Paura

Tag

,

“Paura” è un racconto scritto da Goffredo Parise e pubblicato ne I Sillabari, una raccolta di racconti brevi, intensi come poesie in prosa. I titoli dei racconti, costituiti da una sola parola, si susseguono in ordine alfabetico: nella lettera “p” sono inclusi Paternità, Patria, Paura, Pazienza, Primavera, Poesia, Povertà. Venezia è per Parise scenografia ideale per i Sillabari, “Paura” infatti è ambientato al Lido. Una signora senza nome passeggia, sola, per le strade nebbiose della città; non teme la morte, è settantenne, vedova, nel tempo ha perso il coniuge e anche la compagnia di una serie di animali domestici. Mentre si aggira per i vialetti nebbiosi del lido, il suo pensiero oscilla dalla sua solitudine alle consuete preoccupazioni degli anziani, immagina un viaggio, una crociera che potrebbe fare  perché ama i viaggi. Parise, con piccoli tratti descrittivi, narra l’incontro tra la vecchietta e un gruppo di malintenzionati. I ragazzi la circondano e la minacciano di morte nel tentativo di rapinarla. In risposta alla minaccia di morte arriva un coraggioso invito, da parte della donna, a realizzare la minaccia, invito che mette in fuga i giovani, dopo uno spintone da cui la protagonista si rialza a fatica. I malintenzionati fuggono, resta la signora impaurita e allo stesso tempo, nel lettore, un sentimento di paura e di impotenza. Quando i ragazzi le si avvicinano lei inizialmente ha paura, poi, analizzando la sua condizione di vecchiaia e solitudine, si rende conto che la sua paura è ingiustificata. Ed è in quel momento che diventa coraggiosa e arriva al punto di sfidare i malintenzionati perché sente che la sua ora non è ancora giunta. Come disse Raffaele La Capria: “Parise ha restituito alla letteratura la zona dei sentimenti, che la letteratura era andata gradatamente perdendo. Ha riportato il linguaggio e i modi di espressione a quell’ accordo fra cuore e intelletto che si era perso per la prevalenza dell’ intelletto.”

Una sera di nebbia e di sirene al Lido di Venezia una signora sola tornava a casa: aveva settant’anni, era vedova e nella sua vita aveva avuto poca compagnia salvo una serie di gatti siamesi una ventina d’anni prima, poi un bassotto che era morto prestissimo in seguito al suo troppo zelo nel nutrirlo (mangiava solo tagliatelle al burro e fegatini di pollo) e il marito. Ma anche quello era morto due anni prima e di lui restava soltanto il ricordo vago, come di un’ombra alta e un po’ curva con due baffetti che ora, a ricordarlo nella nebbia, si perdevano nella nebbia. Da poco aveva un canarino. La figura di questa donna era insieme infantile e animale: rotonda, con una pellicciotta interna che l’arrotondava ancora di più, aveva un colbacco rotondo e tutta la sua persona, sostenuta da gambe come colonnine fragili, si muoveva nella nebbia con l’incertezza di un bambino di due o tre anni che impara a camminare. Procedeva lentamente, come portata avanti dalla collottola, che aveva grassa e robusta come una piccola gobba tra il collo corto e l’inizio della spina dorsale: quel punto, tra testa e schiena, racchiudeva nella sua convessità una forza animale e suina che era il segreto della sua prepotenza e del suo egoismo. Ma, come accade in nature così composite tra animalità e umanità, la signora aveva occhi celesti chiari di bambina bizzosa, capricciosa e infinitamente ingenua, sempre pronta a ridere. Così, con tutte queste cose nel corpo, fragilità, animalità, bizzosità e allegria procedeva lentamente (ma inesorabilmente) nella nebbia dei vialetti deserti del Lido. Pensava, ma in modo anche quello composito, come in sogno, a metà tra la sensazione e il pensiero. Pensava a una pentola a pressione che aveva visto usare proprio quella sera e che avrebbe voluto comprare senza essere certa di saperla usare e dunque con un po’ di paura per l’accumulo di pressione e lo scoppio. Quella pentola però mancava alla sua collezione di pentole, tutte nuove, che teneva insieme ad altre pentole vecchie, in grandissima quantità, dentro un magazzino affittato in un convento di suore: nel magazzino, oltre le pentole, aveva coperte, materassi, un baule pieno di biancheria, qualche mobile, e alcuni scatoloni di cui non riusciva in quel momento a ricordare il contenuto: forse le statuine di gesso di un vecchio presepio e i ninnoli per l’albero di Natale. Tutta roba che non aveva mai più tirata fuori essendo sola. Un tempo, quando aveva il marito e il figlio, quando era piccolo, costruiva l’uno e l’altro per Natale. E a questo pensiero, quello della sua solitudine, si perdette un poco tra commozione e il nulla delle cose e delle persone. Ma il pensiero non tardò a mutare e a concentrarsi, come sempre accade nei vecchi, nei particolari che riguardavano direttamente e immediatamente la propria vita: una macchia di umidità che pareva allargarsi ogni giorno di più nell’angolo del soffitto della sua camera da letto. Perché l’amministratore non provvedeva, dopo essere stato sollecitato mille volte? La signora si arrabbiò, la forza che stava tutta nella nuca parve come raggrinzirsi in un profondo senso di ingiustizia e di dispetto provocato ai suoi danni e accusò dentro di sé il figlio lontano, di cui non sapeva se era vivo o morto anche lui.  Camminava lentamente in quel modo infantile e un po’ pesante, come avviene quando lo spirito così vicino ai muscoli, ai tendini e ai nervi, ha già ceduto alle illusioni del passato e non resta altro che procedere un po’ alla deriva come una barca. Infatti, si udì per tre volte la sirena bassa e lunga di un rimorchiatore o addirittura una nave, un transatlantico che usciva dal Bacino di San Marco. Qui lo spirito della signora, come sempre quando udiva quelle sirene, si risvegliò, e anche il passo.

«Se potessi, se avessi le possibilità, andrei in crociera d’inverno. Prima di morire vorrei andare anch’io in una piccola crociera» pensò la signora e all’idea del viaggio parve risvegliarsi: non temeva i viaggi, anzi era sempre pronta a farli e il momento in cui tutto il suo spirito si risvegliava e accendeva era quello in cui metteva piede, il più agilmente possibile data la sua corporatura e la sua età, sul predellino di un treno o di una corriera. Sarebbe salita anche in aeroplano. Ma ora aveva davanti a sé, fittissima, la nebbia del Lido. Sentiva gocciolare gli alberi, qualche scarico nei canali, e lo sciacquio della laguna non lontana ma invisibile. Pensò al canarino e immediatamente a certi piccoli scoiattoli che aveva visto nel giardino di Schoenbrunn, a Vienna, e mangiavano nella mano. Ogni tanto qualche ricordo passava rapidissimo nella sua mente, limpido, chiaro, dove poteva distinguere nei particolari se stessa più giovane, il figlio, il marito e i suoi baffetti (li ricordava neri), un’altra città, l’estate sulla spiaggia, quella stessa spiaggia fredda e umida nella notte che era lì a pochi passi: le gelaterie, le luci, e poi, di colpo, la neve e il ghiaccio delle strade di Cortina dove per lei era necessario camminare a minimi passi per non cadere. Era il pensiero che aveva suggerito i passi o i passi avevano suggerito il pensiero? Perché udì dei passi e delle voci dietro di sé. Erano voci di ragazzi che camminavano veloci e la raggiunsero: non li vedeva quasi perché la nebbia aveva appannato gli occhiali, li intravedeva, uno di questi che le passò accanto guardandola, aveva i capelli lunghi. A quel punto i ragazzi smisero di parlare e la superarono lentamente in silenzio. Ancora si udì la sirena del transatlantico ormai giunto quasi al limite del mare aperto, all’altezza del faro. «Rex» fu il pensiero della signora, per un istante pensò al fratello, commissario di bordo del Rex, morto molti anni prima. «Il Rex non ci sarà più. Non è affondato?» si chiese la signora, e così pensando si accorse che i ragazzi erano ancora lì, vicino a lei, muti e con passo uguale al suo. Uno dei ragazzi si avvicinò e proprio sopra un ponte (si sentiva lo sciacquio del canale sotto le tavole di legno del ponte) si fece di fronte a lei. La signora aveva paura e, in quel modo confuso, veloce e incredibile che l’immaginazione di una persona anziana e assolutamente normale può avere in un momento come quello, pensò alla morte. Era tutta lì: lo sciacquio, la nebbia, la sera, l’affogamento dentro la pelliccia nell’acqua nera del canale, il cimitero. Udì la voce del ragazzo, una voce bassissima da uomo anziano e beone; il ragazzo disse:

«O mi dai la borsetta o te copo».

Le gambe della signora tremavano, ma perché, si disse, tanta paura della morte? E quel te copo aveva tutta l’ignoranza della verità. «Perché tanta paura della morte? Sono sola» e disse lentamente, con un tremito, ma con voce dura:

«Còpeme».

Il ragazzo esitava:

«Dammi la borsetta» disse ancora, con quella voce delittuosa e casuale, coperta dalla nebbia: l’alito fumava.

«No, non te la do, còpeme, vediamo se lo sai fare».

Strinse con tutte e due le mani la borsetta ma guardò con forza, con forza animale il ragazzo di cui vedeva solo i contorni, lunghi e curvi, a forma di esse. Il ragazzo le diede una spinta sulla spalla, una specie di pugno e la signora traballò e andò a sbattere contro il parapetto del ponte. Di nuovo disse, con la voce tremante di indignazione questa volta, tra le labbra strette:

«Còpeme», e a questa parola il ragazzo fuggì correndo, seguito dagli altri due.

La signora aveva il cuore in gola, stette appoggiata al parapetto del ponte, come rannicchiata, senza arrischiarsi di stare sulle proprie gambe che ora non la reggevano. Aveva gli occhi pieni di lacrime e non vedeva più nulla.

«Còpeme, disgraziato, assassino» disse quasi tra sé e cominciò a piangere con piccoli sussulti nella schiena. Piano piano la paura passò, le gambe (fece due o tre tentativi) la sostennero e altrettanto piano riprese la strada di casa. Un po’ di paura l’aveva ancora perché stava percorrendo la stessa via dove erano fuggiti i ragazzi. Forse l’aspettavano da qualche parte più avanti. Ma ormai anche lei sentiva che la sua ora non era giunta, che poteva tornare a casa abbastanza tranquilla, camminando però piano.

Da Sillabari, Goffredo Parise

Intervista a Federica Galetto: La neve e la libellula

Tag

,

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni

La redazione ringrazia Federica Galetto, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: La neve e la libellula, Terra d’ulivi Edizioni, 2019

1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

La scrittura è dentro di me, da sempre. Nel tempo ho imparato a comprenderlo e dopo molti anni l’ho accolta e accettata come parte imprescindibile di me.

2. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Amo prevalentemente gli autori d’area anglosassone, e questo per un’empatia innata e per l’amore per la lingua inglese. Leggo volentieri però anche altro, tutto ciò che sento affine. I classici dell’800/’900 europeo esercitano su di me un forte fascino.

3. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

La mia scrittura nasce con me, la sento dentro me da quando ho memoria. Ne ho un rapporto d’amore viscerale ma severo e non contempla quasi mai elementi autobiografici nel senso stretto del termine, ma è naturale sviscerare temi e colori che hanno su di me un ascendente particolare e che rispecchiano la mia indole. Amo la Natura, l’introspezione, e credo di avere un approccio “contemplativo” non solo verso la scrittura ma anche verso le varie forme d’Arte. Vivo in campagna, nella casa della mia famiglia; qui riesco ad esprimere me stessa al meglio e ovunque guardi ho motivo di ispirazione. Ciò che scrivo si rispecchia nei campi, nelle nebbie, nei paesaggi che mi circondano.

4. Ci parli della tua pubblicazione?

“La neve e la libellula” è un viaggio in versi che parte dalla mia nascita, passa attraverso le tappe fondamentali della mia vita e giunge fino ad oggi, il mio presente. A questo libro ho dato un taglio, se vogliamo, autobiografico, ma si tratta di un libro che assomma diversi decenni, quasi una sorta di “vita, istruzioni per l’uso”, un diario di viaggio animico che esplora la forza e la caduta, la scoperta e la comprensione, la disillusione e le radici. E’ un libro che mi rappresenta e mi traina verso il futuro. E’ fatto di ricordo e consapevolezza; oltre ciò, guardo con speranza verso ciò che mi aspetta.

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Sorrido. Non so davvero se sia utile o necessaria, certo lo è stata per me e scriverla mi ha aiutata a scavalcare un momento della mia vita per passare a quello successivo. Credo ci si possa riconoscere però e magari trarre spunto per affrontare meglio certi scogli esistenziali che ci accomunano tutti.

6. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

E’ scoccata vivendo, traendo dagli eventi, anche quelli più traumatici, un insegnamento e una riflessione profonda.

7. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

L’ho scritta gradualmente, giorno dopo giorno, senza una vera sistematicità-Da tempo la mia Musa non viene più a trovarmi solo nel tardo pomeriggio. Sorrido. Non ho quasi mai scritto di notte, in genere di notte preferisco leggere o dormire.

8. La copertina. Chi, come, quando e perché?

La copertina è stata realizzata da me, è un collage digitale che raffigura il volto di una fanciulla immerso in una cortina nebulosa di foglie, fiori e neve, che porta una libellula sulla spalla. Rappresenta lo scorrere del tempo e delle stagioni, la conoscenza del mondo visto attraverso gli occhi di una bambina prima e di una donna poi, la forza e la saggezza raggiunti, il mio animale totem: la libellula, simbolo di libertà, pace e consapevolezza.

9. Come hai trovato un editore?

Ho scritto diversi libri. Il primo editore, quello del mio primo libro “Scorrono le cose controvento” ha trovato lui me dopo aver letto alcuni miei versi sul web. L’editore de “La neve e la libellula”, Elio Scarciglia di Terra d’Ulivi Edizioni, aveva già pubblicato il mio “Traducendo Einsamkeit” ed è stato per me naturale proporgli anche il mio ultimo libro visti i trascorsi positivi.

10. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

A chi ama la Poesia, ma anche a chi cerca una strada diversa per arrivare a comprendere meglio la vita e i suoi nodi.
11. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Ho smesso da tempo di promuovere i miei libri perché penso dovrebbe essere l’editore a farlo. Li promuovo su Facebook, annunciando l’uscita delle mie pubblicazioni, niente di più.

12. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

“Di quelle corse senza fiato
Dei meli in fiore
Delle solide scarpe di cuoio
Dei passi sotto la pioggia
che si mischiano all’erba
Dei cortili e dei boschi
Radi come le luci che si incontrano vivendo
di questi tempi
Poi i gradini mai più risaliti
e le chiacchiere perdute per sempre
Avevo ancora un piccolo sogno
che svaniva ogni giorno un poco
come quelle macchie di inchiostro
simpatico di quando ero bambina
Dietro i vetri la primavera
un grande cielo blu di Prussia
e l’eleganza della solitudine pura
non mischiata ai colori
Solo un tono di beige
un punto sotto il niente”
Non sono certa sia questo il passo più riuscito, tendo a considerare le mie opere nella loro totalità, ma in questi versi c’è davvero molto di me e della mia poetica.

13. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Come per tutti i miei libri, sia di Poesia che di Prosa, che vengano letti dal maggior numero di persone possibile. Questo perché secondo me lo scopo è la massima diffusione della parola-pensiero.

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Mi domanderei se questi miei versi sono davvero i miei occhi, la mia bocca, il mio cuore. E lo sono.

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Per ora sto ancora raccogliendo dentro me nuove energie e non ho in programma di pubblicare altro a breve. Sto lavorando al mio secondo romanzo e questo richiederà tempo.

Federica Galetto nasce a Torino. Poetessa, scrittrice, artista collagista, traduttrice,
appassionata di lingua e letteratura inglese e americana. Nel luglio 2010 pubblica per
i tipi di Lietocolle Editore la sua prima raccolta poetica “Scorrono le cose
controvento” e nel 2011 l’e-book “Silent is the House” (bilingue, Inglese-Italiano),
l’e-book “Nell’erba il punto”, La Recherche, 2012 – Poesia, “Stanze del nord”,
Onirica Edizioni, 2012 – Poesia, “Assorta la corda vira”, Exosphere Plaquettes 2013-
Poesia, la raccolta di racconti “Fuori nevicano rose gialle” scritta con Simonetta
Sambiase , 2013, “Improvvisa luce”, Plaquette di traduzioni di testi di Dante Gabriel
Rossetti, L’Arca Felice 2013, la silloge Traducendo Einsamkeit, Terra d’ulivi 2014, il
romanzo “Anouk”, flower-ed 2017. Sue poesie, racconti e traduzioni sono stati
pubblicati su diverse riviste, blog letterari e antologie edite da Perrone Editore,
Mondadori, Puntoacapo Editrice fra gli altri. La sua Poesia è stata citata da Maurizio
Cucchi su La Stampa e sulla rivista Poesia. Vincitrice del Premio “La vita in Prosa”
edizione 2011 e finalista dello stesso nell’edizione 2009, vincitrice del Premio Verba
Agrestia 2011, segnalata al Premio Ossi di Seppia 2012, Terza classificata al Premio
di Poesia Ambrosia 2014 [con il Patrocinio di Expo 2015] promosso dall’editore La
Vita Felice. Cura con Simonetta Sambiase la Collana di Poesia Exosphere Plaquettes

blog personali :
La lepre e il cerchio
La stanza di Nightingale

E’ stata redattrice del blog Viadellebelledonne e CarteSensibili di Fernanda
Ferraresso. Vice Presidente dell’Associazione culturale Exosphere PoesiArtEventi.
Vive e lavora in Piemonte, in un piccolo villaggio del Monferrato.
Per contatti:
federicanightingale@gmail.com

 

 

 

Epistole d’Autore 6

Tag

,

In un mondo digitale come il nostro ricevere una lettera cartacea è ormai una forma d’espressione d’altri tempi, un evento più unico che raro. La telematica e la capillarità della rete telefonica che consentono la trasmissione a distanza delle informazioni in tempo reale hanno reso immediata e veloce la comunicazione interpersonale. Sono lontani i tempi in cui, quando si scriveva una lettera, occorreva avere la pazienza di aspettare che arrivasse a destinazione e che giungesse la risposta. Eppure quell’attesa amplificava le emozioni, lasciava presagire la risposta, fortificava e rinvigoriva i sentimenti. Amore, affetto, amicizia, gioia, dolore, risentimento, dispiacere, follia sono i sentimenti veicolati dalle lettere, capaci di scuotere l’animo di chi scrive e di chi legge. La lettura di Epistole d’autore fornisce un ritratto insolito e inedito, per frammenti e dettagli, di uomini e donne celebri, svela segreti, rende più umani e veri i grandi del passato.

Rainer Maria Rilke a Franz Xaver Kappus

Le Lettere a un giovane poeta furono indirizzate da Rainer Maria Rilke al giovane scrittore Franz Xaver Kappus, allievo dell’Accademia militare di Wiener Neustadt, fra il 1903 e il 1908. Pubblicate postume nel 1929, si diffusero in breve tempo nei paesi di lingua tedesca come una specie di breviario di arte e di vita. Il giovane Franz scopre che la sua stessa accademia, anni prima, era stata frequentata dal noto poeta Rainer M. Rilke. Poichè Franz si diletta a scrivere componimenti poetici decide di scrivere proprio a Rilke che per cinque anni terrà una fitta corrispondenza col giovane poeta, dispensando umili consigli, vere e proprie perle di umanità e saggezza. Una delle Lettere viene qui proposta nella celebrata versione di Leone Traverso, che fu uno dei primi interpreti di Rilke in Italia.

Egregio signore, la sua lettera mi è giunta solo alcuni giorni fa. Voglio ringraziarla per la sua grande e cara fiducia. Poco altro posso. Non posso addentrarmi nella natura dei suoi versi, poiché ogni intenzione critica è troppo lungi da me. Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un commento critico: se ne ottengono sempre più o meno felici malintesi. Le cose non si possono tutte afferrare e dire come d’abitudine ci vorrebbero far credere; la maggior parte degli avvenimenti sono indicibili, si compiono in uno spazio che mai parola ha varcato, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, esistenze piene di mistero la cui vita, accanto all’effimera nostra, perdura. Ciò premesso, mi sia solo consentito dirle che i suoi versi, pur non avendo una natura loro propria, hanno però sommessi e velati germi di una personalità. Con più chiarezza lo avverto nell’ultima poesia, “La mia anima”. Qui, qualcosa di proprio vuole farsi metodo e parola. E nella bella poesia “A Leopardi” affiora forse una certa affinità con quel grande solitario. Eppure quei poemi sono ancora privi di una loro autonoma fisionomia, anche l’ultimo e quello “A Leopardi”. La sua gentile lettera che li accompagnava; non manca di spiegarmi varie pecche che ho percepito nel leggere i suoi versi, senza però potervi dare un nome. Lei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri, li invia alle riviste, li confronta con altre poesie, e si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare. Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza. Allora si avvicini alla natura. Allora cerchi, come un primo uomo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde. Non scriva poesie d’amore; eviti dapprima quelle forme che sono troppo correnti e comuni: sono le più difficili, poiché serve una forza grande e già matura per dare un proprio contributo dove sono in abbondanza tradizioni buone e in parte ottime. Perciò rifugga dai motivi più diffusi verso quelli che le offre il suo stesso quotidiano; descriva le sue tristezze e aspirazioni, i pensieri effimeri e la fede in una bellezza qualunque; descriva tutto questo con intima, sommessa, umile sincerità, e usi, per esprimersi, le cose che le stanno intorno, le immagini dei suoi sogni e gli oggetti del suo ricordo. Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri. E se anche si trovasse in una prigione; le cui pareti non lasciassero trapelare ai suoi sensi i rumori del mondo, non le rimarrebbe forse la sua infanzia, quella ricchezza squisita, regale, quello scrigno di ricordi? Rivolga lì la sua attenzione. Si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Cerchi di far emergere le sensazioni sommerse di quell’ampio passato; la sua personalità si rinsalderà, la sua solitudine si farà più ampia e diverrà una casa al crepuscolo, chiusa al lontano rumore degli altri. E se da questa introversione, da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi. Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori: poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso, una scheggia e un suono della sua vita. Un’opera d’arte è buona se nasce da necessità. È questa natura della sua origine a giudicarla: altro non v’è. E dunque, egregio signore, non avevo da darle altro consiglio che questo: guardi dentro di sé, esplori le profondità da cui scaturisce la sua vita; a quella fonte troverà risposta alla domanda se lei debba creare. La accetti come suona, senza stare a interpretarla. Si vedrà forse che è chiamato a essere artista. Allora prenda su di sé la sorte, e la sopporti, ne porti il peso e la grandezza, senza mai ambire al premio che può venire dall’esterno. Poiché chi crea deve essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura sua compagna. Forse, però, anche dopo questa discesa nel suo intimo e nella sua solitudine, dovrà rinunciare a diventare un poeta (basta, come dicevo, sentire che senza scrivere si potrebbe vivere, perché non sia concesso). Ma anche allora, l’introversione che le chiedo non sarà stata vana. La sua vita in ogni caso troverà, da quel momento, proprie vie; e che possano essere buone, ricche e ampie, questo io le auguro più di quanto sappia dire. Cos’altro dirle? Mi pare tutto equamente rilevato; e poi, in fondo, volevo solo consigliarla di seguire silenzioso e serio il suo sviluppo; non lo può turbare più violentemente che guardando all’esterno, e dall’esterno aspettando risposta a domande cui solo il sentimento suo più intimo, nella sua ora più quieta, può forse rispondere. Mi ha rallegrato trovare nel suo scritto il nome del professor Horacek; serbo per quell’amabile studioso grande stima, e una gratitudine che non teme gli anni. Voglia, la prego, dirgli di questo mio sentimento; è molto buono a ricordarsi ancora di me, e lo so apprezzare. Le restituisco inoltre i versi che gentilmente mi ha voluto confidare. E la ringrazio ancora per la grandezza e la cordialità della sua fiducia, di cui con questa risposta sincera, e data in buona fede, ho cercato di rendermi un po’ più degno di quanto io, un estraneo, non sia.»

