L’intervista a Silvia Rosa: Maternità marina

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copertina

Questa intervista appartiene a un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Silvia Rosa per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: “Maternità marina” (Terra d’ulivi edizioni, 2020).

http://www.edizioniterradulivi.it/maternita-marina/232

 

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

 

Il mio amore per la scrittura è nato quando ero bambina, ed è legato, come lo sono due facce della stessa medaglia, a quello per la lettura. Ho ricordi lontanissimi nel tempo, ma molto vividi, di mia madre che insieme a una piccola me di tre anni leggeva il primo volume di un’enciclopedia per l’infanzia, I Quindici, in voga negli anni Settanta. In quelle pagine c’erano immagini incantevoli e soprattutto filastrocche, nenie, poesie che piano piano avevo finito con l’imparare a memoria, prima ancora di saper decifrare da sola quei piccoli segni neri misteriosi, che tanto mi affascinavano. Nel tempo sospeso dell’infanzia c’erano anche fiabe, favole e racconti a farmi compagnia e il mio interesse per i libri cresceva così anno dopo anno. Alle scuole elementari ho avuto la fortuna di essere seguita da un ottimo maestro, che ha saputo trasmettermi tutto il suo amore per la letteratura e per la poesia: è stato lui che mi ha accompagnato mentre fiorivano in me tutte le parole seminate in precedenza. Ho iniziato a leggere da sola, e a scrivere temi e poesie, con gusto, con gioia: non erano semplici compiti da svolgere, scrivendo sentivo di dare un senso alla realtà e al mondo in cui ero immersa, soprattutto ai loro aspetti più incomprensibili e sofferti, con cui ero costretta a confrontarmi. E poi avevo una fantasia strabordante e una passione viscerale per la Parola, che fosse scritta o che fosse pronunciata a voce, ne sentivo tutta la forza e tutta la potenza creatrice, ed ero animata dal desiderio di dare vita a nuovi microcosmi a misura dei miei desideri. A dieci anni volevo riscrivere il mondo, lo volevo a immagine e somiglianza dei miei sogni!

 

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

 

Ecco, questa è una domanda che di solito temo, perché l’aspettativa è che io sappia rispondere con un elenco puntuale di nomi, e a seguire di ragioni, per cui quell’autrice o quell’autore ha segnato i miei orizzonti letterari. Io però non sono capace di stilare questo tipo di lista, è come se tutto quanto abbia letto in passato viva allegramente in anarchia nella mia memoria, sfumato in un mix indistinguibile di titoli, di libri di ogni genere, di scrittrici, scrittori e poeti di tutti i tempi e i luoghi, così, senza un ordine gerarchico particolare, confuso e refrattario alle categorizzazioni. Ci sono stati grandi amori (perché certa scrittura si ama al pari di una persona), passioni fugaci ma anche storie che sono durate negli anni (di alcuni autori ho letto via via la produzione al completo!), epifanie improvvise e delusioni, seconde opportunità rivelatrici (le riletture riservano sempre sorprese), età che hanno segnato un nuovo sentire e dunque altre esigenze, altre domande, un gusto che si è modellato con il trascorrere del tempo, seguito dalla voglia di non fossilizzarsi su quanto risuona di più per similitudine di vedute e di stile. Penso anche che in molti casi sia inconsapevole l’influenza che certe letture e certe personalità artistiche o letterarie hanno avuto, e che non sia così lineare l’attribuzione di maternità e paternità varie alla propria visione della vita e dell’arte. Per esempio, anche un autore con cui non si sente di aver nulla in comune, la cui lettura lascia apparentemente indifferenti, può invece esercitare un’influenza sommersa, anche solo per contrasto, per opposizione. Se mai mi riuscisse un giorno di compilare un elenco, sarà forse di questo tipo: quali sono stati i nomi che ho ignorato, non apprezzato, incompreso, sottovalutato, dimenticato… una lista delle influenze alla rovescia!

 

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

 

Per me la differenza tra “componente autobiografica” e “osservazione della realtà circostante” è abbastanza sfumata. Non credo in una scrittura oggettiva, impersonale, asettica, e se di osservazione si parla, allora è partecipata, lo sguardo è un setaccio che coincide con l’interiorità, si osservano certi dettagli del reale, e non altri, e quando si restituisce a essi una forma, attraverso la propria voce e il proprio modo di usare le parole, inevitabilmente lo si fa a partire dal sé, anche corporeo. Quindi penso che laddove non si scelga di narrare situazioni direttamente correlate alla propria autobiografia, comunque l’Io sia implicato in modo più o meno centrale nel processo di scrittura, anche se posto a latere del discorso. I miei testi nascono da esperienze non sempre vissute in prima persona, che però hanno avuto una forte risonanza emotiva, un impatto che ha smosso qualcosa nel profondo, gettando d’improvviso luce in quelle zone d’ombra che sono di solito inaccessibili. Quanto ai luoghi, sono presenti, a volte con riferimenti precisi, più spesso con una certa vaghezza che li rende un poco anonimi, qualche volta si assottigliano e diventano paesaggi onirici, o accolgono memorie di viaggi sedimentate nel tempo.

 

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

 

“Maternità marina” è un’antologia poetica, che raccoglie i testi di trenta autrici italiane contemporanee, scritti a partire dalle suggestioni di una serie fotografica di ventotto scatti, con inserti grafici a ricamare le fotografie e illustrazioni a puntellare i versi, come una sorta di  sottotesto che accompagna la narrazione poetica e tiene insieme tutto l’impianto dell’opera. Nasce da una mia idea, e da un primo esperimento che mi ha visto cimentarmi con la macchina fotografica. Adoro la fotografia e spesso in passato ho collaborato con artisti e fotografi, scrivendo poesie per dare voce ai loro scatti. Con “Maternità marina” è successo il contrario, ho coinvolto le poete: Franca Alaimo, Vera Bonaccini, Angela Bonanno, Claudia Brigato, Martina Campi, Paola Casulli, Mirella Ciprea Crapanzano, Flaminia Cruciani, Alessia D’Errigo, Lella De Marchi, Francesca Del Moro, Laura Di Corcia, Claudia Di Palma, Alba Gnazi, Ksenja Laginja, Anna Lamberti-Bocconi, Daìta Martinez, Silvia Maria Molesini, Gabriella Montanari, Renata Morresi, Daniela Pericone, Valeria Raimondi, Anna Ruotolo, Silvia Secco, Francesca Serragnoli, Enza Silvestrini, Claudia Sogno, Alma Spina, Antonella Taravella, Claudia Zironi, perché fossero loro a scrivere i testi in sintonia con le mie immagini.

Valeria Bianchi Mian, con la quale collaboro al progetto “Medicamenta- lingua di donna e altre scritture” sotto la cui egida è nato il libro, è stata invece l’ideatrice del racconto grafico, dedicandosi alle illustrazioni e realizzando la delicata trama di inserti che riscrivono le foto di significati ulteriori. Il libro contiene anche le nostre due introduzioni come curatrici (quella di Valeria con un taglio psicoanalitico) e due nostre poesie, che abbiamo volutamente lasciato a margine della narrazione, a cui invece hanno dato forma le altre autrici. A conclusione dell’opera appare la postfazione accurata dell’artista Sandra Baruzzi, che riflette sulla sintesi che linguaggio visivo e scritto producono. Insomma, è un libro composito, stratificato, multiforme, onirico, conturbante e perturbante, tutto al femminile.

 

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

 

A essere onesta non ho mai pensato che un mio libro potesse essere utile o necessario, in generale. Ho avuto piuttosto la speranza che potesse incontrare lo sguardo generoso di una lettrice o di un lettore, essere riconosciuto, prestare la sua voce per incarnare un sentire altro dal mio, rinascere a nuova vita attraverso inedite attribuzioni di senso. Per quanto riguarda “Maternità marina”, trattandosi di un’opera corale, incentrata sul tema complesso del materno, mi auguro che possa interessare ed essere d’aiuto ‒ come una mappa ‒ a chi voglia incamminarsi in questo territorio originario, accogliente e impervio al contempo, accompagnato dall’eco dei versi e delle immagini, per un’esperienza totalizzante e sinestetica, al confine tra sogno e incubo.

 

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

 

Quasi un decennio fa, durante una vacanza al Sud, stavo passeggiando sulla spiaggia, nella luce abbacinante dell’estate mediterranea, quando ho visto una poltrona rossa abbandonata sugli scogli, scolorita e segnata dal tempo, eppure ancora così accogliente. Ho avuto una visione, non so come altro dire, cioè ho visto (immaginato, ma sembrava molto reale) una giovane donna vestita di bianco, seduta sulla poltrona, e a questa immagine primigenia poi ne sono seguite altre, un racconto intero, una specie di fiaba, a cui ho sentito il bisogno di dare concretezza  attraverso le immagini fotografiche. Io però non sono una fotografa, quindi è stato tutt’altro che semplice realizzare gli scatti. Solo molto tempo dopo, quando ho ripreso la serie fotografica dall’oblio in cui l’avevo relegata, quando ho condiviso questa visione con Valeria e poi con le altre poete, solo in quel momento è stato davvero gettato il seme da cui l’opera è nata.

 

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, a orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

 

Di solito scrivo quando ho l’ispirazione, di getto, e spesso succede la notte. Durante il giorno poi mi occupo della revisione, del lavoro di limatura. L’unico mio testo poetico contenuto in “Maternità marina” è nato in un periodo in cui stavo leggendo il libro di Tiziana Cera Rosco, “Corpo finale”, un’opera potentissima, che mi ha molto turbato. Diciamo che per certi versi è stato come gettare sale su una ferita, la mia ferita, quella con cui da sempre faccio i conti.

Il libro nella sua interezza, invece, ha avuto una lunga gestazione, durata più di due anni. Ho scoperto mio malgrado che essere curatrice mi rende ancora più perfezionista del solito, perché è più forte il senso di responsabilità che accompagna il prendersi cura di poesie altrui. Poi il libro è stato il frutto della collaborazione con Valeria, quindi per due anni abbiamo discusso, vagliato e valutato tutti i dettagli, ci siamo confrontate su ogni decisione da prendere, ed essendo due personcine dalla testa molto dura non sempre siamo giunte subito a un accordo su come procedere.

 

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

 

La copertina è in linea con lo stile della collana “Le Avventurine” in cui è stata pubblicata “Maternità marina”. L’immagine è una foto presente nel libro, nella seconda sezione, lavorata con gli inserti grafici che Valeria ha creato per ogni scatto, seguendo una sua linea narrativa precisa e circolare. L’abbiamo scelta perché non rivela troppo, pur presentando tutti gli elementi salienti della storia: il riferimento al mare (la conchiglia), la donna-madre, l’ambientazione nella natura, quel qualcosa di fiabesco che connota tutta l’opera.

 

  1. Come hai trovato un editore?

 

Ho scritto, presentando una prima versione del progetto, direttamente all’editore Elio Scarciglia, di Terra d’ulivi edizioni. Volevo che fosse proprio lui a occuparsene, cercavo un editore in grado di curare la parte grafica/fotografica nel migliore dei modi, e sapevo che lui è un ottimo fotografo e che Terra d’ulivi ha una collana dedicata ai libri foto-poetici. Inoltre nel suo catalogo molti sono i nomi di autori e autrici validi e quindi avevo la sicurezza che le due anime del libro, poesia e immagini, avrebbero trovato tutta l’attenzione e la cura necessarie. La prima versione del progetto non ha convinto l’editore, così dopo qualche tempo gliel’ho ripresentato con alcune varianti. Nel frattempo l’ho mandato anche a poche altre case editrici, diciamo per avere un piano B nel caso Elio bocciasse di nuovo la proposta. Invece gli è molto piaciuta l’idea nuova e così abbiamo iniziato a lavorarci. È stato prezioso potermi confrontare con lui, e non posso che ringraziarlo per la pazienza cha ha avuto con me e con Valeria.

 

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

 

A chi apprezza la commistione dei linguaggi artistici, a chi ama la buona poesia, a chi ha voglia di immergersi in atmosfere oniriche e fiabesche, a chi non ha paura di sondare zone d’ombra, a chi è interessato alla scrittura contemporanea che pone al centro paure, limiti, complessità, aperture ed epifanie del femminile, a chi è animato da curiosità, a chi è sedotto dalla bellezza e dai suoi rovesci, a chi cerca un libro originale e fuori dagli schemi.

 

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

 

Si era pensato a una serie di presentazioni su tutto il territorio nazionale, dal momento che le autrici coinvolte abitano in quasi ogni regione d’Italia. Data la situazione contingente, tuttavia, al momento l’idea è di iniziare a dare notizia del libro tramite i social e i blog, magari anche con l’ausilio di video presentazioni.

 

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legata e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

 

Per non fare torto a nessuna autrice, scegliendo una sola poesia delle trenta che compongono l’opera ed escludendo dunque tutte le altre, riporto il mio testo, che come dicevo è a margine della narrazione, insieme a quello di Valeria, contenuto nell’introduzione. Non è assolutamente il più riuscito, anzi, e forse nemmeno il più rappresentativo dell’antologia, proprio perché pur essendo in tema, non è associato a nessuna foto. Nell’introduzione lo presento come “preludio [al] viaggio nel luogo più terrestre e viscerale che ci appartenga, una piccola bussola da disattendere alla ricerca del proprio spicchio di luna, del volto autentico della Madre che ci abita dall’origine dei tempi”:

 

L’ALTRA MADRE

 

Avrebbe potuto essere

animale respiro bianco

latte di tenerezza sangue

nel sangue identico,

un cordoncino ombelicale

di silenzi esattamente puntati

al petto dal viola di un capezzolo

al cuore tutto pieno di mani,

fare parola passi centro

di ogni sguardo del presente

e del futuro stella polare

 

Avrebbe potuto essere

non la distanza siderale

in luogo d’ogni azzurro,

la purezza del bicchiere vuoto

della carne intatta destinata

ad avvizzire ‒ meraviglia

in una teca senza corpo

 

Avrebbe potuto scegliersi

colomba un manto di peluria

imponente fiera d’unghie

che ruotano intorno al giallo

degli occhi, schiudersi, sfuggire

alla precisione di sé stessa

 

(invece)

 

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

 

Vorrei tanto che questo libro tutto al femminile fosse letto anche dagli uomini. Mi piacerebbe che qualcuno ne scrivesse, vorrei avere riscontri per scoprire se e quali corde ha sfiorato nel lettore. Mi piacerebbe che, al di là degli esiti perfettibili, fosse evidente quanta cura e attenzione ci sono state dietro alla sua realizzazione.

 

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

 

Non saprei. Sono io la prima ad avere molte domande in sospeso con me stessa rispetto a questo progetto. Vorrei tanto che a qualcuno venisse in mente di darmi proprio le risposte che non ho trovato da sola. Ecco perché aspetto qualche parere, qualche restituzione di senso, la possibilità di nuove interpretazioni.

 

 15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova        opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

 

Sempre in collaborazione con Valeria Bianchi Mian, ho in cantiere una nuova antologia, di cui saremo curatrici.  È un lavoro che nasce da una mia rubrica pubblicata a puntate sul blog Poesia del nostro tempo, dal titolo “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione”, dedicata al tema dei confini e della migrazione, con un focus sulla questione linguistica di chi scrive in una lingua seconda. Poete straniere, che vivono o che hanno vissuto in Italia, raccontano la propria storia di migranti anche attraverso la poesia. Sto lavorando a una mia prossima raccolta, ma sono ancora in una fase aurorale, è troppo presto per prevederne gli sviluppi e dare anticipazioni in merito.

Speriamo bene!

silvia

 

Silvia Rosa nasce a Torino, dove vive e insegna. Laureata in Scienze dell’Educazione, ha frequentato il Corso di Storytelling della Scuola Holden (2008/2009). È vicedirettrice del blog “Poesia del Nostro tempo”, dove si occupa tra l’altro delle rubriche “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione” e “Scaffale poesia: editori a confronto”, ed è redattrice di “NiedernGasse”, dove cura le rubriche “L’asterisco e la Margherita”, firmandosi con il nome di Margherita M. e “Fuori banco: cronache dalla scuola degli ultimi”. Collabora con il blog Margutte e fa parte della redazione di “Argo annuario di poesia”. È tra le ideatrici del progetto “Medicamenta: lingua di donna e altre scritture”, che propone una serie di letture, eventi e laboratori rivolti a donne italiane e straniere, con le loro narrazioni e le loro storie di vita. Ha intervistato e tradotto alcuni poeti argentini, dando vita al progetto Italia Argentina ida y vuelta. Incontri poetici, pubblicato nel 2017 in e-book (edizioni Versante Ripido ‒ La Recherche). Suoi testi poetici e in prosa sono presenti in diversi volumi antologici e sono apparsi in riviste, siti e blog letterari. Tra le sue pubblicazioni: le raccolte poetiche Tempo di riserva (Giuliano Ladolfi Editore 2018), Genealogia imperfetta (La Vita Felice 2014), SoloMinuscolaScrittura (con prefazione di Giorgio Bàrberi Squarotti, La vita Felice 2012), Di sole voci  (LietoColle Editore 2010); il saggio di storia contemporanea Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960) (Ananke Edizioni 2013).

Biobibliografia completa qui:

http://www.larecherche.it/biografia.asp?Tabella=Biografie&Utente=silviarosa

 

 

 

 

Emilio Capaccio traduce Yves Bonnefoy – Fotografie di Lorenzo Noto

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Questo post avrebbe potuto essere un Prisma lirico, cioè un articolo che sposa parola poetica e suggestione di immagini in un unicum, e, in effetti lo è, ma questa volta è esaltata, a maggior valore, quella particolare attenzione alla parola che riversa il testo da un idioma ad un altro, con l’operazione di traduzione d’autore. Potrei dilungarmi ad approfondire cosa significa tradurre, se occorre essere fedeli al testo, se personalizzare la traduzione secondo il proprio sentire, ma questa è un’introduzione non un approfondimento, tanto più che io stessa quando traduco la mia amata Emily Dickinson non sono molto rispettosa delle sue caratteristiche di scrittura, le maiuscole ad esempio, i trattini sparsi. Tolgo virgole, articoli determinativi e indeterminativi. A volte non è che proprio traduco, piuttosto “converto” o reinterpreto. Da ciò, cioè da questo comportamento concludente se ne deduce anche il mio pensiero. Io sono convinta che tradurre sia un’operazione che sta al traduttore, e spazia dal letterale al libero, secondo il suo sentire. Certamente però tradurre sempre e sempre sarà un voler comprendere profondamente il testo sposandolo alla propria lingua e, dunque, contemporaneamente un omaggio al poeta o scrittore scelto e  diffondere la traduzione è volerlo più conosciuto e conoscibile nel proprio mondo. Tradurre è quindi contemporaneamente una testimonianza di passione per la parola e per quello specifico autore.

