In volo

Se la sorte mi risparmierà
la cantilena ubriaca della chemio
questi capelli da vecchia li terrò
ne farò un manto da regina
capovolgerò così la storia mia
diventando immensa
al posto dell’esser bella
che non mi è riuscito neppure
quando l’età ne faceva un tratto buono
in discesa e il sole illuminando.
Se la sorte a cui non credo
girerà nel verso suo gentile
mi farò orgoglio della mia demenza
del poter dire ciò che tu non puoi
perché da perdere hai qualcosa ancora
mentre io sono ricca di non essere nessuno
e niente, per la gente che pensa
col tappeto rosso in testa.
Se la sorte accumulerà i ricordi
facendone bastioni da scalare
avrò persino un po’ di compagnia
come un monumento all’allegria
in una città straniera, in una via
dove sarà più lieto anche mancare.
Che festa sarà quando avrò il diploma
quello che conferisce onore e gloria
e colora di bontà ogni caino!
Peccato non lo si possa leggere di persona
perché di là si torna felici bambini illetterati

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Versi Trasversali

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

HENRY ARIEMMA

Arimane

 

Il male libera.

Fa capire ogni bene

e vede prossima gratitudine

alle domande insignificanti

dell’andare oltre:

respinge alte le onde

sulle stesse orme.

 

Il tacere frutta

solo bacche amare

lavorate per dolci inganni.

 

Altro parlare, propri egoismi…

A non vedere nell’ascolto

pronti tradimenti.

Ma la parola riempie spazi

e basta morire senza perdono,

pensarsi eterni per non risolvere

l’umano dolore in mancata fede

come case ostili mai colpevoli.

 

*

 

Il buio dietro hai costruito

accumulo di cristalli inutili:

vasi e bicchieri per mancati pranzi.

Su quei vetri una polvere tornia

disegni pesanti.

 

Agli estranei hai dato

il quotidiano di figli

in parole giuste,

forze misurate,

felice racconto

del fare bene…

 

Hai fermato amici,

risparmiato musiche,

parole della sera,

negato viaggi e sogni:

tolto libertà…

Perché la coperta

non allargava

la funzione unica

dell’ a m o r e

 

*

 

L’erba mi ricordi

di quella casa…

Cumulava dove voleva,

rinverdiva intensa

vicina ai sostegni

non lontano dal passo

ma dallo sguardo

e chiedeva macchie

riempite dal bordo.

La pioggia faceva fango

seccato polvere e l’acqua

donava un capsico viola.

Al basilico divideva l’orto

con mattoni affondati

scoperti picchi…

 

E inerpicavi capricci,

limbo dimentico ai figli

mancando promesse

a castighi del tempo

sempre tuo, perduto

in ogni andare.

 

*

 

Forse per case

nelle pareti nascoste

sono i ricordi persi

dei fratelli in città:

si rimane al crescere

insieme negli anni,

compiuti i destini…

A essere divisi

sono promessi ritorni

di richiami intuiti.

 

E le costellazioni perse?

Sono facce forzate

vicine nelle foto,

nascosti segnali

al voltare negli occhi,

scuse diverse

accomodate vite.

 

Spenta Mainyu

 

È l’amore il cardine

del nostro esistere

piega verghe adamantine

a soccombere ragioni

tentate di giustizia,

è velo a non vedere

determinare granelli,

disporre acque

a chi non pone mani

per chi neanche guarda.

 

Punti di vista 4: La persistenza della memoria

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In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo La persistenza della memoria di Salvador Dalì.

“La persistenza della memoria” è un dipinto ad olio su tela di cm 24 x 33, realizzato nel 1931 dal pittore spagnolo Salvador Dalí. Il dipinto, inizialmente denominato Gli orologi molli, fu acquistato nel 1932 dal gallerista Julien Levy che lo  espose nella propria galleria d’arte a New York, attribuendogli il titolo con cui è maggiormente conosciuto, La persistenza della memoria. Successivamente l’opera fu acquistata al prezzo di 350 dollari dal Museum of Modern Art, dove è tuttora esposta. Pare che sia stata realizzata in sole due ore, nel 1931:  venne suggerita all’artista dall’eccessiva morbidezza del formaggio che stava mangiando. Si tratta di un’opera surrealista che raffigura un paesaggio costiero della costa Brava, nei pressi di Port Lligat, illuminato da un cielo con delle sfumature gialle e celesti, in cui sono presenti alcuni orologi dalla consistenza morbida, simboli dell’elasticità del tempo. L’ambientazione è surreale, fuori dal tempo e dallo spazio.

Il paesaggio dipinto è privo di qualsiasi vegetazione ma popolato da strani oggetti: un parallelepipedo su cui cresce un ulivo privo di foglie, un occhio dormiente dalle lunghe ciglia, una costa rocciosa sul mare. L’attenzione dell’osservatore, tuttavia, è catturata dai tre orologi molli, veri protagonisti della scena. Sciogliendosi, questi assumono la foggia dei loro sostegni: il primo, rappresentato in primo piano, ha su di esso  una mosca e sembra scivolare, il secondo è sospeso sull’unico ramo dell’albero secco e il terzo è avvolto sulla strana figura che si trova distesa al suolo. Un quarto orologio, l’unico ad essere rimasto allo stato solido, è collocato sempre sul parallelepipedo ed è ricoperto di formiche nere brulicanti; l’artista catalano ha da sempre nutrito una fobia verso questi insetti, sin da quando ancora bambino li vide divorare un coleottero. La rappresentazione del quadro infatti proviene dall’inconscio e dallo stato di sogno, rappresentato dalla creatura quasi embrionale distesa a terra che potrebbe essere la rappresentazione dell’artista stesso. Sensibile all’influenza di Sigmund Freud, Dalì riflette sulla relatività del tempo, il cui scorrere è scandito dal moto cadenzato degli orologi, come si se trattasse di una misura oggettiva da poter quantificare e misurare, non tenendo conto invece della relatività del tempo e della sua caratteristica di essere soggettivo. Ecco che gli orologi diventano simbolo della plasticità del tempo, anche perché regolati dai meccanismi dell’inconscio e dalle percezioni di ciascuno. Di certo è uno dei dipinti più famosi di Dalì, in cui l’invenzione degli «orologi molli» diviene un’intuizione molto suggestiva, che fa riflettere sulla dilatazione o contrazione del senso del tempo dipendente dalla singola individualità.

Deborah Mega

 

Dalla santa

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Il racconto che segue, comparso per la prima volta sul “Corriere di Vigevano” nel 1956 e pubblicato nel 1963, è ambientato nell’omonima cittadina lombarda. Si tratta di un racconto realista scritto da Lucio Mastronardi (1930-1979), scrittore proveniente da una famiglia di origine abruzzese trapiantata a Vigevano, per molti anni maestro elementare nella sua città natale. Nel 1959 si segnala come scrittore appartenente al nascente filone della “letteratura industriale” con il romanzo Il calzolaio di Vigevano, a cui fa seguito Il maestro di Vigevano del 1962. Il testo riflette il boom economico che in quegli anni investe l’Italia settentrionale, epoca in cui Vigevano si trasforma da comune agricolo in centro industriale noto per la produzione di calzature.

Avevo un fastidio a un occhio. Mi hanno consigliato di farmelo vedere da una donna che fa miracoli. La santa di Vigevano. Ci andai un pomeriggio. La santa abita in un vecchio stabile, nella vallata San Martino, uno dei più vecchi rioni della città. Nella corte, una donna, senza che le chiedessi niente, m’indicò la scala dove la santa abitava. Salii. I baselli erano sconnessi e di legno. Ne mancava anche qualcuno. Arrivai su di un ballatoio con la ringhiera sempre di legno, che puzzava di marcio; ed entrai nell’unica porta che c’era. Mi sono trovato in una vecchia e grande stanza, piena di donne e donnette. Alle pareti erano appesi dei Cristi incorniciati in tutte le pose: mentre prega, col cuore in mano, mentre predica, mentre miracola, mentre sale il Calvario, mentre muore, mentre risuscita… Tutte le pareti erano così quarciate da quei quadri e quadretti, che non si vedevano nemmeno i colori dei muri. La gente sedeva su sedie scompagne, aspettando con pazienza il suo turno. Sul tavolo c’era una scatola di scarpe con un buco sul coperchio. La santa sedeva sull’orlo di una branda con un crocifisso in una mano e un rosario nell’altra. Portava una saia da frate. Aveva una faccia paffuta, e occhi neri e vivi. Capelli corti e brizzolati, divisi a metà dalla riga; e un vocione comunicativo, dalla parlata dialettale. Seduta davanti a lei, una donnetta le contava le sue croci. Suo figlio gliene sta per combinare una, proprio grossa. Si è innamorato di una… figlia dell’amore.

– Io gli ho detto: se tu sposi quella lì, me, ti rifiuto da figlio. Ma non c’è verso – diceva la donnetta panettandosi gli occhi. – Noi siamo gente per bene; io non mi voglio imparentare con una così! –. 

La santa si raccolse. Si prese la testa fra le mani. Una sua parente ci fece segno di tacere, è in rapporto con Gesù, disse. Per qualche minuto la santa rimase con lo sguardo per terra, fisso sui disegni del pavimento nuovo. Poi disse:

– Quella ragazza ci ha fatto il pignattino a suo figlio! –.

