Vacanza

Alla religione dell’avere ragione
rinuncio
al suo dio morto prima del tempo
prima che la morte fosse più
di un banale dato di fatto
e ci venisse la voglia
di conservare almeno le ossa
di madri e padri e fratelli e sorelle e figlie e figli
e di tutti gli altri simili a noi nella buona povertà
Rinuncio alla vittoria ma non alla dignità
alla sicurezza ma non al conforto
Sullo specchio si asciugano le lacrime
coincidono le tracce del sale
hanno angoli simili i sorrisi
Brucio sul fuoco la rabbia
conservo in otri nuovi
la giusta indignazione
In cima alla pila non saremo meno morti
di quelli sott’acqua

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PAUSA VACANZE

Cari amici, il blog LIMINA MUNDI vi saluta per le meritate vacanze e vi augura

relax e riposo.

Torneremo a settembre  con nuove e consuete rubriche, nuove idee e nuovi propositi. Vi lasciamo in compagnia di tante buone letture…

Qui troverete le nostre rubriche:

Punti di vista

Incipit

RandoMusic

Prisma lirico

Una poesia a caso

Forma alchemica

Versi trasversali

IbridaMenti

Canto presente

*

Qui troverete gli AUTORI CONTEMPORANEI nel blog

Qui gli AUTORI DEL PASSATO

Qui gli ARTISTI CONTEMPORANEI

Qui gli ARTISTI DEL PASSATO

Qui i MUSICISTI trattati

LA REDAZIONE di LIMINA MUNDI

Canto presente 34: Leopoldo Attolico

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

LEOPOLDO ATTOLICO

MITICO PEPPINO

“Quando il pettine si riempirà di nodi
vorrà dire che tutti i nodi son venuti al pettine!”
vaticinava acutamente Giuseppe Conte
di fronte a una platea che pendeva dalle sue labbra
tutta tesa a capire dove andava a parare
la latitanza di quel significante
travestito da espressione figurata
non precisamente affascinante.
Ma il mitico Giuseppe
non amava decriptare le sue agudezas desultorie.
Una scontrosa passione per la condizione umana
gli dettava allarmanti così è se vi pare
da esplicitare solo alla fine
nei tempi lunghi dell’altrui pazienza;
e passò oltre, lasciando lo scoppio ritardato
drammaticamente in balìa di matasse di sebo
gordianerie e untuosità varie

IL ROSARIO DELLE VECCHIETTE

Se nunc et in hora
diventa ‘ncatanòra
è scorbuto celeste
ma anche picco Dada di grande suggestione.
Lo sanno le fiammelle delle candele
nel divertito tremore
che sposa il fai da te del latinorum
al top dell’invenzione verbale
(s)conciata per le feste

CRISI DI COPPIA A CANALE CINQUE

Il plusvalore è evidente:
la terapia del valzer travolgente
è avallata dalla brava presentatrice (?!)
e il tubo catodico è il garante

Ben venga quindi la metafora della danza
per proporre una strategia di coppia:
danzare insieme
tra comunicazione conflitto e mediazione !

(Se proprio non funziona
c’è la Sacra Rota di Sua Santità
che risolve
con la modica quantità
dell’obliterazione)

PRECARIATO E PRODUZIONE DI REDDITO

Anche se è un segnale (non positivo)
di contaminazione dal basso
di pensieri e parole che dovrebbero volare alto,
l’ultima ratio declinata da Celeste
ha margini d’inchiostro inattaccabili:
-non si può continuare a infiorare di addendi la morale.
Bando a prospettive opache e ansiogene.
Il mio fondoschiena vale più di due lauree

GRANDE STATISTA

Con il bon ton municipale
del buon padre di famiglia
ha depenalizzato il falso in bilancio.
Ma non è più creatività d’alto profilo
il fai da te quando consuona
con la questione morale arresa all’elettronica:
se un tempo si parlava con la propria coscienza
oggi ci trovi la segreteria telefonica

IN PARADISO SENZA REDENZIONE

No, non ho il destro
per denuncià ‘sto sinistro;
non ho cuore, davvero.
(Ma lei, il bolide trasgredente
che ci faceva piangente
bellissima e senza patente
a quell’ora di notte?)

Ora che nel cotidie
la menzogna macchia le parole
e tutto sembra fugace e feroce,
può anche accadere che una inezia di dismisura innocente
mi mandi dritto in Paradiso
senza soste intermedie:
“perdono,signore…”

In “La realtà sofferta del comico”, Aìsara, 2009

 

 

Nota critica su “Capogatto” di Emilia Barbato

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Persegue la sua “poesia del possibile”, Emilia Barbato, nell’ultima silloge Capogatto, edita per i tipi puntoacapo Collezione Letteraria. L’opera si presenta tripartita nelle sezioni Bastìa, Capogatto, Via dei transiti attraverso un percorso programmatico fortemente connotato di simbolismo e sacralità. Partiamo dal titolo. La prima definizione di Capogatto nel dizionario è capogiro, giramento di testa, la stessa autrice però precisa che l’espressione faccia riferimento ad una tecnica che, in agronomia, è impiegata alle propaggini della vite e che consiste nell’interrare l’apice del tralcio affinché generi nuove radici. La vite, e con essa qualsiasi germoglio venga riprodotto, rappresenta la vita stessa. Non a caso ne condivide la stessa etimologia e ne rispecchia il desiderio di fertilità, bellezza, prosperità, equilibrio.  Leggendo i versi di Emilia Barbato emerge un vigile controllo della parola, del lessico, perfino dei sentimenti, delle pulsioni, delle tentazioni, che, inevitabili, sembrano scorrere come linfa “nei nodi, nei tessuti conduttori”, talvolta guizzano in superficie per pochi attimi rivelatori per poi essere nuovamente controllati e messi a tacere.  Sacrificio inteso come disciplina, volontà e fede sono le qualità richieste affinchè la pianta madre dia frutto. Questo nobilissimo desiderio di riproduzione attecchisce nella sezione centrale del libro, intitolata non a caso “Capogatto”, certamente la più riuscita, laddove l’autrice, immedesimandosi con la talea, afferma “modulo un vagito -attecchisco- / fuori di me schiudo / gemme, cresco una figlia.”

Rigore, sacrificio, rispetto delle regole sono evidenti in testi articolati e sofferti come Santuario o prescrittivi come Maggio in cui attraverso la ricorrenza del numero tredici applicato a miti settimane, apparenti primavere, isole perfette di tempo, coroncine fertili, gocce di veleno, si forniscono indicazioni in vista di una produttività dei sentimenti che possa calmare “la confusione dei pensieri, / i disturbi d’ansia, la paura delle spose”.

Nella poesia di Barbato è molto presente e sentita la dimensione spazio-temporale, “quello che dovremmo recuperare con cautela”, dice, “è il nostro modo di essere luoghi”, probabilmente inteso come recupero di sentimenti, emozioni, esperienze, riflessioni che fanno parte di noi e ci costituiscono. Ciascun testo così diviene riflesso del quotidiano, da cui, talvolta, nonostante si viva un “tempo che precede la lacerazione”, “l’aggressiva / decadenza delle cose, delle case, dei muri, / il progressivo franare dei margini delle strade”, emergono slanci lirici di grande efficacia espressiva. Nelle prose della prima sezione è recuperato il linguaggio cinematografico, attraverso lemmi finalizzati a rappresentare il palco della vita, il mondo illusorio, il riflesso dello specchio, l’idea di finzione di persone e sentimenti e di una realtà di fotogrammi in successione, in cui “i gesti si fanno silenziosi, sequenze mute / di mani tra le tazze” e in cui si recuperano perfino i dejà vu.

Con lucidità di visione Barbato coglie il tempo presente, “evitando di perdere dettagli”, con vere e proprie ellissi spazio-temporali che a volte spiazzano il lettore, lo intreccia ai ricordi e a riflessioni sagge, consapevole che il vero miracolo è il prodigio dell’esistenza nel suo manifestarsi ed evolversi. Per citare la Szymborska de La fiera dei miracoli, “Un miracolo, basta guardarsi intorno: / il mondo onnipresente. / Un miracolo supplementare, come ogni cosa: / l’inimmaginabile / è immaginabile”.

Colpisce di questa silloge la capacità di partire dalla concretezza delle cose, da esperienze, situazioni e sentimenti condivisi, non ultimo l’assenza-presenza dell’amato, per poi interrogarsi sul senso dell’esistere con formulazioni filosofiche e riflessive al tempo stesso. Una scrittura matura dunque, scrupolosa, misurata perché “garbatamente, usiamo la ragione, / scegliamo tracce / praticabili, per cui esista/ svolgimento.” Solo attraverso l’incanto della poesia è possibile fornire la propria interpretazione, denunciare ed esprimere la propria disperazione che è poi quella di tutti, e rendere la nostra vita più lieve e sopportabile.

Deborah Mega

 

*

Quel modo di essere luoghi

Quello che dovremmo recuperare con cautela

è il nostro modo di essere luoghi,

di raccoglierci e languire riflettendo l’aggressiva

decadenza delle cose, delle case, dei muri,

il progressivo franare dei margini delle strade,

dovremmo ammettere di contenere

la popolazione stanca di una baia

e il fastidio della sua aria salmastra, la noia

dei rami, capire di essere la riva dove si ripetono

le acque tristi e la terra, la solitudine

del bastione di Spa House che resta nell’incuria

e nel romanzo di quell’uomo che amava soltanto i bambini.

*

Inverno minore

Il tempo che precede la lacerazione

è una bestia docile che tira

fuori la lingua in un inverno minore,

il fiato corto dei minuti condensa,

schiuma paure, il cuore

non devi praticarlo,

ha sentieri irrimediabili,

carichi di mine.

*

Santuario

Ti offro miserie, il dolore dei lacci, l’ex-voto

di questo cuore, preghiere, ancora preghiere di supplica,

ti prego, ti prego fammi mantenere un cammino irreprensibile,

seguire la ragione, i giorni, le prescrizioni.

Costringimi alla disciplina, al rispetto delle cure,

agli orari, al rigore di questa stanza vuota, rinuncio

alla sua bocca, alle mani, al corpo,

perché il suo corpo mi consuma come una maledizione,

la sua assenza mi salva e danna in una forma vuota,

senza ragione, irregolare, come nuvole che scorrono negli occhi,

occhi liquidi, occhi freddi, come la morte che ho nel cuore,

la morte dei fili strappati tra le mani,

lontano, fuori da queste mura, lontano, stormisce

la foresta e i miei pensieri, avvampano i roghi della voce,

bestemmia la sua lingua,

un’unica bestemmia folle nella mia bocca,

ripeto suppliche d’intercessione, ti prego, ti imploro,

dammi la forza di continuare a tenere

pulito il santuario, di restare, concedimi una grazia,

occhi ciechi, orecchie sorde, mani monche,

mai più terra sotto le unghie, nessuno,

mai più polpastrelli per toccare, preghiere, solo preghiere,

necessarie come l’acqua per le piante, ormai niente

ha più senso se non le preghiere, ho distrutto tutto.

Per te il passato, le costrizioni della camicia,

l’ex-voto di questi arti lividi, preghiere, ancora preghiere

di supplica, ti prego, ti prego dammi una condotta

irreprensibile, la misura delle ore.

Evitami di tornare sullo stesso pensiero

come mura che girano all’infinito

intorno all’albero che muore,

governa la mia salute mentale,

sono la lingua tumida di terra

su cui si eleva scheletrico l’arbusto

della malattia bianca,

di questo centro di salute io sono il vuoto,

l’assenza della umana ragione,

ripeto suppliche d’intercessione, ti prego,

ti imploro, concedimi la grazia

di non cadere sotto i mortai dei suoi baci,

i colpi, i fili d’erba tra le mani, mai più passione,

preghiere, solo preghiere,

offerte con sangue e corpo nel sacrificio,

niente ha più senso, ho distrutto tutto.

*

Capogatto

1

Separo tutto,

asporto il ricordo

dell’ultima propaggine

delle tue mani nel mio corpo

moltiplicato da ulteriore nudità

e qualche menzogna,

dissipo finanche la voglia e l’ipotesi

di un uomo che mi risolva.

2

Sotto le cattive stagioni

mi incurvo, mi interro

– ho un taglio – protendo

alla fine dei sarmenti stanchi,

tuttavia, nella terra

modulo un vagito – attecchisco –

fuori di me schiudo

gemme, cresco una figlia.

Qui – dove separano –

stringo dipendenze

e autonomia, morte e vita:

l’archè.

3

Potare è un movimento sapiente,

la cruenza necessaria dell’agronomo

sui capi a legno perché

i tralci gemmino,

recidere è il tono ubbidiente

della mia voce

all’impeto della mente

affinché il cuore, tremando, taccia.

4

Vedi, così come il pampino usa

i colori strepitando tutto

il suo bisogno di nutrizione

e la misura esatta d’acqua per i frutti,

io trattengo l’eco di una parola,

l’amplifico nella voce delle cose,

allontanandomi quel poco dalla perfezione,

per non turbarla, per coltivare la felicità.