Quando ho letto le traduzioni delle poesie di Yves Bonnefoy di Emilio Capaccio,  espressione della sua passione nel senso che ho esposto sopra, ho pensato che fosse il caso di avviare questa nuova rubrica dedicata alla traduzione dei testi di letteratura, poetici e no. Si chiamerà “Idiomatiche”. Per l’occasione ho chiesto a Lorenzo Noto di poter scegliere alcune sue foto da affiancare ai testi in lingua originale e tradotti. Ecco il frutto del connubio in questa suggestiva inaugurazione. Il prossimo sabato la seconda parte di questo articolo.

Yves Bonnefoy, traduzioni di Emilio Capaccio, fotografie di Lorenzo Noto

L’uccello valica il canto dell’uccello

e si allontana. (Y.B.)

IL FULMINE

Ha piovuto, questa notte.
La strada ha l’odore dell’erba ammollita,
Poi, nuovamente, la mano della calura
Sulla nostra spalla, come
A dire che il tempo non torna indietro a riprenderci.
Ma là, dove il campo viene a incespicare contro il mandorlo,
Vedi, un rossiccio è balzato
Da ieri a oggi attraverso le foglie.
E noi ci siamo fermati, è fuori dal mondo,
E io vengo vicino a te,
Finisco di strapparti dal tronco annerito,
Ramo, fulminato,
Da cui la linfa di ieri, ancora divina, scorre.

LA FOUDRE

Il a plu, cette nuit.
Le chemin a l’odeur de l’herbe mouillée,
Puis, à nouveau, la main de la chaleur
Sur notre épaule, comme
Pour dire que le temps ne va rien nous prendre.
Mais là où le champ vient buter contre l’amandier,
Vois, un fauve a bondi
D’hier à aujourd’hui à travers les feuilles.
Et nous nous arrêtons, c’est hors du monde,
Et je viens près de toi,
J’achève de t’arracher du tronc noirci,
Branche, été foudroyé
De quoi la sève d’hier, divine encore, coule.

 

LA CAMERA

Lo specchio e il fiume in piena, stamattina,
Si chiamavano attraverso la camera, due luci
Si trovano e si uniscono nell’oscuro
Dei mobili della stanza dissigillata.

E noi eravamo due paesi di sonno
Comunicanti dai loro scalini di pietra
Dove si perdeva l’acqua non agitata di un sogno
Sempre riformatosi, sempre infranto.

La mano pura dormiva accanto alla mano inquieta.
Un corpo poco alla volta nel suo sogno si muoveva.
E lontano, sull’acqua più nera di un tavolo
L’abito rosso illuminante dormiva.

LA CHAMBRE

Le miroir et le fleuve en crue, ce matin,
S’appelaient à travers la chambre, deux lumières
Se trouvent et s’unissent dans l’obscur
Des meubles de la chambre descellée.

Et nous étions deux pays de sommeil
Communiquant par leurs marches de pierre
Où se perdait l’eau non trouble d’un rêve
Toujours se reformant, toujours brisé.

La main pure dormait près de la main soucieuse.
Un corps un peu parfois dans son rêve bougeait.
Et loin, sur l’eau plus noire d’une table
la robe rouge éclairante dormait.

Sei poesie inedite da Passaggi e Paesaggi – brevi e brevissimi palpiti di poesia di Adriana Gloria Marigo

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Oh sogni,

Infanti belli nella luce

Delle vesti lacerate,

Delle spalle dipinte.

 

Yves Bonnefoy, Nell’insidia della soglia, Le nuvole

 

*

Alla fine, la pioggia consegnò un paesaggio flesso e riflesso.

Poi giorni morbidi, alabastrini.

Un mattino cominciò il rito azzurro.

La luce esordì bella come lo spadino di Cocteau, e il pomeriggio si mostrò tutto in volute librarie: parole presero la rincorsa.

 

*

Insistono sui rami avvisaglie sommesse,

discrezione per recrudescenze d’aria.

 

S’innalza la stagione nel lieve

smarrimento della sua grazia acuta

 

 

*

Con la terra, la dura zolla

non sono affinità.

 

A me s’affina perfetta l’aria

il volo di farfalla.

 

Di libellula la ricamata

elitra dove in sobria

cadenza la luce trapassa.

 

*

La luce ci stringe da le fronde,

serra il verbo nell’oro

di un’ora che il nume

cinge di mantica e alloro.

 

 

*

Ancora ameremo

la notoria fragilità dell’ora

il minuto parlare

prossimo alla formula dell’acqua

 

l’amplitudine dell’aurora –

imperante il nero in terra

in cielo l’oro rosso sorgente.

 

*

A terra, in tenue rosso

si sfoglia la vite americana

 

in alto, tra i rami degli allori

uno stormo di passeri

in rapido volo sbreccia

il silenzio tondo.

 

 

Adriana Gloria Marigo

Nota di lettura di Anna Maria Bonfiglio su “Nei giorni per versi” di Anna Maria Curci, Ed. ArcipelagoItaca, 2019

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Ci sono libri che leggi per interesse, libri che leggi per piacere, libri che leggi per imparare. Poi ci sono libri che non smetti mai di leggere, libri che ti accompagnano per tutta la vita e che ogni volta che li leggi ti trasmettono qualcosa di nuovo e di diverso. E’ a questa categoria, che per comodità definirei evergreen, che appartiene Nei giorni per versi della poetessa, scrittrice e traduttrice Anna Maria Curci. Ho incontrato la scrittura di Anna Maria leggendo delle pagine di prosa nelle quali, attraverso i colori degli abiti indossati, venivano ricordati figure e fatti della vita dell’autrice e ne sono rimasta affascinata. E’ passato qualche anno ma ricordo ancora l’emozione che quella lettura mi ha trasmesso, rinviandomi ad un tempo che anche io avevo vissuto e ricordandomi nella figura della madre la mia stessa madre. Così ho iniziato a seguirla, ammirando lo stile della sua scrittura, la professionalità nell’espansione del proprio “sapere”, sempre misurata e profonda, e la generosità nella promozione della poesia degli altri. Tutto ciò ha trovato ulteriore compimento nella lettura della sua silloge poetica di cui affettuosamente mi ha fatto prezioso dono.

Nei giorni per versi  mi ha catturato subito ma mi ha anche messo un po’ di soggezione: cosa potevo dire io di una così perfetta operazione di stile, dove significato e significante si intersecavano e la parola poetica, tanto criptica quanto suggestiva, apriva un mondo infinito di interpretazioni? E più leggevo più mi sentivo immersa in un universo di significazioni. La voce poetica di Anna Maria Curci “netta la parola come sfogliando un cespo fino al suo cuore tenero”, scrive nella accurata e illuminante prefazione Patrizia Sardisco, sottolineando proprio la capacità dell’autrice di fulminare con il verso l’attimo cogente che spetta al lettore decodificare. Già il titolo della silloge si pone come primo nucleo generativo di indagine: nei giorni per versi, anaforico e musicale; trascorrere i giorni inseguendo i versi, dedicando tempo ai versi; ma anche nei giorni per-versi, laddove il tempo si manifesta nella sua valenza persecutoria. Le centosettantatré quartine di endecasillabi che compongono la raccolta si snodano senza soluzione di continuità riferendoci un quadro diaristico che fulmina riflessioni, ricordi, squarci di ironia e fustigazioni di costume in un ensamble (e uso questo termine a ragion veduta per l’intrinseco innesto musicale dei versi) di risonanze che coniugano motivi di cronaca quotidiana e colti riferimenti letterari. Il genere letterario che Anna Maria Curci declina in questa raccolta è l’epigramma, canone dominante per l’espressione poetica che traduca in rapida sintesi un’arguta e mordace critica:

 

Quei rondinotti rannicchiati all’Elba

sono cresciuti, si son fatti corvi.

Non gracchiano, starnazzano eleganti,

librano versi telecomandati”.

 

Metafora del proliferare versificatorio, la quartina ricorda le novecentesche schermaglie di poeti quali, solo per citarne alcuni, Caproni, Montale e Flaiano che se le mandavano a dire tanto in maniera manifesta quanto in metafora. E ancora Curci:

 

Si affanneranno nuove schiere d’api

a degustare (già mutato il gene)

sputando il seme, trattenendo il vago.

Il festone chiassoso empie le gote.”

 

Garbo ed eleganza accompagnano l’ironia e il rammarico per l’uso-abuso del genere poesia, parola che può ritorcersi contro:

 

Quando mi troverai già sfilacciata

dalla tua attesa inerte, mio poeta,

bollandoti la fronte penserai

che mai io sono innocua, io parola.”

 

Sferzante monito al doveroso riguardo che  esige l’espressione poetica. Ma l’obiettivo della nostra poetessa zooma anche su altre realtà, indaga la contemporaneità, gli affetti, l’arte, ha sguardi di tenerezza per il passato:

 

A fine luglio, nei giorni di pioggia,

giocavamo a Monopoli o a Carriere.

Meteo e tempo ci erano propizi.

Mai più sarebbe stato come allora.”

 

Andando avanti nella lettura incontriamo quartine di carattere intimo, la poetessa a confronto con se stessa, un’eva versus eva, donna, figlia, moglie, madre, docente, che si ritrovano infine in un unicum.

Mi cullo in quello che di me dicevi;

          metà e metà, formica e poi cicala,

          un ibrido che ascolta, stipa e canta.

          Ti cerco nella sera sopraggiunta.”

 

E allora i versi si abbandonano  all’umbratile malinconia, alla tentazione di una resa dei conti, ai fatali distacchi, “oggetti smarriti alla dogana”. La lettura ci aggancia alle pagine e una dopo l’altra non sai più quale quartina scegliere da citare per chiudere questa mia breve nota di lettura:

Man mano che si accende lume a lume

           Sostiamo nel silenzio che rapprende

           Lo squarcio all’improvviso rivelato.

           Noi che veniamo al mondo lacerando.”

 

Anna Maria Bonfiglio

 

 

 

 

 

 

 

Ricordando Mario Luzi

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Il 28 febbraio di 15 anni fa moriva il grande Mario Luzi. Vogliamo ricordarlo attraverso le sue stesse parole.

Alla vita

Amici ci aspetta una barca e dondola
nella luce ove il cielo s’inarca
e tocca il mare, volano creature pazze ad amare
il viso d’Iddio caldo di speranza
in alto in basso cercando
affetto in ogni occulta distanza
e piangono: noi siamo in terra
ma ci potremo un giorno librare
esilmente piegare sul seno divino
come rose dai muri nelle strade odorose
sul bimbo che le chiede senza voce.
Amici dalla barca si vede il mondo
e in lui una verità che precede
intrepida, un sospiro profondo
dalle foci alle sorgenti;
la Madonna dagli occhi trasparenti
scende adagio incontro ai morenti,
raccoglie il cumulo della vita, i dolori
le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita.
Le ragazze alla finestra annerita
con lo sguardo verso i monti
non sanno finire d’aspettare l’avvenire.
Nelle stanze la voce materna
senza origine, senza profondità s’alterna
col silenzio della terra, è bella
e tutto par nato da quella.

da La barca, 1935

*

Già colgono i neri fiori dell’Ade
i fiori ghiacciati viscidi di brina
le tue mani lente che l’ombra persuade
e il silenzio trascina.

Decade sui fiochi prati d’eliso
sui prati appannati torpidi di bruma
il colchico struggente più che il tuo sorriso
che la febbre consuma.

Nel vento il tuo corpo raggia infingardo
tra vetri squillanti stella solitaria
e il tuo passo roco non è più che il ritardo
delle rose nell’aria.

da Avvento notturno,1940

*

Il vento è un aspro vento di quaresima,
geme dentro le crepe, sotto gli usci,
sibila nelle stanze invase, e fugge;
fuori lacera a brano a brano i nastri
delle stelle filanti, se qualcuna
impigliata nei fili fiotta e vibra,
l’incalza, la rapisce nella briga.

Io sono qui, persona in una stanza,
uomo nel fondo di una casa, ascolto
lo stridere che fa la fiamma, il cuore
che accelera i suoi moti, siedo, attendo.
Tu dove sei? sparita anche la traccia…
Se guardo qui la furia e se più oltre
l’erba, la povertà grigia dei monti.

da Primizie del deserto, 1942

*

Vent’anni

Perdono pe’ nostri dolci peccati
per avere spesso guardato
teneramente dissiparsi il giorno
dall’ombra e il silenzio dei casini
sognando di andare con una fanciulla
senza seni lungo l’Arno rosa
e la voglia di piangere racchiusa
nel cuore come un’onda preziosa.

Perdono per esserci creduti forti
più della morte quando passavano
i carri e i funerali per le strade
odorate di cipria e di fiori
e volevamo portare a casa cantando
l’immagine dei baci, la voglia
di stringer l’età amara che non fugga,
d’entrare nelle chiese che non han più soglia.

da Poesie ultime e ritrovate, 2014

 *

Aprile-Amore

Il pensiero della morte m’accompagna
tra i due muri di questa via che sale
e pena lungo i tornanti. Il freddo
di primavera irrita i colori,
stranisce l’erba, il glicine, fa aspra
la selce, sotto cappe e impermeabili
punge le mani secche, mette un brivido.

Tempo che soffre e fa soffrire, tempo
che in un turbine chiaro porta fiori
misti a crudeli apparizioni, e ognuna
mentre ti chiedi che cos’è sparisce
rapida nella polvere e nel vento.

Il cammino è per luoghi noti
se non che fatti irreali
prefigurano l’esilio e la morte.
Tu che sei, io che sono divenuto
che m’aggiro in così ventoso spazio,
uomo dietro una traccia fine e debole!

E’ incredibile che io ti cerchi in questo
o in un altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora un’età, la mia,
che s’aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.

L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. E quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.

La mia pena è durare oltre quest’attimo

Da Primizie del deserto, 1942

 

10 #cronacheincoronate

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Ancora qualche racconto dei giorni vissuti al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione i link agli altri post delle cronache incoronate precedenti.

Oggi vi propongo le mie ultime tre cronache. Nella prima racconto la mia prima uscita dopo il grande isolamento. Un’uscita per esigenze di lavoro avvenuta oltre un mese fa. Nelle altre parlo di statistiche  e del loro fascino, di pasta ripiena e non solo.

Oggi, conclusa la fase 2 della riapertura, siamo prossimi alla fase 3 di uscita dall’isolamento. Il 18 maggio, lunedì prossimo avverrà la ripresa delle attività in sicurezza e delle uscite libere, per quanto ancora limitate territorialmente. Forse la paura sta passando. Forse abbiamo imparato a fronteggiare il minuscolo mostro. Non è un caso che le cronache incoronate si chiudano con il racconto di questa prima uscita che è la testimonianza del senso di responsabilità di tutti i cittadini nel seguire le raccomandazioni del Governo. Con una cronaca che parla di statistiche, il cruscotto governativo che orienta e ha orientato le scelte governative. E infine con l’ultima cronaca che esprime l’importanza dell’essenziale. Spero che tutti abbiamo tratto insegnamento da quest’esperienza. Che abbiamo imparato anche, tra l’altro, quanto sia preferibile la solidarietà alle chiusure, la generosità agli egoismi, di quanto poco servano gli applausi, la superbia, la pomposità, l’apparenza, di quanto invece contino la nobiltà del coraggio, la forza che dà il senso del dovere, la concordia e compattezza nelle condotte,  tali da diventare l’unità sorprendente di un popolo, che popolo maggiormente ci rende.

Di certo l’esperienza ci ha messo di fronte alla nostra fragilità e alle battaglie accomunanti della vita e della morte. Queste ultime quanto mai tetre e annichilenti. Penso che abbiamo pagato un tributo alto di decessi a questa pandemia, alcuni erano miei conoscenti, reali e virtuali. Penso che basti così. Che sia vero il detto tutto nostro siculo “niuro cu more” letteralmente “nero chi muore”, per dire “a contrariis verbis” che i vivi vanno avanti. Siamo alla ricerca dello scatto d’orgoglio, dell’inventiva, della determinazione e ancora e sempre di tanta forza e operosità. Mi auguro che questo sia un addio alle cronache incoronate, non un arrivederci.

CRONACHE INCORONATE

Siracusa, 8 aprile 2020

CRONACHE INCORONATE

LE USCITE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

È dal 17 marzo che non esco. Escluse un’incursione nel giardino, una nel cortile, una fino al cassonetto dei rifiuti. Con un’autocertificazione ultimo modello non compilata e l’autorizzazione del Boss, parto, inforcando l’auto. Da quella data è la prima volta che sono in strada e vedo gente. Certo che la situazione è davvero diversa. La percentuale di persone con la mascherina è del 90%, venti giorni fa del 10%. Sono stupefatta di vedere i miei concittadini in fila, distanziati di oltre un metro l’uno dall’altro, in attesa davanti al fruttivendolo, alla banca, all’Ufficio postale. Hanno tutti recepito le regole. Probabilmente anche meglio che altrove, visto che, se dovessero ammalarsi, se la vedrebbero “pietre pietre” ben più che altrove. Qui infatti, quanto ad assistenza sanitaria, non si conosce il significato della parola eccellenza. Anche la semplice efficenza ed efficacia latitano. È per questo che i Siracusani pensano bene di applicare un altro detto idiomatico ” chi si guardò, si salvò”. E infatti si guardano bene da contagiarsi l’un l’altro. Arrivo al mio Ufficio e, prima di scendere, mi bardo. Guanti in nitrile e mascherina. La mascherina è in tessuto. L’ho fatta io. Mi calza perfettamente. Per potenziarne l’efficacia, ho inserito all’interno un quadratino di carta forno. Scendo dall’auto, mi infilo la giacca, entro in Ufficio. Incontro in tutto tre persone, nessuna di loro mi si avvicina. Tutti a debita distanza. Salgo nella mia stanza e realizzo che la respirazione con la mascherina non può accelerare. Bisogna mantenersi calmi e non sudare. Affannarsi vuol dire respirare male. In ogni caso l’appannarsi degli occhiali è inevitabile. Si guarda il mondo storcendo il collo come galline, attraverso uno spiraglio sottile del vetro, che si opacizza a stantuffo ad ogni respiro. Spruzzo qui e lì l’alcool misto a poca acqua, che mi porto appresso in una boccetta da eau fraiche oblunga con tappo spry. Operazione probabilmente non necessaria, visto che i locali sono stati sanificati appena un paio di giorni fa. Sbrigo l’essenziale. Circa due ore di lavoro. Torno al porto sicuro della mia auto. Nuovo rito di svestizione. Spruzzo l’alcool sui guanti. Mi tolgo la mascherina prendendola dagli anelli dietro le orecchie. Infilo guanti e mascherina in una bustina. Spruzzo alcool sul volante, sul cellulare, sulle chiavi, sul badge. Metto in moto e parto. Arrivo a casa. Missione compiuta. C’è un bellissimo sole, servirà a sanificare il giubbotto.