– No! – gridò la donnetta.

La santa gettò uno sguardo ai quadri del suo padrone, come disse.

– Passerò tutta la notte a pregare per voi e per vostro figlio. Vedrà che il mio padrone mi darà da trà; che il pignattino non funzionerà più –.

– Mi faccia questa grazia – disse la donnetta.

La santa le diede un santino, con una preghiera dietro, da dire quando suo figlio è in casa. La donna uscì un portafoglio. Mise l’immagine in una tasca, con cura. Introdusse nella scatola qualche biglietto da mille e uscì.

– Se mi fate la grazia, so il mio dovere – disse, sull’uscio.

– Non ho bisogno di niente, io. Ciò lui – disse la santa, fiera, alzando la croce.

Toccava a una donna. Come sedette davanti alla santa, scoppiò a piangere. Disse che suo marito ha una fabbrica di scarpe a socio con uno, che gliene fa da vendere.

– Sappiamo solo noi cosa ci fa passare quel socio; i dané che ci giuntiamo, il lavoro che va a male… Il mio uomo vuole spartirsi. Quello là non ci sta. Il mio uomo dà fuori, se non si spartisce, dà fuori da matto. Passa delle notti senza sarare su occhio; sempre con quel pensiero fisso nella mente –.

– Cosa vuole il socio per spartirsi? – domandò la santa.

– La fabbrica intera vuole. E dei danari insieme. Tutto il lavoro mio e del mio uomo darcelo tutto a lui… –.

La santa si alzò; andò dall’altra parte della branda; da un canterano prese una reliquia, e scomparve dietro la branda.

– Silenzio. È in crisi – mormorò la parente.

Per qualche minuto si sentirono solo i singhiozzi compressi della donna. La santa riapparve.

– Dategli tutto quello che vuole al socio. Quella fabbrica è maledetta. Sfatevene subito. Ripigliate da capo, voi e il vostro uomo, e nessun altro di mezzo. Pregherò che gli affari vi vadano bene! – disse la santa.

La donna se ne andò poco convinta. Ciula, borbottava, ciula, tuttavia la nostra roba in bocca al lupo. Me ne sogno neanche…Ora toccava a una donna giovane. Sedette imbarazzata davanti alla santa. Si guardava d’attorno. Doveva seccarle dire i fatti suoi davanti a tutti.

– Io so perché siete venuta – disse la santa, guardandola fissa; – non ce la fate a imbastire un figlio; vero? –.

La sposa assentì.

– È tre anni che lui mi mena da uno specialista all’altro – mormorò con voce stanca.

– Ma lui è affettuoso? –.

– Non mi dice più niente. Quando viene sua sorella con suo figlio, lui ci slingua vicino al nipote. Ci ha una fabbrica a socio con sua sorella. Ecco, dice, tanto da fare, tanto rabattarsi, per lasciargliela tutta al nipote la fabbrica… E quando si esce, c’è sempre qualcuno che dice: ma che bella coppia! Ma perché li mandate via?… che torniamo a casa che non ci abbiamo voglia di guardarci in faccia –.

La sposa parlava all’orecchio della santa, ma la voce le usciva forte. La santa la fece stendere sulla branda. Con le mani le premeva il ventre; ci faceva croci, mormorando preghiere.

– Aspettate il periodo della luna piena – disse. – Se non ci resta, dite al vostro uomo di andare lui a farsi curare! –.

– Davvero? – disse la sposina, raggiante.

La santa strizzò l’occhio con un sorriso furbo. In quella, sorretta da due donne, comparve una ragazza con le gambe sciancate. La santa le andò incontro e l’abbracciò. Disse che quella povera anima le era tanto cara. È in cura da me, disse. Il viso devastato della ragazza s’illuminò, mentre le mani della santa la sostenevano.

– Hai fatto quello che t’ho detto? – domandò la santa.

La ragazza accennò di sì. – Ho fatto solo un giro intorno al tavolo –disse.

La santa trasalì, e dopo un momento di silenzio, gridò:

– Fanne due subito di giri. Non toccatela. Avanti! –.

La poveretta si levò; a stento raggiunse il tavolo. Sta per appoggiarsi.

– No! – urlò la santa. La ragazza arrancava intorno, fermandosi dopo qualche passo; riprendendo. Dopo un giro cadde su una sedia.

– Ancora un altro, – gridò la santa. Si alzò. La ragazza riprese a camminare; la santa le andava dietro, vicino, e le diceva:

– Ci sono io. Abbia fede. Non toccare il tavolo. Ci sono io. Io ci sono. Avanti. Sono qui io. Senza paura. Vedi che ce la fai. Avanti… –.

La ragazza fece tre giri, e sedette sull’orlo della branda.

– Non ho fatto fatica! – diceva.

Una delle donne che l’accompagnava, disse: – Qui ce la fa. A casa no. Qui ci siete voi –.

– Non è vero, – disse la santa – io non sono niente. È il mio padrone. Che è dappertutto: anche a casa vostra –.

Baciò la ragazza, e disse alle donne di farle fare a casa tre giri intorno al tavolo; e di tornare da lei fra qualche giorno. Le donne promisero.

– Adesso vai fuori! – gridò alla ragazza, che sforzandosi di non appoggiarsi né al tavolo, né alle sedie, arrivò all’uscio.

La santa si sentiva stanca. Si fece dare una scodella d’acqua, e prima di berla ci fece dei segni di croce che parevano scongiuri. Toccò a una donna. Ha su un fabbrichino. Ha taccagnato con una operaia, che le ha detto: quando morirete farò suonare le campane.

– Quando suona una campana, ammà per me è una roba che podinò spiegare. Peggio che un supplizio, – disse la donna. – E le campane tacciono mai… –.

– L’avete licenziata l’operara? –.

– Sì. Ma quelle campane, madonna santa, quelle campane… –.

– Quando sentite le campane, – disse la santa – sforzatevi di pensare che suonano per quella là –.

La donna scosse la testa. – Ci ho già provato, – disse. – Prima non ci facevo mai caso, alle campane; adesso è un tormento che comincia la mattina bonora e continua fino la notte… –.

– Allora fatevi tre segni di croce a ogni scampanata, – disse la santa – con tre Requiem insieme! –.

Toccava a una vecchietta. Suo figlio fa il modellista. E vuole andare nel Sud Africa, a lavorare. Un padrone di Vigevano ci ha piantato un’azienda, là, e il mè balosso vuole andare a mostrarci il mestiere ai zulù. Vuole firmare il contratto per dieci anni. Dice che farà su tanti di quei soldi, che podrà tornare a Vigevano e mettersi in proprio e in grande: una bella fabbrica di scarpe. Che me lo faccia stare a casa!

– Mandatemelo qui; gli dirò solo quattro parole, e ci farò passare la voglia di partire! –disse la santa, sicura. – Lo aspetto domani! –.

Finalmente toccava a me. Mi sedetti davanti alla santa.

– Ho un occhio che mi lacrima – dissi, indicando l’occhio.

– Vi scarnebbia l’occhio? – disse la santa. Mi prese la testa, ci soffiò sulla palpebra, e ci fece delle croci. Da una scatola uscì una «fotografia» di Gesù, formato tessera, dall’aria terribile, e me la diede.

– Fissatela – disse.

Io la fissai.

– Ci vedete una croce sulla fronte? –.

– No –.

– Io sì. Seguitate a fissarla… –.

Donnette si fecero d’attorno, e poco dopo tutte vedevano la croce. Qualcuna ci sentiva anche un leggero profumo.

– La vedete la croce? – disse la santa.

– Sì, adesso la vedo –.

La santa mi guardò contenta.

– Vedete, io sono una povera donna, senza studi, senza niente. Ma c’è il mio padrone, a illuminarmi. Ci posso mostrare a tutti, io. Quando un qualcosa non vi va, o vi va per traverso, fate come avete fatto adesso: guardatelo fisso finché non avete visto la croce, che avete visto adesso –.

La scatola dei soldi era piena. I miei non ci entravano. La parente della santa la sostituì con un’altra vuota. Mentre uscivo entrava gente. E altra gente incontravo per le scale, e nella corte, e sul portone. Mentre tornavo a casa, l’occhio mi scarnebbiava ancora, ma poco. E fu l’ultima volta. Poi non mi scarnebbiò più.

