Versi trasversali

Tag

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

GIORGIO MONTANARI

 

Stagioni

 

Vivere grazie all’unione di due corpi.

Riconoscere il sorriso della madre.

La prima parola abbozzata da un bimbo.

Imparare tutto dal gioco e dall’esperienza.

La voce bianca che cresce adulta.

Confidarsi con il migliore amico.

Lo stress nel mondo del lavoro.

Scegliere la montatura degli occhiali.

Le rughe che condannano il volto di una modella.

Il primo capello bianco.

È più difficile addormentarsi.

Un anziano che non rammenta cosa ha mangiato.

I passi si fanno stanchi ed impegnativi.

Lo strazio dei parenti al funerale.

Lo sbiadire del ricordo in chi ancora vive.

 

*

 

Acqua

 

Galleggiare.

Solcare da soli

distese increspate

d’azzurro e di vento.

La mente ed il cuore

che, a pelo d’acqua,

discordi oscillano.

 

Soffocare.

Vacilla l’immenso

oceano dei sensi:

sprofondano, alcuni,

travolti da onde;

emergono, altri,

tenaci acrobati.

 

Annegare.

Il corpo impazzito

arranca, non smette:

la forza del mare

annulla ogni mossa.

Urlare, d’istinto,

poi il sorso finale.

*

Le Rose

 

Una rosa oggi muore

auspicando che domani

venga scelta da due mani

come simbolo d’Amore.

 

Lui la offre come pegno,

lei la accetta con speranza:

con quel gesto d’eleganza

si consacra un nuovo impegno.

 

All’inizio la promessa

sembra un facile gioco;

della rosa, dopo poco,

va sfiorendo la bellezza.

 

Qual menzogna più sincera

può chiarir la situazione?

quella fiamma di passione

oggi è spenta, ieri c’era.

 

La purezza di quel fiore

che seccando è ingiallita

spruzza sangue sulle dita

con le spine che ha sul cuore.

*

Albero Della Vita

 

Sono nato grazie al seme

che la terra ha fecondato

custodendone l’affetto:

 

ogni giorno, mentre vivo,

solidifico radici

di legami familiari.

 

Il vigore sta nel tronco

che, robusto a sufficienza,

mi fa crescere leale.

 

Elevandosi al cielo

braccia magre quanto rami

si aggrappano ai sogni.

 

La foresta di persone

con frenetici rituali

copre estese superfici.

 

Gli anelli del mio corpo

sono rughe circolari

consapevoli del tempo.

 

Foglie a terra, ingiallite,

resistendo alle stagioni,

ritrarranno la saggezza.

*

Lucid Dream

 

Inchiodato al letto

vedo il mio corpo che

emerge dal buio

e si fonde con una farfalla.

Un carro armato percorre la stanza:

non posso muovermi –

– ma voglio muovermi!

Non riesco a scappare –

– ma devo scappare!

 

La tenebra illumina le catene

e ricordo le mie gambe

che corrono.

 

La farfalla rinasce bruco,

l’oblio prevale sulla mente

in un sogno lucido.

*

Lo Scrigno Dei Ricordi

 

Come un lume nella notte

che allieta la mia stanza

sto pensando a quelle volte

in cui volavo con la mente.

Ora ho le ali stanche

perché non sono più bambino

ed il mondo degli adulti

segna adesso il mio destino.

 

Osservo, oggi e ieri,

la mia vita, il mio passato,

fra progetti

e pensieri.

La mia infanzia torna viva

dallo scrigno dei ricordi.

*

Fingendo La Poesia

 

Ti ho autorizzato

a sbirciare

fra gli scritti di una vita.

 

Mi rincuora l’idea

di offrirti un’emozione.

Mi inquieta

avere esposto

a sconosciuti

pagine salvate negli anni,

figlie di pensieri fragili,

frutto di istanti di ispirazione.

 

Non è facile dipingere

per chi, a fatica, distingue i colori.

È molto arduo cantare

per chi non riconosce le note.

 

Da bambino

mi è stato insegnato che

i libri non si buttano mai via.

Se anche tu

avessi ricevuto questa indicazione

ti avrei donato l’eternità.

 

Scrivere è una forma di sensibilità,

è un gioco serio, profondo:

mostrarsi oltre gli ingranaggi

in un imprevedibile equilibrio

dove l’innocenza segue l’esperienza.

 

Ecco perché,

conscio dei miei limiti,

sto fingendo la poesia.

 

Testi tratti da Finzioni di poesia, Bertoni Editore, aprile 2018

Annunci

uNa PoESia A cAsO: Hermann Hesse

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Hermann Hesse

CHOPIN

Spargi ancora a profusione
su di me i gigli pallidi,
grandi gigli dei tuoi canti,
rose rosse dei tuoi valzer

E il respiro intessi greve
del tuo amore, che appassendo
dà profumo e del tuo orgoglio
garofani di fuoco flessuosi

PUNTI DI VISTA 13: Il bacio

Tag

, ,

In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.
Oggi analizziamo Il bacio di Gustav Klimt.

Il bacio è uno dei dipinti più conosciuti al mondo. Romantico, prezioso, moderno, è un dipinto a olio su tela di dimensioni 180×180 cm  realizzato da Gustav Klimt tra il 1907 e il 1908 e conservato nell’Österreichische Galerie Belvedere di Vienna. Come la Gioconda di Leonardo, Il bacio di Klimt è stato oggetto di innumerevoli riproduzioni. Si inserisce nel periodo aureo dell’artista ovvero in quella fase in cui il colore oro dominava le sue opere. Al centro di uno spazio astratto, indefinito e irreale, due amanti si stringono e si scambiano un bacio appassionato; la fanciulla è pienamente abbandonata, con gli occhi chiusi in una posizione estatica, mentre l’uomo, di cui si intravede solo il profilo, stringe la testa dell’amata con affettuosa delicatezza. I due giovani innamorati, entrambi in lunghe tuniche mosaicate, sono inginocchiati su un piccolo prato erboso che ricorda l’iconografia del medievale hortus conclusus. L’opera fu accolta con grandi polemiche perché fu considerata al limite della pornografia.

La donna si abbandona all’estasi ma assume una posizione di primo piano rispetto all’uomo, poiché è colei che dà la vita e possiede in sé la bellezza. L’idea dell’erotismo, che serpeggia in tutta la mentalità del tempo con connotazioni antifemministe, in Klimt si ribalta e ha il potere di armonizzare le antitesi tra uomo e donna. Alla presa decisa dell’uomo si contrappone infatti il dolce abbandono della donna nelle sue mani. Le mani nodose dell’uomo sono in contrasto con la pelle diafana della donna, inoltre mentre la tunica dell’uomo presenta elementi geometrici verticali nelle tonalità del nero, del grigio e del bianco, quella della donna presenta forme circolari morbide e variopinte.

L’opera presenta un intenso uso del colore oro, che ricorda molto la lucentezza dei mosaici bizantini, che Klimt poté apprezzare a Ravenna nel 1903. La luce non proviene da una fonte esterna ma dalla stessa coppia il cui bagliore si riverbera sullo sfondo della tela eliminando però l’effetto di profondità. Ricorda le icone bizantine anche il diverso trattamento delle parti del corpo: tridimensionali le mani, i volti e i piedi; bidimensionali i corpi, gli abiti e lo spazio. Dei mosaici bizantini Klimt non riprende solo il fondo dorato realizzato con l’applicazione di oro in foglia ma anche i motivi decorativi dei due abiti. L’abbigliamento degli amanti ricorda le tuniche indossate da Klimt e dalla sua compagna Emilie Flöge. L’eleganza formale e il sottile erotismo del dipinto sono aspetti tipici della belle epoque e del movimento della Secessione Viennese, l’Art Nouveau che si sviluppò in Austria, la cui principale fonte di ispirazione è la natura: motivi floreali, animali stilizzati e linee curve. La comparsa in quegli anni dell’espressionismo rese inattuale l’eleganza e la sensualità del mondo klimtiano che, allo scoppio della prima guerra mondiale, fu spazzato via dalla violenza e dal dramma degli eventi bellici.

Deborah Mega

Grandi donne 1: Franca Viola

Da tempo la rubrica grandi donne creata su questo blog attende contenuti. Questa che segue ne è l’introduzione.

Tutte le donne sono grandi, hanno l’importante e gravoso compito di accogliere la vita e accompagnare la morte. Per la coraggiosa capacità di immersione nei doveri e nei sentimenti, per essere custodi della famiglia e della vita, le donne sono grandi tutte. Alcune però operando su fronti diversi: sociale, scientifico, professionale, artistico ecc. ottengono risultati per i quali meritano ulteriormente d’essere ricordate, perché la loro grandezza ha prodotto bene a favore della società del loro tempo e del futuro, persino a favore di tutta l’umanità. Questa rubrica è dedicata a loro.

franca-viola-4301-0-1555752121

Franca Viola

Mi piace cominciare questa rubrica con un articolo dedicato a Franca Viola, un bel nome per una bella ragazza del profondo sud, capelli scuri, pelle bianca. Mi piace cominciare da Franca Viola perché è siciliana, come me, perché penso che la Sicilia, bellissima terra, da molti considerata retriva, è spesso culla delle più sorprendenti reazioni e balzi progressisti. Infatti Franca Viola, vittima di un fatto di cronaca, ha ribaltato la sua posizione ed  è diventata simbolo di tempi nuovi, provocando riflessione sociale, condivisione e solidarietà tali da indurre un’importante modifica normativa nel nostro sistema di leggi.

La storia la conoscono in molti. Brevemente la riepilogo per come la ricordo. Siamo nel 1947. Franca Viola viveva ad Alcamo in provincia di Trapani, aveva 17 anni all’epoca dei fatti. Era stata per qualche tempo fidanzata col figlio di un boss locale, ma quando il fidanzato fu accusato di furto, Franca Viola lo lasciò, d’accordo coi genitori, prefendogli un compagno di classe del quale si era innamorata. Il fidanzato abbandonato non accettò il benservito e con l’aiuto di 12 uomini, rapì Franca Viola insieme al fratellino minore, rilasciando quest’ultimo dopo un paio di giorni e trattenendo Franca Viola per 8 giorni, abusando psicologicamente e sessualmente di lei. L’idea dell’uomo era di far passare la vicenda come una “fuitina” consensuale. Quella fuga d’amore diretta alla consumazione del rapporto che all’epoca era praticata in molti casi perchè sopperiva a varie necessità della coppia, ad esempio mettere i genitori contrari davanti al fatto compiuto, celebrare un matrimonio in economia, ecc. Solo che in questo caso l’accordo non c’era, ma lo stupro sì.

Le norme all’epoca “graziavano” chi si fosse macchiato del delitto di stupro per la seguente formulazione dell’art. 544 del codice penale del 1920

Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali”.

Una volta rilasciata però Franca Viola non accettò il matrimonio riparatore, sostenuta dal padre Bernardo e dall’avvocato Ludovico Corrao, affrontò il processo che si concluse con la condanna dello stupratore a 10 anni di reclusione. Questi uscito dal carcere fu ucciso. Franca invece sposò l’uomo che aveva scelto e con lui visse serenamente la sua esistenza, avendone due figli.

Non c’è niente di straordinario in quello che ha fatto Franca Viola, semplicemente una donna che ha seguito il proprio cuore, è lei stessa che dice così. Amava un altro, aveva subito violenza, non poteva accettare l’autore di questa violenza come sposo, piegandosi alla convenzione sociale che sposarsi era l’unico modo per “salvare il proprio onore”. Non poteva sposare un uomo che disprezzava. Chissà quante altre prima di lei avevano dovuto sottostare a questo ricatto, vittime due volte: dello stupro e poi anche del sacrificio di se stesse all’altare dell’onore, al legame matrimoniale non voluto.