Tutto andrà bene.

CRONACHE INCORONATE

Siracusa 19 aprile 2020

LA PASTA RIPIENA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

È di moda coccolarsi col cibo. Oggi si usa una terminologia esterofila intuitiva: comfort food, che non è solo il brodino quando c’è freddo, ma anche la pizza, il pane, dolci vari e la pasta fatta in casa. Nel senso di fare cose buone da mangiare che consolano, visto che siamo reclusi d’imperio per la salvaguardia dal contagio e di tempo a disposizione ce n’è. Oggi mi sono cimentata coi ravioloni ripieni di spinaci e ricotta. Saranno vent’anni che non ne preparo. La ricetta è semplicissima. La lavorazione un po’ lunga. Stendere la pasta l’operazione piu noiosa. Mentre ero intenta alla lavorazione si alza dal letto il figlio minore. “Che stai pasticciando, mamma?” Ed io ” Sto facendo i ravioli ricotta e spinaci” risponde “Ahhh…” e resta un po’ a guardare. Poi mi aiuta a cercare un attrezzo che faccia da coppapasta, del quale non dispongo. La scelta cade su una tazzona da colazione che ha la misura giusta per ricavare i cerchi di pasta belli grandi. Il figlio minore si allontana. Arriva il maggiore, più brutalmente dice ” Che schifezzina stai preparando, mamma?” Ed io ” I ravioloni ricotta e spinaci”, risponde ” Ah sì, vero, vero. Avevi detto ieri che li avresti fatti”. Io proseguo la preparazione e loro ronzano intorno. Sorvegliano la progressione. Percepisco una certa curiosità. Mi torna in mente quando cinque o sei anni fa, tirai fuori gli aghi da lana e cominciai a sfornare sciarpe, cappelli, poncho, maglioni. Li lasciai esterrefatti di questa mia capacità. Al punto che me lo dissero apertamente. “Non ti avevamo mai vista lavorare la lana, non sapevamo lo sapessi fare”. Le mamme non finiscono mai di stupire. Poi li sento che parlano tra loro, il grande dice al minore ” Ma sì sarà come le pizze, prima s’impratichisce, poi le verranno sempre più buone”. Allora mi tocca intervenire. “Guardate ragazzi, io la pasta la so fare da quando ero ragazza, verrà buona sin dalla prima volta. Siete voi che non me l’avete mai vista fare”. In effetti a casa di mia mamma la si faceva spesso nei giorni di festa. Poi, una volta sposata e con i figli, ho sempre rinviato certe preparazioni, per troppo lavoro, per stanchezza, perché ero una donna in carriera, perché dovevo scrivere l’ultima poesia…Questo tempo strano recupera mie abilità vintage, se così posso dire, di arti apprese e messe da parte. Sono certa saprei fare anche il pane. Una bella pagnotta fragrante. Prima di dare il primo taglio, come faceva mia nonna, traccerei una croce sulla sua superficie ringraziando Dio di avere “il pane quotidiano”. Tenendo sempre a mente l’importanza delle cose semplici. La grazia di disporre dell’essenziale.

CRONACHE INCORONATE

Siracusa 22 aprile 2020

LE STATISTICHE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Le statistiche sembrano una cosa facile, raccogli un po’ di numeri li metti su una tabella, ci metti una bella descrizione, li aggreghi, li rappresenti con una bella curva, un diagramma a torta o a colonne e il gioco è fatto. Col cavolo. Non è niente affatto così. Per prima cosa devi sapere dove vuoi arrivare con quelle statistiche. Voglio dire che le statistiche misurano qualcosa ma sono uno strumento, un cruscotto, ti dicono dove spingere, dove rallentare, se c’è un anello debole. I numeri cioè devono essere raccolti in modo che dopo, più o meno aggregati, secondo l’ambito di osservazione, ti possano “parlare”. Ti devono poter fare l’occhiolino. Spalancarti un mondo. E tu puoi trovarvi una chiave di lettura, una prospettiva, una nuova angolazione, persino una soluzione. L’indirizzo verso cui dirigere la futura azione. I numeri hanno il loro fascino, si “mostrano” se si sanno leggere, se ancor prima si sanno raccogliere gli specifici dati, se questi sono sufficientemente definiti, attendibili e adeguatamente mirati. Per svariati anni mi sono occupata di numeri, un po’ di contabilità, un naufragio da controller. Soprattutto mi piacevano le statistiche. La prima cosa da capire è capire con le parole e la logica che cosa misurano i numeri e non tutti sono abbastanza…diciamo attenti o interessati da capire cosa stanno misurando quei numeri. Perché se non lo capisci bene non puoi neanche costruire ulteriori confronti e relazioni. Al tempo del coronavirus, conoscendo questa mia inclinazione, ho cominciato a provare fastidio leggendo gli articoli dei giornali che riferivano a modo loro i dati delle statistiche del contagio. Ho cercato di andare alla fonte. Dapprima ho trovato una testata che riportava i dati giorno per giorno con tabelle e grafici senza commenti, poi, resami conto che si trattava delle statistiche della protezione civile rielaborate, sono andata alla fonte. Questo il link per la versione mobile.

http://opendatadpc.maps.arcgis.com/…/opsdashboa…/index.html….

Il link in verità me l’ha passato mio figlio minore che a sua volta teneva d’occhio la statistica. Buon sangue non mente. Non so quanti altri italiani siano stati ad attendere ogni giorno la pubblicazione del “bollettino di guerra”. Alle 18,30 ogni giorno. Ritengo moltissimi. Tra questi certamente, con speciale sensibilità, Lorenzo Noto, un mio amico di Facebook che si è avvalso di excel per impostare tabelle di analisi, la più recente delle quali condivido più sotto. So però che è dal 17 marzo 2020 che prendo nota a mano (una scelta scaramantica, come se potessi possedere meglio ciò che scrivo di pugno) di 6 dati giornalieri, calcolo la differenza di questi con quelli del giorno precedente. E precisamente a livello nazionale: gli attuali contagiati, i guariti, i deceduti, il totale, il totale contagiati in Sicilia, quelli di Siracusa. Le statistiche hanno detto che non sono bastati 15 giorni di isolamento per vedere uno stop o inversione di tendenza. A quel punto ho capito che l’ultimo dei contagiati nell’ultimo giorno di circolazione, avrebbe potuto contagiare un altra o più persone, per quanto poi lui stesso e quelle altre subito dopo fossero confinate in casa. In sintesi non bastavano quindici giorni ne occorrevano di più. Così è stato, ma finalmente è avvenuto. Da ieri non più soltanto segni di frenata del contagio, ma l’inizio della decrescita. E’ chiaro che questo segno meno è una somma algebrica. Però i numeri dicono che finalmente l’inversione di tendenza sta avvenendo e ne scrivo perché il segno negativo nel dato di crescita del contagio per due giorni consecutivi fa davvero ben sperare che #tuttoandràbene. Brava Italia. Adesso però statti buona, non fare la solita garibaldina strafalciona. Finché non siamo a zerototale = nessuno più malato, o almeno fino al prossimo traguardo: zero nuovi contagi, ancora mascherina e amuchina.

p.s.A proposito l’avete fatta una donazione alla protezione civile. Avete aiutato chi ci aiuta?

La tabella excel dei contagi. E’ un’elaborazione di Lorenzo Noto dei dati della Protezione Civile

Nota critica di Luciano Domenighini alle quartine inedite da “Il taccuino del recluso” di Silvio Raffo

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Color Study, Squares with Concentric Circles, Vasilij Kandinskij,1913

 

Quindici quartine di endecasillabi a rime alternate o incrociate, epigrafiche e lapidarie, filosofiche e sentenziose, costituiscono questo breve poemetto in cui Silvio Raffo, in brevi strofe rimate, alla maniera dei cantastorie,  riassume, ricapitola e giudica la sua fabula di uomo e di poeta. Come l’autore stesso suggerisce nell’esergo della quartina di preludio, si tratta di una meditatio in limine vitae, se non proprio di un redde rationem in mortis examine. Ripetuti sono i riferimenti al trapasso (Fine, Eterno, Morte).

Ma è una “contemplazione della morte” inedita, sorprendente, disinnescata della sua carica tragica. Simili meditazioni intimistiche, ricapitolative e giudicanti, hanno d’abitudine un tono austero, sentenzioso, una vocazione oracolare e una forte valenza patetica, spesso angosciante quando non disperata.

Qui invece si respira un’aria serena, pacificata, eufemizzante, come redenta: il colore è chiaro e soffuso, il tono mansueto e pago. La saggezza del presente ammanta il passato di un velo assolutorio e in luogo degli angosciosi presagi di un’apocalisse incombente compaiono le rivelazioni e la grazia di un’epifania, i segnali di una rigenerazione.

 

XXI

Moltiplicare i giorni dell’attesa

nella certezza di un’estrema festa.

Eterno si fa il tempo, e l’ardua impresa

si fa leggera. Gioia pura è questa.

 

Emendato il presente dal giogo delle passioni e dalle lusinghe della speranza che avevano travagliato il passato, l’animo è pronto alla rinascita:

 

XXIV

Esaurito ogni palpito, ogni afflato

deposta ogni speranza che ci affanni,

non c’è minaccia di futuri inganni.

Ed è come se nulla fosse stato.

 

Anche il linguaggio poetico si conforma alla ritrovata serenità di questo clima interiore. É un linguaggio piano, ancorché qua e là ricercato nel lessico e nella sintassi (vedasi ad esempio l’iperbato «Del Minotauro immagino la stanza/di pareti fasciata ultrasonore-/…», o anche l’apertura della IX quartina: «Si congela il rigore dell’inverno/in vitrea sospensione adamantina./…», dal contenuto metaforico sobrio e accessibile; un linguaggio nitido ed efficace, ora pregiato ora contiguo al parlare corrente ed echeggiante talora quello di certi rimatori crepuscolari.

L’alternanza dei modi e dei tempi verbali rendono vivido e mobile questo diario interiore, per altro vario nell’eloquenza, frammentario nell’andamento (la progressione delle strofe, segnate in numeri romani, è lacunosa) e disorganico nella struttura e tuttavia calato in un solo colore poetico e reso omogeneo da un unico, intenso afflato ispirativo. Molte strofe sono all’indicativo presente singolare, in prima persona o in seconda retorica, e, in un’iperpercettività visionaria, registrano l’hic et nunc  del momento ispirativo.

Due, di taglio precettivo, sono in imperativo di seconda singolare.

 

XIX

Impara la sacralità del rito,

del ritmo che scandisce la giornata,

della luce deserta inanimata

nel fluire di un tempo ormai impietrito.

 

 

XXVII

Tu serbali preziosi nel ricordo

Questi giorni d’amianto e d’ametista

In cui fra Cielo e Terra un mutuo accordo

Fu stabilito-fulgida conquista.

 

La nona strofe, ode alla magia metafisica e trascendente dell’inverno, ragguardevole per la pregiata fattura e la forza icastica del secondo verso, ha un respiro corale, universale e all’ “io” subentra il “noi”:

 

IX

Si congela il rigore dell’inverno

In vitrea sospensione adamantina.

Nel silenzio incantato ci avvicina

Il costante contatto con l’Eterno.

 

 

Sentenziose e motteggianti sono le strofe XV e XVII

XV

Trasumanare è l’unica avventura-

Annullare del corpo ogni barriera-

Del tempo valicare la frontiera.

Questa è dell’infinito la misura.

 

XVII

“O tu uccidi l’insidia o lei t’uccide”

Ma con l’odioso invisibile tarlo

può saggia strategia sempre ignorarlo.

Il male annienta solo chi lo vide.

 

 

La scena della strofe tredicesima è una visione tutta mitologica.

 

XIII

Del Minotauro immagino la stanza

di pareti fasciata ultrasonore-

Arianna il filo tende, alla distanza

Teseo avanza nel fitto tenebrore.

 

 

Una sola quartina, la settima, in prima persona di imperfetto e gravida di metafore, è retrospettiva, e riassume una vita passata incostante, elusiva, dispersiva e fuggitiva:

 

VII

Ondivago e fedele ad ogni riva

sul capriccioso vortice eludevo

ogni approdo; gioiosa e fuggitiva

al largo la mia rotta disperdevo.

 

Nell’ordinamento metrico, dove comunque obbligata è la tonica in decima su parola piana, si riscontrano varie soluzioni ritmiche dell’endecasillabo e si ravvisa altresì qualche sporadico inciampo, specie in alcuni endecasillabi di fine strofa. Deroghe queste certamente volute, a mo’ di vezzo, forse, per dare un tocco informale, antiaccademico e “naif”, all’eloquio poetico oltre che, verosimilmente, per tutelare la comprensibilità del dettato. La strofe di congedo, virgiliana, richiama un memorabile passo del IV libro delle Georgiche:

 

XXIX

Così i morti non muoiono, e la vita

Non è quel soffio che si fa respiro.

In un vortice solo, in cieco giro,

Un flusso ininterrotto s’infinita.

 

His quidam signis atque haec exempla secuti
esse apibus partem divinae mentis et haustus
aetherios dixere; deum namque ire per omnes
terrasque tractusque maris caelumque profundum.
Hinc pecudes, armenta, viros, genus omne ferarum,
quemque sibi tenues nascentem arcessere vitas;
scilicet huc reddi deinde ac resoluta referri
omnia nec morti esse locum, sed viva volare
sideris in numerum atque alto succedere caelo.

 

(Virgilio, Georgiche, IV 219-227)

 

“In base a questi segni e osservando il loro comportamento

qualcuno ritiene che nelle api vi sia una parte della mente divina

e un’origine celeste: perché il dio penetra in ogni cosa,

nelle terre, sopra le distese marine, dentro il cielo profondo;

e greggi, armenti, uomini e tutti gli animali, nascendo,

dal dio attingono la loro effimera vita;

poi, dissolti i corpi, al dio ritornano e a lui si rimettono,

né esiste per loro un luogo di morte,

ma vivi volano alle stelle ed entrano nell’immensità del cielo.”

 

Insieme ricapitolazione e confessione, profezia e sentenza, questa breve raccolta di strofe in rima, a un tempo testimonianza e lascito, è come percorsa da una fede tutelare, da uno spirito di speranza, benevolo e conciliante.

Leggere questi versi fa bene all’anima.

Luciano Domenighini

 

Biobibliografia di Luciano Domenighini

 

Luciano Domenighini è nato a Malegno (BS) nel 1952. Ottenuta la Maturità Classica si è laureato in Medicina e ha svolto la professione medica quale medico di Medicina Generale, attività che svolge tuttora. Negli anni universitari, a Parma, presso una radio locale ha condotto per quattro anni una rubrica radiofonica di musica operistica. Come poeta ha pubblicato tre raccolte di poesie: Liriche Esemplari (2004), Le belle lettere (2017), Il giardino dei semplici (2019); come critico letterario, l’antologia di profili critici di poeti emergenti La lampada di Aladino, (2014) e infine, in veste di traduttore, due raccolte di traduzioni dal francese: Petite Anthologie, (2015), Saggio di traduzione, (2016) e due dal latino Poemi didascalici latini, (2017) e Poeti satirici latini, (2019). Attualmente ha in preparazione una nuova silloge poetica e una raccolta di traduzioni dal greco.

 

“Griot in the city”, un racconto di Francesco Tontoli

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Nella sua voce vi sono così tanti armonici che anche quando parla, anche quando non canta, gli si può ascoltare il fruscìo sotterraneo di un mondo di muchi e catarri, un lavorìo di bronchi affaticati, un motore non immobile di ottoni e di archi come un’orchestra asmatica che si accordi con difficoltà.
-Canta, canta!…- gli dicono centrando il cappellaccio in terra con una moneta. E lui con lo sguardo acquoso fa cenno di stringersi il pugno al petto gorgheggiando con un suono simile alla carta vetrata un:
-Grazie!- sonante e soddisfatto, imitando il “parlato” d’operetta.
–Dedicherò questa birretta a te, amore mio sconosciuto!…-
La velocità della massa di uomini e donne che si sposta da un punto all’altro della città come in una clessidra, ogni giorno su quel marciapiede, viene alterata dal suono ruvido e dal tono beffardo che fuoriesce dal suo cavo orale.
Un monito, il richiamo di un sirenetto rauco alla vacuità della fretta. Uomini legati a doppio filo alla schiavitù dell’ora esatta, e del minuto secondo da centrare ad ogni passo, vengono intontiti per un tempo indefinibile da una fonte sonora oscura e cavernosa che li blandisce, rapendoli dalla strada.
La cecità non gli è d’ostacolo. Sa esattamente del rumore dei passi di chi esita e di quanti sono quelli che non resistono al duro impatto della sua voce.
Sa quanti corpi barcollano allo scontro con le onde seghettate delle sue blue-notes. E i piccoli cerchi concentrici umani che gli si formano intorno sono simili a quelli che si allargano nell’acqua quando vi affonda un sasso.
Ode chiaramente le corrispondenze lievi degli sguardi che si incrociano e annuiscono. Le labbra che piano si allargano in un sorriso scavando nella pietra dura. E’ tutta gente uscita a sgomitare per lo spazio vitale dei pochi centimetri quadrati concessi graziosamente ogni giorno dall’Entità Sconosciuta chiamata benevolmente Padreterno, che manifesta tutta la sua gentile ferocia nell’abbrutire e nell’annichilire in un luogo denominato “città” , tutta la vita che gli uomini immaginano abbia creato.
Certo che anche gli uomini stessi, qualcuno sospetterebbe soprattutto loro, partecipano allo scempio con una discreta attitudine emulativa che la dice lunga sulla competizione che stabiliscono con Dio per dividersi le spoglie del pianeta che abitano. L’uno nel Sito Immaginario, l’altro in quello Reale.
Chi sono ad esempio quei due che si tengono per mano mentre ascoltano il Griot metropolitano cieco, fare i gargarismi con l’acido muriatico, tutti compresi nello sforzo di carpirgli il segreto della musica e della sua fascinazione?
E quell’altro tipo un po’ in disparte in grisaglia d’ordinanza che sembra fulminato sulla via di Damasco, con la borsa di pelle nera in una mano ingombra del sangue delle sue vittime finanziarie? Come mai si è fermato anche lui in posa mistica, sguardo perso e bocca aperta?
Forse perché il barbone sfatto di cattiva birra ha toccato i loro tasti dolenti, i loro bottoncini segreti, esposto i loro nervi alla radiazione della sua voce facendo emergere un’umanità dimenticata? E’ come scavare in un sito archeologico affondando strumenti in un terreno cedevole, avendo a disposizione il più potente dei mezzi di scavo: la frenesia dovuta al ricordo di qualcosa di irrimediabilmente perduto.
Ognuno di questi uomini in cerchio insomma, anche se ora si ricompone e ritorna a correre, anzi a rincorrere l’oggetto scuro del suo desiderio, ha subìto l’effetto devastante dell’evocazione di un fantasma prigioniero nella propria mente.
I due amanti questa sera si lasceranno senza una ragione così come aveva cantato il Griot. E l’uomo con la borsa nera, dopo aver visto scorrere e cadere i suoi titoli in borsa, verrà attratto dal cassetto della scrivania dove ha riposto la pistola che ha comprato un giorno, più per esibirla che per usarla. Ma questo il Griot non lo canterà sui marciapiedi di New York o Londra, dove si svolge presumibilmente questa storia di possibilità.
Lui vocalizza solo canzoni d’amore.

