Le geografie umane di Antonella Anedda

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A quasi tre anni dall’uscita di Historiae, Antonella Anedda torna nelle librerie italiane con Geografie edito per i tipi di Garzanti: “In questo suo nuovo libro, dove la lingua poetica è magistralmente cucita nella stoffa della prosa, Anedda parla di luoghi, dalla foresta pietrificata di Lesbos al monte Toc, di isole e di mari, usuali e allo stesso tempo straordinari. Ma sullo sfondo di Geografie, dietro i luoghi che evoca, c’è la riflessione sul significato profondo dei mutamenti, siano questi biologici o geologici, politici o climatici.”. Un libro che propone, non solo a livello stilistico, ma anche nell’approccio a ciò che può contenere la scrittura, un punto importante della riflessione trentennale della poetessa. Se Historiae, come afferma Guido Monti dalle pagine di Doppio Zero: “è anche cronistoria, resoconto, narrazione dei fatti più strettamente intimi che nel loro ricomporsi in parola poetica assumono però un significato tutto da decifrare; difatti quegli accadimenti non sono sepolti dal tempo e nel tempo ma attraverso i versi s’increspano di vita come onde sempre in movimento”, in Geografie la Anedda estende la parola poetica – pur mantenendo i sopraffini filtraggi di parola  – fino a trasformala in brano. Questa “scelta formale” ha una sua ragione d’essere, in prima istanza nella natura stessa della scrittura letteraria, nella fattispecie perché Antonella Anedda ci propone altro rispetto alla gioia del racconto. Non ci sono punti d’approdo in questo che sembra un viaggio nello splendore e nella miseria della terra e di chi la osserva, la divaricazione dello sguardo tocca anche la formalità di come lo si riproduce: sembra che la poesia non basti, sembra che la parola non abbia fine.

Cominciamo da Huan, La Dispersione o la Dissoluzione, che nell’I-Ching corrisponde all’esagramma numero 59, formato dai trigrammi del vento sull’acqua: “Il vento soffia sopra l’acqua che, la sparge e la dissolve in schiuma e spruzzi. Quando l’energia vitale di un uomo è bloccata al suo interno (in questo viene indicato un pericolo dall’attributo del trigramma inferiore), sarà nuovamente dispersa e dissolta dalla dolcezza.”. Partiamo dal segno Huan poiché è fra i luoghi per eccellenza nell’immaginario che la poetessa propone al lettore di Geografie. La dissipazione da una pienezza che ingombra sembra essere la condanna ad un eterno ritorno, tuttavia Antonella Anedda ci indicache l’ingolfarsi della concettualizzazione occidentale è un processo che può trovare un suo apice e un suo dissolvimento. Il senso della pienezza quindi non si definisce nell’accezione negativa di uno straripamento del pensiero che implode in se stesso, non è un sintomo dal quale liberarsi attraverso una sanificazione analitica semmai un processo che deve svolgersi per potersi concludere: “L’acqua non può scorrere dal monte se è impedita dalle pietre: deve raccogliersi e fermarsi fino ad aumentare e straripare. […] Come questo avvenga non è chiaro, ma ognuno di noi sa cosa significhi impedimento, conosce il groppo anche non visibile che blocca le nostre azioni e che interrompe i pensieri”. Il concetto è amico della moderazione, ma la misura del concetto si riempie facilmente ponendoci ad una distanza dalle cose, che disumanizza.

Molto di quanto abbiamo detto si produce nella metafora della cartina geografica: “Il lato incoraggiante del viaggiare e che puoi voltare la solitudine in direzioni diverse puntandola sui luoghi. Una carta geografica ha i confini che non hanno muri, con i fiumi tranquilli, i monti di gesso, il mare teso. Non ci sono i vivi, non ci sono i morti. Nessuna storia, nessun taglio del tempo. Peccato per le luci. Pazienza per il grumo di lecci, per il cambiamento delle stagioni, le ortiche, lo sciame degli insetti, i falchi, i gridi dei pavoni, ma è una liberazione immaginare di essere le sagome dei piloti sulle carte nautiche.” Il disegno della terra (la geografia nel suo senso letterale) allora diventa il primo luogo dove si alza il vento dello Huan, dove il concetto di spazio può “attrezzarsi” per esperire il mondo: “Sulla mappa non ci sono guardiani, né truppe, né numeri. Puoi attraversare i suoi confini. Nessuna pozzanghera, niente catrame. Annusa pure una mappa, non ha odore, è di carta come una banconota. Le carte geografiche danno pace come gli scheletri nel deserto.”. E poi ogni viaggio che: “[…] contiene una specie di diario di solo anni dopo e a distanza riusciamo a leggere qualche pagina. Solo ora capisco che una serie di forze da me non previste si erano unite fra loro per a) darmi piacere b) liberarmi dal terrore di salire su un aereo.”.

Dentro e fuori il pensiero, dentro e fuori creando un cortocircuito che porta, in alcuni momenti della lettura ad una vera divaricazione della percezione, alla perdita del punto di vista, al non sapere realmente di chi sia la voce narrante; se essa è narrata o narra. Sebbene ci troviamo alla prese con brevi prose Antonella Anedda non dimentica la possibilità straniante della poesia. Per questo non accade mai durante la lettura di Geografie di essere colti dalla spiacevole sensazione di avere a che fare con un testo di suggerimenti esistenziali; il corpo filtrante che genera questa scrittura peculiare ha in sé una doppia salvezza; ci preserva da una retorica inaccettabile e rende l’autore esente dall’essere un riferimento: “A volte le linee della mente si aprono senza sforzo, lasciano entrare quello che c’è: una particolare roccia, il modo in cui una macchina si ferma sul ciglio della strada, il timbro di un verde opaco di una quercia. Qualcosa in te si assottiglia e iniziano i giorni di guarigione”; “Non è vero che se ti se non ti muovi si sposta, se provi davvero vedrai che rimane e rimanendo si approfondisce, si scava un suo luogo, entra e modifica il tessuto cerebrale, il dolore non è mai da te diviso, sei tu e non puoi farci niente. Nel brano Presente esteso la Anedda ci svela la sua disillusione rispetto alla possibilità d’essere liberi dalla presenza mentale, ipotesi nemmeno caldamente auspicata dall’autrice che, come si ipotizzava qualche riga fa crede piuttosto al potere taumaturgico della dissoluzione: “Inutile negarlo, esiste la presenza mentale: te a te presente in un groviglio, lungo i rami che vanno in avanti e toccano altri rami, foglie secche, foglie vive”

La Geografia è il “luogo” primario su cui far aderire il nostro desiderio. La sua essenziale e secca ripartizione del mondo è come una misura vuota che ci invita a scoprire la complessità di ciò che si conclude tra le linee. Se è vero come affermò un noto psicoanalista francese, che il soggetto è per natura frammentato, come lo sono i trucioli dispersi sul tavolo del fabbro, allora la calamita che aggrega e rende compatta la dispersione è la forza del desiderio. In questa accezione possiamo immaginare la cartina geografica come il piano su cui si poggia il nostro desiderio ed il viaggio la risposta alla sua chiamata.  Antonella Anedda in Geografie, prima di ogni altra cosa ha intrapreso un viaggio nel concetto, amando il concetto, ed è stata nel mondo esperibile, amando il mondo: “Una carta geografica ha i confini che hanno muri, con i fiumi tranquilli, i monti di gesso, il mare teso. Non ci sono i vivi, non ci sono i morti […] Chi scrive di un’isola senza conoscerla davvero venendo, metti, da un paese soffocato di tufo, non ha lo sguardo e di conseguenza il linguaggio per sapere che l’isola non è mai isolata, ma esposta, che il continente è la salvezza che la conterrà, le darà una capsula”.

Fabio Prestifilippo

Nunzio Di Sarno, “Mu”, Oèdipus Edizioni, 2020

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Le prime parole che troviamo ad aprire la raccolta di Nunzio Di Sarno sono quelle di un koan zen: Un monaco chiese a Joshu: “Un cane ha la natura di Buddha?”

Joshu rispose: “Mu”

Mu mantiene in sé gli opposti e spinge a trascenderli in uno slancio che scatta lontano dalla logica e dalla premeditazione. E quando pensi di averlo afferrato è proprio lì che ti scappa. Ci si può solo muovere insieme.

Il koan ci mostra la strada che si fa traccia e mappa. Una mappa che si mantiene giusto per il passaggio e le luci che durano sono le realizzazioni, in balia dell’amore e l’amicizia, delle droghe, dell’alcool e delle meditazioni, della malattia, della morte e della disciplina, in seno alle famiglie “vecchie, nuove e ritrovate”.

In una parola la Vita.

Che suona al passaggio del vento,

ma anche al ritmo sghembo di Monk

e alle distorsioni secche dei Ramones.

È un attimo e le gambe a croce schizzano nel Pogo.

In una spinta continua alla trasformazione, che trova,

nella trasfigurazione della mancanza e degli eccessi, le nuove forme.

E come riporta “Manifesto” il suono è sempre operativo, tutto è vissuto! Niente spazio per l’ozio, gli ammiccamenti e le consolazioni di rito.

Come potrebbero le pose reggere al vortice degli Elementi?

Il pensiero si produce nell’azione e all’azione riconduce sempre.

E l’azione non può non essere politica.

Qui il lettore non può restare sulla soglia a guardare, è chiamato ad aprirsi ed immergersi per sentire su di sé, sposando i ritmi per ritrovarsi a pezzi. Unico sentiero per accedere alle forme nuove.

*

Manifesto

Scrivo perché la poesia è visione
Il primo passo per la trasformazione
Scrivo perché la parola è una traccia
E il suono è operativo
Scrivo perché la beatitudine è bellezza
E il vuoto è compassione
Scrivo perché Milarepa cantava

*

Primavera

Danza delle ossa
Sui lamentosi
Dharma blues
Del Ginsberg
Barbuto

Dritte o a croce
Le nobili verità
Stanno nelle gambe

And all the hills echoed..

*

Sfilano gli alberi
Sotto nubi d’aprile
I cinguettii si perdono

*

Svanita la spuma
Nel moto dell’onda
Si diffonde la luce

*

Si dissolvono i venti
Per poter raccogliere
Foglie secche

 

Nunzio Di Sarno

Nunzio Di Sarno nasce a Napoli, si laurea in lingue e letterature straniere con una tesi su Ginna e le connessioni tra astrattismo e spiritualismo. Ha lavorato come operatore sociale, mediatore culturale, insegnante di italiano L2, di sostegno e di inglese.

Da alcuni anni risiede ed insegna a Firenze. Ha da pochi mesi conseguito la laurea in psicologia clinica e della riabilitazione con una tesi su Yoga, Tai Chi e mindfulness come terapie complementari nella malattia di Parkinson.

Mu, pubblicata da Oèdipus Edizioni nell’agosto 2020, è la sua raccolta d’esordio. Sue poesie ed articoli sono presenti su diversi siti e blog letterari.

Resurrezione

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foto di Gloria Mosca

Suono di campane,
voce che trasvola sul mondo,
canto che piove dal cielo sulla terra,
nella città sorda e irrequieta,
e nel silenzio dei colli
ove, nel pallore argenteo,
le bacche d’olivo maturano il dono di pace.
Suono che viene a te,
quale alleluia pasquale,
a offrirti la gioia di ogni primavera,
a chiamarti alla rinascita;
a dirti che la terra rifiorisce
se il tuo cuore si aprirà come un boccio,
che ripete un gesto d’amore e di speranza,
levando il mite ramoscello
in questa chiara alba di Risurrezione!

 

Gabriele D’Annunzio

TRE DONNE

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ALBA

Dopo un inverno interminabile, flagellato da piogge e nevicate, finalmente era arrivato il sole. Dentro l’auto la temperatura era alta, nonostante dal finestrino aperto entrasse qualche refolo di vento. Era la prima volta che si incontravano, dopo un paio di mesi trascorsi nella burrasca di eventi che avevano turbato l’armonia della loro amicizia. Fra di loro, adesso, aleggiava un silenzio fatto di parole vuote, di frasi stereotipate, e infarcito di commenti banali sul traffico domenicale. Parole che nascondevano la paura di dire o di ascoltare altro da quel repertorio di idiozie che si stavano scambiando. Saveria guidava sbuffando, grattava le marce ed inviava occhiate preoccupate all’indicatore del carburante. Gloria mostrava il suo solito sorriso accomodante e tentava di distrarre Saveria dal suo nervosismo raccontando che aveva fatto la pulizia del viso, che la sua collega Gisella era affetta da una labirintite e che le piante del suo terrazzo si stavano riprendendo dopo le gelate subìte. Le piante (ma avrebbe potuto essere qualunque altra cosa) avevano riportato Diego alla mente di Alba. La floricoltura era un interesse che lui e Gloria condividevano, chissà quante volte Diego le aveva portato piantine e bulbi e aveva colto per lei le rose del suo piccolo giardino, così come una volta, non troppo tempo fa, le raccoglieva per lei, confidandole che raramente si risolveva a strappare i fiori dalle piante se non per casi eccezionali e assegnando al gesto un valore ben più grande di quello che gli si potesse attribuire. Emozionata, Alba s’inebriava al profumo di quel mazzetto di fiori e, appena appassiti, ne riponeva qualcuno fra le pagine di un libro. Chissà se anche Gloria conservava i cadaveri degli omaggi floreali di Diego.

            Fra strappi e frenate erano giunte sul viadotto San Michele. A destra, invisibile ma perfettamente delineato nella sua memoria, sorgeva il rustico di Diego, il loro rifugio; era il luogo della loro intimità, dove, dopo l’amore, restavano a parlare a lungo, di poesia, di esoterismo, di amici comuni. In uno di quei pomeriggi Diego aveva portato con sé un mazzo di tarocchi e aveva cercato di istruire Alba sulla loro simbologia. Le aveva raccontato di suo nonno, che “leggeva le carte” ed aveva avuto fra i suoi clienti nientemeno che Mussolini. Lei lo ascoltava e si appassionava ai racconti di lui, le si apriva la visione di un mondo infinitamente lontano da quello che era stato ed era il suo. Ora provava una fitta di nostalgia al pensiero che non avrebbe mai più ritrovato quelle ore rubate al monotono fluire delle sue giornate. E si diceva che era strano come quei gesti comuni potessero, in retrospettiva, apparire assoluti e insostituibili.

Imboccato il vialetto d’accesso, ecco la casa che Saveria e Gloria da due anni avevano preso in affitto per trascorrervi le estati. Mancavano da sette mesi, da quel settembre che le aveva viste, entusiaste, organizzare grigliate e country-party. Era stato durante l’ultimo di quei party che lei aveva avuto le prime avvisaglie di quello che sarebbe accaduto. Diego si era mostrato annoiato, manifestando attenzioni solo per Gloria. Alba si era accusata di essere la solita sospettosa, si rimproverava la sua mancanza di fiducia e la sua ossessione nei confronti di Diego.