Suo devotissimo,
Rainer Maria Rilke

[Parigi, 17 febbraio 1903]

 

Canto presente 42: Marina Marchesiello

Tag

,

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

MARINA MARCHESIELLO

Faccio piaghe di felicità
a tutte le mie nuove pieghe di luce.
Vedi, l’arrivare ancora ferita
sottopelle alla notte
mi aiuta;
rende ancora più liquidi
occhi ed umori e l’unto di consolazione
di avere resistito all’affronto
di un’altra luce sbagliata
del giorno senza te.
Faccio un sangue più sano
perché tu ci possa passare bene
sopra le dita.
Tu che hai le mani pulite che avevo
creduto le mie quando non sapevo
come mettere insieme le cose
che nessuno mi diceva appartenessero niente altro che all’aria del mondo
quando non si sa di essere due.
Faccio piaghe di felicità
per questo vistoso premere
del mio corpo in attesa del colpo violato.
Fossi stata più dura ai coltelli del “sento”
sarei stata la infelice vincente;
senza secernere continue albe,
queste bende di te.

Vorrei chiedere a tutti come stanno
e sfogliarmi le labbra,
intimi incontri,
trovando una parola che sia solo per te;
quella sillaba fiatata e gonfia che scalda
quando mi ascolti e non ci sei;
eppure ugualmente vedi
che non respiro bene
come si dovrebbe
con la pancia in su che hanno i bambini
con la testa in tanta aria
che credono sana.
Vorrei dire a tutti
state come si dovrebbe stare;
un po’ di carta bianca
che di diciture ammalate
si spoglia.

Basta, ora che ho confidenza con l’aria
anche per voi mi spiego.
Ho fatto incetta di tutto
per ingordigia di visioni e parole
e in uno stomaco con occhi e lingua
molto affamato.
ma poco veloce.
Aprite le finestre, fate uscire il lampo
che mi ha attraversato il volere
dalla punta dei piedi al fresco
alla fronte calda che sogna.
Non andate di fretta,
con lentezza vi guardo e vi parlo.
lo vedete, ascoltate: ancora mi piego;
faccio sosta tra le mie braccia
che urlano
prima che mi arriviate
a sentire anche le ossa.
Io vi tengo ancora in ricordo di carne.
Non vi tocco e vi sento.
Faccio sosta in ogni incontro
anche quando nessuno più sa dirmi
chi e cosa era stato invitato
da questo corpo anche me ospitante
con tanta aria a margine.

E dentro l’aria vi ho visto andare via.
L’aria che non sa mai chi e cosa protegge,
né quanti respiri contiene.
E quante ne sono le assenze
sull’orlo di farsi furia di vento.
Vi ho visto perché eravate invisibili
eppure così perdurabili vivi.
Con le vostre bocche disgraziate
affannate in lingue fedeli al solito dire
che credevate farsi legge
per sopravvivere al bisogno di non farsi zitte all’improvviso.
Come fanno tutte le cose che vanno via
anche non sapendo nulla della morte,
se non negli occhi
che parlano al cielo,
e muti ritraggono
tutto il tempo del già stato.
Perché il cielo proprio all’aria
ha dato il mandato:
“Non togliergli tutto”
finché avrò l’incorporea menzogna
di stare sopra al nulla che passa,
ai nostri corpi già cambiati,
così carichi di nuvole,
così piangenti preghiere
per chi ha ancora pietà
di non sapersi mai fare davvero lontano.

 

 

La Befana

Tag

,

Albrecht Durer, Adorazione dei Magi, Galleria degli Uffizi

Discesi dal lettino
son là presso il camino,
grandi occhi estasiati,
i bimbi affaccendati

a metter la scarpetta
che invita la Vecchietta
a portar chicche e doni
per tutti i bimbi buoni.

Ognun, chiudendo gli occhi,
sogna dolci e balocchi;
e Dori, il più piccino,
accosta il suo visino

alla grande vetrata,
per veder la sfilata
dei Magi, su nel cielo,
nella notte di gelo.

Quelli passano intanto
nel lor gemmato manto,
e li guida una stella
nel cielo, la più bella.

Che visione incantata
nella notte stellata!
E la vedono i bimbi,
come vedono i nimbi

degli angeli festanti
ne’ lor candidi ammanti.
Bambini! Gioia e vita
son la vision sentita

nel loro piccolo cuore
ignaro del dolore.

Guido Gozzano

Numeri e auguri

Tag

,

Come da tradizione, ormai pluriennale, l’inizio dell’anno è l’occasione di fermarsi un attimo, guardare al lavoro già fatto su questo blog e augurarci di avere sempre forze e desiderio di andare avanti nel nostro navigare, libero da sirene incantatrici e cordate incatenanti.
Nel blog Limina mundi nel corso dell’anno 2019 sono stati pubblicati 101 articoli. Di seguito si approfondiscono brevemente: contenuti, autori, categorie, rubriche, numero degli articoli stessi.
Cominciamo con le rubriche che sono state una novità dell’anno 2019, novità nel senso hanno avuto inizio proprio nel 2019. In particolare a cura di Deborah Mega hanno preso avvio le rubriche:
Epistole d’autore, lettere tra uomini e donne celebri, (5 articoli)
Racconti (8 articoli) uno di questi racconti è di Francesco Tontoli;
a cura di Loredana Semantica  nel 2019 s’è avviata la rubrica Grandi donne, dedicata a donne che hanno lasciato il segno nella storia, società, arte (4 articoli).

Sempre una novità del 2019 è stata l’attenzione alle pubblicazioni del mercato editoriale attuale con le interviste agli autori di opere di recente pubblicazione (11 interviste). Sono stati intervistati: Stefano Guglielmin, Rita Pacilio, Daniela Cattani Rusich, Mattia Tarantino, Federico Preziosi, Francesco Palmieri, Gabriele Galloni, Mauro Germani, Martino Panico, Alessandro Porto, Irene Ester Leo.
Il contributo di Francesco Palmieri al blog è stato la cura della rubrica Visioni di poesia, che propone video sul tema poesia di importanti autori del passato. I video proposti sono stati 10.
Loredana Semantica ha inoltre proseguito la cura di rubriche nate ante 2019:
Prisma lirico nella quale sono proposte suggestioni di poesia e immagine (5 articoli),  Una poesia a caso, (11 articoli) una sorta di sorteggio poetico nel quale si sceglie a caso una poesia tra tutte quelle prodotte da un autore famoso
Anche Deborah Mega ha proseguito la cura di alcune rubriche nate prima del 2019, in particolare RandoMusic, famosi pezzi musicali commentati e Punti di Vista, visioni e commento di grandi opere d’arte, pubblicando nel corso del 2019 rispettivamente 2 articoli nella prima e 3 nella seconda.

Sempre nel 2019 nella rubrica Versi trasversali è stata data attenzione alla poesia di coloro che sono stati segnalati alla redazione del blog (9 articoli dedicati a Giorgio Montanari, Manfredi Destro, Luca Gilioli, Davide Morelli, Riccardo Mazzamuto, Giuseppe Settanni, Alessandro Pagani, Guglielmo Aprile), mentre nella rubrica Canto presente sono stati invitati a pubblicare i propri testi poetici i seguenti poeti contemporanei: Flavio Malaspina, Fernanda Ferraresso, Alfonso Ravazzano, Pasquale Del Giudice, Massimo Botturi, Giovanni Sepe.

Nelle categoria Poesie, Rose di poesia o prosa e Eventi e segnalazioni sono state proposte varie poesie di autori famosi, il più delle volte con fine di celebrazione o commemorazione di eventi o festività.
Loredana Semantica, all’inizio del 2019, ha proposto una sua Cronaca sospesa, espressione narrativa-diaristica in prosa poetica automatica.
Anche il lavoro critico è proseguito nel 2019 con note, approfondimenti o recensioni di Deborah Mega, Adriana Gloria Marigo, Anna Maria Bonfiglio. Più in dettaglio:
gli articoli di approfondimento “Eros e Misticismo nella poesia di Alda Merini” e “Anna Maria Ortese, la scrittrice errante” sono di Anna Maria Bonfiglio. Deborah Mega ha prodotto e pubblicato note critiche su: “Dedica” di Lucia Triolo, Edizioni DrawUp, 2019,
“La finestra dei mirtilli” di Fernando Lena e Daìta Martinez,  “Di tanto vivere” di Anna Maria Bonfiglio, Caosfera, 2018.
Le note critiche  “I masticatori di stagnola” di Guglielmo Aprile, LietoColle, 2018,  “La vita che si vede” di Antonello Sollai, Controluna Edizioni di Poesia, 2018,  Il logos e la follia in “Ostinato” – Suite in versi di Cinzia Della Ciana, Edizioni Helicon, 2019 sono di Adriana Gloria Marigo.
Infine, ultimo, ma non per importanza è pubblicato nel blog il bel lavoro di Deborah Mega nella categoria Società dal titolo Verso una neutralità della lingua: Come evitare le forme sessiste nella lingua italiana.