5

La strada del germoglio tra i nodi

è affollata di indugi,

di fratture, soccorrono

le gemme di controcchio,

premi qui,

sulla bocca, forte sul petto,

conduci nella mano questo tremito di speranza,

nel calore le mie temibili muffe.

6

Disponi le mie gemme dormienti

nel verso giusto,

dipana il verde dei germogli

sul tuo soggetto vigoroso, rispecchiando

affinità e epoca dei bocci,

segno teneramente la tua corteccia

con un’impronta trasversale e una longitudinale

traccio la sacralità in cui mi innesto.

*

pupa

Non alterare lo stato di quiescenza

della pupa, la stasi, l’aria calda

dell’occhio, la regione

quasi calma del ciclone,

la farfalla, le cui ali penzolavano,

espande liberandosi

dal bozzolo e in uno stadio muore,

nell’altro, improvvisa, vola.

 

Testi di Emilia Barbato, tratti da Capogatto, puntoacapo CollezioneLetteraria, 2016

 

 

 

Prisma lirico 25: Henry Scott Holland – Ryan Pernofski

A Christian Tito

« La morte non è nulla. Non conta.
Io me ne sono solo andato nella stanza accanto.
Non è successo nulla.
Tutto resta esattamente come era.
Io sono io e tu sei tu e la vita passata che abbiamo vissuto così bene insieme
è immutata, intatta.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il vecchio nome familiare.
Parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce,
Non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.
Sorridi, pensa a me e prega per me.
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima.
Pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
È la stessa di prima,
C’è una continuità che non si spezza.
Cos’è questa morte se non un incidente insignificante?
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Va tutto bene; nulla è perduto
Un breve istante e tutto sarà come prima.
E come rideremo dei problemi della separazione quando ci incontreremo di nuovo! ».

Henry Scott Holland

Canto presente 33: Christian Tito

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

CHRISTIAN TITO

 

Facebook mi informa che a Nizza

i miei amici sono vivi,

i morti e i feriti sono altri

 

a Manchester  la posizione dell’ordigno

conferma che il bersaglio erano i bambini

 

“Dio voleva questo” dice spesso chi uccide,

qualcun altro invece afferma

che è Satana a volerlo

 

difficile capire di chi sia l’intelligenza delle bombe

 

un giorno un uomo ha scelto di guidare un camion

per schiacciare altri uomini  intenti a passeggiare

un altro giorno un altro uomo ha scelto

di costruire un ordigno pieno di chiodi

per fare a pezzi dei bambini

 

che siano riferite a Dio o al suo Nemico

niente appare nuovo sotto il sole.

*

Fermato in Viale Stelvio angolo Farini

molestava peruviana dicendo bella troia

lo portano in reparto alle quattro del mattino

urla gobbi di merda brutte merde bianconere

 

due infermieri lo cingono decisi

scalcia morde urla forza Milan

gli infilzano una siringa di aloperidolo nel fianco

forza Milan forza Milan merdosi gobbi di merda

 

ferma le gambe

poi le braccia

poi i pensieri

spariscono i cattivi bianconeri

 

“ho detto solo bella troia

non brutta troia

brutta lo dicono i cattivi

sono loro che dovete fermare”

 

si mette a dormire

 

io non dormo più.

*

Da dove sto scrivendo

Nel ginepraio di via Dino Villani numero 3

cerco Alessandro il matto

quello grasso e le infradito anche in gennaio

 

lo cerco quando è sera

e il fiato fuma

e i nomi sui citofoni sono segni fracassati

allora entro

tento dentro

ogni scala è un segreto che collassa

eppure chi cerco esiste

e quello che cerco per esistere

vuole essere cercato

 

salgo ad ogni piano e busso

“Alessandro, sono il farmacista

abbiamo sbagliato a darti le compresse

dobbiamo cambiarle Alessandro”

 

lui apre al sesto piano

coi piedi scalzi e le caviglie gonfie

con le unghie nere e un Modigliani al muro

e c’è odore di brodo

e ci sono macchie rosse sulla canottiera

sarà sugo spero

“Alessandro è sugo, vero?”

 

è vero

è tutto vero

lo capisco qui

qual è il mio mestiere:

sbagliare per uscire

per entrare nelle case

per uscire dalla casa

 

a fianco a Modigliani una donna

– è la mamma era qui

ora è sul muro

ora

incastrato tra le mura ci sono io-

“sì ci sei tu Alessandro

non io

non più

ciao Alessandro

vado”.

*

Da bambini giocavamo a calcio dappertutto

spostavamo persino siringhe

temendo unicamente di bucare il pallone

 

in campagna con Nico finivamo spesso

coi ginocchi insanguinati,

ma eravamo felici

 

il nostro gioco non poteva finire

 

ricordo Emanuele, lo stopper,

non era un fenomeno

se non nel tenere alto il morale di tutti

 

prendeva in giro anche il padre eterno

 

il fruttivendolo un giorno non l’aveva capito

così prese un peso da un chilo

e gli sfondò la testa

 

il gioco di Emanuele finì così

il nostro dura tutt’oggi

talvolta ancora sangue

ma non dalle ginocchia

 

certe volte, ancora oggi, siamo felici.

*

Forse noi no, ma lo sanno i nostri corpi

della violenza imposta su di tutti

 

lo sa bene la pelle

che si sfalda in mille croste

e le nostre colonne e le vertebre e i dischi

che tentano la fuga persino dalle ossa,

ne hanno forte percezione i nostri stomaci

bucati dagli acidi in eccesso

 

non esagerava il poeta nell’esporre le sevizie,

la merda ingoiata per il piacere dei mostri.

 

Forse voi no, ma io so cosa compriamo

per mettere tutto a tacere,

come si usa la chimica

sulla coscienza dei corpi,

 

come  spegniamo la luce ai bambini

quando hanno ancora gli occhi aperti.

*

Ti daranno infinite occasioni per piegarti

e tu non ti piegare,

basterà uno sguardo a certe facce

per sentire minacciata la tua fede,

ma tu credi, credi sempre figlio mio,

e non credere che ogni credo poi non muti,

ma dentro quel mutare qualcosa si conserva:

quel passarci dentro agli occhi un po’ di luce,

quel dirti a bassa voce solamente che ci siamo,

che per te volevamo solo esserci

e, miracolosamente,

nel miracolo della tua vita,

per un po’

ci siamo stati.

*

Oggi diciassette febbraio dell’anno duemilaquindici

la terra ruota sotto le nostre suole

e mentre gira e tutti noi giriamo

sento il battito del mio secondo figlio

 

perso dentro quel ritmo penso al mio amico

ha un tumore al di sotto del cranio

 

perso

penso

prego che tra non molto

mani di uomini esperti,

ma spero anche buoni,

estraggano la vita dal ventre di mia moglie

e la morte dal cervello del mio amico

 

lui di figli ne ha già due

e i padri buoni sono pochi.

 

Prisma lirico 24: Eugenio Montale e Renè Magritte

Nel prisma lirico di oggi la poesia di Eugenio Montale e l’opera di Renè Magritte

René Magritte, The Poet Recompensed

Mia vita, a te non chiedo lineamenti
fissi, volti plausibili o possessi.
Nel tuo giro inquieto ormai lo stesso
sapore han miele e assenzio.

Il cuore che ogni moto tiene a vile
raro è squassato da trasalimenti.
Così suona talvolta nel silenzio
della campagna un colpo di fucile.

Eugenio Montale

 

testo di Eugenio Montale da “Ossi di seppia”, 1925

opera “The poet ricompensed” di Renè Magritte, 1956

PUNTI DI VISTA 10: Les Demoiselles d’Avignon

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In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.
Oggi analizziamo Les Demoiselles d’Avignon di Pablo Picasso.

“Les Demoiselles d’Avignon” è uno dei più celebri dipinti di Pablo Picasso, quello che inaugura la sua stagione cubista. È un olio su tela, realizzato nel 1907, di misura cm 243,9 x 233,7. È conservato al Museum of Modern Art (MoMA) di New York. Originariamente il quadro doveva intitolarsi Le bordel d’Avignon, ritrae infatti una casa d’appuntamenti di calle Avignon, a Barcellona e cinque giovani prostitute nude: quattro in piedi, poste di fronte, di tre quarti e di profilo, e una seduta. In origine il dipinto doveva rappresentare anche due figure maschili, uno studente con un pacchetto sotto il braccio e un uomo seduto al centro con un teschio in mano, poi scomparse nelle modifiche successive. Picasso creò oltre un centinaio di studi preparatori e schizzi. Quando fu esposto per la prima volta nel 1916, il quadro fu tacciato di immoralità. Molti critici trovarono delle somiglianze tra quest’opera e Les Grandes Baigneuses di Cézanne, connessioni messe però in discussione dai commentatori successivi. Picasso dipinge in maniera differente ciascun personaggio. Le due figure centrali hanno un aspetto molto diverso dalle figure ai lati. Mentre le due donne al centro della composizione hanno un volto umano, sembrerebbe che quelle ai lati (specialmente quelle sulla destra) abbiano delle facce che ricordano delle vere e proprie maschere della scultura africana. In particolare le figure a destra ricordano certe sculture molto popolari in quel periodo presso gli artisti europei. Picasso ne riprende sia le forme stilizzate che la scarificazione del legno con tratteggi obliqui sui volti. La compresenza di occhi frontali e nasi di profilo, soprattutto nella figura a sinistra, richiama i canoni rappresentativi dell’antico Egitto. Accanto all’arte primitiva, Picasso utilizza anche modelli iconografici classici e rinascimentali: la figura centrale, ad esempio, riprende la posa della Venere di Milo, mentre la donna a destra è ispirata allo Schiavo morente di Michelangelo. Picasso non faceva mistero della sua tendenza a “saccheggiare” le opere del passato. Le donne con le braccia dietro la testa e la presenza di una donna di schiena ricordano anche La sorgente e Il bagno turco di Ingres o anche Diana e Atteone di Tiziano.  La natura morta era tra i soggetti preferiti dei cubisti perché permetteva di ridurre a forme geometriche gli oggetti: qui sono raffigurati una mela (storicamente simbolo del peccato), una pera, un grappolo d’uva (simbolo di immortalità) e una fetta d’anguria. Le cose sono rappresentate come sono e non come appaiono, fino ad annullare la profondità prospettica. La grande novità dell’opera è proprio questa: la mancanza di separazione tra un corpo ed un altro. I cubisti partono dallo studio della realtà per scomporla e ricomporla, lo stesso oggetto viene colto da diverse angolazioni che vengono sovrapposte nella rappresentazione. Ne viene fuori la visione simultanea di tanti punti di vista quindi la rappresentazione del soggetto nella sua totalità. Le singole figure, rappresentate simultaneamente da più lati, si presentano in modo inconsueto tanto da sfidare qualsiasi legge anatomica. Vediamo così apparire su un volto frontale un naso di profilo, oppure, come nella figura in basso a destra, la testa appare ruotata sulle spalle in un’angolazione innaturale. La rappresentazione tiene conto non solo di ciò che si vede in un solo istante, ma di tutta la conoscenza che l’artista ha del soggetto che rappresenta. L’opinione dominante per oltre cinque decenni, esposta da Alfred Barr, il primo direttore del Museum of Modern Art di New York, è stata che l’opera si possa interpretare come una prova del periodo di transizione nell’arte di Picasso. Nel 1974 il critico Leo Steinberg sostenne che la varietà di stili possa essere vista come un deliberato tentativo di catturare lo sguardo di colui che guarda. Notò ad esempio che le cinque donne sembrano ignorarsi l’un l’altra e si focalizzano sull’osservatore. In effetti nel dipinto le figure guardano direttamente l’osservatore, così da trasmettere l’idea della donna padrona di sé. I primi disegni di quest’opera rappresentano due uomini in un bordello, un marinaio e uno studente di medicina, rappresentato con un libro o un teschio in mano, cosa che portò alcuni a interpretare il dipinto come un memento mori. L’opera potrebbe rappresentare una meditazione sui pericoli del sesso, la paura da parte dell’artista della malattia e dell’infermità,  il disprezzo e allo stesso tempo il desiderio per il corpo femminile.

Il libro “Les Demoiselles D’Avignon” di William Rubin, Helene Seckel e Judith Cousins, del 1994, suggerisce che alcuni visi delle figure simbolizzino lo sfiguramento provocato dalla sifilide e che il dipinto sia stato realizzato dopo alcune visite in un bordello dove Picasso si recava. Il dipinto non rappresenta un risultato definitivo. A un certo punto Picasso smette di lavorarci e lo lascia nel suo studio per alcuni anni fino a quando, nel 1920, viene acquistato da un collezionista francese e nel 1937 dall’americano Museum of Modern Art dove si trova tuttora.

Deborah Mega

Prisma lirico 23: Wallace Stevens – Abbott Handerson Thayer

Nel metafisico Prisma lirico di oggi gli angeli di Wallace Stevens e Abbott Handerson Thayer

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Abbott Handerson Thayer

Io sono l’Angelo della realtà,
intravisto un istante sulla soglia.

