Visioni di poesia 6

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Buona Estate, Buone Vacanze

Immagine "Maremonti" di Loredana Semantica

Un’altra estate ha preso avvio e, come ogni anno l’attività del blog rallenta, prende i ritmi del caldo e del riposo, ricarica energia, nuove idee. Queste le attività previste del blog. Non una pausa vera e propria, piuttosto un rallentamento dei ritmi di pubblicazione. Tutto qui. Non parliamo di rubriche, di tempi, di ritorni ma vi lasciamo in compagnia dei post di Francesco Palmieri. Da questo momento a fine agosto, l’augurio che sentiamo di doverci e che desideriamo estendere a tutti coloro che passano di qui, lettori affezionati o semplici passanti è solo questo:

 BUONA ESTATE, BUONE VACANZE

Versi trasversali

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

DAVIDE MORELLI

*

ALL’IMBRUNIRE

C’è un sovraccarico di segni

a quest’ora del giorno.

L’aria si fa più fine.

L’animo fa il calco

di questo tramonto.

Tutto passa, anche il passato.

Ma non dirmi il sottinteso, il traslato.

Sembra che non ci si possa esimere

dall’hic et nunc, dai rebus insolubili,

dalle associazioni di idee,

dalle giaculatorie brevi ed ingenue,

che avvitano la mente all’imbrunire.

 

*

TROPPO PRESTO

L’oscurità inghiotte la città.

La notte capovolge la realtà.

Ritorna un fantasma dalla memoria:

ricordiamo insieme una triste storia.

E’ morto  giovane. Troppo presto.

Restano pochi gesti, poche frasi.

Restano solo pochi aneddoti:

finiranno nel nulla dopo di noi.

Il vento fa da perno al rumore

delle cose e delle nostre parole.

 

*

VIAGGIO

Una volta all’anno si ha voglia

di partire: vedere altri volti,

altri paesaggi, altri luoghi:

sentire altre voci e altre storie

per tornare e sentirsi come nuovi.

Ma è solo e soltanto un’illusione

avere  copiato quei cieli

con una comune carta carbone.

 

*

SUL TAVOLO

Tutto ciò avvenne simultaneamente.

Ma non me la santo di parlare di coincidenze

o di concatenazione di cause.

Eravamo metafore sospese nel vuoto.

Si potrebbe parlare per ore

degli automatismi della gioventù.

Sul tavolo un biglietto del treno

di dieci anni fa.

Lo guardo. E’ lì senza un significato preciso.

Ciò che è remoto ritorna inavvertitamente

senza fare troppi sforzi di memoria.

La vita: questo strano impasto

di miele e fiele, di abitudini e similitudini.

I destini: questo gioco ad incastro.

 

*

GODOT

Essere umani significa anche

avere tutte le carte truccate

e ciò nonostante perdere lo stesso.

Essere umani significa anche

cercare punti fermi, approdi;

trovare segni inequivocabili

dove non c’è certezza assoluta.

Significa anche cercare l’altrove

nella realtà più convenzionale.

Ci sono innocenti senza colpa

condannati alla sofferenza atroce…

Anche oggi noi eravamo in attesa.

Un posto vale l’altro per attenderlo.

Certi l’attendono tutta la vita.

Anche oggi Godot ha dato forfait.

Non ci restano che giochi di specchi,

accostamenti inusuali di parole,

verità posticce o provvisorie.

Ma non possiamo dire ad ogni modo

che nell’attesa eravamo soli.

 

*

IPOTESI

Potremmo essere ologrammi

fluttuanti in molte dimensioni.

Trascendendo lo spazio e il tempo,

potremmo abitare il multiverso.

Ma al momento è solo una ipotesi

fantasiosa, se non delirante.

Direi una ipotesi tra le tante.

 

*

FELICITA’

La felicità di primo acchito

è una bella ragazza che ammicca.

Ma subito dopo si rivela come

un trucco prospettico dell’animo.

Più che una condizione esistenziale

è uno stato d’animo passeggero.

Siamo legati a questa illusione

da un eterno sortilegio.

È una eterna promessa

non mantenuta.

Niente di più.

 

Testi tratti da Componimenti pseudopoetici e Cuore improduttivo

 

 

 

 

 

 

Canto presente 41: Anna Lamberti Bocconi

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

ANNA LAMBERTI BOCCONI

Mia giovinezza andata
nella sua qualità di bel mazzetto
regalato ogni sera
come fosse un giochetto da due lire
quei quadrati coi numeri
che mandavi su e giù con un sol dito
nella cornice di plastica
uno era vuoto e quello
determinava le mosse
per metterli tutti in fila.
Ma io avevo il buco inchiodato
tiranno maledetto ed avariato
comandava da immobile.
Io lo credevo l’anima
causa la trasparenza delle lacrime
sul fondo ultravioletto della sera.

*

Vidi due labbra fresche adolescenti
posarsi sull’orrendo volto vecchio
di un dio di morte, e tutti gli spaventi
della mia vita al fondo di uno specchio.

Udii che un desiderio e un dispiacere
sono la stessa cosa, e lo diceva
questa mia voce, e il vino nel bicchiere
era versato ma non si beveva.

*

ANNA SULLA DARSENA

Cercare la mia anima di un tempo
tra vie rifatte che non riconosco.
Solo le case sono sempre loro,
l’acqua, la riga dritta delle vie.
Io ho fatto la fine dei dinosauri:
troppo grandi, non c’era da mangiare,
schiacciati sotto una meteora, il ghiaccio
se li è portati via con sé, le ossa
là, immense nella sala di un museo.
Dico qualcosa a chi mi vuol sentire
poi vado a riguardare quel che fui,
o meglio, dove stavo quando fui.
Anche la solitudine si è estinta.

*

Non sento altro che la tua mancanza,
piccola mamma, nelle foglie tese
verso il loro orizzonte verticale
tu che racconti di bellezza e amore,
spaventi di bambina, il tuo tappeto,
persona eccezionale, madre mia
vedo soltanto che te ne sei andata
la primavera infrange ogni vetrata,
creata e discreata. Ancora esisto
se penso a te, le frange del tappeto
in piena luce, la calligrafia
che si assomiglia, che era tua ed è mia
girano testa e vento nella stanza
vortica il mondo e non è mai abbastanza,
fino a che anch’io diventerò poesia.

*

Io sono il fiore in mano
col fil di ferro in gola
quello che va nel marmo,
l’amore del tuo nome
che sussurrò bellezza
gioia, consolazione
la foto cancellata
dimenticata in acqua,
sono il pigmento rosso
che incarna la tua rosa
alta col fil di ferro
piantato nella gola.

*

Ti amo sul mio mare che lascia il mare
la vela bianca e grigia che sembra nebbia
sul sale che incrosta lento l’amo incagliato
immerso da anni e anni dentro il relitto
dal giorno livoroso della tempesta,
il fiore ombelicale che ignaro nacque
avido, amaro, errato, colmo di pianto
il fiore che viveva come un furore,
ti amo da quella gioia dimenticata
quel vecchio paradiso tinto di sangue
che non ne vuol sapere di tramontare.

*

Sogno di bere una fanta in una bocciofila
poco davanti ad una fontana che gocciola,
dopolavoro di autisti e tranvieri, domenica,
sole d’estate che avvita i suoi raggi nell’anima.
Lì piano piano potresti capire che esisto
sempre, con te, senza te, col cuore di vento,
come la linea più bella che traccia una rondine
quando nel cielo rincorre l’arte di perdere.

*

Perduta e sola con i miei due versi
da quando la parola è intelligente
imito il Sole partendo dal Niente
fianco al silenzio e fronte al grande brodo
cercando sottigliezze e gemme fine
in tutta questa fine senza fine.

 

La grande mutazione

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Isabella, la ragazzina protagonista del racconto, viene contagiata da un virus sconosciuto, di cui esistono pochissimi casi in tutto il mondo. All’inizio è molto preoccupata ma poi scopre che non ha contratto una malattia grave: tutt’altro, grazie a quel virus vive un’esperienza indimenticabile.

by Kamil Vojnar

Da parecchi giorni Isabella era inquieta: mangiava poco, aveva qualche linea di febbre, e si lamentava di un prurito alla schiena. I suoi dovevano mandare avanti la bottega e non avevano molto tempo da dedicare a lei: – Si starà sviluppando, – disse la madre; la tenne a dieta e le fece frizioni con una pomata, ma il prurito aumentò. La bambina non riuscì più a dormire; applicandole la pomata, la madre si accorse che la pelle era ruvida: si stava coprendo di peli, fitti, rigidi, corti e biancastri. Allora si spaventò, si consultò col padre, mandarono a chiamare il medico. Il medico la visitò. Era giovane e simpatico, e Isabella notò con stupore che all’inizio della visita appariva preoccupato e perplesso, poi sempre più attento e interessato, e alla fine sembrava contento come se avesse vinto un premio alla lotteria. Annunciò che non era niente di grave, ma che doveva rivedere certi suoi libri e che sarebbe tornato l’indomani. L’indomani tornò, aveva una lente, e fece vedere al padre e alla madre che quei peli erano ramificati e piatti: non erano peli, anzi, ma penne che stavano crescendo. Era ancora più allegro del giorno avanti.

– In gamba, Isabella, – disse, – non c’è niente da spaventarsi, tra quattro mesi volerai – . Poi, rivolto ai genitori, aggiunse una spiegazione abbastanza confusa: possibile che loro non sapessero nulla? Non leggevano i giornali? Non vedevano la televisione? – È un caso di Grande Mutazione, il primo in Italia, e proprio qui da noi, in questa valle dimenticata! – Le ali si sarebbero formate a poco a poco, senza danni per l’organismo, e poi altri casi ci sarebbero stati nel vicinato, forse tra i compagni di scuola della bambina, perché la faccenda era contagiosa.

– Ma se è contagiosa è una malattia! – disse il padre.

– È contagiosa, pare che sia un virus, ma non è una malattia: Perché tutte le infezioni virali devono essere nocive? Volare è una bellissima cosa, piacerebbe anche a me: se non altro, per visitare i clienti delle frazioni. È il primo caso in Italia, ve l’ho detto, e dovrò fare rapporto al medico provinciale, ma il fenomeno è già stato descritto, diversi focolai sono stati osservati in Canada, in Svezia e in Giappone. Ma pensate che fortuna, per voi e per me!