Spero di non aver dimenticato nulla, di non aver trascurato nessuno.
E’ il momento di augurare a tutti i lettori e ai passanti presenti e futuri uno splendido anno 2020.

Fine d’anno


Né la minuzia simbolica
di sostituire un tre con un due
né quella metafora inutile
che convoca un attimo che muore e un altro che sorge
né il compimento di un processo astronomico
sconcertano e scavano
l’altopiano di questa notte
e ci obbligano ad attendere
i dodici e irreparabili rintocchi.
La causa vera
è il sospetto generale e confuso
dell’enigma del Tempo;
è lo stupore davanti al miracolo
che malgrado gli infiniti azzardi,
che malgrado siamo
le gocce del fiume di Eraclito,
perduri qualcosa in noi:
immobile.

Jorge Luis Borges

Un dono

Questi tempi sono difficili, le spaccature sociali si accentuano, la povertà si vive sulla pelle, emigra, diventa palese, lo spirito caritatevole resiste in persone di buona volontà, che spesso remano controcorrente.

In questo momento in cui molti sentono il bisogno di protezione, dilaga la confusione sociale e mentale, la tentazione è di imporre ai deboli, di prevaricare.

In questi giorni è stato da poco diffuso un video che Rai cultura ha prodotto col concorso di 22 cantanti rimasti anonimi, si riconoscono tuttavia le voci di beniamini amati dal pubblico. Nel video le voci si susseguono, senza soluzione di continuità. Una staffetta virtuosa che legge una tra le più belle poesia prodotte dalla letteratura italiana: “L’infinito” di Giacomo Leopardi. Il video contiene nelle immagini evidente il riferimento allo splendido dipinto di Caspar David Friedrich “Viandante sul mare di nebbia” del 1818. Nel dipinto un uomo di spalle su un promontorio sembra dominare dall’alto la visione del paesaggio avvolto nella nebbia dalla quale emergono le cime, ma attraverso la contemplazione della natura, si percepisce ch’egli riflette sulla sua finitudine e il bisogno di soprannaturale. Perciò tende, superando la bassezza propria della natura umana, a Dio. Nel video un perfetto connubio esalta l’arte nelle sue varie forme: la pittura, la parola, la scrittura. I versi scritti su suggeguono nell’animazione comparendo e scomparendo, man mano che avanza la lettura.

Una bella produzione che inneggia alla bellezza, alla riflessione, alla poesia e, perciò, un bel dono che il blog Limina mundi rilancia per augurare ai lettori e a tutti, in questo giorno speciale, che sia sempre una festa di fratellanza, perdono, carità e regali continui di bellezza.

uNa PoESia A cAsO: Emily Dickinson

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Ancora Emily Dickinson 

Rossa fiamma è il giorno

il mezzogiorno è viola

giallo il giorno che declina

e dopo tutto questo il Nulla.

Ma a sera mille scintille

rivelano la grandezza dell’arsa

terra d’argento che mai si consuma.

(trad. Loredana Semantica)

Intervista a Irene Ester Leo: Fuoco bianco

Tag

, ,

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni. La Redazione ringrazia Irene Ester Leo per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Fuoco bianco (Capire Edizioni, CartaCanta < I Passatori, collana a cura di Davide Rondoni, 2019.)

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Attraverso la lettura. Ricordo la bambina curiosa di un tempo affamata di parole, pagine, mondi interi, non necessariamente poesia, ma anche narrativa, che crescendo ha affinato lo sguardo in questa maniera. L’amore per la scrittura, come emblema universale non individualista, nasce da lì. Poi ha trovato un tratto d’unione tra ”quel mondo” letto nelle pagine degli altri e quello che intercettavo in me e scalciava in parole e versi, ed ho cominciato a scrivere mescolando in maniera sinestetica ogni cosa.

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Rainer Maria Rilke per la luce azzurra, Eugenio Montale per la musica della disarmonia, Cesare Pavese per la bellezza del dolore, Paul Celan per la  polisemia acuminata,  Mario Luzi per la  necessità di vita al quadrato, Davide Rondoni per la libertà del suo respiro poetico, Cristina Campo per la precisione chirurgica delle parole, Michail Bulgakov per l’intensità della  narrazione, Claudia Ruggeri per l’antitesi forte e lucente tra vita e morte,  Giacomo Leopardi  per il contrappunto lunare della sua speranza. Questi i nomi che mi stanno particolarmente a cuore per ragioni differenti, ma potrei elencarne molti altri. Però al di là di quello che può essere un semplice elenco cerco il barbaglio e lo schiocco, qualcosa di simile ad un risveglio, quell’aura che è propria dei maestri, che non mira ad ”insegnare” ma a rimescolare tutte le certezze consone, a spezzarti e poi ricomporti come se fossi di fronte allo stesso orizzonte di ieri, ma oggi con occhi più grandi.

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

“Madame Bovary c’est moi”. Inevitabilmente la componente autobiografica calibra l’altezza dell’osservazione, quello della scrittura è un percorso che richiede presenza umana, il solo esercizio estetico mi interessa davvero poco, perchè poi serve a poco. La scrittura per me è selvatica per nulla addomesticabile, come tale nasce in frangenti spesso strani, ma fatti di realtà e del suo contrario. I luoghi che vivo sono geografie, i luoghi che amo sono persone.

4. Ci parli della tua pubblicazione?

Il fuoco bianco è quello degli inizi, dell’attimo prima di. La pagina attende il fuoco nero della parola, l’ispirazione aleggia in controluce e brucia, così come la presenza dell’Assoluto prima che la parola potesse dar Lui un nome, secondo la Cabala. C’è qualcosa di vivo che chiede ossigeno per la sua combustione. Questa pubblicazione ha cominciato a scalciare e gemmare prima della nascita di mia figlia e poi in parallelo come lei in me, è diventata più vicina, reale. Ed aggiungo rivista, spezzata, rivissuta, riscritta, fino al risultato finale che sfoglio tra le dita. Ora mia figlia ha quattro anni, questi versi sono il risultato di sei, sfidando la dolcezza e il nero del mondo, ricomponendo poi il fuoco e la rosa, di T. S. Eliot, citato da Davide Rondoni nell’introduzione al testo.

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Me lo sapranno dire i lettori in un secondo momento. Mi limito a consegnarla alla realtà della poesia contemporanea, senza maschere o congetture. Ho un desiderio, che non ha nulla a che vedere con il senso dell’ambizione, che qualcosa resti. Oltre me.

6.Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Immaginiamo una galleria d’arte. Quadri illuminati dalla luce naturale, sculture e fotografie. Ognuna di queste opere ha in sé il fulcro di un attimo ispirato. Ogni poesia è frutto di una visione, di quell’attimo. Quindi mille scintille, che hanno innescato “quel” fuoco (bianco) condensato in un viaggio di carta. “Naturalmente come le foglie vengono ad un albero” per citare Keats che è in epigrafe nell’antefatto del libro.

7.Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Come ho accennato, è il frutto di anni, un tempo necessario. Senza fretta: che è una cosa che conta se si vuole avanzare o farne tesoro  per la crescita personale, che scava, leva, attraverso le parole ti dice: ascoltati e poi fai cadere la tua pelle, resta in contatto con l’altro, senza difese.

8. La copertina. Chi, come, quando e perché?

L’ho subito amata, mi ricorda le donne di Dante Gabriel Rossetti, nella vaghezza dolce del sembiante. E poi le dita che fiammano, gli occhi chiusi volti all’interiorità, elegante, iconica, secondo me perfetta per il contenuto che rappresenta. Mi è stata proposta dall’editore. L’artista è Elena Miele, che l’ha realizzata appositamente, la cui sensibilità interpretativa è unica, e non posso che essere grata.

9. Come hai trovato un editore?

In realtà non ho cercato un editore, ma un confronto. Davide Rondoni che ho citato su per l’introduzione e che cura appunto questa collana poetica (I Passatori) ha letto ed ha apprezzato i miei versi, ed è stato testimone diretto dell’evoluzione di questo lavoro. Mi sono confrontata in merito spesso con lui, (accostarsi con umiltà ai Maestri è salutare, sia per lo stile e soprattutto per l’anima) e da qui siamo giunti poi in un secondo momento alla proposta vera e propria di pubblicazione con Capire Edizioni, Carta Canta. Renzo Casadei, direttore editoriale che dirige questa splendida realtà indipendente, si è mostrato entusiasta di questo progetto. Tutto quindi nasce da una base solida fatta di incontro, persone, umanità, bellezza, spessore.

10. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Mentirei se dicessi che ho scritto queste poesie indirizzandole mentalmente ad un pubblico specifico. Ci si incontra su di un filo rosso comune. Unico canone indispensabile, presumo, l’amore per la poesia.

11.In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Il libro è fresco di stampa, esordiremo a breve con le presentazioni, gli incontri con i lettori, mescolando in maniera ibrida, musica, parole, multimedialità, attraverso canali convenzionali e non, cercando sempre di far rete. Intanto saremo presenti a Roma alla fiera nazionale della piccola e media editoria:“Più libri più liberi” per dicembre e a gennaio al Fondo Verri di Lecce.

12. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legata e perché?

La bambina immagina l’amore

dalla finestra chiama l’aria d’oro,

fiorisce una farfalla e non resta.

Gli occhi rompono piano la visione,

la vita nei suoi pezzi ha radici,

e le radici nascono e fanno nuovi alberi

e la primavera verdi tremori.

La marcia dei risvegli

ha suono e gambe umane,

è dolce nei tuoi sguardi.

Chi non si è perso non possiede

la curva del cielo.

Siamo a pagina 19, è la poesia che apre la prima parte del libro. Ma preferisco tacere sui motivi della scelta, lascio al lettore la grazia del mistero e della scoperta.

13. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Dipende dalle priorità da assumere nelle aspettative che sono molto chiare in me: lasciare qualcosa, un odore, una piccola emozione, un indizio, auspicarsi che ogni cosa diventi ”esperienza di chi legge”.

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

E’ la domanda che mi rivolgo ogni volta che scrivo un verso, che pubblico un libro, che mi innamoro di una poesia, e che muovo sulla voce di Nietzsche: “perché questo impulso verso il vero e il reale, perché questo batticuore fosco e impetuoso insegue proprio me” ?

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Ho in mente delle idee, progetti in fase embrionale, sperimentazioni poetiche, magari anche abbracciando la storia dell’arte, materia dei miei studi accademici. Ma come sempre lascio fare al tempo, mi affido alla naturalità delle cose, ai plurali, alla reciprocità della disciplina umana.

Irene Ester Leo

Irene Ester Leo(1980) Laureata in storia dell’arte, critico d’arte e letterario. Ha pubblicato: “Canto Blues alla deriva” Besa 2007; “Sudapest” Besa 2009; ‘Io innalzo fiammiferi” con prefazione di Antonella Anedda, Lietocolle (Premio Letterario Nazionale di Calabria e Basilicata I^ Edizione 2010  primo classificato) 2010; Una terra che nessuno ha mai detto” con prefazione di Andrea Leone, Edizioni della Sera 2010; ”Cielo” con prefazione di Davide Rondoni, La Vita Felice 2012 (Premio Laurentum 2012  libro edito di Poesia secondo classificato). Nel 2007 ha ricevuto dal Teatro di Musica e Poesia “L’Arciliuto”di Roma un riconoscimento di merito e nel 2019 presso il concorso letterario ” Inedito” di Torino un menzione d’onore. I suoi versi sono stati tradotti in lingua spagnola, per l’America Latina, e in inglese su riviste internazionali.