Francesco Tontoli

La seconda domenica di maggio

La seconda domenica di maggio è tradizionalmente dedicata alla festa della mamma. Sul blog Limina mundi abbiamo pensato di dedicare un post a questa ricorrenza, ma senza molte parole. Non c’è molto bisogno di spiegare a una madre che cosa significhi essere madre, e nemmeno serve spiegarlo a tutti gli esseri al mondo, che sanno bene di essere venuti al mondo proprio perché una donna ancora prima ha accettato di essere madre. Cioè assumere un compito che impegna per la vita.
Ecco quindi, per le madri di tutto il mondo, tre suggestive immagini che “fotografano”  la maternità e i nostri Auguri.

Richard Mcneil “Madonna e Bambino”

Picasso, “Maternità in un campo”, 1901

 

J. Kirk Richards”Mother and child sleeping”

Qui il timelapse del pittore all’opera

9 #cronacheincoronate

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Prosegue il racconto dei giorni vissuti al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione i link agli altri post delle cronache incoronate precedenti. Oggi con me che racconto di fake news e poesia, la serena voce di Anna Maria Bonfiglio nella sua cronaca che infonde coraggio.

Vi ricordo che chiunque può proporre al blog Limina mundi (liminamundi@gmail.com) il proprio vissuto di questi giorni di epidemia e contenimento. Il turbamento, lo stravolgimento, il dolore ma anche lo spirito di resistenza, di reazione, e, talvolta il sorriso, nonostante tutto. Un modo per stare vicini, per allontanare la paura, per esorcizzarla. 

CRONACHE INCORONATE

LA SINDROME DELL’ESILIO DI ANNA MARIA BONFIGLIO

Oggi, 6 maggio 2020, dopo 70, dicasi settanta, giorni di domicilio coatto, ho provato a mettere il naso fuori dal portone di casa. Non è che scalpitassi per uscire, essendo già fuori dal contesto lavorativo e, a dirla tutta, non essendovi mai entrata in maniera stabile, sono abituata a trascorrere buona parte del mio tempo a casa, salvo spesa, qualche giornata di shopping, qualche sortita in pizzeria, incontri culturali e teatro. Dite che non è poco? Sì, è vero, ma non è neanche molto, in quanto le suddette attività sono spalmate nell’arco di un anno. Ma comunque, questo è, e va bene così. La permanenza a casa in continuativo e la paura del maledetto covid19, dopo le prime due settimane di ansia, non mi procurarono né insofferenza né nervosismo, né mi infastidì che il primo step di apertura ventilato per il 14 di aprile fosse stato procrastinato al 24 dello stesso mese e di seguito al 4 di maggio. Però, mano a mano che si avvicinava la data per la prima fase di apertura, cominciavo a prepararmi per uscire dalla tana: le mascherine c’erano, i guanti pure, era stata perfino attrezzata una pochette con fazzolettini e gel disinfettanti. Giunta alla domenica 3 marzo mi persuasi che fosse stato meglio evitare di uscire per la prima volta proprio il primo dei giorni che avrebbero visto la folla accalcarsi per le strade, a piedi o in auto, per visitare quelli definiti “propri congiunti” che contemplavano anche la quarta categoria di cugini, gli affetti stabili, i fidanzati, i conviventi, le unioni civili, i bambini con il girello, varie ed eventuali. Bene, meglio aspettare. Il martedì, appena alzata e dopo il caffè,  mi affacciai al balcone per sondare che aria tirasse. Era una giornata grigiastra, verso Monte Pellegrino una nuvolaglia offuscava il panorama. Uscire, ma perché avere tutta ‘sta fretta? Se si fosse messo a piovere? Se l’abbassamento di temperatura che aveva previsto il meteo si fosse presentato? Rischiare un raffreddore dopo tanta quarantena era da stupidi, in fondo ormai la strada verso la libertà era aperta, un giorno in più di chiusura non faceva la differenza. Senza contare che ancora non si avevano notizie precise sul reale effetto in termini di contagio dell’apertura del giorno precedente. Stavo entrando nella paranoia? Forse. Allora dovevo reagire subito. Ingolfata in guanti mascherina tracolla e shopper, entro in ascensore e approdo nell’androne. Spaesata, mi guardo attorno, sono ancora qui, dove tutto è come prima, solo che a me sembra nuovo, quasi estraneo. La mia macchinetta elettrica mi aspetta, la guardo e quasi mi stupisco di trovarla intatta, ma caricarmici su mi riesce più difficile, non trovo la giusta posizione, ho quasi dimenticato come manovrarla. Incontro due dei miei condomini, dico: sto uscendo per la prima volta, come se fossi resuscitata. Fuori dal portone avverto un lieve spaesamento, percorro il marciapiedi, aspetto il verde al semaforo, attraverso, arrivo al negozio dove di solito faccio gli acquisti casalinghi. I ragazzi mi salutano con calore, mi chiedono come sto, io dico bene bene, come fossi stata ammalata; compro quel che devo frettolosamente, fuori c’è gente che aspetta il turno, è buona norma non stare a trastullarsi guardando di qua e di là fra la merce. Ritorno a casa più rinfrancata, ancora una volta ho oltrepassato uno stallo psicologico, ancora una volta ho rimosso la mia fragilità emotiva. Ho superato la sindrome dell’esilio.

Ce la faremo

 

CRONACHE INCORONATE

Siracusa, 4 aprile 2020

LE BUFALE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS DI LOREDANA SEMANTICA

Qualche giorno fa ho condiviso sul mio profilo facebook una poesia di un (in)certo storico Eracleonte da Gela del 233 a.C. che mi ha inviata mio cognato via wathsapp, la messaggeria istantanea via web. La poesia è questa.

E’ iniziata l’aria tiepida
e dovremo restare nelle case
per le Antesterie
le feste dei fiori
in onore a Dioniso

Non usciremo
non festeggeremo
bensì mangeremo e dormiremo
e berremo il dolce vino
perchè dobbiamo combattere

Le nostre città lontane
ornamento della terra asiatica
hanno portato qui a Gela
gente del nostro popolo
un tempo orgoglioso

Queste genti ci hanno donato
un male nell’aria
che respiriamo se siamo loro vicini
il male ci tocca e resta con noi
e da noi passa ai nostri parenti

Il tempo trascorrerà
e sarà il nostro alleato
il tempo ci aiuterà
a guardare senza velocità
il quotidiano trascorrere del giorno

Siamo forti e abbiamo sconfitto molti popoli
e costruito grandi città
aspettiamo che questo male muoia
restiamo nelle case
e tutti insieme vinciamo.

Di questa poesia, a quanto pare, è risultato autore un certo Marcello Troisi, vivente, al quale vanno i complimenti per averla ben confezionata.
Prima di condividerla avevo cercato notizie col cellulare di questo Eracleonte e l’unico risultato era su un e book di google che adesso ho scaricato da pc.
Il libro in questione è *Memorie Istoriche di Sicilia* che narra di quanto è *accaduto in Sicilia dal tempo dei suoi primi abitatori fino alla coronazione del re Vittorio Amedeo* nel quale è citato un Eracleonte, sotto il paragrafetto “Primo concilio de’ Vescovi in Sicilia”. La corona c’entra sempre.
Riporto il passo a seguire riguardante Eracleonte.
Mentre regnò Adriano, e la Romana Chiesa veniva governata da Alessandro Primo di questo nome, vogliono alcuni, che si fusse tenuto in Sicilia un Concilio di Vescovi per condannare l’eresia di Eracleonte discepolo dell’empio Valentino. Insegnava egli, che i Fedeli battezzati ancorché commettessero qualunque eccesso, non potevano più peccare, e rimanevano sempre in grazia: una sì perniciosa dottrina, trovò gagliardissima opposizione tra Prelati Siciliani, i quali avendone prima consultato il Pontefice Romano, si unirono poscia in Concilio Provinciale; e condennata avendo l’eresia di Eracleonte, lo dichiararono scomunicato.
Considerato il regno di Adriano e il Papato di Alessandro Primo la vicenda si colloca intorno al 105 -116 dopo Cristo.
Tutto ciò per amore di approfondimento, per il quale non sempre si hanno tempo e strumenti adeguati.
Se cercate adesso su Google Eracleonte da Gela trovate molti risultati, tutti nel senso che Eracleonte non esiste. Che sia esistito uno storico Eracleonte autore di questa poesia è una bufala o fake news, cioè notizia falsa. Risulta, tra l’altro, che l’ha citata anche Zaia, Presidente Regione Veneto. Questi articoli riportano al suo reale autore, come ho detto all’inizio. Ora le bufale se ne conclude hanno un solo scopo. Balzare agli onori della cronaca. Chi se ne rende autore ha il suo attimo di gloria. Ingannando gli altri, gli artefici compiono il loro piccolo delitto di menzogna, per cui il resto dell’umanità si divide tra coloro che non ci sono cascati e coloro che invece sì, tra chi riprova e chi sbeffeggia.
Questo caso è innocuo, anzi forse benefico, si colloca tra gli scherzi buoni e la poesia mantiene il suo valore, altre bufale invece fanno danno. Gli autori andrebbero perseguiti, così tanto per togliere il gusto dello scherzo senza pensare alle conseguenze, dello scoop non verificato e del protagonismo. Quest’ultimo soprattutto uno dei mali del nostro tempo.
Sul coronavirus io ho scritto due sole poesie. Le riporto, nel caso qualcuno volesse citarmi tra duemila anni in tempo di pandemia Sono proprio mie, non le ho copiate e, inoltre, esisto veramente.

Vediamo oggi da quale distanza
da quanti milioni di anni luce
arriva la tua voce nuova diversa
sgusciata come la polpa di banana
dalla buccia esce tutta
compatta estranea intatta
inaspettata.

Qui stiamo col piede asciutto
fermo ma non in salvo ancora
chiusi rinserrati tra le mura
mentre fuori infuria la bufera
è un ciclone da allerta meteo
ma l’emergenza lo accantona
lo sovrasta e infuria più duramente
si perdono nei grandi numeri
le storie dei singoli
ma si capisce ugualmente
come famiglie intere
siano devastate dai lutti
dalla febbre.

E noi corriamo
come Erinni o Baccanti
su per i monti
corriamo infelici
lontano.

*

Dipingerò un campo di girasoli
nel mio prossimo quadro
una distesa di girasoli
accesi di giallo come il sole.

Un girasole per ogni caduto
di questo male

Il quadro è nato, finito quando il numero dei morti ha toccato il suo picco.

Studio di Silvio Aman su “Canti della clausura e del deserto” – poemetto in quindici stanze, inediti di Silvio Raffo

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There is a strenght in proving that it can be borne

Although it tear –

What are the sinews of such cordage for

Except to bear

The ship might be of satin had it not to fight –

To walk on seas requires cedar Feet

 

Il senso della forza è nel provare

che a ciò che ti distrugge puoi resistere –

a che servono i nervi di una fune

come la tua, se non per sopportare –

Fosse la nave di raso, non occorrerebbe lottare –

Per camminar su mari ci vogliono piedi di cedro

 

(Emily Dickinson)

 

A me che al chiaro tendo

nuvola tenebrosa

insiste il firmamento

a consacrare sposa

 

sento dalle segrete

dell’anima una fonte

premere – dalla sete

odo catene gemere

 

ma non so che germoglio

di pietra sboccia intanto

e quell’intima vena

mura in ghiacciato pianto

 

*

cammino (solo in sogno)

per certe bianche strade

dove i passi non toccano il selciato

 

in verità dimoro

entro murate stanze

il cui ingresso da Gorgoni è vegliato

 

*

pietra di sogno

inarca il mio recinto

filtra da crepe

il canto del deserto

penso talvolta al mio chiuso dolore

come a un prisma di ghiaccio levigato

trasparente prigione –

dall’esterno

invisibile vedo mani tese

tastare la parete, puntellare

la rocca inespugnabile in eterno

*

Fende le nubi il mio pugnale azzurro

depredando le case ampie del cielo

 

ma sotto a quelle sfere, ad onde, a flussi

e riflussi di torbide correnti

che assalti di scirocchi e di libecci

che bufere d’oblio fosforescenti

 

le sere che placarsi sembra il vento

dal tumido furore che deborda,

mutarsi in carezzevole elemento

che fiamma o fumo tetro non ammorba

 

un gelo cala sulle buie rive

del mio orizzonte, livida una lama

s’irradia nell’antartico splendore

e da lampi assediato il giorno muore

 

le notti sono inferni di tregenda

distillate da un’orrida fucina,

visceri d’astri aggrovigliate serpi

che dilania un falcone da rapina

 

e ho conosciuto un’alba di corallo

rossa come una lingua che lambiva

su un morto fiume, fulgido sciacallo,

brandelli del mio corpo alla deriva

 

*

è la Memoria un lungo corridoio

con le pareti foderate a specchi,

privo di pavimento –

ai due lati un abisso, lo strapiombo –

io cammino a ritroso sulla fune

tesa da un’inflessibile Distanza

per chissà quale orrendo esperimento

 

*

a volte un volto occhieggia nella notte,

una forma tra umana ed animale –

con modi ambigui e frasi d’occasione

una tregua propone a basso prezzo,

a garanzia della liberazione –

non scendo a patti mai, benchè lo strazio

raddoppi nel mio gioco innaturale

 

*

ho la nebbia negli occhi

i nervi a pezzi

fiacche, piagate membra

si sfaldano le ossa –

nella buia visione

mi sorridono vermi da una fossa

 

 

*

m’è divenuto familiare il canto

che lieve ascolto a tratti risalire

dalla piatta distesa che circonda

le mura della torre – come voce

che dalle aggrovigliate ondose spire

della sabbia il tormento voglia dire

al condannato fisso alla sua croce

 

*

“prigioniero comanda al tuo Signore

di rinsaldare i nodi della corda

tu claustrato funambolo cantore

corpo insonne al martirio, anima sorda,

ancora un poco soffri la tua pena

dividila coi grani della rena”

 

*

“anche se qualche inganno ti sedusse

di quando in quando, tu non distogliesti

lo sguardo mai dalle tue stelle fisse

 

a ciò non fosti il solo, altri patimmo

gli stessi inganni, e tutto il tuo martirio –

nella sabbia la pena seppellimmo

per attutire l’urla del delirio

 

accecati da un sole mercenario

abbiamo trascinato questa vita

di giorno in giorno, al vaglio della pena

a denti stretti. Meglio se desista

il tempo dal suo futile cimento,

meglio la sosta ai limiti d’Altrove

dove la luce sfumi nel riverbero

 

qui la luce è miraggio liquescente,

fata morgana, alone d’ametista

l’occhio velato è pago di quel niente

un ragnatelo maschera la vista

 

così per l’acqua: di secreti umori

s’alimenta una sotterranea linfa

che ci conforta nell’eterno ardore –

dagli oscuri meati stilla un pianto

sommesso come lacrime di ninfa

che è la sorgente d’ogni nostro canto”

 

*

m’addestra il canto a sopportar la croce

poi che verrà – già il duro abbraccio sento

ed il suo antico peso riconosco –

in un vivido lampo mi rammento

che mi s’era promesso da bambino

nascosta agli occhi, con tarlata voce,

quando m’ero smarrito in quel giardino

*

crocifissione, palma del martirio –

la mano bianca dell’impalatore

consacra il corpo all’ultimo sigillo –

ma il suo volto è velato dal pudore

 

non lo vedrò: sarà come per l’angelo

che mi bendò quando mi benedisse

 

ma dai modi gentili fu tradito –

in lui mi riconobbi, e fui punito

 

*

Passione, compimento del Calvario –

smaglia le carni il tuo pietoso uncino

e l’anima si libra dal sudario

 

(1989)

 

Pourtant, sous la tutelle invisible d’un Ange,

l’Enfant déshérité s’enivre de soleil,

Et dans tout ce qu’il voit et dans tout ce qu’il mange

Retrouve l’ambroisie et le nectar vermeil.

 

Il Joue avec le vent, cause aver le nuage,

Et s’enivre en chantanto de chemin de la croix;

Et l’Esprit qui le suit dans son pèlerinage

Pleur de le voir gai comme un oiseau des bois.

 

Tous ceux qu’il veut aimer l’observent avec crainte,

Ou bien, s’enhardissant de sa tranquillité,

Cherchent à qui saura lui tirer une plainte,

Et font sur lui l’essai de leur férocité.