Che proprio fosse una fortuna, Isabella non era tanto convinta. Le penne crescevano rapidamente, le davano noia quando era a letto e si vedevano attraverso la camicetta. Verso marzo la nuova ossatura era già ben visibile, e alla fine di maggio il distacco delle ali dal dorso era quasi completo. Vennero fotografi, giornalisti, commissioni mediche italiane e forestiere: Isabella si divertiva e si sentiva importante, ma rispondeva alle domande con serietà e dignità, e del resto le domande erano stupide e sempre le stesse. Non osava parlare con i genitori per non spaventarli, ma era in allarme: va bene, avrebbe avuto le ali, ma chi le avrebbe insegnato a volare? Alla scuola guida del capoluogo? O all’aeroporto di Poggio Merli? A lei sarebbe piaciuto imparare dal dottorino della mutua: o che magari le ali fossero spuntate anche a lui, non aveva detto che erano contagiose? Così dai clienti delle frazioni ci sarebbero andati insieme; e forse avrebbero anche superato le montagne insieme sul mare, fianco a fianco, battendo le ali con la stessa cadenza. A giugno, alla fine dell’anno scolastico, le ali di Isabella erano ben formate e molto belle da vedere. Erano intonate con il colore dei capelli (Isabella era bionda): in alto, verso le spalle, macchiettate di bruno dorato, ma le remiganti erano candide, lucide, robuste. Venne una commissione del CNR, venne un sussidio considerevole dell’UNICEF, e venne anche dalla Svezia una fisioterapista; si era sistemata nell’unica locanda del paese, capiva male l’italiano, niente le andava bene, e faceva fare a Isabella una serie di esercizi noiosissimi. Noiosi e inutili: Isabella sentiva i muscoli fremere e tendersi, seguiva il volo sicuro delle rondini nel cielo estivo, non aveva più dubbi e provava la sensazione precisa che a volare avrebbe imparato da sé, anzi, di saper già volare: di notte ormai non sognava altro. La svedese era severa, le aveva fatto capire che doveva ancora attendere, che non doveva esporsi a pericoli, ma Isabella aspettava solo che le si presentasse l’occasione. Quando riusciva a isolarsi, nei prati in pendio, o qualche volta persino nel chiuso della sua camera, aveva provato a battere le ali; ne sentiva il fruscio aspro nell’aria, e nelle spalle minute di adolescente una forza che quasi la spaventava. La gravezza del suo corpo le era venuta in odio; sventolando le ali la sentiva ridursi, quasi annullarsi: quasi. Il richiamo della terra era ancora troppo forte, una cavezza, una catena. L’occasione venne verso Ferragosto. La svedese era tornata in ferie al suo paese, e i genitori di Isabella erano in bottega, indaffarati con i villeggianti. Isabella prese la mulattiera per Costalunga, superò il crinale e si trovò sui prati ripidi dell’altro versante: non c’era nessuno. Si fece il segno della croce, come quando ci si butta in acqua, aprì le ali e prese la corsa verso il basso. A ogni passo, l’urto contro il suolo si faceva più lieve, finché la terra le mancò; sentì una gran pace, e l’aria fischiarle alle orecchie. Distese le gambe all’indietro: rimpianse di non aver messo i jeans, la gonna sbandierava nel vento e le dava impaccio. Anche le gambe e le mani la impacciavano, provò a incrociarle sul petto, poi le tenne distese lungo i fianchi. Chi aveva detto che volare era difficile? Non c’era nulla di più facile al mondo, aveva voglia di ridere e cantare. Se aumentava l’inclinazione delle ali, il volo rallentava e puntava verso l’alto, ma solo per poco, poi la velocità si riduceva troppo e Isabella si sentiva in pericolo. Provò a sbattere le ali, e si sentì sostentata, a ogni colpo guadagnava quota, agevolmente, senza sforzo. Anche mutar direzione era facile come un gioco, si imparava subito, bastava torcere leggermente l’ala destra e subito voltavi a destra: non c’era neppure bisogno di pensarci, ci pensavano le ali stesse, come pensano i piedi a farti deviare a destra o a sinistra quando cammini. A un tratto provò una sensazione di gonfiore, di tensione al basso ventre; si sentì umida, toccò, e ritrasse la mano sporca di sangue. Ma sapeva di che cosa si trattava, sapeva che un giorno o l’altro sarebbe successo, e non si spaventò. Rimase in aria per un’ora buona, e imparò che dai roccioni del Gavio saliva una corrente d’aria calda che le faceva acquistare quota gratis. Seguì la provinciale e si portò a madre e suo padre con tre o quattro clienti. In breve le vie brulicarono di gente. Le sarebbe piaciuto atterrare sulla piazza, ma appunto, la gente era troppa, e aveva paura di prendere terra malamente e di farsi ridere dietro. Si lasciò trasportare dal vento al di là del torrente, sui prati dietro il mulino. Scese, scese ancora finché poté distinguere i fiori rosa del trifoglio. Anche per atterrare, sembrava che le ali la sapessero più lunga di lei: le sembrò naturale disporle verticalmente, e mulinarle con violenza come per volare all’indietro; abbassò le gambe e si trovò in piedi sull’erba, appena un poco trafelata. Ripiegò le ali e si avviò verso casa. In autunno spuntarono le ali a quattro compagni di scuola di Isabella, tre ragazzi e una bambina; alla domenica mattina era divertente vederli rincorrersi a mezz’aria intorno al campanile. A dicembre ebbe le ali il figlio del portalettere, e subentrò immediatamente al padre con vantaggio di tutti. Il dottore mise le ali l’anno dopo, ma non si curò di Isabella e sposò in gran fretta una signorina senz’ali che veniva dalla città. Al padre di Isabella le ali spuntarono quando aveva già passato i cinquant’anni. Non ne trasse molto profitto: prese qualche lezione dalla figlia, con paura e vertigine, e si lussò una caviglia atterrando. Le ali non lo lasciavano dormire, riempivano il letto di penne e di piume, e gli riusciva fastidioso infilarsi la camicia, la giacca e il soprabito. Gli davano ingombro anche quando stava dietro il bancone della bottega, così se le fece amputare.

Primo Levi, Opere, Einaudi

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Nella vicenda l’imparare a volare assume un significato simbolico. Il volo infatti è simbolo di libertà, di scoperta, di fantasia, di avventura, di crescita personale. Non a caso si dice “volare con la fantasia”, “spiccare il volo”, “mettere le ali”. Isabella, grazie alle ali, scopre che le basta l’istinto per imparare a volare, non le occorrono le raccomandazioni degli adulti. Il narratore, nel corso della storia, assume il punto di vista della protagonista; in molti passaggi del testo la focalizzazione è sul personaggio. Per esprimere con efficacia questo punto di vista, l’autore adotta la tecnica del “discorso indiretto libero” adottando la focalizzazione zero. La storia è fantastica ma viene narrata come se fosse una cronaca, rara ma verosimile. Primo Levi inizia a coltivare il genere fantascientifico nello stesso periodo in cui sta scrivendo Se questo è un uomo (ultimato nel gennaio 1947), come dimostra la pubblicazione di un primo racconto fantascientifico, I mnemagoghi, apparso su «L’Italia Socialista» alla fine del 1948. Successivamente continua a dedicarsi alla scrittura di testi fantascientifici e li pubblica su quotidiani e riviste. Questi racconti confluiscono nella prima raccolta di fantascienza, Storie Naturali, che esce sotto lo pseudonimo di Damiano Malabaila nel 1966, per i tipi di Einaudi. Si tratta di una fantascienza  ricca di ironia e di invenzioni che rispecchiano gli interessi scientifici dell’autore e aperta alla riflessione sui comportamenti umani. In un’intervista apparsa su «L’Unità» nel gennaio 1966, in occasione della messa in scena a Torino di tre atti unici di argomento fantascientifico contenuti in Storie naturali, Primo Levi parla della fantascienza come di uno sconfinamento dalla realtà al possibile. Il genere gli risulta particolarmente congeniale perché riempie di senso la scissione che egli  avverte tra la sua condizione di chimico impiegato in fabbrica e scrittore nel tempo libero. I racconti possiedono una pluralità di livelli di lettura e una profondità di pensiero dirompente nonostante sia celata dietro lo schermo delle invenzioni fantastiche. Per queste loro caratteristiche le due raccolte di racconti che Calvino definì “fantabiologici”,  Storie naturali e  Vizio di forma presentano diversi spunti di riflessione e approfondimento.

Deborah Mega

 

Epistole d’Autore 4

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In un mondo digitale come il nostro ricevere una lettera cartacea è ormai una forma d’espressione d’altri tempi, un evento più unico che raro. La telematica e la capillarità della rete telefonica che consentono la trasmissione a distanza delle informazioni in tempo reale hanno reso immediata e veloce la comunicazione interpersonale. Sono lontani i tempi in cui, quando si scriveva una lettera, occorreva avere la pazienza di aspettare che arrivasse a destinazione e che giungesse la risposta. Eppure quell’attesa amplificava le emozioni, lasciava presagire la risposta, fortificava e rinvigoriva i sentimenti. Amore, affetto, amicizia, gioia, dolore, risentimento, dispiacere, follia sono i sentimenti veicolati dalle lettere, capaci di scuotere l’animo di chi scrive e di chi legge. La lettura di Epistole d’autore fornisce un ritratto insolito e inedito, per frammenti e dettagli, di uomini e donne celebri, svela segreti, rende più umani e veri i grandi del passato.

Frida Kahlo a Diego Rivera

 

Frida Kahlo, la nota pittrice messicana, è conosciuta per le sue opere d’arte e per la sua stravagante personalità. Non tutti però sono a conoscenza del suo immenso amore per l’artista messicano Diego Rivera, con il quale trascorse quasi tutta la vita. Si trattò di una relazione difficile e tormentata, che si può ricostruire grazie alle lettere d’amore raccolte ne Il diario di Frida Kahlo. Un autoritratto intimo. Il loro rapporto intenso e tormentato è uno dei più celebri della storia dell’arte e di tutto il Novecento.  L’artista messicana conobbe Diego Rivera nel 1927, egli divenne dapprima il suo mentore e, successivamente, l’amore di tutta una vita. Malgrado l’opposizione di sua madre a questa relazione, Frida sposò ugualmente Diego Rivera due anni dopo, nel 1929.
Durante tutta la loro storia d’amore, la pittrice non smise mai di scrivergli delle lettere d’amore che fortunatamente ancora oggi sono conservate. Nonostante i due fossero sposati, la loro relazione provocò sempre molta sofferenza a Frida, anche per i continui tradimenti da parte di lui, a cui si aggiunse la sofferenza fisica della pittrice dopo il grave incidente che l’aveva colpita. Il temperamento sensibile e passionale della Kahlo emerge chiaramente in questa lettera a Rivera, mai spedita, del settembre del ’39.

