 1974. Terza questione: tutti i racconti, tranne l’ultimo, fanno riferimento a vicende realmente accadute. Ci sono ovviamente indispensabili sintesi narrative, ma nessuna storia è inventata. Molti racconti sono legati a fatti bellici ed alle sofferenze della prigionia ed alla vita nei campi di concentramento nazisti, da parte dei militari italiani deportati dopo l’otto settembre 1943.

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Intanto questa organizzazione in racconti è molto accattivante e richiama l’attenzione dei più giovani, poi il dramma dei militari italiani deportati nei campi di concentramento nazisti è storia poco conosciuta ancora oggi. Parliamo di un pezzo di popolo, di poco inferiore alle 700.000 persone.

6. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

È stato un modo per metabolizzare un personale cambio di vita. Lo scrivere è terapeutico.

7. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Ahahah !!! Ognuno ha il suo modus ispirandi: scrivo in qualsiasi momento del giorno o della notte. Scrivo con l’uso di una applicazione dello smartphone e poi ci torno sopra, dopo qualche ora o dopo qualche giorno e alla fine il lavoro è migliore.

8. La copertina. Chi, come, quando e perché?

La copertina è opera di un ragazzo di 25 anni, che stimo molto e che ha fatto un piccolo capolavoro. È la sintesi di un racconto centrale nel libro, dedicato alla genialità italiana.

9. Come hai trovato un editore?

Attraverso una amica straordinaria, una delle più grandi esperte nel campo del sistema nazista della deportazione e dello sterminio. Poi certamente Carlo Santi, l’editore ha colto le potenzialità dell’opera.

10. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

A tutti. Soprattutto agli adolescenti.

11. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Ho fatto numerose presentazioni in Italia e una perfino a Bruxelles, chez Filigranes la più grande libreria fisica d’Europa. Poi c’è il tam tam dei social.

12. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Questo ! Siamo nel gennaio 1951 e in famiglia c’era molta animazione: “In verità non era per niente convinto neanche lui, aveva altri programmi in testa, il primo quello di fare il direttore didattico, abilitazione che aveva preso anch’essa con il massimo dei voti. Poi c’era mamma. Eh si mamma. Un moderno rapporto alla pari. “Che dici?! Pensane n’altra. Peppe, non voio discute. Sono contraria e basta. Ma Pe’, c’hai na famiglia, Egeo è piccolo, i tuoi s’invecchiano. E po è na bega. È na bega e basta. Na bega che n’finisce più. L’so come sei fatto, te conosco mascherina. Uh, come te conosco. Te fa quello che voi, ma io so contraria forte. Guarda m’hai fatto veni la tremarella”. “Natà, calmate. E mica m’hanno detto che so n deficiente, me propongono da Sindaco! Intanto è un apprezzamento”. “I apprezzamenti se li tenessero per loro, che io n’so che farce. Te sei mi marito e me devi da retta. Po basta! N’ne parlamo più”. Mamma l’aveva presa proprio male. Immaginava, avendo qualche ragione, che babbo con il suo carattere, avrebbe dedicato molto tempo al Comune e molto meno alla famiglia. E questa consapevolezza la faceva soffrire. “Ma come, t’ho aspettato sei anni, capito sei anni! Evo quindici anni quando ce semo innamorati e ce semo sposati sei anni dopo e adesso m’arvoi fuggì via n’altra volta? E no, e nooo!!! N’so dacordo. Per niente!”.

13. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Può ancora ‘correre’, anche se per un esordiente il numero di copie vendute fino ad oggi mi dicono essere già un gran risultato.

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Si. Immaginavi di conoscere un mondo nuovo, quello dell’editoria ? La risposta è: credevo di sapere qualcosa e invece ero completamente ignorante.

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Si. Sarà un romanzo e presumo ci vorrà tempo.

Martino Panico è nato a Cantiano dove risiede, il 30 novembre 1953. Ha frequentato il liceo classico a Gubbio e si è laureato, a Urbino, in scienze politiche, con un lavoro ispirato da don Italo Mancini, docente di filosofia del diritto: una tesi sul nuovo contratto sociale, visto da Galvano della Volpe. È stato dirigente della pubblica amministrazione in vari enti, senza il timore di mettersi costantemente in gioco. Insieme, ha ricoperto numerosi incarichi politici: consigliere provinciale, presidente della comunità montana di Cagli, poi ancora presidente del consiglio provinciale, per ultimo, quello di Sindaco della sua piccola città monumentale: Cantiano. Confermato due volte nel 2004 e 2009. Oggi a 66 anni, è in pensione e ha cominciato a scrivere. Il primo libro “Nella casa dei Paoli” è stato autoprodotto. Poi “Un minuto in più” edito da Ciesse di Padova, Carlo Santi editore puro.

Intervista a Mauro Germani: La parola e l’abbandono

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Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni. La Redazione ringrazia Mauro Germani per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: La parola e l’abbandono (L’arcolaio, 2019).

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

La parola e l’abbandono è un libro di aforismi, ricordi, trascrizioni di sogni e appunti letterari che ho scritto nell’arco di quasi un trentennio e che hanno accompagnato, sullo sfondo, la mia attività relativa alla poesia, alla narrativa e alla critica. Da questo libro emergono pertanto i temi presenti nella mia opera, che sono – come riportato nella quarta di copertina – “il senso di uno smarrimento originario, la precarietà dell’essere, la coscienza di una sconfitta esistenziale, l’enigma dell’amore e del corpo, il dramma non risolto della religione”. Ne scaturisce un ritratto di me stesso, con tutte le ossessioni che mi riguardano, una sorta di “follia privata”, che però investe anche il nostro essere-nel-mondo, il nostro destino e la nostra società. Parlo di me, ma è anche un pretesto per riflettere sulla condizione umana. Credo che in questo senso siano stati indubbiamente maestri autori come Cioran, Ceronetti e Quinzio.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Scrivere questi aforismi nel tempo è stato innanzitutto necessario per me, per comprendere meglio le ragioni della mia scrittura e ragionare sulla parola e sul suo rapporto con l’esistenza. Io penso che scrivere non sia un gioco, né un semplice esercizio di stile, come spesso purtroppo avviene oggi. Per me scrivere in modo autentico significa sempre scendere in un abisso, quello dell’esistenza stessa. Come ha scritto Kafka, “un libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi”.

La mia pubblicazione, all’interno del panorama letterario attuale, risulta anomala, in quanto inclassificabile e lontana sicuramente dalla logica dominante. Vuole inquietare e far pensare, ed il pensiero mi sembra ai giorni nostri sempre più povero, se non addirittura assente. Vorrei aggiungere, poi, che oggi siamo di fronte ad un problema piuttosto serio e preoccupante: si pubblica troppo e si legge poco e male. Questo comporta che libri di qualità, che meriterebbero attenzione, nascono già morti, soffocati dalle innumerevoli pubblicazioni volute dal mercato.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a impegnarti in questa opera? In altri termini qual è la sua genesi?

Credo che il titolo del libro indichi abbastanza chiaramente ciò che mi ha spinto a raccogliere i miei pensieri: il doppio, drammatico legame tra ciò che la parola intende esprimere e la condizione di solitudine di ognuno di noi. Così come esiste la solitudine dell’uomo, esiste anche quella della parola. Affermo infatti che “la parola è sempre sola davanti al dolore e alla morte”. La parola poetica non salva nessuno – è bene ribadirlo, abbandona ed è abbandonata. Chi scrive davvero tenta sempre di dire la vita in una tensione estrema, ed è proprio in questo sforzo immane che risiede la scrittura, la quale si colloca tra il dicibile e l’indicibile.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

La foto presente in copertina  è opera di un mio carissimo amico, Marco Turolla. È stata scattata sull’Etna e raffigura alcuni alberi crollati e bruciati, che nelle posizioni assunte assomigliano a delle croci. Credo che questa immagine rappresenti un senso di rovina e di mistero, che ben si adatta allo spirito del mio libro.

  1. Come hai trovato un editore?

Mi sono rivolto alla casa editrice L’arcolaio di Gian Franco Fabbri, presso la quale ho avuto modo di pubblicare altri miei libri in passato. Gian Franco è un amico ed il suo è un catalogo di qualità, molto ben curato.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Per le ragioni che ho esposto in precedenza, non credo che il mio sia un libro facile. Penso possa interessare soprattutto chi si occupa di scrittura e di problematiche filosofiche, tuttavia mi auguro che possa coinvolgere anche altre persone. All’interno del volume vi sono citazioni e riferimenti ad una cinquantina di autori, poeti, scrittori, filosofi, ma in modo piuttosto chiaro e diretto. Certo, la lettura è impegnativa, ma è giusto che sia così…

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Da un po’ di tempo evito le presentazioni pubbliche. L’ultimo libro che ho presentato è stato Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero, uno studio tematico sul teatro canzone e sul teatro di evocazione di Gaber e Luporini. Dopo mi sono ritirato. Oggi – a differenza di un tempo – sono innumerevoli le iniziative letterarie, le letture pubbliche e le presentazioni. Ne ho fatte parecchie anch’io ed ora non le sopporto più; lo dico anche nel libro. Spesso rivelano soltanto il narcisismo degli autori, il loro esibizionismo. Io non sono nemmeno su facebook, non mi interessa, e a volte addirittura mi ripugna. Gestisco solo il mio blog da diversi anni, sul quale pubblico le mie note critiche riguardanti autori classici e contemporanei. Per quanto concerne il mio libro, io e l’editore, di comune accordo, ci siamo limitati, per il momento, ad inviarlo a qualche critico e a qualche sito che si occupa di letteratura.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché?

Naturalmente non posso citare un brano perché il mio è un libro di aforismi, quindi ne riporto soltanto alcuni, che trattano argomenti diversi, ma in qualche modo legati tra loro. Eccoli:

“L’infanzia non ritorna, eppure qualcosa di essa ci segna per tutta la vita, resta dentro di noi come un’ombra nell’ombra.”

“Viviamo tutti in una zona di confine, un luogo provvisorio ed incerto, dove nulla è ben definito e i nostri corpi, i nostri volti si cercano nella penombra.”

“Quale bellezza è scomparsa? Di quale bellezza abbiamo nostalgia? Noi corriamo da una parte all’altra del mondo senza trovare mai ciò che veramente sarebbe per noi appagante. Siamo abbagliati da falsi splendori.”

“Le parole che abbiamo scritto scompaiono, ritornano, spariscono di nuovo. Sono lontane. Sono sole. Sono senza di noi.”

“Oggi non vogliamo vedere lo scandalo della povertà, non vogliamo sapere la sua storia perché ne abbiamo paura.”

“Il silenzio e la lontananza di Dio, nelle ultime parole di Cristo sulla croce: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’. Per un momento Cristo è davvero solo. È l’Ultimo, l’Abbandonato, e la sua croce è avvolta dalle tenebre e dal silenzio.”

“Al punto in cui siamo, non sappiamo nemmeno chi o che cosa abbiamo abbandonato, o da chi o che cosa abbiamo abbandonato.”

“Un’opera d’arte non dovrebbe essere mai innocua.”

“La nostalgia di un sogno, ecco che cosa resta, un segreto impronunciabile, come un debole lume che trema nella notte.”

“Chi raccoglierà le parole abbandonate della poesia, questi strani doni tra la vita e la morte, questi singhiozzi solitari? Le parole aspettano nell’ombra, escono dalle loro tombe di carta, vogliono risorgere per un po’, sconfinare, prima di sparire per sempre nell’oblio.”

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Spero che la mia opera venga letta con attenzione e adeguatamente recensita.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

La domanda che mi porrei sarebbe: che cosa provi a rileggere questi tuoi aforismi scritti in un periodo di tempo così lungo? La risposta: la stessa sensazione che potrebbe provare un fantasma nel rivisitare i luoghi in cui è vissuto. Ogni scrittore, in fondo, è sempre postumo a sé stesso.

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Al momento non ho progetti precisi. Finora ho pubblicato una decina di libri e a volte mi sembra di avere esaurito le mie risorse. Forse proprio per questo adesso mi è venuta l’idea di un libro diverso dai precedenti, dedicato al cinema western, verso cui nutro una passione fin da quando ero ragazzo.