Prisma lirico 32: Goliarda Sapienza – Ivan Aivazovsky – Maurice de Vlaminck

Tag

, ,

Contrasti e intensità nel Prisma lirico con Goliarda Sapienza, Ivan Aivazovsky, Maurice de Vlaminck

 

Non sapevo che il buio

non è nero

che il giorno

non è bianco

che la luce

acceca

e il fermarsi è correre

ancora

di più.

Poesia di Goliarda Sapienza (1924 – 1996) da “Ancestrale”, 2013

Opere

Ivan Aivazovsky, Pescatori tornano vicino a Napoli, 1874

Maurice de Vlaminck, Paesaggio con fiume, 1912

Intervista ad Alessandro Porto: A Regular Poem

Tag

, ,

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La Redazione ringrazia Alessandro Porto per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: A Regular Poem (Ananke Lab, 2019).

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

La mia pubblicazione? Un poema, una cosmogonia. Un uomo si innamora di una prostituta e nel tentativo di farla sua moglie si perde a Milano, dove gli capitano assurdi incontri ed esperienze estranianti: orge, sbronze, risse, rapimenti. Durante il viaggio, però, si evolve: la sua metamorfosi si conclude nella sua trasformazione nell’Oltreuomo nietzschiano. Diciamo che è il racconto del passaggio da uomo a Oltreuomo. La cosa strana è che un racconto perfetto per un romanzo si trovi scritto in poesia, nel 2019. Pare una follia, un suicidio editoriale, ma non poteva essere altrimenti. A Regular Poem è il racconto dell’umano che diventa dio, che plasma il cosmo, che crea la realtà. Solo la poesia, con i suoi ritmi e le sue suggestioni, poteva suggerire questa magia.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Credo che tutto ciò che viene prodotto in una determinata epoca e circostanza non può che essere necessario, in senso stretto. L’arte, credo, nasce da una pulsione collettiva che s’incanala in una mano a nome di più spiriti; solo ciò che viene fabbricato per narcisismo o interesse economico risulterà inutile al panorama letterario. Nel caso di A Regular Poem, be’, si tratta di un poema. Nasce dalla mia necessità di scriverlo, io ne avevo bisogno, lo sentivo, da sempre. Necessitavo di una poesia che divenisse discorso, che si guardasse, dipanasse, fluisse, come di fatto succede tra i canti di ciò che ho scritto. Se un ragazzo di vent’anni sente il bisogno fisiologico di scrivere un poema, evidentemente un qualche scopo, una qualche utilità, in un simile elaborato vi deve pur essere.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a impegnarti in questa opera? In altri termini qual è la sua genesi?

Ho sempre, sempre, immaginato di scrivere un poema. La prima volta che tentai di comporne uno avevo undici anni. Ritentai a quindici anni e poi a diciassette. A diciannove anni finalmente capii come sarebbe dovuto essere. Quando ero bambino una pulsione mi sussurrava di scrivere un poema e nella mia innocenza tentavo di farlo con gli strumenti a mia disposizione. Crescendo e imparando l’arte del verso provai a modellare la mia intuizione su forme più o meno conosciute, ricalcando la Divina Commedia o i poemi classici. A maggio 2018, per puro caso, mi sedetti a scrivere un proemio, anzi, la parodia dei proemi classici, e apparve Romeo, il protagonista, con la sua storia. Da lì lavorai ininterrottamente per un anno. Iniziai convinto di scrivere una parodia e mi ritrovai tra le mani qualcosa di completamente diverso. Avevo capito che nel mondo di oggi un poema non poteva che aprirsi in maniera tragicomica e disillusa, parodistica: questo è il nostro mondo. Mentre Romeo navigava tra i canti del mio poema, però, diventava una persona differente. Cambiava e con lui cambiava lo stile di quello che stavo scrivendo. Il mio protagonista, nel tentativo di dare un senso al mondo moderno, creava il mondo, gli ridava ordine e significato. Di conseguenza il mio poema prendeva il volo, smetteva di essere un giochino letterario e diventava un poema epico, un testo di marmo. Questa la base, la nascita, l’ispirazione. Tra questo primo parto e la pubblicazione ci sono una decina di mani di sistemazione stilistica, metrica e linguistica.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

La copertina è stata realizzata da Giulia Mezzadri, la grafica della mia casa editrice, Ananke LAB. L’idea principale era quella di raffigurare un uomo che puntasse alle stelle, per suggerire l’idea di Oltreuomo, assalto al cielo, resurrezione. Io avevo pensato ad una figura dai tratti rapidi, intricati, abbozzati, come in uno schizzo di Klimt, ma l’editrice, Elisa Santini, preferiva qualcosa più in linea con l’estetica della casa editrice. Dall’incontro tra le nostre due idee è nata la magnifica figuretta di Giulia Mezzadri, quest’uomo bianco e oro che indica una stella.

5. Come hai trovato un editore?

Ho trovato un editore grazie al concorso Parole Aperte – X-Factor Letterario, organizzato dall’Associazione Hemingway & Co. e ideato da Dario Lessa. Un concorso che ha ospitato in giuria personaggi del giornalismo e dello spettacolo, tra cui Massimiliano Rossin, Aldo Baglio, Giancarlo Bozzo e molti altri ancora. In palio c’era il contratto editoriale con Ananke LAB. Il concorso consisteva in una lettura pubblica dei propri testi, durante le tre fasi eliminatorie. Essendo la poesia performativa il mio forte, ho pensato di iscrivermi e in effetti è andata bene.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

All’umanità, con particolare attenzione per quella futura. È un testo a torta, stratificato. Chiunque può leggerlo e divertirsi o emozionarsi con la semplice storia, con il racconto di Romeo e con le storie dei personaggi che incontra. Un pubblico più colto potrà poi cogliere le innumerevoli citazioni, tanto dal mondo dell’arte quanto dalla cultura pop, e riflettere sulla filosofia di fondo che permea il poema. Infine, per esperti di letteratura e poesia, A Regular Poem risulterà un vero e proprio studio di metrica e poetica, in cui ai canti iniziali, caratterizzati dal verso libero e sciolto, tipico dei nostri tempi, seguono canti che riprendono tutte le forme metriche della tradizione poetica italiana per approdare poi a quella neoritmica che si sente sempre più spesso nei Poetry Slam e nella poesia orale. Insomma, il mio poema è letto con gusto tanto dai miei coetanei (ho vent’anni) quanto dagli adulti e gli sfegatati lettori. Quando i contenuti del mio poema saranno più in sintonia con la cultura del tempo, sono certo che A Regular Poem sarà ancor più apprezzato.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

In molti modi. In primis faccio moltissimi eventi, dai Poetry Slam alle letture, dagli show di poesia performativa ai firmacopie nelle librerie. Sono uno strenuo sostenitore della necessità di riportare la poesia nelle piazze, di renderla ascoltabile, declamabile, apprezzabile come musica, per questo amo esibirmi in locali e teatri. Essere molto presente in questo ambito sta portando al mio scritto non poca pubblicità. C’è poi la dimensione socialnetwork, che fosse per me passerebbe in secondo piano, ma è anche vero che molte persone che mi seguono e conoscono solo in virtuale, magari perché distanti, hanno poi realmente acquistato il libro. Infine, essendo anche sceneggiatore e regista, ho pensato di promuovere il libro tramite una sua trasposizione teatrale. Lo spettacolo si terrà il 16 maggio a Binario 7, Monza, grazie ai finanziamenti di La Casa della Poesia di Monza, che ha da subito sostenuto la scrittura del poema. Ho riscritto l’intero testo per adattarlo alla performance teatrale e il risultato pare davvero interessante, credo possa funzionare. Sarà la prima volta che usufruirò di uno dei teatri più importanti della mia città, perciò è per me e per il libro un’occasione non da poco. Confido negli attori con cui sto lavorando, tutti ragazzi davvero bravissimi e talentuosi, un gruppo giovane ed energico, l’ideale per mettere in scena le vicende di Romeo-Zarathustra.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Più riuscito non saprei. Ogni canto è così diverso dagli altri che ognuno di essi pare riuscito e compiuto nel proprio stile e posizione. Allo stesso modo, essendo stato per me questo libro l’esito di una ricerca personale, non ho passi ai quali sia più legato rispetto ad altri. Dovendo citare però qualche verso, credo che i seguenti siano significati:

La luce, capivo, non me ne facevo niente,

ora che la mia mente se ne stava sveglia e sgombra;

splendevo nel nulla.

Splendevo nell’ombra.

-A Regular Poem, Canto XXII-

Li cito, perché sono forse una delle rappresentazioni più intime dell’essenza del poema e del suo significato. L’idea di rifiutare ogni luce esterna, ogni finta salvezza, ogni promessa di ricchezza e conquistarsi personalmente il proprio posto nell’universo. Intendo, l’ideale del brillare: viviamo in un cosmo buio e vuoto, siamo sabbia sospesa nel nulla, siamo noi contro al niente più assoluto; dobbiamo splendere così intensamente da soppiantare l’Abisso e diventare il centro, il senso dell’universo intero.

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Non mi aspetto nulla, le aspettative intaccano il normale fluire delle cose. Non potrei dire di aspettarmi che sopravviva, essendo per sua natura non mortale e al contempo non posso aspettarmi diventi un bestseller, così, su due piedi. È un libro che medita e crea nascosto, che brucia piano le vecchie filosofie che lo circondano. Diventerà una stella, con il tempo che gli è necessario a immagazzinare combustibile. Non prima, non ora. L’unica cosa che mi auguro è che il suo valore venga riconosciuto da chi lo ha tra le mani, esattamente come ho fatto io, ma questo, in effetti, sta già accadendo.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Mi chiederei: -Credevi che saresti mai riuscito a scrivere qualcosa del genere?- E mi risponderei di no. La mia produzione è sempre stata frammentaria, sconnessa, a tratti ambigua. Per la prima volta ho scritto qualcosa con una propria coerenza, con un’architettura precisa e meditata, con una formula specifica. Poi che il poema sia comunque pervaso da un senso di inconsistenza della realtà e da un continuo ribaltamento di prospettive sul mondo, questo è un altro discorso. Diciamo che è omogeneo e sensato nella sua eterogeneità e vacuità ontologica.

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

In realtà non ho in cantiere nulla. Sono completamente assorbito dalla promozione del poema e dalla sua continua limatura. Non riesco a lasciarlo andare. In A Regular Poem ho versato tutte le mie capacità, tutte le mie esperienze, tutta la mia poetica e tutta la mia ispirazione. Ho bisogno di qualche tempo, non so quanto, per recuperare le energie perdute. Eccetto le cose che sto scrivendo per lavoro (articoli, racconti, spettacoli, ecc.) e qualche poesiucola di quando in quando, non sto lavorando a nulla di nuovo. Ho travasato in un solo libro vent’anni di percorso artistico, personale e spirituale, dopo un anno di scrittura e riscrittura dell’opera. Ora non ho le forze per fare nient’altro. Meglio così, ho più tempo per leggere e studiare. Non escludo che A Regular Poem possa un giorno far parte di un trittico di poemi. Vedremo.