“La mia notte… che non vorrei più… La mia notte è come un grande cuore che pulsa. Sono le tre e trenta del mattino. La mia notte è senza luna. La mia notte ha grandi occhi che guardano fissi una luce grigia che filtra dalle finestre. La mia notte piange e il cuscino diventa umido e freddo. La mia notte è lunga e sembra tesa verso una fine incerta. La mia notte mi precipita nella tua assenza. Ti cerco, cerco il tuo corpo immenso vicino al mio, il tuo respiro, il tuo odore. La mia notte mi risponde: vuoto; la mia notte mi dà freddo e solitudine. Cerco un punto di contatto: la tua pelle. Dove sei? Dove sei? Mi giro da tutte le parti, il cuscino umido, la mia guancia vi si appiccica, i capelli bagnati contro le tempie. Non è possibile che tu non sia qui. La mia mente vaga, i miei pensieri vanno, vengono e si affollano, il mio corpo non può comprendere. Il mio corpo ti vorrebbe. Il mio corpo, quest’area mutilata, vorrebbe per un attimo dimenticarsi nel tuo calore, il mio corpo reclama qualche ora di serenità. La mia notte è un cuore ridotto a uno straccio. La mia notte sa che mi piacerebbe guardarti, seguire con le mani ogni curva del tuo corpo, riconoscere il tuo viso e accarezzarlo. La mia notte mi soffoca per la tua mancanza. La mia notte palpita d’amore, quello che cerco di arginare ma che palpita nella penombra, in ogni mia fibra. La mia notte vorrebbe chiamarti ma non ha voce. Eppure vorrebbe chiamarti e trovarti e stringersi a te per un attimo e dimenticare questo tempo che massacra. Il mio corpo non può comprendere. Ha bisogno di te quanto me, può darsi che in fondo, io e il mio corpo, formiamo un tutt’uno. Il mio corpo ha bisogno di te, spesso mi hai quasi guarita. La mia notte si scava fino a non sentire più la carne e il sentimento diventa più forte, più acuto, privo della sostanza materiale. La mia notte mi brucia d’amore. 

Sono le quattro e trenta del mattino. La mia notte mi strema. Sa bene che mi manchi e tutta la sua oscurità non basta a nascondere quest’evidenza che brilla come una lama nel buio, la mia notte vorrebbe avere ali per volare fino a te, avvolgerti nel sonno e ricondurti a me. Nel sonno mi sentiresti vicina e senza risvegliarti le tue braccia mi stringerebbero. La mia notte non porta consiglio. La mia notte pensa a te, come un sogno a occhi aperti. La mia notte si intristisce e si perde. La mia notte accentua la mia solitudine, tutte le solitudini. Il suo silenzio ascolta solo le mie voci interiori. La mia notte è lunga, lunga, lunga. La mia notte avrebbe paura che il giorno non appaia più ma allo stesso tempo la mia notte teme la sua apparizione, perché il giorno è un giorno artificiale in cui ogni ora vale il doppio e senza di te non è più veramente vissuta.  La mia notte si chiede se il mio giorno somiglia alla mia notte. Cosa che spiegherebbe la mia notte, perché tempo anche il giorno. La mia notte ha voglia di vestirmi e di spingermi fuori per andare a cercare il mio uomo. Ma la mia notte sa che ciò che chiamano follia, da ogni ordine, semina disordine, è proibito. La mia notte si chiede cosa non sia proibito. Non è proibito fare corpo con lei, questo, lo sa, ma si irrita nel vedere una carne fare corpo con lei sul filo della disperazione.  Una carne non è fatta per sposare il nulla. La mia notte ti ama fin nel suo intimo, e risuona anche del mio. La mia notte si nutre di echi immaginari. Essa, può farlo. Io, fallisco. La mia notte mi osserva. Il suo sguardo è liscio e si insinua in ogni cosa. La mia notte vorrebbe che tu fossi qui per insinuarsi anche dentro di te con tenerezza. La mia notte ti aspetta. Il mio corpo ti attende. La mia notte vorrebbe che tu riposassi nell’incavo della mia spalla e che io riposassi nell’incavo della tua.  La mia notte vorrebbe essere spettatrice del mio e del tuo godimento, vederti e vedermi fremere di piacere. La mia notte vorrebbe vedere i nostri sguardi e avere i nostri sguardi pieni di desiderio. La mia notte vorrebbe tenere fra le mani ogni spasmo. La mia notte diventerebbe dolce. La mia notte si lamenta in silenzio della sua solitudine al ricordo di te. La mia notte è lunga, lunga, lunga.  Perde la testa ma non può allontanare la tua immagine da me, non può dissipare il mio desiderio. Sta morendo perché non sei qui e mi uccide. La mia notte ti cerca continuamente. Il mio corpo non riesce a concepire che qualche strada o una qualsiasi geografia ci separi.  Il mio corpo diventa pazzo di dolore di non poter riconoscere nel cuore della notte la tua figura o la tua ombra. Il mio corpo vorrebbe abbracciarti nel sonno. Il mio corpo vorrebbe dormire in piena notte e in quelle tenebre essere risvegliato al tuo abbraccio. La mia notte urla e si strappa i veli, la mia notte si scontra con il proprio silenzio, ma il tuo corpo resta introvabile. Mi manchi tanto, tanto. Le tue parole. Il tuo colore. Fra poco si leverà il sole”.

Città del Messico, 12 settembre 1939

 

uNa PoESia A cAsO: Emily Dickinson

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Emily Dickinson

La chimica certezza
che nulla va perduto
sprona nella sventura
il mio credo in frantumi

Se vedrò il volto degli atomi
tanto più le finite creature
che mi sono state sottratte.

PUNTI DI VISTA 15: Guernica

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In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente. Oggi analizziamo Guernica di Pablo Picasso.

Il dipinto, di dimensioni 349 x 776 cm, si trova al  Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid. Grazie all’immediatezza del suo messaggio e all’efficacia del suo simbolismo, questo capolavoro del cubismo denuncia la guerra e l’orrore dei conflitti. Nel 1937 Picasso era già un artista affermato e famoso e ricevette dalla Repubblica Spagnola l’incarico di realizzare un’imponente opera murale che decorasse il padiglione della Spagna durante l’EXPO del 1937. In quel momento l’artista da tre anni viveva a Parigi, a Rue des Grands Augustins. Pablo accettò l’incarico ma i lavori per questa imponente pittura cominciarono molto a rilento perché il pittore non si sentiva ispirato. Il 26 aprile 1937 la piccola città spagnola di Guernica nella provincia di Biscaglia, venne bombardata senza pietà dalla Legione Condor, corpo volontario composto da elementi dell’armata aerea tedesca Luftwaffe e dall’Aviazione Legionaria fascista italiana. Il poeta Juan Larrea, amico di Pablo, lo andò a trovare per parlargli di questo evento: l’opera che stava realizzando per l’EXPO doveva assolutamente riguardare questo terribile atto di violenza. Guernica rappresentava un centro molto attivo della resistenza che stava combattendo per la proclamazione della Repubblica in Spagna. Al fianco dei repubblicani c’erano socialisti, comunisti, anarchici; dall’altra parte c’era Francisco Franco, il generale delle truppe nazionaliste. Al suo fianco intervennero i nazisti, i quali, il 26 aprile 1937, effettuarono un bombardamento a tappeto sulla città di Guernica. Quel giorno gli abitanti erano raccolti al centro del paese per il mercato. Le vittime furono tantissime. Al momento dell’attacco gran parte degli uomini di Guernica erano al fronte a combattere contro le truppe di Franco. In paese erano rimasti prevalentemente donne e bambini. Tutti furono massacrati. Da quando ebbe l’idea definitiva, Picasso impiegò poco più di un mese per completare il lavoro che venne esposto al padiglione spagnolo e finanziato dai repubblicani spagnoli impegnati nella guerra civile. La tela  dunque era il simbolo perfetto per dimostrare l’avversione al tema principale dell’Esposizione, la tecnologia bellica che aveva permesso la distruzione della città di Guernica. All’epoca il pubblico ebbe reazioni contrastanti. Nell’estate dello stesso anno il lavoro di Pablo Picasso venne ospitato a Londra poi in altre città inglesi e francesi. Guernica ebbe un successo straordinario e fu inviato negli USA per raccogliere dei fondi da destinare a tutte le vittime innocenti della guerra civile in Spagna. Il quadro di Guernica venne conservato al MoMA per un lasso di tempo su diretta richiesta di Pablo che voleva che la tela rimanesse al sicuro negli Stati Uniti e che non facesse ritorno in Spagna fino a che la democrazia non fosse stata nuovamente resa ufficiale. I continui spostamenti stavano danneggiando il quadro così si decise di lasciarlo in una sala del MoMA fino al 1981. Nel 1968 Francisco Franco manifestò pubblicamente il desiderio che l’opera tornasse in Spagna ma Picasso disse che avrebbe accettato il trasferimento soltanto se fosse stata ufficializzata la repubblica e le istituzioni democratiche. Nel 1973 Picasso morì e due anni dopo anche Francisco Franco. La Spagna divenne una monarchia costituzionale democratica. Guernica per la sua prima apparizione in pubblico fu collocata al Casón del Buen Retiro di Madrid poi al Museo del Prado per qualche anno, successivamente al Museo Reina Sofia di Madrid insieme a 20 bozze preparatorie dell’opera. Nel dipinto non c’è alcun esplicito riferimento al bombardamento effettuato sulla città spagnola, non ci sono aerei e bombe che distruggono tutto. Per esprimere al meglio il tema della guerra Pablo ha usato soltanto il bianco, il nero ed una scala di grigi così da rappresentare l’assenza di vita e la drammaticità. Come alcuni capolavori del passato, anche questa tela ha una struttura a tre parti. A sinistra c’è il toro e la donna che sorregge il figlio, al centro c’è il cavallo morente e la donna con la lampada, a destra la casa in fiamme e la donna che urla. Oltre ad essere divisibile in tre parti, i protagonisti sono organizzati in gruppi triangolari. ll primissimo dettaglio che salta all’occhio è sicuramente il toro con il corpo scuro e la testa bianca, simbolo della “brutalità e dell’oscurità”. Anche nella Minotauromachia, il toro viene assunto come protagonista dell’opera. Sotto il toro è ritratta una donna con in braccio un bambino morto, la donna sta stringendo il piccolo mentre rivolge il suo sguardo al cielo e lancia delle urla di rabbia e impotenza. I suoi occhi sono molto strani ed hanno la forma di lacrime. Il bambino non ha più le pupille proprio perché non è più in vita. Tra il toro ed il cavallo, all’altezza delle loro teste, si trova una colomba. Picasso non l’ha fatta di colore bianco ma l’ha resa con lo stesso tono dello sfondo. Le manca un’ala ed ha la testa rivolta verso l’alto con il becco aperto. Il significato di questo animale è molto semplice, di solito simboleggia la pace. Ma a questa manca un’ala proprio perché la pace è stata infranta. Nella parte bassa della tela c’è un combattente morto di cui vediamo solo testa e braccia. La sua mano sinistra non stringe nulla ma la destra reca una spada spezzata ed un fiore. La spada è il simbolo della guerra ed il fiore che sta sbocciando allude alla speranza che nasce alla fine del conflitto. Un altro elemento degno di nota è la lampadina al centro del quadro che allude al progresso della tecnologia e alla speranza e che assomiglia anche ad una pupilla all’interno di un grande occhio. Sembrerebbe anche che la lampada si trovi dentro a un sole. Al centro della composizione c’è un cavallo dalla forma strana: il suo corpo si trova a destra ma la sua testa è rivolta a sinistra ed è stato trafitto anche da una lancia. Il dolore è talmente forte che il cavallo ha la bocca spalancata e manifesta una lingua a punta (molto simile a quella della donna che piange la morte del proprio bambino). La testa ed il collo sono grigi, il petto ed una delle zampe sono di colore bianco, il resto del corpo invece è coperto da brevi pennellate. Alla destra del cavallo c’è un’altra donna che si sta inginocchiando alla ricerca di un riparo per curare le sue ferite. Sopra di lei c’è un’altra donna che sta cercando di illuminare la scena servendosi di una lampada ad olio. Alcuni studiosi pensano che lei possa simboleggiare la Repubblica Spagnola. Un altro dettaglio non meno importante è la casa in fiamme sulla destra e che rappresenta l’architettura che viene distrutta. Con il suo gesto pare quasi che stia implorando che il bombardamento si fermi da un momento all’altro. E per questo dettaglio, Picasso si è ispirato ad un altro capolavoro,  il 3 maggio 1808 di Francisco Goya. L’uomo al centro che sta per essere fucilato è nella stessa posizione della donna che cerca di scampare al bombardamento. Allude al fatto che l’umanità è stanca della guerra, alcuni pensano che questo personaggio che scappa con le mani verso il cielo potrebbe rappresentare la moglie dell’artista. Un altro dettaglio è molto importante: la freccia obliqua che si vede alla sinistra del cavallo, la cui traiettoria se la prolungassimo, giunge fino al bambino morto tra le braccia della madre. Esiste una versione di quest’opera nella sala del Consiglio di Sicurezza dell’ONU proprio perché da sempre l’ONU è impegnata nella ricerca e nel mantenimento della pace.

