Forma alchemica 17: Gottfried Benn

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Venite, parliamo tra noi
chi parla non è morto,
già tanto lingueggiano fiamme
intorno alla nostra miseria.

Venite, diciamo: gli azzurri,
venite, diciamo: il rosso,
si ascolta, si tende l’orecchio, si guarda,
chi parla non è morto.

Solo nel tuo deserto,
nel tuo raccapriccio di sirti,
tu il più solo, non petto,
non dialogo, non donna,

e già così presso agli scogli
sai la tua fragile barca –
venite, disserrate le labbra,
chi parla non è morto.

Gottfried Benn, trad. Ferruccio Masini

Gottfried Benn, nato a Mansfeld  nel 1886, morto a Berlino nel 195, è stato poeta scrittore e saggista  di lingua tedesca. Laureatosi in medicina all’ Accademia di Berlino nel 1910, appena due anni dopo esordì in letteratura con la sua prima pubblicazione, dal titolo di “Morgue e altre poesie” (morgue è  il termine francese per indicare l’obitorio). La raccolta di poesie è caratterizzata da un linguaggio medico – scientifico, da descrizioni cadaveriche, narrazioni di malattie e corruzione dei corpi.

Prima di Benn, “Morgue” è una raccolta di Rilke che Benn certamente aveva letto, compiendo un balzo in avanti, verso i giorni nostri, nella raccolta Morgue di Benn si respira un’atmosfera molto simile a quella rappresentata in alcune scene di serie televisive di grande successo come CSI NSIS, acronimi per indicare a polizia scientifica di Las Vegas o Miami o altre grandi città americane dove sono ambientati gli episodi d’investigazione. Esse hanno ingenerato negli spettatori, una sorta di familiarità “mediata” con la sala autoptica, con i gesti e le operazioni, i referti dei professionisti che procedono alle dissezioni e ricomposizioni dei cadaveri.

Oggi perciò scrivere poesie descrittive ispirate all’esperienza medica di questo tipo farebbe molto meno scalpore, ma allora, agli inizi del 900, il libro fece scandalo e Benn entrò così nel mondo letterario della Berlino del 1910, diventando riconosciuto esponente dell’espressionismo; in quel periodo conobbe  la poetessa ebrea Else Lasker-Schüler con la quale ebbe una relazione.

Certo non è difficile immaginare che “Morgue” sia il frutto dell’esperienza professionale di Benn. Un impatto che squarciò la scorza lasciando fuoriuscire il magma creatore, trasformando il medico in scrittore, in una sorta di metamorfosi/catarsi purificatrice dell’impressione che l’orrido, la materialità di carne e sangue decomposti avevano prodotto sull’ uomo. Nel contempo sorprende come, nonostante il tema, Benn gestisca, sin da questa prima raccolta, la parola, rivelando una rara capacità di creare dal nulla scenari tanto luminosi che raccapriccianti, di modulare la lingua con quella padronanza che sa produrre piacevolezza di suono, purezza di significato in una sorta di inesprimibile azzurro: raggio laser che incide.

Nel 1926 scrisse il racconto – saggio “Cervelli”, nel 1917 pubblicò “Carne” una raccolta di liriche scritte durante le seconda guerra mondiale. L’evoluzione della sua scrittura registra il passaggio dal nichilismo, dissacrazione dell’uomo e critica della civiltà, che caratterizzano la sua prima produzione, all’esaltazione dell’io tragico che ha speranza di riscatto nell’io primordiale dell’uomo, un io in sintonia con la natura che, secondo Benn, riaffiora nel sogno dove sono neutralizzate razionalità e sovrastrutture.

Scrisse ancora “Scissione” e “Onda ebbra” nelle quali nonostante la nostalgia per l’essere originario e prelogico egli si esprime con razionalità ferrea manifestando una sicurezza e ricchezza espressiva che si rivelano in contraddizione con l’anelito al mito primordiale. Egli perciò si rende conto di dover superare lo iato ed afferma che la fusione di concetto e allucinazione, razionalità e sogno, produce arte, progredendo quindi dall’iniziale nichilismo verso la consapevolezza di una trascendenza creativa.

Proprio per questa nostalgia dell’uomo primordiale e del mito, all’avvento del nazismo Benn se ne lasciò affascinare, nella convinzione che si trattasse di una forza potente e irresistibile, votata all’estetica e rigenerante, che avrebbe ripristinato il valore della forma e realizzato, attraverso il totalitarismo, la sovrapposizione di potere e spirito, individuo e collettività. Il regime inizialmente apprezzò il suo entusiasmo, affidandogli l’incarico di gestire la sezione poesia dell’Accademia di Prussia. Poco più di un anno dopo però,  Benn fu rimosso dall’incarico e allontanato, a causa di alcuni suoi scritti giovanili vicini al movimento espressionista, represso dal nazismo perché “arte degenerata”. Egli allora aprì gli occhi sulla realtà del nazismo.

Probabilmente il suo entusiasmo iniziale per il fascismo (come si è detto: collaborazionista che non ha mai collaborato) fu l’errore imperdonabile che ha impedito a Benn di occupare nello scenario della letteratura tedesca il posto che la sua potente ricca, espressiva scrittura avrebbe meritato. Fu scienziato, intellettuale, esteta, aristocratico. Usò magistralmente il linguaggio in modo nuovo, originale, intellettualmente superiore, facendo ricorso a molti sostantivi, stratificando versi, usando la parola per scardinare la realtà con cinismo, fin quasi crudeltà. Certe sue liriche indubbiamente sono tra le più spietate che la letteratura del 900 ci abbia regalato, ma, anche per questo, dense di coraggio, lontanissime dal plagio, dal compiacimento, permeate di una certa violenza verbale e rabbia che nascono dalla consapevolezza e avversione per la decadenza sociale. Una poesia definita “assoluta”, senza Dio, senza speranza o salvezza, che trasuda piacere creativo, procede per associazione di idee, lacera la propria essenza e travalica i contenuti morali o filosofici per essere solo forma ed espressione.

Fu anche scrittore di saggi, racconti e romanzi tra i quali “L’osteria Wolf”, “Romanzo del fenotipo”, “Il tolemaico”, scritti negli anni 40, oltre che di una autobiografia dal titolo “Doppia vita”. “Frammenti e distillazioni”, “Aprèslude”, “Giorni primari” sono le sue ultime raccolte poetiche.

La poesia che ho scelto in questa forma alchemica, mi sembra ben rappresenti quanto appena detto sulla scrittura di Benn. Irresistibile l’ invito a parlare,  perché chi parla non è morto, dice Benn, parola che ci rende vivi,  perché è così che l’io diventa noi e noi viviamo solo disserrando le labbra nella parola che ci sopravvive.

Chiudo questa forma alchemica con un’altra poesia che questa di Benn mi riporta alla mente. La poesia è di Arthur Rimbaud, tra le due non c’è apparentemente molta relazione, ma non escludo che Benn avesse letta quella di Rimbaud prima di scrivere la sua. Entrambe sono metapoetiche, cioè poesie che hanno ad oggetto la poesia, in entrambe sono citati i colori. Una citazione che, nella solenne, comune, potente drammaticità dei testi produce un singolare effetto straniante, di vivacità e illuminazione, evocando, nel contempo, sinesteticamente un ventaglio di sensazioni, sostantivi, scenari potenzialmente esprimibili in poesia

A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali,
Un giorno dirò la vostra origine segreta:
A, corpetto nero e peloso di mosche lucenti
ronzanti intorno a esalazioni crudeli

Golfi d’ombra; E, candori di tende e vapori,
Lance di ghiacciai fieri, bianchi re, tremori d’ombrelle
I porpora, sangue sputato, riso di labbra belle
Nella collera o  nell’ebbrezza che si pente

U, cicli, vibrazioni divine di mari verdi,
Pace di pascoli seminati d’animali, pace di rughe
Che l’alchimia incide su ampie fronti  da studiosi;

O suprema Tromba piena di strani stridori
Silenzi attraversati da Angeli e Mondi
O l’Omega, raggio viola dei Suoi Occhi!