(L. Mastronardi, Dalla santa, in Nuovi racconti italiani II, a cura di L. Silori, Nuova Accademia, Milano 1963)

Il narratore protagonista racconta i fatti, le “sedute” dalla santa guaritrice in prima persona. Si tratta di un narratore interno, autodiegetico, coinvolto nei fatti di cui è anche testimone. Anche la focalizzazione è interna, la storia, i dettagli vengono descritti attraverso la prospettiva di un unico personaggio. E’ presente anche qualche giudizio come La poveretta, riferito alla ragazza paralitica, o come Donnette, cioè le clienti della maga, che vuol mettere distanza culturale tra se stesso e gli altri personaggi del racconto immersi in un microcosmo pittoresco e superstizioso. L’ambiente descritto è ancora contadino e tradizionale, con qualche elemento di novità, a causa della rapida industrializzazione degli anni Sessanta del Novecento. La santa, emblema della civiltà rurale in dissoluzione, non si adegua ai cambiamenti sociali del suo tempo tanto da consigliare a una cliente di disfarsi della sua fabbrica maledetta. Davanti alla santa di Vigevano sfilano persone di tutte le età e di tutte le classi sociali, ciascuna ha la propria dolorosa storia da raccontare ed è disposta a farlo davanti a tutti, in una sorta di psicoterapia di gruppo. La maga, seduta su una branda e assistita da una parente che sostituisce la scatola di cartone piena di soldi con un’altra vuota, ascolta, consiglia, benedice, compie qualche gesto rituale dispensando immagini, reliquie, preghiere. Sono riportati anche i dialoghi popolari tra la santa e le donne che affollano la sua abitazione. Il linguaggio è poco articolato, basato su frasi coordinate o accostate le une alle altre.

Dal punto di vista lessicale prevalgono termini colloquiali e regionali (ci ha fatto il pignattino; ha taccagnato; il mè balosso.) Per esprimere le parole e i pensieri dei vari personaggi che giungono nella casa della santa, il narratore usa il discorso diretto oppure il discorso indiretto libero. Il narratore protagonista, giunto il proprio turno non si tira indietro, asseconda perfino la donna, forse fingendo di vedere la croce nella fronte del Cristo che gli viene mostrato in una immaginetta. Quando infine scende in strada, si trova costretto ad ammettere di essere guarito. Il finale a sorpresa, grazie all’espressione dialettale impiegata, il mio occhio non mi scarnebbiò più, rivela l’aspetto comico e grottesco di tutta la vicenda.

Deborah Mega

Prisma lirico 13: Bertolt Brecht – Mario Sironi – Auguste Rodin

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Nell’ ambito della rubrica  Prisma lirico, oggi propongo la profonda poesia di Bertolt Brecht e le intense opere di  Mario Sironi e Auguste Rodin

mario sironi paesaggio 1952 tre cime di lavaredo

Mario Sironi, Paesaggio, 1952

Nei tempi oscuri

Non si dirà: quando il noce si scuoteva nel vento
ma: quando l’imbianchino calpestava i lavoratori.
Non si dirà: quando il bambino faceva saltare il ciottolo piatto
sulla rapida del fiume
ma: quando si preparavano le grandi guerre.
Non si dirà: quando la donna entrò nella stanza
ma: quando le grandi potenze si allearono contro i lavoratori.
Tuttavia non si dirà: i tempi erano oscuri
ma: perché i loro poeti hanno taciuto?

Bertolt Brecht trad. Roberto Fertonani

The_Thinker_Musee_Rodin

Auguste Rodin, “Il pensatore”, particolare

Di innoxiussThinking at Hell’s gate, CC BY 2.0, Collegamento

Testo: Bertolt Brecht, da “Poesie” Einaudi, 1992
Opere:
Mario Sironi, “Paesaggio” ( tre cime di Lavaredo), 1952
Auguste Rodin,  “Il pensatore”, particolare

RandoMusic 4: Thunderstruck

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L’aggettivo random usato nel linguaggio scientifico e tecnologico con il significato di casuale, privo di regolarità, senza un ordine preciso, ha fornito lo spunto per una nuova rubrica, questa volta musicale, che curerò due volte al mese di lunedì. Esistono  pezzi musicali a cui siamo particolarmente legati: alcuni sono diventati simbolo di una generazione, altri hanno generato e ispirato rivoluzioni e movimenti culturali riscrivendo regole, altri ancora sono divenuti strumenti di protesta riuscendo a smuovere coscienze. Li descriverò raccontando l’intreccio di musica e vita che li ha prodotti.

Continuiamo questo percorso con…

Thunderstruck, uno dei singoli più noti della band australiana hard rock  AC/DC, formatasi a Sydney nel 1973. La famiglia Young, di cui fanno parte i due chitarristi che fondarono la band, Angus Young e Malcolm Young, di origine scozzese, si dovette trasferire in Australia per motivi economici. Alla fine del 1973 i due fratelli Young decisero di collaborare in un gruppo e così, il 31 dicembre 1973, nacquero gli AC/DC. Il nome era stato scelto dalla sorella maggiore, che aveva letto la scritta AC/DC (Alternate Current/Direct Current) ossia corrente alternata/corrente continua su un elettrodomestico e la trovò adatta ad esprimere la potenza e il dinamismo del gruppo.

Il brano è tratto dall’album The Razors Edge, registrato a Vancouver in Canada, nel 1990, che segnò la ripresa commerciale degli AC/DC dopo alcuni lavori freddamente accolti dal pubblico, ottenendo anche il disco di platino. Il brano è stato composto da Angus Young e Malcolm Young. È stato suonato in tutti i Live degli AC/DC successivi all’uscita dell’album, spesso come introduzione. Il brano si sviluppa attorno a un riff di chitarra elettrica molto veloce, che non è suonato da Angus con una sola mano, contrariamente a quanto si dice in giro.

Nel video della canzone, caratterizzato dalle riprese in grandangolo del pubblico in delirio, la band suona dal vivo alla Brixton Academy di Londra mentre Angus, che indossa un’uniforme da scolaretto, esegue la Duck Walk, un passo di danza inventato da Chuck Berry nel 1956. Il brano raggiunse la prima posizione in Finlandia e attualmente viene usato come sottofondo musicale di diverse competizioni sportive come il Gran Premio di Formula 1 e  nella colonna sonora del film di Iron Man 2. La voce è quella di Brian Johnson, che restò nel gruppo fino al 2016, quando fu sostituito per problemi di udito. Recentemente un gruppo di ricercatori della University of South Australia ha rivelato che ascoltare musica rock a tutto volume durante i trattamenti di chemioterapia possa migliorare l’assorbimento dei farmaci. E la canzone scelta per portare avanti questa ricerca è stata proprio Thundestruck degli AC/DC.

Sebbene il gruppo sia considerato universalmente come australiano, quasi tutti i suoi membri sono nativi britannici. Gli AC/DC sono tra i gruppi di maggior successo nella storia del rock: i loro album hanno venduto oltre 200 milioni di copie nel mondo..

Oltre al video ufficiale di Thunderstruck, vi proponiamo l’ascolto e la visione dell’arrangiamento creato da I 2Cellos, un duo di violoncellisti croato/sloveno formatosi nel 2011 e composto da Luka Šulić e Stjepan Hauser.

Deborah Mega

Incomprensioni

“Mi godo la tua mancanza”
era solita dire a chi da lontano
chiedeva se stava bene
“Quindi preferisci che non ci sia?”
replicava spesso lo sventurato
Lei sospirava, non contando le volte in cui
le era toccato spiegare quel che diceva
accettare d’essere straniera di sentimenti
sebbene la lingua adoperata fosse la stessa

Versi Trasversali

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

FABIO STRINATI

HO IMPARATO

Ho imparato presto a camminare
sulla scacchiera di un’epoca
a me contraria.
Ho visto nella folta spirale
l’imbarazzo per un’avventura
chiamata vita
che ormai per dissimmetria
ho presto dimenticato.

Ho visto te come nutrice di astri,
e in me, la moltiplicazione
di speranze indomabili
come sospiro ad ogni patimento.
Ho imparato la parola,
rarissima perla contro il pianto
e la tristezza carica d’aroma.

ANORESSIA

Corpo svuotato, fermo, tracciato dentro
da invisibili tremolii,

dove fradicio l’umore, scola
l’anima sul pavimento
e la disperde nel momento che si cela.

Dentro, una bufera è nella selva smagrita
e l’alba, che negli occhi recide una crepa

in un’aria che osa aprire un varco
tra le vene, gli intrecci di nebbie
assiepate come ombre in un cesto d’ombra,

la morte è sulla riva, cruda nel suo cuore
come un aquilone che persino non vola.

OMBRA

Il mio corpo vibra
in uno sconosciuto posto
che di una perduta notte
si nutre e si schiude.

Annego nel vuoto, ed altri
vuoti naviganti
come furie sciolte
nei venti lontani
mi scompigliano l’anima
nel suo fondale d’esasperazione.

Cerco attimi che siano folli,
virgole per respirare:
assumo la mia forma
quando nello specchio
mi vedo ammucchiato
coi pensieri dell’origine,
e nel sondare
la mia anima che giace
in uno scrigno di ventre,
mi sento ostaggio
di quest’ombra a me familiare.

Dove ci incontreremo dopo la morte?

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René Magritte, Les Amants, 1928

35.

Dove ci incontreremo dopo la morte?
Dove andremo a passeggio?
E il nostro consueto giretto serale?
E i rammarichi per i capricci dei figli?
Dove trovarti, quando avrò desiderio di te, dei tuoi occhi smeraldi,
quando avrò bisogno delle tue parole?
Dio esige l’impossibile,
Dio ci obbliga a morire.
E che sarà di tutto questo garbuglio di affetto,
di questo furore? Sin d’ora promettimi
di cercarmi nello sterminato paesaggio di sterro e di cenere
sui legni carichi di mercanzie sepolcrali,
in quel teatro spilorcio, in quel vòrtice
e magma di larve ahimè tutte uguali,
fra quei lugubri volti. Saprai riconoscermi?