Alessandro Porto

Intervista a Martino Panico: Un minuto in più

Tag

,

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Martino Panico, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Un minuto in più, edito da Ciesse Padova

1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Sono fortunato: ho sempre scritto e quasi sempre è stato un piacere. Dai momenti del liceo, fino alla professione e, poi, come uomo pubblico. Anche se, confesso, solo ora scrivo in totale libertà.

2. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Ho fatto il classico e il nostro professore, prete allora e ancor oggi, attraverso la Divina Commedia e I Promessi Sposi ci spiegava la società, i rapporti di classe, la violenza del potere assoluto e le angherie subite dai deboli. Quindi ci siamo innamorati dei classici e con quei parametri ho affrontato il mare aperto della letteratura internazionale. Che dico, mare ?!? Oceano vastissimo che ancor oggi per me ha uno scoglio che emerge sopra gli altri: Ernest Hemingway.

3. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Tutto si mischia, perché è giusto così. Noi siamo, insieme a ciò che pensiamo, il prodotto della nostra esperienza di vita, che prevede l’esistenza di luoghi, persone, affetti. Quanto entrano nell’opera ? Tanto. Oserei dire che essi stessi sono l’opera.

4. Ci parli della tua pubblicazione?

Volentieri. Il libro si chiama: Un minuto in più e si compone di 66 racconti e hanno alcune peculiari caratteristiche. La prima che i racconti stanno in piedi da soli, nel senso che hanno un inizio ed una fine compiuta. Questo aiuta molto nella lettura, consentendo di fermarsi per qualche momento, oppure continuare. Il secondo elemento è che, naturalmente, i racconti sono tutti legati. C’è un filo che li unisce dall’inizio alla fine. E questo anche in presenza di uno spazio temporale molto vasto: dal 1925 al 1974. Terza questione: tutti i racconti, tranne l’ultimo, fanno riferimento a vicende realmente accadute. Ci sono ovviamente indispensabili sintesi narrative, ma nessuna storia è inventata. Molti racconti sono legati a fatti bellici ed alle sofferenze della prigionia ed alla vita nei campi di concentramento nazisti, da parte dei militari italiani deportati dopo l’otto settembre 1943.

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Intanto questa organizzazione in racconti è molto accattivante e richiama l’attenzione dei più giovani, poi il dramma dei militari italiani deportati nei campi di concentramento nazisti è storia poco conosciuta ancora oggi. Parliamo di un pezzo di popolo, di poco inferiore alle 700.000 persone.

6. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

È stato un modo per metabolizzare un personale cambio di vita. Lo scrivere è terapeutico.

7. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Ahahah !!! Ognuno ha il suo modus ispirandi: scrivo in qualsiasi momento del giorno o della notte. Scrivo con l’uso di una applicazione dello smartphone e poi ci torno sopra, dopo qualche ora o dopo qualche giorno e alla fine il lavoro è migliore.

8. La copertina. Chi, come, quando e perché?

La copertina è opera di un ragazzo di 25 anni, che stimo molto e che ha fatto un piccolo capolavoro. È la sintesi di un racconto centrale nel libro, dedicato alla genialità italiana.

9. Come hai trovato un editore?

Attraverso una amica straordinaria, una delle più grandi esperte nel campo del sistema nazista della deportazione e dello sterminio. Poi certamente Carlo Santi, l’editore ha colto le potenzialità dell’opera.

10. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

A tutti. Soprattutto agli adolescenti.

11. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Ho fatto numerose presentazioni in Italia e una perfino a Bruxelles, chez Filigranes la più grande libreria fisica d’Europa. Poi c’è il tam tam dei social.

12. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Questo ! Siamo nel gennaio 1951 e in famiglia c’era molta animazione: “In verità non era per niente convinto neanche lui, aveva altri programmi in testa, il primo quello di fare il direttore didattico, abilitazione che aveva preso anch’essa con il massimo dei voti. Poi c’era mamma. Eh si mamma. Un moderno rapporto alla pari. “Che dici?! Pensane n’altra. Peppe, non voio discute. Sono contraria e basta. Ma Pe’, c’hai na famiglia, Egeo è piccolo, i tuoi s’invecchiano. E po è na bega. È na bega e basta. Na bega che n’finisce più. L’so come sei fatto, te conosco mascherina. Uh, come te conosco. Te fa quello che voi, ma io so contraria forte. Guarda m’hai fatto veni la tremarella”. “Natà, calmate. E mica m’hanno detto che so n deficiente, me propongono da Sindaco! Intanto è un apprezzamento”. “I apprezzamenti se li tenessero per loro, che io n’so che farce. Te sei mi marito e me devi da retta. Po basta! N’ne parlamo più”. Mamma l’aveva presa proprio male. Immaginava, avendo qualche ragione, che babbo con il suo carattere, avrebbe dedicato molto tempo al Comune e molto meno alla famiglia. E questa consapevolezza la faceva soffrire. “Ma come, t’ho aspettato sei anni, capito sei anni! Evo quindici anni quando ce semo innamorati e ce semo sposati sei anni dopo e adesso m’arvoi fuggì via n’altra volta? E no, e nooo!!! N’so dacordo. Per niente!”.

13. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Può ancora ‘correre’, anche se per un esordiente il numero di copie vendute fino ad oggi mi dicono essere già un gran risultato.

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Si. Immaginavi di conoscere un mondo nuovo, quello dell’editoria ? La risposta è: credevo di sapere qualcosa e invece ero completamente ignorante.

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Si. Sarà un romanzo e presumo ci vorrà tempo.

Martino Panico è nato a Cantiano dove risiede, il 30 novembre 1953. Ha frequentato il liceo classico a Gubbio e si è laureato, a Urbino, in scienze politiche, con un lavoro ispirato da don Italo Mancini, docente di filosofia del diritto: una tesi sul nuovo contratto sociale, visto da Galvano della Volpe. È stato dirigente della pubblica amministrazione in vari enti, senza il timore di mettersi costantemente in gioco. Insieme, ha ricoperto numerosi incarichi politici: consigliere provinciale, presidente della comunità montana di Cagli, poi ancora presidente del consiglio provinciale, per ultimo, quello di Sindaco della sua piccola città monumentale: Cantiano. Confermato due volte nel 2004 e 2009. Oggi a 66 anni, è in pensione e ha cominciato a scrivere. Il primo libro “Nella casa dei Paoli” è stato autoprodotto. Poi “Un minuto in più” edito da Ciesse di Padova, Carlo Santi editore puro.

Intervista a Mauro Germani: La parola e l’abbandono

Tag

, ,

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni. La Redazione ringrazia Mauro Germani per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: La parola e l’abbandono (L’arcolaio, 2019).

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

La parola e l’abbandono è un libro di aforismi, ricordi, trascrizioni di sogni e appunti letterari che ho scritto nell’arco di quasi un trentennio e che hanno accompagnato, sullo sfondo, la mia attività relativa alla poesia, alla narrativa e alla critica. Da questo libro emergono pertanto i temi presenti nella mia opera, che sono – come riportato nella quarta di copertina – “il senso di uno smarrimento originario, la precarietà dell’essere, la coscienza di una sconfitta esistenziale, l’enigma dell’amore e del corpo, il dramma non risolto della religione”. Ne scaturisce un ritratto di me stesso, con tutte le ossessioni che mi riguardano, una sorta di “follia privata”, che però investe anche il nostro essere-nel-mondo, il nostro destino e la nostra società. Parlo di me, ma è anche un pretesto per riflettere sulla condizione umana. Credo che in questo senso siano stati indubbiamente maestri autori come Cioran, Ceronetti e Quinzio.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Scrivere questi aforismi nel tempo è stato innanzitutto necessario per me, per comprendere meglio le ragioni della mia scrittura e ragionare sulla parola e sul suo rapporto con l’esistenza. Io penso che scrivere non sia un gioco, né un semplice esercizio di stile, come spesso purtroppo avviene oggi. Per me scrivere in modo autentico significa sempre scendere in un abisso, quello dell’esistenza stessa. Come ha scritto Kafka, “un libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi”.

La mia pubblicazione, all’interno del panorama letterario attuale, risulta anomala, in quanto inclassificabile e lontana sicuramente dalla logica dominante. Vuole inquietare e far pensare, ed il pensiero mi sembra ai giorni nostri sempre più povero, se non addirittura assente. Vorrei aggiungere, poi, che oggi siamo di fronte ad un problema piuttosto serio e preoccupante: si pubblica troppo e si legge poco e male. Questo comporta che libri di qualità, che meriterebbero attenzione, nascono già morti, soffocati dalle innumerevoli pubblicazioni volute dal mercato.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a impegnarti in questa opera? In altri termini qual è la sua genesi?

Credo che il titolo del libro indichi abbastanza chiaramente ciò che mi ha spinto a raccogliere i miei pensieri: il doppio, drammatico legame tra ciò che la parola intende esprimere e la condizione di solitudine di ognuno di noi. Così come esiste la solitudine dell’uomo, esiste anche quella della parola. Affermo infatti che “la parola è sempre sola davanti al dolore e alla morte”. La parola poetica non salva nessuno – è bene ribadirlo, abbandona ed è abbandonata. Chi scrive davvero tenta sempre di dire la vita in una tensione estrema, ed è proprio in questo sforzo immane che risiede la scrittura, la quale si colloca tra il dicibile e l’indicibile.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

La foto presente in copertina  è opera di un mio carissimo amico, Marco Turolla. È stata scattata sull’Etna e raffigura alcuni alberi crollati e bruciati, che nelle posizioni assunte assomigliano a delle croci. Credo che questa immagine rappresenti un senso di rovina e di mistero, che ben si adatta allo spirito del mio libro.

  1. Come hai trovato un editore?

Mi sono rivolto alla casa editrice L’arcolaio di Gian Franco Fabbri, presso la quale ho avuto modo di pubblicare altri miei libri in passato. Gian Franco è un amico ed il suo è un catalogo di qualità, molto ben curato.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Per le ragioni che ho esposto in precedenza, non credo che il mio sia un libro facile. Penso possa interessare soprattutto chi si occupa di scrittura e di problematiche filosofiche, tuttavia mi auguro che possa coinvolgere anche altre persone. All’interno del volume vi sono citazioni e riferimenti ad una cinquantina di autori, poeti, scrittori, filosofi, ma in modo piuttosto chiaro e diretto. Certo, la lettura è impegnativa, ma è giusto che sia così…

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Da un po’ di tempo evito le presentazioni pubbliche. L’ultimo libro che ho presentato è stato Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero, uno studio tematico sul teatro canzone e sul teatro di evocazione di Gaber e Luporini. Dopo mi sono ritirato. Oggi – a differenza di un tempo – sono innumerevoli le iniziative letterarie, le letture pubbliche e le presentazioni. Ne ho fatte parecchie anch’io ed ora non le sopporto più; lo dico anche nel libro. Spesso rivelano soltanto il narcisismo degli autori, il loro esibizionismo. Io non sono nemmeno su facebook, non mi interessa, e a volte addirittura mi ripugna. Gestisco solo il mio blog da diversi anni, sul quale pubblico le mie note critiche riguardanti autori classici e contemporanei. Per quanto concerne il mio libro, io e l’editore, di comune accordo, ci siamo limitati, per il momento, ad inviarlo a qualche critico e a qualche sito che si occupa di letteratura.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché?