Bella la figura di Franca che si oppone alle convenzioni, alle maldicenze, che accetta di essere qualificata come “disonorata” pur di essere libera e non soggiogata al maschio oppressore, coraggiosa perché oltre che violento, maschio e oppressore, l’antagonista appartiene ad una famiglia mafiosa locale dalla quale è intuitivo aspettarsi ritorsioni. Tant’ è vero che alla rottura del fidanzamento il padre di Viola aveva già subito minacce e danneggiamenti alle proprietà.

Dietro Franca Viola la bella figura del padre, un padre forte e coraggioso che per amore della figlia si oppone alla violenza, lo raccontano bene le parole della stessa Franca che ha concesso un’intervista il 27 dicembre 2015 a “la Repubblica” e dice riferendosi al momento dell’incontro tra lei e il padre dopo il rapimento.

Mio padre Bernardo venne a prendermi con la barba lunga di una settimana:

“non potevo radermi se non c’eri tu” mi disse

“cosa vuoi fare, Franca?”

“non voglio sposarlo!”

“va bene: tu metti una mano io ne metto cento.”

Questa frase mi disse.

“basta che tu sia felice, non mi interessa altro”

Mi riportò a casa e la fatica grande l’ha fatta lui, non io. È stato lui a sopportare che nessuno lo salutasse più, che gli amici suoi sparissero. La vergogna, il disonore. Lui a testa alta.

Il coraggioso no di Franca Viola, al quale fanno eco il coraggio di suo padre e del suo futuro marito che si opposero all’arroganza della delinquenza, fu il primo segno che la normativa del “delitto d’onore” aveva fatto il suo tempo,

Questo il testo dell’art. 587 del codice penale Rocco del 1920 sul delitto d’onore:

Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.”

A questo si ricollegava l’articolo 544 che ho riportato sopra sul cosiddetto “matrimonio riparatore”.

La vicenda di Franca Viola fece molto scalpore e il processo giudiziario che ne seguì ebbe molto seguito. L’opinione pubblica si schierò dalla parte di Franca, ammirandone coraggio e dignità. Altre ragazze seguirono il suo esempio, non soggiacendo a violenza e imposizioni umilianti per aver salvo l’onore e da quel primo no iniziò il processo di evoluzione normativa che portò all’abolizione della norma sul delitto d’onore e della norma corollario sul matrimonio riparatore. Ci vollero però oltre trent’anni di tempo per vedere tradursi in norme la soppressione degli articoli 544, 587 e degli altri che qualificavano lo stupro come delitto contro la morale e l’omicidio di coniuge, figlia o sorella e relativo amante come delitto d’onore, e, pertanto, meno grave. Disposizioni di legge che stigmatizzavano indirettamente la donna come essere funzione dell’uomo, del suo onore e volontà, prescindendo dalla dignità e autodeterminazione della donna stessa.

Franca Viola così è finita sui libri di storia, ha ricevuto nel 2014 al Quirinale l’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e oggi è qui, su questo blog, ad inaugurare una rubrica che esalta il coraggio e il valore delle donne.

RandoMusic 12: The Logical Song

Tag

, ,

L’aggettivo random usato nel linguaggio scientifico e tecnologico con il significato di casuale, privo di regolarità, senza un ordine preciso, ha fornito lo spunto per una nuova rubrica, questa volta musicale, che curerò due volte al mese di lunedì. Esistono  pezzi musicali a cui siamo particolarmente legati: alcuni sono diventati simbolo di una generazione, altri hanno generato e ispirato rivoluzioni e movimenti culturali riscrivendo regole, altri ancora sono divenuti strumenti di protesta riuscendo a smuovere coscienze. Li descriverò raccontando l’intreccio di musica e vita che li ha prodotti.

Continuiamo questo percorso con…

The Logical Song è un brano musicale composto da Roger Hodgson ed estratto come singolo dall’album Breakfast in America del 1979, l’album di maggior successo nella carriera del gruppo musicale britannico Supertramp, con oltre 4 milioni di copie vendute nei soli Stati Uniti. In Italia l’album si fermò in terza posizione ma stabilì il record di maggior permanenza in Hit Parade con 76 settimane. In totale l’album ha venduto più di 18 milioni di copie nel mondo.

 

Breakfast in America è il loro sesto album in studio, pubblicato il 29 marzo 1979 dalla A&M Records. Con questo disco la band abbandona il rock progressivo degli esordi e lo contamina di pop rock, disco, rock and roll ed altre raffinatezze che ricordano lo stile dei Beatles. L’album è costituito da dieci tracce tra cui ben quattro sono diventate singoli di successo: oltre a The Logical SongGoodbye StrangerTake the Long Way Home e Breakfast in America. Come era già avvenuto per l’album precedente,  Roger Hodgson e Rick Davies composero la maggior parte delle loro canzoni separatamente. Il tema generale si sarebbe incentrato sui conflitti di ideali tra Davies e Hodgson, e si sarebbe dovuto chiamare Hello Stranger. Si optò poi per un album di canzoni “divertenti” che avesse un titolo altrettanto divertente. Il titolo e la copertina spinse molti ad interpretare l’album come una satira nei confronti degli Stati Uniti d’America, nonostante i membri dei Supertramp più volte avessero affermato che i riferimenti alla cultura statunitense fossero puramente casuali.  Breakfast in America presenta un massiccio utilizzo del pianoforte elettrico Wurlitze, strumento presente in sei tracce su dieci. La copertina dell’album presenta un panorama di New York visto attraverso il finestrino di un aereo. L’immagine è stata ideata da Mike Doud e ritrae l’attrice Kate Murtagh, nei panni di una cameriera nella caratteristica posa della Statua della Libertà e che regge con una mano un piattino con un bicchiere di succo d’arancia e con l’altra un menù pieghevole del ristorante su cui è scritto Breakfast in America. Sullo sfondo si vede una città composta da una scatola di cornflakes, stoviglie, posate, verniciate di bianco, sulla sinistra appaiono le torri gemelle del World Trade Center. La foto di copertina posteriore raffigura i membri della band mentre fanno colazione e leggono i rispettivi giornali della propria città ed è stata scattata in un ristorante chiamato Bert’s Mad House. Qualcuno ha colto alcune analogie inquietanti tra la copertina dell’album e l’attentato alle Twin Towers; nella copertina le torri sono coperte nella parte inferiore dal bicchiere di succo d’arancia che ricorda una palla di fuoco, l’immagine è osservata dal finestrino di un aereo, l’attacco terroristico ebbe luogo alle 9 del mattino, ora di colazione in America nonché titolo dell’album. Il portale italiano Ondarock ha riportato: «Breakfast in America è un disco pop che più pop non si può. È la quintessenza del pop. È un disco che per un intero anno ha stradominato, oltre alle classifiche e le radio, l’immaginario musicale di un mondo lontano dall’anarchia punk o dalle ricerche new wave, come dalle luci della febbre del sabato sera e dal metallo nascente, ma formato da tanti singoli simple men, uomini e donne semplici, forse musicalmente ingenui, certamente comuni […] Semplice e diretto all’apparenza, ma con una complessità superiore a quella immediatamente percepibile.» E io sono d’accordo.

Deborah Mega

uNa PoESia A cAsO: Costantino Kavafis

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Costantino Kavafis

Questo c’era di singolare in lui:
in mezzo a tutta la dissolutezza
e alla copiosa pratica d’amore,
e sebbene il contegno in consueta
armonia con l’età si componesse,
c’erano istanti – certo, estremamente
rari – che dava il senso
di quasi intatte carni.

Dei suoi ventinove anni la bellezza,
tanto provata dalla voluttà,
stranamente evocava, per attimi, un efebo
che, un po’ goffo, all’amore
il casto corpo cede.

Nota critica di Adriana Gloria Marigo a “I masticatori di stagnola” di Guglielmo Aprile, LietoColle, 2018

Tag

,

 

Da tempo, forse per una sorta di suggestiva deformazione professionale, vedo il libro – in particolare la silloge di poesia – come la materializzazione del tempio greco: la copertina è simbolo del pronao; pertanto la relazione che intercorre tra il titolo e l’immagine non è tanto malia sul lettore eventuale, quanto indicazione, presentazione, elementi che suggeriscono a livello immaginativo l’interno, il naos dove è collocata la statua del dio. Presenza oppure no dell’immagine, colore, titolo sono – in molti casi – suggerimento di ciò che si tratterà nelle pagine: che sia vicenda, rito o liturgia il corpo di un libro è quanto l’autore officia derivandolo dal Sé in rapporto con l’Io in una dinamica che M. Heidegger così connota  «(…) La parola del poeta non è mai la sua propria parola e non è mai sua proprietà. Il poeta ha capito che solo la parola fa sì che una cosa appaia, e sia pertanto presente, come quella cosa che è. La parola poetante nomina qualcosa che va oltre il poeta e lo spinge in un’appartenenza che non ha stabilito egli stesso, un’appartenenza che può solo accettare. La parola del poeta, e quel che in tale parola è poetato, superano, poetando, il poeta e il suo dire. Quando attribuiamo alla poesia questo carattere, ci limitiamo sempre alla poesia essenziale. Essa soltanto compone poeticamente cose iniziali, essa soltanto svincola cose originarie in vista del loro proprio avvento. L’arte – di cui fa parte anche la poesia – è sorella della filosofia. Ma solo la poesia è la custode privilegiata della verità dell’essere. (…) La natura poetica del pensiero è ancora avvolta nell’ombra. Ora essa si manifesta, assomiglia per lungo tempo all’utopia di un intelletto semipoetico. Ma il poetare pensante è, in verità, la topologia dell’essere.» I masticatori di stagnola di Guglielmo Aprile, LietoColle, 2018 si pone nella luce sopracitata: assertivo e incidente il titolo, l’immagine dichiarante il gesto in atto e dunque inconcluso, che non si può non avvertire che la loro coniugazione ci prospetta che quanto avverrà all’interno è il rito dello sforzo vano, la fatica di Sisifo. Nelle tre sezioni  – Il mozzo che gira a vuoto, Costeggiando le secche della Grande Sirte, La gabbia di Faraday – l’autore costruisce la poetica di una ragione oscura, ottusamente cruda, che si avvale di velami per affermare il suo moto perpetuo investito dall’assurdo, che non di rado declina il grottesco e quasi sempre l’isolamento, l’impotenza di raggiungere l’intenzione originaria: «c’è un pianoforte sulla luna / che non sa nulla /delle nostre dita unte.» dove i tre versi che concludono la poesia alla pagina 14 della prima sezione, staccati dalla prima stanza, evocano l’aridità di ogni cura verso le questioni dell’essere che non sono mera quotidianità, ma faccenda ontologica, postura individuale e sociale.