Angelo Maria Ripellino

da “Notizie dal diluvio”, Einaudi, Torino, 1969

Forma alchemica 19: Jacques Prevert

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I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore

Jacques Prevert

 

Desidero dedicare questa forma alchemica a Jacques Prevert. E comincio a parlarne rinviando a un post che qualche giorno fa ho pubblicato qui, su questo blog. Si tratta della prima “Poesia a caso”, una sorta di esperimento poetico nel quale apro a caso una pagina della raccolta poetica di un autore e ne pubblico il testo. Singolarmente la poesia di Prevert scelta a caso intercetta perfettamente lo spirito della nuova rubrica, nel senso che essa vuole rendere evidente che non sempre i grandi hanno scritto capolavori. Le loro poesie migliori, le loro “forme alchemiche” circolano con maggior frequenza delle altre, queste ultime magari sono ben scritte, di sicura qualità, ma meno riuscite in perfezione di senso e di bellezza. In particolare la poesia “La meteora” non brilla per finezza, parla di galera, pitale e di schizzi che al solo pensiero suscitano repulsa. La parola “merda” in una poesia è sufficiente a connotarla di un elemento di disgusto, per quanto, obiettivamente, essa è sostanza che accomuna gli esseri viventi. Tutti gli organismi vivi dal più semplice al più complesso, si nutrono ed eliminano le scorie non utili a produrre energia o rinnovare/mantenere la propria struttura corporea. Non dobbiamo certo “impressionarci” delle parole, anzi coraggiosamente dobbiamo accettarle tutte nella loro inesauribile capacità di nominare l’esistente e il non esistente, nella sconfinata e incantevole ricchezza di espressione, composizione, suono. Una fascinazione che senza mai esaurirsi attrae i poeti, gli scrittori, gli artigiani della parola. A parte la digressione compiuta a “giustificare” l’uso di termini non elevati e nobili che, sono certa, alcuni non apprezzano in un testo poetico, ci tengo a sottolineare che, nonostante ciò, la poesia scelta per inaugurare una “Poesia a caso” è una poesia d’amore. Amore che si schiude al suo senso in un crescendo, dalla prosaicità del penitenziario e degli escrementi, alla leggerezza del sentimento d’amore che riscatta il carcerato, la poesia e fa trionfare il sentimento. E proprio dall’esaltazione del sentimento si riconosce come una poesia scritta da Jacques Prevert. In questa forma alchemica propongo, per contraltare al picco trash della poesia “La meteora”, uno dei testi migliori di Prevert, dove il sentimento d’amore è colto nella sua punta di maggiore acutezza: la fase dell’innamoramento. È il periodo nel quale gli innamorati non hanno occhi e orecchie se non per la persona amata e si appartano in angoli bui dove poterla “assaporare”. Vivono in un mondo tutto loro di sensazioni ed emozioni, si cercano coi corpi e le bocche, scandalizzando i passanti, arrabbiati per questa ostentazione di “privato”,  invidiosi del loro sentimento.

Jacques Prevert, francese nato nel 1900 a Neuilly-sur-Seine è stato poeta, scrittore, sceneggiatore, artista. La famiglia, dopo un periodo di difficoltà economiche, si risollevò dalle ristrettezze per l’assunzione del padre Andrè all’Ufficio dei poveri di Parigi. Ciò darà modo a Jacques di osservare un mondo di miseria che rappresenterà poi in alcune sue opere. Il padre influenzerà la formazione dei figli portandoli spesso al cinema e al teatro, anche perché la scuola non fu la scelta di Jacques che, insofferente alla disciplina, l’abbandonerà a quindici anni. Appena ventenne, durante il servizio militare conobbe  Yves Tanguy e Marcel Duhamel che poi divenne editore, due importanti amicizie che influenzarono la carriera di Jacques e di suo fratello  Pierre. Pierre divenne regista e mise in scena per la televisione e il teatro le sceneggiature, anche per bambini, scritte dal fratello, in un lungo e proficuo sodalizio artistico. Nel  1922  Jacques si avvicinò al gruppo dei surrealisti francesi, tra i quali  André Breton, Raymond Queneau, Louis Aragon e Antonin Artaud, e per i quattro anni successivi vi furono intensi contatti. I rapporti furono interrotti a causa del testo di Prevert “Mort d’un monsieur”, scritto in polemica con Breton, del quale Prevert contestava la presunta superiorità intellettuale, che determinò la rottura con Breton e l’allontanamento di Prevert dal gruppo. Dal 1932 al 1936 visse a Tourette de loupe, si dedicò al teatro e alle sceneggiature per la cinematografia, collaborando con Jean Renoir e Marcel Carnè. Tornerà a Parigi soltanto nel 1945, lo stesso anno in cui vede la luce la sua prima raccolta di poesie “Paroles”, accolta con molto favore dal mondo letterario. A questa seguiranno altre raccolte: Spectacle” (1949); “La pluie et le beau temps” (1955); “Choses et autres” (1972), altrettanto apprezzate dalla critica. Prevert conobbe e collaborò con Pablo Picasso, al quale, pare, abbia dedicato per ammirazione la poesia Alicante. Nel 1948 per un incidente cadde da una finestra e rimase in coma per alcune settimane. Ripresosi dall’infortunio si dedicò ancora alle sceneggiature, e ad una nuova attività artistica: il  collage, una scoperta del suo ultimo periodo. Espose e pubblicò alcune delle opere realizzate. Visse gli ultimi anni a Omonville la Petite, ricevendo rare visite di cantanti e attori conosciuti in attività, fino alla morte per tumore nel 1977.

La poetica di Jacques Prevert si caratterizza per il rilievo dato al sentimento, sempre cercato anche se talora disperato e disperante: amore tradito, amore mancato, amore libero. Si avverte in tutta la sua opera la polemica con il potere, l’irriverenza spinta fino alla blasfemia, l’ironia dissacrante fino alla satira, l’anticonformismo, la critica ai benpensanti. Ciò conduce a definire Prevert sostanzialmente un anarchico, proprio per l’avversione contro chi comanda, espressa nei termini che potrebbe usare la gente comune. Fedele ai temi del surrealismo, consapevole della lezione del simbolismo, Prevert riversa nel suo dettato l’anelito alla libertà, spesso simboleggiata da un uccello, esprime la ribellione alle istituzioni e dipinge un mondo di personaggi caratterizzati vivacemente, portatori di drammi, storie, aneliti autentici, uomini e donne conosciuti nelle sue frequentazioni sul lungosenna, nelle modeste pensioni, nelle rues parigine, nei bistrò. La sua poesia presenta giochi di parole, divertissement, ma anche coltissimi rimandi ed intrecci intellettuali. Può sembrare, ad una lettura superficiale, che i suoi testi pecchino di semplicità, fin quasi alla banalità, ma Prevert compie volutamente la scelta di un lessico comune che veste di una complessità di significati, non abbandonando mai la ricerca di un preciso e accattivante ritmo. Lo stesso che egli ben “maneggiava” avendo scritto innumerevoli canzoni, più di mille testi, interpretati da grandi cantanti come Juliette Greco, Yves Montand, Serge Reggiani. Chiudo riportando da “L’età forte” le parole di Simone Beauvoir che testimoniano l’influenza il carisma di Prevert tra la gente di cinema che s’incontrava al Fleure, famoso caffè di Saint-Germain des Prés: «Allora, il loro dio, il loro oracolo, il loro maître à penser, era Jacques Prévert, di cui veneravano le pellicole e le poesie, di cui provavano a copiare il linguaggio e le atmosfere spirituali. Anche noi gustavamo le poesie e le canzoni di Prévert. Il suo anarchismo sognante ed un po’ stralunato ci catturava completamente» .

Incipit 16: Il Gattopardo

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Maggio 1860

 “Nunc et in hora mortis nostrae. Amen.”

La recita quotidiana del Rosario era finita. Durante mezz’ora la voce pacata del Principe aveva ricordato i Misteri Gloriosi e Dolorosi; durante mezz’ora altre voci, frammiste, avevano tessuto un brusio ondeggiante sul quale si erano distaccati i fiori d’oro di parole inconsuete: amore, verginità, morte; e durante quel brusio il salone rococò sembrava aver mutato aspetto; financo i pappagalli che spiegavano le ali iridate sulla seta del parato erano apparsi intimiditi; perfino la Maddalena, fra le due finestre, era sembrata una penitente anziché una bella biondona, svagata in chissà quali sogni, come la si vedeva sempre. Adesso, taciutasi la voce, tutto rientrava nell’ordine, nel disordine, consueto. Dalla porta attraverso la quale erano usciti i servi, l’alano Bendicò, rattristato dalla propria esclusione, entrò e scodinzolò. Le donne si alzavano lentamente, e l’oscillante regredire delle loro sottane lasciava a poco a poco scoperte le nudità mitologiche che si disegnavano sul fondo latteo delle mattonelle.