Deborah Mega

 

Canto presente 40: Massimo Botturi

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

MASSIMO BOTTURI

A MIA MADRE

 Quasi cadesse ancora quel filo d’erba nuova
dalla tua mano e hai appena due anni
ora che in fila, aggiusti il borsellino
per quando sarà il conto.
Le poche tue cibarie, un flit per i mosconi
galanterie portate da casa in questo uffizio
dove le giovinette sistemano scaffali
e taciturne vanno alla pesa.
Sempre attenta, io t’ho veduta in queste faccende
un soffio d’aria, versata d’innocenza sui vortici del mondo
tra le rotonde e i clacson sguaiati
luminarie, file di denti come promessa.
Ora sei china
non più al figliolo nudo dai gomiti incrostati
ma alla severità delle vene, delle ossa
di ciò che ti sorregge a fatica
senza un pianto.

QUANDO POI SMETTE DI PIOVERE

Quando poi smette di piovere, fa strano
e sembra che più niente ci sia a volare intorno.
Ti sembra d’esser mai esistito, e che le foglie
si chiamino a custodi del mondo
con le leggi
le regole non scritte che spingono le verdi
e annullano le gialle alla fine dei respiri.
È come avere te, un foglio bianco, sesso aperto
per contraddire Darwin in sette giorni solo;
è come avere letteratura, mani e bocca
volume in edizione extra lusso.
Gli occhi, ancora
come dei secchi d’acqua con dentro le tue lune
le tue mammelle poco educate
il tuo ombelico, sporgente come un pesce
alle briciole del pane.

L’UOMO ACCANTO

Quando dormo profondo allungo il corpo
come l’acqua dentro il vino
come i sogni, che odorano di more e tempesta.
Torno al Vico
a quel trasloco di San Martino, alla maestra
che m’educò all’amore per libero pensiero.
Ritorno al lume, chiuse le imposte
e al libro nuovo. Sulla credenza via dallo sporco
perché oro, sarebbe stato i giorni a venire.
Dormo e sboccio
maturo come il fiore di pero e di genziana
tra i tiri dello schioppo nel bosco e altri lamenti.
E quando dormo profondo
in altri mondi, poi getto le mie viole a ricordo;
ho calze corte, un piccolo maglione sfibrato
ma sorrido. Sì forte che del sangue poi m’esce
e mostra il segno
sul labbro un bacio pronto a venire
l’uomo accanto.

ROSSA

Là, una rosa
ha già varcato il limite imposto di un cancello;
la debole ed inutile leggina che la vuole
di proprietà a un’anziana signora.
Ma n’è nulla
ciò che la vanità scrive in calce, lei si fionda
accetta il rischio d’essere scissa;
che so io, da uno innamorato prima che torni a casa
da una ragazza mentre l’annusa
e trova pari, al seno suo lavato di fresco.
Eccola china
del peso di rugiada scolpita, come vena
varice della terra ghiaiosa
Dio inventore.

INTERMITTENZE

Questa mia stanza ha un occhio a est, piccino.
Davanti un sortilegio di foglie, a inverno coppi.
La luna ci sghignazza minuti, forse un’ora
poi gira il culo e va verso il Michigan, Milano
o una città che adesso mi scordo.
Sembra niente, ma a me vien su il magone
perché è una bella donna che sfugge, come gli anni
Allora viene in mente quando prendevo il treno
e tra una riga e l’altra di un libro salutavo
le amiche pendolari di stessa mia premura.
Nemmeno un caffè insieme;
garretti, borse, corse
e metropolitane d’ogni colore, e tram.
Mi viene anche in mente la mia morosa mora
le uscite di nascosto dal padre che dormiva
le scuse alla sorella portata per candela.
E allora penso, porca miseria, è proprio vero
son attimi che passano svelti quelli belli
ma restano che sembrano secoli, ciao amore!

 

“Anna Maria Ortese, la scrittrice errante” di Anna Maria Bonfiglio

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Il primo libro di Anna Maria Ortese che acquistai fu Il porto di Toledo, nel lontano 1975. Era una scrittrice a me sconosciuta ma mi affascinò quel titolo, Toledo era sì il nome di una città spagnola, ma era stato anche il nome di una via di Palermo al tempo della dominazione ispanica in Sicilia e forse, inconsciamente, questo mi aveva suggestionato. Purtroppo però la sua lettura mi lasciò spiazzata: lo trovai un libro ostico, una scrittura che era prosa ma anche poesia, diario, autobiografia; una narrazione visionaria o, come la stessa autrice la definiva, irreale. Confesso che, dopo un paio di tentativi, interruppi la lettura e collocai il volume nella mia libreria, dimenticandomene. Fu una trasmissione televisiva in cui si parlava dell’Ortese che mi risvegliò la voglia di riaccostarmi alla scrittura ortesiana, ma, ahimé, del Porto di Toledo non trovai più alcuna traccia nella mia biblioteca e ripiegai su altri due famosi libri, Il mare non bagna Napoli e L’Infanta sepolta, questa volta lasciandomi totalmente sedurre dall’opera e dalla vita di questa importante e problematica scrittrice.