C. Baudelaire, Bénédiction

 

Il Poemetto (1989) cui presiede nel posto d’onore Emily Dickinson, si avvicina alla forma prosodica del discordo perché, sebbene vi prevalga la quartina, presenta una discreta eterostrofia. Questa forma, in un poeta conosciuto per il suo classicismo e la capacità di scrivere versi impeccabili, è tuttavia motivata dall’aspetto desultorio e spesso drammaticamente teso della composizione.

Per ciò che riguarda il titolo principale, esso assume un diverso valore riguardo al recente Il taccuino del recluso per il fatto di non dipendere da una costrizione oggettiva (il divieto di abbandonare la propria casa per non essere contaminato dal virus) bensì psicologica e, per estensione, esistenziale.

Il senso della forza, esemplato da Emily Dickinson, consiste nel provare che si può resistere agli effetti distruttivi, procurandosi «i nervi di una fune» e i «piedi di cedro» cioè lo scafo per camminare sull’onda marina, sennonché Silvio Raffo lascia trapelare una direzione opposta con evidenti caratteri platonico-cristiani per il riferimento al Calvario, alla passione, alla croce e, di conseguenza, al librarsi dell’anima dal sudario:

 

Passione, compimento del Calvario –

smaglia le carni il tuo pietoso uncino

e l’anima si libra dal sudario

 

La passione, che qui non è intesa nei comuni termini affettivi, appare il compimento della salita al Golgota come preludio alla liberazione dal corpo: proprio per questo, l’uncino al suo servizio è definito «pietoso».

Calvario potrebbe essere inteso in termini metaforici, come quando si dice “che calvario!” ma alcuni riferimenti nei Canti e in poesie di altre raccolte, lo determinano come situazione permanente. Occorre, tuttavia, vedere come.

Ciò che qui si nota, è il contrasto fra tendenza alla luce (cui Raffo, anche per la sua figura e le sue esposizioni pubbliche, pare davvero votato) e la «nuvola tenebrosa» contrasto seguito dalle altre figure opposte dell’idrico e del gelidamente litico. Flusso, dunque, ma gocciolante da un cuore che si è trasformato in dolente alambicco:

 

sento dalle segrete

dell’anima una fonte

premere – dalla sete

odo catene gemere

 

ma non so che germoglio

di pietra sboccia intanto

e quell’intima vena

mura in ghiacciato pianto

 

La prima di queste quartine echeggia a rovescio e da lontano i distici iniziali che d’Annunzio dedicò alla celebre villa progettata da Pirro Ligorio per il cardinale Ippolito d’Este, non senza la suggestione da Jeux d’eau à Villa d’Este dell’abate Liszt (quante gocce si sentono in questa musica!) che il poeta aveva avuto modo di ascoltare da giovinetto proprio in quella villa in una notte di plenilunio, sennonché in Raffo il «pianto» come spirito canoro del Pescarese

 

(Quale tremor profondo la pace degli alberi, o Muse,

agita e alle richiuse urne apre il sen profondo?

 

Chi, dentro gli àlvei muti svegliando gli spirti del canto,

leva sì largo pianto d’organi e di liuti?)

 

assume i timbri della Musa dolente:

 

“… dagli oscuri meati stilla un pianto

sommesso come lacrime di ninfa

che è la sorgente del nostro canto”.

 

Così intonano i fantasmi, cioè i simili, dal deserto. A questo punto sorge la domanda: si tratta della ninfa o della sirena? Nella mitologia certe ninfe subiscono la metamorfosi salvifica che le trasforma in fonti e fiumi, elemento libero, inafferrabile e canoro, mentre qui essa parrebbe assimilarsi alla dolente sirena in cerca del contatto umano, e proprio per questo il suo canto è anche quello del pianto, con rima vagamente paronomastica, ma non antonimica, perché il primo può ben nascere dal secondo. Anche d’Annunzio nomina il pianto con una tonalità tuttavia diversa, perché quello delle fonti richiama ambivalenti sonorità: un continuo oscillare – nel suo chiocciolio – fra la dimenticanza e il melanconico ricordo di ciò che la ninfa era, ma sempre fluido e vitale. Non bisognerebbe inoltre escludere il carattere erotico della ninfa (assieme alla nomenclatura riferita agli orli della matrice: le ninfe) che Raffo sterilizza e addolora nel canto ostruito dal «germoglio di pietra» “vegetale” ma sterile, come lo sono le stalattiti formate nel buio dal lento “goccia a goccia”.

Silvio Raffo non soffre certo di aridità poetiche, anzi le sue composizioni sgorgano con sorprendente generosità e ricchezza d’immagini musicali spesso positive, mentre qui la sua incantevole voce, anziché scorrere abbeverando, s’intreccia e congela nella figura “litovegetale”. A questo proposito, mi sembra che anche nei versi onomatopeici «… dalla sete/ odo catene gemere» “sete” possa richiamare, per inconscia analogia, gli acquatici fruscii della seta-satin presenti nella poesia dickinsoniana in opposizione al gemere, cioè della pressione intimamente inibita. Certo al posto del flusso vitale abbiamo il doloroso gocciolio dai «meati» che in tal caso assume maggiore intensità, sebbene non lo accolga la preziosa coppa della poesia, come si legge in un altro libro, ma il graal del crocefisso.

Dopo la terza stanza, si presenta una cesura nel flusso ideativo, sia pure alleviata da una specie di assonanza con vaga funzione di coordinamento ritmico di pianto: selciato parzialmente assonanti, e da questo punto in poi il poemetto offre una serie di elementi che dilatano il motivo della quartina successiva alla poesia di Emily Dickinson: «A me che al chiaro tendo/ nuvola tenebrosa/ insiste il firmamento/ a consacrare sposa».

Raffo ha già nominato questo matrimonio in Annuncio di nozze: «Io/ e Madamigella Poesia/ ci siamo sposati/ stasera/ alla Casina Valadier». Ora però la fiabesca ironia di Annuncio scompare e il percorso assume un tono drammatico, sicché, dalla terzina spettrale in cui il poeta sogna di camminare «per certe bianche strade/ dove i passi non toccano il selciato» (bianco con una probabile connotazione funebre) segue un capovolgimento: «in verità dimoro/ entro murate stanze/ il cui ingresso da Gorgoni è vegliato».

Dalla «pietra di sogno» di cui la torre è formata, filtra però (non si sa se davvero consolatorio) il canto del deserto, il sabbioso “responsorio” affratellante e incitativo da parte degli altri condannati, i fantasmi ora sepolti laggiù, extra muros.

Il poemetto si muove insomma nei modi della rapsodia attorno ai centri gelo e condanna, tutti inquilini di una torre inespugnabile, i quali non presentano più i risarcimenti del prezioso elisir distillato dal dolore, tanto che al pugnale azzurro che fende le nubi «depredando le case ampie del cielo» (l’immagine potrebbe richiamare il Nimrod di Enigma Variations di Edward Elgar) segue la distillazione di «un’orrida fucina».

E la memoria? Essa è un corridoio di specchi fra due abissi in cui il funambolo, con rischio raddoppiato, cammina a ritroso su una fune significativamente «tesa da un’inflessibile Distanza» perciò senza produrre alcuna effettiva avanzata, e di questo c’è semmai da rallegrarsi, perché le poesie di Raffo, circolarmente musicali, non rovistano nella spazzatura della memoria volontaria. Come l’acqua che forma le stalattiti si congela nel calcare con cui forma una selva a rovescio – e nel tempo la sua omonima in crescita dalle stalagmiti – essa potrebbe attendere questa congiunzione… al fine di ricostruire una storia personale? Direi di no: semmai per cancellarla nelle acque materne.

La fune, presente nella poesia della Dickinson come immagine di forza, rappresenta dunque di nuovo un rovescio, trasformandosi in quella del «claustrato funambolo cantore» la cui polarità è astrale e lontanissima dalla tregua proposta dalla forma «tra umana e animale», e lo stesso moto contrario, per usare una figura presente in musica, è attivo nella lama che non fende più i cieli per sgominarne le case, ma l’«antartico splendore»:

 

… livida una lama

s’irradia nell’antartico splendore

e da lampi assediato il giorno muore

 

Figura retrovolta? No, perché il funambolo, nel retrocedere, si allontana dal futuro senza nulla vedere del passato.

Nell’ottava stanza, il poeta nomina la lusinga proposta da «una forma tra umana ed animale» che

 

con modi ambigui e frasi d’occasione

una tregua propone a basso prezzo

a garanzia della liberazione –

non scendo a patti mai, benché lo strazio

raddoppi nel mio gioco innaturale

 

liberazione offerta invece dal Calvario, come evidenziano i tre versi finali dei Canti. Del resto, nella dodicesima stanza si trova (come voce dal deserto dei compagni di sventura): «“anche se qualche inganno ti sedusse/ di quando in quando, tu non distoglieresti/ lo sguardo mai dalla tue stelle fisse”».

Rileggendo le poesie di Raffo, non ci vorrebbe molto a identificare la forma dal doppio attributo: è quella della persona comune, lontana dalla poesia e dall’anelito che spinge il poeta platonico a vedersi rinchiuso nella torre come i contratti prigioni michelangioleschi lo erano nel marmo.

Riguardo alla luce cui il poeta tende, nella dodicesima stanza, appare la precisazione:

 

qui la luce è miraggio liquescente,

fata morgana, alone d’ametista

l’occhio velato è pago di quel niente

un ragnatelo maschera la vista

 

così per l’acqua: di secreti umori

s’alimenta una sotterranea linfa

che ci conforta nell’eterno ardore –

dagli oscuri meati stilla un pianto

sommesso come lacrime di ninfa

che è la sorgente d’ogni nostro canto

 

Non si tratta, perciò, della luce in cui appare il mondo fenomenico, altrimenti il poeta non nominerebbe il «ragnatelo» ma di quella mirifica e stillante del canto-pianto. All’acqua come metafora del flusso poetico si associa insomma la luce «liquescente» per il fatto di presentarsi come portatrice del miraggio, cioè della stessa ispirazione del poeta rinchiuso nella torre e addestrato dal canto «a sopportar la croce». Da solo? No, perché, come ricordato sopra «dalla piatta distesa che circonda le mura della torre» il poeta ascolta risalire a tratti il canto-esortazione dei compagni di pena:

 

prigioniero comanda al tuo Signore

di rinsaldare i nodi della corda

tu claustrato funambolo cantore

corpo insonne al martirio, anima sorda,

ancora un poco soffri la tua pena

dividila coi grani della rena

 

cioè con le miriadi dei simili «accecati da un sole mercenario» che offre «la tregua a basso prezzo» per cui, tornando all’acqua e al riverbero, lungi dalla fissità della luce naturale, i condannati agognano i sembianti, sebbene illusori («qui la luce è miraggio liquescente») qualcosa d’indiretto e sublimato nella poesia… e questa, almeno nel Nostro, è più lunare che solare. D’altra parte, la rivelazione di certe sfumature d’immagine e pensiero, avviene con l’ausilio delle penombre poetiche e i loro riflessi, non nella luce naturale.

Nella terzultima e penultima stanza, dove Raffo diventa enigmatico, è nominata la croce promessa al bambino smarrito «in quel giardino» che si suppone sia l’Eden per la presenza dell’angelo non sottoposto alla natura, e costui sa di non doversi far riconoscere, così come l’impalatore pudico (con un passaggio non meno cruento e impudico alla crux simplex) non sarà visto dal martire, perché il martirio, benché promesso, rimane incognito fino alla sua rivelazione (sarà stato, usando il futuro anteriore) ma anche duplice: intreccio di pianto e canto, senza soluzione di continuità.

La precoce condanna dipende dal fatto che il bambino riconosce se stesso nell’angelo, cioè – per riprendere la precisazione – in chi non ha «forma tra umana e animale». Quest’ultima, nell’Eden, è sottoposta alle lusinghe del Tentatore, secondo la plausibile interpretazione di Beverland (in Il peccato di Adamo ed Eva) mentre il poeta persegue il suo «gioco innaturale» al fine di ottenere dal proprio alambicco i profumi della poesia ai quali il corpo recluso si ribella con le sofferenze ben note a Santa Teresa d’Avila, che nella sua lotta contro il demonio, alias il sole mondano e «mercenario» confessa appunto le pene perpetrate dall’«orrida fucina» perché resistere alla natura comporta il raddoppio dello strazio.

 

Silvio Aman

 

Bibliografia 

 

Eveline

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Ragazza alla finestra, Salvador Dalì, 1925

Nei racconti di Gente di Dublino, opera pubblicata nel 1914, lo scrittore irlandese James Joyce  vuole fornire una testimonianza emblematica dei personaggi della città di Dublino, nevrotici, alienati, ossessivi, frustrati, falliti nelle loro aspirazioni, incapaci di agire e di cambiare il corso della loro vita. Con Eveline, quarto dei quindici racconti della raccolta, inizia la serie dedicata all’adolescenza. Eveline è una ragazza di diciannove anni, che ha trascorso un’infanzia misera e triste, segnata dalla morte di un fratello amato, dalla pazzia e dalla morte della madre, dal disamore del padre, dalla povertà. Queste drammatiche vicende l’hanno segnata e le precludono il riscatto finale, portandola alla rinuncia passiva. Davanti alla prospettiva della fuga e al progetto di una vita più serena, confortata dall’amore di un giovane, Eveline si rivela incapace di scegliere, incarnando il tema, ricorrente nella letteratura del Novecento, dell’inettitudine e dell’inerzia di fronte alle scelte della vita. La ragazza rappresenta l’immobilità dei Dublinesi. Quel suo starsene sempre ferma, davanti alla finestra, poi aggrappata al parapetto della banchina, definisce la paralisi dell’animo. La salvezza per lei  è la figura di Frank, giovane buono e generoso, che le suggerisce la possibilità di una nuova vita. Il peso dei legami familiari e la polvere però opprime e uccide in lei ogni volontà di riscatto. Tutto intorno alla ragazza è polveroso e incenerito, gli oggetti della casa, il sentiero, le vecchie fotografie;  l’opprimente strato polveroso diviene inquietante metafora della condizione umana, in cui è soffocato ogni slancio verso la felicità. Il flusso di coscienza, tipico di Joyce, è reso attraverso il discorso indiretto libero o il monologo interiore. Il racconto inizia con alcune brevi annotazioni del narratore esterno che descrive un ambiente domestico modesto e triste. Dopo poche battute il narratore assume il punto di vista della protagonista che, alla finestra, osserva il buio della sera che pian piano invade la stanza. Tramite la focalizzazione interna infatti sono analizzati i più segreti moti dell’animo di Eveline. La fabula appare statica, quasi immobile, la voce narrante però interseca i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza con le prospettive della vita futura. I tre piani temporali si intersecano e si sovrappongono continuamente, rincorrendo il libero flusso dei pensieri della protagonista che riguardano l’infanzia, la casa, la brutalità del padre, i progetti di fuga con Frank, i ricordi della madre morente. A una prima lettura il racconto risulta caratterizzato dal registro realistico, per le dettagliate descrizioni. Si scopre, poi, che l’oggettività è solo apparente e che il carattere dominante della narrazione è quello psicologico. Nel racconto affiora di tanto in tanto il narratore onnisciente: ad un certo punto Eveline ascolta il suono di un organetto in strada e si sente lacerata interiormente perché è divisa tra la volontà di liberazione e il senso del dovere per aver promesso alla madre di prendersi cura della famiglia. Nella parte conclusiva del racconto si svolge l’azione vera e propria, Eveline è vittima di una paralizzante crisi di panico, che rivela la sua drammatica dimensione di “morte in vita”.