Arthur Rimbaud

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Incipit 14: La pelle

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Erano i giorni della «peste» di Napoli. Ogni pomeriggio alle cinque, dopo mezz’ora di punching-ball e una doccia calda nella palestra della P.B.S., Peninsular Base Section, il Colonnello Jack Hamilton ed io scendevamo a piedi verso San Ferdinando, aprendoci il varco a gomitate nella folla che, dall’alba all’ora del coprifuoco, si accalcava tumultuando in via Toledo.
Eravamo puliti, lavati, ben nutriti, Jack ed io, in mezzo alla terribile folla napoletana squallida, sporca, affamata, vestita di stracci, che torme di soldati degli eserciti liberatori, composti di tutte le razze della terra, urtavano e ingiuriavano in tutte le lingue e in tutti i dialetti del mondo. L’onore di essere liberato per primo era toccato in sorte, fra tutti i popoli d’Europa, al popolo napoletano: e per festeggiare un così meritato premio, i miei poveri napoletani, dopo tre anni di fame, di epidemie, di feroci bombardamenti, avevano accettato di buona grazia, per carità di patria, l’agognata e invidiata gloria di recitare la parte di un popolo vinto, di cantare, di battere le mani, saltare di gioia tra le rovine delle loro case, sventolare bandiere straniere, fino al giorno innanzi nemiche, e gettar dalle finestre fiori sui vincitori.
Ma nonostante l’universale e sincero entusiasmo, non v’era un solo napoletano, in tutta Napoli, che si sentisse un vinto. Non saprei dire come questo strano sentimento fosse nato nell’animo del popolo.

[…]

Curzio Malaparte, La pelle, Aria d’Italia, 1949

L’incipit di oggi è tratto dal romanzo neorealista a sfondo autobiografico La pelle di Curzio Malaparte, pseudonimo di Kurt Erich Suckert (1898 – 1957), scrittore e giornalista italiano dallo stile  immaginifico.

Malaparte nacque a Prato nel 1898 da madre italiana e da padre sassone, frequentò il liceo classico Cicognini, lo stesso frequentato da D’Annunzio. Interventista nella Grande Guerra, partì volontario a sedici anni, fu  ammiratore di Mussolini e partecipò alla marcia su Roma. In questi anni diresse alcune case editrici tra cui La Voce di Prezzolini, successivamente si allontanò dal regime; dopo l’8 settembre 1943 si arruolò nell’Esercito Cobelligerante Italiano del Regno d’Italia e collaborò con gli Alleati nella lotta contro i nazisti e i fascisti della RSI. Fu co-direttore della Fiera Letteraria e direttore del quotidiano La Stampa di Torino e successivamente inviato del Corriere della Sera.

Nel secondo dopoguerra si avvicinò al Partito Comunista Italiano, stringendo amicizia con Palmiro Togliatti. Nel 1936 fece costruire a Capri, la suggestiva “Villa Malaparte”, che, arroccata su una scogliera a strapiombo sul mare, divenne ritrovo di artisti e intellettuali ed uno dei più esclusivi salotti mondani del periodo. Morì dopo essersi convertito alla Chiesa cattolica. Lo pseudonimo, che usò dal 1925, fu da lui ideato come paronomasia di “Bonaparte”. Caratteristica della sua letteratura è la mescolanza di fatti reali, spesso autobiografici, ad altri immaginari, talvolta esagerati fino ai limiti del grottesco. Il romanzo, uscito in forma provvisoria sulla rivista francese “Carrefour” alla fine del 1947, pubblicato nel 1949 presso le edizioni «Aria d’Italia», e nuovamente riproposto da Adelphi, si basa sulla sua esperienza di giornalista e ufficiale durante la seconda guerra mondiale: vi è descritto l’arrivo delle forze di liberazione americane a Napoli e il profondo stato di prostrazione della città partenopea nei giorni della Liberazione. Il titolo originale doveva essere La peste, ma venne cambiato per l’omonimia con il romanzo di Albert Camus, uscito nel 1947. L’opera, piuttosto realistica e caratterizzata da crude descrizioni di vita quotidiana, talvolta sconfinanti nel grottesco, nel macabro e nel surreale, venne messa all’Indice dalla Chiesa cattolica. Prima dell’incipit de La pelle, Malaparte appose la seguente dedica:

« All’affettuosa memoria del Colonnello Henry H. Cumming, dell’Università di Virginia, e di tutti i bravi, i buoni, gli onesti soldati americani, miei compagni d’arme dal 1943 al 1945, morti inutilmente per la libertà dell’Europa. »
Definito da Gobetti “la più bella penna del fascismo” Malaparte fu un personaggio discusso dal punto di vista letterario e umano perché voltagabbana, provocatore e amante dei colpi di scena. I suoi cambiamenti politici, specialmente l’ultimo verso il comunismo, attirarono le critiche di larga parte della cultura italiana per la disinvoltura con cui mutava l’appartenenza ideologica e politica: era noto il suo comportamento 
istrionico e provocatorio, l’egocentrismo e narcisismo  di cui spesso venne accusato e che fece dire a Leo Longanesi: “A un matrimonio vuole essere la sposa, a un funerale il morto”.Come epigrafe al libro, utilizzò altre due frasi: una di Eschilo («Se rispettano i templi e gli Dei dei vinti, i vincitori si salveranno», riferimento critico al comportamento degli Alleati nei confronti della popolazione italiana e dei prigionieri tedeschi); l’altra di Paul Valéry. La sua prosa si collega alla tradizione europea di Proust, di Zola, di Maupassant e allo stesso tempo postmoderna:  Milan Kundera definisce il romanzo un “arciromanzo” e lo colloca tra le maggiori opere letterarie del Novecento.

La Napoli misera e devastata, occupata dagli americani, è raccontata da Malaparte attraverso una galleria di orrori nella quale i soldati vivi indossano le divise insanguinate dei soldati morti, i padri prostituiscono le loro figlie ai vincitori e poi vi sono descritti l’infamia, il tradimento, l’assassinio. Lo stile è quello del reportage, della cronaca storica e richiama Gomorra di Roberto Saviano. “Erano i giorni della peste di Napoli”, scriveva Malaparte nell’incipit e la peste era da intendersi come malattia dello spirito: “non è più la lotta per la libertà, per la dignità umana, per l’onore… oggi si soffre e si fa soffrire, si compiono cose meravigliose e cose orrende, non già per salvare la propria anima, ma per salvare la propria pelle”. Ne emerge il ritratto terribile di una Napoli lacerata e disumana, «nuda come l’antica metropoli mediterranea, medievale, rinascimentale, spagnolesca, rinascimentale e barocca, decadente e detritica, priva di una pelle che copra e dia forma alla straziata umanità pulsante del suo corpo sventrato». Napoli diventa metafora dell’intera Europa, il Vesuvio la forza purificatrice in grado di debellare il morbo penetrato nella civiltà europea.