Guglielmo Aprile si situa nel piano della poesia fortemente sostenuta dal pensiero in quanto non sono solo i problemi dell’essere a interessare il poeta, ma anche quelli della conoscenza: I masticatori di stagnola è libro sul quale è lecito porsi la domanda se ci si trovi davanti a “poesia filosofica”, e tale definizione, tale ossimoro non devono stupire poiché la querelle esiste: è antica, se già Mario Rapisardi dedica un saggio alla questione licenziandolo in data 2 marzo 1898, e Friedrich Schiller nell’ultimo ventennio del 1700 compone poesie di tale altezza polisemica da esservi chiara la costanza del logos sia nei modi della poesia, sia nei modi della filosofia, tanto da essere presto considerate “filosofiche”; è ancora più antica indagando i nostri grandi poeti classici fino a raggiungere Lucrezio e certi lirici greci, e al tempo stesso è contemporanea dato che nel 2007 vi fu presso l’Università degli Studi di Milano il Convegno interdisciplinare i cui contributi sono raccolti negli atti del convegno proprio sotto il titolo La poesia filosofica a cura di Alessandro Costazza. Il binomio “poesia filosofica” non è dunque da intendersi quale etichetta riduttiva, ma quale osservazione sulla pregnanza di una costituzione che attiene principalmente non tanto al «pensiero del cuore» – per usare una espressione di J. Hillman – quanto alla materia che preme a livello concettuale, ciò che transita come rimosso e problematizza, urge trovare collocazione e risposta a livello di coscienza tanto da inaugurare la parola che si mostri autentica, spregiudicata e, in tal modo, generare il turbamento necessario a interrogarsi sulla natura della condizione umana, liberamente, senza interferenze di ordine etico: la triade delle sezioni sembra infatti situarsi  nel quadro del teorema in cui la dimostrazione segue le tappe di tesi antitesi sintesi. In effetti, ne Il mozzo che gira a vuoto, l’autore avvia la dimostrazione dello sforzo vano, con una serie di testi che esprimono la tesi «il primo regno di chi nasce / è piangere, la morte ha inizio / appena l’ossigeno affonda la sua vampa rabbiosa / nel cigno dell’imene.» p. 15; «Ruotano i cieli, senza scopo, come / fanno le auto la domenica / intorno ai marciapiedi già occupati.» p. 17; «… l’acqua / che versiamo una brocca dopo l’altra / non riempie la vasca …» p. 23.

Costeggiando le secche della Grande Sirte, antitesi alla tesi della sezione precedente, presenta il tentativo di individuare la possibilità dell’incontro dell’io con il tu affinché si realizzi il noi: sforzo che resta inesaudito poiché «Non ho imparato a vivere, / a pilotare tricicli di barbiturici, / a cucire bandiere di sassi, / a dipanare un filo di ferro / per orientarmi nella pioggia e uscire dalla grotta…»: laddove è necessario il compromesso o l’avvento della mediazione, le determinazioni strutturali della psiche non possono accogliere ciò che contrasta con la natura di esse: non può generarsi relazione quando la percezione che il mondo sia «anchilosato» e i suoi riti «sotto secoli di nebbia» producono il ritrarsi entro le fortezze, le «cavità riparate» dell’estraneità e sopra tutto domina la «causa prima»: «bisogna non soffrire di vertigine / per guardare dritto negli occhi un uomo.». Tuttavia, se l’orizzonte raggiungibile resta tentativo vano, l’orizzonte visibile resta nel campo dell’esistenza come in «Cambiare è l’essenza di ogni isola, / fino a che non ti scrolli / la brina dai capelli, / non infrangerai la placenta, / non spezzerai l’incantesimo amniotico / che uniforma il disegno delle vene / a una roccia di sonno…» che introduce, quasi breccia entro altezze di fortificazioni, all’ultima sezione La gabbia di Faraday, la sintesi, ovvero il raggiungimento di un qualche congruo, ergonomico modus vivendi: «antidoti contro una frana», «… le leggi del galleggiamento», «Non pensarci, fingersi in mezzo a un mare…» mentre su tutta la silloge aleggia il “nulla” leopardiano che trova in «siamo nulla che fa ritorno al nulla» la forma della poesia dimostrando, nella struttura del contenuto, le appartenenze alla filosofia, consegnando pensiero al lettore, come accade quando la poesia è tale.

Adriana Gloria Marigo

Luino, 21 gennaio 2019

 

C’é un paio di scarpette rosse

Tag

C’è un paio di scarpette rosse
 
numero ventiquattro
 
quasi nuove:
 
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
 
“Schulze Monaco”.
 
C’è un paio di scarpette rosse
 
in cima a un mucchio di scarpette infantili
 
a Buchenwald
 
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
 
di ciocche nere e castane
 
a Buchenwald
 
 
servivano a far coperte per i soldati
 
non si sprecava nulla
 
e i bimbi li spogliavano e li radevano
 
prima di spingerli nelle camere a gas
 
c’é un paio di scarpette rosse
 
di scarpette rosse per la domenica
 
a Buchenwald
 
 
erano di un bambino di tre anni e mezzo
 
chi sa di che colore erano gli occhi
 
bruciati nei forni
 
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
 
si sa come piangono i bambini
 
anche i suoi piedini
 
li possiamo immaginare
 
scarpa numero ventiquattro
 
per l’eternità
 
perché i piedini dei bambini morti non crescono.
 
 
C’è un paio di scarpette rosse
 
a Buchenwald
 
quasi nuove
 
perché i piedini dei bambini morti
 
non consumano le suole.
 
 
 
Joyce Lussu (1912-1998)

Delirio: 19 dicembre 2009 (innesco)

Cominciò come un gioco senza fuoco a marchiare. non l’ustione ma la pagina bianca i colori la macchia. l’inchiostro che sporca. verginità della bocca sbandierata e perduta. gorgogliare sommesso di melma che assale. cominciò così l’apnea radicale. le mani avvinghiate alle sponde. le labbra di sale. senza pietà la condanna  o speranza o controllo o salvezza del dopo. senza un fiore d’incanto o  parola gentile.

I vermi striscianti ricoprirono i lombi arrotando coltelli vivevano a fianco. porte chiuse serrate a covare bisogni. mostri infami insaccavano sabbia seppellivano grazia. nei crateri sozzure. i vigliacchi a sputare. sopra i colpi la fiera. con le zanne affondare trenta centimetri al  cuore. rosso dritto violento crocifisso di sole.

La coperta aveva soffici piume. era un covo di pace fantasia floreale. una tana condivisa animale. immobile il fiato di morte batteva le nocche i lembi frastagliati del nulla. occhi chiusi sul bianco e le nuvole fuori. all’interno del vetro c’era il blocco del pianto. tutto fermo e stravolto al confine del mare. nel ventre ipotetico ansimava l’intento. congiuntivo presente: se sia meglio morire o respirare profondo. un assolo magnifico senza darlo a vedere.

Non esiste l’immenso. non risponde al chiamare e nel gelo dell’oltre abolisce il rumore. si collassa inumano di silenzio perfetto. piovevano gli angeli infine tra pareti di amianto. soffiavano lamine e vento. mormoravano mute preghiere.

Era un tempo insensato, prima dato e crollato, dopo ammesso e poi addosso. coi forconi la folla con la neve la luce immacolato splendore. forse assurdo che uccide. coltellate a ridosso e nel limbo candore. ogni coltre che scende infinitamente ricopre. dentro il seme il lenzuolo. una sindone eppure non è detto che il corpo inumato sopravviva a parole.

Axolotl

Tag

,

Uno dei più inquietanti racconti sul tema della metamorfosi è Axolotl, parte di Fine del gioco. Si tratta di un racconto di Julio Cortàzar che declina in chiave moderna il tema del doppio, tanto caro al fantastico tradizionale. Un anonimo ragazzo tutti i giorni si reca all’acquario del Jardin des Plantes  per osservare gli esemplari del pesce anfibio Axolotl e resta a fissarli per ore.