*

Stava seduta vicino alla finestra, a guardare le ombre della sera che calavano sul viale. Con la testa appoggiata contro le tendine, aveva nelle narici l’odore del cretonne polveroso. Era stanca. Passava poca gente. Passò l’uomo della casa in fondo che rientrava, e lei sentì il rumore dei suoi passi sull’asfalto del marciapiede, poi lo scricchiolare dei suoi piedi sulla cenere del sentiero davanti alle case nuove con la facciata rossa. Lì, una volta, c’era un prato, dove giocavano tutte le sere con gli altri ragazzi. Poi un tale di Belfast aveva comprato il terreno e su di esso aveva fatto costruire le case, non piccole case scure, come le loro, ma allegre case di mattoni rossi, con il tetto lucido. Tutti i ragazzi che abitavano nel viale andavano a giocare in quel prato – i Devine, i Water, i Dunn, il piccolo Keogh, lo storpio, lei, i suoi fratelli e le sorelle. Ernest no, lui non ci andava mai, a giocare: era troppo grande. Molte volte suo padre veniva a cacciarli via con il suo bastone di rovo; ma di solito il piccolo Keogh stava di guardia e quando lo vedeva venire dava l’allarme. Eppure sembrava che fossero piuttosto felici, a quei tempi. Suo padre non era tanto cattivo, in fondo; e poi c’era ancora la mamma. Era passato molto tempo, da allora; lei, i fratelli e le sorelle erano tutti diventati grandi; la mamma era morta. Anche Tizzie Dunn era morta, e i Water erano tornati in Inghilterra. Tutto cambia. Anche lei, adesso, stava per andar via, come gli altri, stava per lasciare la sua casa. La casa! Si guardò in giro per la stanza, vide ancora una volta tutti quegli oggetti familiari che aveva spolverato una volta alla settimana per tanti anni senza mai riuscire a capire da dove diavolo venisse tutta quella polvere. Forse non li avrebbe mai più visti, quegli oggetti familiari, dai quali non avrebbe mai immaginato di doversi separare. Eppure, in tutti quegli anni, non era mai riuscita a scoprire il nome del prete la cui fotografia ingiallita stava appesa al muro sopra l’armonium rotto, di fianco alla stampa a colori con la rivelazione alla beata Margherita Maria Alacoque. Era stato compagno di scuola di suo padre. Ogni volta che faceva vedere a qualche ospite quella fotografia, suo padre si limitava sempre a dire distrattamente: – Vive a Melbourne, adesso. Aveva acconsentito a andar via, a lasciare la sua casa. Aveva fatto bene? Cercò di considerare la questione da tutti i punti di vista. In quella casa aveva comunque un tetto e da mangiare; aveva intorno la gente che conosceva da quando era piccola. Certo che doveva faticare parecchio, a casa come al lavoro. Che cosa avrebbero detto, ai Magazzini, quando avrebbero saputo che era scappata con un uomo? Che era una sciocca, forse; e avrebbero messo un annuncio per rimpiazzarla. La signorina Gavan sarebbe stata ben contenta. La punzecchiava sempre, specialmente se c’era qualcuno che sentiva. – Signorina Hill, non vede che quelle signorine stanno aspettando? – Un po’ di energia, signorina Hill, per favore! Non c’era proprio da farci una malattia, a lasciare il negozio. Nella casa nuova, invece, in un lontano paese sconosciuto, sarebbe stato diverso. Sarebbe stata una donna sposata, lei, Eveline. La gente l’avrebbe trattata con rispetto, non l’avrebbero trattata come la mamma. Anche adesso, che aveva diciannove anni compiuti, le capitava di sentirsi minacciata dalle violenze di suo padre. Era per questo che le erano venute le palpitazioni, lo sapeva. Quando erano ancora piccoli, lui non se l’era mai presa con lei, come faceva con Harry e Ernest, perché era una femmina; ma poi aveva incominciato a minacciarla, a dirle quello che le avrebbe fatto se non fosse stato per la memoria della sua povera mamma. E adesso non c’era più nessuno a difenderla. Ernest era morto, e Harry, che lavorava come decoratore di chiese, era quasi sempre lontano, in giro. E poi le continue discussioni per i soldi, tutti i sabati sera, immancabilmente, le erano divenute ormai indicibilmente penose. Dava in casa tutto il salario di sette scellini, e anche Harry mandava quel che poteva, ma il dramma era farsi dare qualcosa da suo padre. Le diceva che era una spendacciona senza testa, che non era affatto disposto a darle i suoi sudati quattrini per farli buttare dalla finestra, e le diceva anche di peggio, perché di solito il sabato sera era di pessimo umore. Poi, finalmente, le dava un po’ di soldi, le domandava se aveva intenzione o no di comprare qualcosa per il pranzo di domenica. Allora lei doveva correre senza perder tempo a fare la spesa, e farsi strada a gomitate in mezzo alla gente, con il suo borsellino di pelle nera stretto in mano, e poi tornare a casa tardi, carica di pacchi. Aveva il suo daffare per mandare avanti la casa, e badare che i bambini, rimasti affidati a lei, andassero a scuola regolarmente e mangiassero nelle ore giuste. Un lavoro duro, una vita grama, eppure, adesso che stava per lasciare tutto quanto, già non le sembrava poi così terribile. Stava per cominciare un’altra vita, con Frank. Frank era molto buono, forte, generoso. Sarebbe andata via con lui, sul piroscafo che partiva quella notte, e sarebbe stata sua moglie, e avrebbero vissuto insieme a Buenos Aires, dove lui le aveva già preparato la casa. Se la ricordava benissimo, la prima volta che lo aveva visto: era venuto a pensione in una casa sulla strada principale, dove lei andava a trovare dei conoscenti. Le sembrava che da allora fosse passata soltanto qualche settimana. Lui stava al cancello, con il berretto buttato indietro e i capelli che gli cadevano sulla faccia abbronzata. Poi avevano fatto conoscenza. Lui l’aspettava fuori dai Magazzini, tutte le sere, e l’accompagnava a casa. L’aveva portata a vedere La ragazza di Boemia, e lei si era così emozionata, seduta vicino a lui, a teatro, in quei posti che non le erano abituali. Lui aveva una gran passione per la musica, e se la cavava anche a cantare. La gente sapeva che si volevano bene, e così, quando lui cantava quella canzone della ragazza innamorata di un marinaio, lei si sentiva sempre un po’ imbarazzata, ma era una sensazione piacevole. Lui per scherzo la chiamava Papavero. In principio, lei era molto suggestionata all’idea di avere un ragazzo, poi, in un secondo tempo, Frank aveva incominciato a piacerle davvero. Le parlava di paesi lontani. Aveva incominciato come mozzo, con una paga di una sterlina al mese, su una nave della Allan Line che faceva servizio con il Canada. Le diceva i nomi delle navi sulle quali aveva navigato, le descriveva le diverse mansioni a bordo. Aveva attraversato lo Stretto di Magellano, e le raccontava certe storie spaventose sui selvaggi della Patagonia. A Buenos Aires, diceva, aveva avuto un colpo di fortuna, ed era tornato in patria solo per una vacanza. Il padre di lei, naturalmente, aveva saputo di quella faccenda, e le aveva proibito di continuare a vederlo. – Li conosco bene, io, i marinai –, aveva detto. E un giorno avevano avuto un alterco, lui e Frank, e da allora lei si era dovuta incontrare di nascosto con il suo innamorato. Faceva sempre più buio, sul viale, e il bianco delle due lettere che teneva in grembo si faceva indistinto. Una era per Harry, l’altra per il padre. Il suo preferito era sempre stato Ernest, ma voleva bene anche a Harry. Negli ultimi tempi, suo padre stava invecchiando: se ne era accorta, e sapeva che gli sarebbe mancata. Anche lui sapeva essere gentile, a volte. Non molto tempo prima, un giorno che lei aveva dovuto stare a letto malata, lui era venuto a leggerle un libro, una storia di fantasmi, e le aveva abbrustolito del pane sul fuoco. Un’altra volta, quando c’era ancora la mamma, erano andati tutti a fare un picnic sulla collina di Howth, e ricordava che suo padre si era messo in testa il cappellino della mamma per far ridere i bambini. Il tempo passava, ma lei continuava a starsene lì, seduta vicino alla finestra, con la testa appoggiata alle tendine, respirando l’odore del cretonne polveroso. Lontano, giù nel viale, sentì suonare un organetto. Lo conosceva, quel motivo. Strano che fosse venuto proprio quella sera a ricordarle la promessa che aveva fatto alla mamma, la promessa di badare alla casa il più a lungo possibile. Le venne in mente l’ultima sera con la mamma malata: era lì al buio, nella stanza chiusa, dall’altra parte dell’anticamera, e fuori si sentiva suonare una malinconica canzone italiana. Poi avevano dato sei pence al suonatore dell’organetto per mandarlo via. Si ricordava di suo padre, che era tornato tutto fiero nella stanza della malata, dicendo: – Maledetti italiani! Proprio qui, devono venire! – e mentre ci pensava, sentiva dentro di sé, come un incantesimo, la visione penosa della vita della mamma, una vita di sacrifici quotidiani conclusa con la pazzia. Tremava nel sentire ancora la voce della mamma che continuava a ripetere con delirante insistenza: – Derevaun Seraun! Derevaun Seraun! Subito la prese un senso di terrore che la fece alzare in piedi. Fuggire! Doveva fuggire! Frank l’avrebbe salvata. Le avrebbe dato la vita, forse anche l’amore. Ma quello che voleva era vivere. Perché doveva essere infelice? Aveva diritto di essere felice. Frank l’avrebbe presa tra le braccia, l’avrebbe stretta forte tra le braccia. L’avrebbe salvata. Era lì, in mezzo a quella marea di folla, nella stazione di North Wall. Lui le teneva la mano, e lei si rendeva conto che le stava parlando, che continuava a ripeterle qualcosa sul viaggio. La stazione era piena di soldati, con i loro zaini di tela scura. Di là della tettoia, oltre la banchina, intravedeva la sagoma nera della nave, gli oblò illuminati. Non rispondeva alle sue domande. Si sentiva la faccia pallida e fredda, e in una vertigine di desolazione chiese a Dio di guidarla, di mostrarle quale fosse il suo dovere. La sirena della nave fischiò a lungo, lugubre, nella nebbia. Se partiva, il giorno dopo sarebbe stata in mare aperto, con Frank, in navigazione verso Buenos Aires. I posti erano già fissati. Poteva ancora tirarsi indietro, dopo tutto quello che lui aveva fatto per lei? Dall’angoscia, sentiva dentro un urto di nausea, e continuava a muovere le labbra in una muta, fervida preghiera. Il suono di una campana le batteva contro il cuore. Sentiva che lui la prendeva per la mano: – Vieni! Tutti gli oceani del mondo tumultuavano intorno al suo cuore. E lui la stava spingendo lì dentro, la faceva affogare. Si aggrappò con tutt’e due le mani al parapetto di ferro. – Vieni! No! No! No! Era impossibile. Le sue mani si aggrappavano freneticamente al parapetto. E, dal gorgo, lei gridò il suo tormento. – Eveline! Evvy! Lui correva di là della cancellata, e le gridava di seguirlo. Gli gridavano di andare avanti, ma lui continuava a chiamarla. Lei voltò verso di lui la sua faccia pallida, inerte, come un animale senza scampo. Non c’era amore, nei suoi occhi, non un addio, era come se non lo riconoscessero.

James Joyce, da Gente di Dublino

8 #cronacheincoronate

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Prosegue il racconto dei giorni vissuti al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione i link agli altri post delle cronache incoronate precedenti. Oggi racconta la quarantena Cinzia Della Ciana in due video elaborati con Francesco Smelzo. Due performances poetiche sinestetiche: parole – suono – immagini. Il cielo in una stanza che segna la singolarità storico-religiosa della Pasqua 2020 e La primavera di Kant, la pandemia in chiave filosofica. Chiude una poesia di Cinzia Della Ciana dedicata alle donne vittime di violenza che la quarantena ha recluso nel luogo di pena. La mascherina come bavaglio. A loro la profonda solidarietà di tutte le autrici e autori del blog.

Vi ricordo che chiunque può proporre al blog Limina mundi (liminamundi@gmail.com) il proprio vissuto di questi giorni di epidemia e contenimento. Il turbamento, lo stravolgimento, il dolore ma anche lo spirito di resistenza, di reazione, e, talvolta il sorriso, nonostante tutto. Un modo per stare vicini, per allontanare la paura, per esorcizzarla.

CRONACHE INCORONATE

IL CIELO IN UNA STANZA – PASQUA 2020 DI CINZIA DELLA CIANA E FRANCESCO SMELZO

CRONACHE INCORONATE

PRIMAVERA DI KANT DI CINZIA DELLA CIANA E FRANCESCO SMELZO

CRONACHE INCORONATE

DONNE MASCHERATE DI CINZIA DELLA CIANA

Fossimo come loro
da sempre col velo
eleganti senza volto,
il molto ch’è tutto
se detto collo sguardo.
Noi nude emancipate
noi sfacciate con la patente del niente
ora sfacciate dal bavaglio
noi fragili incapaci di gestire il serraglio
basso lo sguardo
incerto e perso
– senza bocca non respira –
condensiamo solo vapore
negli occhiali da sole
masticando parole di paura.
Noi analfabete di femminilità
adesso sillabiamo a fatica.
Io fanatica di libertà ora
tifo per ogni diversa grammatica.

 

 

Canto presente 45: Gianpaolo Mastropasqua

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

GIANPAOLO MASTROPASQUA

Introduzione e poesie tratte dall’introvabile DANZAS DE AMOR Y DUENDE (Editorial Enkuadres, edizione bilingue a cura di Julio Pavanetti y Francesca Corrias – fotografia di Dana De Luca, Valencia, prefazione di Luis Miguel Rubio Domingo, 2016)

 

ANTICHISSIMO E FUTURO AMORE

Amare è fermare il rumore del tempo, distendersi, fingersi morti nell’erba di una millimetrica nascita, porgere l’orecchio alla terra per ascoltare il battito del cuore del mondo, per sentire il soffio della profezia delle primavere e il grido di tutti i dispersi, all’unisono. Rialzarsi, innalzarsi a stento come neonati con l’attinta consapevolezza negli occhi e una nuova lingua da combattimento per rubare il frammento di futuro prima che diventi annuncio di maceria. L’uomo che sopravvivrà alla storia sarà l’uomo dal linguaggio ultimo, primordiale, l’uomo che avrà attraversato l’ustione dell’epoca rimanendone marchiato e indenne. Egli fonderà una nuova lingua, rapida come le nuvole, profonda come un oceano, danzante come una danza. Un essere che è ragazzo e abisso, poesia incarnata di alfabeti estremi, destino e duende. Egli sarà pontefice dall’uno all’altro da sé. Egli sarà poesia, egli sarà poesia perché non sarà più egli, sarà risonanza universale con l’anima degli uomini che hanno l’anima. Essere in poesia è penetrare l’oltrefemmina per entrare nel suo più intimo abbacinante segreto, amandola con tutto il corpo fino a perderlo, domando la materia fisica e metafisica anche a rischio di sprofondare interamente nei suoi lidi quintessenziali, anche a costo di farsi divorare intero dalla sua fame arcaica.  Giungere dunque, dove nessun altro è giunto, per allenarsi nella sua vertigine più numinosa, nel suo limbo più inaudito. Salire, risalire folle e sacro, atleta dell’ignoto nei piani dell’esistenza, per fuoriuscire olimpico, novella di massimi sensi, dinastia di ultime labbra. Essere il suo amante assoluto per essere il definitivo amore. L’unico a cui pur dettando ordini nuovi lei obbedisce costretta nel giogo di forze, nel campo stremato delle grammatiche dove ogni silenzio è una gravidanza, dove il suo letto d’inchiostro e biancofoglio è un regno trasformante, un patto metamorfico. Divenire, attraversando quelle lande mirabili e urlanti per essere il suo strumento sonoro e corporeo, la sua lingua traducente, il suo oltrepoeta. Tu, solo nel fuoco dell’essere libero, solo non temendo di scomparire vivo o riemergere morto tra le sue spire ancestrali potrai essere, solo non temendo la solitudine o l’isolamento dalla superficie del visibile lei potrà amarti e donarti il primo verso nell’arsi di un colpo d’ali spezzate. Non ci sono altre vie, altrimenti non esiterebbe un solo istante a divorarti, abbandonarti o tradirti e scomparire per l’eternità. Io che non sono io non scrivo per gli uomini, io scrivo per gli déi.

 

GGM – Siviglia, Via Alvarez Quintero 44, Venerdì 12 dicembre 2008

 

Labbra di Maiorca

Se non fossi pura come il nettare

delle ninfe terrestri, affamata

come la luna che divora i raggi

delle notti bianche, risveglierei l’alba

in un corpo d’acque semplici,

invece tu lama nel petto vibrante

accarezzi le corde più inaudite

del vento lirico, soffi nelle vene

con le tue dita d’arpa corrente

generi pianeti, occhi felici,

passaggi celesti, furie perdute

in taciturni di sguardi audaci

e poi baci sull’anima tremula

fino al tramonto irraggiungibile

dei sensi viandanti, sei il calice

ricolmo di primavere dove attingo

foreste di notturni e sillabe verdifoglia,

sei terra o volo dove voglio distendermi

e rotolarmi poema nudo della pioggia

per addormentarmi tra le lenzuola intime

del tuo sudore, con la faccia nel raccolto

dei tuoi monti negromanti lucidi

tu dell’universo il buio.

 

Ora catalana

Facemmo sogni definitivi e volgari

come figli o feti dalle vetrate

alzammo mondi circolari, tombe

a orologeria, genocidi apparenti

con mani predisposte o pazienti

come ladri vani, con case curate

fino al furto, fino alle rate.

E il mio amore giocherà a carte

con la morte, senza barare

tra le bare, amore amore

cosa rubo se non il tuo nome?

Ci stenderemo nel fiato delle strade

nelle volte delle chiese che respirano

nella quiete catenaria, come minerali,

come michelangeli d’aria tra le arcate

tra i colori monumentali di una specie

con le finestre più nere della pece.

 

Lamento della musa innamorata

Tu non sei fatto come un poeta,

mi prendi a calci, all’angelo

hai strappato le ali, tu vivi con i falchi,

della Grecia possiedi il corpo

senza fare nulla, e il sangue selvatico

dell’impero, occidentale e furia

tu non nasci nei cimiteri impolverati

e non hai dèi, né padri, né madri

giungi dalle strade tra i sud e la polvere

ora per riposarti vieni, in battaglia

come un capriccio nel mio letto

e mi fai fuoco con la tua fame di canti

mi prepari cospargendomi di aromi

e incensi, mi fai lucida, un altare

serri le vie di fuga con il tuo corpo

a corpo, mi uccidi di bianco

per farmi rinascere, senza tregua

e danzi perché danzino i millenni

nel mio ventre, ti fai spazio, paesaggio

e pietra, campanile, cappella, guglia

tu ripeti le architetture fino a Dio

volteggiando nelle cose, fai pioggia

col tuo duende, dissemini gli antenati

con il tuo battere oscuro, entri adulto

e non hai mai avuto paura del buio

tu non parli, hai una lingua ignota

vuoi scrivermi, mi apri libro e muori dentro.

 

Benedetta

In te si chiude la giovinezza come un libro

tra le palpebre dell’ultima pagina

mentre danzi perfetta e folle

con tutte le lettere degli alfabeti

e doni la scienza inconoscibile

della profezia, a queste mani

che devono tradurre presto

o morire, perché non sono più mani

e non più sono all’altezza di colpire

la luce, nel punto estinto dove la mente

diviene colpo di coda, arto, atto.

E tu non comprendi l’amore delle pareti

perché sei la casa dell’essere

la domanda abitata da tutte le risposte

come una figlia in gravidanza che ride,

sei tu la ferita da cui nacque il mondo

tu atomica e acerba, tu sei benedetta.

 

Karmica

Tu sei la mia anima e mi tocca

vivere senza, come una tomba

che cammina, un vizio vuoto.

Tu sei il mio corpo illuminato

e ora spento, nel sudario del letto.

Vago senza pupille nell’estate autunnale

nella schizofrenia delle stagioni

come una foglia volata

tra i piedi di Dio. Dove sono

i tuoi occhi neri e le dita rituali

che mi cullavano fino all’estasi?

Nessuna creatura comprenderà mai

i tuoi cento travestimenti, il respiro,

la strage dell’amore e del dolore

a ore, in quale celeste cantano

la tua voce di violino in fiamme?

Ritorno ogni resurrezione

al cimitero, raccolgo un fiore

di vento per Amelia e attendo il bacio

marziale, quel tocco illimitato

nel punto sciolto dove giace l’uomo

il cui nome fu scritto nell’acqua.

 

(Roma, Cimitero Acattolico)

 

Bella Ciao!

«Una mattina mi son svegliato,
oh bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
Una mattina mi son svegliato
e ho trovato l’invasor.

O partigiano, portami via,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
O partigiano, portami via,
ché mi sento di morir.

E se io muoio da partigiano,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E se io muoio da partigiano,
tu mi devi seppellir.

E seppellire lassù in montagna,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E seppellire lassù in montagna
sotto l’ombra di un bel fior.

E le genti che passeranno
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E le genti che passeranno
Ti diranno «Che bel fior!»

«È questo il fiore del partigiano»,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
«È questo il fiore del partigiano
morto per la libertà!»