Deborah Mega

Canto presente 23: Rita Pacilio

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Rita Pacilio

*

LA VOCE È UNA PIETRA NERA

Billie dormiva anche di giorno

l’alcool lascia segni sulle gote

nel baffo tirato senza grazia

– la riluttanza della fede fallace –

 

si sdraiava con il corpo senza-corpo

nella stanza infantile dell’allodola

a otto anni sul pavimento del night

ingoiava i suoni e le interferenze

 

si trattenevano i singhiozzi nella voce

alta e nera di seppia. L’eleganza possibile

pettinava le particelle scure della storia

per abbassarle nella parola intima

 

basta questo per possedere la vita

ripetuta nella continuazione del chorus

laborioso, improvvisato, meditato piano

quando il sole dilata il centro e il suo chiodo.

 

BILLIE HOLIDAY, detta Lady Day (1915 – 1959), è stata una cantante statunitense fra le più grandi di tutti i tempi nei generi Jazz e Blues. Infanzia travagliata e dolorosa, a soli quindici anni, iniziò la sua carriera di cantante nei club di Harlem. Il suo stile è connotato da una vena sofisticata e da un timbro espressivo discorsivo, quasi recitativo, flemmatico. Unica nella sua interpretazione melodica del chorus è considerata la regina dell’improvvisazione.

(tratta da Il suono per obbedienza, poesie sul jazz – Marco Saya Edizioni 2015)

*

Sono il ciottolo ripudiato dall’oceano

mentre la vanga scava fino ai cieli d’estate

dove resta immobile il seme infuriato.

Difficile dirti adesso le foglie sulla via

quando file di formiche sui bordi

spalancano voragini nel suolo raffreddato.

Non chiedono perdono né fanno lamento

le facce dei degenti

sotto giornali stesi come coperte al sole

perché Dio li ama fino al mattino.

 

(tratta da Gli imperfetti sono gente bizzarra – La Vita Felice, 2012)

*

Ho parlato al tuo corpo fraterno

conficcato nella pioggia che lava

sollevato ruggiti sfibrati

per pietrificarne i momenti.

 

In questa scorza ci sentiamo stretti

provoca dolore la bruna pupilla

lo so, tu sai scucire la terra

una grossa onda sul nostro campo.

 

Rinascere dal poco movimento

ogni istante si converte

la riga che non fa triangoli

un’immagine che resta al centro.

 

Così ti riparo dalle voci

e fisso il segno delle parole

qui ti lascio lamento malato

custode di ossa imporporate.

 

Non cambiare l’odore al soffitto.

 

(tratta da Gli imperfetti sono gente bizzarra – La Vita Felice, 2012)

*

Avrei voluto piangerti con gli occhi di una vecchia

con le dita scuoiate e spaventose

dipinte sul mio volto scavato

caduta, graffiata dai calcinacci di sguardi gonfi

rabbrividita nel ventre ossuto

cupa e rabbiosa come un astro nella notte,

invece facevo il rumore di un ramo, umido, sradicato

bianco di acero, troppo smilzo

che sperava di indossare le tagliole nel terreno

un segno triste, cammino della memoria di tibie e cosce.

Avrei voluto farti tornare indietro dalla bocca dei vermi

aprirti alla luce di te stesso

sperare di cambiare il fregio dopo la pioggia

togliere la ruggine alla melma appiccicosa

e partorirti senza mestruo.

Avrei voluto farti scivolare dal mondo all’età di ottant’anni

dopo quaranta estati ammainate nell’erba secca

cresciuta sulla tua barbapapà.

Adesso continua a muoversi l’oscurità sulla tua schiena.

 

(tratta da Quel grido raggrumato – La Vita Felice 2014)

*

Non devi restituirmi la difesa

appuntire collera tra me e te

riparare nelle mani a forma di cuore

tutti i pensieri belli e tristi

che raccontano beltà sbarazzine,

 

non devi sbattere porte per dimenticare

il mento alzato agli uomini che ho

baciato. Non maledire

le parole dei poeti che mi hanno

 

voluta in sposa e poi copiata.

Non devi perdonare i dubbi di Romeo

il suo Pater Nostro in ginocchio

bruciato nelle lettere perfette

 

mai spedite. Che fatica

aprire gli occhi e trovarsi attorcigliata

sembrare un tuono, lunga, un fiume stretto.

Vedersi seminata, vangata

un miscuglio di quesiti spalancati.

 

(tratta da Prima di andare – La Vita Felice 2016)

*

Capiterà a tutti di essere una boa

in mezzo al mare, una boa

dalla forma di pesce supino

dalla voce umana con braccia di violino

 

al posto delle branchie l’anima

spugna polposa e fili d’erba i capelli.

 

Si diventa così quando si va via

 

un nome senza nome

rimasto tra le palpebre e la mente

giovinezze disperse in un altro viaggio.

Quando anche le viscere svuoteranno

 

residui della traversata

resteranno bucce vuote

involucri rancidi, mezzi sorrisi,

il seno ormeggiato.

 

Questo siamo quando lasciamo

una casa, un fiore, chi abbiamo amato.

Capiterà a tutti di essere una boa

 

in mezzo al mare, pesci, uccelli dal ventre tremante.

 

(tratta da Prima di andare – La Vita Felice 2016)

*

La copia 

Non potrai mai essere come me
non hai gli occhi verdi di marzo
quel silenzio pacato, tiepido
la fine del mio amore per l’inverno.
Non potrai avere capelli bianchi
ho impiegato anni per tenere riccioli
i ricordi. Copiare ciò che sono io:
le scale in ginocchio, il coraggio,
preghiere urlate, pianto la morte
degli uccelli caduti dai rami.
Non sei madre degli alberi
e ai limoni tu non sei mancata.
Queste rughe le vedi? Non sono tue
ci vogliono secoli di scavo
per arrivare al calco di Pompei
un bacio segnato dalle dita
dove non porti il cerchio dell’anello.
L’atteggiamento sì, la copia falsa
quando il vestito compri uguale
al mio. La voce, il tono, passi lenti,
la risata. Non sarai il porto d’armi
chiuso nel cassetto, labbra amare
attaccate alla libertà, la bandiera
della paura. Quella no, s’impiglia
alla miseria del desiderio nefasto
consola lo sfondo delle ossa inclinate:
domandare alla guerra la fotografia.
Il petto disfatto la mia miscela.
(tratta da L’amore casomai – Racconti inediti)

*

Non invidiatemi
ho la pelle vecchia e stanca
ho i capelli bianchi, li vedete?
Non vedete le ossa distese
quanti muri alzano tra me
e il vento?
Non invidiatemi perché non ho
l’orizzonte della verità.
Passo nella cruna arrugginita
dove separo gli occhi dal ricordo.
Non dovete invidiarmi
qui la tempesta mi ustiona intera.

 

(tratta da L’amore casomai – Racconti inediti)

 

Prisma lirico 10: Cristina Campo e Antonio Ligabue

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Nell’ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi un connubio insolito: l’ascetica e raffinata poesia di Cristina Campo le potenti espressive  immagini di Antonio Ligabue

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Ahi che la Tigre,
la tigre Assenza,
o amati,
ha tutto divorato
di questo volto rivolto
a voi! La bocca sola
pura
prega ancora
voi: di pregare ancora
perché la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
non divori la bocca
e la preghiera…

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testo di Cristina Campo, “La tigre assenza” dall’omonima opera, Adelphi, 1991

opere pittoriche:  “Testa di tigre”, 1955 e “Tigre reale”, 1941, di Antonio Ligabue

PUNTI DI VISTA 1: Ritratto dei coniugi Arnolfini

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In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo il Ritratto dei coniugi Arnolfini del pittore Jan van Eyck, uno dei dipinti ad olio più famosi al mondo.