            Dopo avere indossato i grembiuli e i guanti da giardinaggio, Gloria e Saveria si erano date da fare con zappe e rastrelli per sistemare le aiuole e piantare le nuove talee. Alba stava distesa sulla sdraio con il viso rivolto verso il cancello. Sul vialetto transitavano le macchine dei vicini e ad ogni passaggio lei trasaliva immaginando di stare aspettando Diego. Sapeva che non sarebbe successo, Diego non le avrebbe più raggiunte. La sua era diventata una presenza negata che pure s’imponeva con il peso dell’assenza. Forse ci sarebbe stata meno amarezza se fra loro tre avessero potuto parlarne, ma parlarne avrebbe significato sollevare la cortina dell’ignoto, aprire il vaso di Pandora ed essere pronte a sopportarne i venefici vapori.

Alba si domandava perché mai aveva acconsentito a trascorrere questa giornata proprio lì, dov’era più presente il ricordo delle recenti vicende, con Saveria e Gloria, testimoni e complici del sovvertimento che aveva investito la sua vita.

            Mentre Gloria si allontanava per una doccia, Saveria si dedicava alla preparazione del barbecue e, mentre spezzava legnetti e ammucchiava foglie secche, rivolgeva ad Alba uno sguardo affettuosamente indagatore: “Allora, come va?” E in questo interrogativo si affollavano una quantità di domande. Alba sapeva che Saveria avrebbe voluto aiutarla, che avrebbe voluto condividere il suo disagio e darle i giusti consigli, ma non voleva leggere nello sguardo e nelle parole dell’amica il larvato compatimento, preferiva sorriderle e dirle che andava tutto bene.

GLORIA

Quell’aria da vedova inconsolabile che aveva assunto Alba la irritava. Certo, avrebbe voluto farla sentire in colpa e lei detestava sentirsi in colpa. La rodeva la curiosità di sapere se stava ancora con Diego o se avevano rotto, ma Gloria era decisa a non cadere nella sua trappola. Temeva di lasciarsi prendere dal nervosismo e non voleva che succedesse, sarebbe stato fare il suo gioco. Sotto la doccia, mentre lasciava che l’acqua le scorresse addosso, pensava che  non era possibile far finta che non fosse successo niente e dimenticare le ore che lei e Diego avevano trascorso in quella casa. Era stata un’estate bellissima. Arrendersi alle attenzioni di Diego era stato sorprendente. Anche se aveva cercato di non prenderlo troppo sul serio, alla fine aveva vinto lui.

Alba e Saveria si stavano occupando del fuoco, le vedeva vicine vicine a parlottare. Immaginava che anche Saveria avrebbe voluto scavare nella sua vita e ricevere le sue confidenze. Quando aveva saputo di lei e Diego si era mostrata contenta, ma ora le sembrava che tutta la sua comprensione fosse per Alba. Perché alla fine sono i perdenti che stuzzicano quella parte pronta alla commiserazione, sono quelli che suscitano simpatia e per i quali si parteggia, ma Gloria a questa simpatia rinunciava volentieri, preferiva essere considerata fredda e inattaccabile e non tutta sospiri e malinconie, reclinata come un ciclamino moribondo.  Guardava il rametto di lunaria appeso alla maniglia della finestra che le aveva portato Diego in un meriggio di grilli. In ognuna di quella piccole foglie argentee le sembrava fosse rimasta impigliata la luce dei suoi occhi, quella luce che le aveva regalato attimi di stupore.

 

SAVERIA

Le faceva rabbia che Alba e Gloria non stessero assaporando il gusto di quella giornata che avrebbe potuto dissipare la tensione. Mostravano un atteggiamento innaturale, ed era chiaro che fra di loro l’ombra di Diego aveva scavato un percorso buio che nessuna delle due voleva percorrere. Forse se avesse  raccontato loro di quella mattina di dicembre in cui Diego le aveva chiesto d’incontrarla, sarebbero riuscite a ritrovare un briciolo di buonsenso e avrebbero smesso di pensare a Diego come al più grande bene perduto.

Quella mattina, seduta di fronte a lui al tavolino di un bar, dopo averlo ascoltato aveva pensato che la sua anima era come il suo corpo, scarna, sdutta, in una parola: minuscola. E come il suo corpo si raggomitolava e scompariva nel cavo della poltroncina che lo accoglieva, così la sua anima si avvolgeva su se stessa e si ricopriva per rendere invisibile il poco di sé.

            Diego l’aveva guardata con uno sguardo nuovo, diverso da quello che conosceva e lei aveva cominciato a sentirsi a disagio.

            “Ebbene- aveva detto ad un certo punto- di cosa volevi  parlarmi?”

            “Ho una storia con Gloria – aveva risposto lui senza indugio- ma è una cosa che non sta in piedi, iniziata per noia e continuata per inerzia. Qualcosa a cui non ho dato nessuna importanza.”

            “E perché allora me ne stai parlando?”

            “Perché è con te che vorrei stare.”

            “E Alba?”

            Lui aveva alzato le spalle con noncuranza.

L’indifferenza ed il cinismo con i quali stava mettendo in gioco i sentimenti di Alba e di Gloria l’avevano sconcertata. Aveva sempre pensato a lui come ad un uomo leale, lo aveva considerato un amico, una persona di cui fidarsi ed ora invece le appariva un gran bastardo che non si faceva scrupolo di usarle per riempire i suoi vuoti.

Prima di avviare il motore Saveria aveva dato un’ultima occhiata al cancello,  aveva abbracciato con lo sguardo casa e giardino per assicurarsi che tutto fosse a posto, infine aveva imboccato il vialetto per tornare sulla carrozzabile. Lungo la strada bar e pizzerie avevano acceso le insegne, il mare aveva preso il colore del piombo fuso ma, al largo, residue macchie di smeraldo ricordavano il lucore mattutino. In fondo era stata una buona giornata, calma e riposante, solo percorsa da una segreta vena di malinconia.

Saveria adesso guidava tranquillamente, in silenzio. Gloria aveva poggiato la testa allo schienale ed aveva chiuso gli occhi, Alba teneva ostinatamente lo sguardo al di là del finestrino. Si stava lasciando alle spalle, questa volta per sempre, il viadotto San Michele, il rustico di Diego e l’estate di un anno da dimenticare. Diego era un fantasma, un’ombra che non sarebbe sparita alla prima luce della nuova stagione, l’avrebbero incontrata ancora, nelle parole che avrebbero taciuto, negli occhi degli amici che avrebbero domandato di lui e forse l’avrebbero portata a lungo dentro come un dolore incarnito. Saveria pensava che qualcuno avrebbe dovuto spezzare quella specie di incantesimo che le teneva inchiodate come statuine di cartapesta sul loro trono di gesso e quel qualcuno non poteva che essere lei. Allora aveva fermato l’auto sulla prima piazzola di sosta che aveva incontrato e aveva detto: “Bene, ragazze, è arrivato il momento che vi racconti una storia.”

Anna Maria Bonfiglio

 

Luciano Mastrocola, “Fiducia nel nulla”,Transeuropa Edizioni, 2020

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Bianco all’alba
Per scrivere poesie è desiderabile ma non necessario
essere in perfetta forma. (Kenneth Koch)

bianco all’alba
taglio fulmineo
lana di vetro o supplica
negativo bruciato
sintesi policroma ai piedi della rosa
cilicio spurio strenna per la cupa

bianco all’alba
pace nel velo lunare
galle carnose ondeggiano
tra flutti di peste amorosa

*

conosco pregi di punto virgola accento in decima
del cotone il filo per l’abito da sera
capace bisbigliare la tua voce
nel solco dove il risvolto esige riverbero

io non sono affatto paroliere
né sarto dal taglio simmetrico preciso
ma debolezza ferma all’ingresso
dove sorridi angelo crollato in una tempera

vinto
chiedo perdono a tutti

aspetto Natale

*

mano nella mano
nell’ordito di canali spurghi
da catrame erba gondole ardesia
penso unicamente contemplarti
rastrellando l’abisso
che tace nell’enigmatico destino

l’iride esplode
sfacciata cingendoci decisa
trapezio che bene conosciamo
perché tanto desiderato correggerlo
nel quadrato regolare
scudo al nucleo da benedire

*

lascia brusio al battente del presente
l’orma pronta a tergere
emozioni vizzi petali che s’inseguono
di noi ridotti al mondo
sminuendo eternità altrove

nell’aria svigorita
gioiello onda brada
rubata a scoglio o riva
vuotiamo nella spuma
l’orifiamma della trama

modellare     amore    dolore
caos       tregua
marmo nobile bendisposto al bulino
vestibolo museale
sinonimico della fine

*

nel rosso d’un fiammifero
traccio nivee costellazioni
punti incerti
tra parabole sopite su coppi in prospettiva

sposto pigro la sedia
al centro dell’anticamera sgombra
svelto il respiro smania
essere bava armonica per l’attesa

t’ho visto voltata di schiena
saggiando guizzo verginale
poi ho chiesto al passo dell’ora
un rigo dove ferire l’attimo minuto

Svuotando l’essenziale dal superfluo, cercando sintesi nella parola, ho tentato di consegnare pagine scritte senza gravità, sospese nei chiaroscuri del tempo vissuto. Versi composti negli anni, divisi in tre macro sezioni che, al di là di inutili classificazioni, resistono souvenir senza propositi d’ambizione.
La silloge è dedicata alla memoria del poeta italo-tunisino Mario Scalesi.

Luciano Mastrocola

Autore ed ex musicista, fondatore della formazione “indie-sperimentale” Il rumore del fiore di carta con la quale ha inciso tre album dal 2002 al 2012. Nel 2018 ha pubblicato la silloge Sognidoro (Palladino Editore) riscuotendo il plauso di pubblico e critica.
Scrive articoli su riviste di settore, cogestisce il portale web di cultura poetica “Opificio Rosselli” (www.opificiorosselli.it) Molisano, vive e lavora a Ferrara.

www.casadeltarlo.it

uNa PoESia A cAsO: Nazim Hikmet

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Nazim Hikmet

Su questa riva di mare
come preso in una rete
sono racchiuso nelle piogge.
La bandiera bianca sull’albero.
Morire è facile
in queste piogge, mia rosa,
e anche attendere la morte…

Gino Pantaleone,  Lĭbĕr – Storia della scrittura, biblioclastie, letture resistenti – Ed. EXLIBRIS. Intervista all’Autore a cura di Anna Maria Bonfiglio.

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Con questo libro, frutto di accurate ricerche e di paziente studio, l’autore compie un’operazione di carattere divulgativo in seno alla storia della scrittura dalle origini ai nostri giorni, un excursus narrativo e critico che riguarda il prodotto libro nella sua evoluzione, dai primi segni ai codici miniati fino alla stampa, per concludere con la problematica del loro rifiuto da parte delle istituzioni attraverso il rogo. Un “libro sui libri” a certificare il valore e l’importanza che essi hanno avuto e hanno nell’evoluzione della Storia.

INTERVISTA  ALL’AUTORE

  • E’ uscita lo scorso autunno la tua ultima, in ordine di tempo, pubblicazione, Lĭbĕr, un volume di carattere divulgativo che racconta la Storia della scrittura dalle origini ai giorni nostri. Come è nata l’intenzione di affrontare un argomento così impegnativo e quale è stata la finalità che pensavi potesse avere un libro di questo genere?

Come tu ben sai ogni scrittura nasce da diverse esperienze che convergono e si concentrano fino a diventare un tema ben preciso. Ascolto, letture, studi approfonditi… la lettura dell’Epopea di Gilgamesh sumerico, del Libro dei morti egiziano, la visita alle grotte dell’Addaura, vederne i graffiti, ad esempio, sono state esperienze illuminanti. Un altro imput è stato pure l’aver presentato, da relatore, insieme al poeta Lucio Zinna, il primo volume della Storia della poesia del prof. Salvatore Lo Bue, che riguarda proprio la poesia mesopotamica ed egiziana. Il resto lo hanno fatto l’amore per i libri antichi che ho visto in varie biblioteche della Sicilia, i codici miniati, vere e proprie opere d’arte, la formulazione di un ragionamento sul perché si bruciano i libri e sul perché i libri e la loro lettura invece appassiona così tanto sino alla dipendenza. Tutto questo mi ha fatto approfondire questa ricerca. Al solo pensiero che l’Epopea di Gilgamesh, questa grande e potente opera, fu scritta in una serie di tavolette di 30cm per 30cm con caratteri incomprensibili ai più, ed oggi invece la possiamo leggere tutti, dico tutti, scritta nel nostro codice alfabetico, tutto questo non è strabiliante? Io spero che queste mie curiosità le abbiano anche i potenziali lettori del libro, di Lĭbĕr.

  • Lĭbĕr è un testo sui generis, non si inscrive nella categoria della narrativa né della saggistica e meno che meno in quella della poesia, a quale genere di lettori hai pensato nel comporlo? E quale è stato il nucleo generativo del libro?

Per la stesura di questo volume ho consultato diciotto libri, quindici siti specializzati, ho dovuto chiedere alcune autorizzazioni per la pubblicazione di immagini a musei, siti e persone; alcuni mi hanno chiesto soldi, altri mi hanno negato di pubblicare, ad altri è bastato inviargli due copie del libro per farmi pubblicare un’immagine (ad esempio il Museo delle Civiltà di Roma per la Fibula Prenestina). Ho visitato due biblioteche per completare il lavoro sui codici miniati ed ho pubblicato foto di libri fatte sui leggii e tra gli scaffali. Insomma, vista la vasta mole di lavoro nella ricerca, penso che Lĭbĕr si avvicini più alla saggistica. Se lo avessi scritto per ciò che ho letto, sarebbe diventato un vero e proprio macigno, io, invece, ho pensato di renderlo fruibile a tutti raccontando si, l’evoluzione della scrittura, ma includendo momenti di vita vissuta e inserendo un cospicuo numero di curiosità che, nel complesso lavoro di interpretazione delle varie scritture, diventano lo stimolo principale, il vero sale della lettura di questo volume. Penso che i lettori di Lĭbĕr potrebbero essere i buoni lettori di libri, in quanto libro che parla di libri nella sua storia, nella sua nascita, nelle forme assunte nel tempo, nei materiali utilizzati sino all’invenzione della stampa. Altri lettori potrebbero essere coloro che amano conoscere l’evoluzione delle varie forme di comunicazione, dal graffito, alla cuneiforme, al geroglifico, al primo alfabeto fenicio, il susseguirsi delle varie scritture sino al latino e al medioevo da cui la nostra lingua attuale ha preso forma.

  • Prima di Lĭbĕr tu hai pubblicato quattro raccolte di poesia, due saggi e un testo che raccoglie le interviste ad alcuni poeti palermitani di lunga militanza, tre diverse categorie di scrittura, quale delle tre è stata quella a cui ti sei accostato per prima, e quale quella che senti ti appartenga maggiormente?