Ci fu un’epoca in cui pensavo molto agli axolotl. Andavo a vederli nell’acquario del Jardin des Plantes, e mi fermavo ore intere a guardarli, osservando la loro immobilità, i loro oscuri movimenti. Ora sono un axolotl. Il caso mi condusse da loro un mattino di primavera in cui Parigi apriva la sua coda di pavone dopo il lento inverno. Scesi lungo il Boulevard de Port-Royal, svoltai per Saint-Marcel e l’Hôpital, vidi il verde fra tanto grigio, e mi ricordai dei leoni. Ero amico dei leoni e delle pantere, ma non ero mai entrato nell’umido e oscuro edificio degli acquari. Lasciai la bicicletta appoggiata alla cancellata e andai prima a vedere i tulipani. I leoni erano brutti e tristi, e la mia pantera dormiva. Decisi per gli acquari, e dopo aver dato un’occhiata ad alcuni pesci per niente interessanti m’imbattei all’improvviso negli axolotl. Rimasi un’ora a osservarli, poi uscii incapace di pensare ad altro. Nella biblioteca Sainte-Geneviève consultai un dizionario e seppi che gli axolotl sono forme larvali, provviste di branchie, una specie di batraci del genere amblistoma. Che fossero messicani me lo avevano fatto intendere loro stessi, i loro piccoli e rosei volti aztechi e il cartello sopra la vasca. Lessi che ne sono stati trovati alcuni esemplari in Africa capaci di vivere sulla terra durante i periodi di siccità, e poi continuare la loro vita in acqua quando giunge la stagione delle piogge. Trovai il loro nome spagnolo, ajolote, l’indicazione che sono commestibili e che il loro olio era usato (si direbbe quindi che non si usa piú) come quello del fegato di merluzzo. Non volli consultare altre opere scientifiche, ma il giorno seguente tornai al Jardin des Plantes. Cominciai ad andarvi tutte le mattine, qualche volta mattino e pomeriggio. Il guardiano degli acquari sorrideva perplesso nel ritirare il mio biglietto. Io mi appoggiavo alla sbarra di ferro che corre lungo le vasche e stavo là a guardarli. Non c’è nulla di strano in questo, perché fin dal primo momento compresi che eravamo legati, che qualcosa d’infinitamente perduto e distante continuava nonostante tutto a tenerci uniti. Mi era bastato fermarmi quella prima mattina davanti al vetro della vasca dove alcune bolle d’aria scivolavano nell’acqua. Gli axolotl si ammonticchiavano sul meschino e stretto (solo io posso sapere quanto meschino e stretto) pavimento  di pietra e muschio dell’acquario. Erano nove esemplari,  e quasi tutti poggiavano la testa contro il vetro guardando con i loro occhi d’oro chi si avvicinava. Turbato, quasi vergognoso, provai un sentimento d’impudicizia nell’affacciarmi su quelle figure silenziose e immobili ammucchiate in fondo all’acquario. Mentalmente ne isolai una, a destra e un po’ discosta dalle altre, per studiarla meglio. Vidi un corpicino roseo e come traslucido (pensai alle statuine cinesi di cristallo lattiginoso), simile a una piccola lucertola di quindici centimetri che termini in una coda di pesce di una delicatezza straordinaria, la parte piú sensibile del nostro corpo. Lungo la schiena aveva un’aletta trasparente che si fondeva con la coda, ma ciò che mi ossessionò furono le zampe, di una finezza straordinaria, che terminavano in dita minute e in unghie minuziosamente umane.  E fu allora che scoprii i suoi occhi, il suo volto. Un volto inespressivo, senza altro ornamento che gli occhi, due orifizi come punte di spillo, interamente d’oro trasparente, privi in modo assoluto di vita, ma che guardavano e si lasciavano penetrare dal mio sguardo che pareva attraversare il punto aureo e perdersi in un diafano mistero interiore. Un sottilissimo alone nero circondava l’occhio e lo iscriveva nella carne rosa, nella pietra rosa della testa vagamente triangolare, ma con lati curvi e irregolari che la rendevano in tutto simile a una statuina corrosa dal tempo. La bocca era nascosta dal piano triangolare del volto, solo di profilo s’indovinava la sua grandezza considerevole; di fronte, una sottile fenditura incrinava appena la pietra senza vita. Sui due lati della testa, dove avrebbero dovuto esserci le orecchie, gli crescevano tre rametti rossi come di corallo, una escrescenza vegetale, le branchie, suppongo. Ed erano l’unica cosa viva in lui, ogni dieci o quindici secondi i rametti si drizzavano rigidi e si riabbassavano. Qualche volta una zampa si muoveva impercettibilmente, io vedevo le piccole dita posarsi con leggerezza sul muschio. È che a noi non piace muoverci molto, l’acquario è cosí stretto; appena avanziamo un tantino ci urtiamo l’un l’altro con la coda o con la testa; nascono difficoltà, liti, fatica. Si sente meno il tempo se stiamo quieti. Fu il loro quieto raccoglimento che mi spinse a  chinarmi affascinato la prima volta che vidi gli axolotl. Oscuramente mi parve di capire la loro segreta volontà di abolire lo spazio e il tempo con un’immobilità indifferente. In seguito capii meglio, la contrazione delle branchie, il tastare delle zampe sottili sulle pietre, il nuoto improvviso (alcuni di essi nuotano con una semplice ondulazione del corpo) mi dimostrarono che erano capaci di evadere da quel sopore minerale in cui passavano ore intere. I loro occhi, soprattutto, mi ossessionavano. Accanto a loro, nelle altre vasche, diversi pesci mi mostravano la semplice stupidità dei loro begli occhi simili ai nostri. Gli occhi degli axolotl mi parlavano della presenza di una vita diversa, di un’altra maniera di guardare. Con il volto contro il vetro (qualche volta il guardiano tossiva, inquieto) cercavo di vedere meglio i minuti punti aurei, quell’entrata al mondo infinitamente lento e remoto delle creature rosate. Era inutile battere con il dito sul vetro, davanti ai loro volti; mai si avvertiva la benché minima reazione. Gli occhi d’oro continuavano ad ardere nella loro dolce, terribile luce; continuavano a guardarmi da una profondità insondabile che mi dava le vertigini. Eppure erano vicini. Lo seppi prima, prima di essere un axolotl. Lo seppi il giorno in cui per la prima volta mi avvicinai a loro. I tratti antropomorfici di una scimmia rivelano, contrariamente a quanto si crede, la distanza che la separa da noi. L’assoluta mancanza di somiglianza degli axolotl con l’essere umano mi dimostrò che il mio riconoscimento era valido, e che non mi basavo su facili analogie. Solo le manine… Ma anche una lucertola ha mani si- mili, eppure non somiglia in nulla a noi. Credo che fosse la testa degli axolotl, quella forma triangolare rosea con gli occhietti d’oro. Quello guardava e sapeva. Quello re- clamava. Non erano animali. Pareva facile, quasi ovvio, cadere nella mitologia. Cominciai a scorgere negli axolotl una metamorfosi che non riusciva ad annullare una misteriosa umanità. Li immaginai dotati di coscienza, schiavi del loro corpo, infinitamente condannati a un silenzio abissale, a una riflessione disperata. Il loro sguardo cieco, il minuto disco d’oro inespressivo e tuttavia terribilmente lucido, mi penetrava come un messaggio: «Salvaci, salvaci». Mi sorprendevo a mormorare parole di conforto, a trasmettere puerili speranze. Loro continuavano a guardarmi, immobili; all’improvviso i rametti rosei delle branchie si drizzavano. In quell’istante io sentivo come un sordo dolore; forse mi vedevano, captavano il mio sforzo di penetrare l’impenetrabile delle loro vite. Non erano esseri umani, ma in nessun animale mai avevo trovato una relazione cosí profonda con me. Gli axolotl erano come testimoni di qualcosa, a volte come terribili giudici. Mi sentivo privo di nobiltà di fronte a loro; c’era una tale spaventosa purezza in quegli oc- chi trasparenti. Erano larve, ma larva significa maschera e anche fantasma. Dietro a quelle facce azteche, inespressive e tuttavia di una crudeltà implacabile, quale immagine aspettava la propria ora? Li temevo. Credo che se non avessi sentito vicino a me qualche visitatore o il guardiano non avrei avuto il corag- gio di restare solo di fronte a loro. «Lei se li mangia con gli occhi», mi diceva ridendo il guardiano, che doveva giudicarmi un po’ squilibrato. Non si rendeva conto che erano loro che mi divoravano lentamente con gli occhi, in un cannibalismo d’oro. Lontano dall’acquario non facevo che pensare a loro, era come se agissero su di me a distanza. Arrivai al punto di andare a trovarli tutti i giorni, e di notte li immaginavo immobili nell’oscurità, mentre stendevano in avanti una mano che improvvisamente trovava quella di un altro. Forse i loro occhi vedevano in piena notte, e il giorno continuava per loro indefinitamente. Gli occhi degli axolotl non hanno palpebre. Adesso so che non ci fu nulla di strano, che questo doveva accadere. Ogni mattina, chinandomi sull’acquario, il riconoscimento diventava sempre piú perfetto. Soffrivano, ogni fibra del mio corpo raggiungeva quella sofferenza muta e imbavagliata, quella tortura rigida in fondo all’acqua. Spiavano qualcosa, un lontano dominio annientato, un’epoca di libertà in cui il mondo era stato degli axolotl. Non era possibile che un’espressione cosí terribile che riusciva a vincere la forzata inespressività dei loro volti di pietra, non racchiudesse un messaggio di dolore, la prova di quella condanna eterna, di quell’inferno liquido che pativano. Inutilmente volevo dimostrare a me stesso che la mia sensibilità proiettava sugli axolotl una coscienza inesistente. Loro e io sapevamo. Per questo non fu strano quel che accadde. Il mio volto era attaccato al vetro dell’acquario, i miei occhi cercavano di penetrare ancora una volta il mistero di quegli occhi d’oro senza iride e senza pupilla. Vedevo molto da vicino la faccia di un axolotl immobile contro il vetro. Senza transizione, senza sorpresa, vidi la mia faccia contro il vetro, invece dell’axolotl vidi la mia faccia contro il vetro, la vidi fuori dell’acquario, la vidi dall’altra parte del vetro. Allora la mia faccia si staccò, e io compresi. Una sola cosa era strana: continuare a pensare come prima, sapere. Rendermi conto di ciò fu simile all’orrore del sepolto vivo che si sveglia al proprio destino. Fuori, la mia faccia si avvicinava di nuovo al vetro, vedevo la mia bocca con le labbra strette nello sforzo di capire gli axolotl. Io ero un axolotl e sapevo adesso istantaneamente che nessuna comprensione era possibile. Lui era fuori dell’acquario, il suo pensiero era un pensiero fuori dell’acquario. Comprendendolo, essendo lui stesso, io ero un axolotl e mi trovavo nel mio mondo. L’orrore era generato – lo seppi all’istante – dal credermi prigioniero in un corpo di axolotl, trasmigrato in lui con il mio pensiero di uomo, sotterrato vivo in un axolotl, condannato a muovermi lucidamente fra creature insensibili. Ma tutto cessò quando una zampina venne a carezzarmi il volto, quando spostandomi appena vidi un axolotl vicino a me che mi guardava, e seppi che anche lui sapeva, senza comunicazione possibile, ma chiaramente. O io ero anche in lui, oppure tutti noi pensavamo come gli uomini, incapaci di espressione, limitati entro lo splendore dorato dei nostri occhi che guardavano la faccia dell’uomo contro l’acquario. Lui tornò molte volte, ma adesso viene meno. Passano settimane prima che si affacci. Ieri l’ho visto, mi ha guardato a lungo e se ne è andato bruscamente. Mi è parso che non si interessasse tanto a noi quanto piuttosto obbedisse a un’abitudine. Siccome l’unica cosa che faccio è pensare, ho potuto pensare molto a lui. Mi capita di pensare che in principio continuassimo a comunicare, che lui si sentisse piú che mai unito al mistero che lo ossessionava. Ma i ponti fra lui e me si sono rotti, perché quel che era la sua ossessione è adesso un axolotl, estraneo alla sua vita di uomo. Credo che in principio io fossi capace di tornare in un certo senso a lui – ah, solo in un certo senso – e mantenere sveglio il suo desiderio di conoscerci meglio. Ora sono definitivamente un axolotl, e se penso come un uomo è soltanto perché ogni axolotl pensa come un uomo chiuso nella propria immagine di pietra rosa. Mi pare di essere riuscito a comunicargli qualcosa di tutto questo nei primi giorni, quando ero ancora lui. E in questa solitudine finale, alla quale egli ormai non torna, mi consola il pensiero che forse scriverà qualcosa su di noi, credendo di immaginare un racconto scriverà tutto questo sugli axolotl.

Julio Cortàzar, Fine del gioco, trad.it.di F. Nicoletti Rossini, in I racconti, Einaudi, Torino 1994  

L’azione narrativa, come in altri racconti di Cortàzar, è piuttosto esile e riassunta tutta nell’incipit:

Ci fu un’epoca in cui pensavo molto agli axolotl. Andavo a vederli nell’acquario del Jardin des Plantes, e mi fermavo ore intere a guardarli, osservando la loro immobilità, i loro oscuri movimenti. Ora sono un axolotl. 

Immediatamente il lettore si chiede se chi parla è diventato un axolotl o se a parlare sia proprio un axolotl. Come sempre in Cortàzar il destino è tracciato dal caso.

Il caso mi condusse da loro un mattino di primavera in cui Parigi apriva la sua coda di pavone dopo il lento inverno. Scesi lungo il Boulevard de Port-Royal, svoltai per Saint-Marcel e l’Hôpital, vidi il verde fra tanto grigio e mi ricordai dei leoni. Ero amico dei leoni e delle pantere, ma non ero mai entrato nell’umido e oscuro edificio degli acquari.

La letteratura fantastica non è una letteratura d’evasione, ma piuttosto di invasione da parte dell’inaudito, dell’illogico, dell’irrazionale che penetrano nella vicenda provocandone il mutamento, la trasformazione, che comincia dall’ossessione del protagonista per l’animale. Il narratore in prima persona registra paure, perplessità, descrizione degli axolotl dai piccoli e rosei volti aztechi con accuratezza maniacale, che mette in evidenza l’attrazione che l’animale esercita sull’uomo.

Rimasi un’ora a osservarli, poi uscii incapace di pensare ad altro.

L’impressione, in diversi racconti del testo, è che gli animali siano mossi da una determinazione quasi diabolica nel voler scavalcare la supremazia dell’uomo; l’invasione degli spazi privati da parte dell’animale distrugge le sicurezze umane, rendendo la bestia più forte dell’uomo sul piano psicologico. Nel finale la metamorfosi è definitivamente compiuta. Il ragazzo è divenuto un axolotl e osserva se stesso attraverso il vetro dell’acquario. Il pesce diventa simbolo del desiderio di conoscenza di qualcosa di irraggiungibile. Il tema del doppio insiste sul tasto dell’incomprensione e non sull’ambiguità alla maniera di Poe o Stevenson.

Senza transizione, senza sorpresa, vidi la mia faccia contro il vetro, la vidi fuori dall’acquario, la vidi dall’altra parte del vetro. Allora la mia faccia si staccò, e io compresi. Una sola cosa era strana: continuare a pensare come prima, sapere. Rendermi conto di ciò, fu simile all’orrore del sepolto vivo che si sveglia al proprio destino.
Alla fine tutto resta invariato, axolotl e uomo continuano a occupare il posto di sempre, anche se invertito, perché quello che si consuma attraverso il vetro è un mutamento tutto interiore.

Credo che in principio io fossi capace di tornare in un certo senso a lui – ah, solo in un certo senso – e mantenere sveglio il suo desiderio di conoscerci meglio. Ora sono definitivamente un axolotl, e se penso come un uomo è solo perché ogni axolotl pensa come un uomo chiuso nella propria immagine di pietra rosa.