Naturalmente non posso citare un brano perché il mio è un libro di aforismi, quindi ne riporto soltanto alcuni, che trattano argomenti diversi, ma in qualche modo legati tra loro. Eccoli:

“L’infanzia non ritorna, eppure qualcosa di essa ci segna per tutta la vita, resta dentro di noi come un’ombra nell’ombra.”

“Viviamo tutti in una zona di confine, un luogo provvisorio ed incerto, dove nulla è ben definito e i nostri corpi, i nostri volti si cercano nella penombra.”

“Quale bellezza è scomparsa? Di quale bellezza abbiamo nostalgia? Noi corriamo da una parte all’altra del mondo senza trovare mai ciò che veramente sarebbe per noi appagante. Siamo abbagliati da falsi splendori.”

“Le parole che abbiamo scritto scompaiono, ritornano, spariscono di nuovo. Sono lontane. Sono sole. Sono senza di noi.”

“Oggi non vogliamo vedere lo scandalo della povertà, non vogliamo sapere la sua storia perché ne abbiamo paura.”

“Il silenzio e la lontananza di Dio, nelle ultime parole di Cristo sulla croce: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’. Per un momento Cristo è davvero solo. È l’Ultimo, l’Abbandonato, e la sua croce è avvolta dalle tenebre e dal silenzio.”

“Al punto in cui siamo, non sappiamo nemmeno chi o che cosa abbiamo abbandonato, o da chi o che cosa abbiamo abbandonato.”

“Un’opera d’arte non dovrebbe essere mai innocua.”

“La nostalgia di un sogno, ecco che cosa resta, un segreto impronunciabile, come un debole lume che trema nella notte.”

“Chi raccoglierà le parole abbandonate della poesia, questi strani doni tra la vita e la morte, questi singhiozzi solitari? Le parole aspettano nell’ombra, escono dalle loro tombe di carta, vogliono risorgere per un po’, sconfinare, prima di sparire per sempre nell’oblio.”

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Spero che la mia opera venga letta con attenzione e adeguatamente recensita.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

La domanda che mi porrei sarebbe: che cosa provi a rileggere questi tuoi aforismi scritti in un periodo di tempo così lungo? La risposta: la stessa sensazione che potrebbe provare un fantasma nel rivisitare i luoghi in cui è vissuto. Ogni scrittore, in fondo, è sempre postumo a sé stesso.

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Al momento non ho progetti precisi. Finora ho pubblicato una decina di libri e a volte mi sembra di avere esaurito le mie risorse. Forse proprio per questo adesso mi è venuta l’idea di un libro diverso dai precedenti, dedicato al cinema western, verso cui nutro una passione fin da quando ero ragazzo.

Mauro Germani

Mauro Germani

Mauro Germani è nato a Milano nel 1954. Nel 1988 ha fondato la rivista “Margo”, che ha diretto fino al 1992. Ha pubblicato saggi, poesie e recensioni su numerose riviste, tra le quali “Anterem”, “La clessidra”, “Atelier”, “Poesia”, “QuiLibri”. È autore di alcuni libri di narrativa e di diverse raccolte poetiche: l’ultima in ordine di tempo è Voce interrotta (Italic Pequod, 2016), preceduta da Terra estrema (L’arcolaio, 2011), Livorno (L’arcolaio 2008; ristampa 2013) e Luce del volto (Campanotto, 2002). In ambito critico ha curato il volume L’attesa e l’ignoto. L’opera multiforme di Dino Buzzati (L’arcolaio, 2012). Nel 2013 ha pubblicato Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero (Zona) e nel 2014 Margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei (La Vita Felice). La sua ultima pubblicazione è il libro di aforismi La parola e l’abbandono (L’arcolaio, 2019).

 

 

Intervista a Gabriele Galloni: L’estate del mondo

Tag

, ,

73458640_575551409884754_6055755698103386112_n

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La Redazione ringrazia Gabriele Galloni per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: L’estate del mondo (Saya Edizioni, 2019)

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Ho sempre scritto. Ma in prosa, principalmente. La poesia è venuta dopo; e ha preso il sopravvento. Era il 2012; all’epoca pubblicavo raccontini su uno di quei siti per scrittori emergenti, siti aperti a tutti, senza restrizioni. Un giorno scrissi un testo che non era né prosa né, per la forma, poesia. Me lo respinsero – primo e unico caso in quel sito. Decisi così di frammentare quel testo in versi, dandogli l’apparenza di una poesia. Una schifezza rara. All’epoca ignoravo, naturalmente, le sottigliezze del verso, la musicalità.

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Paul Jean Toulet in primis. È un poeta appartenente al simbolismo minore; ha avuto poca fortuna, qui in Italia, benché tradotto sia da Bufalino che dalla Spaziani: non certo gli ultimi arrivati. Altri riferimenti non saprei dire. Sono arrivato a un punto in cui faccio riferimento solo e unicamente alla mia poesia. Non è immodestia, ma un dato di fatto. Ho amato e amo Savinio, Landolfi, Frederick Rolfe; e poi tutta la poesia primonovecentesca italiana, dai minimi ai pesi massimi come Gozzano.

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Per lungo tempo ho creduto che l’autobiografia non dovesse c’entrare nulla con la letteratura. In questo ultimo periodo mi sto ricredendo. Il mio ultimo libro, “L’estate del mondo”, appena edito da Saya Edizioni, è interamente autobiografico. Non voglio dire che tutto ciò che vi è raccontato sia realmente avvenuto; ma buona parte sì – trasfigurato, sognato, immaginato daccapo.

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

“L’estate del mondo” è il mio personale atlante emotivo; c’è il quartiere in cui sono nato, il Trullo, la Portuense; la costa laziale che va da Civitavecchia a Nettuno. I luoghi della mia infanzia e dei miei amori. I miei amori, ci sono; le perdite, i ritrovamenti, i viaggi, gli addii.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Se c’è una cosa che ho notato nella poesia a me contemporanea – e sono un forte lettore di poesia contemporanea, almeno per dovere di autore – è la stilizzazione, la frammentazione dell’emotività. Con L’estate del mondo cerco di riportare l’elegia alla sua forma originaria; quella della rievocazione, del sentimento – del sogno.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Poco dopo la pubblicazione di In che luce cadranno (RPlibri, 2018). Quel libro mi aveva distrutto. Era stata una catabasi, un tentativo sfiancante di dialogo con l’Assente. E allora decisi che anche io avrei creato il mio Alcyone, il mio personale inno alla vita; lasciarmi alle spalle la morte, i morti, la Fine. Ritrovare la vita – o almeno il ricordo di essa. Infatti, e ci tengo a specificarlo, L’estate del mondo non è un inno alla vita – bensì un inno al ricordo della vita. Ma cosa possediamo oltre ai ricordi? Io vivo quasi sempre nel passato; o nel non vissuto.

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

L’ho scritta senza fretta – infatti ci ho impiegato più di due anni – e quando capitava. Non c’era un piano di scrittura preciso; precisa era solo l’idea. Un libro che avesse come tema centrale l’estate, la vita, l’amore. A costo di rischiare il sentimentalismo. Poi ho lavorato moltissimo sulle diverse stesure; ce ne sono state otto in tutto. Sono un perfezionista.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

Fa parte della linea editoriale. Non l’ho scelta io.

  1. Come hai trovato un editore?

La pubblicazione me l’ha proposta il poeta Antonio Bux – che già mi aveva aiutato con In che luce cadranno. Gli è piaciuto il materiale (lui considera il libro la migliore cosa che abbia mai scritto) e me lo ha pubblicato nella collana che dirige per Saya Edizioni.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Spero a tutti. Voglio arrivare a quanta più gente possibile. Sì; L’estate del mondo è un libro per tutti. Tant’è che, finora, è stato apprezzato sia dagli intellettuali che dai profani; da persone non avvezze alla poesia, cioè.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Lo porterò avanti per un anno, un anno e mezzo. O almeno questo è il mio piano. Un gran bel tour in giro per l’Italia.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Sono legato a tutto il libro, senza discriminazioni; è la mia opera più personale.

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Alte. Sono ambiziosissimo. Ma, anche se non dovessi raggiungere le mete prefissate, amen. Non me ne farò certo una malattia. So di aver scritto un libro che resterà; che troverà comunque un suo spazio. Il resto è relativo.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

No, non ho domande da farmi. Me le sono poste in tutte le 84 pagine del libro.

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Al momento non ho in progetto nulla. Stavo scrivendo un romanzo su due bambini che lavorano all’interno di un mattatoio durante la guerra; ma il pc si è rotto e il progetto è andato perso. Forse ho scritto troppo, finora; per un po’, basta. Al momento ho detto tutto quello che avevo da dire.

72718922_1272715292939690_2418033009593679872_n

Gabriele Galloni

Prisma lirico 31: Andrea Zanzotto – Vassily Kandinsky

Tag

,

Cerebrale e astratto il Prisma lirico di oggi con Andrea Zanzotto e Vassily Kandinsky

Vassily Kandinsky

O miei mozzi trastulli
pensieri in cui mi credo e vedo,
ingordo vocativo
decerebrato anelito.
Come lordo e infecondo
avvolge un cielo
armonie di recise ariste, vene
dubitanti di rivi,
e qui deruba
già le lampade ai deschi
sostituisce il bene.
Come i cavi s’ingranano a crinali
i crinali a tranelli a gru ad antenne
e ottuso mostro
in un prima eterno capovolto
il futuro diviene.
Il suono movimento
l’amore s’ammolisce in bava
in fisima, gettata
torcia il sole mi sfugge.
Io parlo in questa
Lingua che passerà.

Vassily Kandinsky

Poesia “Caso Vocativo” , Andrea Zanzotto da “Vocativo”, 1957

Opere Vassily Kandinsky:

Giallo rosso e blu, 1925

Composizione IV, 1911

Versi trasversali

Tag

,

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

GUGLIELMO APRILE

 

A rilascio lento

La crepa nella diga

all’inizio non fa rumore,

ma si allarga attraverso gli anni,

fino a quell’uomo

a cui il temporale ha rubato

ogni ricordo della strada di casa;

la lingua del ghiacciaio

si fende con lunghi boati,

dall’orlo del crepaccio

enormi blocchi si staccano e crollano in acqua.

 

Quella strana attitudine morbosa

che alcuni spingeva da piccoli

a sezionare pile da quattro volt

si ripresenta a distanza di anni,

in forma di lividi sulle dita,

di auto cappottate nel dormiveglia

e neonati ingoiati dai caimani.

 

Processo di combustione

Un tanfo di bruciato

ristagna nell’aria anche diverse ore

dopo che l’incendio è stato domato.

 

“Tutto finisce”, ripete dopo l’orgasmo

e resta a lungo a guardarsi le mani

piene di graffi,

di biglietti scaduti

o non utilizzati in tempo massimo,

di merce che non trova un compratore.