Realizzato nel 1434, di piccole dimensioni (82 x 60 cm), si trova alla National Gallery di Londra, nella stanza numero 56 con il numero d’inventario NG186. Il ritratto fu commissionato dal lucchese Giovanni Arnolfini, uno dei più facoltosi mercanti di Bruges, rappresentato con la moglie Giovanna Cenani, anch’essa figlia di un mercante di Lucca. I due sposi sono raffigurati in piedi, nella stanza nuziale, nell’atto di pronunciare il solenne giuramento di fedeltà matrimoniale e di scambiarsi la fede secondo l’uso canonico anteriore al Concilio di Trento. L’interno borghese e l’inconsueta ambientazione  in camera da letto sono rappresentati con cura per rendere meglio la caratterizzazione sociale dei personaggi e perché ogni elemento, il cane, il candeliere con una sola candela, lo specchio, gli zoccoli di legno, le arance, si riveste di significati simbolici come la fedeltà matrimoniale e la fertilità. La firma del pittore Johannes de eyck fuit hic posta sopra lo specchio, che lo riflette insieme all’altro testimone, garantisce l’avvenuto giuramento tra i coniugi.

La simmetria della composizione sembra accrescere la solenne austerità del momento, le due figure sono di una immobilità assorta, quasi in meditazione. Sono avvolte di luce ed emergono da uno spazio crepuscolare che accentua le tonalità calde dei colori e l’intimità dell’evento. Il gesto dell’uomo può essere interpretato come una benedizione, un saluto, un giuramento; la donna gli porge la mano destra, mentre appoggia la sinistra sul proprio ventre, con un gesto che sembrerebbe alludere ad una gravidanza futura, in realtà i coniugi non ebbero figli. Il dipinto è un repertorio di elementi tipici della pittura fiamminga: nel clima raccolto e domestico i due personaggi in posa per il pittore sono abbigliati in abiti d’apparato e illuminati dalla luce proveniente da un’alta finestra laterale. L’immagine di Arnolfini appare frutto di uno studio di carattere: il volto è scavato, il naso lungo e sottile, le narici dilatate, l’espressione è intensa e assorta. Il tentativo di interpretazione interiore del personaggio e la cura particolaristica hanno determinato la supposizione che possa trattarsi di un autoritratto. L’unico personaggio a fissare lo spettatore, a non riflettersi nello specchio è il griffoncino di Bruxelles dal pelo rossiccio. La stanza è rappresentata con estrema precisione, tutti gli oggetti sono raffigurati dettagliatamente, tra questi spicca, al centro, uno specchio convesso, dove il pittore dipinse la coppia di spalle e il rovescio della stanza. Jean-Philippe Postel, uno scrittore parigino che è anche un medico, nel suo libro/inchiesta “Il mistero Arnolfini”, pubblicato di recente da Skira con prefazione di Daniel Pennac e la traduzione di Doriana Comerlati, ha analizzato questo quadro così enigmatico. Ha rilevato la presenza di un terzo uomo, l’uomo con il turbante rosso, per molti lo stesso van Eyck; l’ipotesi sostenuta da molti che si tratti del mercante lucchese Arnolfini secondo lui sarebbe da escludere perché negli altri suoi ritratti coevi non mostra alcuna somiglianza fisica con questo dipinto. Nel 1990 un ricercatore francese della Sorbona, Jacques Paviot, scoprì nell’archivio dei duchi di Borgogna un documento matrimoniale di Giovanni Arnolfini datato 1447 e che probabilmente si riferisce al secondo matrimonio. A Bruges nel XV secolo ci furono quattro Arnolfini e due di essi si chiamavano Giovanni, il più ricco era quello che aveva rapporti con il duca di Borgogna per il quale lavorava Jan Van Eyck.

L’opera rimase sino al 1516 nella casa dei coniugi Arnolfini; poi fu sequestrata e donata a Maria d’Ungheria, reggente dei Paesi Bassi. Nel 1556 il dipinto venne collocato nel palazzo reale di Madrid, per poi giungere in Francia, trafugata da Giuseppe Bonaparte. Successivamente venne prelevata dai soldati inglesi e venduta alla National Gallery di Londra per la bella cifra di seicento guinee. Il dipinto sembra rappresentare un’allegoria della maternità oppure alluderebbe al momento del fidanzamento. Altra ipotesi suggestiva è che nel dipinto sia rappresentata la prima moglie di Arnolfini, Costanza Trenta. La maggioranza degli oggetti fu dipinta dopo avere creato la scena principale. Dall’osservazione degli oggetti e degli abiti indossati appare evidente la condizione di agiatezza della giovane coppia. Lui indossa una tunica scura e sobria, coperta da un mantello con le falde foderate di pelliccia di marmotta e indossa un ampio cappello di feltro nero. Lei indossa un vestito verde, colore della fertilità, con guarnizioni di pelliccia d’ermellino. Ha un’acconciatura elaborata ed indossa una collana, vari anelli e una cintura broccata d’oro. La disposizione degli zoccoli sul pavimento della stanza non è casuale: quelli di Giovanna, rossi, stanno vicino al letto; quelli del marito sono in primo piano, più vicini alla porta d’ingresso. Vengono sfruttate più fonti luminose,  la ricchezza dei dettagli, visibile attraverso l’uso della luce, avvicina l’arte fiamminga a quella del Rinascimento italiano. Una certa rigidezza delle forme e l’espressione enigmatica dei personaggi sono anche caratteristiche tipiche della prima scuola fiamminga. Da grande ritrattista e pittore di costume qual è, Jan van Eyck rivela tutto il suo amore per la luce, il senso della materia e della pluralità delle forme, un’arte nuova che concilia sentimento e ragione.

Deborah Mega

 

Libertà

Pastura per pesci distratti da altro
le onde lassù capovolte
o il fondo di sabbia farina
L’ho coniugata per modi e tempi
i più ruvidi o gentili
la libertà, la scabra, la rocciosa, la ridente
Ora la porto come un abito di gala
per sbertucciare chi crede alla follia
di trattenerla con catene e confini
Un abito che come quello del re
va bene per ogni occasione
perché fa bella la grassa e la storta.
Non c’è rifiuto che possa sporcarla
non c’è giudizio che la turbi o confonda
lei balla in cerchio e salta e piroetta
la cassa che l’aspetta la conosce
non ha fretta, non ha premura
conosce le vie degli uomini piccini
la sua sarà comunque buona ventura.

POESIA SABBATICA

Charles Bukowsky: Lancia il dado 

Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo.