Anna Maria Ortese nasce a Roma il 13 giugno del 1914 da Oreste, siciliano di nascita ma di origine catalana, e Beatrice Vaccà, nata a Napoli ma discendente da una famiglia di scultori della Lunigiana. Ha una sorella e cinque fratelli di cui uno suo gemello. Nel 1915, a causa della chiamata al fronte del padre, la famiglia lascia la capitale e si trasferisce prima in Puglia e poi in Campania, a Portici; nel 1919, alla fine della guerra, il ricostituito nucleo familiare si trasferisce a Potenza, dove Oreste ha un incarico governativo, e dove risiederà fino al 1924. Qui Anna Maria frequenta le prime classi elementari che interrompe a causa della decisione del padre di trasferirsi in Libia, allora colonia italiana. Il periodo della permanenza in Africa s’incide nella memoria della scrittrice che lo ricorderà come un tempo in cui ‘essere dentro la natura’ ma anche come ‘inferno’ vissuto in una ‘casa di pietra senza porte e finestre, col tetto metà coperto e metà no, dove dal pavimento sbucavano scorpioni, topi e scarafaggi’. Nel 1928 gli Ortese ritornano in Italia, stabilendosi a Napoli, dove la giovane Anna Maria frequenta per un breve periodo una scuola ad indirizzo commerciale, senza però completare il ciclo di studi. Questi della permanenza napoletana sono per la giovane gli anni in cui si delinea in maniera decisiva la strada della scrittura, primariamente in poesia. La morte in guerra del fratello Emanuele ispira alla giovane Ortese la poesia Manuele, pubblicata su L’Italia letteraria e confluita poi nella raccolta Il mio paese è la notte, che raggruppa le poesie scritte tra il 1930 e il 1980,  ma che viene pubblicata nel 1996. I primi racconti apparsi su L’Italia letteraria non suscitano alcun interesse  in seno alla famiglia e Anna Maria chiede a Bontempelli, allora direttore del giornale, di pubblicarli con lo pseudonimo di Franca Nicosi; tutti i racconti escono in seguito in raccolta col titolo Angelici dolori e con una nota editoriale dello stesso scrittore che così si esprime: “In questi racconti – che tutti insieme fan romanzo e poema lirico – una semplificazione spietata degli argomenti e degli atti dà lume di miracolo alle persone e cose più comuni della vita”. La scrittura di Ortese spiazza la critica militante e viene liquidata come ‘influenzata dal realismo magico’ di natura bontempelliana. L’amicizia con Paola Masino, compagna di Bontempelli, dà modo all’Ortese di approdare al Gazzetino di Venezia, città dove va a vivere, prima ospite dell’amica Paola e in seguito in una propria abitazione. Da Venezia si sposta a Trieste e quindi a Firenze, poi a Napoli, Roma, Bologna, trasferimenti in gran parte per lavoro, ma nella realtà la scrittrice non risiederà mai a lungo nello stesso posto, sia per la necessità di lavorare e trovare una stabilità economica, sia per una sorta di nevrosi da peregrinazione ereditata dal padre. Di tutti i luoghi in cui risiede durante la sua vita, e sono molti, Napoli è la città che maggiormente segna, nel bene e nel male, la sua opera. Città amata e vituperata, vissuta e ripudiata, ma profondamente radicata nella sua memoria. La vita e l’opera di Anna Maria Ortese si mescolano, confluiscono in una scrittura visionaria, lirica, irreale, radicata nella complessità delle vicende vissute e traslitterate attraverso un codice che non si apparenta a nessun’altra scrittura. Eppure il suo percorso letterario è complicato e la sua opera viene messa in discussione e riconosciuta tardivamente. Dopo la pubblicazione di Angelici dolori, nel 1953 esce Il mare non bagna Napoli, libro difficile da classificare nella nomenclatura dei generi letterari, costruito su personaggi e ricordi, amore e rabbia, presa di coscienza di una sconfitta ideologica che s’intreccia alla miseria del popolo. Di Napoli Ortese mette in scena il degrado, l’amara condizione dei sopravvissuti alla guerra, la disillusione di quegli intellettuali che avevano creduto nello scarto verso una politica di sinistra e che alla fine si erano assuefatti a ruoli convenzionali. Lo sguardo della scrittrice è impietoso e gli scrittori napoletani non riescono a perdonarglielo. E’ un ferita che s’inciderà nella sua esistenza e che l’allontanerà per sempre dalla città amata. Il libro è costituito da cinque racconti, l’ultimo dei quali è a sua volta suddiviso in sei capitoli. I primi due, Un paio di occhiali e Interno familiare, raccontano le storie di due famiglie diversamente collocate nella scala sociale: la prima appartiene al ceto più umile e povero, vive al limite della sopravvivenza e perciò nell’impossibilità di provvedere all’acquisto di un paio di occhiali per la figlia Eugenia, quasi cieca. Ortese entra nel basso dove vive la famiglia e ne esplora la geografia fisica e morale con sguardo meticoloso, trascrivendone fedelmente il linguaggio popolare e prendendo le distanze da un facile pietismo. Qui Napoli è vista nella sua veste più miserevole, non vi è amore né solidarietà fra le famiglie dei bassi, né nella famiglia di Eugenia, al massimo qualche gesto di carità. Ed è grazie a quella della zia Nunzia che la bambina ottiene infine quegli occhiali che le consentiranno di vedere l’azzurro del cielo della città. Ma attraverso le lenti lo sguardo dell’infelice Eugenia scopre la squallida realtà che la sua debole vista le aveva nascosto e il miracolo che aspettava svanisce come al risveglio di un sogno. Lo stile crudo e distaccato della scrittura di Ortese, occhio inesorabile che affonda fino al midollo dei fatti, supera in questo racconto la cifra verista pur ricordandone la lezione. Il secondo racconto, Interno familiare, mantiene lo stesso registro narrativo ma questa volta la condizione sociale cui appartiene il nucleo domestico è la piccola borghesia e la protagonista, Anastasia Finizio, una matura donna nubile che con il suo lavoro mantiene tutta la numerosa famiglia. Nell’apatia di una vita monotona e senza alcuna speranza di un ‘bene personale’, Anastasia, fredda e indifferente allo scorrere della vita, intravede improvvisamente uno squarcio di luce nel ritorno di un uomo che un tempo le è stato caro. Tutto le appare, allora, come illuminato da una luce che non aveva mai notato, per qualche ora vede la propria vita mutata, allegrata da un affetto maschile, proiettata in una dimensione in cui sarà la protagonista e non più il pilastro sul quale si regge la sua famiglia. Ma è la visione di un momento, quasi un’allucinazione, e la realtà torna a ricollocarla nella casella a cui è destinata. Ortese traccia una figura di donna vinta, incapace di affrancarsi dai doveri verso una famiglia che la tiene sotto scacco e rassegnata a vivere nel suo ristretto cerchio. Tutti i racconti de Il mare non bagna Napoli svelano di una città e dei suoi abitanti la parte più oscura e miserevole, il degrado fisico e morale, la povertà e i residui della distruzione bellica. Così Oro a Forcella e, ancor più, La città involontaria, un reportage sui caseggiati dei primi sobborghi postbellici, detti Granili, costruiti per accogliere i senzatetto sopravvissuti alla guerra. Costruzioni di infima fattura, abitati da quella parte di popolo che si fatica a credere reale, non persone ma ‘larve di una vita in cui esistettero il vento e il sole di cui non serbano quasi ricordo’. E nella visita a codesta realtà inimmaginabile l’autrice viene in contatto con un’umanità fuori da ogni collocazione, una folla di personaggi, uomini, donne, bambini, stretti in ambienti umidi e bui, fra sporcizia e insetti, come in una corte dei miracoli. Una Napoli fuori da ogni immaginazione, restituita al lettore priva di quell’alone di luce e chiasso che ne costituisce il fascino mediterraneo; una scrittura asettica, da cronaca, ne effettua una specie di autopsia che ne attesti la morte. Ma la parte del libro che suscita l’imbarazzo e la collera degli scrittori amici dell’Ortese è quella del racconto finale, Il silenzio della ragione. Negli anni della sua permanenza a Napoli, fra il 1945 e il 1950, Anna Maria Ortese frequenta con regolarità i redattori della rivista Sud, un gruppo di intellettuali, fra cui Luigi Compagnone, Domenico Rea, Raffaele La Capria, Michele Prisco e Pasquale Prunas, quest’ultimo fondatore e direttore di Sud, progressisti della sinistra che mirano alla sprovincializzazione della cultura meridionalista pubblicando autori delle avanguardie e testi di poeti e scrittori stranieri. Ortese, che collabora con alcuni settimanali nazionali, riceve l’incarico di scrivere un articolo su alcuni di questi nuovi scrittori, che in forma di racconto confluirà in seguito ne Il mare non bagna Napoli. Il libro ottiene il Premio Viareggio, ma suscita rabbia e risentimento negli autori passati sotto le forche caudine della cruda prosa ortesiana e allo stesso tempo procura alla scrittrice il sincero rammarico di averli ‘traditi’. In una intervista rilasciata alcuni anni dopo, Ortese dichiara apertamente di esserne pentita: “Gli amici che si dispiacquero avevano ragione. (…) Era stato Elio Vittorini a indurmi a citarli con nome e cognome nel capitolo più lungo del libro, dedicato agli intellettuali e intitolato Il silenzio della ragione. La richiesta era ragionevole: senza nomi, quel mio ricordo perdeva senso. Ma a quelle pagine ripenso con un senso di colpa.” Fra le innumerevoli opere di Anna Maria Ortese Il mare non bagna Napoli è un unicum: un libro di prosa che non è un romanzo, non è una serie di racconti né un reportage giornalistico; un testo che in un certo senso si potrebbe definire ‘neorealista’ per lo scenario di una città e di un popolo depauperati dalla guerra e per la dura visione di miseria morale e di degrado che avvolge Napoli e la sua gente.

La vita di Anna Maria Ortese è un percorso di erranza, di casa in casa, di editore in editore, sempre scontenta, in continuo affanno per la scarsezza di soldi, salvo poi perdere l’assegno del premio Strega; all’amico che lo ritrova e glielo riconsegna dice: “Cosa vuole, Righi, questa è solo segatura. In realtà i soldi non valgono niente. Polvere, sono solo polvere”. Tormentata da una forma di autolesionismo per quello che dice di essere: ingenua, illetterata, scartata dall’entourage intellettuale coevo, in guerra con il mondo da cui si sente respinta, in realtà pubblica con editori come Einaudi, ha frequentazioni con Vittorini e Calvino, con i clan letterari e con la grande editoria italiana. “Vorrei scrivere soltanto cose dolcissime, ma ho dovuto difendermi, e ora la mia penna è aspra, risentita”, scrive in una lettera. I suoi romanzi, invasi di sguardi e atmosfere emozionali, intessuti di misteri piuttosto che di trame, sprigionano sensazioni di vertigine per la visionarietà di cui sono intrisi, risultando talvolta enigmatici e di difficile lettura. La sua scrittura è stata riconosciuta come vocata alla “rêverie”, quello stato sognante che precede la coscienza della realtà e ne onirizza i dati, traducendoli in simboli e metafore. Onirica e straniante si presenta ad Aleardo, giunto nell’isola di Ocaňa, Estrellita, la donna-iguana, “bestiola verdissima e alta quanto un bambino, dall’apparente aspetto di una lucertola gigante, ma vestita da donna, con una sottanina scura, un corsetto bianco, palesemente lacero e antico, e un grembialetto fatto di vari colori”. Tra realtà e fantasticherie si consuma l’amore di Aleardo per l’Iguana, prigioniera a sua volta del sentimento che la lega al suo padrone e che infine la distrugge. Il racconto, fra storia e favola, si fa allegoria per dirci come ogni rapporto di forza finisca per uccidere la dignità e l’amore e come l’inseguimento della felicità conduca all’esilio morale. Agli antipodi di quella raccontata ne Il mare non bagna Napoli, è la Napoli che vive nella fabula Il cardillo addolorato. Una città del tardo Settecento, teatrale, immersa nel sogno barocco, con i suoi colori mediterranei e la sua spettacolarizzazione, dove si aggirano fantasmi e folletti. Qui giungono tre viaggiatori del Nord Europa per far visita ad un celebre guantaio e qui conoscono la di lui figlia Elmina, giovane bellissima e muta ‘come pietra’, filo rosso di tutta la narrazione, alla quale viene contestata la brutale morte del cardellino di casa, ucciso e dato in pasto al gatto. Elmina e la sua vittima diventano, allora, le entità metafisiche del racconto, incarnate di volta in volta in Folletti, Streghe, Principi e fantasmi di varie fattezze, in una vertigine polisemica che accumula significati e interpretazioni. Il canto dolce e accorato del cardillo risuona nel romanzo con toni di lamento, risveglia i ‘misteri dolorosi’, quelli umani e quelli della natura, è la voce che chiede di essere ascoltata e chi la sente è colto dalla languida consapevolezza che il Bene può essere raggiunto. Ortese ha da tempo focalizzato la sua attenzione verso quelle che lei stessa definisce ‘piccole persone’, cerchio nel quale iscrive i deboli, i poveri, i perseguitati, gli animali; ne scrive sui giornali ma non sempre raccoglie consensi. Con L’Iguana, Il cardillo addolorato e Alonso e i visionari compone una trilogia che evoca un nuovo eden dove gli animali antropomorfizzati hanno il compito di trovare la Bellezza nascosta nella  brutale realtà e riscattarne il valore.

Anna Maria Ortese muore il 9 marzo del 1998, dopo un breve ricovero in ospedale. I suoi ultimi anni, dopo la morte della sorella, li trascorre appartata, dividendosi tra la casa di Rapallo, che è riuscita ad acquistare con l’assegno Bacchelli ottenuto per interessamento di Lalla Romano e Dario Bellezza, e un albergo per anziani a Milano. Dopo la sua morte sono state trovate miriadi di scritti, appunti, minute e carteggi, parte di questo materiale è stato preso in cura da Angela Borghesi ed è stato pubblicato da Adelphi con il titolo Le piccole persone. Il volume raccoglie alcuni suoi pezzi giornalistici, pubblicati ma mai raccolti, ed altri testi inediti, che convergono sull’impegno ecologico-ambientale e animalista della scrittrice.

Anna Maria Bonfiglio

Canto presente 39: Pasquale Del Giudice

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

PASQUALE DEL GIUDICE

Dal corpo.