Mauro Germani

Mauro Germani

Mauro Germani è nato a Milano nel 1954. Nel 1988 ha fondato la rivista “Margo”, che ha diretto fino al 1992. Ha pubblicato saggi, poesie e recensioni su numerose riviste, tra le quali “Anterem”, “La clessidra”, “Atelier”, “Poesia”, “QuiLibri”. È autore di alcuni libri di narrativa e di diverse raccolte poetiche: l’ultima in ordine di tempo è Voce interrotta (Italic Pequod, 2016), preceduta da Terra estrema (L’arcolaio, 2011), Livorno (L’arcolaio 2008; ristampa 2013) e Luce del volto (Campanotto, 2002). In ambito critico ha curato il volume L’attesa e l’ignoto. L’opera multiforme di Dino Buzzati (L’arcolaio, 2012). Nel 2013 ha pubblicato Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero (Zona) e nel 2014 Margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei (La Vita Felice). La sua ultima pubblicazione è il libro di aforismi La parola e l’abbandono (L’arcolaio, 2019).

 

 

Intervista a Gabriele Galloni: L’estate del mondo

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Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La Redazione ringrazia Gabriele Galloni per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: L’estate del mondo (Saya Edizioni, 2019)

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Ho sempre scritto. Ma in prosa, principalmente. La poesia è venuta dopo; e ha preso il sopravvento. Era il 2012; all’epoca pubblicavo raccontini su uno di quei siti per scrittori emergenti, siti aperti a tutti, senza restrizioni. Un giorno scrissi un testo che non era né prosa né, per la forma, poesia. Me lo respinsero – primo e unico caso in quel sito. Decisi così di frammentare quel testo in versi, dandogli l’apparenza di una poesia. Una schifezza rara. All’epoca ignoravo, naturalmente, le sottigliezze del verso, la musicalità.

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Paul Jean Toulet in primis. È un poeta appartenente al simbolismo minore; ha avuto poca fortuna, qui in Italia, benché tradotto sia da Bufalino che dalla Spaziani: non certo gli ultimi arrivati. Altri riferimenti non saprei dire. Sono arrivato a un punto in cui faccio riferimento solo e unicamente alla mia poesia. Non è immodestia, ma un dato di fatto. Ho amato e amo Savinio, Landolfi, Frederick Rolfe; e poi tutta la poesia primonovecentesca italiana, dai minimi ai pesi massimi come Gozzano.

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Per lungo tempo ho creduto che l’autobiografia non dovesse c’entrare nulla con la letteratura. In questo ultimo periodo mi sto ricredendo. Il mio ultimo libro, “L’estate del mondo”, appena edito da Saya Edizioni, è interamente autobiografico. Non voglio dire che tutto ciò che vi è raccontato sia realmente avvenuto; ma buona parte sì – trasfigurato, sognato, immaginato daccapo.

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

“L’estate del mondo” è il mio personale atlante emotivo; c’è il quartiere in cui sono nato, il Trullo, la Portuense; la costa laziale che va da Civitavecchia a Nettuno. I luoghi della mia infanzia e dei miei amori. I miei amori, ci sono; le perdite, i ritrovamenti, i viaggi, gli addii.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Se c’è una cosa che ho notato nella poesia a me contemporanea – e sono un forte lettore di poesia contemporanea, almeno per dovere di autore – è la stilizzazione, la frammentazione dell’emotività. Con L’estate del mondo cerco di riportare l’elegia alla sua forma originaria; quella della rievocazione, del sentimento – del sogno.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Poco dopo la pubblicazione di In che luce cadranno (RPlibri, 2018). Quel libro mi aveva distrutto. Era stata una catabasi, un tentativo sfiancante di dialogo con l’Assente. E allora decisi che anche io avrei creato il mio Alcyone, il mio personale inno alla vita; lasciarmi alle spalle la morte, i morti, la Fine. Ritrovare la vita – o almeno il ricordo di essa. Infatti, e ci tengo a specificarlo, L’estate del mondo non è un inno alla vita – bensì un inno al ricordo della vita. Ma cosa possediamo oltre ai ricordi? Io vivo quasi sempre nel passato; o nel non vissuto.

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

L’ho scritta senza fretta – infatti ci ho impiegato più di due anni – e quando capitava. Non c’era un piano di scrittura preciso; precisa era solo l’idea. Un libro che avesse come tema centrale l’estate, la vita, l’amore. A costo di rischiare il sentimentalismo. Poi ho lavorato moltissimo sulle diverse stesure; ce ne sono state otto in tutto. Sono un perfezionista.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

Fa parte della linea editoriale. Non l’ho scelta io.

  1. Come hai trovato un editore?

La pubblicazione me l’ha proposta il poeta Antonio Bux – che già mi aveva aiutato con In che luce cadranno. Gli è piaciuto il materiale (lui considera il libro la migliore cosa che abbia mai scritto) e me lo ha pubblicato nella collana che dirige per Saya Edizioni.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Spero a tutti. Voglio arrivare a quanta più gente possibile. Sì; L’estate del mondo è un libro per tutti. Tant’è che, finora, è stato apprezzato sia dagli intellettuali che dai profani; da persone non avvezze alla poesia, cioè.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Lo porterò avanti per un anno, un anno e mezzo. O almeno questo è il mio piano. Un gran bel tour in giro per l’Italia.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Sono legato a tutto il libro, senza discriminazioni; è la mia opera più personale.

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Alte. Sono ambiziosissimo. Ma, anche se non dovessi raggiungere le mete prefissate, amen. Non me ne farò certo una malattia. So di aver scritto un libro che resterà; che troverà comunque un suo spazio. Il resto è relativo.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

No, non ho domande da farmi. Me le sono poste in tutte le 84 pagine del libro.

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Al momento non ho in progetto nulla. Stavo scrivendo un romanzo su due bambini che lavorano all’interno di un mattatoio durante la guerra; ma il pc si è rotto e il progetto è andato perso. Forse ho scritto troppo, finora; per un po’, basta. Al momento ho detto tutto quello che avevo da dire.

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Gabriele Galloni

Prisma lirico 31: Andrea Zanzotto – Vassily Kandinsky

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Vassily Kandinsky

O miei mozzi trastulli
pensieri in cui mi credo e vedo,
ingordo vocativo
decerebrato anelito.
Come lordo e infecondo
avvolge un cielo
armonie di recise ariste, vene
dubitanti di rivi,
e qui deruba
già le lampade ai deschi
sostituisce il bene.
Come i cavi s’ingranano a crinali
i crinali a tranelli a gru ad antenne
e ottuso mostro
in un prima eterno capovolto
il futuro diviene.
Il suono movimento
l’amore s’ammolisce in bava
in fisima, gettata
torcia il sole mi sfugge.
Io parlo in questa
Lingua che passerà.

Vassily Kandinsky

Poesia “Caso Vocativo” , Andrea Zanzotto da “Vocativo”, 1957

Opere Vassily Kandinsky:

Giallo rosso e blu, 1925

Composizione IV, 1911

Versi trasversali

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

GUGLIELMO APRILE

 

A rilascio lento

La crepa nella diga

all’inizio non fa rumore,

ma si allarga attraverso gli anni,

fino a quell’uomo

a cui il temporale ha rubato

ogni ricordo della strada di casa;

la lingua del ghiacciaio

si fende con lunghi boati,

dall’orlo del crepaccio

enormi blocchi si staccano e crollano in acqua.

 

Quella strana attitudine morbosa

che alcuni spingeva da piccoli

a sezionare pile da quattro volt

si ripresenta a distanza di anni,

in forma di lividi sulle dita,

di auto cappottate nel dormiveglia

e neonati ingoiati dai caimani.

 

Processo di combustione

Un tanfo di bruciato

ristagna nell’aria anche diverse ore

dopo che l’incendio è stato domato.

 

“Tutto finisce”, ripete dopo l’orgasmo

e resta a lungo a guardarsi le mani

piene di graffi,

di biglietti scaduti

o non utilizzati in tempo massimo,

di merce che non trova un compratore.

 

Con un colpo di tosse ieri sera

ho espettorato un grumo

di metallo carbonizzato.

 

Responso
1
Da bambini un po’ tutti giocavamo con le lenti ustorie,

oggi invece la nostra paura più grande

è reincarnarci in un insetto.

 

Viene l’età adulta

con le sue bandiere che infagottano deiezioni,

con le sue campane di allarme che suonano fuori tempo rispetto

all’incendio;

 

nel volo basso

dei pezzi di carta soffiati dal vento e inseguiti inutilmente dai passanti

leggo un responso

di cui non oso trarre la logica conclusione.

2
Si parla spesso di una falla

apertasi da un tempo non definibile

per errore umano o sfortunata casualità

nei depositi di stricnina:

il percolato scivola goccia a goccia nel canto mattutino dei merli,

i dintorni della stazione cosparsi di anelli incrinati;

 

in luogo del vecchio proprietario di queste rendite,

dai polsi massicci e dalla voce che non trema,

 

vedo una distesa di balene spiaggiate,

un parco per bambini cosparso di denti scheggiati.

 

Sotterranei

Si dice che le murene si siano rifugiate tutte

in nascondigli sotterranei,

in cantine buie e senza apparente uscita,

da quando abbiamo iniziato a dare loro questa caccia spietata;

e che ora aspettino, nascoste

in luoghi appartati e dove di rado qualcuno discende,

come in certe gallerie

scavate perché ci passasse la metropolitana

ma poi a distanza di anni

mai completate.

 

Gli esseri delle grotte prima o poi riaffioreranno

ancora più affamati; qualcuno anche

racconta di averli già avvistati

una notte, perlustrare i sobborghi

credendosi inosservati.

 

Ordalia

Da ragazzi, in vacanza, tuffarsi

da qualche altezza un po’ più impegnativa

aveva il brivido di un’ordalia.

Dopo anni sono rimasto

io solo in cima a quello scoglio

ed esito, timoroso o dell’acqua

gelata o di possibili rocce

non visibili che un attimo prima

dello schianto, in agguato su un fondale

basso, torbido. Eppure

il resto dei miei coetanei

ce l’ha fatta, senza apparenti traumi,

e ha riguadagnato riva da tempo,

esaurito il divertimento. E anche

le donne, a lungo andare, sono stufe

di aspettarmi, di incoraggiarmi, quando

è a me che tocca, e vanno via, insieme

a chi mi è passato avanti nel turno.

 

Vivere si fa impossibile, senza

una punta di cauta sfrontatezza

che chiuda gli occhi e conti fino a tre:

non ti abbraccia l’azzurro,

se non ti illudi di poter volare.

 

Nei giardini di Armida

Gli stormi a una certa quota rischiano

di sfracellarsi nel risucchio

di un’elica non avvistata in tempo;

l’arcobaleno assassino dei fiori

dopo averci drogato ci divora;

il porto alla solita ora

allestisce la sua scenografia

di luci basse e ci dobbiamo arrendere

al suo ammiccamento crudele e dolce;

il ricco guardaroba del teatro

ha il potere di esercitare un fascino

sui nostri sensi infantili, e ci alletta

con i suoi giocattoli e le sue maschere;

la maga escogita un trucco

antico come il mondo, ma di sicuro effetto

per catturarci, e ci scopriamo preda

della sua collezione di dionee

dal cromatismo artificiale e vivido;

 

Vivere è assurdo come innamorarsi

ma di una prostituta (assurdo, sì,

ma fino a un certo punto)

 

Testi tratti da Il giardiniere cieco, Transeuropa, 2019

 

Centomila

Limina Mundi ha superato le 100.000 visite e, dal momento che apprezziamo la compagnia, vi ringraziamo. Continuate a seguirci. 

Centomila volti e voli. albe anni sogni e segni. centomila strade ponti percorsi sentieri. centomila finestre porte varchi aperture. centomila reti sostegni tralicci paracadute. intrecci centomila e incontri e parole. centomila vasti orizzonti e mari. onde centomila e preziosi tesori. a noi centomila di questi giorni e molteplici stati di grazia a venire. a voi tutti altrettante grazie in ordine sparso a macchia di leopardo presenti e future.