Il mio primo amore indubbiamente è la poesia. Chi mi conosce bene, e tu sei una di queste, sa bene da quanto tempo io mi sono gettato sui versi anche se il mio primo libro è datato 1995, Urla di dentro e il secondo 1997, Io così, se volete. Si, è vero, poi sono sparito. Per una decina d’anni, ho dovuto affrontare una parte impegnativa della mia vita, anche se, nel frattempo ho ascoltato, e per ben quattro anni, le lezioni di Poetica e Retorica a Lettere tenute dal prof. Salvatore Lo Bue. Poi, nel 2007 è uscito Il vento occidentale, altra raccolta di poesie. Quindi, amo la poesia, sentita, studiata, approfondita. Il libro che tu citi sulle conversazioni intraprese con poeti e poetesse siciliane di lunga militanza, tra le quali ci sei anche tu, mi ha dato possibilità di prendere consapevolezza di molti fattori relativamente alla funzione creativa, alla formazione dello stile, all’evoluzione personale della versificazione soggettiva in riferimento alla propria vita vissuta, alla propria esperienza, al proprio modo di interpretare la poesia. Un altro lavoro-studio per me questo testo, penso anche un ottimo abbecedario per chi vuole intraprendere questa complessa strada che ha come obiettivo finale spandere bellezza. I miei libri mi appartengono tutti, ma se devo fare un resoconto affettivo, il saggio al quale sono più legato è Il Gigante Controvento – Michele Pantaleone, una vita contro la mafia, è stato quello che ha avuto un consenso indescrivibile, ho fatto più di settantacinque presentazioni in Italia tra circoli culturali, sedi di associazioni e scuole di ogni ordine e grado. A zio Michele (lo chiamavo così ma non abbiamo mai saputo se fummo parenti), uomo scomodo e per questo diffamato e delegittimato, glielo dovevo. Ed è anche grazie al libro che allo scrittore di Villalba è stata dedicata una via a Palermo.

  • Quale fra i tuoi libri finora pubblicati è quello di cui ti senti maggiormente soddisfatto e perché?

Tra i libri di poesie, per quello che mi riguarda, i Canti a Prometeo sono quelli che sento più vicini a me in quanto hanno avuto una lavorazione di ben undici anni. Un genere poetico fuori moda trattandosi di ventidue sonetti, un lunghissimo lavoro di labor limae, che avrò abbandonato e ripreso centinaia di volte, iniziato nel 2007 e che ha visto la luce solo nel 2018.

Per la saggistica penso proprio che Lĭbĕr sia il frutto di una giusta ed equilibrata maturazione anche se non mi aspettavo questa grande attenzione che quotidiani, riviste, programmi radio, scrittori e amici comuni stanno dando al testo. Evidentemente l’oggetto libro, nel suo essere estremo, pericoloso sino ai roghi e bello sino alla dipendenza, desta eterno interesse.

  • Quali sono stati gli artisti, poeti o scrittori in prosa, che hanno contribuito alla tua formazione di autore letterario e in che modo?

Autori che ho studiato a fondo e che mi hanno segnato in genere nella poesia sono Shakespeare, Dante, Leopardi, Pessoa, Negri, Rilke, Caproni, Achmatova, i Lirici Greci, Hemingway, Tagore, Baudelaire, Horderlin, Merini… l’elenco è lungo ma questi credo siano da me i più letti e apprezzati. Narrativamente Dostoevskij, Valery, Yourcenar, Calvino, Balzac, Goethe, Mandel’stam, Pirandello, Wolf, Wilde… anche qui, l’elenco è lungo ma ho citato quelli che mi sono venuti per prima. Leggo soprattutto e volentieri i poeti e le poetesse di casa nostra, che conosco e che apprezzo. La lettura è una forma di apertura a trecentosessanta gradi. C’è chi scrive della cruda realtà, chi invece è visionario e rappresenta l’inesistente, chi riesce a raccontare i propri sogni, c’è chi sta a cavallo tra il sogno, la visione e la realtà. Ed è da queste letture e dalle personali prove di scrittura che ognuno di noi forma il proprio stile che diventa il vero suggello, come la firma in calce.

  • Quali sono i tuoi prossimi progetti di scrittura?

Dopo aver scritto un libro per bambini dal titolo Alice in wonderland a Palermo, fra non molto verrà pubblicato Alice in wonderland sul Parco delle Madonie, patrocinato proprio dall’Ente Parco delle Madonie. Così come Alice sogna e si perde a Palermo descrivendone le bellezze e facendosi descrivere i posti più belli di Palermo da personaggi inesistenti, la stessa cosa succede sul Parco delle Madonie attraversando i quindici comuni che lo rappresentano in un racconto realistico e nello stesso tempo fantastico. Per il resto sto tornando alla poesia con i miei Studi sulle attese. Si, si chiamerà così la mia prossima raccolta di poesie, ma per il momento non diciamolo a nessuno.

Gino Pantaleone

NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

Gino Pantaleone è nato e vive a Palermo. Ha pubblicato quattro raccolte di poesia, tre saggi di carattere socio-politico e il libro di interviste ad alcuni autori siciliani Entronautica. Ha ottenuto diversi riconoscimenti in campo nazionale fra cui il premio speciale della giuria al concorso letterario Piersanti Mattarella. E’ autore di una rivisitazione della fiaba di Alice dal titolo “Alice in Wonderland…a Palermo”.

Francesco Randazzo, “Il vero amore è una quiete accesa”, Graphofeel Edizioni, 2021

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Dove finisce tutto l’amore sprecato, tradito, maltrattato o semplicemente lasciato indietro come un bagaglio dimenticato sul binario?”

Iride e le sue sorelle, divinità dell’Olimpo ellenico, sorvolano il cielo della Città eterna e sono testimoni e narratrici delle vicende di questo singolare romanzo. Un bambino del sud di nome Tommi riaffiora nella vita e nella mente di Tommaso, quarantenne medico e bioingegnere di successo. Una bambina di nome Leyla, figlia di due grandi medici, lotta contro la cecità; viene salvata, ma fugge dalla sua storia difficile, viaggia e dimentica sé stessa. Diventerà la giovane sconosciuta che Tommaso incontrerà casualmente per strada; la porterà con sé, la laverà, l’amerà, le darà un nuovo nome, Moira. Il suo destino. Sarà un rapporto potente, lacerante, perverso anche, ma ineluttabile per entrambi.

(dalla quarta di copertina)

Dove finisce tutto l’amore sprecato, tradito, maltrattato o semplicemente lasciato indietro come un bagaglio dimenticato sul binario? Tutta la gioia delle speranze, l’entusiasmo della passione giovanile per la vita, per il futuro, si sciolgono come pioggia e defluiscono, dove? Il mondo che avevamo immaginato perfetto per accogliere la nostra determinazione a lasciarvi il segno, possibile meta di una felicità tutta da costruire con i sogni che in esso avrebbero trovato casa, aria, sole, armonia, ma anche lotta strenua e ostinata per sconfiggere il male, gli impedimenti, le storture da raddrizzare, il bene da costruire, grazie alla forza immensa che il corpo giovane e la mente ingenua ma potente, ci davano, quel mondo, quei mondi, creati nell’immaginazione e poi, inevitabilmente disintegrati dal buco nero del tempo e della disillusione, dove vanno a morire? Nel cuore, nel cuore d’ognuno. Ma quando il cuore si ferma, tutta questa immensa energia creata e poi disgregata, dove finisce?
Come un disegno tibetano di sabbia, si costruisce tutta l’esistenza, nel tentativo di creare un capolavoro di bellezza e perfezione. Quasi mai vi si riesce, quasi mai il disegno è completo. Sempre si dissolve al potente, ineludibile soffio del tempo. Ma pure, la polvere da qualche parte vola, e qualcun altro la respirerà.
Ecco il bambino e la bambina, mentre attraversano le loro linee del tempo, così distanti, così diverse, eppure destinate a incrociarsi.

Francesco Randazzo, “Il vero amore è una quiete accesa”, Graphofeel Edizioni, 2021

Francesco Randazzo

Francesco Randazzo, siciliano della diaspora, sovente col cervello in fuga all’estero, è scrittore e regista. Ha pubblicato, con vari editori, testi teatrali, poesie, racconti e tre romanzi; ha ottenuto numerosi riconoscimenti in premi e festival nazionali e internazionali.

Emilio Capaccio traduce Robert Frost

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La poesia è quando un’emozione ha trovato il suo pensiero
e il pensiero ha trovato le parole.

R. F.


Robert Frost, traduzioni di Emilio Capaccio

LA STRADA NON PRESA


Due strade divergevano in un bosco giallo
Pena non poterle percorrere entrambe
Essendo io un solo viaggiatore, a lungo esitai
Scrutandone una più lontano che potevo,
Fin dove si piegava tra i cespugli;

Poi presi l’altra, buona allo stesso modo
Ma aveva forse la pretesa migliore
Perché era erbosa e meno cercata
Anche se come per l’altra, il passaggio
L’avesse ugualmente segnata.

E tutte e due quella mattina erano coperte
Di foglie che nessun passo aveva annerito.
O, prenderò la prima un’altra volta!
Ma sapendo già che le strade vanno ad altre strade,
Dubitavo che sarei mai tornato indietro.

Dirò questo con un sospiro
In qualche luogo fra anni e anni a venire:
Due strade divergevano in un bosco, ed io —
Io presi quella meno battuta
E questo ha fatto tutta la differenza.

THE RAOD NOT TAKEN 


Two roads diverged in a yellow wood,
And sorry I could not travel both
And be one traveler, long I stood
And looked down one as far as I could
To where it bent in the undergrowth;

Then took the other, as just as fair
And having perhaps the better claim,
Because it was grassy and wanted wear;
Though as for that, the passing there
Had worn them really about the same,

And both that morning equally lay
In leaves no step had trodden black
Oh, I kept the first for another day!
Yet knowing how way leads on to way,
I doubted if I should ever come back.

I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I —
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference.

FUOCO E GHIACCIO


C’è chi dice che il mondo finirà nel fuoco.
C’è chi dice nel ghiaccio.
Per quello che ho assaporato del desiderio
Propendo per chi va in favore del fuoco.
Ma se conosco abbastanza l’odio
Dico che la devastazione del ghiaccio
Sarebbe tanto grande
E potrebbe bastare.

FIRE AND ICE


Some say the world will end in fire.
Some say in ice.
From what I’ve tasted of desire
I hold with those who favor fire.
But if I know enough of hate
To say that for destruction ice
Is also great
And would suffice.

FERMANDOSI AI BOSCHI IN UNA SERA DI NEVE


Di chi siano questi boschi penso di sapere.
Ma la sua casa è nel villaggio;
Non mi vedrà fermare qui
A guardare il suo bosco riempirsi di neve.

Il mio puledro penserà che sia strano
Fermarsi senza una fattoria nei paraggi
Tra i boschi e il lago ghiacciato
Nella più buia sera dell’anno.

Dà una scrollata al suo campanello
A domandare se c’è un errore.
L’unico altro suono è la spazzata
Gentile del vento e il fiocco lanuginoso.

I boschi sono amorevoli, profondi e oscuri,
Ma io ho una promessa da mantenere,
E miglia da fare prima d’addormentarmi
E miglia da fare prima d’addormentarmi
.

STOPPING BY WOODS ON A SNOWY EVENING


Whose woods these are I think I know.
His house is in the village, though;
He will not see me stopping here
To watch his woods fill up with snow.

My little horse must think it queer
To stop without a farmhouse near
Between the woods and frozen lake
The darkest evening of the year.

He gives his harness bells a shake
To ask if there is some mistake.
The only other sound’s the sweep
Of easy wind and downy flake.

The woods are lovely, dark and deep,
But I have promises to keep,
And miles to go before I sleep,
And miles to go before I sleep.

LA LIBERTA’ DELLA LUNA


Ho saggiato la luna nuova curva nell’aria
Su un albero nebbioso e grappolo di fattoria
Come a provare un gioiello tra i capelli.
L’ho saggiata con la piccola ampiezza del lustro,
Sola o in combinazione d’ornamento
Con una stella di prim’acqua quasi brillante.

L’ho posta a splendere ovunque ho voluto.
Scorrendo lenta su una sera inoltrata
L’ho strappata da una grata d’alberi torti,
L’ho portata a un’acqua lucente, più grande,
E calandola dentro ho visto guazzare la forma,
Correre il colore, ogni genere di meraviglia.

THE FREEDOM OF THE MOON


I’ve tried the new moon tilted in the air
Above a hazy tree-and-farmhouse cluster
As you might try a jewel in your hair.
I’ve tried it fine with little breadth of luster,
Alone, or in one ornament combining
With one first-water star almost as shining.

I put it shining anywhere I please.
By walking slowly on some evening later
I’ve pulled it from a crate of crooked trees,
And brought it over glossy water, greater,
And dropped it in, and seen the image wallow,
The color run, all sorts of wonder follow.

UN PICCOLO UCCELLO


Ho sperato che un uccello volasse via,
E non cantasse davanti casa mia;

Gli ho battuto sulla porta le mani
Quando non ho retto i suoi baccani.

In parte mio il torto è stato.
L’uccello non era di timbro stonato.

C’è qualcosa di sbagliato con convinzione
Nel voler far tacere una canzone.

A MINOR BIRD


I have wished a bird would fly away,
And not sing by my house all day;

Have clapped my hands at him from the door
When it seemed as if I could bear no more.

The fault must partly have been in me.
The bird was not to blame for his key.

And of course there must be something wrong
In wanting to silence any song.

Marco Vitale: “Diversorium”, Edizioni Il Labirinto, 2016. Sette poesie e un commento breve

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Marco Vitale: Diversorium

Edizioni Il Labirinto, 2016

Commento di Giancarlo Pontiggia

 

 

Percorsa da evidente cifra lirica, “la sintassi poetica” di Diversorium ci pone davanti a una raccolta in cui il dettato personale coniuga la rara finezza lessicale all’intenso sentimento della precarietà del tempo e dei luoghi che, espressioni della nostalgia del poeta, irraggiano quella di coloro che attraversano la vita avvertendo la vertigine del rapporto vicinanza-lontananza, la chiamata alla ricerca della risposta, l’intermittenza degli stati felici, mantenendo sul piano stilistico una raffinatezza inusuale nella poesia degli anni più recenti. La padronanza della parola, la cognizione di interiori atmosfere dolenti, la percezione della labilità o fugacità degli accadimenti consentono a Marco Vitale di consegnare al lettore una silloge in cui il paradigma dell’incerto è percorso dalla nota dell’armonia e dalla presenza del “tu” che non si risolve nella pleonastica presenza o assenza dell’ “altro”, ma si estende alle forme del «… libro vasto e offeso della Natura», «compresente il respiro della pietra / dello splendore del retablo».