Non ho ala di cenere, né di oro stinto,
né tepore d’aureola mi riscalda.

Non mi seguono stelle in corteo,
in me racchiudo l’essere e il conoscere.

Sono uno come voi, e ciò che sono e so
per me come per voi, è la stessa cosa.

Eppure, io sono l’Angelo necessario della terra,
poiché chi vede me vede di nuovo

la terra, libera dai ceppi della mente, dura,
caparbia, e chi ascolta me ne ascolta il canto

monotono levarsi in liquide lentezze e afferrare
in sillabe d’acqua; come un significato

che si cerchi per ripetizioni approssimando.
O forse io sono soltanto una figura a metà,

intravista un istante, un’invenzione della mente,
un’apparizione tanto lieve all’apparenza

che basta che io volga le spalle,
ed eccomi presto, troppo presto, scomparso.

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Abbott Handerson Thayer

testo: Wallace Stevens,  “L’angelo della realtà”, tratto da “Angel surroundend by paysans” (traduzione di Nadia Fusini)

opere:

“Angelo” di Abbott Handerson Thayer, 1889

“TheAngel” di Abbott Handerson Thayer, 1903

RandoMusic 10: Smells like teen spirit

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L’aggettivo random usato nel linguaggio scientifico e tecnologico con il significato di casuale, privo di regolarità, senza un ordine preciso, ha fornito lo spunto per una nuova rubrica, questa volta musicale, che curerò due volte al mese di lunedì. Esistono  pezzi musicali a cui siamo particolarmente legati: alcuni sono diventati simbolo di una generazione, altri hanno generato e ispirato rivoluzioni e movimenti culturali riscrivendo regole, altri ancora sono divenuti strumenti di protesta riuscendo a smuovere coscienze. Li descriverò raccontando l’intreccio di musica e vita che li ha prodotti.

Continuiamo questo percorso con…

Smells like teen spirit è un singolo del gruppo musicale statunitense Nirvana, pubblicato  dalla Geffen Records nel settembre 1991 come primo estratto dell’album Nevermind. Kurt Cobain, frontman del gruppo,  aveva scritto e composto la maggior parte delle tracce dell’album, che molto spesso avevano riferimenti autobiografici alla famiglia e alla problematica relazione sentimentale del cantante con Tobi Vail, la sua ragazza dell’epoca.

Smells like teen spirit, composto da Cobain, Krist Novoselic e Dave Grohl, presenta la tipica struttura strofa-ritornello; il riff principale in tonalità di Fa minore è utilizzato durante l’introduzione e il ritornello. Fu ritenuto dai media musicali l’«inno di una generazione» e Cobain considerato «portavoce» della generazione X, sebbene l’artista non gradisse tale appellativo.  I Nirvana entrarono nelle tendenze dominanti e permisero la divulgazione di un sottogenere del rock alternativo chiamato grunge.

L’inaspettato successo che Smells like teen spirit ebbe infatti, portò Nevermind in cima alla classifiche, tanto da riuscire a spodestare Dangerous di Michael Jackson dalla vetta della classifica statunitense Billboard 200. Il brano  fu acclamato dalla critica e vinse due MTV Video Music Awards per il suo videoclip promozionale e ancora oggi è considerato uno dei pezzi più importanti della storia della musica rock. Il frontman Kurt Cobain, in un’intervista concessa a Rolling Stone il 27 gennaio 1994, ha rivelato che Smells like teen spirit fu un tentativo di scrivere una canzone nello stile dei Pixies, gruppo che ammirava molto. La prima volta che presentò il brano agli altri membri del gruppo, era costituito solo dal riff principale costituito da quattro accordi (Fa5–Si♭5–La♭5–Re♭5) e dalla melodia vocale del ritornello, che il bassista Novoselic al tempo liquidò come “ridicola”. Cobain trasse ispirazione per il titolo durante una notte dedicata all’alcool e al vandalismo, trascorsa con la sua amica Kathleen Hanna, la quale tracciò sul muro della casa di Cobain con la vernice spray la scritta “Kurt smells like teen spirit” (“Kurt profuma di Teen Spirit”),  un deodorante per adolescenti molto in voga all’epoca. Cobain, che all’epoca non conosceva il nome del deodorante, pensò che la ragazza volesse indicare il suo “spirito adolescenziale” e “rivoluzionario”.

Il bambino nella copertina dell’album Nevermind è Spencer Elden, fotografato all’età di 4 mesi, nudo, in una piscina di Pasadena, California, dal fotografo Kirk Weddle, mentre sembra rincorrere un biglietto da un dollaro appeso ad un amo da pesca.  L’idea dell’immagine era venuta a Cobain dopo aver visto un documentario sul parto in acqua.

Il videoclip promozionale per Smells like teen spirit fu diretto da Samuel Bayer, sancendo l’inizio della sua carriera come regista. Girato nell’ agosto 1991 nello Studio 6 dei GMT Studios della cittadina californiana Culver City, il video mostra i membri del gruppo esibirsi nella palestra di un liceo sotto gli occhi degli apatici studenti disposti sugli spalti e accompagnati dai balli di cheerleader sulle cui divise nere è stampato il simbolo anarchico dell’A cerchiata. Lo spettacolo degenera con la rivolta degli studenti che demoliscono il set e il frontman che sfascia la propria Fender Mustang. La distruzione del set è il risultato di un vero malcontento delle comparse, reclutate dai membri del gruppo attraverso la distribuzione di volantini a Los Angeles.  I ragazzi erano stati costretti a stare seduti per numerose riprese durante un intero pomeriggio. Cobain disapprovò la versione finale di Bayer e rimontò personalmente il video, realizzando la versione definitiva che venne diffusa. La parola “chaka” scritta sulla grancassa della batteria suonata da Dave Grohl si riferisce al nome di un graffiti artist, la parola “scream” stampata sulla maglietta si riferisce invece al gruppo  Scream di cui Grohl aveva fatto parte prima di militare nei Nirvana. Così come il brano, il videoclip di Smells like  teen spirit ricevette un’accoglienza positiva da parte dei critici. L’album produsse inoltre altri tre singoli di successo: Come as You AreLithium, e In Bloom.

Smells like teen spirit è al nono posto nella lista dei 500 migliori brani musicali secondo Rolling Stone ed è stata coverizzata da numerosi artisti. Una delle prime cover fu quella di Tori Amos in Crucify del 1992, una delle più recenti quella di Miley Cyrus durante il Gypsy Heart Tour del 2011. L’ utilizzo di melodie pop, affiancate da sonorità aggressive, l’utilizzo della forma strofa-ritornello, la produzione di videoclip promozionali estremamente azzeccati sono alcuni fra i fattori che contribuirono al successo planetario di questo lavoro.

 Deborah Mega

NERO DI PECE

La pece che sale
che incolla i piedi alla terra
percorre le gambe
circonda ginocchia
abbraccia le cosce
si abbiglia sui fianchi
si stringe alla vita
si inerpica al torace
cattura le braccia
raggiunge le spalle
si arrotola al collo come fosse una sciarpa
carezza vischiosa il mento e le guance
ti bacia le labbra
la pece dell’odio

che spezza il respiro
chiude gli occhi, li nega
assorbe la vita
la ruba, la toglie

meglio che boia
dentro la propria casa
sarò sconfitta vittima inerme
ma bianca, sia pure di ossa spolpate
dall’urgenza di strapparmi dal nero dell’odio

Prisma lirico 22: Margherita Guidacci – Leonardo da Vinci – Fracis Bacon

Nell’ ambito della rubrica Prisma lirico, oggi propongo l’intima poesia di Margherita Guidacci e le opere  di Leonardo da Vinci e Francis Bacon

 

la scapigliata 1500 leonardo da vinci

Leonardo da Vinci

Sono un poeta: una farfalla, un essere
delicato, con ali.
Se le strappate, mi torcerò sulla terra,
ma non per questo potrò diventare
una lieta e disciplinata formica.

Margherita Guidacci

francis bacon

Francis Bacon

testo: Margherita Guidacci

opere

“La scapigliata”, Leonardo da Vinci, 1508

“Study of portrait” Francis Bacon, 1957

 

 

Incipit 22: Ragazzi di vita

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  1. Il Ferrobedò

E sotto er monumento de Mazzini…
Canzone popolare

Era una caldissima giornata di luglio. Il Riccetto che doveva farsi la prima comunione e la cresima, s’era alzato già alle cinque; ma mentre scendeva giù per via Donna Olimpia coi calzoni lunghi grigi e la camicetta bianca, piuttosto che un comunicando o un soldato di Gesù pareva un pischello quando se ne va acchittato pei lungoteveri a rimorchiare. Con una compagnia di maschi uguali a lui, tutti vestiti di bianco, scese giù alla chiesa della Divina Provvidenza, dove alle nove Don Pizzuto gli fece la comunione e alle undici il Vescovo lo cresimò. Il Riccetto però aveva una gran prescia di tagliare: da Monteverde giù alla stazione di Trastevere non si sentiva che un solo continuo rumore di macchine. Si sentivano i clacson e i motori che sprangavano su per le salite e le curve, empiendo la periferia già bruciata dal sole della prima mattina con un rombo assordante. Appena finito il sermoncino del Vescovo, Don Pizzuto e due tre chierici giovani portarono i ragazzi nel cortile del ricreatorio per fare le fotografie: il Vescovo camminava fra loro benedicendo i familiari dei ragazzi che s’inginocchiavano al suo passaggio. Il Riccetto si sentiva rodere, lì in mezzo, e si decise a piantare tutti: uscì per la chiesa vuota, ma sulla porta incontrò il compare che gli disse: «Aòh, addò vai?» «A casa vado,» fece il Riccetto, «tengo fame.» «Vie’ a casa mia, no, a fijo de na mignotta,» gli gridò dietro il compare, «che ce sta er pranzo.» Ma il Riccetto non lo filò per niente e corse via sull’asfalto che bolliva al sole. Tutta Roma era un solo rombo: solo lì su in alto, c’era silenzio, ma era carico come una mina. Il Riccetto s’andò a cambiare.
Da Monteverde Vecchio ai Granatieri la strada è corta: basta passare il Prato, e tagliare tra le palazzine in costruzione intorno al viale dei Quattro Venti: valanghe d’immondezza, case non ancora finite e già in rovina, grandi sterri fangosi, scarpate piene di zozzeria. Via Abate Ugone era a due passi. La folla giù dalle stradine quiete e asfaltate di Monteverde Vecchio, scendeva tutta in direzione dei Grattacieli: già si vedevano anche i camion, colonne senza fine, miste a camionette, motociclette, autoblinde. Il Riccetto s’imbarcò tra la folla che si buttava verso i magazzini. 
Il Ferrobedò lì sotto era come un immenso cortile, una prateria recintata, infossata in una valletta, della grandezza di una piazza o d’un mercato di bestiame: lungo il recinto rettangolare s’aprivano delle porte: da una parte erano collocate delle casette regolari di legno, dall’altra i magazzini. Il Riccetto col branco di gente attraversò il Ferrobedò quant’era lungo, in mezzo alla folla urlante, e giunse davanti a una delle casette. Ma lì c’erano quattro Tedeschi che non lasciavano passare. Accosto la porta c’era un tavolino rovesciato: il Riccetto se l’incollò e corse verso l’uscita. Appena fuori incontrò un giovanotto che gli disse: «Che stai a fa?» «Me lo porto a casa, me lo porto,» rispose il Riccetto. «Vie’ con me, a fesso, che s’annamo a prenne la robba più mejo.»  QUESTO TESTO E’ STATO COPIATO DAL BLOG LIMINA MUNDI. 

«Mo vengo,» disse il Riccetto. Buttò il tavolino e un altro che passava di lì se lo prese.

Col giovanotto rientrò nel Ferrobedò e si spinse nei magazzini: lì presero un sacco di canapetti. Poi il giovane disse: «Vie’ qqua a incollà li chiodi.» Così tra i canapetti, i chiodi e altre cose, il Riccetto si fece cinque viaggi di andata e ritorno a Donna Olimpia. Il sole spaccava i sassi, nel pieno del dopopranzo, ma il Ferrobedò continuava a esser pieno di gente che faceva a gara coi camion lanciati giù per Trastevere, Porta Portese, il Mattatoio, San Paolo, a rintronare l’aria infuocata. Al ritorno dal quinto viaggio il Riccetto e il giovanotto videro presso al recinto, tra due casette, un cavallo col carro. S’accostarono per vedere se si poteva tentare il colpaccio. Nel frattempo il Riccetto aveva scoperto in una casetta un deposito di armi e s’era messo un mitra a tracolla e due pistole alla cintola. Così armato fino ai denti montò in groppa al cavallo.

Ma venne un Tedesco e li cacciò via. Mentre che il Riccetto viaggiava coi sacchi di canapetti su e giù da Donna Olimpia ai magazzini, Marcello stava cogli altri maschi nel caseggiato al Buon Pastore. La vasca formicolava di ragazzi che si facevano il bagno schiamazzando. Sui prati sporchi tutt’intorno altri giocavano con una palla. 