Versi trasversali

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo l’opera di …

ALESSANDRO PAGANI

“LA REALTÀ IRREALE”
1. «Il mercato del cloruro di sodio s’innalza.» «Scusa, perché non dici sale?»
2. «Io non li sopporto i tossici!» «Lascia perdere tanto ormai li conosciamo, sono fatti così…»
3. «Buongiorno, vorrei un libro giallo.» «Mi spiace, i gialli sono finiti. Sono rimasti verdi, rossi e blu.»
4. «Non ne posso più di pulire i bagni, tocca sempre a me. Voglio che questa storia cessi.»
5. Perché la morte ti fa bella? Perché la vita cessa.
6. Chi beve tanti alcolici perde la tintarella perché si sbronza.
7. «Trattenga il fiato e poi espiri.» Quello capì spiri, e morì.
8. Dove vanno i ciclisti spagnoli dopo un incidente? A los pedale.
9. Il marito della cuoca è geloso del suo passato.

10. Secondo una statistica molte donne non si rifarebbero le tette, col seno di poi.
11. All’ingresso di un camping. «Abbiamo i prezzi più bassi di tutti. Chi ha orecchie per intendere, in tenda.»
12. Requisito a tempo di record tratto di spiaggia a clan mafioso: d’alloggio al demanio.
13. In fila alle poste. «Scusi capellone, deve fare la coda.» «Senta, a me piacciono sciolti.»
14. «Dottore, soffro di allucinazioni.» «Io non sono il dottore, sono il drago dalle orecchie viola.»
15. Due scarpe innamorate. «Lacci unimmo e là ci unimmo.»
16. «Mamma mi sono tatuato un cetaceo sulla nuca» «Ma che ti balena per la testa?»
17. «Ero indeciso se fare l’amore o la maionese.» «E com’è finita?» «L’ho fatta impazzire.»

18. «Come punizione starete nel recinto con i maiali!» «Perché, a cosa volete sottoporci?»
19. «Buongiorno, vorrei un gelato.» «Con la coppetta?» «Mah, non so se me la merito.»
20. Convegno sulla tossicodipendenza, relatore finale: «E ora passiamo ai fatti».
21. «L’assistente era brutto, ma col chirurgo plastico mi sono rifatta la bocca.»
22. «Perché i tuoi gatti fanno diao invece che miao?» «Perché dialogano tra loro.»
23. «Dottore, mi fa male la rachide.» «E mangi le nocciole!»
24. «E se mi vestissi da clown?» «Ma dai, non fare il pagliaccio!»
25. «Figlio mio guarda… una prostituta giapponese accanto ai templi» «Pagode?» «No, lo fa per lavoro.»

Benvenuti all’edizione terrestre del TG flash (Gordon) trasmesso dalla Base Ambra del satellite Cobalto. Ecco le notizie di oggi:
• Avvistata navicella di profughi nello spazio di Ardesia. No scusate, era un buco nero.
• Scoperto vaccino contro gli effetti del vaccino. È un vaccino.
• Arrestato androide sulla galassia di Celadon per eccesso di velocità. Visibilmente alticcio, alla domanda qual è il suo nome, rispondeva: «Roboh!».
• Uscito nuovo Iphone che sarà in grado di conoscere con assoluta certezza quando uscirà il prossimo.
• In vendita l’ologramma fai da te: puoi riprodurre chiunque, fuorché tutti gli altri.
• Scoperto farmaco per curare l’emicrania. Unico effetto collaterale, annulla i ricordi: ti fa male qualcosa, ma non sai cos’è.
• Torna l’alta moda a Milano, talmente alta che le modelle dovranno portare tacchi sessanta.
• Musica: presto in commercio le cuffie osmotiche. Non ti piace un brano? Non lo sentirai mai.
• Finalmente svelato il terzo segreto di Fatima: non esiste luogo dove Radio Maria non arrivi.
100
• Notizie da Plutone: ancora nessuna risposta sul perché si chiami come il cane di Topolone.
• Terra, Italia, disoccupazione record: un ragazzo su due è disoccupato, l’altro senza lavoro.
• Eletto il nuovo Papa, Denim Celeste IV. Queste le sue prime parole: «Se mi sbaglio, mi formaterete».
• Scoperto buco nero dentro la via lattea. Cappuccini gratis per tutti.
• Torna a far paura il fondamentalismo islamico: un kamikaze racconta una barzelletta, il pubblico esplode in una risata.
• Nuovo record di velocità nello spazio. La sonda Gainsboro X7 ha viaggiato a una velocità così alta che i rilevatori non hanno fatto in tempo a rilevarla.
• Trovata su Marte acqua potabile. Si cercano volontari per andare a tagliarla.
• Brianza, professoressa cibernetica aggredita in classe a Sediate, in provincia di Como.
• Culi in aria… ehm scusate, culinaria: alla fine i migliori posti dove mangiare nello spazio sono sempre quelli dove si fermano i camion-navicellisti.
• Il veicolo spaziale Perla Mistica sta facendo ritorno dal suo viaggio interstellare con una delle scoperte più incredibili degli ultimi anni: nello spazio cosmico non esiste la pubblicità. E ora, una pausa pubblicitaria.

Testi tratti da 500 Chicche di riso, 96, Rue de-La-Fontaine Edizioni

Versi trasversali

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

GIUSEPPE SETTANNI

Frammenti

radici spaesate
come lacci senza scarpe
legano venti di canzoni sotterranee

mi siedo, una stella è caduta
nella mano aperta che invocava
la grazia della sera:
gioiello appuntito, è un dono
inatteso
che porta un lampo di luce a
alla mia mente assetata

la realtà è uno specchio rotto
che riflette frammenti di libri perduti.

Nell’oblio

lontano il riflesso delle tue
mani sulle vetrate scarne della cantina
fotografia scolorita di un’età
apparentemente disadorna

prima che le ore venissero inghiottite
da monotonie senza piacere
la fugacità delle luci
create con sapienza da dita morbide
era capace di riempire di pace il pensiero
affollato

con dispetto le pagine sono state voltate
dal vento

in memoria di pallide effusioni
risuonano i salmi
canzoni sacre per gli alberi
che hanno smarrito i loro rami

l’innocenza è per coloro che non vedono

Lame nel buio

l’hai visto il vecchio
che sputa disgustato
sul muro della verità?
non trova pace il penitente
nella camera da letto
il filo del silenzio
strozza la speranza

fiamme e cani
a passeggio nel parco
non si curano del dubbio
la scia della vanità
volteggia spavalda
ma il cerchio non si chiude

i lampi in lontananza
oscurano la notte
ci sarà tempesta
dicono i saggi con lo scettro

Pece

da lontano un vetro
il riflesso si muove fragile
le ombre delle sere cupe
e tu mi accompagni con parole
di freschezza

cosa hanno trovato
i portatori di vittorie?

sul trono della fame
è stato issato uno stendardo
di cenere e vento

il colore delle lacrime
che riempiono il ciglio della strada
le mani non si toccano
pallida la pece del mio cuore

 

Testi tratti da Blu, Edizioni Ensemble, 2019

 

La morta

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Pubblicato il 31 maggio 1887 sul quotidiano francese Gil Blas, questo coinvolgente racconto breve di Guy de Maupassant mescola elementi macabri, neogotici, romantici, realistici che contribuiscono a creare un’atmosfera a metà tra il surreale e l’onirico. Eros e Thanatos sono elementi ricorrenti nella letteratura di fine Ottocento; allo stesso modo i motivi di ispirazione dei racconti e dei romanzi dello scrittore francese traggono spesso ispirazione dalla critica dell’ipocrisia e dell’opportunismo della piccola borghesia del tempo.

L’avevo amata alla follia. Perché amiamo? Non è strano che per qualcuno esista al mondo un solo altro essere, un solo pensiero, un solo desiderio? E che sulla sua bocca ci sia un nome solo: un nome che viene di continuo alle labbra, un nome che ne prorompe come l’acqua da una sorgente, che sale dalle profondità dell’anima e vien detto, ripetuto, mormorato ininterrottamente, dovunque, come una preghiera?Non racconterò qui la nostra storia. L’amore ne ha una solamente, sempre la stessa. L’avevo conosciuta e me n’ero innamorato, tutto qui. E avevo vissuto un anno nella sua tenerezza, tra le sue braccia, nelle sue carezze, nel suo sguardo, nelle sue vesti, nelle sue parole, avviluppato, legato, incatenato in tutto quanto veniva da lei, così completamente che non sapevo più se fosse giorno o notte, se ero vivo o morto, se ero sulla terra o altrove. 

E un giorno ella morì. Come? Non so, non so più. In una sera di pioggia fece ritorno a casa tutta bagnata, e il giorno dopo tossiva. Tossì un’intera settimana, poi si mise a letto. Che cosa accadde? Non lo so. I medici venivano, scrivevano ricette, andavano via. Qualcuno portava medicine e una donna gliele faceva prendere. Le sue mani scottavano, la fronte era madida e ardente, lo sguardo lucido e triste. Le parlavo, mi rispondeva. Che cosa ci dicevamo? Non so più. Ho dimenticato tutto, tutto! Quando morì ricordo il suo sospiro lieve, quel lieve sospiro tanto debole: l’ultimo. L’infermiera disse: “Ah!”. E io compresi. Compresi.
Non seppi più nulla. Nulla. Vidi un prete che pronunciò una parola:
“La vostra amante”.
Mi sembrò che la insultasse. Dal momento che era morta non avevano più diritto di ricordare quella formalità. Lo scacciai. Ne venne un altro che fu molto buono, molto gentile. Piansi quando mi parlò di lei. Mi chiesero mille cose a proposito del funerale. Non so più. Ma ricordo benissimo la bara, il rumore delle martellate quando inchiodarono il coperchio. Ah, Dio, mio Dio! Fu sotterrata. Sotterrata! Lei! In quella fossa! Erano presenti alcune persone, amici. Fuggii. Correvo. Camminai a lungo per le strade. Poi tornai a casa e il giorno dopo mi misi in viaggio.

Ieri sono tornato a Parigi.
Quando ho rivisto la mia camera, la nostra camera, i nostri mobili, il nostro letto, quella casa dov’era rimasto tutto quel che rimane della vita d’una persona dopo la sua morte, mi riprese un dolore tanto violento che poco mancò aprissi la finestra e mi buttassi giù nella strada. Non potendo più rimanere in mezzo a quelle cose, tra quelle pareti che l’avevano riscaldata e protetta e che nei loro spazi, anche i più piccoli, dovevano conservare mille atomi di lei, della sua carne e del suo respiro, presi il cappello per fuggire via. Di colpo, mentre stavo andando verso la porta, passai davanti alla grande specchiera che ella aveva fatto mettere nell’ ingresso per vedersi dalla testa ai piedi, ogni giorno, ogni volta che usciva, per osservare se tutto era in ordine nel suo abbigliamento, dagli stivaletti alla pettinatura.
Mi fermai lì, basito, di fronte a quello specchio che l’aveva riflessa tante volte, ah!, tante e tante volte che doveva averne conservata l’immagine.
Me ne stavo lì, in piedi, lo sguardo fisso sulla fragile lastra, su quel cristallo piano e profondo, ormai vacuo, ma che l’aveva contenuta tutt’intera, l’aveva posseduta come me, posseduta quanto il mio sguardo appassionato, e fremetti. Mi sembrò d’amare quello specchio – lo toccai – era gelido! Oh, il ricordo! il ricordo, immagine dolorosa, immagine bruciante, immagine vivente, orribile immagine che fa soffrire mille torture!
Felici gli uomini che hanno un cuore simile a uno specchio, dove i riflessi scivolano via e si cancellano, un cuore che dimentica tutto ciò che ha contenuto, tutto ciò che gli è passato davanti, tutto ciò che hanno contemplato affettuosamente o con amore! Mi sento male!
Sono uscito e mio malgrado senza rendermene conto, senza volerlo minimamente fare, sono andato verso il cimitero. Ho ritrovato la semplice tomba di lei, una croce di marmo che reca incise queste brevi parole:

AMÒ,
FU AMATA
E MORÌ.