 

Adriana Gloria Marigo

 

 

da Nessun farmaco

 

Sarà che col suo passo nel mattino

i bei colori la stagione cede

e incalzano alte nubi

di pianura e ne vanno

e vedo sempre qui, come più indietro

e il caso che racchiude un altro tempo

ancora un po’ ne smuore. Poi

si può dire che vivi nel pensiero

nelle domande che ti faccio e a cui rispondo

senza più crederci, presenza

di nostalgia battito mano

nell’ombra che si posa come nulla

fosse e già lontana

 

 

Di quell’inverno del ‘56

resta una piccola colomba

 

resta un filo di polvere

sul bianco di quel panno

 

le ali aperte non stanno

 

 

da Come da un lungo sonno

 

Così come da un lungo sonno

a cui è dolore il chiaro, il netto

taglio della gelosia che fende

e rigoverna la luce io ti

ravviso e trovo, a lume aperto, e conto

i giorni quasi fossero

nidi che pencolavano e il piovasco

aveva reso più lucidi

 

 

da Lunario calabro

 

Facile

 

Il mare com’è triste la mattina a Paola

e come ambisce

dal vivo del suo blu

per questo lido e attende

sui binari l’incontro

 

E come ogni ritorno

si fa carico

l’ascolto

 

si fa deriva

nel tuo tema di allora

 

 

da Se volge la stagione

 

Umile privilegio è questo bianco

e questo transito

che lega ancora un anno

a un altro anno

un silenzio a un silenzio

 

Solo per te le tracce affondano, si fa

smeriglio anche la luce

meridiana e ridesta

geometrie

linee già eluse

ali nere che addensano

nel libro vasto e offeso della Natura

 

 

da Quaderno romanzo

 

Esercizio amoroso è questa luce

chiara e calma

questa giunzione

questo filo sottile che raccorda

e cerca il sangue. Se vuoi

puoi contare gli snodi sulla punta

delle tue dita

 

compresente il respiro della pietra

dello splendore del retablo

 

A volte una poesia è soltanto un piccolo

commento su una foto

un soffio fatto di niente come dire

guarda, come sorridevate

qui quando la luce

dorava un giorno senza fine, guarda

come eravate giovani, che buffi

gli abiti di allora. Dove siete?

 

Marco Vitale

 

 Biobibliografia

 

Marco Vitale (Napoli 1958) vive a Milano. È autore dei seguenti libri di poesia: Monte Cavo, Edizione del Giano 1993, L’invocazione del cammello, Amadeus 1998, Il sonno del maggiore, Il Bulino 2003 (poi in Bona Vox, Jaca Book 2010), Canone semplice, Jaca Book 2007, Come da un lungo sonno, Il Bulino 2009. Un suo racconto, intitolato Port’Alba, è uscito a Mendrisio nel 2011 per i tipi di Josef Weiss. Ha pubblicato la monografia Parigi nell’occhio di Maigret, Unicopli 2000 (nuova edizione 2013) e curato, per la stessa casa editrice, il volume intervista a Evaldo Violo Ah, la vecchia BUR!: storie di libri e di editori, 2011. Tra le sue traduzioni le Lettere portoghesi, Bur 1995, Gaspard de la Nuit di Aloysius Bertrand, Bur 2001, Stanze della notte e del desiderio di Jean-Yves Masson, Jaca Book 2008, Miseria della Cabilia di Albert Camus, Nino Aragno Editore 2011.

 

Versi trasversali: Thorvald Berthelsen

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

THORVALD BERTHELSEN

 

Hjerterfri 

Som voksne børn på
fire luffer glider vi
nøgne i tagfat

gennem forladte hjem hvor vi
troede ingen var den

 

Carte di cuori 

Come bambini adulti
scivoliamo nudi a gattoni
per giocare a rincorrerci

attraverso dimore abbandonate
dove pensavamo che non
ci fosse nessuno

 

Himmelskælv 

En varm gul tone
ryster hele landskabet
i min grundvold

 

Brontidi 

Un tuono caldo e dal colore giallo
fa tremare tutto il paesaggio
fino alle mie fondamenta

 

Det korte af det lange 

Vi hænger i kys
De er på livs afstand nær
kontakt i den grad

 

L’elemento fondamentale 

Rimaniamo appesi ai baci che
sono le distanze di vita
interamente a stretto contatto

 

Mit vindue 

Farverne dæmpes
til næsten sort hvide tryk
af sne og hård frost

 

La mia finestra 

I colori sbiadiscono quasi
come in una stampa in bianco e nero
di neve e ghiaccio gelido

 

Drømmes tyngdekraft 

Drømmen har svært ved
at lette så den trækker
jorden til himmels

 

La forza di gravità del sogno 

Il sogno é difficile da
rendere più leggero così attira
la terra al cielo

 

Venlig hilsen

Thorvald Berthelsen
Vestergade 19 A
4990 Sakskøbing
Telf: 42 31 26 42
E-mail: tb-it@hotmail.com
FB: https://www.facebook.com/thorvald.berthelsen

Thorvald Berthelsen, nato nel 1948 e vive a Sakskøbing, in Danimarca. Ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Untimely in time (Intempestivo nel tempo), nel 2009 e da allora ha pubblicato 6 raccolte di poesie, la più recente “Skin tectonic plates” (Placche tettoniche di pelle) nel 2018 e Sakskøbing Blanding II nel 2021. Egli realizza anche collage e illustra i suoi libri. Le sue poesie sono state tradotte in 10 lingue, più recentemente il farsi e lo spagnolo. Scrive saggi in Den smalle bog Udkant e pov.international su i.a. letteratura, storia, politica e informatica, più recentemente la storia letteraria danese di Haikuen, pov.international 2019. Ha curato diverse antologie tra cui StORDstrømmen Anthology 2015, Danish Haiku Today e nel 2018 New poetry from Bosnia-Herzegovina.

Thorvald Berthelsen,født i 1948 og bor i Sakskøbing. Udgav sin første digtsamling, Utidig i tide, i 2009 og har herefter udgivet 6 digtsamlinger, senest Huds tektoniske plader i 2018 og Sakskøbing Blanding II i 2021. Han laver også collager og illustrerer selv sine bøger. Hans digte er oversat til 10 sprog senest farsi og spansk. Han anmelder lyrik i Den smalle bog Udkant og pov.international og skriver også faglitteratur og essay om bl.a. litteratur, historie, politik og EDB, senest Haikuens danske litteraturhistorie, pov.international 2019. Han har redigeret flere antologier heriblandt StORDstrømmen Antologi 2015Danish Haiku Today og i 2018 Ny lyrik fra Bosnien-Hercegovina i Det Poetiske Bureaus Forlags serie Ny lyrik fra… som han er hovedredaktør af.

Emilio Capaccio traduce Georg Heym

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Il sole pende enorme all’orizzonte
fiamme saetta l’arco della sera.
E il sogno della luce, alto, su tutto.

G. H.

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traduzioni di Emilio Capaccio


LA QUIETE


La vecchia barca che nel porto tranquillo
il meriggio culla alla sua cima.
Gli amanti assopiti dopo il bacio.
Una pietra in fondo alla verde fontana.

Il riposo di Pizia, uguale al sonno
che a superni dèi cala dopo il banchetto.
Il pallido cero che sbianca il morto.
Criniere di nubi sopra una valle.

La pietra fattasi riso d’un tonto.
Coppi polverosi in cui resta ancora l’aroma.
Violini sfasciati nel ciarpame dei solai.
L’aria ferma prima della burrasca.

Una vela che luccica all’orizzonte.
L’essenza dei campi che attrae le api.
L’oro d’autunno, le foglie e il tronco adorni.
Il poeta che dello sciocco sente invidia.

DIE RUHIGEN


Ein altes Boot, das in dem stillen Hafen
am Nachmittag an seiner Kette wiegt.
Die Liebenden, die nach den Küssen schlafen.
Ein Stein, der tief im grünen Brunnen liegt.

Der Pythia Ruhen, das dem Schlummer gleicht
der hohen Götter nach dem langen Mahl.
Die weisse Kerze, die den Toten bleicht.
Der Wolken Löwenhäupter um ein Tal.

Das Stein gewordene Lächeln eines Blöden.
Verstaubte Krüge, drin noch wohnt der Duft.
Zerbrochne Geigen in dem Kram der Böden.
Vor dem Gewittersturm die träge Luft.

Ein Segel, das vom Horizonte glänzt.
Der Duft der Heiden, der die Bienen führt.
Des Herbstes Gold, das Laub und Stamm bekränzt.
Der Dichter, der des Toren Bosheit spürt.

DORMIVEGLIA


Frusciano le tenebre come un vestito,
gli alberi vacillano all’orizzonte.

Rifùgiati al cuor della notte,
scava dentro l’oscurità un nascondiglio
come l’ape nel favo. Fatti piccolo
nel tuo giaciglio.

Qualcosa vuol andare per i ponti,
scalpita sollevando gli zoccoli,
pallide, sussultano le stelle.

Come un’anziana si trascina la luna
da una parte all’altra
col dorso ricurvo.

HALBSCHLAF


Die Finsternis raschelt wie ein Gewand,
Die Bäume torkeln am Himmelsrand.

Rette dich in das Herz der Nacht,
Grabe dich schnell in das Dunkele ein,
Wie in Waben. Mache dich klein,
Steige aus deinem Bette.

Etwas will über die Brücken,
Er scharret mit Hufen krumm,
Die Sterne erschraken so weiß.

Und der Mond wie ein Greis
Watschelt oben herum
Mit dem höckrigen Rücken.

O, LE TUE LUNGHE CIGLIA


O, le tue lunghe ciglia,
l’acqua oscura dei tuoi occhi.
Lasciami dentro sprofondare,
discendere fin al fondo.

Come si cala il minatore alla profondità
e oscilla un lume molto tenue
sull’uscio della miniera,
per l’ombrosa parete,

così continuo a calarmi
per dimenticare sul tuo seno
ciò che in superficie riecheggia,
giorno, tormento, splendore.

Cresce fitto nei campi,
ove il vento dimora, con ebbrezza di messe,
l’alto spino delicato
Contro il cielo azzurro.

Dammi la tua mano,
e lascia che al crescer ci uniamo,
preda d’ogni vento,
volo d’uccelli solitari,

che d’estate ascoltiamo
l’organo sfiatato dei temporali,
che d’autunno ci bagniamo alla sua luce
sulla riva di chiare giornate.

Qualche volta andremo a sporgerci
sull’orlo d’un oscuro pozzo,
fisseremo il fondo silenzioso
e là cercheremo il nostro amore.

Oppure usciremo dall’ombra
di boschi dorati
per entrare, grandi, in qualche crepuscolo
che sfiori soavemente la tua fronte.

Divina tristezza,
ala d’eterno amore,
soleva il tuo boccale
e bevi da questo sogno.

Una volta approderemo alla fine
ove il mare macchiato di giallo
mutamente invade la baia
di settembre,

riposeremo a quella dimora
di fiori appassti,
mentre tra le rocce
trema un vento cantando.

E dal bianco pioppo
che s’innalza contro il cielo
cadrà una foglia annerita
a riposar sulla tua nuca.

DEINE WIMPERN, DIE LANGEN


Deine Wimpern, die langen,
Deiner Augen dunkele Wasser,
Laß mich tauchen darein,
Laß mich zur Tiefe gehn.

Steigt der Bergmann zum Schacht
Und schwankt seine trübe Lampe
Über der Erze Tor,
Hoch an der Schattenwand,

Sieh, ich steige hinab,
In deinem Schoß zu vergessen,
Fern, was von oben dröhnt,
Helle und Qual und Tag.

An den Feldern verwächst,
Wo der Wind steht, trunken vom Korn,
Hoher Dorn, hoch und krank
Gegen das Himmelsblau.

Gib mir die Hand,
Wir wollen einander verwachsen,
Einem Wind Beute,
Einsamer Vögel Flug.

Hören im Sommer
Die Orgel der matten Gewitter,
Baden in Herbsteslicht,
Am Ufer des blauen Tags.

Manchmal wollen wir stehn
Am Rand des dunkelen Brunnens,
Tief in die Stille zu sehn,
Unsere Liebe zu suchen.

Oder wir treten hinaus
Vom Schatten der goldenen Wälder,
Groß in ein Abendrot,
Das dir berührt sanft die Stirn.

Göttliche Trauer,
Schwinge der ewigen Liebe.
Hebe den Krug herauf,
Trinke den Schlaf.

Einmal am Ende zu stehen,
Wo Meer in gelblichen Flecken
Leise schwimmt schon herein
Zu der September Bucht.

Oben zu ruhn
Im Hause der dürftigen Blumen,
Über die Felsen hinab
Singt und zittert der Wind.

Doch von der Pappel,
Die ragt im Ewigen Blauen,
Fällt schon ein braunes Blatt,
Ruht auf dem Nacken dir aus.

Domenico Pisana: “Nella trafitta delle Antinomie”. Edizioni Helicon, 2020. Quattro poesie e una intervista

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Domenico Pisana: “Nella trafitta delle Antinomie”

Edizioni Helicon, 2020

Prefazione di Dario Stazzone

Quattro poesie e una intervista

 

Dalla prefazione di Dario Stazzone

 

«Come ogni atto poietico e poetico anche Nella trafitta delle antinomie è testimonianza di fede nella parola, sostenuta dalla fede dell’autore. Ma la nostra contemporaneità è segnata da una parola sempre più retorica, cinica e interessata, una parola che perde capacità di significazione e possibilità di raggiungere l’altro. Per questo i versi della prima sezione, Tettonica della contraddizione, ci consegnano una continua e inquieta meditazione, il sogno di una rinnovata onomathesia, la necessità di un rinnovato ascolto della Parola. (…) Ma il caos babelico ha ormai preso il sopravvento, ha determinato la confusione delle favelle, la frattura tra res e verba (…)

La cifra civile della poesia di Pisana è evidente in Passaggio in Italia, dove «silenzio e sdegno di un popolo diviso mi fa eco», in Passaggio in Europa, dov’è incastonato un forte interrogativo: «Ma che vale l’irenismo se ora / cade la memoria, se tutto scivola nell’imbuto / della dissolvenza a materia del golpe, la verità rimane». Questi versi possono essere ricondotti alla tradizione poetica dell’indignatio, vigorosa in seno alla letteratura italiana fin dalle sue origini, da Dante al Petrarca della canzone All’Italia, da Machiavelli che nella conclusione del Principe cita i versi della canzone petrarchesca nell’ambito di una più ampia e veemente adlocutio agli italiani ad una pletora di secentisti, dal Leopardi delle canzoni del 1818 al tentativo foscoliano di fondazione di una laica religio.