Nel finale affiora l’ennesima deviazione e sfida alla ragione, da cui scaturisce l’orrore:

Mi pare di essere riuscito a comunicargli qualcosa di tutto questo nei primi giorni, quando ero ancora lui. E in questa solitudine finale, alla quale ormai lui non torna, mi consola il pensiero che forse scriverà qualcosa su di noi, credendo di immaginare un racconto scriverà tutto questo sugli axolotl.

Deborah Mega

 

 

 

uNa PoESia A cAsO: Eugenio Montale

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Eugenio Montale

Lungomare

Il soffio cresce, il buio è rotto a squarci
e l’ombra che tu mandi sulla fragile
palizzata s’arriccia. Troppo tardi

se vuoi essere te stessa! Dalla palma
tonfa il sorcio, il baleno è sulla miccia,
sui lunghissimi cigli del tuo sguardo.

da La bufera e altro (1940 – 1954)

Nota critica di Adriana Gloria Marigo a “La vita che si vede” di Antonello Sollai, Controluna Edizioni di Poesia, 2018

Tag

,

Maurizio Zani, filosofo della storia, nell’accuratissimo intervento critico Antropologia filosofica: scarso affetto per le emozioni approntato per il volume di saggi Psicoanalisi, ideologia ed epistemologia, Aracne Editrice, 2014 si avvale per ex ergo di «Noi siamo le nostre emozioni» (Antonio Damasio), frase dal tono definitivo che non ammette repliche se non la ricerca delle neuroscienze cognitive che lo scienziato portoghese Antonio Damasio ha arricchito di contributi numerosi e notevoli, tali da apportare un dettato nuovo e acclarante del ruolo delle emozioni nelle nostre decisioni, scelte morali, e della funzione delle sensazioni corporee per l’affiorare della coscienza e della complessità dell’io. Nel saggio, il filosofo chiarisce come il pensiero filosofico, fin dal suo apparire, dimostri “scarso affetto” verso le espressioni umane che si avvalgono delle emozioni e del sentimento, sottolineando come l’oggetto di quella disaffezione sia principalmente l’attività creatrice le immagini emozionali, dunque il pensiero analogico e ciò che da esso discende, la poesia in particolare: filosofia non riconosce che poesia sia un’importante sorgente di conoscenza, una raffinata e sofisticata rappresentazione del mondo, la discesa empatica entro le parti della realtà che si mostrano affrancate, essenti in sé e gravanti sull’uomo unicamente per la problematizzazione che l’individuo compie nella relazione con esse. Filosofia, incastellata nella sua primigenia dedizione alla ragione per cui attribuisce valore di conoscenza esclusivamente a ciò che deriva dall’applicazione della logica, costruendo un’ontologia strettamente connessa con il mondo delle idee platoniche o con ciò che si esperisce empiricamente, nutre disprezzo per la conoscenza derivante dai modi del pensiero analogico, dell’immaginazione attiva: vi è tutto un mondo collegato alle espressioni artistiche dell’uomo da cui ha preso distanza, almeno fino ad ora in cui mostra un’attenzione  particolare, un allontanamento apprezzabile dall’orgoglio del suo sapere, se non altro perché mossa dall’istinto incoercibile di conoscenza.

Nel primo paragrafo del saggio sopracitato si può leggere: «Siamo dei soggetti dotati di una storia personale proiettata su un orizzonte in cui si intersecano variamente, talora in maniera inestricabile, le esperienze del passato, del presente o del futuro: un orizzonte con cui intratteniamo un rapporto emotivo poiché ci sta a cuore e che costituisce una fonte illimitata di apprendimento emotivo. Un orizzonte nel quale non sempre sappiamo distinguere una linea che separa la parte adulta da quella infantile; un orizzonte nel quale sentiamo non di rado la compresenza di persone diverse che si condensano nella nostra unità personale. È in fondo il nostro orizzonte di vita. E in quel “nostro” si racchiude la “nostra” biografia, colorata dalle emozioni del ricordo, dell’attenzione, delle attese normalmente esperite in un contesto variabile di relazioni con altre persone.»: questo lungo preambolo per specificare che in tale scenario – che evidenzia il rapporto problematico tra i due saperi – ritengo che l’opera prima La vita che si vede di  Antonello Sollai si inserisca a pieno titolo per indicare che filosofia e poesia percorrono con modi differenti la stessa via, che è quella dell’essere su cui si può rivolgere lo sguardo che interroga e rappresenta o lo sguardo che osserva e accompagna l’intuizione oltre ciò che è visibile: la silloge, attraversata da felice musicalità di verso, è sostenuta e permeata da accenti, indici di problematiche esistenzialiste, dimostrando così che laddove esiste una scrittura che formalmente risponde ai modi della poesia, i contenuti consistono senza dubbio in pensiero, in quelle che sono tematiche della vita e che si inscrivono nell’orizzonte della riflessione filosofica. In prossimità di libri come quello di Sollai filosofia non può esimersi dall’accostarsi, poiché abbandonare il campo significherebbe non riconoscersi capace di individuare altre modalità di indagine per giungere o avvicinarsi alla natura intrinseca delle cose.

Il titolo La vita che si vede assume quasi i connotati di un teorema da dimostrare e che potrebbe anche restare indimostrato, poiché si tratta della vita: di essa vi è sempre qualcosa che sfugge allo sguardo logico, qualcosa che si sottrae o rimanda alle intuizioni che sorgono dai territori del Sé: è la perfettibilità, il dato inarrendevole alle strategie ordinanti l’essere  che spazia e trova manifestazione nella poesia di Antonello Sollai, che la connota di immagini impressive – poiché sono vibrazioni connotative che la poesia annuncia, non descrittive anche se felici, ma di pertinenza della prosa – come richiami alla discesa nel segreto personale o universale senza mai svelarlo del tutto, lasciandolo nella sospensione che genera la partecipazione costante alla vita, ai suoi richiami, alle sue chiamate, alle immagini fantasmatiche, poiché sono da considerarsi «… le passioni umane, quali l’amore, l’odio, l’invidia, la vanagloria, la misericordia e tutti gli altri sentimenti, non come vizi, ma come proprietà dell’umana natura (…) mentre la nostra mente gode della loro schietta contemplazione non meno che della percezione delle cose gradite ai sensi». (Baruch Spinoza).

In La vita che si vede il poeta non si sottrae alla tirannia delle passioni; non disinveste in emozione, in partecipazione; non rinuncia alla quotidianità che sente la conoscenza come campo in cui si manifesta “affetto umano” e «Tutto il resto è ingannarsi o volere ingannare gli altri. E volere ingannare gli altri per ingannare se stessi. (…)… è il sentimento tragico della vita» (Miguel de Unamuno). Il poeta di Cagliari ha ben presente questa dimensione e la frequenta onorandola con una squisita ricerca lessicale per cui la parola assume connotazione magica o simbolica, cerca la condensazione nel nome quale attestazione, sentire raffinato della natura senza mai sottoporla a dissezione per coglierne i gangli vitali che specchiano i gangli vitali della vita personale, sapendo – leopardianamente – che la natura non può essere piegata alla conoscenza ultima, che tra essa e noi esiste un varco incolmabile, una sporgenza che mostra inquieta presenza: « … E non ti reggerà il corrimano / del ponte e sotto quello, se ti sporgi, / un’acqua insonne balugina in tumulto. » p. 25

È necessario sottolineare che in Sollai la devozione alla parola che possa esprimere il massimo ontologico discende da una condizione che in lui è strutturale, ovvero è la coscienza per cui «La cultura è un linguaggio che unisce l’umanità (…) » (Pavel Florenskij). Ed è per questa ragione che in La vita che si vede si possono avvertire echi di ascendenze importanti, montaliane, e che sono non tanto manifestazioni di devozione al poeta ligure, quanto onere e offerta di una prossimità che scorge e testimonia, nell’affinamento della parola–simbolo, il valore altissimo del nome che ogni volta che si pronuncia «… sei già dentro ogni cosa…» p. 31; nella struttura musicale del verso l’urgenza di una misura aurea che discende da istanza classica «Le amate mani / più non baceranno le mie labbra.» p. 55 e rinnova i ritmi di Foscolo in A Zacinto, poiché il fine di Antonello Sollai è realizzare l’armonia più tersa tra forma e contenuto, la coniugazione del tu con l’io che tuttavia non è nell’ordine esistenziale realizzabile.

Lungo tutta la silloge si ha l’impressione di essere alla presenza di un «pensiero nobile e regale» (James Hillman) –  «Rompe, un canto, il silenzio tra le palme / e cave più non sono le distanze.» p. 18; «E la tua voce chiara sale, alta / sopra l’incendio, là, oltre il miraggio» p. 41, «Ti aspetto / e mi basta del sole / la luce che ricevo sul viso.» p. 61 –; dell’habitus che indulge alla scrittura, una facoltà metacreativa che si pone tra cuore e mente e assomiglia alla himma di Ibn ‘Arabī – «… Come due rami addossati perdemmo libertà / piegandoci insieme sulla stessa fuga. / Non ti rapì il volteggio di falena / sull’orlo del bicchiere ancora vuoto. / E mi lasciasti solo al pensile giardino / con la tua rosa in ascolto tra le dita / che appassirà incolpevole e negata.» p. 35 –: un pensiero del cuore potente, creatore, che dà nascita alle figure dell’immaginazione che non sono invenzioni personali dell’autore, ma «… creature autentiche (che dimorano)… tra le sottigliezze della coscienza e i livelli dell’essere. (…). Questa intelligenza dell’immaginazione risiede nel cuore: l’espressione “intelligenza del cuore” connota l’atto di conoscere e amare simultaneamente per mezzo dell’atto immaginativo.» (James Hillman) esattamente come accade a p. 59

 

La sera forza il passo alle finestre

che ti videro andar via

nei fumi ottobrini tra i castagni.

Sul tavolo ti attendono due versi

marini, confidenti

di quell’avvento chiaro, liturgico

del tuo ritorno.

Sull’orlo smemorato del cristallo

altro tempo è passato,

altre cose sono accadute

sopra le tue labbra.

Sei ombra che dilata il tempo,

colomba che la volpe addenta.

Sei il mio parlare su vetri indifferenti,

sul chiudersi di un giorno che trabocca

nell’afasia degli aceri là fuori.

 

 

Adriana Gloria Marigo

Luino, 5 gennaio 2019

Canto presente 36: Flavio Malaspina

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

FLAVIO MALASPINA

Tra morbide labbra

Hai cercato con la lingua nella mia bocca,
ma io non ho denti in bocca
In bocca ho le ossa della fame
e non di cibo hanno bisogno
ma di vita.
Soffiami in gola il tuo respiro,
chiunque tu sia,
ovunque tu sia,
ricreami una speranza
di ossigeno e carne,
e dammi una ragione di saliva per andare avanti.
Del resto
è lì che si vive tutti
In quell’elica liquida
tra morbide labbra.

A cosa servono i poeti?

A cosa servono i poeti?
A nulla!
ma se non ci fossero,
Il nulla
sarebbe ancora
più nulla.

Dedica

Vorrei che quelle parole,
tutte le parole, le avessi dette a me,
le avessi pensate e scritte per me,
Vorrei che scrivendole ti fossi immaginata le mie mani su di te,
le mie mani dentro di te,
mentre ti accarezzavano il cuore.
Ma ti chiedo scusa,
a volte i segni sul viso distraggono,
e le ombre disegnano cose che non ci sono
Per questo,
noi non siamo,
noi non esistiamo.