E lei è là sotto, imputridita. Che orrore! Singhiozzavo, la fronte sulla lapide. Mi sono trattenuto a lungo, molto a lungo. Poi mi sono accorto che giungeva il tramonto. Allora un desiderio particolare, un desiderio folle, un desiderio degno d’un amante disperato s’è impadronito di me. Ho voluto passare la notte vicino a lei, un’ultima notte, a piangere sulla tomba. Ma m’avrebbero visto e m’avrebbero fatto uscire. Come fare? Ebbi un’idea; mi alzai e cominciai a girovagare in quella città popolata da persone che non sono più su questa terra. Ho camminato, camminato … Com’è piccola questa città in paragone all’altra, quella in cui viviamo! Eppure questi morti sono più numerosi dei vivi! A noi occorrono grandi case, strade, piazze per le quattro generazioni che guardano il sole contemporaneamente, bevono l’acqua delle sorgenti, il vino dei vigneti e mangiano il pane dei campi di grano! E per tutte le generazioni dei morti, per tutta l’umanità discesa fin quaggiù, quasi niente … un pezzetto di terra.., quasi niente! La terra li riprende, l’oblio li cancella. Addio!

All’estremità di quella parte di camposanto più frequentato, scorsi all’improvviso il cimitero abbandonato, quello dove coloro che sono defunti da tanto tempo terminano di mescolarsi alla polvere, dove persino le croci di legno stanno marcendo: il cimitero dove domani metteranno i morti futuri. E pieno di rose selvatiche, di cipressi scuri e robusti, una specie di giardino abbandonato, triste e magnifico, un giardino che si nutre di carne umana. Lì ero solo, assolutamente solo. Mi nascosi dietro una pianta verdeggiante, appiattendomi tra quei rami grassi e scuri.
E attesi, avvinghiato al tronco come un naufrago al rottame.

Quando fu notte piena, notte fonda, lasciai il mio rifugio e mi misi a camminare tranquillamente, ma senza far rumore, su quel suolo popolato da morti. Errai a lungo, a lungo, a lungo. Non mi riusciva di rintracciarla. Le braccia tese, gli occhi sbarrati, urtando nelle tombe con le mani, coi piedi, con le ginocchia, col petto e perfino con la testa, andavo avanti senza trovarla. Toccavo, brancicando come un cieco che cerca la sua strada, percepivo lapidi, croci, ringhiere di ferro, ghirlande di fiori avvizziti! Leggevo i nomi con le dita facendole passare sulle lettere. Che notte! E non riuscivo a ritrovarla.
Niente luna. Una notte spaventosa! Avevo paura, una paura atroce, per quei sentieri così stretti, tra due file di sepolcri. Tombe, tombe, tombe! Sempre tombe! A destra, a sinistra, davanti a me, intorno a me, dovunque tombe! Mi sedetti su una di esse, poiché non potevo più camminare, dato che le ginocchia mi si piegavano per la stanchezza. Sentivo che il mio cuore batteva più forte. E sentivo anche altre cose. Quali? Un rumore confuso, indescrivibile! Era nel mio cervello sconvolto, nella notte impenetrabile o sotto la terra misteriosa, sotto la terra seminata dì cadaveri, quel rumore? Mi guardavo attorno.
Quanto tempo sono rimasto là? Non lo so. Ero paralizzato dal terrore, ebbro di spavento, sul punto di urlare, sul punto di morire. E d’improvviso mi parve che la lastra di marmo su cui ero seduto cominciasse a muoversi. Si muoveva come se qualcuno la stesse sollevando! D’un balzo mi spostai sulla tomba vicina e vidi – sì! – vidi alzarsi verticalmente la lastra che avevo appena lasciato e il morto apparire, uno scheletro ignudo che la sollevava con le spalle curve. Lo vedevo, lo vedevo con chiarezza, benché quella fosse una notte tenebrosa. Potei leggere sulla croce:

QUI RIPOSA JACQUES OLIVANT,
DECEDUTO IN ETÀ DI ANNI 51.
AMAVA LA FAMIGLIA,
ERA BUONO E ONESTO.
MORI’ NELLA PACE DEL SIGNORE.

Anche il morto leggeva le frasi scritte sulla sua tomba. Poi raccolse un sasso sul sentiero, un sasso aguzzo, e cominciò a cancellare, grattandole via, tutte quelle parole. Le cancellò completamente, con lentezza, fissando con le occhiaie vuote il punto dove prima erano incise. Poi con la punta dell’osso che era stato il suo indice scrisse in lettere fosforescenti come quelle che si tracciano sui muri con i fiammiferi:

QUI RIPOSA JACQUES OLIVANT,
DECEDUTO IN ETÀ D’ANNI 51.
CON CATTIVERIA AFFRETTÒ LA MORTE DEL PADRE
DAL QUALE DESIDERAVA EREDITARE,
TORMENTÒ LA MOGLIE E I FIGLI,
IMBROGLIÒ I VICINI DI CASA
E RUBÒ QUANTO GLI FU POSSIBILE.
MORÌ MISERABILE.

Quand’ebbe finito di scrivere, il morto rimase immobile a contemplare l’opera sua. Mi volsi indietro e m’accorsi che tutte le tombe s’erano scoperchiate, che tutti i cadaveri ne erano usciti e tutti avevano cancellato le menzogne scritte dai parenti sulle lapidi. Tutti avevano ristabilito la verità.
Vedevo in tal modo che tutti erano stati i carnefici dei propri congiunti, astiosi, disonesti, ipocriti, bugiardi, canaglie, calunniatori, invidiosi. Tutti avevano imbrogliato, rubato, compiuto tutti gli atti più abominevoli, quei buoni padri, quegli sposi fedeli, quei figli devoti, quelle fanciulle caste, quei commercianti probi, quegli uomini e quelle donne irreprensibili.
Sulla soglia della loro dimora eterna, adesso avevano scritto tutti la crudele, la terribile, la santa verità che tutti ignorano o fingono d’ignorare su questa terra. Mi venne in mente che anche la donna amata aveva dovuto tracciarla sulla sua tomba. E senza paura, oramai correndo tra i loculi semiaperti, tra cadaveri e scheletri, andavo verso di lei, sicuro che questa volta l’avrei rintracciata. La riconobbi da lontano, anche senza vederne il volto che era ancora avvolto nel sudario.
E sulla croce di marmo dove poco prima avevo letto:
“Amò, fu amata, e morì”, scorsi:

USCÌ DI CASA PER TRADIRE IL SUO AMANTE,
PRESE FREDDO SOTTO LA PIOGGIA E MORÌ.

A quanto pare fui raccolto all’alba, inanimato, accanto a una tomba.

Guy de Maupassant

Trittico

O cari infinitamente, spariti
 
 
O cari infinitamente, spariti
dal tempo, non dai sogni, precursori
nostri nelle tenebre, voi se fuori
del buio c’è ancora buio o a più miti
 
 
consigli lo riducono i bagliori
senza gloria, gli stenti, intirizziti
aculei d’un’alba (e, ascoltando, arditi
bisbigli) voi soli potreste, a onore
 
 
d’un altro vero, dirci, amate teste,
torsi venerati, e non dite mai,
mai! perché sia intera la libertà
del nostro arbitrio, perché non celeste
 
 
ma cieca e folle e sanguinosa sia
intanto, nell’orto, qui, l’agonia.
 
 
Cerco qualche volta di immaginare
 
 
Cerco qualche volta di immaginare
la felicità, mia e dei morti, e mi sembra
che sia la vita. Forse perché chiare
nella luce che già un po’ s’insettembra
 
sono adesso le cose e a meno amare
vertigini trascina e tanta assembra
più pazienza, più requie il declinare
del tempo è come se da queste membra
 
arse e dilaniate l’immensa salma
del mondo risorgesse in una calma
radiosa e stesse al cuore assaporare
 
l’infinito dolcissimo ritardo
del bene, e sentire l’Olona e l’Ardo
per come si chiamano risuonare.
 
 
Stare coi morti, preferire i morti
 
 
Stare coi morti, preferire I morti
ai vivi, che indecenza! Acqua passata.
Vedo che adesso più nessuno fiata
per spiegarci gli osceni rischi e torti
 
dell’assenza, adesso che è sprofondata
la storia… E così tocca a noi, ci importi
tanto o quel tanto, siano fioco o forti
i mesti richiami dell’ostinata
 
coscienza, alzare questa poca voce
contro il silenzio infinitesimale
a contestare l’infinito, atroce
 
scempio dell’esistente… (Al capitale
forse è questo che può restare in gola,
l’osso senza carne della parola.)
 
 
Giovanni Raboni

Santi e poeti

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Bisogna essere santi
per essere anche poeti:
dal grembo caldo d’ogni nostro gesto,
d’ogni nostra parola che sia sobria,
procederà la lirica perfetta
in modo necessario ed istintivo.

Noi ci perdiamo, a volte, ed affanniamo
per i vicoli ciechi del cervello,
sbriciolati in miriadi di esseri
senza vita durevole e completa;
noi ci perdiamo, a volte, nel peccato
della disconoscenza di noi stessi.

Ma con un gesto calmo della mano,
con un guardar “volutamente” buono,
noi ci possiamo sempre ricondurre
sulla strada maestra che lasciammo,
e nulla è più fecondo e più stupendo
di questo tempo di conciliazione.

Alda Merini

2 dicembre 1948

Intervista a Francesco Palmieri: Biografie

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Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La Redazione ringrazia  Francesco Palmieri per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Biografie, Terra d’ulivi Edizioni, 2019.

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Credo che il 99,99% risponderà di aver iniziato a scrivere in età giovanissima o molto giovane, proprio perché fu in quel tempo che sentì l’amore per la scrittura, un amore profondo, intenso, emozionante e, per questo, un amore per sempre. Ebbene posso dire di far parte di quel 99,99%.

2. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Il riferimento letterario che sicuramente mi è più vicino è il Novecento, e credo non potrebbe essere altrimenti perché è a cavallo del secolo che si è formata la coscienza moderna che personalmente faccio risalire a Giacomo Leopardi, il primo esistenzialista ossia un protoesistenzialista. Da qui è facile capire che è il recanatese ad essere colui che in primis mi abbia influenzato nonostante io, da adolescente, lo abbia odiato molto per la sua cupa concezione del mondo e del destino umano. È chiaro che poi col tempo io mi sia ravveduto… Nel campo del mio sentire, quindi più per empatia che per influenza, sono venute tante altre personalità letterarie, primo fra tutte sicuramente Eugenio Montale e poi Ungaretti, Quasimodo, Saba, Moretti, Corazzini, Cardarelli e, più vicini a noi, Raboni, Giudici, Pagliarani, Caproni, Gatto, Erba, e ancora più vicini, Patrizia Cavalli, Vivian Lamarque, Patrizia Valduga, Valerio Magrelli, Fabio Pusterla, Testa, Toma e potrei continuare ancora ma sarebbe una elencazione noiosa. Fra gli stranieri citerei Prevért, Neruda, Salinas, Larkin, Wendy Cope, Edgar Lee Masters, Hikmet, e mi fermo qui. Ma voglio ripetere che non si tratta di influenze bensì di comunità di sentire e analogie di scrittura.

3.Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Come nasce la mia scrittura… direi senza alcuna premeditazione, di getto, come se i miei testi fossero già tutti scritti nel mio subconscio, infatti è raro che io intervenga sulla prima stesura. Vogliamo dire che io stia parlando di ispirazione? Ebbene la risposta è sì. Autobiografia e realtà circostante sono per me inscindibili, in quanto c’è sempre un io senziente ad elaborare l’esperienza del mondo e di se stesso. Da questo punto di vista tutta la scrittura e, soprattutto quella poetica, è autobiografica in quanto rappresenta la sintesi fra cognizione, emozione, fantasia, sentimento. Se un testo non contiene queste quattro qualità, non è poesia, è altro. In quanto all’imprinting geografico o topografico, devo riconoscerne la citazione spesso metaforica nei miei testi, sia che si tratti di immagini ambientali provenienti soprattutto dalla mia infanzia sia che invece si tratti di suggestioni metropolitane più vicine alla mia esperienza più recente. Ciò accade sempre quando l’esterno diventa luogo dell’anima, o almeno così è per me.