Agnolo chiese: «Addò sta er Riccetto?»

«È ito a fasse ‘a comunione, è ito,» gridò Marcello.

«L’animaccia sua!» disse Agnolo.

«Mo starà a pranzo dar compare suo,» aggiunse Marcello.

Lì su alla vasca del Buon Pastore non si sapeva ancora niente. Il sole batteva in silenzio sulla Madonna del Riposo, Casaletto e, dietro, Primavalle. Quando tornarono dal bagno passarono per il Prato, dove c’era un campo tedesco. Essi si misero a osservare, ma passò di lì una motocicletta con la carrozzella, e il Tedesco sulla carrozzella urlò ai maschi: «Rausch, zona infetta.» Lì presso ci stava l’Ospedale Militare. «E a noi che ce frega?» gridò Marcello: la motocicletta intanto aveva rallentato, il Tedesco saltò giù dalla carrozzella e diede a Marcello una pizza che lo fece rivoltare dall’altra parte. Con la bocca tutta gonfia Marcello si voltò come una serpe e sbroccolando con i compagni giù per la scarpata, gli fece una pernacchia: nel fugge che fecero, ridendo e urlando, arrivarono diretti fino davanti al Casermone. Lì incontrarono degli altri compagni. «E che state a ffà?» dissero questi, tutti sporchi e sciammannati.

«Perché?» chiese Agnolo, «che c’è da fà?» «Annate ar Ferrobedò, si volete vede quarcosa.» Quelli c’andarono di fretta e appena arrivati si diressero subito in mezzo alla caciara verso l’officina meccanica. «Smontamo er motore,» gridò Agnolo. Marcello invece uscì dall’officina meccanica e si trovò solo in mezzo alla baraonda, davanti alla buca del catrame. Stava per caderci dentro, e affogarci come un indiano nelle sabbie mobili, quando fu fermato da uno strillo: «A Marcè, bada, a Marcè!» Era quel fijo de na mignotta del Riccetto con degli altri amici. Così andò in giro con loro. Entrarono in un magazzino e fecero man bassa di barattoli di grasso, di cinghie di torni e di ferraccio. Marcello ne portò a casa mezzo quintale e gettò la merce in un cortiletto, dove la madre non la potesse vedere subito. Era dal mattino che non rincasava: la madre lo menò. «Addò sei ito, disgrazziato», gli gridava crocchiandolo. «So’ ito a famme er bagno, so’ ito,» diceva Marcello ch’era un po’ storcinato, e magro come un grillo, cercando di parare i colpi. Poi venne il fratello più grosso e vide nel cortiletto il deposito. «Fregnone,» gli gridò, «sta a rubbà sta mercanzia, sto fijo de na mignotta.» Così Marcello ridiscese al Ferrobedò col fratello, e questa volta portarono via da un vagone copertoni di automobile. Scendeva già la sera e il sole era più caldo che mai: già il Ferrobedò era più affollato d’una fiera, non ci si poteva più muovere. Ogni tanto qualcuno gridava: «Fuggi, fuggi, ce stanno li Tedeschi», per fare scappare gli altri e rubare tutto da solo. Il giorno dopo il Riccetto e Marcello, che c’avevano preso gusto, scesero insieme alla Caciara, i Mercati Generali, che erano chiusi. Tutt’intorno girava una gran massa di gente e dei Tedeschi, che camminavano avanti e indietro sparando in aria. Ma più che i Tedeschi a impedire l’entrata e a rompere il c… erano gli Apai. La folla però cresceva sempre più, premeva contro i cancelli, baccajava, urlava, diceva i morti. Cominciò l’attacco e anche quei fetenti degli Italiani lasciarono perdere. Le strade intorno ai Mercati erano nere di gente, i Mercati vuoti come un cimitero, sotto un sole che li sgretolava: appena aperti i cancelli, si riempirono in un momento. Ai Mercati Generali non c’era niente, manco un torso di cavolo. La folla si mise a girare pei magazzini, sotto le tettoie, negli spacci, ché non si voleva rassegnare a restare a mani vuote. Finalmente un gruppo di giovanotti scoprì una cantina che pareva piena: dalle inferriate si vedevano dei mucchi di copertoni e di tubolari, tele incerate, teloni, e, nelle scansie, delle forme di formaggio. La voce si sparse subito: cinque o seicento persone si scagliarono dietro il gruppo dei primi. La porta fu sfondata, e tutti si buttarono dentro, schiacciandosi. Il Riccetto e Marcello erano in mezzo. Vennero ingoiati per il risucchio della folla, quasi senza toccar terra coi piedi, attraverso la porta. Si scendeva giù per una scala a chiocciola: la folla di dietro spingeva, e delle donne urlavano mezze soffocate. La scaletta a chiocciola straboccava di gente. Una ringhiera di ferro, sottile, cedette, si spaccò, e una donna cadde giù urlando e sbatté la testa in fondo contro uno scalino. Quelli rimasti fuori continuavano a spingere. «È morta,» gridò un uomo in fondo alla cantina. «È morta,» si misero a strillare spaventate delle donne; non era possibile né entrare né uscire. Marcello continuava a scendere gli scalini. In fondo fece un salto scavalcando il cadavere, si precipitò dentro la cantina e riempì di copertoni la sporta insieme agli altri giovani che prendevano tutto quello che potevano. Il Riccetto era scomparso, forse era riuscito fuori. La folla si era dispersa. Marcello tornò a scavalcare la donna morta e corse verso casa. Al Ponte Bianco c’era la milizia. Lo fermarono e gli presero la roba. Ma lui non si allontanò da lì e si mise in disparte avvilito con la sporta vuota. Dalla Caciara poco dopo salì al Ponte Bianco pure il Riccetto. «Mbè?» gli fece. «M’ero preso li copertoni e mo me l’hanno fregati,» rispose Marcello con la faccia nera. «Ma che stanno a fà sti cojoni, ma perché nun se fanno li c… sua!» gridò il Riccetto. Dietro il Ponte Bianco non c’erano case ma tutta una immensa area da costruzione, in fondo alla quale, attorno al solco del viale dei Quattro Venti, profondo come un torrente, si stendeva calcinante Monteverde. Il Riccetto e Marcello si sedettero sotto il sole su un prato lì presso, nero e spelato, a guardare gli Apai che fregavano la gente. Dopo un po’ però giunse al Ponte il gruppo dei giovanotti coi sacchi pieni di formaggi. Gli Apai fecero per fermarli, ma quelli li presero di petto, cominciarono a litigare di brutto con certe facce che gli Apai pensarono ch’era meglio lasciar perdere: lasciarono ai giovanotti la roba loro, e restituirono pure a Marcello e agli altri che s’erano accostati di brutto quello che gli avevano fregato. Saltando dalla soddisfazione e facendo i calcoli di quello che c’avrebbero guadagnato il Riccetto e Marcello presero la strada di Donna Olimpia, e pure tutti gli altri si dispersero. Al Ponte Bianco, con gli Apai, restò solo l’odore della zozzeria riscaldata dal sole. […]

Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita, Garzanti, 1955

Ragazzi di vita è il primo romanzo di Pier Paolo Pasolini, pubblicato la prima volta nel 1955 da Garzanti. La prima edizione andò esaurita in 15 giorni. A causa di questo romanzo, Pasolini e Livio Garzanti subirono un processo per oscenità.

La vicenda è ambientata nelle squallide borgate romane al tempo del secondo dopoguerra del Novecento. I protagonisti sono degli adolescenti del sottoproletariato urbano che vivono di espedienti, cercando di accaparrarsi per poi rivendere ogni genere di oggetto: tombini di ferro, copertoni, tubi, generi alimentari. Riccetto, questo è il soprannome di uno dei ragazzi, dopo aver racimolato del denaro, affitta una barca per navigare sul Tevere con degli amici. Durante questo giro, egli dimostra la sua grande generosità rischiando seriamente la vita dopo essersi gettato in acqua per salvare una rondine che sta per annegare. La scuola che ospita gli sfrattati delle borgate è ridotta in uno stato deplorevole e un giorno crolla all’improvviso, seppellendo e uccidendo la madre del Riccetto e anche Marcello, uno degli amici di Riccetto.

Quando il Riccetto è ormai diciottenne, una sera con il Caciotta, trovano da vendere alcune poltrone per conto di un tappezziere di via dei Volsci, ma una volta concluso l’affare, si tengono i soldi. Così si comprano degli abiti nuovi, vanno a mangiare una pizza e vanno al cinema, poi, mentre bighellonano per Villa Borghese incontrano dei compagni di malaffare. Si addormentano su una panchina del parco, ma il mattino dopo il Riccetto scopre di essere stato derubato delle scarpe e del denaro. Qualche giorno dopo i due adocchiano una signora che sta salendo sul tram, la seguono e la borseggiano. Il Caciotta mostra incautamente il bottino a degli amici e così attira l’attenzione di un certo Amerigo, un loro coetaneo aggressivo e dipendente dalle sigarette e dalla droga. Costui li conduce in una bisca dove, dopo una piccola vincita iniziale, comincia a perdere i soldi che il Riccetto gli ha prestato, fino a quando quest’ultimo scappa via. Giunge la polizia che arresta il Caciotta e Amerigo. Il Riccetto e il Lenzetta s’imbattono in un vecchio che presenta loro le proprie figlie. Riccetto comincia a frequentare la più giovane delle ragazze e la sua vita sembra subire una svolta positiva: inizia a lavorare, si fidanza, ma un giorno viene arrestato per un crimine che non ha commesso e deve scontare tre anni di prigione. Dopo tre anni i giovani si rincontrano al fiume, dove facevano il bagno da piccoli. Chiusi in un universo dominato dagli istinti, attraversano la loro odissea fatta di inganni, fame, furti, prostituzione, atti di bullismo. I ragazzi protagonisti del libro sono allo sbando: le famiglie e la scuola non costituiscono alcun punto di riferimento. Alle spalle di questi ragazzi infatti ci sono padri violenti e ubriachi, madri esasperate, miseria e violenza. Prima infatti incitano due cani a combattere tra di loro, poi viene preso di mira il Piattoletta, un ragazzo debole, che nessuno difende. Dopo una serie di angherie, viene legato ad un palo e gli viene appiccato il fuoco. Il ragazzo si salva, ma resta ustionato. Successivamente il Begalone, malato di tisi, si sente male, il piccolo Genesio attraversa il fiume, ma poi non è più in grado di ritornare sull’altra riva e muore sotto il ponte, trascinato sott’acqua dai mulinelli. Il Riccetto di nascosto assiste alla disgrazia, ma non si tuffa per aiutarlo, benché sia il figlio del principale della ditta dove ha iniziato a lavorare come manovale. Non è più il ragazzino che alcuni anni prima aveva rischiato la vita gettandosi in acqua per salvare una rondine. Pasolini denuncia il degrado sociale che aveva colpito tutto il Paese dopo il conflitto.

Per quanto riguarda il lessico l’opera è in dialetto romanesco, con tanto di glossario per permettere la comprensione dei termini usati. Questa scelta così spiccatamente gergale e locale è dovuta ad un’esigenza di realismo e secondo Contini rappresenta una vera e propria “dichiarazione d’amore” nei confronti dei ragazzi protagonisti dell’opera. Il primo Riccetto, quello delle scorrazzate, dei furti e delle disonestà è un ragazzino capace di provare pietà e compassione per una rondine. Il Riccetto “responsabilizzato” della conclusione del romanzo invece è integrato dai canoni della società borghese, ha perduto quegli slanci di umanità che si facevano vivi sotto la scorza da piccolo delinquente.

Altra caratteristica interessante è la scelta di nominare raramente i nomi propri dei personaggi, utilizzando invece il soprannome che hanno nel gruppo, nonché l’utilizzo strategico degli aggettivi volto a sottolineare la miseria e lo squallore di qualsiasi ambiente in cui si muovono i protagonisti. Il libro fu scartato sia al premio Strega che al premio Viareggio ma ottenne un grande successo di pubblico. Il processo contro Ragazzi di vita terminerà con una sentenza di assoluzione con “formula piena”, grazie anche alla testimonianza di Carlo Bo che aveva dichiarato che il libro era ricco di valori religiosi “perché spinge alla pietà verso i poveri e i diseredati”. Certo è che il grande romanziere-narratore-poeta Pasolini racconta i giorni miserabili che in pieno miracolo economico vivevano i giovani del suo tempo, eroi dell’incultura e della povertà. Si compiva così la loro tragedia esistenziale perché tutti, in un modo o nell’altro avrebbero perseguito la loro irrimediabile vocazione di morte.

Deborah Mega

 

Forma alchemica 23: Giorgio Caproni

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Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.

Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

Giorgio Caproni

Commento oggi una poesia breve. Giorgio Caproni alla sbarra esegue la sua danza. Un volteggio celeste di parole. Contraddizione e sintesi in questo testo. Un ricercare alla radice della sedentarietà che si sposa con l’esistenza/non esistenza. Uno sparire sullo sfondo dell’essere sempre in un luogo, per andare dove mai si è andati, quindi per restare fermi, non muoversi, quasi piantati, eppure dinamici. Un percussivo battere di infiniti, un andamento circolare di versi che vanno e vengono e restano nella presenza in un luogo – topos fisico e metaforico – dove mai l’io poetico fu.

Caproni semplice e stimolante, lapalissiano e lampante, nel senso proprio di fulminante, in questo inseguirsi verbale di affermazioni e negazioni  che richiama molta poesia di Pessoa; il suo eterno contraddirsi consegnato al  corpus poetico. Come per Pessoa tuttavia in Caproni  sono presenti, nella contrapposizione dell’essere/non essere, restare o andare,  gli echi metafisici dell’immaterialità  e dell’ assoluto. Grandi temi che denunciano una ricerca profonda della verità personale, un’interrogazione sulla verità del mondo.

Non si tratta dunque di giochi di parole, non c’è alcuna volontà d’impressionare il lettore, il linguaggio è comune, quotidiano. Rimarco particolarmente quest’aspetto in contrasto con certa poesia letta di recente in rete che appare una sorta di trasposizione in versi di un “Grande fratello” (il famoso programma guardone) con intenti di dissacrazione. Poesia che ricorre all’ ostentazione di un linguaggio turpe e ammiccamenti che lasciano intuire perversioni/ossessioni sessuali per impressionare, catturare l’attenzione, incuriosire e interrogarsi fino a che punto viene condotto il gioco.

Non sono io che cerco la poesia da proporre in forma alchemica è la poesia che viene a me. Non per niente leggo in questi giorni Caproni e questa sua, quasi un compensare la cattiva impressione lasciata dall’offerta di altri testi letti. In verità questa forma alchemica muove da questo questo testo e dalla premessa appena esposta per sviluppare una serie di considerazioni sulla poesia: natura, valenza, potenza e potenzialità, veicolo, strumento.

Ho sempre sostenuto che in poesia si possa dire tutto, che non c’è da temere la parola, men che meno temere di pronunziarne una. Non si deve aver paura di chiamare le cose con il loro nome: il pene è l’organo sessuale maschile, il coito è l’accoppiamento, l’elefante ha la proboscide, l’ape punge. La sequenza è volutamente allusiva.  Ho appreso recentemente che squirtare è l’atto dell’eiaculazione femminile. Mi sono compiaciuta del grazioso nome che essa ha assunto nel mondo. Mi sono detta che non si finisce mai di imparare. Tant’è che recentemente ho appreso come porre a confronto i dati di due colonne di excel formattando automaticamente gli eventuali duplicati.

Una cosa tuttavia è l’atto di imparare, un’altra è scrivere o leggere poesia. Perché si scrive poesia se non per consegnare al mondo la propria verità profonda? E ci si augura che questa verità ingentilisca il mondo, lo alimenti di bellezza. Scavare nel proprio pensiero fino ai punti più reconditi permette di esprimere concetti sottili e belli che contengono al loro interno riferimenti ai punti critici delle domande esistenziali. Le domande che il poeta pone a se stesso sono al contempo interrogativi che egli ci offre. Noi sentiamo di condividerli ravvisando nella sua ricerca una speciale progressione della ricerca collettiva, un avanzamento verso una verità mai pienamente posseduta, che prima o poi tuttavia raggiungeremo. Le menti più eccelse, le sensibilità più acute si muovono alla sua ricerca, quasi punte avanzate del pensiero umano, rivolte all’oltre, all’introspezione, alla descrizione, mediante il qui e ora, attraversando il presente.

Quando ritorno sfinita da una giornata di lavoro, poesia come quella che qui propongo mi dà ristoro. Viceversa leggere in versi parole che lasciano il sospetto di una voluta ostentazione, esercizio stilistico forte e forse, ma comunque composte da una sequenza di associazioni verbali allusive di perversioni e oscenità, la reazione è un di repulsa. La stessa reazione che provoca la poesia scadente pervasa da sentimenti, sentimentalismi, nuvole e tramonti. Certamente è vero che le brutture esistono nel mondo, vero che la poesia accetta la verità come una forma di ricerca di bellezza, ma se si intuisce l’intento di impressionare, di ostentare e provocare allora non so più se sia possibile dirla poesia, perché non so più quanta verità contenga e, pertanto, sento come osceno anche il ricorso a questa forma di arte, che tutto tollera sia con esso espresso, tranne la menzogna.

D’altra parte quante volte ho letto della poesia associata all’idea di scoria, superfluo, escremento, qualcosa di tossico, di cui liberarsi, allora potrebbe succedere che si scriva vomitando addosso al mondo il male percepito, e qualora il male fosse vero, qualora vero fosse il dolore, certo la questione muta angolazione. Ancora una volta torniamo all’idea di verità, sebbene in questo caso la poesia non sia modalità di ricerca della verità che s’illumina di bellezza, ma viene strumentalizzata per restituire il male. Diventa valvola di sfogo del proprio travaglio, del male subito, del dolore provato. A questo proposito devo riconoscere che altra cosa che guasta la bellezza è la virulenza. La bellezza è compostezza, distanza, pace, silenzio. Ha consistenza bianca marmorea fino alla luce accecante. Tra le righe di un foglio bianco traspare questo controllo della potenza, quel domino della parola ch’è setacciare profondità, innalzarsi alle vette. Quando un immenso dolore decanta si esprime con diverse parole che trasmettono sensazioni diverse da quelle suscitate quand’esso è troppo vivo e taglia la carne. La poesia non è fatta per affettare il cuore, ma per suggerire una via di ristoro al dolore, per raccontare il dolore lontano con parole anche forti, ma che ne sostengono il peso, perché frutto di raccoglimento, rassegnazione, riflessione.

In conclusione la poesia non è per la menzogna e neanche per farne strumento dei propri bisogni, ma esiste per volare, condurci oltre, nel luogo dove sappiamo essere l’assoluto. Assoluto impossibile da raggiungere eppure intravisto nei viaggi mentali, ispirati e assorti, che preparano e precedono l’atto poetico. L’assoluto che tutto contiene della nostra vita ed esperienza e comprende ciò che è, sarà e saremo. Tutto questo eterno e infinito contenuto ha modo di manifestarsi nella più alta forma della parola: la poesia.

Non intendo con ciò deificare questa forma espressiva,  tantomeno venerarla, ma certo suggerisco a chi si accinga a “maneggiarla” di rispettarla per la sua valenza, per la sua potenza. E’ responsabilità dello scrittore di evitare di aggiungere orrido all’orrido, osceno all’osceno, male che traduce il male, che trasmette il male, ed è sua responsabilità l’incapacità di coltivare la bellezza. Cioè l’unica cosa che ci salva, che ci consola.

Loredana Semantica

PUNTI DI VISTA 9: L’urlo

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In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo L’urlo di Edvard Munch.

“L’urlo” (titolo originale: Skrik), è un celebre dipinto del pittore norvegese Edvard Munch.  Realizzato nel 1893 su cartone con olio, tempera e pastello, come per altre opere di Munch è stato dipinto in più versioni, quattro in totale. Quella collocata nella Galleria Nazionale di Oslo è di 91×73,5 centimetri. Lo spunto del quadro è prettamente autobiografico. È infatti lo stesso Munch a descrivere, in una pagina di diario, le circostanze che hanno portato alla genesi de L’urlo: « Una sera passeggiavo per un sentiero, da una parte stava la città e sotto di me il fiordo… Mi fermai e guardai al di là del fiordo, il sole stava tramontando, le nuvole erano tinte di rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando. Questo è diventato L’urlo. » La gestazione del dipinto fu assai lunga e richiese vari bozzetti e tentativi.  Fu solo nel 1893 che Munch realizzò finalmente L’urlo, come parte di un ciclo di dipinti che egli stesso definì Fregio della vita. Tra il 1893 e il 1910, l’artista, realizzò altre tre versioni del medesimo soggetto. La prima versione del 1893 (74×56 cm), è un pastello su cartone; la versione definitiva (91×73,5 cm), fu realizzata nello stesso anno. Due anni dopo realizzò una terza versione (79×59 cm), un pastello su tavola, battuto dalla casa d’asta londinese Sotheby’s il 2 maggio 2012 per la somma record di 120 milioni di dollari. L’ultima versione (83×66 cm), una tempera su pannello, è stata invece stesa nel 1910. Nel 2004 alcuni ricercatori hanno supposto che il cielo color rosso sangue del quadro sia in realtà una riproduzione accurata del cielo norvegese dopo l’eruzione del Krakatoa. Però solo sei anni dopo l’eruzione, con gli amici Christian Krohg e Frits Thaulow (identificabili con le due silhouette del quadro), Munch affittò una piccola abitazione nei pressi dell’Oslofjord. L’urlo raffigura un sentiero in salita sulla collina di Ekberg, sopra la città di Oslo, confuso con un ponte, a causa del parapetto che taglia diagonalmente la composizione; su questo sentiero si sta consumando un urlo lancinante, che in quest’opera acquisisce un carattere universale, elevando la scena a simbolo del dramma collettivo dell’angoscia e del dolore dell’uomo.

Il soggetto che urla si comprime la testa con le mani, perdendo ogni forma: il suo corpo sembra quasi privo di scheletro, di capelli, deforme. Ma il vero centro dell’opera è costituito dalla bocca aperta in uno spasmo innaturale ed emette un grido che distorce l’intero paesaggio. A rimanere dritti sono esclusivamente il parapetto e i due personaggi a sinistra. Queste due figure umane sono sorde sia al grido sia alla catastrofe emozionale che sta angosciando il pittore, che allude così alla falsità dei rapporti umani. Sulla destra invece, è collocato il paesaggio, innaturale e inquieto,  il mare è una massa nera, mentre il cielo è solcato da lingue di fuoco, con le nuvole che sembrano essere cariche di sangue.

Le tonalità calde le troviamo nella parte alta del dipinto, i colori chiari invece sono collocati intorno al volto del personaggio;  vi è un netto contrasto anche tra le linee: quelle dello sfondo sono curvilinee, interrotte dalla geometricità delle diagonali che vanno a costituire il parapetto del sentiero. Le linee che formano il personaggio in primo piano sono riproposte dalle linee curve dello sfondo come se l’ambiente partecipasse al dramma dell’uomo, mentre la verticalità delle due figure che percorrono il sentiero è ripetuto dai parapetti del ponte: le due persone viste di spalle appaiono così insensibili al dramma dell’uomo. La versione de L’urlo esposta al Museo Munch è stata oggetto di due furti. Il primo è avvenuto nel 1994, nello stesso giorno dell’inaugurazione dei XVII Giochi olimpici invernali: due uomini, infatti, in quel giorno si introdussero nel polo museale, rubando l’opera in soli cinquanta secondi e lasciando in luogo del dipinto un biglietto con scritto «grazie per le misure di sicurezza così scarse». L’opera venne ritrovata integra tre mesi dopo in un albergo di Åsgårdstrand. Durante il secondo furto, avvenuto nel 2004, oltre alla versione de L’urlo del 1910 venne sottratta un’altra opera munchiana, La Madonna. Entrambe le tele vennero recuperate due anni dopo, il 31 agosto 2006, per poi tornare in esposizione al museo nel 2008, solo dopo un restauro di durata biennale per restituire l’aspetto originale, lievemente compromesso a causa dell’umidità.

Deborah Mega

 

La giacca stregata

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La giacca stregata è un racconto di Dino Buzzati, pubblicato nel 1968 nel volume La boutique del mistero. Il protagonista conosce casualmente  ad una festa, un uomo che indossa un vestito dal taglio impeccabile il quale gli consiglia di affidarsi ad un abile sarto di sua conoscenza. Egli si reca dal misterioso sarto, che gli confeziona una giacca di pregevole fattura.