Il niente ineludibile di Gianluca Conte, L’argoLibro Editore

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L’ineludibilità del niente: una lettura olistica

di Adriana Gloria Marigo

Il filosofo Jean Paul Sartre in L’origine della negazione, L’Essere e il Nulla scrive, a proposito dell’indagine che andrà a elaborare: «(…) Ma ciascuna delle condotte umane, essendo condotta dell’uomo nel mondo, può offrirci contemporaneamente l’uomo, il mondo, ed il rapporto che li unisce, a condizione che esaminiamo queste condotte come delle realtà obiettivamente percepibili e non come affezioni soggettive che si scoprono soltanto allo sguardo della riflessione. Non ci limiteremo allo studio di una sola condotta. Tenteremo, invece, di descriverne molte e di penetrare, di condotta in condotta, proprio nel senso profondo della relazione “uomo-mondo”».

Il passo contenuto nelle prime pagine dell’elaborazione del concetto sartriano di “nulla” si attaglia alla modalità dell’analisi che Gianluca Conte compie con la chiara consapevolezza di trovarsi davanti a uno dei temi vertiginosi che hanno fondato parte della ricerca di filosofia: dal momento che l’uomo avverte di “essere-posto-in”, ovvero ‘in situazione’, esperisce che il rapporto con sé stesso e il mondo, con sé stesso e l’Altro, è un problema che presenta una declinazione di considerazioni, elaborazioni che riguardano il senso della presenza dell’ “ente” in rapporto a quelli che sono gli elementi che non si possono eludere, che sono ineluttabili in quanto “co(r)–relativi” all’ente”, che viene così a situarsi in una significazione di complessità, a partire dall’osservazione che la relazione presenta un elemento ineludibile, ovvero “dualità” dal momento che con la verità dell’ “ente” sorge la verità del “non–ente”.

Questo elemento di criticità induce Gianluca Conte a superare le strettoie – ma ricchissime di verticalità ontologica – dell’indagine filosofica classica introducendo un approccio, un approfondimento della relazione niente–nulla che attiene alla visione olistica, ossia a quella linea di pensiero definita olismo che riconosce il riduzionismo come non esaustivo nella indagine, poiché le proprietà di un sistema non si possono spiegare definitivamente mediante le singole componenti in quanto «la sommatoria funzionale delle parti è sempre maggiore/ differente dalla somma delle prestazioni delle parti prese singolarmente».

È chiaro dunque che l’autore de Il niente ineludibile ci avverte che l’argomento, nella sua articolazione, è un ‘organismo’ che, in quanto oggetto di indagine speculativa, posto dunque nello spazio del pensiero, eccepisce che le parti che lo compongono sono tutte intramate di relazione: non si possono trascurare o privilegiare alcune invece di altre parti, pena l’incompletezza dell’indagine e di nuovo la caduta nel riduzionismo che licenzia come vero ciò che è inficiato di parziale verità, se non addirittura di non–verità. A tale proposito urge in Gianluca Conte chiarire in modo risolutivo che «Il nihil della metafisica non è il niente, ovvero un ‘non–essere relativo’, bensì il nulla, ‘nessuna cosa’. (…). Il ni–ente, quindi, non è in –essente assolutamente nonessente, bensì un in–essente geo–locato». Ed è proprio in relazione a questo dettaglio, che implica una certa originalità rispetto al dettato classico, che l’Autore fa riferimento, secondo quello sguardo ‘olistico’ sopra citato, alla «tradizione mistica occidentale» attestando che l’indagine filosofica, nella sua peculiare natura complessa può accogliere ulteriore complessità di saperi, avvalersi di altri vertiginosi contributi nulla togliendo alla specificità della materia di filosofia. In un ulteriore passaggio inerente al concetto in analisi si legge:  «Il ni–ente, come alternanza ontica, come ‘luogo ontologico altro’ che è altrove rispetto all’ente, inerisce la quiete, la figura geo–locata e geo–metrica che evoca l’oscillazione dell’ente nel limen di forme segniche archetipiche. Il luogo della ‘de–solazione’, dell’ ‘a–ridità’, del vuoto relativamente al pieno». In tale visione che pone in relazione, supera la contrapposizione concettuale, si evince l’abbandono del dualismo cartesiano preferendo la via meno percorsa nella tradizione filosofica occidentale, ossia la speculazione iniziata da Baruch Spinoza – e muove dal panpsichismo di Giordano Bruno – la cui indagine determina una visione non solo razionale, ma anche intuitiva, unitaria della realtà asserendo, il filosofo di Amsterdam, nel seguente passaggio: «Inoltre, che cosa si può dare di più chiaro e di più certo che sia norma di verità, se non l’idea vera? Senza dubbio, come la luce manifesta se stessa e le tenebre, così la verità è norma di sé e del falso». Laddove Gianluca Conte analizza « Il nihil della metafisica»; la «dimensione mistica »; «Il ni–ente, come alternanza ontica»; «La dualità oppositiva–relativa tra ente e ni–ente»; «Il silenzio è dunque linguaggio in assenza di linguaggio»; «Il silenzio ritorna anche in Plotino come silenzio metafisico»; «Il logos insieme alla mancanza–assenza, pone miti e credenze: crediamo perché difettiamo di unità e di conoscibilità»; «L’intuizione, quindi, è radice del pensiero, in quanto elemento mistico e, come tale, capace di un angolo visuale differente, che trascende, a un tempo, conoscenza e volontà»; «La dimensione del ni-ente è, ad un tempo, prossima e distante. L’immaginifico della luce e quello dell’oscurità sostanziano un frangente–limite; l’indecifrabile momento in cui la luce non è più e la tenebra non è ancora»; «Il ni–niente, nell’accezione che fa riferimento a un multi–verso, rappresenta un corrispettivo filosofico di ciò che in fisica viene identificato come antimateria»; «Lo stesso infinito, come dimensione abissale di sterminata grandezza, si estende, secondo il Leopardi, in direzione del nulla: (…) Spazio e tempo incontrano il nulla nel luogo liminale posto tra esistenza e annientamento, e stringono con esso una relazione immemoriale e incontrollabile, poiché il nulla, per sua natura, è il massimo della presenza nella totalità dell’assenza.» è possibile osservare che egli accoglie una metrica di indagine dal connotato ermeneutico implicante le qualità del pensiero analogico affinché accada la verità dell’ente e del ni-ente accogliendo saperi di ordine differente e che pure afferiscono per vie trasversali e analogiche alla postura di filosofia, avendo recepito la lezione comparatistica e necessaria per introdursi entro il nucleo ontico che costituisce l’unità e la polarità della materia indagata che per Gianluca Conte, come per Baruch Spinoza, è nel suo complesso pienamente intelligibile, poiché nulla può essere considerato, a priori, inconoscibile. Dato questo assunto, è pur vero che gli uomini non partecipano tutti di una conoscenza innata e adeguata, poiché sono per lo più assoggettati agli idola di Francis Bacon che li flettono a immaginare senza conoscere, a credenze, non-verità. Occorre, infine, osservare che nell’indagare la relazione niente–nulla emerge che «Nell’essere permane qualcosa di non–visibile, di non–percettibile e, di conseguenza, di non–dicibile.»: ciò ha quale effetto l’accadere del ‘silenzio’, che s’invera «quando non vi sono parole atte a esprimere il nulla di essente». Il silenzio si colloca in un piano di significazione decisamente relazionale: non è soltanto l’atto di tacere davanti a un altro che parla, ma è l’orizzonte di senso in cui accogliere la realtà nel dato dell’apparenza e in quello del non-visibile, che in essa è contenuto. È in quell’ ‘orizzonte di senso’ che pulsa dal niente/silenzio il sorgere della natura ‘creante’ e ‘originaria’ del Logos la cui costituzione, anch’essa relazionale, nulla osta al “silenzio” in cui, come scrive il filosofo francese Louis Lavelle «Vi sono tutte le forme possibili di silenzio. C’è un silenzio di chiusura, un silenzio di riservatezza, un silenzio di mortificazione, un silenzio di collera, un silenzio di rancore. Ma c’è anche un silenzio dell’accettazione, un silenzio della promessa, un silenzio di donazione, un silenzio del possesso. C’è un silenzio che porta il peso di tutti i ricordi senza evocarne nessuno, un silenzio che prende in esame tutte le possibilità senza preferirne nessuna. C’è un silenzio pesante che mi opprime in tal modo che la più piccola parola sarebbe per me una liberazione, c’è un silenzio fragile di cui temo la rottura, c’è un silenzio in cui ringhia una ostilità irritata dal non trovare mezzi abbastanza forti per manifestarsi, c’è un silenzio dell’amicizia piena, felice di aver superato tutte le parole e di averle rese inutili. C’è il silenzio dell’ammirazione e quello del disprezzo, talora il silenzio mi fa sentire la presenza del corpo come un fardello che non posso sollevare; talora invece sembra abolirlo, come se fosse divenuto uno spirito nuovo (…) C’è un silenzio che si origina ora dall’indifferenza ora dal partito preso. È un rifiuto a socializzare con un altro essere o, e ciò è ancor più grave, una certa incapacità di farlo».

 

Nota dell’Autore

Il linguaggio comune utilizza i termini niente e nulla come sinonimi, dando a essi accezioni assimilabili alle idee di nessuna cosa, vacuità, assenza, vuoto, desolazione. Tale consuetudine può essere considerata non solo il frutto della tradizione storico-popolare e mistico-religiosa, ma anche di quella poetico-letteraria e filosofica. Espressioni come «Non siamo nulla» oppure «Su questa terra siamo niente» spiegano bene la concettualizzazione di fondo presente dietro le due parole, che narra della volontà di esprimere la condizione transeunte dell’umano, l’essere di passaggio dell’individuo e della moltitudine. La fine della vita terrena, con tutte le conseguenze che questa implica, ha suscitato da sempre riflessioni a più livelli di pensiero. La paura del totale annullamento, dell’epilogo definitivo dell’esistenza, associata a quella dell’ignoto, è stata fonte di ricerche, discussioni, dibattiti, creazioni artistiche e letterarie, studi filosofici e teologici. Dai motti popolari agli eleganti versi poetici, dalle meditazioni mistiche alle speculazioni metafisiche, il concetto di nulla/niente ha rappresentato l’incontro dell’umano con la «dimensione del tragico», propria della sua impermanenza.

Il ciclo vitale ‘nascita-crescita-degenerazione-morte’, filtrato attraverso il mito e il sacro, ha gettato le fondamenta per una genesi storico-escatologica in cui il nulla/niente rappresenta il «luogo immemoriale» da cui scaturisce la vita di ogni ‘essere’ e quello a cui ciascun vivente ritorna dopo la morte. Quella umana, dunque, è un’«esistenza in dissolvenza», un «abisso destinale» o «destino abissale» cui nessuno può sottrarsi. In tal senso, la presunta riducibilità dei termini nulla e niente ha posto le basi per un’omogeneità teorica che ha legittimato un’equivalenza di senso. Tuttavia, come si vedrà in seguito, questo breve saggio vuole essere un tentativo di mettere in discussione proprio tale identità, cercando di portare alla luce le differenze – «fondativa», «genealogica» e «linguistica» – che sussistono tra i due concetti. Si tratta di una duplice diversità, che riguarda sia il significante sia il significato, poiché se, come  ci ricorda Agostino, «aliquid stat pro aliquo», il problema non è soltanto semiotico ed ermeneutico ma anche, e soprattutto, ontologico e gnoseologico. «I segni naturali sono quelli che, senza intenzione né desiderio di significare, fanno conoscere, di per sé, qualcos’altro di più di ciò che essi sono»[1], scrive il filosofo de le Confessioni, anticipando alcune concettualizzazioni filosofiche posteriori che hanno avvertito le problematiche di cui sono suscettibili i legami tra «ciò che appare» e «ciò che è»[2].

Il segno, dunque, appartiene a un luogo remoto, eppure intellegibile, posto sulla soglia dell’apparizione nell’orizzonte di senso, ed è un elemento necessario alla conoscenza intuitiva del mondo. Sarà proprio il segno, come vedremo a breve, uno degli elementi che ingraviderà di significato la relazione tra ente e niente.

Il percorso qui proposto, partendo dalle origini della filosofia occidentale, in un confronto con il pensiero presocratico, in particolare quello di Parmenide, passando per Platone, Aristotele, la mistica, Leopardi, fino a giungere alla ricerca contemporanea, cercherà di sviluppare un’idea inedita del niente che, come poc’anzi affermato, pone in atto un tentativo di cogliere la disuguaglianza tra questa e il concetto di nulla abitualmente accolto e condiviso.

[1] Agostino D’Ippona, De Doctrina Christiana, Città Nuova, Roma, 1995.

[2] Agostino, attento conoscitore della lezione platonica e aristotelica riguardante il fenomeno, precorre le speculazioni successive che hanno indagato il rapporto tra ‘essere’ e ‘apparire’. Si pensi, a titolo non esaustivo, a Hobbes, Locke, Hume, Kant, Schopenhauer, Husserl, Heidegger.

Biobibliografia di Gianluca Conte

Gianluca Conte è nato a Galugnano (Le) nel 1972. Vive nel Salento, dove insegna Filosofia e Storia nei licei. Tiene conferenze, seminari e laboratori riguardanti la filosofia, la simbologia, la poesia e l’arte.

Ha pubblicato i saggi Nietzsche. Contro la modernità, Catartica Edizioni, 2018; Il pensiero metacreativo. Nuovi percorsi della mente, Musicaos Editore, 2015; Carmelo Bene inorganico, Musicaos Editore, 2014.

Le raccolte poetiche Universo minimo, Alimede, 2016; 28 strade ancora, Magazzino di Poesia di Spagine, 2014, a cura di Mauro Marino; Danza di nervi, Lupo Editore, 2012, vincitrice del primo premio PugliaLibre 2012; Il riflesso dei numeri, Centro Studi Tindari Patti, 2010, finalista al premio “Andrea Vajola”; Insidie, Il Filo, 2008.

Il romanzo Cani acerbi, Musicaos Editore, 2014.

I racconti La boutique della carne/Teste d’osso, Musicaos Editore, 2014.

Altri suoi scritti sono presenti in varie antologie, tra cui “Inchiostro di Puglia”, e sul Web.

Cura il blog Linea Carsica e collabora con Cammini Filosofici, Alimede Poesia, Itinerari Metacreativi, Zona di Disagio e Frequenze Poetiche.

7 #cronacheincoronate

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Prosegue il racconto dei giorni vissuti al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione i link agli altri post delle cronache incoronate precedenti. Flavio Almerighi propone la sua Quarantena 33, che è proprio la trentatreesima di una serie di brevi cronache di questi giorni. Non si salva quasi nessuno dall’ ironia almerighiana, spinta fino al sarcasmo, sferza noi, se stesso e il mondo, diverte e si diverte, a volte, veramente. Antonella Pizzo contribuisce con tre suoi recenti testi poetici scritti in tema. È riconoscibile il taglio, un timbro a me noto, preciso e pulito della mia amica poetessa, la sua chiara voce.

Vi ricordo che chiunque può proporre al blog Limina mundi (liminamundi@gmail.com) il proprio vissuto di questi giorni di epidemia e contenimento. Il turbamento, lo stravolgimento, il dolore ma anche lo spirito di resistenza, di reazione, e, talvolta il sorriso, nonostante tutto. Un modo per stare vicini, per allontanare la paura, per esorcizzarla. 

CRONACHE INCORONATE

QUARANTENA 33 DI FLAVIO ALMERIGHI

Luis Sepulveda, ricordi Carolina quante volte La Gabbianella e il Gatto? Se n’è andato anche lui, oggi, per il coronaccio malefico. Intanto i dirigenti lumbard scalpitano, vogliono riaprire e turnà a lavurà; se ne sbattono i coglioni della salute pubblica e gli oltre undicimila morti (più della metà di tutte le vittime in Italia) non dicono nulla (ovvio, i morti non parlano) ai vertici e al loro presidente cerebroandato, o alla confindustria: quel che conta sono i ghelli (i danè) e se gli operi non sdrumano i padroni non guadagnano. Di fatto questa è la secessione, fra perquise e stragi di vecchietti nelle case di riposo. Quando si dice la faccia come il culo! Mi ritengo fortunato a non risiedere in Lombardia. Eh, scusate, oggi si ride poco, ogni tanto è bene mettere in moto il cervello, collegarlo e pensare una bella Norimberga nazionale. Andrà tutto bene a chi???? Dai, domani vado dal mio amico Djiangor a fare rifornimento di albi di Cronaca Vera, Jacula, Sukia e Corna Vissute, così domani si torna a ridere.

Siracusa, 4 aprile 2020

CRONACHE INCORONATE

COSE DI CASA NOSTRA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Non è che abbia sempre ispirazione per le cronache. La poesia risponde a un bisogno, anche le cronache. Specie inizialmente, quando il silenzio era troppo e servivano a stemperare l’angoscia, a incanalarla, come si fa col dolore. Nella quotidianità del giorno per giorno, passo dopo passo, per uscire fuori dal tunnel. Ora che altri, scrittori e no, noti o meno, più letti, visibili, apprezzati sono arrivati alla stessa “occorrenza”: scrivere per raccontare questi giorni, il mio desiderio mi sembra possa sedarsi. Cosa raccontare oggi della mia normalità? Mentre ci sono gli ultimi barlumi di prosa appesi sulla punta della lingua?
Due cose di casa nostra. Una molto vicina a me, l’altra molto lontana da me, ma che comunque mi appartiene. La pizza e il nostro Capo del Governo. Cominciamo dalla pizza. La pizza a casa mia è un must, un cult un leit motiv. Mi sono sparata tutti gli inglesismi possibili per significare che è molto apprezzata. Sapendo che piace a tutti in famiglia, la sera di più sere di questa quarantena l’ho preparata. Dalla notizia letta in rete che il lievito scarseggia, ho capito che non è stata un’idea solo mia. Il fine di preparare impasti fragranti di forno è di questi tempi intermedio tra il nutrimento necessario e il consolatorio. Riguardo alla ricetta dell’impasto io ne ho una standard che uso da una ventina d’anni. Ultimamente sto sperimentando nuove proporzioni tra grammi di lievito e tempo di lievitazione. Riducendo i primi aumentando i secondi. Funziona. La pasta lievita ugualmente.
Il secondo punto all’ordine del giorno di questa cronaca è qualche nota poetica sul nostro Presidente del Consiglio. Sempre fine elegante e misurato, in questa circostanza eccezionale Giuseppe Conte sta riuscendo ad ottenere il consenso del paese, conquistando le donne e lasciando impressionati gli uomini per coraggio e determinazione. Non so a voi, ma a me fa venire in mente quella poesia della Dickinson che dice:

Noi non sappiamo mai quanto siamo alti
finché non ci chiedono di alzarci
ed allora, se siamo conformi al progetto,
le nostre stature toccano i cieli.