 

Con un colpo di tosse ieri sera

ho espettorato un grumo

di metallo carbonizzato.

 

Responso
1
Da bambini un po’ tutti giocavamo con le lenti ustorie,

oggi invece la nostra paura più grande

è reincarnarci in un insetto.

 

Viene l’età adulta

con le sue bandiere che infagottano deiezioni,

con le sue campane di allarme che suonano fuori tempo rispetto

all’incendio;

 

nel volo basso

dei pezzi di carta soffiati dal vento e inseguiti inutilmente dai passanti

leggo un responso

di cui non oso trarre la logica conclusione.

2
Si parla spesso di una falla

apertasi da un tempo non definibile

per errore umano o sfortunata casualità

nei depositi di stricnina:

il percolato scivola goccia a goccia nel canto mattutino dei merli,

i dintorni della stazione cosparsi di anelli incrinati;

 

in luogo del vecchio proprietario di queste rendite,

dai polsi massicci e dalla voce che non trema,

 

vedo una distesa di balene spiaggiate,

un parco per bambini cosparso di denti scheggiati.

 

Sotterranei

Si dice che le murene si siano rifugiate tutte

in nascondigli sotterranei,

in cantine buie e senza apparente uscita,

da quando abbiamo iniziato a dare loro questa caccia spietata;

e che ora aspettino, nascoste

in luoghi appartati e dove di rado qualcuno discende,

come in certe gallerie

scavate perché ci passasse la metropolitana

ma poi a distanza di anni

mai completate.

 

Gli esseri delle grotte prima o poi riaffioreranno

ancora più affamati; qualcuno anche

racconta di averli già avvistati

una notte, perlustrare i sobborghi

credendosi inosservati.

 

Ordalia

Da ragazzi, in vacanza, tuffarsi

da qualche altezza un po’ più impegnativa

aveva il brivido di un’ordalia.

Dopo anni sono rimasto

io solo in cima a quello scoglio

ed esito, timoroso o dell’acqua

gelata o di possibili rocce

non visibili che un attimo prima

dello schianto, in agguato su un fondale

basso, torbido. Eppure

il resto dei miei coetanei

ce l’ha fatta, senza apparenti traumi,

e ha riguadagnato riva da tempo,

esaurito il divertimento. E anche

le donne, a lungo andare, sono stufe

di aspettarmi, di incoraggiarmi, quando

è a me che tocca, e vanno via, insieme

a chi mi è passato avanti nel turno.

 

Vivere si fa impossibile, senza

una punta di cauta sfrontatezza

che chiuda gli occhi e conti fino a tre:

non ti abbraccia l’azzurro,

se non ti illudi di poter volare.

 

Nei giardini di Armida

Gli stormi a una certa quota rischiano

di sfracellarsi nel risucchio

di un’elica non avvistata in tempo;

l’arcobaleno assassino dei fiori

dopo averci drogato ci divora;

il porto alla solita ora

allestisce la sua scenografia

di luci basse e ci dobbiamo arrendere

al suo ammiccamento crudele e dolce;

il ricco guardaroba del teatro

ha il potere di esercitare un fascino

sui nostri sensi infantili, e ci alletta

con i suoi giocattoli e le sue maschere;

la maga escogita un trucco

antico come il mondo, ma di sicuro effetto

per catturarci, e ci scopriamo preda

della sua collezione di dionee

dal cromatismo artificiale e vivido;

 

Vivere è assurdo come innamorarsi

ma di una prostituta (assurdo, sì,

ma fino a un certo punto)

 

Testi tratti da Il giardiniere cieco, Transeuropa, 2019

 

Centomila

Limina Mundi ha superato le 100.000 visite e, dal momento che apprezziamo la compagnia, vi ringraziamo. Continuate a seguirci. 

Centomila volti e voli. albe anni sogni e segni. centomila strade ponti percorsi sentieri. centomila finestre porte varchi aperture. centomila reti sostegni tralicci paracadute. intrecci centomila e incontri e parole. centomila vasti orizzonti e mari. onde centomila e preziosi tesori. a noi centomila di questi giorni e molteplici stati di grazia a venire. a voi tutti altrettante grazie in ordine sparso a macchia di leopardo presenti e future.

Versi trasversali

Tag

,

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo l’opera di …

ALESSANDRO PAGANI

“LA REALTÀ IRREALE”
1. «Il mercato del cloruro di sodio s’innalza.» «Scusa, perché non dici sale?»
2. «Io non li sopporto i tossici!» «Lascia perdere tanto ormai li conosciamo, sono fatti così…»
3. «Buongiorno, vorrei un libro giallo.» «Mi spiace, i gialli sono finiti. Sono rimasti verdi, rossi e blu.»
4. «Non ne posso più di pulire i bagni, tocca sempre a me. Voglio che questa storia cessi.»
5. Perché la morte ti fa bella? Perché la vita cessa.
6. Chi beve tanti alcolici perde la tintarella perché si sbronza.
7. «Trattenga il fiato e poi espiri.» Quello capì spiri, e morì.
8. Dove vanno i ciclisti spagnoli dopo un incidente? A los pedale.
9. Il marito della cuoca è geloso del suo passato.

10. Secondo una statistica molte donne non si rifarebbero le tette, col seno di poi.
11. All’ingresso di un camping. «Abbiamo i prezzi più bassi di tutti. Chi ha orecchie per intendere, in tenda.»
12. Requisito a tempo di record tratto di spiaggia a clan mafioso: d’alloggio al demanio.
13. In fila alle poste. «Scusi capellone, deve fare la coda.» «Senta, a me piacciono sciolti.»
14. «Dottore, soffro di allucinazioni.» «Io non sono il dottore, sono il drago dalle orecchie viola.»
15. Due scarpe innamorate. «Lacci unimmo e là ci unimmo.»
16. «Mamma mi sono tatuato un cetaceo sulla nuca» «Ma che ti balena per la testa?»
17. «Ero indeciso se fare l’amore o la maionese.» «E com’è finita?» «L’ho fatta impazzire.»

18. «Come punizione starete nel recinto con i maiali!» «Perché, a cosa volete sottoporci?»
19. «Buongiorno, vorrei un gelato.» «Con la coppetta?» «Mah, non so se me la merito.»
20. Convegno sulla tossicodipendenza, relatore finale: «E ora passiamo ai fatti».
21. «L’assistente era brutto, ma col chirurgo plastico mi sono rifatta la bocca.»
22. «Perché i tuoi gatti fanno diao invece che miao?» «Perché dialogano tra loro.»
23. «Dottore, mi fa male la rachide.» «E mangi le nocciole!»
24. «E se mi vestissi da clown?» «Ma dai, non fare il pagliaccio!»
25. «Figlio mio guarda… una prostituta giapponese accanto ai templi» «Pagode?» «No, lo fa per lavoro.»

Benvenuti all’edizione terrestre del TG flash (Gordon) trasmesso dalla Base Ambra del satellite Cobalto. Ecco le notizie di oggi:
• Avvistata navicella di profughi nello spazio di Ardesia. No scusate, era un buco nero.
• Scoperto vaccino contro gli effetti del vaccino. È un vaccino.
• Arrestato androide sulla galassia di Celadon per eccesso di velocità. Visibilmente alticcio, alla domanda qual è il suo nome, rispondeva: «Roboh!».
• Uscito nuovo Iphone che sarà in grado di conoscere con assoluta certezza quando uscirà il prossimo.
• In vendita l’ologramma fai da te: puoi riprodurre chiunque, fuorché tutti gli altri.
• Scoperto farmaco per curare l’emicrania. Unico effetto collaterale, annulla i ricordi: ti fa male qualcosa, ma non sai cos’è.
• Torna l’alta moda a Milano, talmente alta che le modelle dovranno portare tacchi sessanta.
• Musica: presto in commercio le cuffie osmotiche. Non ti piace un brano? Non lo sentirai mai.
• Finalmente svelato il terzo segreto di Fatima: non esiste luogo dove Radio Maria non arrivi.
100
• Notizie da Plutone: ancora nessuna risposta sul perché si chiami come il cane di Topolone.
• Terra, Italia, disoccupazione record: un ragazzo su due è disoccupato, l’altro senza lavoro.
• Eletto il nuovo Papa, Denim Celeste IV. Queste le sue prime parole: «Se mi sbaglio, mi formaterete».
• Scoperto buco nero dentro la via lattea. Cappuccini gratis per tutti.
• Torna a far paura il fondamentalismo islamico: un kamikaze racconta una barzelletta, il pubblico esplode in una risata.
• Nuovo record di velocità nello spazio. La sonda Gainsboro X7 ha viaggiato a una velocità così alta che i rilevatori non hanno fatto in tempo a rilevarla.
• Trovata su Marte acqua potabile. Si cercano volontari per andare a tagliarla.
• Brianza, professoressa cibernetica aggredita in classe a Sediate, in provincia di Como.
• Culi in aria… ehm scusate, culinaria: alla fine i migliori posti dove mangiare nello spazio sono sempre quelli dove si fermano i camion-navicellisti.
• Il veicolo spaziale Perla Mistica sta facendo ritorno dal suo viaggio interstellare con una delle scoperte più incredibili degli ultimi anni: nello spazio cosmico non esiste la pubblicità. E ora, una pausa pubblicitaria.

Testi tratti da 500 Chicche di riso, 96, Rue de-La-Fontaine Edizioni

Versi trasversali

Tag

,

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

GIUSEPPE SETTANNI

Frammenti

radici spaesate
come lacci senza scarpe
legano venti di canzoni sotterranee

mi siedo, una stella è caduta
nella mano aperta che invocava
la grazia della sera:
gioiello appuntito, è un dono
inatteso
che porta un lampo di luce a
alla mia mente assetata

la realtà è uno specchio rotto
che riflette frammenti di libri perduti.

Nell’oblio

lontano il riflesso delle tue
mani sulle vetrate scarne della cantina
fotografia scolorita di un’età
apparentemente disadorna

prima che le ore venissero inghiottite
da monotonie senza piacere
la fugacità delle luci
create con sapienza da dita morbide
era capace di riempire di pace il pensiero
affollato

con dispetto le pagine sono state voltate
dal vento

in memoria di pallide effusioni
risuonano i salmi
canzoni sacre per gli alberi
che hanno smarrito i loro rami

l’innocenza è per coloro che non vedono

Lame nel buio

l’hai visto il vecchio
che sputa disgustato
sul muro della verità?
non trova pace il penitente
nella camera da letto
il filo del silenzio
strozza la speranza

fiamme e cani
a passeggio nel parco
non si curano del dubbio
la scia della vanità
volteggia spavalda
ma il cerchio non si chiude

i lampi in lontananza
oscurano la notte
ci sarà tempesta
dicono i saggi con lo scettro

Pece

da lontano un vetro
il riflesso si muove fragile
le ombre delle sere cupe
e tu mi accompagni con parole
di freschezza

cosa hanno trovato
i portatori di vittorie?

sul trono della fame
è stato issato uno stendardo
di cenere e vento

il colore delle lacrime
che riempiono il ciglio della strada
le mani non si toccano
pallida la pece del mio cuore

 

Testi tratti da Blu, Edizioni Ensemble, 2019