La raccolta di versi di Pisana riserva una sorpresa, un’Appendix che raccoglie una successione di ritratti in versi di poeti ed artisti, un’isola in cui si respira un’aria pura che sembra concepita in contrappunto all’aspra realtà rappresentata. Ma una citazione tratta da Ovidio, esergo a questa più breve sezione, ci ammonisce contro la perdita di memoria e le umane ingenerosità: «Finché sarai illeso, potrai contare numerosi amici, ma se il tempo si abbuia, allora sarai solo».

Intersecando la sua voce con quella di altri poeti, evocando le immagini di un grande pittore, Pisana ci riconduce a ciò che è realmente umano, all’irrinunciabile valore tetico della parola e dell’immagine, contro l’odierno universo di barbarie.»

 

Le lingue incespicano

 

Quanta umanità smarrita hai già narrato,

anima mia, voce solitaria nel deserto:

dalla notte rifluisci all’aurora,

dall’aurora torni ad abbracciare la notte,

per via ti tracima la lucerna.

Senza amore, senza forza

di speranza – ma vedi come il sogno

lentamente si dilegua nel tramonto –

a volte ti innalzi illuminata

dalla fede, a volti ripiombi nell’abisso.

Parli la Lingua dell’Eden che ti fu data;

esisti, come sia lo chiedo ancora

al cielo, a questo tempo in cui

le lingue incespicano

su simboli sbagliati

aumentando l’infelicità del mondo,

a questa ora in cui più forte

ogni popolo – forse – dà nomi errati alle cose

implorando la sera della tirannia

che le stelle fuggono e rischiarano.

 

 

Pensando di cambiare

 

Se non cambia il cambiabile

l’incambiabile è il nostro futuro,

disegno di parole versate sul letto del fiume,

raccolte da canoe in cerca di successo.

Viviamo di pensieri che non sono Parola,

si contano sillabe, suoni e insulti

si plagiano bellezze, costruiscono gabbie

si appicca il fuoco, si colorano le nuvole,

diventano amore, odio, inferno e paradiso.

Bruciamo parole per reggere tesi, costruire

castelli con muri di cinta, frugare

nell’anima di uomini soli, si erigono sepolcri

e accendono fiaccole, sono lame e carezze,

miele e fiele, rose e spine.

Mi turbano opere di cuori perversi, sagome

di follia in valigie di morte, virus

d’invidia custoditi nel petto, maschere

di tenebre travestite di angeli, alchimie

d’arcobaleni per assalti di pioggia.

E chi non vede e non sente apre la strada

al silenzio che odora di veleni,

di sangue e di paludi, distrugge la speranza

che l’acqua prevalga sui roghi del male.

Pensando di cambiare, abbiamo

dimenticato di cambiare

noi stessi.

 

 

Nel fossato di parole

 

Leggera piuma ormai sono le pagine,

da tutti osservato

con esse io sto nella mia anima,

mi sento granello di sabbia;

al di là dell’ombra e della nuvola rossa

si nasconde il pensiero

si sbriciolano le certezze

ed il muto dolore

per cui paventasti con assenza d’amore

questo sangue della notte

e la sua tenebra travestita di luce.

Del mio pianto sfavillano gli specchi

ed i frutti di casa mia,

le forbici son per prime

sul crinale madido di lingue,

tutta la trasparenza dell’acqua è nella fogna

tutto l’amore della croce nel ghiaccio

e fanno rime con le forbici.

Di città in città si piangono i feriti

nel fossato di parole

e il sole di giustizia sbiadisce

su un’altra pagina di morte.

 

 

Ad Andrea Zanzotto

(Dietro le quinte)

 

Esili ormai sono le parole,

da molti isolato

con esse io convivo nella mia terra,

mi sento un ramo d’ulivo;

oltre il muro e la collina colorata di luci

si riaccendono i sogni

si sveglia la notte

e la pallida speranza

per cui vale resistere

a pantomime di latente potere

recitate nei palazzi che sanno d’antico.

Del mio canto suonano i pensieri

e le ore attendono l’uomo unto di magie,

le città sono vuote di fiducia

con lo sguardo al cielo madido di veleni,

tutta l’aria cristallina è nel pozzo

tutto il fumo nelle apparenze

e fanno squame sugli occhi.

Di giorno e di notte si battono le mani

nella morbida distruzione

e il rosso del tramonto si curva

su un’altra pagina di luna.

 

 

Intervista

 

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

La domanda apre nella memoria momenti legati alla mia adolescenza. È fra i banchi di scuola dello storico Liceo Classico “T. Campailla” di Modica che ho cominciato a scrivere versi. L’input, in quel periodo (eravamo tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70), mi venne dal mio docente di Lettere, morto il 7 gennaio scorso a 90 anni, che era un fine poeta, un saggista e critico letterario.  Le sue lezioni, la lettura dei versi di autori della letteratura italiana e latina, che egli  faceva con grande pathos interiore, suscitavano in me un fascino ed una attrazione forte. È sin dalla mia vita scolastica, insomma, che è nato l’amore per la poesia.                        

2. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Ogni epoca storica ha avuto i suoi poeti. Dai tempi delle mitologie, delle antiche letterature orientali, dalle Teogonie di Esiodo e dai lirici greci ai poemi omerici, per passare a Dante, Petrarca e fino al XX secolo, la poesia ha avuto le sue figure e i suoi personaggi di grande rilievo, che hanno lasciato un segno nella storia della letteratura. Riconosco che questo patrimonio poetico che abbiamo alle spalle continua, in un modo o in un altro, ad avere proiezioni ed influenze sulla  dimensione del mio poetare, ma  con l’obiettivo di ripensarlo rispetto alla condizione esistenziale dell’uomo di oggi. Carducci, Pascoli, Montale, Quasimodo, Ungaretti, Rebora, Zanzotto, Saba sono alcuni dei miei riferimenti letterari italiani, mentre per gli stranieri sono miei riferimenti i poeti francesi Baudelaire, Verlaine, Mallarmé e Rimbaud, ed ancora i poeti Lorca, Neruda, Tagore e Gibran.

Dentro questa geografia di riferimento ritengo che la poesia debba essere ripensata in “senso intuizionista”, cioè nella direzione dell’ “intuire”, cioè dell’ entrare dentro questo nostro tempo per fare venire alla luce il “perché” questa nostra società post moderna sta andando sempre più alla deriva. Dentro alla rilevante fioritura poetica contemporanea, ritengo sia necessario trovare “convergenze di poetica” che siano frutto di una “intuizione della storia”, in grado di trasformarsi in arte e comunicazione poetica. Credo in una poesia con un’idea di poetica. Fare poesia non è certo un mestiere, ma non può essere neanche un gioco; se il poetare diventa il pastiche-passatempo di anime belle, cioè lo sfogo di emozioni che coinvolgono il sentimento, la denuncia o il lamento di cose che non vanno, con versi che in tutto o in parte rielaborano brani tratti da opere preesistenti, per lo più con intento imitativo, credo sia difficile per la poesia contemporanea lasciare un segno negli anni a venire.

3. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

I luoghi in cui sono nato e vivo entrano molto nella mia opera poetica. Questi, infatti, non sono  per me pure e semplici ambientazioni, sfondi coreografici, contenitori retorici che distolgono l’attenzione del lettore dai contenuti, ma  conglomerati di senso e di significato che la poesia, in particolare, avoca a sé ogni qual volta percorre la strada di una seria riflessione sull’esistente e sul fenomenico. Ecco, dunque, l’importanza dei  luoghi iblei nella mia poesia, tant’è che ho anche pubblicato a riguardo, una silloge bilingue (italiano–inglese) Odi alle dodici terre, Armando Siciliano editore, 2016, dove la mia scelta di cantare in versi i luoghi della terra iblea non si configura come  un mettere in fila sfondi di paesaggi e “contenitori retorici” né rappresenta una opportunità letteraria quant’anche interessante, ma piuttosto un modo di recuperare, descrivere, esaltare e dare significato ad una terra plurale, composita (“signorile e rusticana”, direbbe Bufalino), con città, campagne, mare, coste dalle peculiarità individuali ben definite; i luoghi da me individuati e cantati nelle Odi ricompongono allora, attraverso la mia sensibilità e il mio sentire poetico, i tratti distintivi, fondativi, identitari di una terra, di una civiltà:  ad ogni città iblea dedico odi poetiche, facendone risaltare valori, bellezze, paesaggi, architettura e tradizioni aprendo nel lettore una sorta di dialettica poetica tra storia e memoria.

 

4. Ci parli della tua pubblicazione?

La mia ultima pubblicazione, Nella trafitta delle antinomie, è dell’agosto 2020, ed esiste sia in versione italiana, pubblicata da Helicon di Arezzo,  sia in versione rumena, În străpungerea antinomiilor, pubblicata dalla casa editrice Editura Școala Ardeleană; è stata recentemente insignita dal Centro Lunigianese di Studi Danteschi del “Premio speciale della Critica” nel quadro della XIII Edizione del Premio Internazionale di Poesia per la pace universale “Frate Ilaro del Corvo”. I versi di  questa raccolta – come fa rilevare molto bene anche il prefatore Dario Stazzone dell’Università di Catania nonché Presidente della Dante di Catania – si riconducono alla tradizione poetica dell’indignatio, vigorosa in seno alla letteratura italiana fin dalle sue origini, da Dante al Petrarca della canzone All’Italia, da Machiavelli che nella conclusione del Principe cita i versi della canzone petrarchesca nell’ambito di una più ampia e veemente adlocutio agli italiani ad una pletora di secentisti.

 

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Certamente io non l’ho partorita con una finalità specifica, ma con la consapevolezza  che  scrivere versi è sempre un modo per essere di più legato al mondo; potrà o meno piacere, ma sono convinto che  il poetare non deve staccarsi dalla vita nelle sue articolazioni storiche, politiche, sociali, filosofiche, religiose, di idealità, passioni, difficoltà e speranze; del resto sono convinto che la coltivazione della poesia come valore a sé stante o come insieme di dilettazioni poetiche disancorate dalla vita e dal suo sitz im leben resterebbero solo flatus vocis destinato a dissolversi.

Dunque credo, sulla scia della Tradizione letteraria internazionale, che questa mia ultima opera presenti contenuti, linguaggi e forme che non ignorano i “segni dei tempi”, e che tengono conto del contesto e dell’uomo contemporaneo al quale la mia parola poetica spero possa arrivare.

6. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Questa mia opera nasce – come bene ha anche fatto rilevare in una sua nota di analisi il critico letterario Federico Guastella – dalla contestazione delle degenerazioni socio-politiche, e col bisogno di fare continuamente i conti col disagio; ragion per cui si sviluppa nell’impegno costruttivo del “dover esserci” come soggetti di continua prassi. Si tratta di poesia civile, dunque, entro l’ampio respiro del “fare anima”, nel senso che vi si trovano delicate, intime suggestioni in un’atmosfera di umana universalità; di una poesia che, dettata dalla necessità di scendere nelle profondità dell’uomo e della società, si radica in vigorosi moduli etico-linguistici, dove la parola è vissuta come innamoramento per farsi dirompente nella ricerca del vero quale misura di vita.

7.Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Neruda coglieva un aspetto essenziale e fondamentale nella vita di un poeta, e cioè quello dell’ispirazione, della folgorazione – oserei dire-; come San Paolo sulla via di Damasco, il poeta vive un momento in cui cade dal cavallo grigio della quotidianità e intuisce qualcosa dentro che lo porta a scrivere, a ritirarsi, a dare alla parola la sua forza espressiva per interpretare un sentimento che è suo, ma che diventa collettivo, di tutti e che si fa epifania di una essenza metafisica universale.

Personalmente ho scritto questa raccolta progressivamente e quando mi sono sentito ispirato; io credo molto nell’ispirazione e sento la poesia come una dilatazione dell’anima che partorisce una parola che si fa linguaggio; il verbo dilatare è allusivo: potremmo cogliere una analogia tra la dilatazione dell’utero della madre proprio nel momento in cui dà alla luce un figlio e la dilatazione del sé del poeta che partorisce un testo poetico. C’è in entrambi i casi la sofferenza di un parto: fisico quella della madre, metafisico quello del poeta. Ecco, è l’ispirazione poetica, anzitutto, a svolgere nel mio poetare  un ruolo importante; l’ispirazione, certo, non è da intendersi come una speciale rivelazione né come uno scrivere di getto quasi sotto dettatura, ma è l’intervento del pensiero pensante, del sentimento, di uno stato d’animo, che si fanno presenti in modo straordinario al poeta , la cui intelligenza, è resa capace di concepire idee, immagini, figure, simboli e di formulare contenuti, particolarmente rilevanti all’interno di una struttura metrica e di un codice lessicale, per l’identità di una comunità civile. Nell’ispirazione poetica di questa mia raccolta, dunque, hanno interagito contemporaneamente tre ordini di facoltà: la concezione dei contenuti, che in questa opera sono sociali, politici, satirici, esistenziali, di respiro collettivo; la volontà di esprimerli in una data forma stilistica e l’atto concreto dell’espressione di questi contenuti.

8.La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?

Il titolo dato a un qualsiasi libro ha una funzione di sintesi in cui è racchiuso il senso dell’architettura espositiva. In questa mia ultima raccolta due sono i lessemi che la specificano e guidano: “trafiggere” e “antinomia”.                                                      Il termine “antinomia” da un punto di vista filosofico evidenzia un contrasto fra due concetti opposti che per Kant non è risolvibile con l’uso della ragione: tra tesi e antitesi c’è una contraddittorietà che le pone sullo stesso piano di validità. Da qui l’impossibilità di operare una scelta a favore dell’una o dell’altra. A me è stato più congeniale pensare all’albero edenico della conoscenza, nonché alla condizione dell’uomo che nella concretezza del momento storico vive sulla propria pelle le irrazionalità del sociale.  I miei versi lunghi nascono difatti da questa realtà resa nella prima parte dell’opera: è la lirica d’apertura, Le lingue incespicano, ad evidenziare il motivo tematico fondamentale, quello di un cosmo regolato dalla complementarietà di coppie contrarie (notte/giorno; sogno/tramonto; fede/abisso; vero/falso). Il “trafiggere” esprime invece  la brutalità, la violenza, la crudeltà che di prepotenza entrano nei rapporti tra gli uomini, deformando volti e situazioni.

La copertina della silloge reca il dipinto di René Magritte L’uomo allo specchio, ora al museo Boymans di Rotterdam. In piedi di fronte ad uno specchio, osserviamo un uomo di spalle che è vestito elegantemente. Indossa un abito scuro e ha i capelli accuratamente tagliati. Un ritratto dai dettagli ben definiti: dalla cornice dorata alla mensola in marmo di un caminetto. Eppure il suo volto è invisibile: nell’immagine riflessa, l’uomo è ancora visto di spalle. A vedersi nettamente è invece il libro sulla mensola: Le avventure di Gordon Pym di Edgar Allan Poe, probabilmente amato dal committente. La sua essenza resta nascosta, negandosi allo sguardo. Anonimo dunque il personaggio e inquietante come il volto indistinto del “Potere”, che secondo me ha fatto perdere il linguaggio del mondo sempre più posseduto dal buio, dove tutto appare doppio nella illeggibilità di una realtà abitata dal disordine e dalla asimmetria.