Avere un corpo, zampe e zanne, trascinare
in giro un guscio, al guinzaglio
della coscienza, un ordigno in prestito,
oscuro oggetto di studi, provvisorio
intrico, ferraglia che stride
il proprio involucro, ignorato
dall’altezza degli occhi, delle analisi sommarie
indagini sulle superfici, sui paesaggi
terrestri, dal taglio della propria
inconsapevolezza, inconsistenza conoscitiva,
dal corpo scavare il corpo della terra
concentrato di lesioni, assimilate
ferite, cancellazioni e stratificazioni
scendendo con la penna, ribaltare
il progetto degli appezzamenti, la cartina
delle proprietà, delle vene, delle strade
lasciandone emergere il risvolto,
il lavorio sotterraneo di gallerie,
funzioni, formiche, avi che trasportano briciole
ossigeno, monumenti alla debolezza di tutti,
col corpo rinvenire genealogie
verticali e parentele orizzontali,
tra ulivi bisnonni e piante neonate,
essere un corpo é non avere corpo,
l’illusione di un giorno, servire
il destino della storia e l’ordine del discorso,
avvenire nei sensi, consumare il gioco
di stare al mondo, prescritti, urbanizzati
urtando altre parti di mondo,
riproducendolo, nei fraintendimenti,
nei dialoghi della bocca e delle braccia,
desiderando il mistero di un altro corpo,
dall’enigma del proprio, esposti e difesi
nella carne, cartapesta di pori
e vespaio di cellule altrui, con cui
guerreggiare a nome di un altro,
nel solo corpo che hai e che non ti appartiene
a nome tuo e di nessuno che moltiplica i giorni,
le scuse, i passatempi per restare in piedi
tra gli altri, contro gli altri,
avere un corpo, un materasso su cui morire,
deteriorarsi, contando, misurando
parole tra sé e la propria carcassa,
oscurarsi tra le coperte, in nuovi
anfratti, pieghe, lasciando cadere sillabe,
come squame, pelli secche, cicliche mute
come distanze cadute, di pareti e mura di sé
anni, crolli, avvicinandosi alla polvere,
dal corpo sentire i gradi, il calore,
signore crudele al giuramento degli alberi,
col corpo tornarsene a casa, nell’altra gabbia,
torcendo il capo tra gli archivi,
mentre la città muove strumenti, apparecchi
macchine, motori, alla finestra
guardare la pace estiva, le cattedrali,
gli edifici, la miseria, l’asfalto,
le televisioni che parlano a vuoto, i ritagli
di giornale, le scadute politiche del mondo,
dalle vetrate degli occhi, vedere chi vince
più vicino alla morte, la vita di ognuno
una storia di commiati diretti al comune,
all’ultimo congedo, mentre si cerca
invano la particella neutra, il volto dell’altro,
il laccio, l’accordo a quella frequenza monotona
neutra, sottopelle, dove non termina il filo
e una testa, una cellula si lega all’altra,
occhi di tutti i colori, corpo di Dio,
corpo di tutti i corpi, tutto il dolore del mondo
vedere con tutti gli occhi del mondo,
soffrire la sincronia delle piaghe mentre
si diffondono, si ripetono, ognuno
portatore sano di ferite, che arreca agli altri,
disperdendo il primo trauma, dal corpo.

Ipotesi sulle aule studio.

Geometrie che si ripetono
in un’armonia predisposta di sedie
banchi e postazioni computer,
rigidità inflessibile
di architetture razionaliste
composizione minimalista,
patria di zaini, occhiali, matite
occhiate, effetti personali, segreti amori
mondo sottomarino, enorme
acquario di pesci boccheggianti, di pazzi
che parlano da soli, macchine
che borbottano in parallelo, di sottolineature
di sacrifici di parti di testo espunte dal testo,
di testi messi insieme, stuprati e riassunti
passati da una bocca all’altra, fabbrica
di impuniti travisamenti,
le aule studio rivelano l’interesse
la curiosità verso l’altro e il fastidio
l’attrazione e la repulsione del diverso
origliato nel proprio universo,
le biblioteche sono allevamenti
intensivi della specie, in cui la scrittura
passa il testimone filogenetico
mentre si gonfia e si rigonfia il palloncino
solipsistico degli scopi personali,
l’illusione dei propri obiettivi,
la prefigurazione degli esami
mettendosi alla prova
ognuno nutrito dalla benzina del suo fine,
le aule studio sono palestre di boxe
sale d’addestramento
dove ognuno si prepara alla gara
prendendo a pugni il suo sacco, il suo libro,
camere iperbariche, anticamere
d’arrivismo sociale,
in questi luoghi amo i distratti,
chi fissa un punto a caso della stanza,
chi incrocia uno sguardo fuoriuscito
dalla sua bolla d’attenzione
chi è incapace di concentrarsi su di sé,
chi si annoia di sé, chi è innamorato
della fisionomia dei corpi, del mondo
che gli passa vicinissimo nelle sue forme
e sta attento a non approfondirlo,
amante della superficie, del gusto del vedere
divinità innalzatasi a contemplare
l’ansia dei suoi figli sfiniti e contratti dal lavoro
al di sopra o al di sotto dei suoi doveri
del suo debito nei confronti della vita,
in una via di mezzo, nel possibile
tra il conosciuto e lo sconosciuto,
ognuno in attesa dell’evento, dell’impatto
effettivo, eterno riscaldamento
nelle aule studio si fanno ipotesi sui freni
sulla tenuta del motore, officine
in cui si eseguono rituali, prove
sulle gomme, crash test, cercando di coprire
e prevedere le domande, di mangiare
l’intera torta del programma
in vista dell’esame che forse non si terrà mai,
studiare per un esame è un esercizio chirurgico,
un’ossessione della prestazione,
leggere è guidare a caso per le strade del mondo,
conoscere cose per il piacere di farlo,
nelle ore o nei giorni di festa
le aule studio sono ospedali senza pazienti
reparti dormienti, letti vuoti, corridoi spenti.

Volti prismatici di un mocio.

Polipo addomesticato, sbattuto sulla pietra
sulle superfici di casa,
piste d’atterraggio o da pattinaggio
per curling amatoriali
per parrucche di treccine idroassorbenti,
scettro delle signore di casa
migliore amico, fucile delle casalinghe,
alghe redivive a contatto con l’acqua,
teste schiantate da un battiscopa all’altro
maltrattate da donne frustrate, sottomesse
alla gerarchia patriarcale
allo scazzo di badare a figli, mariti e amanti,
futuro strumento di rivolta,
arma con la quale i lavoratori domestici
otterranno l’indipendenza,
un mocio è una lattuga dalla facile usura
un sommozzatore col fiatone
un ragazzetto bullizzato
col cranio nel cesso, torturato,
immerso e strizzato più volte;
dovremmo lasciarlo prosperare
nel suo secchio specifico, in ammollo
come una creatura marina
una medusa di listarelle nel suo acquario,
senza farlo disidratare,
imputridire nel lercio del passato,
ogni tanto versando dell’acqua fresca
della vita nuova o del detersivo
come forma di premio, come dental stick,
come dessert, come bevanda
analcolica bluastra allucinogena,
il mocio è un regalo, un prestito di Zeus
alle faccende domestiche
ballerino provetto, come tutti
inizia a perdere pezzi, a puzzare di marcio,
a soffrire di calvizie, lasciando in giro
ciocche, parti di chioma,
la sua arte è trattenere il fiato
la giusta misura d’acqua
per affrontare le insenature, i rischi
e le strettoie quotidiane della vita,
sapendosi sporcare e ripulire,
rimettendosi nuovamente in gioco;
uno e molteplice, questo straccio sofisticato
è un esemplare di Komondor
tenuto in un angolo o in un ripostiglio
dal temperamento notoriamente
equilibrato, affettuoso, indipendente
gentile e tranquillo, rasta con asta
un mocio non è altro che un omaggio
divino alla testa danzante di Rud Gullit.

La manutenzione.

Sono vivo, un cantiere aperto,
una macchina usata, un mostro precario
civilizzato, puntualmente i peli mi rispuntano sul viso,
il sebo si accumula nei pori,
il mondo è la criniera di un cavallo,
ogni cosa necessita di manutenzione e del suo stalliere,
della sua lametta e del suo giardiniere,
di revisioni, di versioni, di una controllatina
ai freni, alla tenuta dei bulloni
la vegetazione, le unghie ricrescono, la pelle decade,
ciclicamente sono necessarie
radiografie, controlli delle pompe
del sistema e del livello di putrefazione raggiunto,
è opportuno ridurre ad ordine umano
la matematica delle sterpaglie,
più cresci più muori, più muori più cadi a pezzi,
più perdi illusioni, più i tuoi gesti
si sommano negli errori degli anni,
hanno avuto incidenza, hanno ferito e perdonato,
hanno deluso e smentito se stessi,
esposta alle intemperie e alla consunzione del tempo
la vita è un cadavere sezionato
dunque le cose muoiono con gusto
e ogni giorno implica lo sforzo
di tenere a bada il loro disfacimento,
la loro fuga, la loro tentata ribellione
rimandando la loro fine,
ritinteggiando le porte e i capelli, le pareti,
la manutenzione tiene sveglio il mondo
il suo bisogno di cure, morte che ci tiene in piedi,
che stimola, smuove a mettere in ordine la stanza
a usare il tempo nel migliore
o nel peggiore dei modi, sperperando
quello che resta in affronto al tempo
e a se stessi, costantemente ridare senso
dove si era dato senso, nei rapporti sociali
nei propri spazi, nel cassetto
delle delusioni, opponendosi alla forza
centrifuga che mette in moto la macabra pantomima,
bisogna immaginare Sisifo barbiere,
crollare è darla vinta alle liane, alle piante rampicanti
quando ti sommergono i piatti da lavare,
quando la tua casa si arrende
alla forza riassorbente dell’edera
e del muschio, delle erbe infestanti, dei nidi di ragno,
dei topi, delle formiche, dei rifiuti dei passanti.

Il colombre

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La produzione di Dino Buzzati spazia dal teatro al libretto d’opera, dalla poesia al fumetto, dal romanzo al racconto. Il colombre è uno dei racconti più celebri e significativi di Buzzati, pubblicato nel 1966, ha per protagonista Stefano Roi, figlio di un capitano di mare e desideroso di intraprendere la stessa carriera del padre. Un giorno, andando per mare, il ragazzo scorge il colombre, un animale astuto, misterioso e temuto dai marinai che può essere visto solo dalla vittima che la creatura ha scelto e che sarà perseguitata tutta la vita.