Renè Magritte, La riproduzione vietata

 

Benché io apprezzi l’eleganza nel vestire, non bado, di solito, alla perfezione o meno con cui sono tagliati gli abiti dei miei simili. Una sera tuttavia, durante un ricevimento in una casa di Milano, conobbi un uomo, dall’apparente età di quarant’anni, il quale letteralmente risplendeva per la bellezza, definitiva e pura, del vestito. Non so chi fosse, lo incontravo per la prima volta, e alla presentazione, come succede sempre, capire il suo nome fu impossibile. Ma a un certo punto della sera mi trovai vicino a lui, e si cominciò a discorrere. Sembrava un uomo garbato e civile, tuttavia con un alone di tristezza. Forse con esagerata confidenza – Dio me ne avesse distolto – gli feci i complimenti per la sua eleganza; e osai perfino chiedergli chi fosse il suo sarto. L’uomo ebbe un sorrisetto curioso, quasi che si fosse aspettato la domanda. “Quasi nessuno lo conosce” disse “però è un gran maestro. E lavora solo quando gli gira. Per pochi iniziati.” “Dimodoché io… ?” “Oh, provi, provi. Si chiama Corticella, Alfonso Corticella, via Ferrara 17.” “Sarà caro, immagino.” “Lo presumo, ma giuro che non lo so. Quest’abito me l’ha fatto da tre anni e il conto non me l’ha ancora mandato.” “Corticella? Via Ferrara 17, ha detto?” “Esattamente” rispose lo sconosciuto. E mi lasciò per unirsi ad un altro gruppo. In via Ferrara 17 trovai una casa come tante altre e come quella di tanti altri sarti era l’abitazione di Alfonso Corticella. Fu lui che venne ad aprirmi. Era un vecchietto, coi capelli neri, però sicuramente tinti. Con mia sorpresa, non fece il difficile. Anzi, pareva ansioso che diventassi suo cliente. Gli spiegai come avevo avuto l’indirizzo, lodai il suo taglio, gli chiesi di farmi un vestito. Scegliemmo un pettinato grigio quindi egli prese le misure, e si offerse di venire, per la prova, a casa mia. Gli chiesi il prezzo. Non c’era fretta, lui rispose, ci saremmo sempre messi d’accordo. Che uomo simpatico, pensai sulle prime. Eppure più tardi, mentre rincasavo, mi accorsi che il vecchietto aveva lasciato un malessere dentro di me (forse per i troppi insistenti e melliflui sorrisi). Insomma non avevo nessun desiderio di rivederlo. Ma ormai il vestito era ordinato. E dopo una ventina di giorni era pronto. Quando me lo portarono, lo provai, per qualche secondo, dinanzi allo specchio. Era un capolavoro. Ma, non so bene perché, forse per il ricordo dello sgradevole vecchietto, non avevo alcuna voglia di indossarlo. E passarono settimane prima che mi decidessi. Quel giorno me lo ricorderò per sempre. Era un martedì di aprile e pioveva. Quando ebbi infilato l’abito – giacca, calzoni e panciotto – constatai piacevolmente che non mi tirava o stringeva da nessuna parte, come accade quasi sempre con i vestiti nuovi. Eppure mi fasciava alla perfezione. Di regola nella tasca destra della giacca io non metto niente, le carte le tengo nella tasca sinistra. Questo spiega perché solo dopo un paio d’ore, in ufficio, infilando casualmente la mano nella tasca destra, mi accorsi che c’era dentro una carta. Forse il conto del sarto? No. Era un biglietto da diecimila lire. Restai interdetto. Io, certo, non ce l’avevo messo. D’altra parte era assurdo pensare a un regalo della mia donna di servizio, la sola persona che, dopo il sarto, aveva avuto occasione di avvicinarsi al vestito. O che fosse un biglietto falso? Lo guardai controluce, lo confrontai con altri. Più buono di così non poteva essere. Unica spiegazione possibile, una distrazione del Corticella. Magari era venuto un cliente a versargli un acconto, il sarto in quel momento non aveva con sé il portafogli e, tanto per non lasciare il biglietto in giro, l’aveva infilato nella mia giacca, appesa ad un manichino. Casi simili possono capitare. Schiacciai il campanello per chiamare la segretaria. Avrei scritto una lettera al Corticella restituendogli i soldi non miei. Senonché, e non ne saprei dire il motivo, infilai di nuovo la mano nella tasca. “Che cos’ha dottore? Si sente male?” mi chiese la segretaria entrata in quel momento. Dovevo essere diventato pallido come la morte. Nella tasca, le dita avevano incontrato i lembi di un altro cartiglio; il quale, pochi istanti prima, non c’era. “No, no, niente” dissi. “Un lieve capogiro. Da qualche tempo mi capita. Forse sono un po’ stanco. Vada pure, signorina, c’era da dettare una lettera, ma lo faremo più tardi.” Solo dopo che la segretaria fu andata, osai estrarre il foglio dalla tasca. Era un altro biglietto da diecimila lire. Allora provai una terza volta. E una terza banconota uscì. Il cuore mi prese a galoppare. Ebbi la sensazione di trovarmi coinvolto, per ragioni misteriose, nel giro di una favola come quelle che si raccontano ai bambini e che nessuno crede vere. Col pretesto di non sentirmi bene, lasciai l’ufficio e rincasai. Avevo bisogno di restare solo. Per fortuna, la donna che faceva i servizi se n’era già andata. Chiusi le porte, abbassai le persiane. Cominciai a estrarre le banconote una dopo l’altra con la massima celerità, dalla tasca che pareva inesauribile. Lavorai in una spasmodica tensione di nervi, con la paura che il miracolo cessasse da un momento all’altro. Avrei voluto continuare per tutta la sera e la notte, fino ad accumulare miliardi. Ma a un certo punto le forze mi vennero meno. Dinanzi a me stava un mucchio impressionante di banconote. L’importante adesso era di nasconderle, che nessuno ne avesse sentore. Vuotai un vecchio baule pieno di tappeti e sul fondo, ordinati in tanti mucchietti, deposi i soldi, che via via andavo contando. Erano cinquantotto milioni abbondanti. Mi risvegliò al mattino dopo la donna, stupita di trovarmi sul letto ancora tutto vestito. Cercai di ridere, spiegando che la sera prima avevo bevuto un po’ troppo e che il sonno mi aveva colto all’improvviso. Una nuova ansia: la donna mi invitava a togliermi il vestito per dargli almeno una spazzolata. Risposi che dovevo uscire subito e che non avevo tempo di cambiarmi. Poi mi affrettai in un magazzino di abiti fatti per comprare un altro vestito, di stoffa simile; avrei lasciato questo alle cure della cameriera; il “mio”, quello che avrebbe fatto di me, nel giro di pochi giorni, uno degli uomini più potenti del mondo, l’avrei nascosto in un posto sicuro. Non capivo se vivevo in un sogno, se ero felice o se invece stavo soffocando sotto il peso di una fatalità troppo grande. Per la strada, attraverso l’impermeabile, palpavo continuamente in corrispondenza della magica tasca. Ogni volta respiravo di sollievo. Sotto la stoffa rispondeva il confortante scricchiolio della carta moneta. Ma una singolare coincidenza raffreddò il mio gioioso delirio. Sui giornali del mattino campeggiava la notizia di una rapina avvenuta il giorno prima. Il camioncino blindato di una banca che, dopo aver fatto il giro delle succursali, stava portando alla sede centrale i versamenti della giornata, era stato assalito e svaligiato in viale Palmanova da quattro banditi. All’accorrere della gente, uno dei gangster, per farsi largo, si era messo a sparare. E un passante era rimasto ucciso. Ma soprattutto mi colpì l’ammontare del bottino: esattamente cinquantotto milioni (come i miei). Poteva esistere un rapporto fra la mia improvvisa ricchezza e il colpo brigantesco avvenuto quasi contemporaneamente? Sembrava insensato pensarlo. E io non sono superstizioso. Tuttavia il fatto mi lasciò molto perplesso. Più si ottiene e più si desidera. Ero già ricco, tenuto conto delle mie modeste abitudini. Ma urgeva il miraggio di una vita di lussi sfrenati. E la sera stessa mi rimisi al lavoro. Ora procedevo con più calma e con minore strazio dei nervi. Altri centotrentacinque milioni si aggiunsero al tesoro precedente. Quella notte non riuscii a chiudere occhio. Era il presentimento di un pericolo? O la tormentata coscienza di chi ottiene senza meriti una favolosa fortuna? O una specie di confuso rimorso? Alle prime luci balzai dal letto, mi vestii e corsi fuori in cerca di un giornale. Come lessi, mi mancò il respiro. Un incendio terribile, scaturito da un deposito di nafta, aveva semidistrutto uno stabile nella centralissima via San Cloro. Fra l’altro erano state divorate dalle fiamme le casseforti di un grande istituto immobiliare, che contenevano oltre centotrenta milioni in contanti. Nel rogo, due vigili del fuoco avevano trovato la morte. Devo ora forse elencare uno per uno i miei delitti? Sì, perché ormai sapevo che i soldi che la giacca mi procurava venivano dal crimine, dal sangue, dalla disperazione, dalla morte, venivano dall’inferno. Ma c’era pure dentro di me l’insidia della ragione la quale, irridendo, rifiutava di ammettere una mia qualsiasi responsabilità. E allora la tentazione riprendeva, e allora la mano – era così facile! – si infilava nella tasca e le dita, con rapidissima voluttà, stringevano i lembi del sempre nuovo biglietto. I soldi, i divini soldi! Senza lasciare il vecchio appartamento (per non dare nell’occhio), mi ero in poco tempo comprato una grande villa, possedevo una preziosa collezione di quadri, giravo in automobili di lusso, e, lasciata la mia ditta per “motivi di salute”, viaggiavo su e giù per il mondo in compagnia di donne meravigliose. Sapevo che, ogniqualvolta riscuotevo denari dalla giacca, avveniva nel mondo qualcosa di turpe e doloroso. Ma era pur sempre una consapevolezza vaga, non sostenuta da logiche prove. Intanto, a ogni mia nuova riscossione, la coscienza mia si degradava, diventando sempre più vile. E il sarto? Gli telefonai per chiedere il conto, ma nessuno rispondeva. In via Ferrara, dove andai a cercarlo, mi dissero che era emigrato all’estero, non sapevano dove. Tutto dunque congiurava a dimostrarmi che, senza saperlo, io avevo stretto un patto col demonio. Finché nello stabile dove da molti anni abitavo, una mattina trovarono una pensionata sessantenne asfissiata dal gas; si era uccisa per aver smarrito le trentamila lire mensili riscosse il giorno prima (e finite in mano mia). Basta, basta! per non sprofondare fino al fondo dell’abisso, dovevo sbarazzarmi della giacca. Non già cedendola ad altri, perché l’obbrobrio sarebbe continuato (chi mai avrebbe potuto resistere a tanta lusinga?). Era indispensabile distruggerla. In macchina raggiunsi una recondita valle delle Alpi. Lasciai l’auto su uno spiazzo erboso e mi incamminai su per un bosco. Non c’era anima viva. Oltrepassato il bosco, raggiunsi le pietraie della morena. Qui, fra due giganteschi macigni, dal sacco da montagna trassi la giacca infame, la cosparsi di petrolio e diedi fuoco. In pochi minuti non rimase che cenere. Ma all’ultimo guizzo delle fiamme, dietro di me – pareva a due o tre metri di distanza – risuonò una voce umana: “Troppo tardi, troppo tardi!”. Terrorizzato, mi volsi con un guizzo da serpente. Ma non si vedeva nessuno. Esplorai intorno, saltando da un pietrone all’altro, per scovare il maledetto. Niente. Non c’erano che pietre. Nonostante lo spavento provato, ridiscesi al fondovalle con un senso di sollievo. Libero, finalmente. E ricco, per fortuna. Ma sullo spiazzo erboso, la mia macchina non c’era più. E, ritornato che fui in città, la mia sontuosa villa era sparita; al suo posto, un prato incolto con dei pali che reggevano l’avviso “Terreno comunale da vendere”. E i depositi in banca, non mi spiegai come, completamente esauriti. E scomparsi, nelle mie numerose cassette di sicurezza, i grossi pacchi di azioni. E polvere, nient’altro che polvere, nel vecchio baule. Adesso ho ripreso stentatamente a lavorare, me la cavo a mala pena, e, quello che è più strano, nessuno sembra meravigliarsi della mia improvvisa rovina. E so che non è ancora finita. So che un giorno suonerà il campanello della porta, io andrò ad aprire e mi troverò di fronte, col suo abietto sorriso, a chiedere l’ultima resa dei conti, il sarto della malora.

da La boutique del mistero, Mondadori, Milano, 2000

Il racconto è costruito come un lungo flashback, come è possibile notare nel momento in cui il protagonista-narratore si esprime per la prima volta al tempo presente (Adesso […] me la cavo a mala pena […] E so ecc.) Nonostante la possibile suddivisione del testo in quattro sequenze narrative (l’incontro con lo sconosciuto alla festa e con il sarto Corticella; la scoperta del potere della giacca e il rapido arricchimento; la scoperta della natura demoniaca della giacca; la distruzione della giacca e la scomparsa dei beni accumulati), il racconto si presenta coeso e perfettamente collegato nelle varie parti.

Fin dall’inizio il protagonista percepisce nell’uomo elegante conosciuto alla festa e nel sarto qualcosa di inquietante. Successivamente, leggendo il giornale, capisce che le quantità di denaro che ha di volta in volta ricavato dalla tasca destra della giacca stregata corrispondono a quelle che sono scomparse nel corso di eventi tragici. Comincia così a comprendere la natura malvagia di quello strano incantesimo e di aver stretto, suo malgrado, un patto con il diavolo. La giacca stregata e il patto con il diavolo sono due elementi chiaramente sovrannaturali, ma Buzzati li inserisce con grande abilità in un tessuto quotidiano realistico e apparentemente normale. La caratteristica peculiare del “fantastico” di Buzzati consiste nel prendere le mosse da una situazione ordinaria e nell’inserirvi un evento soprannaturale, per raccontare poi gli eventi che logicamente ne conseguono. La sua scrittura chiara e scorrevole, quasi cronachistica, è funzionale a generare nel lettore la volontaria sospensione delle proprie facoltà critiche, per godere dell’illusione che quelle storie siano realmente accadute. Un altro tipico artificio letterario per indurre il lettore a sospendere l’incredulità è quello che si ottiene con frasi come “Ebbi la sensazione di trovarmi coinvolto, per ragioni misteriose, nel giro di una favola come quelle che si raccontano ai bambini e che nessuno crede vere”. Il racconto è narrato in prima persona, quindi siamo di fronte ad un narratore-protagonista che conosce soltanto i fatti che gli accadono, tecnica questa, sperimentata con successo da Edgar Allan Poe in molti suoi racconti dell’incubo, perché coinvolgente per il lettore tanto da spingerlo ad identificarsi con il protagonista.