I miei morti

Io non ho “i miei morti”,
ho dentro di me tutti i morti del mondo,
e pesano sulle spalle.
Centosette miliardi sono passati fino ad oggi sul pianeta,
centosette miliardi che non esistono più,
ma esistono nel pensare,
esistono nel vivere
e spesso nel rinunciare.
Un fiume ininterrotto di assenze,
dissolvenze,
Mai un così enorme vuoto
ha pesato così tanto.
È questo
un esercito dei morti
che non subisce sconfitte.
Sono loro, per me,
dominio.
Rapito
annaspo in questo male di Stoccolma,
un mare magnum di memoria
che è somma di oceani
e disperazione…
…Soccombo
nel dubbio del vuoto.

Canzone d’amore

Quanti post it mi hai attaccato sul cuore,
quando batte mi fanno il solletico dentro come le ciglia di un
bambino sul viso.
Se mi sento giù ne scelgo qualcuno a caso,
lo leggo
e tiro un respiro di sollievo.
Hai sempre scritto in corsivo,
mai in stampatello!
Su uno leggo:
“Forse Dio non esiste, ma tu sì!”.
La tua esegesi,
la più bella canzone d’amore.

Mancanza

Oggi mi sono mancato un sacco,
e non trovandomi
per un attimo ho vissuto veramente.

Duecentodiecimila lemmi ti stanno aspettando
una moltitudine di pagine!
Cresci veloce Lorenzo,
c’è un meraviglioso giardino
oltre il tuo dito indice
e profuma di libertà!

Epistole d’Autore 1

Tag

,

In un mondo digitale come il nostro ricevere una lettera cartacea è ormai una forma d’espressione d’altri tempi, un evento più unico che raro. La telematica e la capillarità della rete telefonica, che consentono la trasmissione a distanza delle informazioni in tempo reale, hanno reso immediata e veloce la comunicazione interpersonale. Sono lontani i tempi in cui, quando si scriveva una lettera, occorreva avere la pazienza di aspettare che arrivasse a destinazione e che giungesse la risposta. Eppure quell’attesa amplificava le emozioni, lasciava presagire la risposta, fortificava e rinvigoriva i sentimenti. Amore, affetto, amicizia, gioia, dolore, risentimento, dispiacere, follia sono i sentimenti veicolati dalle lettere, capaci di scuotere l’animo di chi scrive e di chi legge. La lettura di Epistole d’autore fornisce un ritratto insolito e inedito, per frammenti e dettagli, di uomini e donne celebri, svela segreti, rende più umani e veri i grandi del passato. Il blog Limina Mundi inoltre offre ai suoi lettori l’opportunità di inviare la propria lettera aperta, d’amore, d’affetto, di amicizia, firmata o in forma anonima affidandola alla memoria del web. Basterà cliccare sul LINK della pagina per inserirla, in modo che, nel tempo, sia possibile raccoglierle e ritrovarle. La responsabilità delle lettere è dei rispettivi autori, la loro pubblicazione non implica in alcun modo adesione ai suoi contenuti da parte di Limina Mundi.

 Italo Calvino a Elsa De Giorgi

Il carteggio di lettere (ben 407) conservate nel Fondo Manoscritti di Pavia tra Italo Calvino ed Elsa De Giorgi è testimonianza della loro storia d’amore, vissuta tra il 1955 e il 1958. Elsa De’ Giorgi, appena diciottenne, iniziò la sua carriera da attrice, agevolata dalla sua bellezza ma invisa al regime fascista per le sue posizioni politiche che la porteranno a sostenere la Resistenza romana. Nel 1948 sposò il nobile Contini Bonacossi, collezionista d’arte; nella loro casa a Roma, divenuto un vero e proprio circolo letterario, ricevevano personalità del calibro di Alberto Moravia, Carlo Levi, Renato Guttuso e tanti altri. Nel 1955 la De Giorgi conobbe Italo Calvino, di dieci anni più giovane, il quale si occupava dell’ufficio stampa della casa editrice Einaudi. La loro collaborazione confluì in una relazione tormentata e difficile, fatta di corrispondenze, viaggi in treno tra Roma e Torino, incontri fugaci, tanto da concludersi nel 1958. A testimonianza di questo rapporto esiste il corpus epistolare che la filologa Maria Corti, ha definito “il più suggestivo del Novecento italiano”. La stessa De Giorgi nel suo libro Ho visto partire il tuo treno, edito da Feltrinelli, dichiarò che la relazione appassionata con Calvino incise anche sull’opera dello scrittore. Calvino le inviò centinaia di lettere, illustrate con i suoi disegni e le trovò una piccola villa sul mare con un bel giardino a Ospedaletti, a pochi chilometri da Sanremo dove c’era casa sua. Dopo aver concluso ogni scritto, voleva che lei lo leggesse integralmente. Si sedeva di fronte a lei e le porgeva una foglio alla volta, scrutandole il viso per ore. Quando nel 1956 vennero pubblicate le Fiabe italiane nell’elegante edizione dei Millenni di Einaudi, erano dedicate a “Raggio di sole”, anagramma del nome Elsa de Giorgi, il loro codice d’amore, il modo segreto di parlarsi sotto gli occhi di tutti.

*

Certo, il mio amore per te è nato come un’individualista protesta contro tutto, un clima mosso da un bisogno profondissimo, ma con un significato generale, una lezione per tutti, di non-rinuncia, di coraggio alla felicità. Come questa lezione si tradurrà nell’opera creativa è ancora da vedersi. Se mi mancasse il tuo amore tutta la mia vita mi si sgomitolerebbe addosso. Tu sei un’eroina di Ibsen, io mi credevo un uomo di Cechov. Ma non è vero, non è vero. Gli eroi di Cechov hanno la pateticità e la nobiltà degli sconfitti. Io no: o vinco o mi annullo nel vuoto incolore. E vinco, vinco, sotto le tue frustate. No, cara, non hai nulla dell’eroina dannunziana, sei una grande donna pratica e coraggiosa, che si muove da regina e da amazzone e trasforma la vita più accidentata e difficile in una meravigliosa cavalcata d’amore. Ho la tua lettera dal treno.

Cara, amore ho sempre un’apprensione quando apro una tua lettera e uno slancio enorme di gratitudine e amore leggendo le tue parole d’amore. Il ritratto del giovane P.P. [Pier Paolo Pasolini, ndr] è molto bello, uno dei migliori della tua vena ritrattistica, di questa tua intelligenza delle personalità umane fatta di discrezione e capacità di intendere i tipi più diversi, questa tua gran dote largamente provata nei coetanei. È la stessa dote che portata all’estremo accanimento dell’amore ti fa dire delle cose così acute e sorprendenti quando parli con me di me che ti sto a sentire a bocca aperta, abbacinato un insieme d’ammirazione per l’intelligenza, o incontenibile narcisismo, e di gratitudine amorosa. Ho più che mai bisogno di stare fra le tue braccia. E questo tuo ghiribizzo di civettare che ora ti ripiglia non mi piace niente, lo giudico un’intrusione di un moto psicologico completamente estraneo all’atmosfera che deve regnare tra noi. Gioia cara, vorrei una stagione in cui non ci fossi per me che tu e carta bianca e voglia di scrivere cose limpide e felici. Una stagione e non la vita? Ora basta, perché ho cominciato così questa lettera, io voglio scrivere del nostro amore, voglio amarti scrivendo, prenderti scrivendo, non altro. È forse anche qui la paura di soffrire che prende il sopravvento? Cara, cara, mi conosci troppo, ma no, troppo poco, devo ancora farmi conoscere da te, devo ancora scoprirmi a te, stupirti, ho bisogno di farmi ammirare da te come io continuamente ti ammiro.

Sto scrivendo una cosa su Thomas Mann per il Contemporaneo- sotto forma di lettera- su cosa significa per me il suo atteggiamento d’uomo classico e razionale al cospetto dell’estrema crisi romantica e irrazionale del nostro tempo. Sono temi che ritornano puntualmente nella cultura e nell’arte contemporanea come nella mia vita: il mio rapporto con Pavese, o la coscienza della poesia, il mio rapporto con te, o la coscienza dell’amore. Io voglio scrivere del nostro amore, voglio amarti scrivendo, prenderti scrivendo, non altro, siamo davvero drogati: non posso vivere fuori dal cerchio magico del nostro amore.

(…) Ho due belle let­tere tue cui ri­spon­dere. Una (quella di gio­vedì) sulla «mis­sione di darmi gioia» che tu con me­ra­vi­gliosa ge­ne­ro­sità amo­rosa hai scelto (e io po­trei par­lare di una mia «am­bi­zione di darti gioia», di un mio or­go­glio, che quando non rie­sco mi fa sen­tire scon­fitto), l’altra, quella di ieri, col dia­logo delle donne sul per­fetto amante, che pare un po’ da corte d’amore, ma con una ma­li­zia da bri­gata di Boc­cac­cio in villa du­rante la pe­ste, e con una ra­zio­na­lità da ra­gio­na­mento fi­lo­so­fico e cor­tese cin­que­cen­te­sco e in più un senso dello sca­broso e dell’insoddisfatto che è tutto mo­derno. Ma tu che taci, e dici l’ultima bat­tuta, e le al­tre che stanno in si­len­zio, e quel tipo di Pan­filo o Fi­lo­strato o Dio­neo che trae, ga­lante ma con­cet­toso, la mo­rale, è un qua­dro di pura bel­lezza. Ma a parte quest’ammirazione for­male, quello che so­prat­tutto m’ha at­tratto è la bel­lezza della tua etica amo­rosa, che è an­che mia, che io t’ho in­se­gnato – per­dona il mio or­go­glio – nel mo­mento stesso in cui l’imparavo da te, su te e di cui tu ora dai una for­mula per­fetta, que­sto «su­sci­tare l’amore senza mai sti­mo­lare il vi­zio», que­sta con­di­zione così rara, che tu sola sai creare.

Italo Calvino

 

 

Sonetto d’epifania

Tag

,

New Years Eve at Berlin, photo via GloHoliday

Sopra la piazza aperta a una leggera

aria di mare, che dolce tempesta

coi suoi lumi in tumulto fu la sera

d’Epifania ! Nel fuoco della festa

rapita, ora ritorna a quella fiera

di voci dissennate, e si ridesta

nel cuore che ti cerca, la tua cera

allegra – la tua effigie persa in questa

tranquillità dell’alba, ove dispare

in nulla, mentre gridano ai mercati

altre donne più vere, un esitare

d’echi febbrili (i gesti un dì acclamati

al tuo veloce ridere) al passare

dei fumi che la brezza ha dissipati.

 

Giorgio Caproni

Numeri e auguri

Premessa

Questa nave è un elefante, senza ciurma e senza vele, non affonda ma sposta tanta acqua quanto il peso. E’ un nuotare su un mare di r-esistenza. Un volere ferreo impressionante. Sconosciamo l’aggressione, invidie, conventicole, competizione. Il nocciolo dell’aggregazione presso altri lidi è forse un reciproco scambio, chi offre il porco contro un quarto di bue. Qui l’essenza è la presenza. Dinamica “nullanza”, un neologismo feroce, come a dire la danza la nullità, dove chi balla ha passi liberi, svincolati. La bandiera è terra sconosciuta, conquista metro a metro di sabbia, d’oltranza. Un augusto interrogarsi, spaziando dalla vita alla trasfigurazione d’arte, propria, ammirevolmente d’altri. Ci proponevamo anche di più, ma c’è tempo, tutto il tempo del nostro tempo per dare la piega a questa inesistente vela, motore d’energia che insiste e vive.