 

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by Darknesss

Quando Stefano Roi compì i dodici anni, chiese in regalo a suo padre, capitano di mare e padrone di un bel veliero, che lo portasse con sé a bordo. “Quando sarò grande” disse “voglio andar per mare come te. E comanderò delle navi ancora più belle e grandi della tua.” “Che Dio ti benedica, figliolo” rispose il padre. E siccome proprio quel giorno il suo bastimento doveva partire, portò il ragazzo con sé. Era una giornata splendida di sole; e il mare tranquillo. Stefano, che non era mai stato sulla nave, girava felice in coperta, ammirando le complicate manovre delle vele. E chiedeva di questo e di quello ai marinai che, sorridendo, gli davano tutte le spiegazioni. Come fu giunto a poppa, il ragazzo si fermò, incuriosito, a osservare una cosa che spuntava a intermittenza in superficie, a distanza di due-trecento metri, in corrispondenza della scia della nave. Benché il bastimento già volasse, portato da un magnifico vento al giardinetto, quella cosa manteneva sempre la distanza. E, sebbene egli non ne comprendesse la natura, aveva qualcosa di indefinibile, che lo attraeva intensamente. Il padre, non vedendo Stefano più in giro, dopo averlo chiamato a gran voce invano, scese dalla plancia e andò a cercarlo. “Stefano, che cosa fai lì impalato?” gli chiese scorgendolo infine a poppa, in piedi, che fissava le onde. “Papà, vieni qui a vedere.” Il padre venne e guardò anche lui, nella direzione indicata dal ragazzo, ma non riuscì a vedere niente. “C’è una cosa scura che spunta ogni tanto dalla scia” disse “e che ci viene dietro.” “Nonostante i miei quarant’anni” disse il padre “credo di avere ancora una vista buona. Ma non vedo assolutamente niente.” Poiché il figlio insisteva, andò a prendere il cannocchiale e scrutò la superficie del mare, in corrispondenza della scia. Stefano lo vide impallidire. “Cos’è? Perché fai quella faccia?” “Oh, non ti avessi ascoltato” esclamò il capitano. “Io adesso temo per te. Quella cosa che tu vedi spuntare dalle acque e che ci segue, non è una cosa. Quello è un colombre. È il pesce che i marinai sopra tutti temono, in ogni mare del mondo. È uno squalo tremendo e misterioso, più astuto dell’uomo. Per motivi che forse nessuno saprà mai, sceglie la sua vittima e, quando l’ha scelta la insegue per anni e anni, per una intera vita, finché è riuscito a divorarla. E lo strano è questo: che nessuno riesce a scorgerlo se non la vittima stessa e le persone del suo stesso sangue.” “Non è una favola?” “No. Io non l’avevo mai visto. Ma dalle descrizioni che ho sentito fare tante volte, l’ho subito riconosciuto. Quel muso da bisonte, quella bocca che continuamente si apre e chiude, quei denti terribili. Stefano, non c’è dubbio, purtroppo, il colombre ha scelto te e fin che tu andrai per mare non ti darà pace. Ascoltami: ora noi torniamo subito a terra, tu sbarcherai e non ti staccherai mai più dalla riva, per nessuna ragione al mondo. Me lo devi promettere. Il mestiere del mare non è per te, figliolo. Devi rassegnarti. Del resto, anche a terra potrai fare fortuna.” Ciò detto, fece immediatamente invertire la rotta, rientrò in porto e, col pretesto di un improvviso malessere, sbarcò il figliolo. Quindi ripartì senza di lui. Profondamente turbato, il ragazzo restò sulla riva finché l’ultimo picco dell’alberatura sprofondò dietro l’orizzonte. Di là dal molo che chiudeva il porto, il mare restò completamente deserto. Ma, aguzzando gli sguardi, Stefano riuscì a scorgere un puntino nero che affiorava a intermittenza dalle acque: il “suo” colombre, che incrociava lentamente su e giù, ostinato ad aspettarlo. Da allora il ragazzo con ogni espediente fu distolto dal desiderio del mare. Il padre lo mandò a studiare in una città dell’interno, lontana centinaia di chilometri. E per qualche tempo, distratto dal nuovo ambiente, Stefano non pensò più al mostro marino. Tuttavia, per le vacanze estive, tornò a casa e per prima cosa, appena ebbe un minuto libero, si affrettò a raggiungere l’estremità del molo, per una specie di controllo, benché in fondo lo ritenesse superfluo. Dopo tanto tempo, il colombre, ammesso anche che tutta la storia narratagli dal padre fosse vera, aveva certo rinunciato all’assedio. Ma Stefano rimase là, attonito, col cuore che gli batteva. A distanza di due-trecento metri dal molo, nell’aperto mare, il sinistro pesce andava su e giù, lentamente, ogni tanto sollevando il muso dall’acqua e volgendolo a terra, quasi con ansia guardasse se Stefano Roi finalmente veniva. Così, l’idea di quella creatura nemica che lo aspettava giorno e notte divenne per Stefano una segreta ossessione. E anche nella lontana città gli capitava di svegliarsi in piena notte con inquietudine. Egli era al sicuro, sì, centinaia di chilometri lo separavano dal colombre. Eppure egli sapeva che, di là dalle montagne, di là dai boschi, di là dalle pianure, lo squalo era ad aspettarlo. E, si fosse egli trasferito pure nel più remoto continente, ancora il colombre si sarebbe appostato nello specchio di mare più vicino, con l’inesorabile ostinazione che hanno gli strumenti del fato. Stefano, ch’era un ragazzo serio e volonteroso, continuò con profitto gli studi e, appena fu uomo, trovò un impiego dignitoso e remunerativo in un emporio di quella città. Intanto il padre venne a morire per malattia, il suo magnifico veliero fu dalla vedova venduto e il figlio si trovò ad essere erede di una discreta fortuna. Il lavoro, le amicizie, gli svaghi, i primi amori: Stefano si era ormai fatto la sua vita, ciononostante il pensiero del colombre lo assillava come un funesto e insieme affascinante miraggio; e, passando i giorni, anziché svanire, sembrava farsi più insistente. Grandi sono le soddisfazioni di una vita laboriosa, agiata e tranquilla, ma ancora più grande è l’attrazione dell’abisso. Aveva appena ventidue anni Stefano, quando, salutati gli amici della città e licenziatosi dall’impiego, tornò alla città natale e comunicò alla mamma la ferma intenzione di seguire il mestiere paterno. La donna, a cui Stefano non aveva mai fatto parola del misterioso squalo, accolse con gioia la sua decisione. L’avere il figlio abbandonato il mare per la città le era sempre sembrato, in cuor suo, un tradimento alle tradizioni di famiglia. E Stefano cominciò a navigare, dando prova di qualità marinare, di resistenza alle fatiche, di animo intrepido. Navigava, navigava, e sulla scia del suo bastimento, di giorno e di notte, con la bonaccia e con la tempesta, arrancava il colombre. Egli sapeva che quella era la sua maledizione e la sua condanna, ma proprio per questo, forse, non trovava la forza di staccarsene. E nessuno a bordo scorgeva il mostro, tranne lui. “Non vedete niente da quella parte?” Chiedeva di quando in quando ai compagni, indicando la scia. “No, noi non vediamo proprio niente, perché?” “Non so. Mi pareva…” “Non avrai mica visto per caso un colombre” facevano quelli, ridendo e toccando ferro. “Perché ridete? Perché toccate ferro?” “Perché il colombre è una bestia che non perdona. E se si mettesse a seguire questa nave, vorrebbe dire che uno di noi è perduto.” Ma Stefano non mollava. La ininterrotta minaccia che lo incalzava pareva anzi moltiplicare la sua volontà, la sua passione per il mare, il suo ardimento nelle ore di lotta e di pericolo. Con la piccola sostanza lasciatagli dal padre, come egli si sentì padrone del mestiere, acquistò con un socio un piccolo piroscafo da carico, quindi ne divenne il solo proprietario e, grazie a una serie di fortunate spedizioni, poté in seguito acquistare un mercantile sul serio, avviandosi a traguardi sempre più ambiziosi. Ma i successi, e i milioni, non servivano a togliergli dall’animo quel continuo assillo; né mai, d’altra parte, egli fu tentato di vendere la nave e di ritirarsi a terra per intraprendere diverse imprese. Navigare, navigare era il suo unico pensiero. Non appena, dopo lunghi tragitti, metteva piede a terra in qualche porto, subito lo pungeva l’impazienza di ripartire. Sapeva che fuori c’era il colombre ad aspettarlo, e che il colombre era sinonimo di rovina. Niente. Un indomabile impulso lo traeva senza requie, da un oceano all’altro. Finché, all’improvviso, Stefano un giorno si accorse di essere diventato vecchio, vecchissimo; e nessuno intorno a lui sapeva spiegarsi perché, ricco com’era, non lasciasse finalmente la dannata vita del mare. Vecchio, e amaramente infelice, perché l’intera esistenza sua era stata spesa in quella specie di pazzesca fuga attraverso i mari, per sfuggire al nemico. Ma più grande che le gioie di una vita agiata e tranquilla era stata per lui sempre la tentazione dell’abisso. E una sera, mentre la sua magnifica nave era ancorata al largo del porto dove era nato, si sentì prossimo a morire. Allora chiamò il secondo ufficiale, di cui aveva grande fiducia, e gli ingiunse di non opporsi a ciò che egli stava per fare. L’altro, sull’onore, promise. Avuta questa assicurazione, Stefano, al secondo ufficiale che lo ascoltava sgomento, rivelò la storia del colombre, che aveva continuato a inseguirlo per quasi cinquant’anni, inutilmente. “Mi ha scortato da un capo all’altro del mondo” disse “con una fedeltà che neppure il più nobile amico avrebbe potuto dimostrare. Adesso io sto per morire. Anche lui, ormai, sarà terribilmente vecchio e stanco. Non posso tradirlo.” Ciò detto, prese commiato, fece calare in mare un barchino e vi salì, dopo essersi fatto dare un arpione. “Ora gli vado incontro” annunciò. “È giusto che non lo deluda. Ma lotterò, con le mie ultime forze.” A stanchi colpi di remi, si allontanò da bordo. Ufficiali e marinai lo videro scomparire laggiù, sul placido mare, avvolto nelle ombre della notte. C’era in cielo una falce di luna. Non dovette faticare molto. All’improvviso il muso orribile del colombre emerse di fianco alla barca. “Eccomi a te, finalmente” disse Stefano. “Adesso, a noi due!” E, raccogliendo le superstiti energie, alzò l’arpione per colpire. “Uh” mugolò con voce supplichevole il colombre “che lunga strada per trovarti. Anch’io sono distrutto dalla fatica. Quanto mi hai fatto nuotare. E tu fuggivi, fuggivi. E non hai mai capito niente.” “Perché?” fece Stefano, punto sul vivo. “Perché non ti ho inseguito attraverso il mondo per divorarti, come pensavi. Dal re del mare avevo avuto soltanto l’incarico di consegnarti questo.” E lo squalo trasse fuori la lingua, porgendo al vecchio capitano una piccola sfera fosforescente. Stefano la prese fra le dita e guardò. Era una perla di grandezza spropositata. E lui riconobbe la famosa Perla del Mare che dà, a chi la possiede, fortuna, potenza, amore e pace dell’animo. Ma era ormai troppo tardi. “Ahimè!” disse scuotendo tristemente il capo. “Come è tutto sbagliato. Io sono riuscito a dannare la mia esistenza: e ho rovinato la tua.” “Addio, pover’uomo” rispose il colombre. E sprofondò nelle acque nere per sempre. Due mesi dopo, spinto dalla risacca, un barchino approdò a una dirupata scogliera. Fu avvistato da alcuni pescatori che, incuriositi, si avvicinarono. Sul barchino, ancora seduto, stava un bianco scheletro: e fra le ossicine delle dita stringeva un piccolo sasso rotondo. Il colombre è un pesce di grandi dimensioni, spaventoso a vedersi, estremamente raro. A seconda dei mari, e delle genti che ne abitano le rive, viene anche chiamato kolomber, kahloubrha, kalonga, kalu-balu, chalung-gra. I naturalisti stranamente lo ignorano. Qualcuno perfino sostiene che non esiste.