[…]

Il Gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Feltrinelli, 1958

Il Gattopardo è un romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, pubblicato postumo nel 1958, un anno dopo la morte dell’autore sessant’anni fa. Scritto tra il 1954 e il 1957, costituì un vero e proprio caso letterario. Il manoscritto fu presentato agli editori Mondadori ed Einaudi e dato in lettura a Elio Vittorini, allora consulente letterario di entrambe le case editrici, che ne rifiutarono la pubblicazione. Solo dopo che divenne un caso letterario internazionale fu pubblicato da Feltrinelli con la prefazione di Giorgio Bassani che ne recuperò il manoscritto nella sua interezza. In realtà pare che Vittorini abbia rifiutato “Il Gattopardo” per la collana einaudiana I Gettoni, non ritenendo che avesse le caratteristiche per rientrarvi ma lo avesse consigliato alla Mondadori. Nella lettera che inviò allo scrittore pare che vi scorgesse elementi migliorabili, “seguendo passo passo il filo della storia di don Fabrizio Salina”, scriveva Vittorini, “il libro non riesce a diventare (come vorrebbe) il racconto d’un epoca e, insieme, il racconto della decadenza di quell’epoca, ma piuttosto la descrizione delle reazioni psicologiche del principe alle modificazioni politiche e sociali di quell’epoca”.

Il romanzo, tuttavia, nel 1959 ricevette il premio Strega divenendo il primo best-seller italiano con oltre 100.000 copie vendute. Nel 1963 fu riprodotto nel film omonimo da Luchino Visconti. Le pagine del manoscritto originale de Il Gattopardo sono custodite nel Museo del Gattopardo a Santa Margherita di Belice.  Dopo la pubblicazione nacque una vivace polemica tra i critici, divisi sul valore artistico e sull’importanza dell’opera mentre il successo di pubblico superava quello di ogni altra opera di narrativa pubblicata nel dopoguerra. ”Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. E’ questa la più celebre espressione di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ”scrittore, ma di professione principe”, come si definì lui stesso.  Uomo taciturno e solitario,  Duca di Palma, Principe di Lampedusa, Barone della Torretta, ufficiale d’artiglieria catturato dagli Austriaci a Caporetto, Tomasi di Lampedusa rimase tutta la vita alla guida dell’azienda agricola di famiglia. Dopo l’incontro con Eugenio Montale iniziò a scrivere la grande opera della sua vita traendo ispirazione dalla biografia del bisnonno, il principe Giulio Fabrizio Tomasi, nell’opera il principe Fabrizio Salina, vissuto durante il Risorgimento e noto anche per aver realizzato un osservatorio astronomico. Più che un romanzo storico si tratta di un’autobiografia che, attraverso la narrazione della storia di una famiglia e di una casta sociale tratta la decadenza di uomini e cose mentre si affermano nuovi ceti e nuovi valori.

Il romanzo prende il titolo dall’insegna araldica della famiglia Tomasi ed è così commentato nel romanzo stesso: «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra.» Il racconto inizia con la recita del rosario in una delle sontuose sale del Palazzo Salina, dove il principe Fabrizio abita con la moglie Stella e i loro sette figli. Egli è un  attento osservatore della progressiva e inesorabile decadenza del proprio ceto mentre sta emergendo sempre di più il  ceto borghese, che il principe guarda con malcelato disprezzo. L’intraprendente e amato nipote Tancredi Falconeri combatte tra le file dei garibaldini e poi in quelle dell’esercito regolare del Re di Sardegna, cercando di compiere una gloriosa carriera e rassicurando allo stesso tempo lo zio sul fatto che il corso degli eventi si volgerà a vantaggio della loro classe; sembra poi essere interessato alla raffinata cugina Concetta, profondamente innamorata di lui. Il principe trascorre con tutta la famiglia le vacanze nella residenza estiva di Donnafugata; il nuovo sindaco del paese è don Calogero Sedara, un uomo di umili origini che si è arricchito e ha fatto carriera nel campo politico e che cerca subito di entrare nelle simpatie degli aristocratici grazie al fascino della figlia Angelica, cui Tancredi non tarderà a soccombere sia perché attratto dalla sua bellezza sia a causa del suo notevole patrimonio. Arriva il momento di votare l’annessione della Sicilia al Regno di Sardegna: a quanti, indecisi sul da farsi, gli chiedono un parere sul voto, il principe, suo malgrado, risponde in maniera affermativa. In seguito, giunge a palazzo Salina un funzionario piemontese, il cavaliere Chevalley di Monterzuolo, incaricato di offrire al principe la carica di senatore del Regno, che egli rifiuta garbatamente dichiarandosi un esponente del vecchio regime. Non ha fiducia nel nuovo stato dominato non più dai gattopardi ma dagli sciacalli, i nuovi dirigenti di cui nota solo l’arrivismo avido e meschino. Con cinismo e rassegnazione il principe spiega che i cambiamenti avvenuti nell’isola nel corso della storia, hanno spinto il popolo siciliano ad adattarsi ma non hanno apportato mutamenti all’essenza e al carattere dei siciliani. Così il presunto miglioramento apportato dal nuovo Regno d’Italia, appare al principe di Salina come un ennesimo mutamento destinato a non produrre effetti significativi. La sua vita continua monotona fino alla morte, che lo coglie all’improvviso. L’ultimo capitolo del romanzo, ambientato nel 1910, racconta la vita di Carolina, Concetta e Caterina, le figlie superstiti di don Fabrizio, inasprite da un’esistenza triste e solitaria. Tomasi di Lampedusa ha certamente tenuto presente la novella Libertà di Giovanni Verga, I Viceré di Federico De Roberto, I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello, tutte ispirate al fallimento risorgimentale. Non sono trattati molti eventi importanti, dunque è erroneamente ritenuto un romanzo storico mentre come scriveva Vittorini allo stesso Tomasi, vi prevale un interesse saggistico-sociologico, solo a tratti narrativo. Il romanzo è interessante per la novità della struttura, formata da diversi episodi conclusi ma collegati perché fanno capo al personaggio principale inoltre per la tesi che vi è affermata, del fallimento del Risorgimento italiano nella sua politica meridionalistica ma è anche testimonianza della crisi del nostro tempo.

Deborah Mega

Albero da frutti

Il crinale scivoloso dell’essere presenti
Le gambe nel disequilibrio di ogni passo
La mano sulla tua che ride della fatica di anni di parole cercate
Per arrivare vicino all’albero delle ossessioni
ai suoi rami, ai frutti desiderati dentro il sogno
basta così poco che è impossibile farlo
Sto oltre il bordo del non so
con in braccio un destino che non sa camminare

Canto presente 25: Alessandro Assiri

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Alessandro Assiri

Inseguo sempre anch’io il mio dio che si ritira
E se rallento glielo scrivo: per favore fatti vivo

Me lo ricordo il tuo corpo offeso di fatica mi ricordo la carne che offuscava la gioia l’amore quello no l’ho aggiunto dopo ce l’ho messo io e non l’ho nemmeno scritto ma soltanto trapiantato ho immaginato un giardino l’ho annaffiato ho spostato Adamo ho tolto Eva per sottrazione qualcosa ci restava le mani appoggiate sotto al mento la liturgia dello spavento.

Caterina sapeva che ci sono medaglie che hanno solo
il rovescio. Pesa i capelli che ha perso il male che cresce poco a poco. Per Lo sciancato non esiste un’età dell’oro ai ritorni non ci crede e un’altra vita non la vede, fa una guerra tutta sua con i gesti progressivi del dolore confonde un nido con le sue radici altrove.

Non c’è nessun padre se non si è camminato una volta per mano nel profumo del pane e anche adesso che tu aspetti e io preparo il tempo dei saluti i miei morti son più pesanti dei vivi sono parole contro chili .

Una poesia a caso: Jacques Prevert

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Jacques Prevert con la poesia dal titolo:

La meteora

Tra una sbarra e l’altra del luogo di detenzione
un’arancia
s’infila come un fulmine
e nel pitale
piomba come una pietra.
E il prigioniero
tutto schizzato di merda
risplende
illuminato in pieno dalla gioia
Lei non si è dimenticata di me
lei mi pensa sempre.

 

Punti di vista 3: La Scuola di Atene

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In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo La Scuola di Atene di Raffaello.

La Scuola di Atene è un affresco (770×500 cm circa) di Raffaello Sanzio, databile al 1509-1511 ed è situato nella Stanza della Segnatura, una delle quattro “Stanze Vaticane” che si trovano all’interno dei Musei Vaticani. Rappresenta una delle opere pittoriche più importanti della Città del Vaticano, visitabile all’interno del percorso.