Corpo

Dal 21-3-2016 sono ormai quasi tre anni che questo blog è attivo. La redazione s’è ridotta a due sole persone: Loredana Semantica e Deborah Mega, oltre ad Alessandra Fanti, che dona le sue lucenti poesie, con la partecipazione di Maria Allo. Altri autori hanno preso il largo per altri lidi o navi, hanno proseguito per proprio conto il loro navigare. Anche quest’anno appena trascorso ha visto numeri con l’anima. Li diamo anche quest’anno immancabilmente, tra la fine appena avvenuta e il principio di un numero nuovo – 2019 – per dire, voltandoci indietro, che la strada percorsa è tanta e luminosa. Forse qualcuno potrebbe pensare a un’autocelebrazione e lo è, se vi pare, ma non è questo il nucleo di rilevanza.

Numeri

Le visite al blog, fino ad oggi,nel momento in cui scrivo questo post, sono  state nel totale  64746. Il post più visto è “La casa di Asterione di Deborah Mega con 3424 visualizzazioni.

Nel corso del 2018

sono state curate da Deborah Mega le rubriche:

  • Randomusic: 5 articoli
  • Incipit: 7 articoli
  • Punti di vista: 7 articoli
  • Recensioni: 6 articoli ( gli autori recensiti sono Alessandro Silva, Emilia Barbato, Fernando Lena, Gabriele Galloni, Francesca Varagona)

Complessivamente Deborah Mega ha pubblicato 45 Articoli, oltre a quelli sopra indicati, post commemorativi di ricorrenze annuali, racconti e segnalazioni di eventi.

Loredana Semantica, ha curato le rubriche:

Complessivamente Loredana Semantica ha pubblicato 37 articoli.

Alessandra Fanti ha pubblicato nel blog 10 poesie

Maria Allo ha pubblicato l’articolo Stefano D’Arrigo: Creatività linguistica in Horcynus Orca il 15.1.2018

Attenzione alla poesia di autori contemporanei è stata data nelle rubriche:

  • Canto presente: 9 articoli (sono state pubblicate poesie dei seguenti autori: Luca Parenti, Leopoldo Attolico, Christian Tito, Iole Toini, Viola Amarelli, Daìta Martinez, Giacomo Cerrai, Fabrizio Centofanti, Antonio Pibiri)
  • Versi trasversali: 10 articoli (sono state pubblicate selezioni di poesie dei seguenti autori  Marta Genduso, Lorenzo Pataro, Stefano Di Ubaldo, Valerio Succi, Guglielmo Aprile, Adua Biagioli Spadi, Reinhard Christanell, Claudia Piccinno, Stefania Onidi, Anna Maria Dall’Olio)

Con la  rubrica Ibridamenti è stata data attenzione al pensiero critico, in particolare a quello di Roberto R. Corsi.

Conclusioni

L’augurio per l’anno appena iniziato è che ci porti tempo sufficiente per dedicarci alla nostra passione per l’arte e la letteratura, alla cura di questo blog, alla ricerca di nuove voci da ospitare in Canto presente, o a nuovi incontri poetici da proporre in Versi trasversali, tempo sufficiente per leggere e recensire le opere che sempre più numerose pervengono alla redazione, per elaborare nuovi articoli con attenzione ad autori e artisti contemporanei e del passato, ed essere nel contempo,  anche nel presente, osservatrici della società che si evolve, capaci di dirla in prosa non meno che poeticamente, essere ancora nel qui e ora dei nostri doveri che ci chiamano continuamente. Mai mancanti dunque, se possibile, interessate e, speriamo, interessanti.

Felice Anno Nuovo.

Repetita iuvant

Tag

,

‘Waiting’ by Brooke Shaden

 

Dicono che repetita iuvant
che il primo bacio è insipido, ma è il secondo che conta;
che il bis d’un minuto radioso
s’insaporisce d’un miele che ci sfuggì quella sera …
Ma l’anno che ritorna col suo rauco olifante
a soffiarci dentro le orecchie
l’ennesima Roncisvalle,
e ingrossa i fiumi, impoverisce gli alberi;
l’anno che nello specchio del bagno consegna
a uno svogliato rasoio la barba sempre più bianca;
l’anno che cresce su sé con l’ingordigia dei numeri,
sgranando sul calendario
il recidivo blues del Mai più …
chi oserebbe dire che meriti la festa del Benvenuto?
chi potrebbe giurare che non sia peggio degli altri?
Il male si moltiplica e repetita non iuvant.
Eppure … Eppure nella tombola arcana del Possibile
fra i dadi e il caso la partita è aperta;
gonfiano fiori insoliti il grembo d’una zolla;
lune mai viste inonderanno il cielo,
due ragazzi in un giardino
si scambieranno i telefoni, i nomi,
stupiti di chiamarsi Adamo ed Eva;
verrà sotto i balconi
un cieco venditore d’almanacchi
a persuaderci di vivere …
Crediamogli un’ultima volta.

Gesualdo Bufalino

Natale altro non è

Tag

,

La Redazione del blog LIMINA MUNDI augura a tutti BUON NATALE.

‘Snowflake’ by Alexey Kljatov

Lettera 1951

Natale altro non è che quest’immenso
silenzio che dilaga per le strade,
dove platani ciechi
ridono con la neve,

altro non è che fondere a distanza
le nostre solitudini,
sopra i molli sargassi
stendere nella notte un ponte d’oro.

Sono qui, col tuo dono che m’illumina
di dieci stelle-lune,
trasognata guidandomi per mano
dove vibra un riverbero
di fuochi e di lanterne (verde e viola),
di girandole e insegne di caffè.

Van Gogh, Parigi azzurra…
Un pino a destra
per appendervi quattro nostalgie
e la mia fede in te, bianca cometa
in cima.

 

Maria Luisa Spaziani, L’incanto di Natale (Einaudi, 2012)

 

Nota critica su “L’adatto vocabolario di ogni specie” di Alessandro Silva

Tag

, ,

“L’adatto vocabolario di ogni specie” di Alessandro Silva, opera edita da Pietre Vive nella collana iCentoLillo, è una raccolta poetica che annota, sotto forma di narrazione cronachistica, la tragedia proletaria di innumerevoli operai-tipo dell’Ilva di Taranto, un esempio dunque di poesia civile che ha ottenuto meritatamente diversi riconoscimenti: vincitrice nell’edizione 2015 del concorso Luce a sud-est, è risultata anche finalista al Premio Elio Pagliarani 2017 e segnalata al Premio Anna Osti 2018.

In epigrafe sono riportate due citazioni: una è tratta da Il lavoro di Jacques Werup, l’altra da Portarsi avanti con gli addii di Francesco Tomada, in cui si affronta con rassegnazione e apparente leggerezza il tema del lavoro, presagio di morte e del lutto da superare in mezz’ora. Nel primo testo sono individuate le coordinate geografiche oggetto della trattazione: mar Ionio, Taranto. Nella silloge, brani in prosa, frammenti di cronaca e di interviste, si alternano a poesie di forte impatto emozionale e alle illustrazioni di Giovanni Munari, talmente realistiche e descrittive da generare un oppressivo senso di claustrofobia. Non a caso luce, aria, fatalità del destino, morti accidentali, sono espressioni che ricorrono in tutto il dipanarsi della narrazione. La famigerata Ilva di Taranto, uno dei maggiori complessi siderurgici in Europa fondato nel 1960, diventa rappresentazione simbolica della fabbrica, strumento di oppressione dei tempi moderni. Il complesso industriale di lavorazione dell’acciaio divenuta Italsider e poi di nuovo Ilva, da sempre è stata oggetto di processi penali per il suo impatto ambientale e per la scarsa tutela degli operai in relazione agli infortuni sul lavoro e non solo. La quantità di diossina emessa nell’ambiente circostante ha reso non pascolabili i terreni entro un raggio di 20 km; gli effetti dannosissimi delle emissioni inquinanti sono ormai sotto gli occhi di tutti per i numerosissimi casi di tumori, leucemie, patologie della tiroide e malattie cardiovascolari. Eppure c’è chi continua a negare il nesso tra ricorrenza e aumento del numero delle patologie e il polo industriale; perfino quando si è svolto il referendum consultivo tra gli stessi tarantini, che proponeva la chiusura dell’acciaieria, non si è raggiunto il quorum. Purtroppo l’Ilva è ancora oggi una delle poche realtà a fornire lavoro, uno stipendio accettabile che spinge perfino a farsi raccomandare pur di essere assunti. Dal 2012 al 2014 sono stati approvati sei decreti salva Ilva, convertiti in legge, che hanno continuato a tutelare l’azienda più che l’ambiente, il suolo e le acque sotterranee. L’adatto vocabolario di ogni specie, di cui parla Silva, riguarda tutti: operai, ex operai, abitanti dei quartieri limitrofi, donne, bambini, animali, vegetali, prodotti agricoli, persino mitili. Le polveri d’amianto, presto o tardi, raggiungono tutti.

Il lessico è specialistico e attento alla quotidianità del dettaglio, non mancano però espressioni di puro lirismo, mai ostentato, quasi una conseguenza del nostro voler essere e restare umani. La raccolta è composta da un prologo, da quattro atti e da un epilogo. Ad essere rappresentato è il dramma umano e il disastro ambientale, distopico, crudele, nero, come alcune pagine all’interno della raccolta, le immagini che rappresentano il fumo delle ciminiere e la morte che imperversa ogni giorno sul quartiere Tamburi.

La prima sezione descrive la vita di un operaio tipo, l’atmosfera, sentimenti e sensazioni di chi raggiunge ogni giorno il complesso, vi lavora e ritorna verso casa, stanco e intossicato, si narra come “si sta dentro la città che muore, nel viaggio verso casa” mentre “il cielo continua a stridere sulla pelle e tutto è un’asimmetria di dolore”.
La seconda sezione reca il titolo del libro, è la sezione centrale in cui si fa riferimento anche alla sterilità delle donne raggiunte dal nero tossico: «  Una scintilla/ spenta di estrogeni nelle cellule/ che baciano l’ovulo e lo portano/ dolci a maturazione è la causa/ del vostro esser sterili». Nella terza e quarta sezione è tangibile un diffuso sentimento di rabbia e frustrazione, il conseguente desiderio di giustizia con qualche sprazzo riflessivo e nostalgico. Epilogo conclude la raccolta con due testi che denunciano gli effetti dell’inquinamento, il dramma sanitario ormai uscito allo scoperto. Nonostante ciò Taranto, La Bella Avvelenata, continua a subire gli errori dei padri che non arrivano “a seppellire i genitori ma i propri figli”, del resto “la malattia è solo una sera di solitudine smarrita/nella memoria. Lui vorrebbe morire lavorando”. Silva realizza un’opera densa di eventi e di immagini, pregevole e degna di attenzione; anche se non abitiamo nei pressi del rione Tamburi,  il problema riguarda tutti: Taranto siamo noi e i nostri figli.

Deborah Mega

*

LUCE DENTRO LA TERRA

Non si vedono case ma una colonna

alzata per trentacinque metri di cielo,

quel tanto che basta a oscurare

il sole. Una torre medioevale

di argento e pietra, per i più ilari

bicchiere rovesciato sul sostegno

di una tazza, un tino posato sopra

una sacca. C’è un silenzio di bocca

sulla cima che s’apre a una gola

di lamiere. Maleodora. Sa di

sfacelo e bestemmie a tenere

la bocca di un uomo scucita per aria.

Da impuri bagliori ci si lascia

bruciare, svogliati [urto di luce

conficcato in un recesso di Terra].

 

La barba

va tenuta accorciata per non farne

polvere di nero, d’odore nel piatto

sudore d’ombra.