 Dino Buzzati, Il colombre, Mondadori, Milano, 1966

Secondo la sua stessa testimonianza, il nome del mostro nacque nella fantasia di Dino Buzzati, dalla  frase How many kilometers? (“Quanti chilometri?), pronunciata da un conoscente americano. La parola piacque foneticamente a Buzzati e gli ispirò il mostro, capace di condizionare l’intera esistenza di Stefano. Il narratore onnisciente dapprima presenta al lettore la figura di Stefano Roi, poi quella dell’animale. Il colombre può essere visto soltanto dalla vittima e dai suoi familiari, solo Stefano e suo padre dunque si accorgono della sua presenza; il padre, preoccupato per il figlio, lo fa sbarcare e gli raccomanda di non lasciare mai la terraferma, mandandolo a studiare in una città dell’entroterra. Diversi anni più tardi, dopo la morte di suo padre, Stefano, ormai ventiduenne, torna  dalla madre dicendole di voler fare il marinaio. La madre, ignara della vicenda, acconsente felice. Stefano passa da una nave all’altra e il colombre lo segue per tutto il mondo. Ad un certo punto si rende conto di essere invecchiato e finalmente decide di  andare incontro al suo destino e di affrontare il colombre. Si fa calare in mare su una scialuppa con un arpione e in breve incontra il colombre. L’animale è enorme; quando Stefano sta per colpirlo questi lo ferma, dicendogli che il Re del Mare lo ha incaricato di dargli una perla in grado di esaudire ogni suo desiderio e di donargli fortuna, potenza, amore e pace dell’animo. Quel pesce leggendario lo aveva inseguito per tutta la vita non per ucciderlo, ma per regalargli la Perla del Mare. Il racconto si conclude con il ritrovamento della barca e del cadavere di Stefano che stringe un sassolino bianco nella mano ormai scheletrica. Nel racconto torna il tema dell’attesa già trattato ne Il Deserto dei Tartari: sia Stefano che il colombre, infatti, aspettano per tutta la loro vita il momento dell’incontro. Il protagonista rinuncia a condurre una vita agiata e tranquilla perché ossessionato dalla paura del colombre, trasmessagli dal padre. Invece di affrontare la creatura il protagonista ne diventa la vittima. L’insegnamento che se ne deduce è che dobbiamo affrontare le nostre paure per realizzare i nostri sogni, seguire dunque le nostre passioni perché ad un certo punto, senza che ce ne rendiamo conto, arriva il momento in cui quei sogni sono diventati rimpianti.

Deborah Mega

Canto presente 38: Alfonso Ravazzano

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

ALFONSO RAVAZZANO

LA GRAMMATURA DELL’INCERTO

Prendevi in prestito
i respiri che mostravano
coraggio e che io cercavo
in ogni luogo di confine.
La tua gola piena di tubi
mi ricordava il gesto del subacqueo
quando mira ai pesci.

 

Non è tanto sparire allontanarsi
è rimanere aggrappati a noi stessi.
Io e tutte le mie assenze
abbiamo il peso del buio
la grammatura dell’incerto
il sapore di un miscuglio
già bevuto.

 

Parlare di chiodi, di attese
una mano a martello
e lo sguardo disfatto.
Tu che il sonno lo inventi
pensa a salvarti ad essere
là dove potresti rinascere.

 

Il senso delle parole è in una foto che guardo
da una montagna di tormenti, descrive l’esercizio
della fatica silenziosa, quella che spinge l’aria
verso luoghi che non abbiamo abitato e nel disegno
dello sguardo la descrizione di un salto infinito.

 

I pesci hanno tanto coraggio e non si aspettano niente.
Ti avevo chiesto un bacio ma tu tardavi a morire
mentre l’amo feriva l’acqua senza averne paura.

 

Nutrire ogni forma di delirio
la mano aggiunge acqua alla sete
e il freddo è una coperta di sogni
si riesce a sentirne il calore da fuori
possibile sfidare le superfici isteriche
quando sdraiati si resta più deboli
cosa sono le cosidette assenze
se non tornano i conti e le somme
può servire adagiarsi su uno strato di pelle
quello più vicino alla luce in un fiato.

 

Ogni volta che muori
la dismisura del viaggio
fra il tuo allontanarsi
e il mio divenire – verifica
l’attimo in cui suggerivi
di comprendermi.
Dentro a questa geografia
dello smarrimento – regni
un poco risparmiata e cupa.
Ogni sillaba che costruisce
il tuo nome genera altri mondi
altre incomprensioni o incertezze.
Rivedo la tua mano dettare
in un foglio scarabocchiato
disegni visibili e necessari.
Tu m’abbandonasti al confine
imperturbabile di una città
che non avremmo mai conosciuto.

 

Guarda i miei occhi le tue debolezze
fissami pure potremmo incontrarci
Il male che mi porgi è la geometria dei vinti
sono per quello che respiri anche se non saprai dimenticarlo
Io prendo coraggio dal tuo labbro quello che bacia
la fisionomia del sangue.
Aprimi succhiando l’aria che non dovrò respirare.

 

La respirazione è un talento
la somma dei rami tagliati
la voce matura dei passeri
e altre direzioni di volo
è tutto nelle radici di un acero
la variante dell’ossigeno
raggiunta la trachea
sentirai soltanto un soffio d’aria
sei troppi movimenti e linee
per sparire.

Epistole d’Autore 3

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In un mondo digitale come il nostro ricevere una lettera cartacea è ormai una forma d’espressione d’altri tempi, un evento più unico che raro. La telematica e la capillarità della rete telefonica che consentono la trasmissione a distanza delle informazioni in tempo reale hanno reso immediata e veloce la comunicazione interpersonale. Sono lontani i tempi in cui, quando si scriveva una lettera, occorreva avere la pazienza di aspettare che arrivasse a destinazione e che giungesse la risposta. Eppure quell’attesa amplificava le emozioni, lasciava presagire la risposta, fortificava e rinvigoriva i sentimenti. Amore, affetto, amicizia, gioia, dolore, risentimento, dispiacere, follia sono i sentimenti veicolati dalle lettere, capaci di scuotere l’animo di chi scrive e di chi legge. La lettura di Epistole d’autore fornisce un ritratto insolito e inedito, per frammenti e dettagli, di uomini e donne celebri, svela segreti, rende più umani e veri i grandi del passato.

Virginia Woolf al marito Leonard

La scrittrice inglese Virginia Woolf, femminista convinta che lottava per la parità dei sessi, da sempre incline alla depressione, il 28 marzo del 1941all’età di 59 anni, decise di porre fine alla sua vita. Prima di lasciarsi annegare nelle acque del fiume Ouse vicino alla sua casa a Rodmell, nel Sussex, lasciò una commovente lettera di addio al marito Leonard da sempre vicino e amorevole dinanzi ad ogni crisi, si riempì le tasche di sassi mentre procedeva verso il fiume. Giunta nei pressi del corso d’acqua, abbandonò il bastone e camminò ancora, lasciandosi annegare nel fiume. Queste sono le sue ultime ore, ricostruite da Nadia Fusini, massima esperta woolfiana in Possiedo la mia anima, biografia edita qualche anno fa da Mondadori. “Per molti giorni Virginia non fu né viva né morta. Mancava. Era scomparsa. ‘Missing’ scrissero i giornali”, racconta la studiosa. Poi, il 18 aprile, un gruppo di giovani in gita sul fiume Ouse scorse qualcosa nell’acqua. A prima vista, sembrava un tronco. “Per gioco gli tirarono i sassi, volevano accostarlo a riva. Il ragazzo che entrò nell’acqua per prenderlo scoprì che era il corpo di una donna in pelliccia”, che indossava al polso un orologio fermo alle 11:45.

“Io credo che la morte, la contemplazione della morte, fosse uno dei pensieri fissi di Virginia, sempre pronto ad affiorare. Era qualcosa che derivava dalla sostanziale mancanza di equilibrio della sua mente”, spiegò Leonard Woolf nella sua autobiografia. “Da anni ero abituato a riconoscere i segnali di avvertimento che dava la mente di Virginia; e i sintomi della crisi apparivano a poco a poco e con chiarezza: mal di testa, insonnia, difficoltà a concentrarsi… Avevamo imparato che poteva evitare il crollo solo mettendosi subito in uno stato di ibernazione, o in un bozzolo di tranquillità, al primo apparire dei sintomi. Ma questa volta non ci furono segnali di preavviso. La depressione la travolse di colpo”. Infine la descrizione di quell’ultimo giorno.“Lavoravo in giardino, pensando che lei fosse in casa. Ma quando all’ora di pranzo entrai dentro, lei non c’era. Trovai una sua lettera sulla mensola del camino del soggiorno”.

28 marzo 1941

Martedì. Carissimo, sento con certezza che sto per impazzire di nuovo. Sento che non possiamo attraversare ancora un altro di quei terribili periodi. E questa volta non ce la farò a riprendermi. Comincio a sentire le voci, non riesco a concentrarmi. Così faccio la cosa che mi sembra migliore. Mi hai dato la più grande felicità possibile. Sei stato in ogni senso per me tutto ciò che una persona può essere. Non credo che due persone avrebbero potute essere più felici, finché non è sopraggiunto questo terribile male. Non riesco più a combattere. Lo so che sto rovinando la tua vita, che senza di me tu potresti lavorare. E lo farai, lo so. Vedi, non riesco nemmeno a esprimermi bene. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo a te tutta la felicità che ho avuto nella mia vita. Hai avuto con me un’infinita pazienza, sei stato incredibilmente buono. Voglio dirti che – lo sanno tutti. Se qualcuno avesse potuto salvarmi questo qualcuno eri tu. Tutto se ne è andato via da me, tranne la certezza della tua bontà. Non posso più continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto lo siamo stati noi.

V.

 

uNa PoESia A cAsO: Costantino Kavafis

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Costantino Kavafis, con “Candelabro”

Una camera piccola e vuota. Ivi s’accampa,
fra quattro mura nude, con un verde parato,
un candelabro splendido: divampa,
e brucia, dentro ciascuna sua vampa,
una lascivia, un impeto di lascivo calore.

Nella piccola camera che il candelabro allieta
del suo gagliardo, vivido lume riverberato,
quella fiamma è del tutto inconsueta:
non è per una carne vile e vieta
la forte voluttà di quell’ardore.

(trad. Filippo Maria Pontani)