  

9. Come hai trovato un editore?

In realtà non ho cercato un editore,  in quanto  a seguito della mia classificazione al I posto al  Premio Internazionale di Arte Letteraria “Il Canto di Dafne” con un saggio letterario inedito dal titolo Quasimodo, Rebora e Garcia Lorca: Poetas que tienen el fuego entre sus manos: percorsi di umanesimo, spiritualità e poesia sociale, ho vinto, come previsto dal bando, un contratto editoriale per la pubblicazione gratuita di una raccolta di poesie o di una raccolta di racconti o di un romanzo a cura delle Edizioni HELICON di Arezzo, nonché diploma artistico personalizzato e targa. Nella trafitta delle antinomie nasce così. In secondo luogo a proporre la pubblicazione in Romania lo scorso novembre e ad occuparsi della traduzione è stato Stefan Damian, poeta, scrittore, saggista, filologo e direttore della cattedra di lingue e letterature romanze, Facoltà di lettere dell’Università Babeș-Bolyai,  che ha tradotto numerosi libri di narrativa, poesia, saggistica, storia dall’italiano al rumeno e dal rumeno all’italiano.

 

10. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Poggiando il libro su temi di poesia sociale, ed avendo esso una prospettiva cognitiva, filosofica, antropologica, etica ed estetica , credo abbia un ampio spazio di movimento per poter essere letto. Ad ogni buon conto, applico a me stesso le parole che Henry James, scrittore e critico letterario statunitense, noto per i suoi romanzi e i suoi racconti sul tema della coscienza e della moralità, rivolgeva a se stesso: «Meglio essere attaccato che passare inosservato. Perché la peggiore cosa che si possa fare a uno scrittore è non parlare delle sue opere».

 

11. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

L’opera si trova ora nel portfolio editoriale della casa editrice rumena Editura Şcoala Ardeleană, che comprende importanti titoli di letteratura transilvana, ma anche saggi, teologia, arti visive, psicoanalisi, spiritualità, storia letteraria, filosofia, studi culturali, teatro, nonché articoli accademici, tesi di dottorato e altri articoli scientifici e universitari e traduzioni di autori della letteratura straniera (inglese, spagnolo, italiano, portoghese, ceco, serbo, ungherese, ebraico, giapponese e russo). In  Italia le Edizioni Helicon hanno patrocinato una campagna di promozione, tant’è che la versione italiana del libro si trova in diverse distribuzioni on line: www.mondadoristore.it, www.ibs.it , www.bookdealer.it , www.libraccio.it

 

12. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Paradigmatica è per me, in questa pubblicazione, la poesia Suolo e sottosuolo, ove spicca evidente l’antinomia:

 

“Quando mi adagio al suolo appare tanta bellezza:

volti smaglianti, bicchieri trasparenti, filari tessuti

di ricami, intarsi costruiti con marmo di Carrara,

eloqui caldi di parole e di “mi piace”: sembra che sia

dappertutto  sole, luna che ispira parole d’amore, 

stella che ti fa sognare mare che t’apre all’infinito.

Il corno suona giustizia e speranza, il lupo e l’agnello

pascolano insieme nei campi madidi di miele,

l’odio e l’amore s’abbracciano alla bisogna.

Quando mi adagio al suolo, ogni voce annuncia

il  paradiso, ogni viso pratica la giustizia,

si indigna, versa lacrime, dice la verità e ama

d’amore sincero e passionale.

 

Quando scendo nel sottosuolo, rimango strabiliato,

i miei occhi s’impaurano, arrossiscono:

trovo animali feroci, persone cambiate,

in rivolta, infelici e dannati.

Raccolgo gramigna, bicchieri sporchi,

filari intemperanti, urla, sguardi abbuiati, noia,

volti soli, senza vita e senza maschera.

 

Quando scendo nel sottosuolo, sento che il corno

suona per sé, mi vedo agnello in mezzo ai lupi, odoro

fiele  e non più miele, mi sperdo nell’olimpo degli dei

ove ognuno adora se stesso in mezzo al sangue di innocenti.

Trovo il vero suolo: anime assetate d’amore, pianto

e lacrime, persone con le spalle curve, sguardi in cerca

di sorrisi, agnelli in attesa del pastore che dà senso.

 

Quando scendo nel sottosuolo, trovo animali smarriti

in cerca di persone, volti che cercano il cielo, la luna,

le stelle,  sottratti alla maschera del giorno.

 

Vorrei rimanere nel sottosuolo senza cambiare identità,

per dire che l’amore è ciò che più conta,

sognare sogni di libertà, cantare il canto della speranza

con le mani verso il cielo, abbracciare la terra

dal legno della croce, costruire il mondo senza guerra

e senza odio, fare delle mie mani una coppa di neve.

 

Spesso non resta che adagiarsi al suolo

inferno vellutato di paradiso, arma di difesa

per non morire:

uno, nessuno, centomila! 

 

 

13. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Non ho particolari aspettative. Continuo a credere in una poesia dinamica, che si evolve restando radicata in un umanesimo che riesce ad innovare, a sperimentare senza perdere il contatto con la tradizione, con la storia, con la società. Personalmente non mi appassiona il purismo lirico disancorato dal reale, dalla conoscenza e dalla filosofia, né il prosaicismo privo di tensione morale. Rispetto a quest’opera, spero che i miei versi – per dirla con Montale – non rimangano “spoglie morte”, ma che trovino accoglienza tra i pochi lettori di poesia.

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Come mai ha scelto come epigrafe del libro la frase di Leonardo Sciascia “Nessuno è al di sopra di ogni sospetto”?

 

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Sì, ho parecchi lavori in corso. Un’altra raccolta dal titolo provvisorio L’esilio della notte. E ancora un testo di critica letterario Donne in poesia: si tratta di una panoramica su alcune significative voci femminili contemporanee della poesia italiana; e infine  un saggio dedicato a poeti contemporanei stranieri.

 

 

Biobibliografia

 

Domenico Pisana è nato a Modica nel 1958. È laureato in Teologia ed ha conseguito il dottorato in Teologia Morale presso l’Accademia Alfonsiana dell’Università Lateranense di Roma. Pisana ha pubblicato con editori di caratura nazionale ed europea, come la San Paolo, la SEI, la Albalibri di Livorno, le Edizioni del Rinnovamento di Roma, la Inumea di Bucarest, la San Pablo di Bogotà, la casa editrice polacca 4 KP di Varsavia, ma anche con medie e piccole case editrici. Ha pubblicato: 9 volumi di poesie, 8 libri di critica letteraria, 11 testi di carattere teologico ed etico, 3 volumi di carattere storico-politico. In quasi un trentennio di fiorente attività letteraria, si sono occupati di Domenico Pisana la rivista di Letteratura greca Pancosmia Sunergasìa, l’Antologia poetica Romanta in italiano, inglese, francese e tedesco, gli autori Irena Burchacka e Anna Sojka che hanno tradotto in polacco l’opera teologica di Pisana Sulla tua parola getterò le reti, tradotta anche integralmente in versione spagnola da Augusto Aimar; ed ancora si sono occupati di Pisana il poeta e critico letterario rumeno Geo Vasile, che ha tradotto il suo saggio Quel Nobel venuto dal Sud. Salvatore Quasimodo tra gloria ed oblio  e la poetessa Floriana Ferro che ha tradotto in inglese il suo recente volume Odi alle dodici terre. Il vento, a corde, dagli Iblei.

Di Domenico Pisana si sono anche occupati “Il Giornale Italiano de Espana” di Madrid,  il Giornale on line “L’ItaloEuropeo Independent” di Londra, la rivista francese “La Voce” di Parigi, la rivista letteraria internazionale Galaktika Poetike “ATUNIS”,  il quotidiano on line dell’Arabia Saudita “Sobranews.com”.

Recentemente Pisana è stato anche tradotto in rumeno da Stefan Damian, poeta e scrittore e docente di letteratura italiana presso il Dipartimento di Lingue Romanze dell’Università di Bucarest, sulla rivista romena “TRIBUNA”; è stato tradotto dal poeta e docente universitario albanese Arjan Kallco sulla rivista italo-albanese “ALTERNATIVA”,  ed è stato inserito nel volume ATUNIS GALAXY ANTHOLOGY – 2019, a cura di Agron Schele, autore albanese residente in Belgio,  scrittore di romanzi e co-fondatore della rivista internazionale  ATUNIS.

È stato ospite e recentemente  ha ricevuto riconoscimenti in importanti Festival Internazionali: in Bosnia al Festival “La Piuma d’oro”, a Istanbul in Turchia al FeminIstanbul” e il 24 novembre scorso in provincia di Massa Carrara al Festival Internazionale di Arte Letteraria “Il Canto di Dafne”.

Tra i numerosi  premi e riconoscimenti letterari ricevuti, ne ricordiamo alcuni:

– Medaglia d’oro del “Premio alla Modicanità”, conferitogli nel settembre del 2006 dall’Amministrazione Comunale e dalla Pro Loco di Modica;

– Premio “Capitale Iblea della cultura” per l’impegno profuso nella promozione della cultura e dell’espressione poetica proprie degli Iblei”, conferitogli a Comiso il 15 dicembre 2015;

– “Premio Sicilia Federico II” alla cultura per le sue pubblicazioni e attività culturali, conferitogli a il 27 novembre del 2016;

– “Premio Europeo FARFA” per la cultura e il territorio 2017, dall’Associazione Internazionale dei Critici Letterari il 21 gennaio 2017;

– Premio alla cultura “Magister vitae” conferitogli a San Vito Lo Capo (Trapani) il 2 settembre 2017;

– I° Premio internazionale “Dal Tirreno allo Jonio” conferitogli il 20 dicembre 2010 per la saggistica, nell’ambito delle manifestazioni di chiusura di Matera Capitale Europea della Cultura 2019;

-Premio speciale della critica conferitogli dal Centro Lunigianese di Studi Danteschi alla raccolta poetica Nella Trafitta delle Antinomie.

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando le donne…

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Quest’anno il blog Limina mundi celebra l’otto marzo riportando alcuni significativi accadimenti che riguardano o hanno riguardato le donne e facendo infine riferimento ad alcune figure femminili rappresentative.

(Le scritte in colore bordeaux contengono link da cui sono tratti i frammenti riportati in grassetto o virgolettati)

Quando le donne combattono…

donne della resistenza italiana

Tante furono le donne che combatterono al fianco dei partigiani contro il nazifascismo.”

“Imbracciarono le armi, si misero al fianco degli uomini e in alcuni casi venivano scelte come capi squadra e dirigevano l’intera brigata.

le guerriere curde

Una combattente ha dichiarato: “Dobbiamo controllare l’area da soli senza bisogno di dipendere [dal governo]… Non possono proteggerci dall’ISIS, dobbiamo proteggerci da soli [e] difendere tutti… senza tenere conto della loro razza e della loro religione

le infermiere e il covid

Addio ad Antonietta Patrone, infermiera in prima linea al Cardarelli di Napoli, uccisa dal virus, ennesima vittima di una lista che si allunga inesorabilmente

Quando le donne muoiono…

femminicidio osservatorio

Clara Ceccarelli uccisa il 19 febbraio del 2021 dal suo ex compagno con 110 coltellate, si era già pagata il funerale pochi giorni prima. E’ la nona vittima di femminicidio dall’inizio dell’anno 2021.

lapidazione

Somalia: la lapidazione viene effettuata nei territori controllati dalle forze delle corti islamiche. Nell’ottobre 2008 una ragazza tredicenne viene lapidata nello stadio di Chisimaio di fronte a 1000 persone, dopo aver suppostamente confessato e richiesto la pena ad una corte islamica. Pare che la ragazza fosse invece stata arrestata dopo aver denunciato uno stupro, e quindi consegnata alla corte.

ragazze fantasma o le ragazze del radio

Le ragazze del radio (in inglese: Radium Girls) furono un gruppo di operaie che subirono un grave avvelenamento da radiazioni di radio, contenuto nella vernice radioluminescente utilizzata come pittura per quadranti nella fabbrica di orologi della United States Radium Corporation nella cittadina di Orange, nel New Jersey (Stati Uniti), intorno al 1917…

l’incendio dell’8 marzo non è avvenuto l’8 marzo

Era il 25 marzo del 1911 e cinquecento ragazze e donne giovani (tra i 15 e i 25 anni), più un centinaio di uomini, stavano lavorando in un palazzone di Washington Place a New York. La fabbrica di camicie si chiamava “Triangle Waist Company” e occupava gli ultimi tre piani dell’edificio.

«La folla da sotto urlava: “Non saltare!”», scrisse il New York Times. «Ma le alternative erano solo due: saltare o morire bruciati. E hanno cominciato a cadere i corpi». Tanti che «i pompieri non potevano avvicinarsi con i mezzi perché nella strada c’erano mucchi di cadaveri». «Qualcuno pensò di tendere delle reti per raccogliere i corpi che cadevano dall’alto», scrisse il Daily, «ma queste furono subito strappate dalla violenza di questa macabra grandinata. In pochi istanti sul pavimento caddero in piramide orrenda, cadaveri di trenta o quaranta impiegate alla confezione delle bleuses». «A una finestra del nono piano vedemmo apparire un uomo e una donna. Ella baciò l’uomo che poi la lanciò nel vuoto e la seguì immediatamente». «Due bambine, due sorelle, precipitarono prese per la mano; vennero separate durante il volo ma raggiunsero il pavimento nello stesso istante, entrambe morte».

Quando le donne soffrono…

mutilazioni genitali femminili

Danneggiano in modo permanente i corpi delle ragazze, infliggendo dolore lancinante, traumi emotivi, complicazioni potenzialmente mortali durante la gravidanza, il lavoro e il parto. Sono le Mutilazioni Genitali Femminili.

violenza

stupro o violenza sessuale

Apollo e Dafne, Bernini

La violenza sessuale è un delitto commesso da chi usa in modo illecito la propria forza, la propria autorità o un mezzo di sopraffazione costringendo con atti, prevaricazione o minaccia (esplicita o implicita) a compiere o a subire atti sessuali contro la propria volontà. 

condizione della donna nei paesi arabi

Negli Stati più tradizionalisti e in quelli che mirano alla reintroduzione a pieno titolo della sharīa, dove le norme del Corano sono interpretate e applicate in maniera più rigida e rigorosa, le donne non vivono una situazione egualitaria in termini di libertà, e sono considerate a un livello inferiore rispetto all’uomo.

divario retributivo

In tutti i paesi del mondo e nella maggior parte dei settori lavorativi, le donne sono ancora pagate meno degli uomini. Questo divario retributivo continua a rappresentare una delle ingiustizie sociali più diffuse a livello globale.

manicomio

A finire in manicomio infatti erano quelle donne che non si adeguavano alla morale del tempo, spesso vittime di un trauma o di un abuso sessuale. Loquace, euforica, lasciva, smorfiosa, impertinente, piacente… questi erano gli aggettivi atti a descrivere la sintomatologia delle donne che venivano rinchiuse nei manicomi.