4. Ci parli della tua pubblicazione?

Se lo facessi sarei un partigiano sfacciato, no, preferisco che siano gli altri a parlarne semmai ne avessero voglia.

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

A questa domanda non saprei rispondere… Il panorama letterario contemporaneo è così intasato di scritture che qualsiasi opera arriva a sembrare non necessaria e inutile. Se qualcuno dovesse leggermi, direi che farebbe almeno un’esperienza interiore…

6. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Per i quattro libri che ho pubblicato, direi che non c’è un quando e nemmeno una “sacra” scintilla iniziale. Per 20 anni non ho scritto una sola poesia, poi – credo verso la fine del 2008- ho iniziato a scrivere senza fermarmi più almeno fino al 2015. È in questo arco di anni che ho scritto le mie quattro raccolte. Come ho detto sopra, non c’è stata alcuna premeditazione, tutto è avvenuto con estrema naturalezza se si esclude una certa compulsione attiva a dire, dire, scrivere. Circa poi la distinzione di quel flusso in raccolte autonome, beh devo dire che anche qui era l’istinto ad indicarmi la fine di un lavoro e l’inizio di un altro.

7. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Credo di aver risposto già a questa domanda.

8. La copertina. Chi, come, quando e perché?

Per quanto riguarda la copertina, l’ho sempre concordata con il mio editore  Elio Scarciglia di Terra d’ulivi e, essendo lui un ottimo fotografo di talento, abbiamo sempre scelto una sua fotografia che avesse attinenza con lo spirito dell’opera, per la raccolta “Biografie” invece la nostra scelta è caduta su un mio dipinto che ci è apparso molto in sintonia con i testi.

9.Come hai trovato un editore?

Credo nello stesso modo in cui fanno tutti: inviando le mie proposte ai diversi Editori. Naturalmente alcuni non hanno mai risposto, altri invece si rivelavano come tipografi truccati, in tanti era chiaro l’intento di lucro, qualcuno invece è stato da subito onesto e collaborativo, così com’è il mio editore di riferimento attuale, cioè Elio Scarciglia delle Edizioni Terra d’ulivi.

10.A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Direi a qualsiasi tipo di pubblico che abbia voglia di leggere poesia.

11. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Nell’unico modo in cui riesco a farlo, cioè pubblicando qualche testo sulla mia pagina personale Facebook e su quella dedicata ai miei libri, sempre su Facebook. A proposito la pagine dei libri si chiama col titolo della mia prima raccolta non d’amore: Fra improbabile cielo e terra certa. Naturalmente ho provato a farne una presentazione pubblica ma è stato un disastro già alla seconda esperienza qui a Milano. Ho provato anche a partecipare a un paio di concorsi; in uno sono stato il prescelto dalla giuria, nell’altro nemmeno mi sono piazzato fra i finalisti. Ma per ciò che concerne i concorsi ci sarebbe molto altro da dire e non ne ho alcuna voglia… mi basta dire che non parteciperò a nessun altro concorso.

12.Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Direi che sono tanti i testi a cui sto pensando ma probabilmente quello che segue rappresenta lo spirito di tutta la pubblicazione:

“Ho cercato di rendere magnifico

lo spazio verticale di azzurro sulla testa

(per arrivare all’apice del cielo

per rendermi fratello delle stelle

essere degno di avere avuto dio come padre)

 

ho cercato di rendere splendente anche la terra

di folgorarmi gli occhi con le rose

di respirare unisono col mare

(perché il paradiso era terrestre

ed è bugiardo chi dice che era celeste)

 

ho cercato d’indovinare l’angelo

nel passo sollevato di bocca glutei e seno

nel nudo delle cosce, il filo della schiena

(perché persino dio ha visto fra le donne

la donna benedetta, la madonna piena di grazia)

 

e adesso è arrivare a sera

chiudere finestre e porte

 

sperare d’aver lasciato

sulle scale i demoni

 

che per tutto il giorno

ho avuto dietro alle spalle.”

 

13.Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Che raggiunga le persone, che sia letta e compresa.

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Ma chi te lo fa fare a insistere con la scrittura?

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Nel futuro prossimo vorrei pubblicare le mie due ultime raccolte scritte e delle plaquette già definite, e poi ho in progetto anche la pubblicazione di un romanzo i cui ultimi 10 capitoli sono ancora sui quaderni… già, perché io scrivo a mano e poi traduco in file…

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Francesco Palmieri

Nato nell’entroterra barese, si è trasferito in un Comune a nord di Milano dove ha lavorato come docente di materie umanistiche. Attualmente collabora con siti, riviste e case editrici, occupandosi prevalentemente di critica letteraria. Suoi testi sono presenti in rete e in antologie. Nell’ottobre 2012 ha esordito, pubblicando con la casa editrice ‘La  Vita Felice’, la sua opera prima:  Studi lirici (solo parole d’amore). Successivamente, nel 2015,  ha pubblicato Fra improbabile cielo e terra certa, nel 2016 Il male nascosto e nel 2019 Biografie, sempre con la casa editrice Terra d’ulivi.

 

Intervista a Federico Preziosi: Variazione madre

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Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Federico Preziosi, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: “Variazione Madre”.

1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Credo sia nato da adolescente con le canzoni. Il primissimo gruppo che mi ha fatto capire quanto fossero importanti i testi sono stati sicuramente i Marlene Kuntz, avevo 12 anni e cercavo di riempire di significati la realtà che vivevo e/o immaginavo di vivere. Provare a entrare in certe atmosfere era come un’elevazione, mi sentivo nobilitato da tanta struggente decadenza. Poi ho cominciato a scrivere canzoni anch’io quando avevo la mia band, mi lasciavo ispirare da libri, articoli, storie andate male, ma anche da un fervido immaginario. La poesia è arrivata molto dopo, qualche anno fa.

2. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Credo che i miei pilastri siano Svevo e Pirandello per la capacità prodigiosa che hanno avuto nell’individuare le contraddizioni nell’animo umano. Ho riletto di recente La coscienza di Zeno e il Fu Mattia Pascal, li trovo nei contenuti sempre molto attuali, pieni di quei piccoli pensieri scomodi che terrorizzano i benpensanti, ovvero la maggior parte delle persone. Tra gli scrittori stranieri amo Herman Hesse, Siddharta è il romanzo che preferisco. In poesia in un primo momento ho amato il Palazzeschi futurista per la giocosità e l’arguzia; oggi penso che senza Amelia Rosselli non sarei arrivato a concepire la parola come vibrazione, scossa tellurica, ma al tempo stesso uno scavo dritto nei punti nevralgici delle emozioni che tocca in particolare il dolore. Non che nella vita sia una persona triste, ma è nella non realizzazione delle cose, nella mancata espressione, che si prova dolore e spesso si fa fatica a trovarne le radici. Quando non si riesce a risalire all’origine il dolore è puro, irrazionale, inspiegabile. La Rosselli è per me rivoluzionaria perché a partire dalla sua scrittura ho avvertito la necessità di trasmettere il sentire e non la visione. Essere capaci di trasmettere agli altri il groviglio esistenziale che si custodisce dentro è una grande dote, un atto di amore indescrivibile.

3. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

La mia scrittura nasce per rispondere a un’esigenza creativa ed è fatta per lo più di immedesimazione, sono pochissimi gli elementi autobiografici, ma questo non vuol dire che non siano determinanti. Per me l’arte è scoperta ed esplorazione del sé e della realtà, anche solo immaginandola, non potrei vivere senza fare qualcosa di creativo e privarmi del piacere della condivisione. Vivo all’estero, eppure devo dire che più che i luoghi è la distanza a ispirarmi. Vengo dall’Irpinia, ho lasciato il mio paese tempo fa e ho imparato presto a fare i conti con la nostalgia e la lontananza. Questi sono oramai sentimenti e condizioni che sento innervati nel mio essere: se tornassi in Italia in questo momento, forse potrei stare ugualmente bene, ma mi mancherebbe qualcosa della vita all’estero; in Ungheria non me la passo male, ma spesso avverto il desiderio di ritornare in patria. Tuttavia, quando torno al paese per fare visita a miei, ricordo esattamente il motivo per cui ho piantato tutto e sono andato altrove a costruire la mia vita. Non nutro nessun odio, semplicemente non ho avuto un ruolo da ricoprire. Ad ogni modo questo vivere tra nostalgia e voglia di restare è solo uno dei tantissimi contrasti che mi attraversano. Non so quanto si riflettano nella scrittura tutti questi elementi, ma sicuramente ho sviluppato ed esercitato un’interiorità molto forte. Suppongo che ciò abbia un peso, ma non saprei quantificarlo con esattezza.

4. Ci parli della tua pubblicazione?

Variazione Madre è nata dall’esigenza di mostrare un lato femminile. Immagino che tutti gli uomini ne abbiano uno, ma lo lasciano vedere raramente e probabilmente anche malvolentieri. Io ho provato a farlo immedesimandomi nel corpo della donna, cercando di provare desideri e aspirazioni che una persona eterosessuale di sesso maschile non dovrebbe provare. Non è mai stata una mia intenzione quella di dare un taglio ideologico all’opera, non penso che questo sia l’approccio giusto per addentrarsi nelle liriche: mi sono semplicemente chiesto, essendone fortemente attratto, quali fossero le componenti principali del linguaggio femminile e ho cercato di renderle seguendo la mia sensibilità. A quanto pare sono due i poli principali attraverso cui identifico la scrittura femminile: la sessualità e il dolore, spesso entrambi parte di un sentimento più grande e dirompente, l’amore.

Ad ogni modo queste sono tutte considerazioni postume. Quando ho cominciato a “interpretare” la donna (circa un anno fa) non immaginavo che alla fine ne sarebbe uscito fuori un libro e nemmeno che potesse avere tutti questi contenuti “politici” del tutto involontari. Il femminile costituisce una forza potente e creatrice, capace di portare alla luce, e potenzialmente esprime il lato materno. Lo stesso titolo dell’opera gioca con l’ambivalenza delle parole: Variazione come cambiamento, ma anche come termine afferente al mondo della musica, al quale mi sento fortemente legato, e omaggio alla Amelia Rosselli delle Variazioni belliche; Madre come possibilità di cui ogni donna dispone per generare esseri viventi, sentimento di cura e difesa, punto di origine della vita stessa. Tuttavia a leggere il titolo si potrebbe intendere anche come “origine del cambiamento”, in quanto per la scrittura delle liriche dovevo, in un certo senso, mutare, non potevo restare uomo. E, metaforicamente, è sempre una “Madre” ad avermi generato, così come recita la poesia che apre la silloge: “Sono nata dall’incesto di una Madre/ da un sangue rappreso in due palmi di mani/ cosparso sul ventre in un mattino/ in novembre, sul tramonto dell’autunno.” Di “Madri” ce ne saranno molte nella silloge, rappresentate nella vita, nel pensiero o nella fantasia. Tutte determinanti nell’avermi reso ciò che sono diventato, nel bene e nel male.
Ho scritto circa 90 poesie immaginandomi donna, ma solo 41 sono finite su Variazione Madre grazie all’interesse e alla curatela di Giuseppe Cerbino, che ha voluto includere l’opera nella collana Lepisma-Floema di Controluna.