*

QUALCUNO CHE CADE

otto/giugno/duemilaequindici

Nel pomeriggio è accaduto

all’altoforno Due, l’incidente.

Ci sono state, dopo, ventiquattro

ore di mani alte [mani di ferro

calloso e nodi di dita nerastre].

 

Una babele di passi scesa in battaglia

tra rottami e mantici di aria che ustiona.

Occhi rauchi e cicatrici aperte di labbra.

 

C’era un morto e nessun messia

per motivi di sicurezza. Quaggiù

è la terra in fondo un sudicio

ossario e, del nostro tocco o sguardo

poco importa a qualcuno.

*

L’ADATTO VOCABOLARIO DI OGNI SPECIE

Dal turno di notte si esce malconci

e molli di ossa strette da un’ombra.

 

Scomparse le donne per strada, quelle

con lo strano linguaggio del corpo che

balla sui tacchi e tra i denti si cerca

un sorriso per chi ha voglia di pelle

con forza.

 

Di uomini meno ma chi li compra

non merita lo sdegno stupito degli altri:

è un’esigenza diversa di latte

[annusata ricerca di confronto

fondo come negli alberi stanno

 

avvolti gli anelli].

Un gatto di strada mangia meno

di un gatto ammaestrato alla casa

ma lotta uguale per avere meno

pulci nel pelo.

 

Al semaforo rosso il mattino

ingiallisce in un luogo marcio

di arance e molli fauci di lattuga

nel sacchetto a terra squarciato.

 

Per poco si ha, nel saluto

la voce di roccia della fornace.

*

MESOTELIOMA PLEURICO II

So come muoiono le farfalle
come un uomo disteso di schiena su un prato
[…]
allargano le ali sopra l’erba
per allontanare la fatica
e pensano per sempre di volare.

Francesco Tomada, So come muoiono le farfalle

L’epidermide si scuce dal derma
[dal motore oscuro di nervi]
a manciate si giocano i capelli
mossi e toccati da polvere e unghie.

Torni magro e piccino, bocca secca
nell’acqua di un bicchiere, denti
di farina. Cadono farfalle quando
la morte soffre l’insonnia e dice

a chiunque si svegli che la vita
sarà voce di malanno, d’ora innanzi.
A dare sangue da conficcare
nella pelle mutevole di un angelo.

*

IMMOBILE, SOTTO

Sono le dodici e cinquanta in città.

Nella tristezza del mare l’acqua

crepa [in cristallini tremori]

la pupilla del sole di agosto.

 

Condizioni costanti di deboli

venti germogliano sulle nubi

in arborescenze di polveri,

benzene e vapori d’acciaio.

 

Per la salubrità dell’aria e la folta

macchia di ulivi e pini, si diceva,

il quartiere viveva prima sotto

un’ebrezza di cielo chiaro.

 

Le finestre che guardano al mare

aprono buchi dove l’aria scavata

riposa. La città ora cade e giace

sotto un belato di cielo nero

che consuma memorie di sangue.

 

Alessandro Silva, L’adatto vocabolario di ogni specie, Edizioni Pietre Vive Collana iCentoLillo, 2016

illustrazione di Giovanni Munari

Forma alchemica 24: Attila Jozsef

xxxx.jpg

Con cuore puro

Non ho padre, né madre,

né dio, né patria,

né culla, né sepolcro,

né amante né baci.

Da tre giorni non mangio,

né molto, né poco.

Vent’anni la mia forza,

i miei vent’anni li vendo.

Se nessuno li vuole,

allora che il diavolo se li porti.

Con cuore puro rubo,

se occorre ucciderò.

Che mi catturino e impicchino,

mi ricoprano di terra benedetta

un’erba mortale cresca

sul mio bellissimo cuore.

 

Attila Jozsef

Attila József è l’autore di questa poesia, scritta quando si accingeva alla carriera di insegnante. Con questa poesia egli si giocò la possibilità di insegnare, essa segna perciò le stimmate di poeta sui palmi di Attila, piega il suo destino.

Grande il fascino percussivo nella raffica di negazioni che s’inalbera nella prima strofa. Come vessilli di verità, sconforto, disillusione e sofferenza. La seconda strofa della poesia sembra adombrare lo spettro della fame, e sebbene vent’ anni abbiano in sé forza e potenza, se nessuno vuole dare ad essi storia e collocazione, soddisfazioni o vittoria, si buttano via in pasto al diavolo. Un cuore puro è disposto a sacrificare l’uomo, a perdersi nella riprovazione sociale, rubando o uccidendo se occorre. La poesia che inneggia al cuore puro, anticipa la sorte del poeta, la sua fine, eppure non rinuncia il cuore alla sua bellezza: l’erba del finale raccoglie simbolicamente il verde della speranza che questa bellezza non muoia chiusa nella tomba, ma prosegua diffondendosi sulla bocca degli uomini. Questo è ciò che è avvenuto per Attila Jozsef, che a dispetto delle umili origini, e della sua breve vita è riuscito nel breve tempo della sua esistenza a scrivere poesie di un denso lirismo, vitale e profondo, che gli hanno conquistato  l’amore del popolo ungherese.

Attila Jozsef nacque a Budapest nel 1905. Non ebbe un’infanzia felice, il padre, operaio in un saponificio, abbandonò la famiglia quando Attila aveva appena tre anni. La madre, contadina, rimasta sola, per mantenere i figli, si accollerà il duro lavoro di lavandaia. Ciononostante il piccolo Attila le venne tolto e, insieme alla sorella Elteka, affidato ad una famiglia di contadini del villaggio di  Öcsöd che divennero genitori adottivi. L’infanzia di Attila di certo non fu all’insegna del gioco, spensieratezza e affetto, la sua occupazione in campagna era  curare i maiali. I genitori adottivi non accettavano nemmeno il suo nome, preferendo chiamarlo Pista, diminutivo di Istvan. A questo tentativo di “repressione” identitaria, Attila farà risalire, anni dopo, la sua passione per la letteratura, avendo scoperto allora le gesta di Attila, re degli Unni, si rese conto che la letteratura permetteva una possibilità di esprimere idee alternative a quelle imposte da altri e la riaffermazione della propria individualità.

Dalla sistemazione ad Öcsöd  Attila fuggì per tornare dalla madre, della quale rimase orfano ad appena quattordici anni. Per la madre Attila nutrì sempre grande affetto, manifestato anche in commoventi poesie a lei dedicate nelle quali intreccia vissuto personale e anelito alla catarsi sociale, aspetti presenti in tutta la sua produzione.

A questo punto della sua vita per interessamento di Ödön Makai, marito della sorella maggiore, ricco avvocato e tutore di Attila, egli poté studiare. Era uno studente inquieto, discontinuo, ma brillante, otteneva risultati con poco studio, necessitando di poco tempo per apprendere. Il suo disagio tuttavia lo perseguitava manifestandosi in tentativi di suicidio e nella diagnosi  di una forma di schizofrenia.

A vent’anni scrisse la poesia “Con cuore puro” (Tiszta szívvel) nella quale dà voce potente alla sua profonda disillusione in tutte le istituzioni e consolazioni del mondo. La sua poesia tuttavia ben lontana dall’ essere frutto di una posa da poeta maledetto era invece espressione di accusa sociale, di sentimento di abbandono, di esperienza esistenziale di autentica sofferenza, aggravata dalla povertà, da un’ infanzia infelice e da un’acuta sensibilità.  Proprio per la poesia qui proposta egli ricevette il durissimo giudizio del professore di linguistica ungherese, Antonio Horger, dell’Università di Seghedino alla quale Attila era iscritto. Horger ebbe ad affermare che finché fosse stato vivo  non avrebbe mai permesso a Jozsef di diventare insegnante, non potendo consentire che l’educazione delle giovani generazioni fosse affidata ad individui che scrivevano poesie del genere. Si riferiva appunto alla poesia “Con cuore puro” pubblicata sul giornale Szeged. Attila deluso abbandonò l’Università e il proposito di diventare insegnante e si trasferì a Vienna dove cercò di mantenersi facendo vari mestieri: vendendo giornali, facendo pulizie, come precettore ed infine come corrispondente franco-ungherese all’Istituto del Commercio Estero, senza abbandonare l’attività letteraria, dalla quale riceveva anche saltuari compensi. Subentrò tuttavia uno stato di disagio psico-fisico che lo costrinse a lasciare l’impiego di corripondente.

Sul fronte politico Attila da giovane aveva aderito al partito comunista clandestino con fede ed entusiasmo, che tuttavia non impedirono al partito, anni dopo, di  espellerlo per deviazionismo. Probabilmente Jozsef era voce troppo autentica e fuori dal coro per un partito che in quegli anni era ligio alle indicazioni di allineamento staliniane. Questa estromissione fu per il poeta un colpo ulteriore. Egli tuttavia non cessò di esprimere nelle sue liriche le istanze di giustizia, lo spirito rivoluzionario, l’anelito al riscatto sociale, descrivendo il grigio delle periferie, delle fabbriche, l’alienazione del lavoro umile, manifestando la protesta contro l’ ipocrisia del mondo borghese, a favore di poveri, emarginati, operai, della loro degradata condizione, perché essi non ricevono dal mondo la loro parte di felicità, ma solo il salario. Attento anche alla bellezza di paesaggi, cielo, natura e considerando l’arte, unico vero rifugio dalla disperazione, fu sensibile agli influssi dell’espressionismo, del surrealismo, del simbolismo. La sua poesia è ricca di metafore e similitudini, ma esprime principalmente la solidarietà con gli ultimi, col loro dolore esistenziale, specchio del proprio, e uno spirito di contestazione per una società che ha elevato il denaro a priorità, rendendo gravemente inumano vivere per tutti di coloro che non accedono al benessere economico.

Non trovò consolazione nei rari rapporti sentimentali, tutti con esiti fallimentari.

Morì ad appena 32 anni investito da un treno mentre si trovava sui binari della stazione di stazione di Balatonszárszó. L’ipotesi più accreditata è quella del suicidio confortata dai suoi precedenti tentativi, dalle recenti delusioni sentimentali, ma non è escluso l’incidente. Coloro che respingono la tesi del suicidio evidenziano come Jozsef in fondo non è mai stato un vinto, pur nell’indigenza e nell’infelicità non ha mai cessato di lottare, come testimoniano i suoi versi, sempre pervasi da un fuoco ribelle, da un’energia rivoluzionaria che non si arrende. Probabilmente fu qualcosa di molto simile al lasciarsi andare trovandosi, non volendolo inizialmente, in una condizione di pericolo, come potrebbe essere una scelta di accettazione della fine, perseguita successivamente a una caduta accidentale o perché senza scampo.

E’ paradossale che proprio la poesia Con cuore puro che segnò fortemente in negativo la sua esistenza sia stata giudicata dai critici “emblema della nuova poesia”.

Come significativo è anche il più recente episodio avvenuto nel luglio del 2013, quando il governo autoritario di Orban, decise di rimuovere la statua di Attila Jozsef da una piazza centrale di Budapest. Sono accorsi in migliaia nella piazza per impedire la rimozione, testimoniando l’ammirazione per lo scrittore, icona di ideali e giustizia. Si realizza quindi ciò che è stato scritto da Jozsef nella poesia “Per il mio compleanno” nell’anno della morte, riferendosi con ironia al suo desiderio stroncato d’essere insegnante.

“Io non una scolaresca
ma il mio popolo intero
formerò”

La mortificazione del suo desiderio di diventare insegnante è stata riscattata dall’ essere diventato ciò che egli aveva intuito in vita: simbolo e ispiratore dell’intero suo popolo.