Altrimenti, non cominciare mai.
Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo.
Ciò potrebbe significare perdere fidanzate, mogli, parenti, impieghi e forse la tua mente.
Fallo fino in fondo.
Potrebbe significare non mangiare per 3 o 4 giorni.
Potrebbe significare gelare su una panchina del parco.
Potrebbe significare prigione,
Potrebbe significare derisione, scherno, isolamento.
L’isolamento è il regalo, le altre sono una prova della tua resistenza, di quanto tu realmente voglia farlo.
E lo farai a dispetto dell’emarginazione e delle peggiori diseguaglianze.
E ciò sarà migliore di qualsiasi altra cosa tu possa immaginare.
Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo.
Non esiste sensazione altrettanto bella.
Sarai solo con gli Dei.
E le notti arderanno tra le fiamme.
Fallo, fallo, fallo. FALLO!
Fino in fondo, fino in fondo.
Cavalcherai la vita fino alla risata perfetta.
È l’unica battaglia giusta che esista.

L’essenziale è invisibile agli occhi

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foto dal web

 

21

In quel momento apparve la volpe.

“Buon giorno”, disse la volpe.

“Buon giorno”, rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non  vide nessuno.

Sono qui”, disse la voce, “sotto al melo…”
“Chi sei?”
domandò il piccolo principe, “sei molto carino…”
“Sono una volpe”
, disse la volpe.
“Vieni a giocare con me”, le propose il piccolo principe, “sono così triste…”
“Non posso giocare con te”
, disse la volpe, “non sono addomesticata.”
“Ah!. Scusa”, fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
“Che cosa vuol dire addomesticare?”
“Non sei di queste parti, tu
,” disse la volpe, “che cosa cerchi?”
“Cerco gli uomini”
, disse il piccolo principe. “Che cosa vuol dire addomesticare?” 

“Gli uomini”, disse la volpe, “hanno dei fucili e cacciano. È molto noioso! Allevano anche delle galline. È il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?”
“No”
, disse il piccolo principe. “Cerco degli amici. Che cosa vuol dire addomesticare?” 
“È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…”
“Creare dei legami?” 

“Certo,” disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.”
“Comincio a capire”, disse il piccolo principe. “C’è un fiore… credo che mi abbia addomesticato…”
“È possibile”
, disse la volpe. “Capita di tutto sulla Terra…”
“Oh! non è sulla Terra
,” disse il piccolo principe. La volpe sembrò perplessa:
“Su un altro pianeta? Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?”
“No
.”
“Questo mi interessa! E delle galline?”
“No
.”
“Non c’è niente di perfetto”, sospirò la volpe.
Ma la volpe ritornò alla sua idea:
“La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
“Per favore… addomesticami”, disse.
“Volentieri”, rispose il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose.”
“Non si conoscono che le cose che si addomesticano,” disse la volpe. “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!”
“Che bisogna fare?”
domandò il piccolo principe.

“Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino…”

Il piccolo principe ritornò l’indomani.

“Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe. “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità. Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti.”

Che cos’è un rito?” disse il piccolo principe. 
“Anche questa, è una cosa da tempo dimenticata”,
disse la volpe. “È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza.”
Così il piccolo principe addomesticò la volpe. E quando l’ora della partenza fu vicina:
“Ah!” disse la volpe, “… piangerò.”    

“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”
“È vero”
, disse la volpe.
“Ma piangerai!”  disse il piccolo principe.
“È certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno”
, disse la volpe, “il colore del grano.”
Poi soggiunse:  “Va’ a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondoQuando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto.”

foto di Loredana Semantica

 

Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.
“Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente,” disse. “Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo.”
E le rose erano a disagio.
“Voi siete belle, ma siete vuote”, disse ancora. “Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho  riparata col paravento. Perché su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è  lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa.”
E ritornò dalla volpe.

“Addio”, disse.

“Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.”
“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.
“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.
“È il tempo che ho perduto per la mia rosa…” sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
“Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”    

“Io sono responsabile della mia rosa…” ripeté il piccolo principe per ricordarselo.

***

Il capitolo tratto da Il piccolo principe di Antoine de Saint Exupèry offre lo spunto per alcune riflessioni di educazione all’affettività.

In primo luogo il brano ricorda l’importanza delle relazioni e dei legami, delle piccole cose, quelle che sembrano di poco conto ma che in realtà sono importanti perchè ci fanno stare bene. Un gesto, un abbraccio, una buona azione, un saluto, un sorriso, sembrano invisibili ma sono indispensabili, essenziali, dettagli tutt’altro che insignificanti. L’essenziale è invisibile agli occhi. 

Allo stesso modo la vera bellezza spesso è quella che non si vede, dunque occorre andare al di là delle apparenze per cogliere la vera essenza di persone e cose: solo la nostra sensibilità permette di percepire la singolarità dell’altro. Il discorso si allarga fino a fornire la definizione di “addomesticare”, inteso come rendere domestico, creare dei legami, spiega l’autore, tramite la voce della volpe. Addomesticare rende l’altro “speciale”, unico al mondo e questo vale sia nelle relazioni di coppia che di amicizia e presuppone infinita pazienza. Diventiamo anche responsabili di ciò che addomestichiamo, se non ce la sentiamo di mantenere una relazione per la paura di limitazioni alla nostra libertà, rischiando di deludere l’altro, evitiamo di creare l’attesa, quello che nel brano viene definito rito. È il tempo e l’attenzione che dedichiamo agli altri a permetterci di creare un vero legame con loro. Ogni persona per noi è importante per via del rapporto che abbiamo costruito con lei, del tempo che abbiamo investito nel creare e nel coltivare la relazione. Anche l’insegnamento se vogliamo è un atto di addomesticamento che ci impegna nella conoscenza dell’altro. Presuppone pazienza, tempo da dedicare e un atteggiamento di empatia e di ascolto nei confronti dell’altro.

L’altra considerazione importante è che le parole possono essere fonte di malintesi, sembrano innocue ma sono molto importanti, vanno misurate e usate con cautela e prudenza. La volpe insegna al Piccolo Principe il valore dell’amicizia, che per lei significa essere addomesticata mentre per il piccolo principe vuol dire prendersi cura della sua rosa. Il legame con una persona implica anche la sofferenza del distacco ma varrà la pena soffrire se poi in cambio ne otterremo il colore del grano, un arricchimento, un ricordo che ci accompagnerà per sempre.

La vanità della rosa è la causa della rottura del rapporto con il Piccolo Principe, il protagonista perde il proprio punto di riferimento, in molte interpretazioni infatti la rosa rappresenta la metafora della madre ed egli soffre per la fine di questo rapporto. Da questo dolore però, da questo senso di solitudine e di abbandono proviene la spinta ad esplorare nuovi pianeti. Elaborata la perdita, possiamo dirigerci verso opportunità che prima non riuscivamo nemmeno a scorgere.

Per l’alto mare aperto.

Deborah Mega

 

Prisma lirico 9: Goliarda Sapienza – Ivan Aivazovsky – Edvard Munch

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Nell’ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi presento la breve e profonda poesia  di Goliarda Sapienza in dialetto siciliano e le intense immagini di Ivan Aivazovsky e Edvard Munch

Kiss, 1892, Edvard Munch

Nun pozzu scinniri
cu tia
pi sta notti c’affunna.
Lu mari è niuru
a st’ura
e iu nun sacciu
natari.