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Ritengo che il femminile sia un bene da valorizzare, che vada sentito per essere capito (o forse immaginato) anche da chi donna non è. Non si tratta di orientamento sessuale, ma di dare importanza a un aspetto molto importante della vita sulla terra. Creare, accudire, liberare la propria spiritualità, ma anche la potenza sessuale, sono tutti elementi necessari alla nostra esistenza, tutte voci di una partitura più grande. L’amore è un sentimento complesso, troppo spesso identificato con scenette da soap opera e poco dibattuto considerando l’effetto dirompente che spesso ha nelle nostre vite. Vorrei tanto si potesse parlare di questo argomento con più naturalezza, il che non significa fare sfoggio di atteggiamenti esibizionisti: spesso i desideri vengono affidati alla politica che li utilizza per scopi propagandistici. Fa comodo a qualcuno tenere sotto controllo la sfera degli affetti e della sessualità, dividerli per ottenere un vantaggio personale e illudere gli altri offrendo comode soluzioni del tutto incuranti della molteplicità umana. Vorrei che Variazione Madre, nel suo essere oscuro e per nulla rassicurante, fosse un abbraccio: io ti amo perché sei diversa da me, perché ho bisogno di te, mio punto di origine e di ricerca, per salvarmi. Se tutto questo è utile lo giudicheranno i lettori.

6. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Non saprei rispondere con esattezza, credo che sia stato un momento in cui certe letture e certi confronti abbiano fatto in modo che mi occupassi di questa parte di me, che la facessi uscire allo scoperto.

7. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Sono sempre in giro, lavoro in luoghi diversi, essere sistematico nella scrittura mi è impossibile. Molte cose le appuntavo su un taccuino e le facevo maturare, altre sono state scritte di getto, sul cellulare, tra uno spostamento e l’altro oppure in casa, nei bar, nei luoghi di lavoro durante le pause, a tutte le ore, anche di notte. Ad ogni modo ogni singola poesia è frutto di una forte suggestione che in certi momenti si faceva così ossessiva da possedermi. Ho avvertito in certi casi delle sensazioni molto particolari, smosse da un sentimento di gioia e dolore insieme che, in fondo, accompagna tutta la silloge: quella “propria vulnerabile capienza” di cui parlo in una delle poesie di Variazione Madre.

8. La copertina. Chi, come, quando e perché?

La copertina è stata scelta dall’editore. Posso dire di aver apprezzato molto la scelta e lo ringrazio.

9. Come hai trovato un editore?

Giuseppe Cerbino mi ha proposto una pubblicazione per la collana Lepisma-Floema ed io ho accettato ben volentieri conoscendone la competenza e la professionalità. Avevo già letto alcuni poeti di cui si era occupato in precedenza: Beatrice Orsini, Andrea Casoli, Giovanni Sepe, Antonello Sollai, Luca Crastolla, Agostina Spagnuolo… non potevo dire di no. Penso che stia facendo un lavoro importante per la poesia, con passione, attenzione e dedizione. Doti rare, rarissime.

10. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Mi rivolgo a tutti, in particolare agli uomini. Ma credo che questi versi facciano maggiore breccia nelle donne, per natura più curiose su certi temi e determinate espressioni.

11. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Quando torno in Italia cerco di organizzare presentazioni, provo a sottoporre l’opera all’attenzione di poeti e critici importanti, invio email a tutti i potenziali interessati. Anche Facebook mi aiuta tanto: in questi anni posso vantare di aver stretto amicizie vere ed essermi conquistato qualche estimatore nei gruppi attraverso la condivisione e il confronto: in tanti mi scrivono per avere una copia di Variazione Madre e, se è possibile, incontrarmi. Da parte mia vivo gli eventi o gli incontri con le persone come un dono, un momento di socializzazione della poesia unico e irripetibile. La promozione, in sostanza, è per me una parte della poesia, che mi permette di diffondere il mio messaggio e conoscerne tanti altri.

12. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa).

Estendo la citazione precedente: “C’è nella cicatrice l’onore del disarmo, una propria vulnerabile capienza”. Credo che dalla parte della sconfitta, di chi si arrende, ci sia molto da imparare: la nostra società afferma e intende imporre soltanto vincitori, preconfezionati e usa e getta, in altre parole una vittoria di consumo; agli sconfitti non spetta alcun onore, eppure a pensarci bene è proprio nel perdere che ci accogliamo davvero, che comprendiamo i nostri limiti, che ci abbracciamo in tutto e per tutto se davvero ci amiamo empatizzando con il dolore proprio e degli altri. Una capienza vulnerabile, labile, perché per la maggiore non accettata, e tuttavia ci contiene, ci determina e ci dà forma. E ho in mente le parole della mia amica e poeta Floriana Coppola, che nel cambio di stagione della vita afferma: “Non ho vinto e non ho perso/ non mi hanno avuto e non mi avranno mai/ rimango fuori dal coro, raccolgo e semino carezze/ fragili gusci d’uovo nelle mie mani” (Floriana Coppola, Cambio di stagione e altre mutazioni poetiche, Oédipus). È necessario preservare identità, avere amore e cura per gli altri. Se penso alla donna e a tutte le sconfitte, la femminilità è di certo una caratterizzazione che per la nostra società capitalistica costituisce una debolezza e per questo si sta affievolendo sotto i colpi del carrierismo. Bisognerebbe fare tesoro delle sconfitte per non perdersi in volatili imposizioni che non si preoccupano del benessere globale, ma soltanto di quello individuale. Non ho una soluzione da offrire a tutto questo, naturalmente, indico solo un problema rifacendomi alle parole di Virginia Woolf: «Può accadere qualsiasi cosa quando la femminilità cesserà di essere un’occupazione protetta».

13. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Me la vivo giorno per giorno, impegnandomi nella diffusione della poesia, proponendomi, per quanto sia possibile, in vari contesti. Il resto verrà da sé, se questo libro vale qualcosa farà strada. Sicuramente non mi arricchirà economicamente, su questo posso stare tranquillo! Al contrario, dal punto di vista umano, ho delle buone aspettative.

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti? Per quale motivo spetta proprio a te rappresentare il sentire e l’animo femminile?

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Scrivo tantissimo, ma parlare di opera in cantiere mi pare prematuro. Ultimamente il mio stile si è fatto più asciutto e alcuni siti hanno già pubblicato poesie di quello che potrebbe essere il mio nuovo corso. Ne condivido una qui, per dare l’idea di quella che potrebbe essere la poesia di Federico Preziosi in un prossimo lavoro.

Sei un tutt’uno con la carne
intonaco di sangue e affresco d’anima,
un sussurro intimo che danza
anestetizzando il tronco. Un bisturi
separa linfa e corpo in questo lascito
dello spirito che è un non sentire,
una lobotomia d’amore sulla dipartita.

Federico Preziosi nasce ad Atripalda (Av) nel 1984. Studia Musicologia e Beni musicali presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, laureandosi in Estetica e Filosofia della musica con una tesi su Béla Bartók. Suona il basso negli “Slow Motion Genocide”, con i quali pubblica l’omonimo ep e un disco, Unculture. Oggi vive in Ungheria dove insegna lingua e cultura italiana a Budapest. Si avvicina alla poesia grazie all’incontro con Armando Saveriano, con il quale fonda il gruppo facebook “Poienauti”. La frequentazione virtuale con numerosi poeti provenienti da tutta Italia porta alla costituzione di “Versipelle”, una comunità poetica che esprime la propria voce attraverso il sito http://www.versipelleblog.wordpress.com. Nell’aprile 2017 vede la luce il suo esordio, Il Beat sull’Inchiostro, poetry slam ideata su intrecci di rime e assonanze a ritmo di rap. La silloge ritrae l’odierna società utilizzando robuste dosi di sarcasmo, irriverenza e tanta schizofrenia. Nel luglio 2019 viene pubblicato da Controluna, nella collana Lepisma-Floema, Variazione Madre con la curatela di Giuseppe Cerbino, un’opera in cui il poeta irpino si immedesima nel mondo femminile cercando di emularne il linguaggio in poesia.

Nove modi per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura – Gianni Rodari

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Oggi ricorre il 99esimo anniversario della nascita di Gianni Rodari e sin dalla giornata odierna iniziano i festeggiamenti per il centenario, che si svolgerà il 23 ottobre del 2020. Da decenni le sue opere raccontano una realtà sempre attuale, descrivono lucidamente sentimenti ancora veri e ci fanno riconoscere nella loro geniale semplicità. Sono storie moderne incarnate in una forma ‘classica’: universale ed eterna. Il 2020 sarà proprio l’anno rodariano, vi ricorrono infatti contemporaneamente 3 anniversari: il 100° dalla nascita, il 40° dalla morte e il 50° dall’attribuzione del Premio internazionale Andersen, che è considerato una sorta di Nobel per la letteratura infantile. Vogliamo ricordarlo attraverso un frammento tratto da un articolo che Rodari scrisse nell’ottobre del 1964 sul “Giornale dei Genitori” dal titolo 9 modi per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura, poi confluito nel libro Scuola di fantasia.

1. Presentare il libro come un’alternativa alla TV
2. Presentare il libro come un’alternativa al fumetto
3. Dire ai bambini di oggi che i bambini di una volta leggevano di più
4. Ritenere che i bambini abbiano troppe distrazioni
5. Dare la colpa ai bambini se non amano la lettura
6. Trasformare il libro in uno strumento di tortura
7. Rifiutarsi di leggere al bambino
8. Non offrire una scelta sufficiente
9. Ordinare di leggere per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura

  1. Presentare il libro come un’alternativa alla tv

    “Leggi, invece di guardare la televisione”.
    “Se non ti vedo leggere vendo la televisione”.
    “Prendi i libri di scuola, invece di perdere tempo con quelle stupidate”.
    Non pretendo di conoscere tutte le espressioni particolari usate dai sostenitori di questo sistema quasi infallibile. I bambini sanno che la tv non è una “stupidata”: la trovano divertente, piacevole, utile. Può darsi che le sacrifichino qualche ora più del necessario, può darsi che si riducano talvolta in quello stato di semi-incoscienza nel quale il telespettatore abituale, bambino e adulto, casca dopo qualche tempo, e di cui è sintomo la totale passività con cui accetta dal teleschermo, senza scegliere e senza reagire, qualsiasi programma.
    Questo non toglie che nel complesso i meriti educativi della tv superino i suoi demeriti. Il teleschermo arricchisce il punto di vista, nutre il vocabolario, mette in circolo una quantità inverosimile d’informazioni, inserisce i nostri piccoli analfabeti in un circuito più vasto di quello familiare, che non sempre è vivificato dalle informazioni, dalla cultura, dalle idee. Si potrebbe quasi dire che la tv diminuisce le difficoltà della lettura. Intanto, perché crea (e sia pure a un livello discretamente basso) una specie di unità nazionale della lingua, e aiuta l’orecchio del bambino a superare l’ostacolo delle profonde differenze tra il dialetto nativo e materno e la lingua scolastica. Poi, perché rende familiari, attraverso il suono e l’immagine, un certo numero di parole “difficili”, di quelle davanti a cui i piccoli lettori incespicano inevitabilmente; e forse oggi incespicano meno di prima.
    Psicologicamente poi, non mi pare che negare un divertimento, un’occupazione piacevole (o sentita come tale, che è lo stesso) sia il modo ideale di farne amare un’altra: sarà piuttosto il modo di gettare su quest’altra un’ombra di fastidio e di castigo.

[Continua in Scuola di fantasia, Editori Riuniti, 1992.]

 

Intervista a Mattia Tarantino: Fiori estinti

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Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La Redazione ringrazia Mattia Tarantino per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Fiori estinti, Terra d’ulivi Edizioni, maggio 2019.

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Gli angeli ricordano solo di aver dimenticato. A noi, per fortuna o purtroppo, non tocca la stessa sorte. Scrivere, prima di indicare l’associazione di un segno a una lettera, è incidere. Non ho mai amato farlo: la scrittura, in me, ha sempre assunto la forma di una condanna; talvolta di un varco per una sorta di assoluzione. Forse il modo di scontare la nascita, di non contarla più, cioè. Come nel libro di Giobbe:

Perisca il giorno in cui nacqui

[ … ]

Quel giorno lo possieda il buio

non si aggiunga ai giorni dell’anno,

non entri nel conto dei mesi

Tuttavia, non c’è maledizione in questo. Cioran sostiene che la maledizione sia un’elezione al contrario, e credo alle sue parole. Posso solo dire che la nevrosi di sillabe e suoni che si agitano tra la voce e la gola ha spesso bisogno di evadere. Allora, per quanto possibile, cerco di tracciarne la formula; sia questa pura gioia o soglia irrimediabile dell’al-di-là.