Deborah Mega

RandoMusic 9: One

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L’aggettivo random usato nel linguaggio scientifico e tecnologico con il significato di casuale, privo di regolarità, senza un ordine preciso, ha fornito lo spunto per una nuova rubrica, questa volta musicale, che curerò due volte al mese di lunedì. Esistono  pezzi musicali a cui siamo particolarmente legati: alcuni sono diventati simbolo di una generazione, altri hanno generato e ispirato rivoluzioni e movimenti culturali riscrivendo regole, altri ancora sono divenuti strumenti di protesta riuscendo a smuovere coscienze. Li descriverò raccontando l’intreccio di musica e vita che li ha prodotti.

Continuiamo questo percorso con…

One è un singolo del gruppo musicale irlandese U2, il terzo estratto dall’album in studio Achtung Baby e fu pubblicato il 2 marzo 1992. Gli U2 sono un gruppo rock formatosi a Dublino nel 1976. Il gruppo è composto dal cantante Paul David Hewson, in arte Bono Vox, dal chitarrista David Howell Evans in arte The Edge, dal bassista Adam Clayton e dal batterista Larry Mullen Jr.  Durante la loro carriera hanno venduto oltre 170 milioni di dischi, hanno ricevuto il maggior numero di Grammy Award  e vinto 2 Golden Globe. Fin dagli esordi, gli U2 si sono occupati della questione irlandese e del rispetto dei diritti civili, improntando su questi temi buona parte della loro produzione artistica. Sono tra i pochi gruppi internazionali ad aver mantenuto la propria formazione originale.

 

Achtung Baby è il settimo album in studio del gruppo, pubblicato il 19 novembre 1991 dall’etichetta discografica Island Records. È stato inserito dalla rivista Rolling Stone al 62º posto tra i 500 migliori album di tutti i tempi. In occasione dell’anniversario dei vent’anni dall’uscita del disco fu realizzata un’edizione speciale. Da molti considerato il capolavoro assoluto della band irlandese insieme a The Joshua TreeAchtung Baby è l’album del rinnovamento. La realizzazione del materiale fotografico del disco fu eseguita dal fotografo Anton Corbijn in Marocco.Il disco venne registrato fra Dublino e gli studi Hansa Ton di Berlino, famosi per aver ospitato precedentemente le session di registrazione di alcuni celebri album di David Bowie. L’atmosfera, più europea rispetto al precedente Rattle and Hum, si avverte in numerose canzoni; i suoni sono decisamente diversi rispetto al passato, l’elettronica fa il suo primo ingresso ma l’elemento che più spicca è la suggestiva chitarra di The Edge. Anche il tour che seguirà l’album sarà il più maestoso e visionario mai realizzato dal gruppo fino allo ZooTV Tour (29 febbraio 1992 – 10 dicembre 1993).

Quella che è una delle canzoni più famose della band irlandese nacque nel periodo di maggior tensione all’interno della band. Durante le registrazioni di Achtung Baby, la band conobbe alcuni dissidi interni per via di alcune divergenze stilistiche. Bono e The Edge spingevano in direzione di sound e generi più moderni come il dance rock, l’alternative rock, l’elettronica e il noise rock; dall’altra Larry Mullen Jr, Adam Clayton e il produttore Daniel Lanois decisi a non spostarsi dal classico suono U2. Brian Eno fece capire agli U2 che potevano tranquillamente esplorare nuove sonorità rimanendo sempre gli U2. Il gruppo fu quasi sul punto di sciogliersi, finché un riff di The Edge creato per Mysterious Ways ispirò alla band la canzone. Grazie a One fu adottato uno stile uniforme per l’intero album e il gruppo potè superare la crisi.

Per promuovere il singolo furono realizzati tre videoclip: il primo fu girato a Berlino da Anton Corbijn, già regista dei Depeche Mode. La seconda versione propone un panorama di fiori rigogliosi e bufali, su cui campeggia un pioggia di carte con scritto sopra la parola One in diverse lingue. Da notare che la foto di copertina ritrae un’opera di David Wojnarowicz, noto pittore statunitense e che gli stessi bufali provengono da una sua opera. Il terzo video mostra Bono seduto in un bar, mentre beve birra e fuma un sigaro. Lasciate le sessioni di Berlino, gli U2 conclusero le registrazioni a Dublino. Il testo è stato più volte frainteso. Come Bono ed Edge dissero più volte, è una canzone che parla di diversità e separazione: quella di un paese, la Germania, divisa in Ovest ed Est per quarant’anni; quella tra il chitarrista e la prima moglie; quella tra un sieropositivo e il padre. Secondo molti pare riferirsi alle difficoltà di Bono nel superare la perdita della madre quando lui aveva quattordici anni. One è considerata uno dei brani più popolari di ogni tempo ed è stata oggetto di cover da parte di Johnny Cash, Joe Cocker, Anastacia, Elisa e molti altri.

Deborah Mega

 

Proprio quella

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Bernardino Luini, Madonna del Roseto, 1510

Chiede Lilì: “Ma dimmi, babbo mio,
come hai potuto indovinar da te,
proprio la mamma che volevo io,
proprio la mamma che va ben per me?”

Lina Schwarz

 

Sono madre: il tuo trampolino per il salto

Sono madre: il tuo trampolino per il salto.
Dove tuffarti devi saperlo da te.
Io guarderò il tuo avvitamento
sarà comunque perfetto
anche tra gli schizzi più alti
e insubordinati.
Non farti troppo male, se puoi.
Disinfettante e cerotti
qui per te non mancheranno mai.
Sbagliare, ferirti, fallire
tutto ti è consentito.
Riuscire, centrare il bersaglio, vincere
tutto ti è permesso.
Sono madre, la lettera iniziale è minuscola
e non è un caso.

Alessandra Fanti

Farsi madre è per ali forti

Farsi madre è per ali forti
farsi madre come cagna
o gatta per la salda presa
del collare per la lingua
che al caldo della cuccia
lecca ruvida di spugna
il pelo ai corpicini.

Farsi madre
di mammelle e latte
pancia utero vagina
tra le zampe soffici di piume
per la cova delle uova
nella paglia il guscio rotto
la placenta amniotica
l’albume.

E sono belli i pulcini
vividi di giallo alti snelli
con o senza barba
con gli occhi chiusi sulla strada
prodighi di tempo e sonno
madre ti dico nella conta
di tazze salici staffette
notti innevate transazioni
nell’attesa del decollo
oltre il nido l’ingresso
l’illuminazione.

Loredana Semantica

Io (una) madre
 
Ricordo ancora
 
il torpore del risveglio
 
il riemergere al reale
 
con la mente vuota
 
incapace di pensare
 
voci confuse da lontano
 
attraversano il silenzio
 
di oblìo simile alla morte.
 
 
Dalla cortina di assenza
 
un ricordo inconsistente
 
diviene paura concreta.
 
È viva? È sana?
 
Provo a muovere le membra intorpidite
 
anestetizzate da staticità imposta
 
a lungo protratta.
 
 
Un dolore tagliente
 
mi annebbia la vista.
 
Mi rispondono
 
che sei viva sei sana
 
(Avrò parlato dunque?)
 
sollevata sprofondo
 
ancora nell’oblìo.
 
 
La prima volta che ti ho visto
 
mi sei apparsa
 
un angelo di Dio
 
il miracolo mio
 
di donna.
 
Avevi la pelle di luna
 
le linee di velluto
 
il mio stesso odore.
 
 
Eri il prodotto puro dell’amore.
 
 
Ora il miracolo è svegliarti
 
scoprendo i segni della crescita
 
gioire e piangere con te
 
che sei parte di me
 
(ancora lì dove sei stata concepita)
 
la mia miglior parte
 
il futuro roseo
 
di attese e di speranze.
 
 
Ti accompagnerò
 
finchè sarà concesso
 
non ripeterò gli errori
 
di mia madre
 
ne compirò di nuovi
 
quelli che solo le madri fanno
 
per eccessivo amore.
 
Deborah Mega

Mi hai sottratto presto il tuo corpo

Mi hai sottratto presto il tuo corpo
l’hai sottratto alle mie mani accudenti
hai imparato presto a lavarti, a vestirti
e già mangiavi da sola quando sei nata
nella tua casa nostra.
Era troppo abitare nelle nostre vite
per te abituata ad essere di nessuno?
Credo sia stata una fatica dura
per te bambina forte di mancanze antiche.
Poi sei tornata a me per abbracciarmi
madre bambina di me bambina madre
nonostante gli anni passati a salvarmi
dal non amore con amori santi.
Avevo una lezione da imparare
avevo da scoprire la distanza adatta
per essere vicina senza soffocare.
E tu, nascosto il corpo, ti sei fatta presente
tempo da dove non scappare
materia ad aumentare
respiro spiato la notte
risate e scoperte da far figliare.

Alessandra Fanti

 

M.A.D.R.E. 

Mediatrice
Attenta
Disincantata
Rimani
Essenza.

Io.

Ribelle
Indomita
Troppo
Ancora

Figlia.

Maria Rita Orlando

Lettera a mia madre

Sono arrivato a pensare ai tuoi ricordi e a toccarli

a cosa sarà della tua memoria quando non ci sarai.

Me lo hai fatto capire quando li hai messi in fila

e ancora una volta sei andata più in là nel tempo

arrivando a prima di quando ero bambino

al mondo di prima che io venissi al mondo

-è esistito!- mi hai detto.

Ci sono persone che spingono per farsi ricordare

e bussano alla tua memoria tutte le notti

ti chiedono quell’aiuto che ormai non puoi più dargli.

Mi hai detto che sei andata a cercarle nei vicoli

che hai setacciato i semi che tuo padre comprava

e di un piccolo furto ordito con tua sorella

dove avevate rubato due lire a tua madre.

E io come figlio ho pensato

alle piccole e grandi cose che devo averti rubato.

Ma i tuoi ricordi sono più grandi dei miei

e corrono nella tua testa veloci

ti fanno ritornare nei luoghi dove nessuno può andare

donano una nuova luce ai tuoi occhi ciechi.

Ti sei fatta ascoltare anche sapendo che magari

non ti avrei ascoltato con l’attenzione che richiedevi.

Abbiamo questo tempo consumato e riparatore

che ricuce le diverse trame di tessuti dimenticati

e a incollare il vaso si rischia di vedervi altri disegni

rovistando gli angoli bui che sanno solo i sogni.

Mi hai parlato di almeno un migliaio di scandali

e di cose che si lasciano in deposito

perché le godano gli altri che vengono.

E tutta quella roba che arrivava nella tua testa

io non sapevo dove metterla e cosa farne.

Come sempre e come tutti non ho saputo trarre profitto

della carne delle generazioni venute prima della mia.

E allora devo aver pensato anche a quello che lascerò io

se i miei figli mi ascolteranno quando sarà il momento

se avrò il tempo di farlo e se riuscirò a scandire gli attimi

come hai fatto tu senza aver trovato un interlocutore credibile.

Ma devo aver capito che parlavi più a te stessa che a me

ti confessavi e rimpiangevi amori e morti

e loro ti ripagavano con parole e volti

nella fuga delle storie avvenute o immaginate.

Avevi il bisogno di parlare che solo i vecchi hanno

e che pochi sanno esprimere in pieno.

Sorprende il grande silenzio di non sapere più dire nulla

e il non sapere più farsi ascoltare.

E noi sempre a valutare se poi vale la pena

stare a parlare con qualcuno, fosse pure nostro figlio

sangue del sangue , seme del seme.

Francesco Tontoli

L’immagine della rosa che funge da divisorio tra le poesie è una creazione di Maria Rita Orlando. PER FESTEGGIARE INSIEME LE NOSTRE MAMME, INVITIAMO GLI AMICI POETI A INVIARE ALLA NOSTRA MAIL liminamundi@gmail.com, ENTRO LA MEZZANOTTE DI OGGI, UNA POESIA SUL TEMA DELLA MATERNITA’.