Quando le donne lottano…

il diritto di voto

Il diritto di voto alle donne fu introdotto nella legislazione internazionale nel 1948 quando le Nazioni Unite adottarono la Dichiarazione universale dei diritti umani. 

Rosa Parks

Fu figura-simbolo del movimento per i diritti civili, divenuta famosa per aver rifiutato nel 1955 di cedere il posto su un autobus a un bianco, dando così origine al boicottaggio dei bus a Montgomery. Nove mesi prima anche Claudette Colvin fu protagonista di un episodio analogo, che non ebbe uguale risonanza mediatica.

Franca Viola

E’ la prima donna italiana a rifiutare il matrimonio riparatore. Diviene simbolo della crescita civile dell’Italia nel secondo dopoguerra e dell’emancipazione delle donne italiane.

Quando le donne fioriscono…

Ipazia, matematica, astronoma e filosofa 

Ipazia fu barbaramente uccisa e smembrata

Artemisia Gentileschi, pittrice

Artemisia fu vittima di stupro

Camille Claudel, scultrice

Camille fu rinchiusa in manicomio fino alla morte

Marie Curie, chimica, fisica e matematica

Marie dovette trasferirsi a Parigi perché in Polonia la donna non era ammessa a studi superiori

Emily Dickinson, poetessa

Emily visse volontariamente da reclusa per gran parte della sua vita

L’intervista a Grazia Procino: “E sia”

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Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni. La redazione ringrazia GRAZIA PROCINO per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: “E sia”, Giuliano Ladolfi Editore, 2019.

 

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

È nato parallelamente all’intensa attrazione verso i libri e la lettura; fin da bambina mi sentivo protetta e coccolata dalle parole di un libro, entravo a far parte di un mondo parallelo che mi soddisfaceva completamente. Con il tempo il desiderio di esprimermi attraverso la scrittura si è espanso fino ad annullare la barriera della timidezza.

 

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Sono molti, tra gli scrittori Saramago ( il primo in assoluto);  tra i poeti  Montale, Kavafis, Ritsos, i poeti meridionali Bufalino, Gatto, Bodini, Prete e il poeta caraibico Derek Walcott. Sono solo i più amati e i più letti, poi seguono altri.

 

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

La mia scrittura nasce dal sangue e dalla carne, dai dolori e dalle gioie, dai tradimenti e dalle disillusioni, insomma dalla vita; ma è lo studio, l’impegno e la cura verso la parola che illumina e cerca un senso al magma originato dalle passioni del vivere. Il rapporto che ho con la mia terra, il Sud e la Puglia, è viscerale, materno, ma nello stesso tempo lucido, paterno. Fin dalla prima silloge, “Soffi di nuvole” (Scatole parlanti), la mia terra ha uno spazio privilegiato e lo è ancor più nell’ultima raccolta, che è stata pubblicata a febbraio 2021 “Di albe e di occasi” (Macabor editore), dove non solo le luci abbacinanti del Meridione donano speranze e gioie, ma anche le ombre della nostra sventurata terra forniscono stimoli di riflessioni civili e sociali. Cito un mio testo fra tutti, emblematico per la denuncia che provoca, mi riferisco a “Raccoglitrice di pomodori in una campagna pugliese”.

 

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

La silloge “E sia” è un’esplorazione al presente del passato, da cui proveniamo, quello mitico della Grecia antica. Ho voluto ripercorrere la traiettoria culturale della tragedia classica, per questo il libro ha la struttura della tragedia greca: si apre con il prologo, si snoda in stasimi e monodie e si conclude con un epilogo. I testi sono percorsi da un’interna musicalità, quella tipica del dionisiaco tragico; mi piace pensare che per questo, otto mie poesie della raccolta sono diventate canzoni nel CD del gruppo rock “CFF e il Nomade Venerabile”, che per Paolo Benvegnù rappresentano uno dei gruppi migliori presenti nel panorama italiano.

 

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Sarebbe da parte mia schietta arroganza pensare che la raccolta sia necessaria o fondamentale; forse sarà stata utile per le conseguenze che ha generato, l’occasione bellissima di partorire un progetto musicale, di cui sono felice ed entusiasta.

 

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

La genesi dell’opera è rintracciabile nei racconti dedicati ai poeti Esiodo e Ibico, contenuti nella raccolta “Storie di donne e di uomini” ( Quaderni edizioni). Da lì è partita l’idea di narrare poeticamente nell’oggi lo ieri che ci ha plasmati, e ho assecondato l’onda di intenti, costruendo un percorso e dei movimenti entro personaggi e stati d’animo eterni e profondamente attuali. Quello che si legge in “ E sia” non è il passato museale, atrofizzato, ma è la classicità che dialoga ancora con l’uomo contemporaneo.

 

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

È stato un progetto a cui mi sono dedicata per due anni, con un impegno quotidiano fatto di ritorni frequenti sulle parole già scritte, di interruzioni dalle attività consuete per rimodellare versi già elaborati. Credo nella fatica di una costruzione che si realizza giorno dopo giorno, non nel riversamento delle parole in un solo giorno.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

È stato l’editore Giulio Ladolfi a propormi la copertina di una sobria eleganza che io ho accolto con favore.

 

  1. Come hai trovato un editore?

Non è stato facile. Un libro di poesie che riannoda il presente con il passato classico non risulta appetibile per editori tesi a impacchettare prodotti per un mercato di consumo effimero. Quando l’ho proposto a Giulio Ladolfi e mi ha contattato telefonicamente, ho capito di avere trovato la persona giusta e competente, capace di intendere la cura che c’è dietro alla raccolta.

 

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

È un pubblico di due tipologie: uno attrezzato di conoscenza del patrimonio culturale classico e un altro che, pur sprovvisto, è interessato a gustare gli echi di quel patrimonio all’interno della nostra contemporanea complessità.

 

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Ho presentato il libro “in presenza” e sono stata molto soddisfatta del riscontro favorevole del pubblico presente; non ho voluto espormi in presentazione on line, almeno finora, per imbarazzo e soggezione rispetto a un mezzo freddo, di cui ignoro le possibilità.

 

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Sono diverse le poesie di cui mi reputo soddisfatta. Ne riporto quella che conclude il libro e che è risultata profetica, avendo mostrato la prospettiva del futuro, pur essendo stata composta nel 2019:

 

“ Epilogo

Finiremo, finiremo

di stancarci per questi giorni magri,

smunti, per queste ore

che indeboliscono gli ardori,

per questi individui – spettri, che mai

risorgono alla sveglia dell’impegno,

pigri – ahi, ma quanto pigri! – e

guardano sempre dove Circe

sedusse i loro stupidi compagni e

si indignano senza conoscere il perché.

Ameremo senza stancarci

in stanze grandi a contenere cieli

neri come la pece

per confondere il mio dal tuo

ed essere nostro.

Torneremo a godere di vita.”

 

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

“E sia” mi ha reso felice sia per i risultati conquistati in diversi concorsi sia per il corollario del progetto musicale, che sarà pubblicato a marzo prossimo. Quello che posso augurarmi è che il mio nuovo libro “Di albe e di occasi” raggiunga lo stesso gradimento e conquisti altri traguardi, di cui compiacermi.

 

  1. Una domanda che faresti a te stessa su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Mi hanno posto molti e diversi quesiti sul libro, incuriositi dalla sua originalità; pertanto, in questo ambito curiosità e interesse sono esauriti.

 

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

A febbraio è stata pubblicata la raccolta “Di albe e di occasi” , che è  un viaggio a ritroso nel tempo individuale e collettivo e, da ultimo, nel tempo sospeso della pandemia. Ho scandagliato la mia geografia degli affetti anche, e soprattutto, dei luoghi dell’anima. Mentre si assiste al tramonto della civiltà, declinata nei suoi valori fondanti (l’educazione dei gesti e delle parole che fa luogo alla miopia indocile di individui-monadi), mi sono posta come obiettivo una nuova Itaca, un’alba di ripensamenti e di diversi orizzonti. Una ripartenza dalla fine.

 

Grazia Procino

 

NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

Grazia Procino, docente di Lettere presso il Liceo Classico di Gioia del Colle,  ha pubblicato haiku in due raccolte collettive edite da Fusibilia, la raccolta poetica “Soffi di nuvole”( Scatole parlanti, 2017)- Finalista Premio Nabokov e Premio Speciale al Premio nazionale “Poetika” a Verbania- e i racconti “Storie di donne e di uomini”( Quaderni edizioni, 2019).

 “E sia” ( Giuliano Ladolfi Editore) è stata la sua seconda silloge poetica: medaglia d’onore al Premio Don Luigi di Diegro 2020,  finalista al Premio “Città di Acqui Terme” e attestato di merito al premio “Lorenzo Montano”. Una sua poesia è stata selezionata per l’IPoet di gennaio 2019 dalla casa editrice Lietocolle; sue poesie sono apparse su riviste specializzate come Poesia Ultracontemporanea, Poesia del nostro tempo, Poetarum silva e Poeti Oggi. Una sua intervista è stata pubblicata su L’Estroverso a cura di Grazia Calanna. Il poeta Maurizio Cucchi su La Repubblica di Milano e il poeta Vittorino Curci su La Repubblica di Bari hanno selezionato delle sue poesie per la rubrica “La bottega della poesia”.  E’ tra i 12 poeti selezionati nell’antologia “Officina iPoet 2019” della casa editrice Lietocolle (Libriccini da collezione).

A febbraio 2021 è venuta alla luce la terza silloge poetica “Di albe e di occasi” (Macabor). Il poeta Antonio Nazzaro ha tradotto in spagnolo e pubblicato sul sito Centro cultural Tina Modotti  una sua poesia “Distanze incolmabili”, tratta dalla prima raccolta. Hanno rivolto la loro attenzione, realizzando note di lettura e recensioni alla raccolta “E sia” il poeta Leopoldo Attolico, il critico Giuseppe Giglio, Paola Casulli sul blog “Incanto errante”, il poeta Fabio Prestifilippo, il poeta Gianluca Conte, Federico Migliorati sul Gazzettino Nuovo nella rubrica “Spaziolibri”, Alessandra Farinola su “Mangialibri”, Felicia Buonomo su “Carteggi letterari”, Rita Bompadre su “L’altrove appunti di poesia”, il poeta Mario Famularo e il poeta Federico Preziosi su Exlibris 20, Graziella Atzori su Sololibri.net

Anime e animali

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Camilla amava i gatti. Ne ammirava il corpo proporzionato e flessuoso, la piccola testa triangolare, gli occhi gialli, verdi, azzurri, tutte le fessure oblunghe delle pupille piantate nel buio a scrutare la notte. Bello il loro pelo variopinto, la sua lucentezza briosa, dalle tonalità del bianco, al rosso, al nero, declinato in tutte le molteplici sfumature del marrone, gli ineffabili grigi. Affascinanti i balzi eleganti dei gatti in barba a tutte le leggi della fisica, la disinvolta indifferenza del loro  incedere nel mondo e di contro i picchi di curiosità sfacciata e intrigante. Lo strusciarsi ruffiano contro le gambe, le fusa, le onde positive di vibrazioni che queste  diffondono, il magnetismo animale della presenza, il sicuro piglio del passo sui cornicioni a chilometri dal suolo, la capacità di giocare con un filo di lana, una pagliuzza d’erba, una foglia secca.

Avere davanti agli occhi un piccolo felino, con i pregi di quelli selvaggi e senza i problemi che quelli darebbero, era per Camilla un incomparabile regalo della natura. Guardare giocare due micetti la riconciliava col mondo, come ammirare un albero nel suo rigoglio, un fiore nel suo splendore. Era una sorta di danza, una fusione di tenerezza e bellezza, dove la morbidezza del pelo e i corpicini dai movimenti incerti e goffi si mescolavano nel gioco all’esercizio per la lotta necessaria alla vita futura.

Camilla ne aveva avuti tanti gatti nel suo giardino. Fino ad una ricca colonia di sedici animaletti, molti anni prima. Ancora adesso ne aveva intorno.  Da quando suo marito Oscar aveva montato una tettoia di policarbonato sul gazebo del giardino, i gatti del quartiere avevano deciso che quello era un luogo congeniale. La tettoia non era spiovente, ma piana, come Oscar avesse potuto montare una tettoria piana in un gazebo  progettato col tetto spiovente era un miracolo di inventiva.  Come avesse potuto sormontarla da un telo di polietilene era un mistero ancora più profondo. Il telo risultava praticamente inutile, esteticamente orribile, ed era stato strappato dal vento in più punti.

A dispetto di ciò i gatti avevano eletto quel luogo come prediletto.  Il telo di polietilene era diventato un tiragraffi ideale. C’era un gatto bianco latte pezzato a macchie grigie, con una testa quasi tonda e l’aria soddisfatta di chi non teme nemici, che amava schiacciare un pisolino nell’angolo sinistro della tettoria. Un altro tigrato rosso tutto pelo passava ogni mattina,  calpestando con le zampette guantate una passatoia in ferro  nero di appena otto centimetri. Non mancava di farsi vivo uno splendido gatto nero, lucido di pelo e muscoloso, simile a una pantera in miniatura, con magnetici occhi gialli. Compariva in modo spettacolare, ergendosi statuario in tutto il suo splendore. Almeno altri due o tre felini bazzicavano quel posto tra i quali un elegante persiano grigio polvere, probabilmente non randagio. Era diventato un luogo trafficato come il corso principale di un paese. Non potevano mancare le zuffe animate da soffi, zampate e miagolii che si concludevano con l’allontanamento dell’ultimo invasore. A Camilla non erano chiare le dinamiche degli scontri per cui qualche volta restava alla finestra per studiarle. Il gazebo era antistante alla finestra, la tettoia da quel punto di osservazione appariva come un palcoscenico.

Camilla amava i gatti, ma non solo. L’amore per gli animali le era semplicemente connaturato, pensava che fossero parte del creato e dovessero essere rispettati come abitanti della terra, espressione della natura e, se domestici, come amici.

Per questo motivo Camilla, quando era bambinetta di sette o otto anni non capì perché in quella bella pineta in montagna, con la giostra e l’altalena, le panchine e aiuole, un posto ideale per divertirsi e giocare. Non capì dicevo, perché  quel giorno un gruppetto di tre bambini, appena più grandetti, torturò e uccise un passerotto che aveva avuto la sventura di finire tra le loro mani. Dopo esserselo passato l’un l’altro tirandolo come una palla, l’ultimo del gruppo lo lanciò in aria e gli sferrò un calcio mandandolo a sbattere contro un tronco. Neanche il tempo di un grido. Camilla rimase attonita e sconvolta. Questo episodio si stampò indelebilmente nella memoria, finché fu capace di darsi ragione di questa crudeltà.