(Goliarda Sapienza, da ‘Ancestrale’)

(Non posso scendere/con te/per questa notte che affonda.
Il mare è nero/a quest’ora/ed io non so/nuotare)

The Black Sea at night, Ivan Aivazovsky ~ Russian artist, 1817-1900

testo di Goliarda Sapienza da “Ancestrale”

opere pittoriche: “Kiss”, Edvard Munch, 1982 e “Il mare nero di notte”, Ivan Aivazovsky , 1817-1900

RandoMusic 1: Heard It Through the Grapevine

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L’aggettivo random usato nel linguaggio scientifico e tecnologico con il significato di casuale, privo di regolarità, senza un ordine preciso, ha fornito lo spunto per una nuova rubrica, questa volta musicale, che curerò due volte al mese di lunedì. Esistono pezzi musicali a cui siamo particolarmente legati: alcuni sono diventati simbolo di una generazione, altri hanno generato e ispirato rivoluzioni e movimenti culturali riscrivendo regole, altri ancora sono divenuti strumenti di protesta riuscendo a smuovere coscienze. Li descriverò raccontando l’intreccio di musica e vita che li ha prodotti.

Cominciamo questo percorso con…

Heard It Through the Grapevine (Mi è giunta voce o anche tramite voci di corridoio) è un classico della black music scritto da Norman Whitfield e Barrett Strong nel 1966, portato al successo da Marvin Gaye nel 1968.

La prima registrazione della canzone avvenne con il gruppo The Miracles nell’agosto del 1966, ma non fu pubblicata dal produttore Berry Gordy. La seconda versione invece fu registrata da Marvin Gaye nel febbraio 1967, ma non fu pubblicata. La terza registrazione avvenne sempre nel 1967 e fu realizzata dal gruppo Gladys Knight and the Pips e finalmente pubblicata. 

Marvin Gaye pubblicò la sua versione a cappella nel 1968 nell’album In the Groove. Il produttore Berry Gordy, accettò di pubblicarlo come singolo il 30 ottobre 1968; un paio di mesi dopo il brano riuscì a raggiungere la prima posizione nel Regno Unito, rimanendo in vetta alla classifica per sette settimane. Il brano costituì il singolo più venduto nella storia della Motown, con quattro milioni di copie vendute. La Motown Records era un’etichetta discografica nata nel 1959 a Detroit, nel Michigan e poi trasferita a Los Angeles nel 1972.  Negli anni sessanta il settore Rhythm and blues e Soul furono così famosi da coniare il termine di Motown Sound, uno stile di musica soul con tratti distintivi, quali l’uso del basso, particolari strutture melodiche e arrangiamenti. L’unico gruppo musicale italiano ad essere stato prodotto dalla Motown Records fu la band Libra, nata nel 1974, di cui la Motown pubblicò due album con testi in inglese. Nel 2004 la rivista Rolling Stone posizionò il brano all’80º posto nella classifica delle 500 canzoni migliori.

Nel 1970 i Creedence Clearwater Revival, vera e propria istituzione del rock americano, nell’ album Cosmo’s Factory, considerato unanimemente il loro capolavoro, registrarono una loro versione del brano della eccezionale durata di 11 minuti. In questi anni il rock diventa psichedelico ma i CCR compiono un viaggio a ritroso nel tempo.

Deborah Mega

 

Semplice

Se ciò che scegli ti nutre

non sarò io a dirti di cambiarlo

tu quindi fai lo stesso

con me, con tutti gli altri

Se scegli del veleno

io non ti seguirò

questa è la mia regola

non la puoi cambiare

Cerco di vivere bene

senza fare del male – se posso –

ma i nomi, i nomi delle cose

sono importanti

a volte più di tutto.

Se metto un punto

è un fatto

ma domani…

Souvenir d’estate

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L’estate sta finendo e Limina mundi torna con il mese di settembre alla sua programmazione ordinaria con nuove e vecchie rubriche per spaziare senza limiti nel mondo e nell’arte in tutte le sue espressioni.

Iniziamo l’attività di quest’ultimo quadrimestre dell’anno quindi, ma non senza prima dare un saluto all’estate, una specie di souvenir della bella stagione, celebrata con le parole poetiche di alcuni autori del blog che le offrono come dono propiziatore di nuove estati a venire ancora insieme qui su Limina mundi.

sole per limina 1

Chi sono io
nell’infuocato pomeriggio d’estate
dentro l’alito rovente che brucia lo sguardo
nell’isola di silenzio
quando il vento scava nell’inquietudine
e l’ora contraria intreccia i corpi madidi e ardenti.
Chi sono io
dentro la spaccatura della pietra focaia
nella sospensione del lapillo nell’aria
nel migrare del granello di sabbia sopra il mare
nella cenere vulcanica che rapprende i fossili di conchiglia.
Chi sono io
dentro la chiglia del barcone che mi culla
nella pensione vista mare che mi annulla
nella tensione di due uomini che si contendono l’amante
nella costruzione delle filastrocche che i bambini tentano
mentre gli adulti accaldati dormono
per uccidere il tempo che precipita come una lama
sulle loro teste, e non li ama.

Francesco Tontoli

sole per limina 1

Per tre volte ha dentro la radice o la parola morte
il mantra estivo che sorge dalla bocca
al ghibli impietoso che soffia caldo asciutto
il sole fa violenza coi suoi raggi sulle cose esposte della terra
quelle vive stimano i margini di sopravvivenza
le carcasse invece senza esalare si fanno cosa secca.

C’è un’aria intorno ch’ è deserto vivo
come il respiro caldo del tuo corpo
la pelle abbacinata al morso dei raggi
riarso il bianco dentro gli occhi
appena poche ore è la risposta
oltre non c’è speranza
la natura è torrida di sete
torna il refrain del principio
un fuoco senza pena purifica e uccide.

Loredana Semantica

sole per limina 1

Forma idrodinamica
spinta slancio
guizzo propulsione
fendente che divide il corpo
l’acqua al suo passaggio.

Vita non pullula
nel mondo sottoposto
ondeggiano alghe mute
irreali senza tempo
distese ovattate
di ombre e di silenzio.

Penetrano i raggi obliqui
negli anfratti misteriosi
rivelano anemoni
e corpuscoli sospesi
geometrie caleidoscopiche
di luci e di colori.

Mi mimetizzo mare
nella tua trasparenza
nell’acqua che è sorgente
di vita e di purezza
ormai ricordo antico
di ere primordiali.

Mi sfioro con le dita
le squame iridescenti
e poi riemergo ancora
acquamarina fluida
a respirare il cielo.

Deborah Mega

sole per limina 1

Il ferro d’agosto

L’Agosto siderurgico
ribatte a martello il suo ferro di sole
il gong di rame sonoro
nel cielo d’acciaio rovente

disperde fumaglia e acque reflue
ammorba l’aria di burrofuso
spalmando corpi su spiagge
arrampicando sui monti vecchietti e filosofi.

Tutto qui è greve e mi pesa sul petto
davanti allo schermo di questo similmondo
sto appollaiato e sudaticcio
come un animale in cattività
nella sua gabbia ardente .

Mi rigiro tra le mani lettere di fuoco
vocali incandescenti
e foto carbonizzate agli angoli.

Francesco Tontoli

sole per limina 1

29 luglio 2010
senza metafora. proprio nel mare. partorisco l’aforisma mio del giorno. le ossessioni rovinano. le passioni invece. salvano gli uomini. lo regalo a mio figlio. per salvagente tra le onde.

1 agosto 2010
ieri il sole splendeva. così vicino nei raggi. da infuocare la ringhiera. la sabbia tra la riva e la salvezza. bruciava le piante. ardendo sotto i piedi. da sempre fallisco l’obiettivo di un grande avvenire da fachiro.

6 agosto 2010
da giorni osservo uno spicchio di mare tra il pino e le palme. il suo colore cangiante. a seconda del vento. blu intenso a scirocco. al tramonto più chiaro. al crepuscolo è di un grigio. azzurro quasi polvere. che si fonde con il cielo. due centimetri al grandagolo che annegano il respiro.