Dopo l’insediamento, papa Giulio II, manifestò il desiderio di non utilizzare gli appartamenti del suo predecessore, Alessandro VI, decorati dal Pinturicchio. Per il nuovo appartamento scelse ambienti al piano superiore dei palazzi vaticani, in seguito noti come Stanze, di cui si progetta in un primo tempo la decorazione dei soffitti, ad opera di un gruppo di pittori provenienti da varie regioni italiane: il Perugino, il Sodoma, Baldassarre Peruzzi, il Bramantino, Lorenzo Lotto e il tedesco Johannes Ruysch. A partire dal 1508 ad essi si aggiunge Raffaello, che comincia a lavorare nella Stanza della Segnatura con il Sodoma e Ruysch.  Colpito dalle prove del pittore urbinate, il papa decise di affidargli l’intera decorazione degli appartamenti. Nel soffitto il Sanzio dipinge le personificazioni della Teologia, della Filosofia, della Poesia e della Giurisprudenza entro tondi che sovrastano le lunette delle pareti mentre in scomparti angolari raffigura l’Astronomia, il Giudizio di Salomone, il Peccato dei Progenitori e Apollo e Marsia. Il fatto che fosse ripreso lo schema decorativo tradizionale delle biblioteche medievali e rinascimentali, che ne rispecchiano l’ordinamento in “facoltà” ha fatto pensare che l’ambiente fosse originariamente destinato a ospitare la biblioteca privata del pontefice, anche se non vi sono documenti in tal senso. La decorazione pittorica si avviò dalla volta, per proseguire alla parete est, dove venne raffigurata la Disputa del Sacramento e a quella ovest della Scuola di Atene. Raffaello e i suoi aiuti vi attesero dal 1509 al 1510.

Non è chiaro quanto fu frutto della fantasia e della cultura dell’artista, pienamente inserito  nell’ambiente colto della curia romana e quanto venne invece dettato dal papa e dai suoi teologi. Durante il sacco di Roma gli affreschi della Stanza della Segnatura subirono danni dai soldati luterani che accesero fuochi, il cui fumo danneggiò gli affreschi e vi tracciarono scritte sulla fascia basamentale che vennero coperte da ridipinture seicentesche. Del dipinto esistono vari studi preparatori superstiti.

L’affresco, inquadrato da un arco dipinto, rappresenta i più celebri filosofi e matematici dell’antichità intenti a dialogare tra loro, all’interno di un edificio ancora incompiuto di grandiose proporzioni, ispirato a esempi tardo-antichi e ai progetti di Bramante per il nuovo San Pietro. Una larga scalinata taglia l’intera scena, al centro è raffigurata una coppia di figure che conversano, identificate in Platone e Aristotele. Una sorta di vasto proscenio favorisce la dinamica articolazione dei gruppi in cui è rispettata la gerarchia simbolica senza tuttavia alterare l’effetto di naturalità della rappresentazione. Le cinquantotto figure presenti nell’affresco hanno sempre sollecitato gli studiosi circa la loro identificazione. Nei volti di alcuni filosofi sono stati riconosciuti i lineamenti di artisti contemporanei: Euclide ha le sembianze di Bramante, Platone quelle di Leonardo, Eraclito quelle di Michelangelo. Raffaello stesso si è ritratto insieme al Sodoma all’estremità destra della lunetta. La presenza di così tanti pensatori di varie epoche evidenzia lo sforzo di arrivare alla conoscenza, alla ricerca razionale, comune a tutta la filosofia antica. Tale rappresentazione è complementare al dipinto della Disputa del Sacramento sulla parete opposta, dove si esaltano la fede e la teologia. I due dipinti rappresentano così la cultura classica e la cultura cristiana. Nel tempo l’opera di Raffaello ha sollecitato innumerevoli interpretazioni: è stata intesa come una raffigurazione della storia del pensiero antico dalle sue origini o anche una rappresentazione delle sette arti liberali con in primo piano, da sinistra la grammatica, l’aritmetica e la musica, a destra la geometria e l’astronomia, e in cima alla scalinata la retorica e la dialettica. L’uomo domina la realtà, grazie alle sue facoltà intellettive, ponendosi al centro dell’universo, in una linea di continuità fra l’antichità classica e il cristianesimo. Nei pilastri che fanno da sfondo alla gradinata su cui si trovano i filosofi, sono collocate due statue, entrambe riprese da modelli classici: Apollo con la lira a sinistra e Minerva a destra, con l’elmo, la lancia e lo scudo con la testa di Medusa. Sotto Apollo si trovano una Lotta di ignudi e un Tritone che rapisce una nereide. Sotto Minerva si vedono invece figure di più difficile interpretazione, tra cui una donna seduta vicino alla ruota dello zodiaco e una lotta tra un uomo e un bovino. Nei medaglioni sotto la cupola sono raffigurati due bassorilievi. Una rappresentazione prospettica così complessa lascia pensare che Raffaello si sia avvalso di uno specialista, forse Bastiano da Sangallo o come riporta Vasari, lo stesso Bramante. È noto però che una delle specialità del Sanzio fosse proprio la prospettiva. Platone, raffigurato con il volto di Leonardo da Vinci, regge il Timeo e solleva il dito verso l’alto a indicare il Bene; Aristotele invece, il cui volto sembra essere quello del maestro di prospettive Bastiano da Sangallo, regge l’Etica Nicomachea e distende il braccio destro per indicare il processo opposto a quello indicato da Platone, ovvero il ritorno dal mondo intellegibile al mondo sensibile. Nella raffigurazione dei due filosofi è stato visto anche un parallelismo con i due apostoli Pietro e Paolo. Tra i filosofi rappresentati alcuni sono chiaramente riconoscibili mentre di altri l’identità è più controversa. A sinistra di Platone, con una tunica verde si trova Socrate, tra i giovani davanti a lui si sono riconosciuti Alcibiade o Alessandro Magno, Senofonte ed Eschine. All’estrema sinistra, Zenone di Cizio vicino a un fanciullo, che regge il libro letto secondo alcuni da Epicuro incoronato da pampini di vite. Pitagora è seduto più avanti, in primo piano, mentre legge un grosso libro. Dietro di lui Averroè col turbante, che si china verso di lui, e un vecchio che prende appunti, identificato con Boezio o Anassimandro o Senocrate o Aristosseno o ancora Empedocle. Davanti si trovano un giovane in piedi di controversa identificazione, Parmenide o Aristosseno. Verso il centro Eraclito, isolato, poggia il gomito su un grande blocco. Il personaggio sulla sinistra, di fianco a Parmenide vestito di bianco e con lo sguardo rivolto verso lo spettatore, è probabilmente Francesco Maria Della Rovere, duca di Urbino e nipote del papa Giulio II.

Negli ultimi anni si è identificata questa figura con Ipazia, matematica di Alessandria d’Egitto del IV-V secolo. Nel gruppo di destra è rappresentato Zoroastro mentre tiene in mano un globo celeste, in quanto ritenuto fondatore dell’Astronomia. Il gruppo a destra di Aristotele è di difficile interpretazione. L’uomo vestito di rosso potrebbe essere Plotino, al centro sdraiato sui gradini c’è Diogene. In primo piano si trova un gruppo centrato su Euclide (o di Archimede), in ogni caso la figura è raffigurata con le sembianze del Bramante, intento a enucleare un teorema tracciando figure geometriche. I decori sulla sua tunica sono stati interpretati come la firma di Raffaello,”RVSM”: “Raphaël Urbinas Sua Manu” e forse la data MDVIIII. Dietro di lui, l’uomo che dà le spalle allo spettatore e regge un globo è Claudio Tolomeo. Davanti a lui si trova un uomo barbuto, forse Zoroastro, e dietro due personaggi di profilo, in vesti contemporanee, Raffaello stesso e l’amico e collega Sodoma. La collocazione degli artisti nell’affresco dimostra la consapevole e orgogliosa affermazione della dignità intellettuale dell’operare artistico, secondo lo spirito tipicamente rinascimentale.

Deborah Mega

Video virali: Io ci sto

Video virale è l’espressione con la quale si definisce un video che, immesso nel web, in poco tempo viene visualizzato da un numero elevato di persone.

Di recente questa sorte è toccata a un video “motivazionale” girato da dipendenti della Banca Intesa San Paolo, capitanati dalla direttrice di una filiale in provincia di Mantova: Katia Ghirardi. A comprova qualche altro video che gira in rete  che interpreta diversamente la “motivazionalità”

Il video si avvia con una breve presentazione della protagonista del video, della “squadra” di lavoro e del lavoro svolto nella filiale, prevede anche un breve intervento di ogni impiegato che pronuncia una o due parole e si chiude con una canzoncina cantata dalla stessa Ghirardi a mo’ di slogan “ io ci metto la faccia, ci metto la testa, ci metto il cuore” e l’inquadratura di una torta a forma di cuore, preparata per l’occasione.

Come ho detto sopra, pare si tratti di un video di partecipazione a un contest interno della banca tra video promozionali girati dagli stessi dipendenti, insomma una “festa in famiglia” che avrebbe dovuto restare privata, oppure, se anche resa pubblica, sostanzialmente ignorata, e, invece ha avuto uno sviluppo sorprendente. Si potrebbe persino ipotizzare una strategia pubblicitaria geniale, studiata a tavolino, se non fosse che il video ha troppo il sapore di spontaneità, per quanto non di improvvisazione, anzi, si comprende che c’è una sorta di “sceneggiatura” ed anche di “regia”, da video delle feste di compleanno tuttavia, nulla di professionale. E’ piuttosto simpatica la Ghilardi, sicuramente motivata e decisa, un po’ meno i collaboratori che sembrano vagamente imbarazzati.

Questo video mi ha fatto tornare in mente la vicenda di quello girato a Siracusa nel 2014, in occasione della visita dell’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi, dove alunni delle scuole cantavano una canzoncina di benvenuto e omaggio al Presidente, diretti dagli insegnanti. Anche lì tante critiche a livello provinciale e oltre, passate, giustamente, nel dimenticatoio.