Nella tragica sfortuna di questo morbo bastardo, abbiamo avuto la fortuna di avere questo Presidente del Consiglio, che sta limitando fortissimamente la libertà di ciascuno, ma si intuisce che lo fa con l’alto senso di responsabilità della carica istituzionale che riveste, in nome dell’esigenza di salvaguardia della salute di singoli e collettività. Cioè il motivo per cui è ammissibile farlo in uno stato democratico. Non so il futuro, non ho la palla di vetro, ma adesso in questo momento, mi sento nelle mani di un uomo saggio, equilibrato, super partes, che sta lavorando duramente e non tirerà la corda del contenimento/protezione oltre la misura che la collettività alla quale appartengo può sostenere. Concludendo. Chi ha bisogno veramente (sto parlando di fame e salute) spero che chieda aiuto prima di deflagrare in gesti insani e ne riceva per quanto gli occorre, chi ha dovuto cessare le attività lavorative, professionali e commerciali, spero ne ottenga ristoro dagli stanziamenti previsti, ma senza precipitarsi come accattoni, se possono contare su propri risparmi, chi vive di delinquenza si licenzi, chi è approfittatore, squalo, selvaggio speculatore, spero che si converta alla bontà e potrei continuare…il senso è quello che si intuisce, sulla fiducia. Virate. Vade retro covid.
Tutto andrà bene.

CRONACHE INCORONATE

TRE POESIE DI ANTONELLA PIZZO

Aprile uno

lo strazio indicibile vorrei ora narrare
dietro ogni maschera una storia
sopra i letti i nudi corpi immobili
la solitudine schianta il desiderio di vita
il grido della croce riecheggia nei corridoi
quando incontrai il becchino
sfiorai il ridicolo con il mio andare a zonzo

chi cerca di contare i punti della piastrella all’uncinetto
tre alti tre bassi tre fili tre respiri tre spilli
una gettata una passata una chiamata nessuna risposta
chi augura buona pasqua e buone cose
chi legge la lista della spesa

il governatore dell’isola chiuse lo stretto
impedì ogni arrivo e partenza
farfalle smarrite in una stanza chiusa
crepe in uno spazio ristretto
tre parole in fila tre parole
immuni nostra salvezza.

Aprile due

Al ritorno della scampagnata la canzone andò sfumando
la compagine si sparpagliò per strada
le nacchere furono abbandonate sopra lo scaffale
qualcuno suggerì di fare una nuotata al fiume
un altro invece sognò di buttarsi in pigiama dentro l’oceano indiano
altri tuonavano di pirati dei caraibi e di squali tigre
qualcuno scavò una profonda buca all’isola del tesoro
e vi si nascose dentro fino al collo
un altro si arrampicò sopra l’albero del pane
un altro ancora sventrò un pipistrello nano e se ne fece un portachiavi ludico.

L’anno duemilaventi non cominciò nel migliore dei modi
un essere minuscolo che è e non è, vivente o non vivente
un misero mistero nel mistero si insinuò e intossicò i nostri giorni
finirono i baci e gli abbracci, finirono le feste e gli amori
le strette di mano, i batti cinque a palmo aperto
fu tutto un discutere di dati, un deserto d’argilla, fu un crepaccio
scafandri e tende d’isolamento
didattica a distanza e smart working
fa fame e buio, fu rissa e disperazione
processione di virologi
sapienti soporiferi maligni
un bimbo di Palermo partì per raggiungere il nonno.
noi restammo a casa ad attendere la fine.

Aprile tre
I
Ho camminato tanto, passo dopo passo
al limite delle forze
ho i piedi sanguinanti, trafitte le ginocchia
sento l’odore della sabbia e il rumore dell’onda che squassa l’aria
si butta senza freni sugli scogli
una nebbia mi ha colpita agli occhi
si è attaccata alle cornee e mi ha rosicchiato le immagini
una voce mi indica la direzione
segui il sentiero ad est, gira a nord poi scendi a sud, con un balzo supera l’ ostacolo
quanta fatica e quanto sforzo, a che ti serve il mare?
è solo tanta acqua, una distesa inutile di sale.
II
Accanto alla cima accanto alle contigue stelle
nulla risale nulla volge alla fine
se il serpente ingaggia la lotta
la fine arretra senza sconto di pena
avvolgi la mente in diafane parole
e sibila la coscienza inocula la mente
certe stelle vagheggiano il ritorno del satellite perduto in fondo alla galassia
che si rovinò alla fine dei tempi nel magnum magmatico primordiale

 

VITE ORDINARIE di Franca Alaimo (Ladolfi Editore)

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Il romanzo di formazione di una donna che voleva spezzare le catene del perbenismo

Questo denso romanzo è la storia di un rapporto di affetto e di complicità fra due donne, due cugine, attorno alle quali s’intrecciano le vite di molti altri personaggi, sia dell’ambito affettivo-familiare sia di carattere occasionale, che hanno in qualche modo contiguità con le protagoniste principali. La narrazione inizia con l’attesa di una fine: Giovanna aspetta una notizia che sa essere funesta e l’attende prendendosi cura delle sue rose e divagando con la mente su alcuni ricordi. Comincia così a delinearsi la natura di questo rapporto parentale, che non si spezzerà mai se non con la perdita fisica di una delle due parti. Giovanna è stata una bambina vivace, intelligente e creativa, dotata di grande volontà e di acuta sensibilità; ha conosciuto molto presto la verità sulla sua condizione di figlia adottiva, ma ha taciuto, macerandosi nel desiderio di conoscere le sue reali origini e manifestando talvolta insofferenza verso i propri genitori adottivi. Ha un rapporto di affettuosa intimità con il padre, non così con Luisa, la madre, con la quale entra ben presto in conflitto. In questo triangolo familiare si configura il legame con la cugina Nina, di alcuni anni maggiore di lei, che con il tempo diverrà di reciproco scambio anche intellettuale. Iniziamo così ad entrare nell’apparato parentale di Giovanna, costituito da nonni, zii, cugini e affini, che cominciamo a conoscere man mano che sfilano davanti al corpo senza vita di Nina, riportando alla memoria di Giovanna tutto il passato. Rivedere la signora Cannella, amica della madre, apre il primo spaccato di ricordi: Giovanna, che è appena una ragazzina, accompagna la madre dall’amica e, non vista, ascolta le loro conversazione; scopre così che la mamma mette in discussione il suo aspetto fisico che ritiene affatto attraente. La giovane entra in conflitto con la madre, il suo carattere si fa indipendente e determinato, ribelle all’educazione repressiva che le si vuole imporre. E’ Nina, la cugina più grande, che la protegge e  le permette di vivere con lei le esperienze di donna adulta. In queste pagine, come in molte altre, l’autrice mostra una notevole vocazione  per la descrizione dei particolari: luoghi, figure fisiche, natura, tutto viene filtrato dal suo occhio attento ai minimi dettagli e questo definisce il codice stilistico del romanzo.

Il libro è suddiviso in venticinque capitoli, ognuno dei quali rilascia una tessera del mosaico che andrà a costituire il percorso di Giovanna dalla fase preadolescenziale alla maturità, e in questo senso uno snodo importante è il capitolo sette che descrive l’incontro della protagonista con la coetanea Costanza. Sono pagine particolarmente intense, che raccontano di un’amicizia vissuta come un’iniziazione in un’atmosfera di rigore mistico. Siamo nella settimana santa e Giovanna si trova con i genitori ad assistere alla processione del Venerdì Santo dai balconi della casa di Costanza. Chi ha avuto modo di conoscere e seguire almeno una volta questa pratica religiosa ritroverà in queste pagine la stessa emozione e la stessa contrizione che essa induce nell’anima di chi la segue. L’autrice ne fa una descrizione così dettagliata e partecipata, così figurativamente esatta da far sentire il lettore emotivamente presente. Tutto è rappresentato in forma minuziosa e realistica: i cestini con i petali di rose, il balcone adornato da una tovaglia di lino ricamata, la processione che esce dalla Cattedrale e sfila per il corso, il Cristo e l’Addolorata. Finita la processione, le due ragazzine si allontanano dai grandi per rifugiarsi nella camera di Costanza e scambiarsi le proprie confidenze. Qui si consuma metaforicamente il passaggio di Giovanna dalla condizione infantile allo stato dell’adolescenza; con l’acquisizione del drammatico segreto che Costanza confida all’amica e con la scoperta dei loro corpi nudi le due giovinette si avviano al loro destino di adulte.

Giovanna e Nina, pur amandosi, si scontrano sulle questioni dei principi morali e religiosi e sulla condotta di vita. La prima avverte fin dall’adolescenza l’esigenza di scavalcare l’educazione piccolo-borghese dell’entourage familiare, di affrancarsi dalla famiglia e di vivere nella libertà l’amore per l’arte; la seconda, pur avvertendo il cambiamento sociale in atto, non possiede l’energia intellettuale della cugina e resta imprigionata nei pregiudizi e nei tabù che le sono stati trasmessi. Il loro rapporto resta comunque integro e insieme attraversano la temperie del ’68, seppure con aperture diverse. Nina rimane permeata dal suo involucro convenzionale, Giovanna, ormai studentessa universitaria, frequenta i colleghi della contestazione e condivide i loro programmi, più per una forma di provocazione verso l’educazione ricevuta che per vero impegno politico. Il romanzo è anche la rappresentazione di una fetta di società piccolo borghese attraverso la cui esistenza è possibile conoscere, e per alcuni lettori ri-conoscere, usi e costumi di un tempo ormai superato ma anche la rete di affetti e di complicità che univa i componenti di una famiglia e i loro piccoli espedienti per la sopravvivenza e per il mantenimento dell’immagine sociale. La struttura formale di Vite ordinarie è organizzata in modo che ogni capitolo risulti una narrazione a se stante che, se estrapolata dal contesto, può essere letta come un racconto concluso. Costanza, La signora Cannella, La storia di Sebastian, Il giorno delle lumache, solo per fare degli esempi, vivono autonomamente pur essendo parte integrante del quadro d’insieme. Franca Alaimo compie con questo romanzo un percorso nel tempo, la sua Giovanna non fa bilanci, non si arroga nessun diritto di giudizio, prende atto del corso che ha avuto la sua esistenza e va avanti consapevole della ricchezza e delle perdite che la vita ha in serbo per ogni creatura e, alla fine, vince la scommessa.

Anna Maria Bonfiglio

 

 

 

Epistole d’Autore 8

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In un mondo digitale come il nostro ricevere una lettera cartacea è ormai una forma d’espressione d’altri tempi, un evento più unico che raro. La telematica e la capillarità della rete telefonica che consentono la trasmissione a distanza delle informazioni in tempo reale hanno reso immediata e veloce la comunicazione interpersonale. Sono lontani i tempi in cui, quando si scriveva una lettera, occorreva avere la pazienza di aspettare che arrivasse a destinazione e che giungesse la risposta. Eppure quell’attesa amplificava le emozioni, lasciava presagire la risposta, fortificava e rinvigoriva i sentimenti. Amore, affetto, amicizia, gioia, dolore, risentimento, dispiacere, follia sono i sentimenti veicolati dalle lettere, capaci di scuotere l’animo di chi scrive e di chi legge. La lettura di Epistole d’autore fornisce un ritratto insolito e inedito, per frammenti e dettagli, di uomini e donne celebri, svela segreti, rende più umani e veri i grandi del passato.

 

Sibilla Aleramo e Dino Campana 

Dino Campana e Sibilla Aleramo si incontrarono per la prima volta nel 1916 a Marradi, suo paese natale in provincia di Firenze. La Aleramo aveva quarant’anni, lui trentuno. Lei era ormai celebre per aver pubblicato il romanzo autobiografico dai forti contenuti femministi Una donna (di cui ho parlato qui) ed aveva avuto diverse storie d’amore. Lui non sopportava la mentalità del suo paese natio da cui spesso si allontanava per rifugiarsi in paesi lontani, fughe che si concludevano con il ritrovamento e il ricovero in manicomio per le crisi ossessive di cui soffriva da quando aveva quindici anni. I suoi “Canti Orfici” avevano ricevuto una discreta accoglienza ma erano stati molto apprezzati dalla Aleramo che gli aveva scritto una lettera perché sedotta dalla bellezza del suo capolavoro. Dall’incontro nacque una passione dolorosa e distruttiva per entrambi. Passato l’idillio iniziale infatti le ossessioni e i cattivi pensieri di entrambi presero il sopravvento nella loro storia. La follia di Dino era dovuta anche alla gelosia, perché conosceva gli amanti di Sibilla, Carrà, Prezzolini, Soffici, Papini. Lei diceva d’amarlo e probabilmente lo amava davvero. Vissero però un tormentato periodo di litigi e violenze che spaventavano chi vi assisteva. Nonostante ciò la loro storia d’amore continuò finché nel gennaio del 1917 le condizioni della malattia di Dino non peggiorarono, la Aleramo lo fece visitare da uno psichiatra celebre, il prof. Ernesto Tanzi ma successivamente Campana fu costretto alla reclusione in manicomio. Tra i due iniziò così un rapporto epistolare fatto di contraddizioni; Sibilla lo cercava e lo evitava, Dino la inseguiva senza trovarla finché ad un certo punto Sibilla non smise davvero di cercarlo. Lui morì nel 1932, a Castel Pulci, nell’ospedale psichiatrico dove era stato internato, mentre Sibilla continuò a scrivere fino al giorno della sua morte nel 1960. A testimonianza di questa passione devastante è rimasto il meraviglioso carteggio pubblicato in Un viaggio chiamato amore-Lettere 1916-18 da cui è stato tratto il film omonimo del 2002, diretto da Michele Placido e interpretato da Laura Morante e Stefano Accorsi.

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Quattordici quartine inedite da “Il taccuino del recluso o La veglia del novizio” di Silvio Raffo, 2020

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da un presente infinito con qualche scaglia di confuso passato

 

in limine

Il mio taccuino ha i bordi levigati

come il libello di Catullo netti.

Con cura annoto i versi appena nati

sulla pagina, belli e benedetti.

 

I

Come novizio nell’angusta cella

ogni gesto misuro, ogni respiro.

A tratti sogno, spasimo, deliro.

Scelgo in cielo la più remota stella.

 

II

Dell’inerzia la fredda disciplina

ottunde la memoria ma rinsalda

le sfibrate pareti della falda,

fa più acuta la vista, e i sensi affina.

 

III

Il tempo si è sospeso al suo confine

e più non si affatica a tormentarci.

La clessidra ha deposto. Ma la Fine

non vuole indifferenti sopraffarci.

 

VII

Ondivago e fedele ad ogni riva

sul capriccioso vortice eludevo

ogni approdo; gioiosa e fuggitiva

al largo la mia rotta disperdevo.

 

IX

Si congela il rigore dell’inverno

in vitrea sospensione adamantina.

Nel silenzio incantato ci avvicina

il costante contatto con l’Eterno.

 

XI

Ben chiuse e sigillate le tue porte

che alla speranza sbarrano ogni ingresso –

Reame ti sei fatto di te stesso.

La clausura del cuore è pura Morte.

 

XIII

Del Minotauro immagino la stanza

di pareti fasciata ultrasonore –

Arianna il filo tende, alla distanza

Tèseo avanza nel fitto tenebrore.

 

XV

Trasumanare è l’unica avventura –

annullare del corpo ogni barriera –

del tempo valicare la frontiera .

Questa è dell’Infinito la misura.

 

XVII

“O tu uccidi l’insidia o lei t’uccide”

Ma con l’odioso invisibile tarlo

più saggia strategia sempre ignorarlo.

Il male annienta solo chi lo vide.

 

XIX

Impara la sacralità del rito,

del ritmo che scandisce la giornata,

della luce deserta inanimata

nel fluire di un tempo ormai impietrito.

 

XXI

Moltiplicare i giorni dell’attesa

nella certezza di un’estrema festa.

Eterno si fa il tempo, e l’ardua impresa

si fa leggera. Gioia pura è questa.

 

XXIV

Esaurito ogni palpito, ogni afflato

deposta ogni speranza che ci affanni,

non c’è minaccia di futuri inganni.

Ed è come se nulla fosse stato.

 

XXVII

Tu serbali preziosi nel ricordo

Questi giorni d’amianto e d’ametista

In cui fra Cielo e Terra un mutuo accordo

Fu stabilito – fulgida conquista.

 

XXIX

Così i morti non muoiono, e la vita

Non è quel soffio che si fa respiro.

In un vortice solo, in cieco giro,

Un flusso ininterrotto s’infinita.

 

Bibliografia di Silvio Raffo

 

Silvio Raffo, nato a Roma, vive e insegna a Varese. Traduttore di una dozzina di poeti angloamericani, autore di undici romanzi e più di dieci raccolte di poesia, dirige a Varese il centro di cultura “La Piccola Fenice”. Ha vinto numerosi premi di prestigio, fra cui il Gozzano, il Cardarelli, il Montale e il Valdicomino. Dal suo romanzo La voce della pietra, Elliot Edizioni, 2018 è stato tratto il film omonimo di produzione americana.

Ultime opere: il romanzo Il segreto di Marie-Belle, Elliot Edizioni, 2019 e la silloge poetica La ferita celeste, La Vita Felice, 2019. È autore dell’antologia di poesia italiana del Novecento Muse del disincanto, Castelvecchi, 2019

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Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

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Per l'alto mare aperto

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[è necessario che la poesia divenga un sintomo della realtà]

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Quando verrai, o dio dei ritorni, mi coprirò di rugiada e forse morirò per ogni possibile resurrezione

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LIT-TLE blog di Salvatore Sblando

Incauti Accomodamenti

nel ricordo la strada appare quel poco pietrosa ovunque segni della grande piena primaverile, sempreverdi vari, larici, un labirinto ininterrotto di alberi vivi e morti. Camminavo sola nella polvere gialla, altrove tu raccoglievi pietre e pezzi di plastica per il cuore da dedicare a un’altra

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