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?Su tutti, Dylan Thomas – di cui traduco, tra l’altro, i versi per Iris News -. L’analogia, lo scoppio, la visione che custodisce e sfilaccia nelle sue parole coincide, la maggior parte delle volte, con la mia poesia ideale. Quando non accade ne cerco i frammenti; il punto di caduta nel discorso delle parole che mancano. Anche Yves Bonnefoy ha giocato un ruolo importante nella mia formazione – o, forse, deformazione -. Quando, però, ho visto che dal mio balconcino di periferia non si vedevano mandorli, ho segnato i suoi versi sul muro sperando, un giorno, di avverarli e quindi cancellarli. C’è anche Majakovskij, ma non dico nulla; un proiettile ha già compiuto il suo verbo nel secolo. Spesso dicono che Baudelaire, per me, è stato fondamentale. Rivelo qui che non l’ho mai letto; I fiori del male non li ho ancora raccolti. Pochi, invece, gli italiani che mi hanno segnato. Rari, rarissimi versi, tra i grandi, di Montale, Corazzini e D’Annunzio; molti, invece, tra i contemporanei e i morti vicini. Penso soprattutto a Francesco Russo: ricordo più i suoi versi che i miei. Ci sono anche, però, Gabriele Galloni, Giorgia Esposito, Alfonso Guida, Giovanni Ibello e tanti altri, a cui ho rubato il più possibile.
  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Sono nato in una terra irredimibile; tra l’amianto e i campi radioattivi: qui l’erba è elettrica. Un disastro senza evasione possibile che andrebbe riverginato col sangue e la violenza. Violenza che qui, però, appartiene agli altri; ai balordi che sghignazzano con la maschera da orco. Meglio sigillarla, questa terra; segnarne una frontiera invalicabile che contenga e poi consumi il cancro. Il cancro è ovunque, qui. C’è bisogno di una comunione nuova, di mane e mane. Fino ad allora ne canterò la sciagura, il male declinato, la corruzione. D’altra parte, però, sono nato a Napoli: nel sangue ho i sorci e la commedia.

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

Fiori estinti è la mia seconda raccolta; il segno ultimo dell’adolescenza. Un lamento, una profezia: è nato nelle taverne e nelle strade; tra le chiese e gli amari. Ci sono i volti, le parole e le disgrazie che mi hanno attraversato. Forse la poesia, quella che troppi definiscono un tentativo di bellezza, non è nei miei versi: è dove la parola non arriva; dove resta solo il bianco.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

L’unica opera utile nella poesia contemporanea credo sia Dolore Minimo di Giovanna Vivinetto. Lo dico perché è l’opera, tra quelle di maggior rilievo, che più di tutte è entrata in una tensione sociale estesa e discussa. Ha preso parte a un campo di forze in costituzione; contribuito alle vicende dell’egemonia, per dirla alla Gramsci. Fiori estinti è una raccolta di minoranza, che non ha mercato e cerca l’ingovernabile. Non solo: rinuncia a ogni tentativo di governo; cerca di dare dignità al delirio, alla visione intatta sul fondo delle cose.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Delle scintille mi piace ciò che resta. Solo nell’attimo dopo, nella liturgia della cenere, ho deciso che questi versi sparsi e ripetuti dovevano avere assemblea. Ero nella mia stanza, probabilmente; una notte come tante.

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Di rigetto, al massimo. Fiori estinti è stato un divenire: mi sono inventato funambolo e cercato le cifre della crisi; contorto i muscoli e le sillabe. Sono sparpagliato, disordinato: conosco solo l’hora incerta. Di notte ho sempre preferito fare altro. Molte poesie sono nate tra i banchi del liceo; tra la noia, le bestemmie e le erezioni.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

Nella raccolta ci sono angeli ovunque. Perversi, violenti, ubriachi, incestuosi: rovesciati, soprattutto. Per questo l’editore ne ha scelti due che crollano; ha riportato in verticale il perimetro indicato da Benjamin.

  1. Come hai trovato un editore?

È la seconda opera che pubblico con Terra d’ulivi. Mi hanno offerto uno spazio, creduto nel mio lavoro fin dall’inizio. Fiori estinti tratta, grosso modo, gli stessi temi di Tra l’angelo e la sillaba, pubblicata nel 2017: ho proseguito con loro per continuità. Cercare un editore è stato, invece, complesso. Quando uscì la prima raccolta avevo da poco compiuto 16 anni: nelle librerie, spesso, manca la poesia contemporanea. Quando se ne trovano volumi, di solito appartengono a case editrici che riescono a entrare nei grossi circuiti di distribuzione. Ho cercato di capire dove fosse la poesia contemporanea, e quali editori, anche se piccoli, avessero cataloghi di qualità. Così scelsi allora, così ho scelto questa volta.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

A preti e farabutti; oppure ai pochi marchesi des Essenteis rimasti in giro. Sono versi che riesco a concepire solo in bocca a profeti e sifilitici.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Fiori estinti è un libro fortunato. La critica e le riviste lo hanno accolto bene, offrendo e creando spazi per diffonderlo; sia in Italia che all’estero. Ci sono poi le presentazioni: quelle fatte e quelle a venire, dalla Campania alla Sardegna, dalla Lombardia al Piemonte, dal Lazio al Trentino. È un libro che mi piace muovere, ma non promuovere. Preferisco le cose bocciate.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle

mi aprono il sangue e disturbano

i versi in bocca ai morti

 

oppure

 

Ho conosciuto la noia del vino,

gli uccelli malati, e sono

saltato nella loro tosse

Non esistono versi indicativi: di solito scrivo al passato, o al condizionale. Nelle cose perdute e nei desideri; è un circolo vizioso che sto ancora provando a spezzare. Eppure, se dovessi scegliere dei versi, sceglierei le terzine citate. C’è lì, più o meno, la maggior parte dei temi della raccolta.

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Non l’ho mai capito. Non credo nelle opere, né so che sperare dalle cose sperate e tradite che ho cantato. Forse volevo solo la parabola del frutto: il germoglio, la maturità, il marciume.  Non so in quale di queste fasi siano i miei Fiori, ma poco importa. Mi interessa, del fiore, ciò che rimane.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Avrei voluto qualcuno mi chiedesse dove fosse l’opera. Avrei risposto che è un tentativo di tagliare e sovvertire la verticalità del mondo. Qualcosa di simile lo scrive Giovanni Perri:

ostaggi del bene sogniamo il taglio verticale,

il pianto che ci salvi dal coro delle polveri

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Quest’anno mi dedicherò a tradurre i versi di Dylan Thomas e  scrivere qualche nota a raccolte di poesia contemporanea che trovo importanti; alle volte fondamentali. Ma i morti e gli amanti sono figure molto interessanti: chissà non mi mostrino un disegno, una via. Forse sono già sulle loro orme.

 

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Mattia Tarantino

Mattia Tarantino è nato a Napoli nel 2001. Co-dirige Inverso – Giornale di poesia; collabora come traduttore con Iris News – Rivista internazionale di poesia. Fa parte della redazione di Menabò – Quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria e di Bibbia d’Asfalto –Poesia urbana e autostradale. È presente in diverse riviste e antologie, italiane e internazionali. I suoi versi sono stati tradotti in sei lingue. Ha pubblicato Tra l’angelo e la sillaba (Terra d’ulivi, 2017) e Fiori estinti (Terra d’ulivi, 2019).

Un racconto di Francesco Tontoli

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“Sprechen doich?”

Hans ripiega la lettera. Me l’ha tradotta puntigliosamente tutta dal tedesco, facendo delle pause lunghissime per sottolinearne i momenti più cupi.
Ha gli occhi lucidi, lo sguardo lontano, le mani con un leggero fremito.
Il piccolo Johannes gioca tra le sue lunghe gambe parlando il suo curioso linguaggio infantile, con quei punti interrogativi che si sentono cantilenare e che non richiedono risposte.
Siamo solo noi tre , gli altri sono in cucina a chiacchierare con Aurelia. Ci hanno lasciato soli col bambino, prevedendo che tra di noi ci sarebbe stata la solita lunga confessione. Ma sono 10 anni che non ci vediamo, e abbiamo diritto a un nostro momento privato.
Il papà gambalunga si scuote da quell’attimo di nostalgia e porge al figlio il nuovo gioco che ha appena tolto dalla confezione provocando tutto quel rumore di carta strappata. Entrambi emettono suoni che esprimono sorpresa e stupore di fronte al regalo.
Johannes sale sul cavalluccio di legno, e faticosamente cerca di spingerlo con l’aiuto dei piedini. Hans sorride e si asciuga gli occhi, non so bene se per la felicità di vedere suo figlio provarci, oppure per il dolore che si è appena procurato ravvivandolo leggendomi la lettera, come quando si tocca il dorso di una vecchia ferita cicatrizzata che non fa più male , ma di cui se ne rammenta il percorso doloroso.

La lettera è sul divano, stropicciata e unta dalle ditate. Penso siano impronte lasciate da mani umide. Letta e riletta chissà quante volte, mandata a memoria e dimenticata, e rimandata a memoria. La voce fuori campo degli incubi, la litania dei giorni tristi col cielo grigio del lungo inverno passati da solo tra i pazienti montanari. Chiuso, murato tra i boschi e le valli.
Johannes si dondola sul cavalluccio di legno, e guarda il padre asciugarsi la lacrima sfuggita ma subito asciugata col dorso della mano. Hans ritorna a sorridere illuminato dal figlio che lo guarda stupito. Il bambino ha puntato il dito all’angolo dell’occhio da dove è spuntata quella goccia, e ha guardato il padre con l’ennesima frase interrogativa…
Fuori dalla finestra vedo i filari ordinati dei meli ancora in fiore, ma già con accenni di verde, perdersi per la collina. In alto, se alzo un po’ lo sguardo, l’abbazia di Sabiona tutta circondata da file ordinate di viti, incombe minacciando l’abitato con la sua ombra merlata. E’ un pomeriggio sereno, ci sentiamo tutti fortunati a goderci un tempo così. Il sole fende la stretta valle con raggi già obliqui e dorati, e tra poco tramonterà dietro la neve delle cime più alte mandando bagliori che rimbalzeranno sul bianco. Juergen mi indica quel paese lassù che si gode la luce più a lungo di qui. Noi siamo appena arrivati dal sud e abbiamo portato il bello mi dice Hans, perché fino alla scorsa settimana è nevicato più volte…
Ora festeggiamo stappando il prosecco conservato per questa occasione:

-E’ da tanto che questa bottiglia vi aspetta, ci dice versandocelo.