9 agosto 2010
ultimo giorno. raccolgo i pezzi. ciabatte. teli mare. sparse magliette. anche i bagagli di alcune cose belle. che avrei voluto fare. messe da parte. alla fine non è poi così lontana l’altra riva. un’altra vita. ancora poche ore. poi si parte.

da ” Parole e cicale, Diario poetico di una vacanza”, issuu, 13/10/2010

Loredana Semantica

sole per limina 1

Alta marea
attrazione lunare
responsabile

***

Denti spumosi
avvolgon sorridendo
il cielo terso.

***

Prezioso dono
azzurro solitario
labbra di cielo.

***

Afa d’estate
deserta canicola
pomeridiana.

***

Leggenda bianca
abisso di paura
e di bellezza.

Deborah Mega

sole per limina 1

Luglio

Lusingata dagli sguardi sul bronzo
Uscivo dal guscio d’inverno danzando.
Grate alla pelle per la cortese collaborazione
Le ciglia facevano ombra alla paura dei no.
Indossavo sguardi e movenze seduttive.
Osavo ogni giorno un nuovo passo falso.

Agosto

Ancorate sotto vetro museo
Galleggiano impressioni d’agosto
Ora sembrano d’altri e non mie.
So tutto quello che c’è da sapere
Tutto, al riguardo, sui baci sprecati
O sull’essere giovani insicuri.

Settembre

Sembrava lontanissimo
Erano solo
Tre mesi fa
Tutta l’estate ci aspettava
Estasi di libertà obbligate
Misura di bellezza esposta
Brivido calpestato dal cotone leggero.
Ritorna, settembre, carico di noiosa serietà
E ogni anno sembra avere più fretta.

Fresco

Fresco colore
rosa caramellata
marmellata sbocciata
dolcezza di polpa fiorita
non ho più anni da contare
se mi baci con i tuoi occhi belli.

Alessandra Fanti

sole per limina 1

(il “quadretto” divisorio tra le poesie è una creazione digitale di Loredana Semantica)

Del terzo millennio: strascichi post-umani (91) di Enrico Cerquiglini

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Per tutto agosto ogni mercoledì vi ha tenuto compagnia un racconto breve della serie Del terzo millennio: strascichi post-umani di Enrico Cerquiglini. Ogni mercoledì una perla di disincanto proprio dei nostri giorni, da raccogliere tuffandosi nelle profondità, per poi riemergere al “sollievo” del sole, del mare, luce e vacanze. Proponendo l’ultimo di questi racconti brevi, colgo l’occasione per ringraziare di cuore Enrico Cerquiglini di questa sua gradita presenza su Limina mundi.

Risaliva tutte le sere l’unica strada che divideva in due il paese, aspettava che calasse il sole prima di uscire dall’osteria. “Passata la sciatica?”, “Anche questa giornata è finita, signora bella”, “No, grazie, è meglio che non bevo più per oggi. Ma c’è sempre domani!”, “Notizie dalla Svizzera?”, “C’è finita in trappola la volpe?”, “Quando lo facciamo quel lavoro?”. Ogni quattro passi una sosta per un saluto, una battuta, una domanda. Quella in fondo alla via, subito dopo il dosso, era la sua casa, ed era stata la casa del padre e del nonno… e sarebbe stata anche la casa del figlio se la polmonite non se lo fosse portato via poco più che bambino. Ed anche la moglie se n’era andata. Il lavoro nei campi, il dolore per la morte della creatura avevano distrutto il suo esile fisico “non adatto alla terra”, come diceva la povera anima di sua madre. Teneva le due foto sopra la trave del camino e alzando lo sguardo si rattristava a volte, altre veniva preso da un senso di inquietudine, mista a rabbia, che si scioglieva in una reiterata bestemmia. La mattina la passava nell’orto (i campi aveva smesso di coltivarli, la vecchiaia non perdona) o nel pollaio. Poi se ne andava all’osteria, fino a pranzo, non a bere (beveva poco e non sopportava gli ubriachi come quel fesso di Vinovo – lo chiamavano  così perché chiedeva sempe il vino nuovo – che per il vino aveva perso moglie, podere e casa e che dormiva nella stalla del cugino, con le vacche e i vitelli), ma per scambiare qualche parola coi pochi abitanti rimasti.

In realtà nel paese, tranne lui, non c’era più nessuno da anni. Non se n’era voluto andare come aveva fatto suo fratello. Conosceva le pietre di ogni casa ed aveva fermato il tempo. Non c’era più nessuno da anni ma lui continuava a recarsi all’osteria, dove parlava col vecchio oste (era già vecchio quando lui era bambino), con la di lui moglie, ancora giovane e procace, con i vecchi del paese (ridotti a guardare gli ultimi raggi di sole con un mezzo toscano in bocca). E la sera, risalendo verso casa, salutava tutti: la vedova (morta di parto nel ’56, per colpa della neve), il vecchio mulaio (quello che aveva fatto la guerra del ’15-’18), il fabbro (morto d’infarto nel ’75), la ragazza dalle trecce bionde (fatta morire da un maldestro strappadenti), il potatore (morto cadendo da un melo a quasi novant’anni) e tutti gli altri.

Quando fu la sua ora, nel sonno, senza soffrire, non vedendolo passare la mattina per andare all’orto e al pollaio, tutti si fecero sulla porta e cominciarono a gridare il suo nome. A valle, a chilometri dal paese, fu udito distintamente il canto del suo gallo con la cresta a rosa.

 

Del terzo millennio: strascichi post-umani (85) di Enrico Cerquiglini

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Per tutto agosto ogni mercoledì un racconto breve della serie Del terzo millennio: strascichi post-umani di Enrico Cerquiglini. Ogni mercoledì una perla di disincanto proprio dei nostri giorni, da raccogliere tuffandosi nelle profondità, per poi riemergere al “sollievo” del sole, del mare, luce e vacanze. Buona lettura.

Tagliato tra le due terre, restò per sempre un frutto dall’apparenza selvatica, aspra, scontrosa. Piccolo di statura, nient’affatto armonico nel fisico, dal viso intagliato senza alcuna perizia, fu sempre trattato dalla madre come un anatroccolo che mai sarebbe diventato cigno (e non lo sarebbe davvero mai diventato). Cresceva sgraziato, senza nessuna istruzione che non venisse dai lavori nei campi, più legato alle bestie che alle persone, timido, ma spesso, per reazione, violento. Aveva quindici anni quando la madre, prossima alla morte per un cuore che non reggeva più, gli disse che la natura con lui era stata malvagia, gli aveva dato povertà e bruttezza e che mai nessuna donna l’avrebbe voluto. “Le donne bisogna comprale o con gli averi o con i soldi, o stregarle con le parole e la bellezza, e tu non hai niente di questo”. Non capì subito quello che la madre gli aveva detto, sopraffatta com’era dai dolori. Gli tornarono in mente quelle parole quando vide lei, una ragazza di luce, dai capelli neri, dagli occhi che folgoravano le stelle. “Quanto costerà? Sicuramente tanto. Ci vorranno cento milioni”. Da quel giorno cominciò a non spendere più nulla, a lavorare giorno e notte, a mettere da parte quei quattro soldi della pensione di orfano di guerra: stendeva i biglietti da mille e li riponeva al riparo dai topi. Anni e anni di lavoro, di privazioni (mangiava erba dei campi piuttosto che spendere una lira, niente luce elettrica, niente mobili in casa, si tagliava barba e capelli da solo con le vecchie forbici della madre, indossava vestiti consumati, rattoppati da solo), di risparmi. Ogni tanto andava a vederla di nascosto: era ormai una donna fatta, con un marito e figli, ma aveva quegli occhi…

L’avrebbe comprata, altri 5-6 anni e sarebbe riuscito ad averli questi maledetti cento milioni. Nessuno frequentava la sua casa-porcile, tranne un cugino che, di tanto in tanto, andava a fargli visita. Era l’unico con cui parlasse: un bell’uomo, pieno di donne e di vizi, sempre profumato e azzimato. Gli confidò un giorno il suo segreto. Ci sorrideva il cugino, ma non gli diceva nulla.