Cosa c’è di “sbagliato” in questi video? Perché diventano virali? Oggetto di battute ironiche, critiche anche feroci da parte del cyberbulli. La risposta è che sono ingenui. Questo è il loro grande difetto: l’eccesso di ingenuità. L’ingenuità non è un sentimento ammissibile in questi tempi smagati. Affidarsi, credere profondamente in qualcosa, entusiasmarsi con dedizione può anche accadere, ma ciò che non bisogna mai fare è dichiararlo pubblicamente con sentimento. Occorre calarsi piuttosto nei clichè per i quali: il datore di lavoro si deve odiare, il Presidente del Consiglio denigrare, la prof. è stronza, i genitori rompono e via discorrendo e soprattutto non manifestare pubblicamente fiducia grata nel  “superiore” , come se fosse un eroe, un salvatore, il proprio benefattore. Al più ciò si può fare per l’attore o il cantante famoso.  Per loro anche  gridolini acuti di emozione ed urla di entusiasmo, svenevolezze varie. Questo non è tempo di canzoncine da “viva viva il direttore” che marcatamente inscenano un atto di omaggio all’autorità, al potere. Questi sono tempi in cui il potere si lusinga diversamente in modo sotteraneo non appariscente, strisciando singolarmente, per ottenerne la benevolenza; ancora meglio, se si ha “merce” di contraccambio, scambiandosi favori. Oserei dire che non è cosa solo di questi tempi. E’ veramente ingenuo credere di potere conquistare qualcosa del potere mettendo in scena senza veli la propria dedizione. Fiducia, dedizione, autenticità sono da mostrare con moderazione, niente picchi di asservimento a rischio di scadere nel patetico. La grande colpa di questo video è mostrare un entusiasmo eccessivo, senza misura, tanto da giungere a far pensare che contenga un fondo di ironia e autoironia. Che poi converrete, già metterci la faccia è tanto, ma anche la testa (soprattutto la testa è molto grave) è esagerare. Nel video si esagera ancora di più, giungendo al sentimentale e mettendoci pure il cuore. Amare il proprio lavoro. Davvero un’enorme colpa. Una colpa grave.

I video che commentano, fanno la parodia o analizzano la vicenda fanno pena ben più del video che vorrebbero commentare. Ne ho visti solo un paio, non ne riporto nessuno e non perdete tempo a guardarli, cercano soltanto di sfruttare la vicenda per ottenere visualizzazioni, inscenando cose di nessun interesse, stile imitazione de “le iene” che già “ienizzano” abbastanza il mondo, senza che occorrano ulteriori scadenti amplificazioni.

L’intervento dei bulli del web è l’aspetto meno gradevole della vicenda. I commenti che accompagnano il video vanno da quelli bonari, spiritosi, ironici dietro ai quali ci sono semplici spettatori curiosi o persone che cavalcano l’onda per un briciolo di visibilità, ai commenti peggiori, aggressivi, offensivi. Analizzare il fenomeno, anche per questi aspetti richiede di far ricorso a sentimenti umani negativi, come invidia, emulazione, odio. Un video che diventa virale si potrebbe definire un video di successo, quanti preparano video per conquistare visualizzazioni, alle quali in certi ambiti sono anche legate forme di compenso che gratificano i migliori. Il video virale balza all’attenzione di moltissimi, riscuotendo proprio quel “successo” che alcuni agognano,. Questo già è sufficiente a scatenare invidia. C’è inoltre che nel web la faccia è nascosta e ciò favorisce l’emersione delle deviazioni: si pensa di poter aggredire verbalmente una persona restando sostanzialmente impuniti. C’è che esiste come piaga il frustrato vendicativo, il portatore di odio. Esistono gruppi di portatori di odio che operano con meccanismi da “branco”, portando in giro per la rete il loro carico di bassezza. Avere un obiettivo su cui scaricarla è una ghiotta occasione, a cui si correla un fenomeno di imitazione e contagio, virale anche quello, nel senso più proprio del termine perché maggiormente si avvicina alla malattia, all’infezione: menti infette che brulicano cattiveria. Questo possibile aspetto negativo della vicenda è stato recentemente messo in luce da Selvaggia Lucarelli. Una donna che balza improvvisamente all’attenzione di tanti, in un successo sgradevole, fastidioso, a volte insostenibile per le persone non avvezze e che diventano inoltre oggetto di aggressione mediatica.

Per concludere, io, al posto di Intesa San Paolo, un pensierino a cavalcare l’onda lo farei, tipo girare uno spot da diffondere sulle reti nazionali, magari proprio lo stesso, proprio con la Ghirardi e gli altri, ma coi controfiocchi, cioè massimamente professionalizzato e galvanizzante.  A lei una remunerazione che compensa (in fondo il contest l’ha vinto lei), ai cyberbulli lo scorno, alla Banca l’anima della pubblicità.

Prisma lirico 13: Filippo Parodi – Giorgio De Chirico

Nell’ ambito della rubrica Prisma lirico, oggi propongo la  poesia di Filippo Parodi (pubblicata sul Foglio Clandestino) “Il Krautrock è un cavallo” e l’opera di Giorgio De Chirico “Due cavalli in una città”

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Il krautrock è un cavallo di spuma bianco ottico,
risarcimento sferico,
orgasmo prelapsario,
è sole,
effervescenza,

è una rugiada-annuncio.

Piscina con gli angeli.

Fortuna,
déjà-vu.

E’ una parola acquatica,
velluto di montagna.

è casa senza porte,
è un vento dalla luna,

poi schianto, cattedrale,
lucentezza delle nuvole,

ti adagia e ti divora sopra
un ponte di farfalle.

RandoMusic 3: The House of the Rising Sun

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L’aggettivo random usato nel linguaggio scientifico e tecnologico con il significato di casuale, privo di regolarità, senza un ordine preciso, ha fornito lo spunto per una nuova rubrica, questa volta musicale, che curerò due volte al mese di lunedì. Esistono  pezzi musicali a cui siamo particolarmente legati: alcuni sono diventati simbolo di una generazione, altri hanno generato e ispirato rivoluzioni e movimenti culturali riscrivendo regole, altri ancora sono divenuti strumenti di protesta riuscendo a smuovere coscienze. Li descriverò raccontando l’intreccio di musica e vita che li ha prodotti.

Continuiamo questo percorso con…

The House of the Rising Sun è una canzone folk statunitense che risale alla prima metà dell’Ottocento. Non si sa chi sia stato il compositore ma è stato un brano molto coverizzato. L’arrangiamento del gruppo inglese The Animals, nel 1964, è considerato il più famoso ed è stato il numero uno in classifica negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Svezia, Finlandia e Canada. Per la sua struggente melodia il brano divenne uno dei più amati dai soldati americani impegnati sul fronte del Vietnam.

L’etnomusicologo Alan Lomax, autore nel 1941 della raccolta di canzoni Our Singing Country, scriveva che la melodia era stata tratta da una ballata tradizionale inglese del Seicento, probabilmente Matty Groves, mentre il testo era stato scritto da Georgia Turner e Bert Martin, una coppia di abitanti del Kentucky. La prima incisione del brano probabilmente è quella del 1934 eseguita da Clarence “Tom” Ashley; di una precedente versione su 78 giri, risalente al 1928, da parte di Alger “Texas” Alexander, non sono mai state rinvenute le tracce. L’espressione “House of the Rising Sun” (Casa del sole nascente) indicava una casa chiusa realmente esistita e situata a New Orleans nel quartiere Storyville, detto anche The District, al n.1614 di Esplanade Avenue, presieduta da una maîtresse chiamata Marianne Le Soleil Levant, da cui la denominazione della casa, che fu abbattuta nel 2007. Del testo esistono due diverse versioni: quella maschile parla di un ragazzo pentito di aver trascorso la sua vita nel peccato frequentando la “Casa del sole nascente”; quella femminile invece parla di una ragazza pentita di essere entrata nel giro della prostituzione presso la stessa casa.

In Italia Riki Maiocchi, fondatore del complesso dei Camaleonti, incise anche un’altra versione del brano dal titolo Non dite a mia madre,  che venne censurata perché si riteneva che istigasse al suicidio. In realtà il testo descriveva la vicenda di un prigioniero nel braccio della morte, in attesa che venisse eseguita la condanna.

Il brano è introdotto da un arpeggio di chitarra elettrica in La minore che sembra scolpito nella roccia, tanto è granitico. La voce intensa di Eric Burdon introduce il cantato, poi Alan Price anima l’organo Vox che insieme alla chitarra di Hilton Valentine diviene sempre più travolgente fino all’assolo conclusivo. È l’arrangiamento definitivo, quello che resterà per sempre nella storia.