Il brindisi è un po’ frettoloso anche se Hans lo vorrebbe solenne. Sta lì pensoso a rimirarsi l’etichetta della bottiglia, il bimbo attorcigliato alle gambe che lo implora di prenderlo su alla sua altezza sconfinata, e quando viene sollevato in braccio non manca di commentare la vertigine dell’ascensione con gridolini di piacere, che ci fanno inebriare tutti. Hans non ha avuto nemmeno il tempo di avvicinare le labbra al flûte. Non ha bevuto un goccio, ma è completamente ubriaco di suo figlio…..
La lettera intanto è stata intercettata da Aurelia che la ripone in una busta quasi distrutta tanto è usurata, e la porta via come se fosse una reliquia, depositandola presumibilmente in uno di quegli angoli oscuri che ci sono in ogni casa, cassetti segreti, oppure tra le copertine dei libri più cari, un tabernacolo occulto, un sancta sanctorum domestico.
Decidiamo di uscire, con il piccolo Johannes che guida il corteo in passeggino, andiamo incontro al paese passando davanti alla vecchia stazione dove c’e’ in bella mostra una vecchia locomotiva a vapore tirata a lucido.
Passiamo in rassegna le case linde e silenziose , fino a un piccolo ponte pedonale sul fiume Isarco. Tutti guardiamo l’acqua che attraversa la città veloce dopo il disgelo. Costeggiamo il lungofiume guardando le papere che stazionano a riposare nelle piccole anse.
Hans mi dice che quegli uccelli qui sono chiamati “le anatre di Koester” dal nome del pittore che le osservava e le dipingeva dal giardino che proprio ora stiamo attraversando, e a cui è stata dedicata quella statua di bronzo che si vede tra gli alberi con lo sguardo rivolto al fiume e con un piccolo pennello in una mano che sembra contare le anatre più che dipingerle.
Tutto sembra pervaso di una perfezione primaverile che ci mostra il movimento della natura nella sua rotazione.
Ci stiamo trasformando, e chi ode le voci nella direzione del nostro crocchio non può far a meno di voltarsi, sorridere, incuriosirsi dall’arrivo degli ospiti tanto attesi dai due dottori.
Aurelia ci porta direttamente nel suo studio, che è al primo piano del vecchio edificio della dogana, subito dopo l’antica porta. Saliamo tutti. Nella sala d’attesa del medico c’è un pianoforte! E degli affreschi antichi recuperati con perizia. E nello studio, proprio dietro la scrivania della dottoressa c’e’ la postazione di lavoro del piccolo Johannes, un box pieno di giocattoli, da cui osserva la mamma visitare i pazienti commentando le patologie riscontrate con grugniti e parole incomprensibili che sembrano simili a sentenze scientifiche su eventuali malattie, come ci riferisce la madre.
Poi tra la sorpresa generale, compresa quella di Hans , Aurelia si siede al piano e ci dà un saggio eccellente della sua bravura, addirittura anche come cantante .
Stiamo lì seduti in sala d’attesa come cinque pazienti incantati a sentire suonare il piano. Händel? Bach? Schubert? Chissà…ma esplode l’applauso liberatorio. Pura musicoterapia!

Hans mi parla di questa città mentre siamo di nuovo in strada. Alla fine dell’800 qui si riunivano molti artisti, pittori, poeti e musicisti che sciamavano nella strada principale riempiendo le osterie e gli alberghi. La ragione per cui arrivavano fin qui era dovuta al fatto che si era diffusa la voce che da queste parti era nato il maggior poeta medievale di lingua tedesca Walther von der Vogelweide, minnesanger, poeta d’amore, mi dice Hans sorridendo e strizzandomi l’occhio. Tra fine ‘800 e inizi ‘900 accorsero qui gli artisti e si moltiplicarono gli alberghi e le taverne. La vita sorrideva allora, l’impero del buon Cecco Beppe era l’esempio del paternalismo asburgico più bonario. Le ostesse servivano birra sorridendo e commuovendosi per le canzoni più belle. Questo dunque è uno dei luoghi sacri del nazionalismo tedesco, e si trova in Italia!
Hans è alto e sottile come un giunco. Enza mi dice che ha un aria di un giullare medievale, e io me lo sono immaginato spesso in questa veste armato di cetra, mentre declama versi d’amore davanti alla piccola corte del castello. Allampanato e con la nuvoletta intorno al collo.
Hans ci ha sempre stupiti per questa sua ingenuità che è così platealmente esibita da sembrare falsa e stucchevole. In realtà non c’e’ nulla di affettato in lui. Dentro credo sia una roccia di granito, non potrebbe sopravvivere altrimenti tra questi monti duri.
Diventa così quando racconta. Perché tutto quello che fa diventa nella sua fantasia un racconto, una parte di una storia. Una storia che narra a sé stesso senza aver bisogno necessariamente di interlocutori. Quando parliamo di lui tra amici non possiamo che riconoscerci in questa immagine: un medico in esilio che non ha scelto l’Africa, ma i monti dell’Alto Adige.
Hans ha voglia di parlare , e come quegli eremiti loquaci che tentano di tradurre anni di silenzio in poche battute, ci presenta la natura che si dispiega ai nostri occhi enumerando i miracoli e i dolori della convivenza qui, terra di confine, oltre le ragioni e i torti, oltre i conflitti.
L’albergo che ci ha prenotato guarda la piazza più bella del paese. E’ la prima serata tiepida di primavera. Lui non ha lasciato niente al caso. Nell’eventualità che volessimo usare la sauna basta dirlo al portiere. Per le escursioni basta chiedere che qualcuno organizza. No, non sfrutteremo niente di questo tipo di ospitalità. Ci guardiamo negli occhi tutti. Naturalmente l’albergo è già stato pagato per quattro, e noi ne siamo stupiti, ma in fondo dovevamo aspettarcelo. Solo Hans può farlo, e la moglie acconsente. Ci guarda curiosando tra i gesti delle nostre reazioni stupite.
Hans.
Poi vanno via salutandoci abbracciati. Li guardiamo avviarsi e spingere il passeggino di Johannes sul selciato. Fino a non vederli più.

Intervista a Daniela Cattani Rusich: Digitale purpurea

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Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Daniela Cattani Rusich per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Digitale purpurea, Eugraphia, maggio 2019.

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Ero una bambina apparentemente molto socievole ed esuberante, ma in realtà solitaria e riflessiva. Neanche in famiglia lo avevano capito e questo accrebbe in me una situazione di disadattamento e di solitudine, che colmavo scrivendo. A quei tempi, la scrittura era la mia coperta di Linus.

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Mi vengono in mente Jack London con il suo Martin Eden ma non solo, Pavese, Oscar Wilde, Hermann Hesse, Ungaretti e Montale, Emily Dickinson, Neruda, Merini e il teatro di Samuel Beckett, fin da ragazza. Più avanti ho incontrato la magica letteratura sudamericana, che mi ha subito rapita: Isabel Allende, Gabriel Garcia Marquez e soprattutto Luis Sepulveda. Rimanendo nello stesso continente, ma più a nord, un colpo di fulmine fu la raffinatissima scrittura di Henry James (in realtà inglese naturalizzato americano). Poi ho scoperto anche i poeti americani, a partire da Dylan Thomas. I miei riferimenti contemporanei sono Alessandro Baricco per la prosa e Giorgio Caproni per la poesia: in quest’ultimo trovo una corrispondenza fortissima nella visione esistenziale e nel suo modo di pensare la funzione del poeta.

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

I luoghi per me sono sempre stati tappe di vita, tanti, forse troppi: per questo probabilmente con essi ho un rapporto ambivalente, non sempre sereno. Autobiografia e osservazione della realtà sono sempre andate di pari passo, dopo la fase autoreferenziale dell’adolescenza.

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

È la mia quinta silloge, un libricino piuttosto semplice, diviso in due sezioni: l’amore e la violenza. Ci sono diverse poesie sociali che parlano della realtà attuale e di temi che mi stanno da sempre a cuore: la degenerazione dell’umanità, la violenza contro i più deboli (in particolare donne e bambini), la guerra.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Questo non posso dirlo io.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

È sempre un processo lungo per me. Io scrivo senza condizionamenti o scopi precisi; poi, magari dopo mesi o dopo anni, mi si spalanca dentro una finestra ed esce tutto quel che deve uscire. Anche se, ci tengo a specificarlo, seleziono moltissimo e scarto testi senza pietà.

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Scrivo sempre di getto, dopo una lunga gestazione interiore. Tutto ciò che vedo e che provo sedimenta in me, si fa magma e poi esce impetuosamente come lava da un vulcano. In genere il momento in cui arriva l’ispirazione è quello tra sonno e veglia, quando la razionalità allenta le briglie e le immagini e i versi sgorgano liberi.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

Non ho avuto molta scelta. Piuttosto è importante il titolo: la Digitale Purpurea è una pianta che, presa in piccole dosi, cura problemi di cuore; ad alte dosi è letale. Come è stato nella vita per me: ho sbagliato le dosi, sono viva per miracolo.

  1. Come hai trovato un editore?

Attraverso conoscenze comuni.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

A tutti quelli che non hanno paura di guardarsi dentro, di riflettere sulla propria esistenza e sul mondo di oggi, su quello che stiamo diventando: sempre più cinici, sempre più soli.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Ho organizzato una prima presentazione alla Casa delle Arti – Spazio Merini, a Milano. Poi ho dovuto seguire il Premio Letterario Nazionale Poetika, di cui sono presidente da otto anni, e di tempo ne è rimasto ben poco. Non ho la frenesia di pubblicare, anzi. Forse riprenderò in primavera con qualche presentazione un po’ originale: la normalità mi annoia.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legata e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Non quello più riuscito, ma quello che in questo momento mi rappresenta maggiormente (infatti apre la silloge):

“La vita è stata un colpo di vento:

ho perso tutti i miei petali

fra le sue braccia”

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera? N

Nessuna in particolare.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Nessuna. La poesia, se ne è capace, dice senza bisogno di spiegare. E deve emozionare, ovviamente.

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Sì, ho nel cassetto (da tre anni, notare la “smania” 😊) un testo teatrale tra il surreale, l’ironico e l’esistenziale, dal titolo provvisorio: Io vado, tu resti?”; inoltre sto lavorando a un secondo romanzo, legato al primo “C’è Nessuno?” (con lo stesso antieroe come protagonista): è un breve romanzo che ha avuto un grande successo e mi ha dato molte soddisfazioni.

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Daniela Cattani Rusich

Sangue misto (greco, friulano, slavo, turco, armeno), scrive fin da bambina. Scrittrice, poeta, performer, presidente del Premio Letterario Nazionale Poetika, fotografa molto dilettante, ha insegnato per venticinque anni, è stata redattrice del sito Poetika.it, direttore creativo di Onirica Edizioni, ideatrice del Circolo culturale Casteld’Arte in provincia di Milano e dell’associazione culturale CreAzione in Toscana. Primo premio al Concorso Internazionale, patrocinato dal Presidente della Repubblica, THEM ROMAN per il racconto “Porrajmos- l’olocausto zingaro”. Primo premio per la lirica “Segreta” al Concorso “Un monte di Poesia”, tra i cinque finalisti del Premio “Massa Città fiabesca di Mare e di Marmo” con la silloge che porta lo stesso titolo. Terzo posto al concorso “Poetando” con la sua prima silloge “Rendimi l’anima”, trofeo Colle Armonioso per “Viandante senza tempo”. Anche “Arché” ha ricevuto diversi riconoscimenti, Daniela però non ama le esibizioni di premi, infatti ha smesso da anni di parteciparvi. Ha curato numerose pubblicazioni, scritto prefazioni e recensioni e lavora come editor freelance. Ha pubblicato un romanzo corale, un romanzo breve, una graphic novel, cinque sillogi poetiche e diversi testi, sia in versi sia in prosa, sia drammatici che comici,  in antologie di editori vari.

Prisma lirico 30: Mark Strand – Emil Nolde

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Nostalgico e metafisico il Prisma lirico di oggi con Mark Strand e Emil Nolde

Emil Nolde

Una notte chiara, mentre gli altri dormivano, ho salito
le scale fino al tetto della casa e sotto un cielo
fitto di stelle ho scrutato il mare, la sua distesa,
il moto delle sue creste spazzate dal vento, divenire
come pezzi di trina gettati in aria. Sono rimasto nella lunga
notte piena di sussurri, aspettando qualcosa, un segno, l’avvicinarsi
di una luce lontana, e ho immaginato che tu venivi vicino,
le onde scure dei tuoi capelli mescolarsi col mare,
e l’oscurità è divenuta desiderio, e desiderio la luce che approssimava.
La vicinanza, il calore momentaneo di te mentre rimanevo
su quell’altezza solitaria guardando il lento gonfiarsi del mare
rompersi sulla riva e in breve mutare in vetro e scomparire…
Perché ho creduto che saresti venuta uscita dal nulla? Perché con tutto
quello che il mondo offre saresti venuta solo perché io ero qui?

Emil Nolde

Poesia “Mare nero” di Mark Strand, da “Man and camel” 2006

Opere

Mare verde, Emil Nolde, 1938

Mare al crespuscolo, Emil Nolde, 1910

Il bambino tiranno

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Figli-tiranni

“Il bambino tiranno” è un racconto del 1954 di Dino Buzzati, nel quale lo scrittore descrive le tragiche conseguenze di un’educazione troppo accondiscendente e dell’incapacità di esercitare l’autorità da parte degli adulti che rinunciano al proprio ruolo educativo, perseguono  il consenso del figlio e finiscono per rovinarlo.

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