Incipit 21: Elogio della follia

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                                                       Erasmo da Rotterdam al suo Tommaso Moro

Alcuni giorni fa, tornando dall’Italia in Inghilterra, per non sprecare in chiacchiere banali il tempo che dovevo passare a cavallo, preferii riflettere un poco sui nostri studi comuni e godere del ricordo degli amici tanto dotti e cari, che avevo lasciato qui. Fra i primi che mi sono tornati alla mente c’eri tu, Moro carissimo. Anche da lontano il tuo ricordo aveva il medesimo fascino che esercitava, nella consueta intimità, la tua presenza che è stata, te lo giuro, la cosa più bella della mia vita. Visto, dunque, che ritenevo di dover fare ad ogni costo qualcosa, e che il momento non sembrava adatto a una meditazione seria, mi venne in mente di tessere un elogio scherzoso della Follia. “Ma quale capriccio di Pallade – ti chiederai – ti ha ispirato un’idea del genere?” In primo luogo, il tuo nome di famiglia, tanto vicino al termine morìa, quanto tu sei lontano dalla follia. E ne sei lontano a parere di tutti. Immaginavo inoltre che la mia trovata scherzosa sarebbe piaciuta soprattutto a te, che di solito ti diletti in questo genere scherzi, non privi, mi sembra, di dottrina e di sale, perchè nella vita di tutti i giorni fai in qualche modo la parte di Democrito. Sebbene, infatti, per singolare acume d’ingegno tu sia tanto lontano dal volgo, con la tua incredibile benevolenza e cordialità puoi trattare familiarmente con uomini d’ogni genere, traendone anche godimento. Quindi, non solo accoglierai di buon grado questo mio modesto esercizio retorico, per ricordo del tuo amico, ma anche lo prenderai sotto la tua protezione; dedicato a te, non mi appartiene più: è tuo. E’ probabile, infatti, che non mancheranno voci rissose di calunniatori ad accusare i miei scherzi, ora di una futilità sconveniente per un teologo, ora di un tono troppo pungente per la mansuetudine cristiana; e grideranno che prendo a modello la commedia antica e Luciano, mordendo tutto senza lasciare scampo. Vorrei però che quanti si sentono offesi dalla scherzosa levità del mio tema, si rendessero conto che non sono l’inventore del genere, e che già nel passato molti grandi autori hanno fatto lo stesso. Tanti secoli fa, Omero cantò per scherzo “la guerra dei topi con le rane”, Virgilio la zanzara e la focaccia, Ovidio la noce. Policrate incorrendo nelle critiche di Ippocrate fece l’elogio di Busiride, Glaucone quello dell’ingiustizia, Favorino di Tersite, della febbre quartana, Sinesio della calvizie, Luciano della mosca e dell’arte del parassita. Sono scherzi l’apoteosi di Claudio scritta da Seneca, il dialogo fra Grillo e Ulisse di Plutarco, l’asino di Luciano e di Apuleio, e il testamento – di cui ignoro l’autore – del porcello Grunnio Corocotta menzionato anche da san Girolamo. Lasciamo perciò che certa gente, se crede, vada fantasticando che, per svago, a volte, ho giocato a scacchi, o, se preferisce, che sono andato a cavallo di un lungo bastone. Certo, è una bella ingiustizia concedere a ogni genere di vita i suoi svaghi, e non consentirne proprio nessuno ai letterari, soprattutto poi quando gli scherzi portano a cose serie, e gli argomenti giocosi sono trattati in modo che un lettore non del tutto privo di senno può trarne maggior profitto che non da tante austere e pompose trattazioni. Come quando con mucchi di parole si tessono le lodi della retorica o della filosofia, o si fa l’elogio di un principe, o si esorta a fare la guerra ai Turchi, mentre qualcuno predice il futuro, o va formulando questioncelle di lana caprina. In realtà, come niente è più frivolo che trattare in modo frivolo cose serie, così niente è più gradevole che trattare argomenti leggeri in modo da dare l’impressione di non avere affatto scherzato. Di me giudicheranno gli altri; eppure se la presunzione non mi accieca completamente, ho fatto sì l’elogio della Follia, ma non certo da folle. Quanto poi all’accusa di spirito mordace, rispondo che si è sempre concessa agli scrittori la libertà d’esercitare impunemente la satira sul comune comportamento degli uomini, purché non diventasse attacco rabbioso. Per questo mi meraviglia tanto di più la delicatezza delle orecchie d’oggi, che riescono a sopportare ormai solo titoli solenni. In taluni, anzi, trovi una religione così distorta che passano sopra alle più gravi offese a Cristo prima che alla minima battuta ironica sul conto di un pontefice o di un principe, soprattutto poi se entrano in gioco i loro privati interessi. D’altra parte, uno che critica il modo di vivere degli uomini così da evitare del tutto ogni accusa personale, si presenta come uno che morde, o non, piuttosto, come chi ammaestra ed educa? E, di grazia, non investo anche me stesso con tanti appellativi poco lusinghieri? Aggiungi che, chi non risparmia le sue critiche a nessun genere di uomini, dimostra di non avercela con nessun uomo, ma di detestare tutti i vizi. Se, dunque, ci sarà qualcuno che si lamenterà d’essere offeso, sarà segno di cattiva coscienza o per lo meno di paura. Satire di questo genere, e molto più libere e mordenti, troviamo in san Girolamo, che talvolta fece anche i nomi. Io non solo non ho mai fatto nomi, ma ho adottato un tono così misurato che qualunque lettore avveduto si renderà conto che mi sono proposto la piacevolezza piuttosto che l’offesa. Né ho seguito l’esempio di Giovenale: non ho mai smosso l’oscuro fondo delle scelleratezze; ho cercato di colpire quanto è risibile piuttosto che le turpitudini. Se poi c’è ancora qualcuno che nemmeno così è contento, ricordi almeno questo: che è bello essere vituperati dalla Follia e che avendola introdotta a parlare, dovevo rimanere fedele al personaggio. Ma perché dire queste cose a te, avvocato così straordinario da difendere in modo egregio anche cause non egregie? Addio, eloquentissimo Moro, e difendi con zelo la tua Morìa.

                                                                           dalla campagna, 9 giugno 1508.

Parla la Follia

  1. Qualsiasi cosa dicano di me i mortali – non ignoro, infatti, quanto la Follia sia portata per bocca anche dai più folli – tuttavia, ecco qui la prova decisiva che io, io sola, dico, ho il dono di rallegrare gli Dèi e gli uomini. Non appena mi sono presentata per parlare a questa affollatissima assemblea, di colpo tutti i volti si sono illuminati di non so quale insolita ilarità. D’improvviso le vostre fronti si sono spianate, e mi avete applaudito con una risata così lieta e amichevole che tutti voi qui presenti, da qualunque parte mi giri, mi sembrate ebbri del nettare misto a nepènte degli Dèi d’Omero, mentre prima sedevate cupi e ansiosi come se foste tornati allora dall’antro di Trofonio. Appena mi avete notata, avete cambiato subito faccia, come di solito avviene quando il primo sole mostra alla terra il suo aureo splendore, o quando, dopo un crudo inverno, all’inizio della primavera, spirano i dolci venti di Favonio, e tutte le cose mutando di colpo aspetto assumono nuovi colori e tornano a vivere visibilmente un’altra giovinezza. Così col mio solo presentarmi sono riuscita a ottenere subito quello che oratori, peraltro insigni, ottengono a stento con lunga e lungamente meditata orazione.
  2. Perché poi io sia venuta qui oggi, e vestita in modo così strano, lo saprete fra poco, purché non vi annoi porgere orecchio alle mie parole: non quell’orecchio, certo, che riservate agli oratori sacri, ma quello che porgete ai ciarlatani in piazza, ai buffoni, ai pazzerelli: quell’orecchio che il famoso Mida, un tempo, dedicò alle parole di Pan. Mi è venuta infatti voglia d’incarnare con voi per un po’ il personaggio del sofista: non di quei sofisti, ben inteso, che oggi riempiono la testa dei ragazzi di capziose sciocchezze addestrandoli a risse verbali senza fine, degne di donne pettegole. Io imiterò quegli antichi che per evitare l’impopolare appellativo di sapienti, preferirono essere chiamati sofisti. Il loro proposito era di celebrare con encomi gli Dèi e gli eroi. Ascolterete dunque un elogio, e non di Ercole o di Solone, ma il mio: l’elogio della Follia.

 […] 

Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, 1511

Elogio della follia è un saggio scritto in latino da Erasmo da Rotterdam nel 1509 e pubblicato nel 1511. È un testo straordinario fin dall’incipit, una delle opere letterarie più influenti della civiltà occidentale e vero catalizzatore della Riforma protestante. Influenzò l’insegnamento della retorica e rese popolare e ricorrente l’adossografia, cioè l’elogio di fenomeni e aspetti disonorevoli e negativi.

L’opera fu redatta nel giro di una settimana durante un periodo di riposo forzato, mentre Erasmo soggiornava con Tommaso Moro nella residenza di quest’ultimo a Bucklersbury. È dedicata proprio all’amico Tommaso Moro infatti il titolo Moriae encomium potrebbe essere tradotto anche come “Elogio di Moro”. L’opera non era destinata alla pubblicazione e lo stesso Erasmo non si aspettava un successo simile, dal momento che fu subito ristampata più volte e tradotta in francese e tedesco. La Follia spiega che ha deciso di dedicarsi alla propria autocelebrazione per colmare il vuoto dovuto all’ingratitudine degli uomini, prende le distanze dai mortali lasciando intendere la sua natura divina. Si racconta spiegando che nessuno si conosce meglio di se stesso e che tutti i beni, compresa la vita, sono suoi doni. Se non ci fosse la Follia infatti nessun uomo e nessuna donna sceglierebbe di coniugarsi. È merito suo se i rapporti umani, dall’amicizia all’amore, resistono “nutrendosi di adulazioni, scherzi, di indulgenza, di errori, di dissimulazioni”. Figlia del dio Plutos e della ninfa Neotete, allevata dall’Ignoranza e dall’Ubriachezza, la Follia gode a suo dire di un buon carattere che la induce a sorvolare sugli sgarbi subìti da uomini e dèi.
Nel suo lungo monologo, con un linguaggio dotto ma scherzoso in sapiente equilibrio tra fantasia e satira, ironia ed esortazione, ha una parola per tutti, governa le stagioni dell’esistenza, allieta amicizie e matrimoni, disciplina le attività umane. Neppure la fede, la religione e la felicità sono esenti dal suo occhio impietoso. Si rivela talmente terrena da restare imbrigliata negli stessi vizi capitali che incatenano noi umani a terra: Philautia (Vanità), Kolakia (Adulazione), Lethe (Dimenticanza), Misoponia (Accidia), Hedone (Piacere), Anoia (Demenza), Tryphe (Licenziosità), Komos (Intemperanza), Eegretos Hypnos (Sonno mortale). Essendo portatrice di spensieratezza la Follia si ritiene utile per la felicità dell’essere umano: già il concepimento e poi la nascita non potrebbero avvenire senza la sua presenza, successivamente ci accompagna durante tutta la vita, sostenendoci nelle relazioni interpersonali fino alla vecchiaia. Del resto tutto il mondo è follia e la letteratura stessa è opera di pazzi (vale la pena ricordare che Shakespeare accomunava poeti, pazzi e innamorati?) Nell’ultima parte il testo critica la pratica delle indulgenze da parte di diversi esponenti della Chiesa cattolica romana, dagli ordini mendicanti ai pontefici, solo Dio, è l’unico essere perfetto  che però ha in sé anche un pizzico di follia. Tutti gli esseri umani però anziché curare gli aspetti spirituali inseguono ciò che è destinato a finire: gloria, potere, ricchezza, successo. L’Elogio secondo alcuni studiosi umanisti sarebbe ispirato, dal De triumpho stultitiae di Faustino Perisauli, opera pubblicata a Rimini da Girolamo Soncino nel 1524. In Elogio della Follia ritroviamo diverse citazioni e allusioni a scrittori latini come Virgilio e Seneca e a filosofi greci come Platone.

Erasmo nomina più volte la donna che è felice in quanto folle, è un “animale, sì stolto e sciocco, ma deliziosamente spassoso”, del resto grazie alla follia è possibile procreare: chi può pensare di sposarsi e convivere tutta la vita con una donna, se non un pazzo? Erasmo dunque esprime la misoginia dell’epoca.

La Follia rappresenta l’unica guida per accedere alla vera sapienza, poiché infatti tutte le passioni, rientrano in essa, paradossalmente, saggio è colui che si lascia guidare dalle passioni. Questi elementi emotivi vengono in aiuto come forze che esortano al bene. Di conseguenza non può considerarsi saggio invece colui che si fa guidare soltanto dalla ragione. La concezione della follia espressa da Erasmo da Rotterdam si differenzia notevolmente dalle più moderne teorie sul tema della pazzia, rappresentata come una via di fuga dalla realtà, pensiamo a Pirandello, ad es. oppure come disagio ed emarginazione dalla società. La Follia, protagonista dell’auto-encomio, viene elevata a bene supremo per l’umanità, portatrice di benessere, a differenza della saggezza dunque guida le azioni degli uomini e rende più sopportabile l’esistenza. Certo è che il grande umanista comprese le contraddizioni del suo tempo più di molti altri riformatori suoi contemporanei.

Deborah Mega