Deborah Mega

 

 

There is a house in New Orleans
They call the Rising Sun
And it’s been the ruin of many a poor boy
And God I know I’m one

My mother was a tailor
Sewed my new blue jeans
My father was gamblin’ man
Down in New Orleans

Now the only thing a gambler needs
Is a suitcase and a trunk
And the only time he’ll be satisfied
Is when he’s all a-drunk

Oh mother, tell your children
Not to do what I have done
Spend your lives in sin and misery
In the House of the Rising Sun

Well I’ve got one foot on the platform
The other foot on the train
I’m going back to New Orleans
To wear that ball and chain

Well there is a house in New Orleans
They call the Rising Sun
And it’s been the ruin of many a poor boy
And God I know I’m one

Insonnia

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Il protagonista di questo racconto, tratto dalla raccolta Feria d’agosto di Cesare Pavese è uno dei tanti giovani che nel secondo dopoguerra lasciarono la campagna perchè non si rassegnavano a condurre la vita di fatica e sacrificio dei loro padri e dei loro nonni.

Quando rientravo avanti l’alba sull’aia (rincasavo da feste, da discorsi, da avventure) sapevo che mio padre era là, sotto la macchia nera del noce, e stava immobile, da chi sa quanto tempo, guardando in mezzo agli alberi, dardeggiando gli occhi, sempre sul punto di uscire sotto le stelle. Io sbucavo dal prato e attraversavo l’aia (avrei potuto passare dal portico e non esser veduto), ma era meglio se capiva subito che non volevo nascondermi e quando il buio sarebbe diradato sapesse già ch’ero tornato da un pezzo. Il noce riempiva mezzo il cielo, ma un gran tratto dell’aia restava scoperto e biancheggiava: io passavo su quel bianco, e la notte era tanto serena che mi vedevo sotto i piedi la mia ombra. Attraversavo quel bianco senza guardare dalla parte del noce, perché se avessi guardato avrei dovuto fermarmi e mio padre mi avrebbe chiamato dicendo qualcosa e uscendo fuori. Mio padre non dormiva di notte perché era vecchio e gli pareva di perdere il tempo. Diceva che il tempo non passato sui beni è tutto sprecato. Nel cuore della notte scendeva dal letto (ci saliva che non era ancor buio), e cominciava a girare, entrava nella stalla vuota, raddrizzava un tridente, raccoglieva una paglia. Da quando le mie sorelle si erano sposate non ci restava che una vigna: due giornate di costa che lui di giorno zappava e di notte sorvegliava dall’aia. Un tempo (quand’eravamo bambini), già mezzo addormentati nel letto lo sentivamo toccare la corda nella stalla e spalancare la porticina che strideva raschiando. Allora quel rugghio ci pareva una minaccia, la voce vera di nostro padre, che insonne vegliava e nella notte esponeva la casa ai tremendi pericoli che un rumore improvviso può suscitare nel buio. Avremmo voluto che la porticina gli si richiudesse alle spalle, per sentirci più sicuri in fondo ai letti, dove il nostro cuore batteva. Eravamo sempre vissuti in quella casa dove un rumore voleva dire un estraneo. Adesso sbucavo sull’aia ridendo, e sapevo che mio padre mi aspettava sotto il noce. A volte mi accompagnava qualcuno fin sulla strada sotto la vigna: discorrevamo dell’ultima bottiglia, di quel che s’era fatto e si doveva fare.

– A domani, – dicevo.

– A domani, – e quell’altro si allontanava a passi lunghi, sotto le piante, anche lui verso casa. In tre passi salivo il sentiero e vedevo il gran noce e mi ritrovavo sull’aia di tutte le notti. Passavo senza fermarmi, davanti all’ombra di mio padre. Sentivo che mi guardava e voleva parlarmi. Non mi voltavo, arrivavo alla porta, e l’incontro era rimandato a un’altra volta. Di giorno mio padre aveva le sue idee e si sfogava con la mamma e gridava con me. C’erano sempre dei lavori inutili e bisognava farli per amore della pace: si legavano fascine e si vangava. Mio padre chiedeva non tanto che noi ci chinassimo a faticare, quanto che gli fossimo intorno e girassimo sull’aia a fargli credere che c’era lavoro per tutti. Da quando le mie sorelle si erano sposate e gli affittavano la vigna, a casa nostra era una morte, non si vedeva più nessuno, anche la stalla era vuota. Certi giorni mi annoiavo come quando ero ragazzo e nessuno veniva a giocare. Pigliavo nei campi bruscamente e dicevo che andavo in paese; andavo invece da mia sorella e le chiedevo di darmi un lavoro purchessia: non mi dava lavoro, ma di là passava sempre qualcuno e si discorreva a sazietà.

– Cos’avete fatto? – mi chiedeva a cena mio padre, e non bisognava rispondergli che avevamo chiacchierato, perché cominciava a gridare e a prendersela con la mamma che ci aveva messi al mondo così. Non con me. Venendo notte, non se la prendeva più con me, non osava affrontarmi. Era sempre sul punto di uscire dall’ombra, ma ogni volta io passavo, con la giacchetta sotto braccio, divagato e deciso, tendendo l’orecchio alle voci dei grilli, e nulla succedeva. Succedeva soltanto che, una volta entrato in casa, la mamma mi chiamava, con la sua voce soffocata, dal letto (neanche lei non dormiva più molto, alla sua età) e voleva sapere se mio padre era sempre sull’aia, sapere che cosa faceva, se aveva detto che rientrava. La tranquillavo borbottando, le dicevo che ero io e che faceva sereno. Rispondevo così spazientito, che sembravo mio padre. Era il mese di agosto e non c’era da pigliarsela se un vecchio non voleva dormire. La mamma a poco a poco taceva, ma neanch’io riuscivo a prender sonno (mi agitavano il vino e i discorsi della notte). Fuori c’era la campagna, c’eran le strade deserte, l’indomani col sole sarebbe stata un’altra cosa; ma intanto la smania di finirla, di prendere un treno, di andare in città e fare una vita più da uomo, non mi lasciava dormire. Anche mio padre era scappato giovanotto, e lui se n’era andato a piedi perché ai suoi tempi non c’era ancora la ferrovia. Ma dopo un anno era tornato. Io non volevo tornare mai più. La notte della Madonna rincasai ch’era mattino, e una volta tanto il sentiero del prato mi parve diverso dal solito. Mio padre uscì dalla stalla mentre facevo colazione sulla porta.

– Com’è andata la festa? –.

– Ho trovato il Nanni, – dissi masticando, – Abbiamo parlato –.

– Che cosa può dire quel vagabondo…

– Niente. Mi prende insieme a lavorare quando voglio –.

Mio padre si fermò irresoluto; aveva in mano una cavezza e la posò sulla finestra. Ancora un anno prima me l’avrebbe appioppata sulla schiena. Ma adesso era inutile, e si voltò verso la stalla di dove usciva la mamma passandosi una mano sugli occhi. Io lasciai che gridassero e intanto guardavo l’ombra lunga del noce.

Cesare Pavese, Feria d’agosto, Einaudi, Torino 1971

***

Il racconto è condotto in prima persona dal protagonista, che rievoca episodi della propria giovinezza trascorsa in campagna sulle colline delle Langhe, in particolare quelli riferiti all’estate in cui maturò la decisione di lasciare la famiglia e di trasferirsi in città per lavorare e divenire completamente autonomo. Del narratore-protagonista non si conoscono le caratteristiche fisiche né la sua identità che però si delinea sempre di più nel corso del racconto. E’ evidente fin da subito il contrasto generazionale tra padre e figlio: da un lato l’anziano genitore che rappresenta una generazione il cui obiettivo è conservare i propri beni, Diceva che il tempo non passato sui beni è tutto sprecato, fino all’insonnia notturna; dall’altro il giovane, che teme la figura autoritaria del padre e sogna di fuggire dalla solitudine della sua casa in mezzo alla collina, di prendere un treno e di andare in città. Egli manifesta il suo disagio attraverso le notti insonni, trascorse a chiacchierare e a divertirsi, proprio per il bisogno di stare e interagire con gli altri. L’intero racconto è caratterizzato dal silenzio tra i due personaggi: il padre è come un’ombra nell’oscurità della notte che il figlio evita di incontrare,  Passavo senza fermarmi, davanti all’ombra di mio padre. Sentivo che mi guardava e voleva parlarmi. Non mi voltavo, arrivavo alla porta, e l’incontro era rimandato a un’altra volta. Nella sequenza finale, diversa dalle precedenti per la presenza di una precisa indicazione temporale, La notte della Madonna, per il passaggio dal tempo imperfetto al passato remoto e per l’andamento dialogico, si verifica l’incontro sempre rimandato tra padre e figlio. Il ragazzo, dopo essere rientrato tardi da una festa, comunica al padre la decisione di voler andare via dopo aver accettato un’offerta di lavoro. Al padre non resta altro che arrendersi alla decisione del figlio e sfogarsi, come è solito fare, con la moglie. Al contrasto padre-figlio corrisponde il contrasto città-campagna. I due luoghi si caricano di una forte valenza simbolica, tra la città, luogo d’evasione, e la campagna, luogo chiuso e solitario, in cui anche la comunicazione avviene con difficoltà.

Considerato un maestro del “neorealismo”, Pavese non solo descrisse la realtà del Piemonte appena uscito dalla guerra ma ritrasse anche i ricordi d’infanzia e la nostalgia per un mondo rurale incontaminato, basato sui ritmi della natura e su tradizioni arcaiche, che si stava rapidamente spopolando per effetto dell’inurbamento.

Deborah Mega