Quando lo ritrovarono con la testa fracassata sotto un noce, nessuno si meravigliò di quell’incidente. Non aveva più l’elasticità di un tempo. “Aveva frequenti capogiri”, diceva il cugino. Doveva averne dei soldi, dicevano in giro, ma nessuno riuscì a trovarli. Il cugino, dopo poco, lo si vide girare con una decappottabile americana, nuova, fiammante…

POESIA SABBATICA

Oscar Wilde

Se noi non avessimo amato,
Chi sa se quel narciso avrebbe attratto l’ape
Nel suo grembo dorato,
Se quella pianta di rose avrebbe ornato
Di lampade rosse i suoi rami!
Io credo non spunterebbe una foglia
In primavera, non fosse per le labbra degli amanti
Che baciano. Non fosse per le labbra dei poeti
Che cantano.

Del terzo millennio: strascichi post-umani (82) di Enrico Cerquiglini

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Per tutto agosto ogni mercoledì un racconto breve della serie Del terzo millennio: strascichi post-umani di Enrico Cerquiglini. Ogni mercoledì una perla di disincanto proprio dei nostri giorni, da raccogliere tuffandosi nelle profondità, per poi riemergere al “sollievo” del sole, del mare, luce e vacanze. Buona lettura.

Si diceva di lui che avesse attraversato tutti gli oceani, visto tutte le terre del mondo e si fosse macchiato di crimini inenarrabili. A vederlo vecchio, ricurvo, sempre col sorriso pronto, lo si sarebbe detto un simpatico ottuagenario che attende, senza particoli ansie, la fine spettante a tutti. Eppure c’era chi giurava che dietro quella testa canuta, dietro le sigarette senza filtro, dietro il suo amore per gli animali (allevava canarini e tortore) si nascondesse un assassino spietato. Quando passavano davanti alla sua piccola casa i ragazzini facevano scongiuri, gli uomini sputavano catarro e resti masticati di tabacco, bestemmiando ad alta voce. Alla sua morte nessuno volle partecipare al funerale, anche il prete si rifiutò. “Non era un credente, né si è mai pentito dei suoi crimini”. La casa restò chiusa a lungo e fu soggetta alle sassate dei bambini. Un giorno uno di questi ragazzini, più per sfida che per curiosità, entrò nella casa. La porta non aveva mai avuto serratura. Tra ragnatele e scaffali ormai compromessi dai tarli vide tanti libri, tanti fogli scritti, tante lettere. Ne lesse alcuni e rimase sbalordito dalle descrizioni di crimini efferati, di sadismo, di violenza gratuita. Lo sguardo cadde su una busta con una bellissima calligrafia, sicuramente femminile. “Amico carissimo, quanta violenza in questi tuoi racconti! Tu persona così mite, così dolce, incapace di fare del male a qualsiasi essere vivente, vittima di mille persecuzioni e sevizie, trasferisci nel carattere, nel corpo del carnefice i tuoi tratti, il tuo nome. Che ne direbbero i tuoi paesani se leggessero le pagine di questo romanzo in forma di confessione?” In effetti qualcuno aveva letto sul tavolo da cucina l’inizio di quel romanzo: “Signor Giudice, prossimo ormai al giorno estremo, io *** ***, assassino di mia madre, di mio padre, dei fratelli miei tutti, sento il dovere di confessare a Lei, che tanto si è battuto per ricostruire la verità, storica più che giudiziaria, che io sono il solo colpevole. Non le invierò questa confessione né per chiedere perdono (la parola ‘perdono’ non fa parte del mio vocabolario) né per volere espiare quelle che Lei ritiene colpe e delitti. La mia è solo una testimonanzia per restituire verità alla Storia. Il giudizio sul mio operato spetta alla Storia non certo alla mediocre Sua persona, Vostro Onore!”

POESIA SABBATICA

-3-

ti ho detto bla bla bla

pescando parole nei fondali

rischiando di morire per l’apnea

e ti ho imperlato i lobi

come a una madonna

ti ho cantato salmi

il mantra dei devoti

ti ho mostrato il cuore

e tu in ogni piaga,

insomma, o mia madonna,

non vedi che sragiono?

se sto nella tua testa

ti freme un po’ la pelle

apriti

fammi entrare

prendimi

fammi morire dentro.

Francesco Palmieri (da “Exsperimenta” )

Del terzo millennio: strascichi post-umani (78) di Enrico Cerquiglini

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Per tutto agosto ogni mercoledì un racconto breve della serie Del terzo millennio: strascichi post-umani di Enrico Cerquiglini. Ogni mercoledì una perla di disincanto proprio dei nostri giorni, da raccogliere tuffandosi nelle profondità, per poi riemergere al “sollievo” del sole, del mare, luce e vacanze. Buona lettura.

Quanto l’aveva desiderato un figlio! Per anni aveva temuto di dover morire senza lasciare traccia di sé. Gli sembrava inutile la vita senza un’appendice di immortalità. Quando, dopo cure e trattamenti medico-chirurgici, la moglie rimase incinta il sole ricominciò ad illuminare i suoi giorni. Com’era bello quel bambino, pieno di riccioletti biondi, con i lineamenti identici al padre che diventavano ancora più somiglianti con il passare degli anni. Ma dal padre non aveva ripreso la voglia di lavorare, il senso del sacrificarsi per la famiglia e per raggiungere certi obiettivi. Neanche la scuola faceva per lui, “T’insegnano tutte stupidaggini. Che me ne frega di Giolitti o di Pascoli? Andare a scuola è solo una perdita di tempo”, tanto che finì a 16 anni la terza media e decise di non continuare a perdere tempo. Il padre cercò di farlo entrare nella fabbrica dove lavorava da trent’anni, ma lui rifiutò “Io non voglio fare lo schiavo nella vita”. Passava le mattinate a letto e le serate a zonzo per i locali della città: un po’ di birra, qualche pista di neve, qualche amoruccio di strada e si faceva l’alba. Il pomeriggio lo passava al bar a discutere con i pensionati, si faceva offire prosecchini a raffica e quand’era alticcio cominciava ad insultarli perché quelli come loro rubavano il suo futuro e quello degli altri giovani. I giovani come lui dovevano lavorare per pagare le loro pensioni. Anche con gli immigrati ce l’aveva: ci rubano il lavoro, la cultura e le tradizioni. Le poche volte che incrociava il padre pretendeva da questi il denaro che gli serviva per fare una vita dignitosa aspettando l’arrivo di un lavoro. E spesso lo minacciava di rompergli il “muso”. E a pensare a quanto l’aveva desiderato quel figlio, gli veniva un groppo in gola.