Divenne grande. Allora capì che  quei ragazzini si dicono balordi, e più in generale che gli uomini si dividono in due categorie i buoni, che operano per il bene e i cattivi, capaci di gesti simili, non soltanto con le bestie, ma anche con i simili. Capì che c’erano mille sfumature tra questi estremi. Di solito chi era crudele con gli animali non era benevolo nemmeno con le persone, solo che su queste avesse un briciolo di potere. Ne concluse che la vera natura di una persona emerge col potere. Decise che avrebbe imparato a riconoscere gli uomini e avrebbe sempre operato perché il potere fosse dato ai buoni. E così fece.  Indicibile impresa.  

IL DOLORE DEL VIVERE ~ Note sulla poesia di Camillo Sbarbaro

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Sbarbaro, estroso fanciullo, piega versicoli

carte e ne trae navicelle che affida alla fanghiglia

mobile di un rigagno…

 

Questo è l’incipit dell’epigramma che Eugenio Montale scrisse per Camillo Sbarbaro in esergo al suo libro Poesia e prosa, curato da Vanni Scheiwiller e prefato dallo stesso Montale, una sestina in cui è racchiusa tutta la potenza simbolica che l’autore assegna alla poetica del ligure: un universo esplorato con l’occhio limpido del fanciullo che gioca “con carta colorata” alla rappresentazione di una vicenda esistenziale intessuta di piccole cose. In Fuochi Fatui lo stesso Sbarbaro parlò di se stesso assimilando i suoi repentini stupori a quelli di un fanciullo “ammesso a far man bassa in un emporio di giocattoli”. Nella sua prosa frammentistica, che non raramente tocca punte di autentica liricità, il poeta ritorna sovente al suo mondo di fanciullo come a un’isola dove solo è possibile spegnere quel disagio nei confronti della vita che è la costante espressione della sua poesia.
L’arte di Sbarbaro ha una genesi indecifrabile, è un nodo di autobiografismo vago, privo di qualsiasi sostegno documentale, nasce e “si fa” voce di un sapere lucido, disincantato, espressione sostanziale di un’esistenza che ha un solo punto fermo, la natura, al cui contatto l’uomo-Sbarbaro approda ad un’autentica emozione. La natura, sola presenza benefica in un mondo che lo lascia indifferente, riscatta la povertà di avvenimenti della sua vita, cura gli stati di nevrosi che a periodi lo colgono, lo riconcilia con una realtà che, pur nel suo fondo di avarizia, può dargli ancora qualcosa: (Benedetto amore. Oggi che ho il piede sulla soglia, pochi passi bastano per raggiungere l’uliveto sul mare, dove per ore, in silenzioso a tu per tu con una muriccia di fascia, passerò di gioia in sorpresa…).
La sua vita è come divisa in due corpi: da una parte la letteratura, dall’altra la scienza, che pratica come lichenologo, e nello stesso tempo unica, quando dall’una e dall’altra si distacca per contemplare con pena irreversibile il sentimento del dolore: (Vedo allora che nulla nella vita/ è buono e nulla è triste, ma che tutto/ è d’accettare nello stesso modo;/ e penso che convenga rassegnarsi/ ché tutto eguaglia la necessità).

Camillo Sbarbaro nasce a Santa Margherita Ligure nel 1888. Il padre Carlo, ingegnere e architetto, è un militare a riposo, la madre è Angiolina Bacigalupo. Ammalatasi di tubercolosi, Angiolina morirà nel 1893 affidando i suoi due figli Camillo e Clelia alle cure della sorella Maria (la Benedetta a cui Sbarbaro dedicherà le poesie di Rimanenze). Dopo un breve soggiorno a Voze, nel 1894 la famiglia si trasferisce a Varazze, dove Camillo frequenta le scuole fino al ginnasio. Nel 1904, incoraggiato dallo scrittore Remigio Zena, inizia la sua attività poetica. Frequenta il liceo a Savona dove ha l’occasione di conoscere il filosofo Adelchi Baratono, fratello del suo futuro amico Pierangelo.
Dopo aver conseguito il diploma Sbarbaro si impiega nella Società Siderurgica di Savona. Nel 1911 la società viene assorbita dall’Ilva di Genova e Sbarbaro è costretto a trasferirsi nel capoluogo ligure. In quello stesso anno, grazie ad una sottoscrizione dei compagni di liceo, viene stampata Resine, la sua prima raccolta di liriche. Successivamente le sue poesie e la sua prosa lirica compaiono sulle maggiori riviste letterarie italiane: La Riviera Ligure, Lacerba, La Voce.
Allo scoppio della prima guerra mondiale decide di abbandonare la mal sopportata vita impiegatizia e si arruola volontario nella Croce Rossa Italiana. Alternandosi tra le trincee e le retrovie scrive le prose più belle dei suoi Trucioli. Nel 1927 comincia ad insegnare all’Istituto genovese Ariecco dei Padri Gesuiti, ma lascia improvvisamente l’incarico per non dover subire la tessera del Fascio che gli era stata imposta. L’anno seguente escono nel volume Liquidazione alcune delle prose scritte negli anni postbellici, che testimoniano il definitivo passaggio da un gusto vociano-frammentista ad una più costruita e complessa prosa d’arte. Nel 1928 Sbarbaro vende a Stoccolma un primo importante erbario di muscinee. Nel 1931 esce la rivista Circoli, fondata da Adriano Grande, che nel primo numero ospita i suoi splendidi Versi a Dina, piccolo canzoniere amoroso. Il rapporto col regime si complica e l’anno successivo la censura esige tagli e soppressioni dalle bozze del suo nuovo libro, Calcomanie, che non vedrà la luce se non nel 1940 in una versione dattiloscritta allestita per gli amici in venti copie. In seguito al bombardamento navale di Genova (9 febbraio 1941) si trasferisce a Spotorno con la zia e la sorella. Vi resterà fino al novembre del 1945, iniziando una feconda attività di traduttore dei classici greci e francesi. Nel 1914 per conto de La voce era stata pubblicata a Firenze la silloge Pianissimo. La raccolta è un monologo dal tono dimesso, quasi soffocato, espresso in endecasillabi. La tematica esistenziale presenta ampi squarci di tormento interiore articolato senza alcuna violenza linguistica, i testi si offrono al lettore come pronuncia scabra ed essenziale di un’angoscia che non trova conforto. Il poeta si vede come sdoppiato, un uomo che cammina portandosi appresso un’anima che “la sirena del mondo” non può incantare; tutto ciò che lo circonda è quello che è, nessuna illusione, ma la rassegnazione a una condizione di vita segnata dall’indifferenza.

L’accostamento alla tematica di ispirazione leopardiana, di cui si è parlato a proposito della poesia sbarbariana, si arena quando più si fa evidente la reale differenza che intercorre fra le pulsioni dei due autori: la poesia di Camillo Sbarbaro condivide con quella del Leopardi il sentimento di sordo dolore nei confronti della vita, ma se ne distanzia per la fondamentale disposizione dell’anima. Sbarbaro non piange i sogni perduti, le illusioni tradite, il desiderio di ciò che non è possibile possedere, che nel Leopardi sono filosofica affermazione di una condizione di vita comune a tutti gli uomini, ma si fa testimone di una sua personale solitudine interiore, generata dall’aridità che lo circonda, e scioglie il dolore che lo raggela in un canto cupo e impietrito. La sua poesia è sfiducia nei confronti della vita ma allo stesso tempo segno di un forte attaccamento ad essa anche nell’epifania del dolore. (Per la felicità grande di piangere/per la tristezza eterna dell’amore/per non sapere e l’infinito buio…/per tutto questo amaro t’amo, Vita).
Sbarbaro vuole scontare la vita. Inerte, atono di fronte all’esistenza non ne rifiuta neanche la più piccola parte, sa che il vuoto attorno a sé sarà per sempre ma di questo non piange. Non semplice accettazione, dunque, ma meditata resa ad una condizione che non può essere diversa. La solitudine di Sbarbaro è una reclusione fatale che gli permette di osservare la realtà con occhio oggettivo. Il suo canto di dolore si innerva su due motivi: lo sconforto universale, generato dalla consapevolezza che nessuno può sottrarsi all’ineluttabilità dell’esistenza, e la pena privata, una sofferenza tutta personale, radicata nel fondo della coscienza. A questo dolore il poeta non può e non vuole rinunciare perché in esso configura la vita stessa: (perché quando non soffro neppur vivo). Quella che egli stesso definisce “la condanna d’esistere” investe tutta l’umanità ed ecco che la sua pena diviene dolore del mondo e dei tanti condannati sorridenti che vanno verso l’abisso dell’esistere, egli “s’impaura”.

A proposito di Pianissimo si è parlato anche di matrice culturale baudelairiana e non è difficile rilevare che alcune liriche offrono molti spunti che autorizzano un accostamento alla poesia di Baudelaire. La tematica di Sbarbaro apre un varco verso la concezione della poesia moderna del secondo Novecento, così come quella di Baudelaire fu uno spartiacque fra la poesia del primo Ottocento e quella che si avviava a rappresentare un modello di umanità calata nell’era della prima rivoluzione industriale. L’atonia vitale, la pietrificazione interiore dell’individuo che assiste da spettatore inerte alla vita, la frantumazione della propria identità nei rapporti con il mondo esterno, sono la misura del disagio che l’uomo Sbarbaro avverte nei confronti di un’esistenza che subisce.

I sentimenti del poeta si sciolgono solo nel canto che gli affetti familiari gli sanno suscitare e al padre egli rivolge il suo pensiero purificato dall’immanente presenza di quel dolore che suscita la consapevolezza della perdita: “Padre che muori tutti i giorni un poco/e ti scema la vita e più non vedi/con allargati occhi che i tuoi figli…”, versi che implicano il senso dell’impotenza escatologica e la pena della solitudine senza speranza alla quale l’indifferenza della vita condanna l’uomo. Il rimpianto di non aver saputo esprimere concretamente i sentimenti che lo legano alle persone care corrode l’anima del poeta che cerca riscatto e salvezza nella propria capacità di ancorarsi al dolore: “Voglio il Dolore che mi abbranchi forte/e collochi nel centro della Vita”.

Elemento necessario e catartico, il sentimento del dolore è la struttura essenziale della poetica sbarbariana dalla quale l’autore si discosta appena nelle brevi pause di abbandono. Nei bellissimi Versi a Dina il canto di dolore si distende pur rimanendo latente nell’anima per il senso di provvisorietà che l’episodio d’amore non cancella. Il poeta ha consumato la sua ansia d’amore in anonimi letti di postriboli, ne ha assaporato il retrogusto amaro che ogni volta lo ha svuotato d’ogni voglia di vivere. A questa sensualità spesa troppo in fretta ha pagato il suo tributo di pena: nel momento stesso in cui sono stati placati i sensi sono scattati il vuoto e la desolazione, l’alienazione al diritto di soffrire: “Sento d’esser passato oltre quel limite/nel qual si è tanto umani per soffrire”.
Ma, oltrepassata la frontiera dei sensi, ecco, a rischiarare un’esistenza di trame povere e a rendere vivi fantasmi e immagini di una giovinezza consumata nella fantasia, palesarsi il sentimento che coniuga amore e pulsione erotica. La vita che prima era stata un deserto si anima di una presenza viva: “E la vita sapessi a me che fu,/Amore, prima che ti conoscessi…/Un deserto la terra; a volte, il mondo/come sfocata immagine che trema”. L’inquietudine si scioglie nella certezza della realtà nuova, spezza l’amara solitudine e riporta l’uomo a contatto con l’altro. Il tempo di stupirsi, di placare il tormento interiore in una pausa riconciliatrice ed ecco che tutto è già rimpianto. L’Immagine, fatta vita e ritornata oscurità, si fa ricordo, memoria che trasmuta fatti e luoghi, risorsa vitale per l’anima consumata dalla pena del vivere; ritorna il dolore, generato dal senso di perdita. “Oh come poca cosa quel che fu/da quello che non fu divide!”I termini del vissuto si confondono fra emozioni provate e realtà immaginate e riportano al passato suscitando suggestioni che si risolvono nell’icasticità di immagini scarne e strazianti: “(…) non era che un crudele immaginare”.
Quella di Sbarbaro, secondo Emilio Cecchi, è “un’arte di autoanalisi”; la vita del poeta ligure è il segreto che ciascuno custodisce in sé e la sua poesia, di cui Giovanni Boine scrisse che “a capirla basta il cuore e l’aver vissuto”, ne è la sola certezza. Sbarbaro fu uomo che non rifuggì la povertà, si tenne lontano da mode e conventicole e non seguì che la sua sensibilità. Il suo dettato poetico è una partitura nitida dalla quale si sprigiona la forza erompente dell’arte. Il suo fu un mondo chiuso che gli permise spazi altissimi dove le sue sensazioni di cupo sconforto si sciolsero nella manifestazione espressiva. Il dolore del vivere, che sempre lo accompagnò, non gli impedì di provare uno stupore quasi infantile ogni qualvolta la sua anima colse gli aspetti benevoli della natura, al cospetto della quale provò l’ineffabile sensazione della libertà: “(…) e come per uno sforzo d’ali i gomiti alzo
Se Baudelaire vede il poeta come l’albatro che caduto in mano alla ciurma insensibile ne diviene lo zimbello, Sbarbaro lo assimila alla fanciulla che se ne va da sola nient’altro possedendo che il suo canto. “A noi che non abbiamo/ altra felicità che di parole(…)/se non è troppo chiedere, sia tolta/prima la vita di quel solo bene”.

Camillo Sbarbaro muore all’Ospedale S.Paolo di Savona il 31 ottobre del 1967, dopo un lungo periodo segnato da gravi crisi depressive.

Anna Maria Bonfiglio

Versi trasversali: Davide Rocco Colacrai

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

DAVIDE ROCCO COLACRAI

 

Quando Neruda sognava sogni che non erano d’oro, forse

“e mi commuove un volo, l’incerta
direzione di una foglia, il rotondo
occhio di un pesce immobile nel lago,
le statue che volano nelle nubi,
le moltiplicazioni della pioggia”

La sua era un’infanzia fatta di parole che non si poteva guarire,
il silenzio del mondo gli parlava,
la materia era il suo alito,
penetrava i sogni e, con essi, dilatava la misura delle cose,
l’oceano la sua platea,
il tempo la sua cura,
l’ombra stretta dove pulsava al vento il suo corpo
al ritmo da guitarrista del suo Cile.

Era affamato di tutto,
il più minuscolo granello spostato dal passaggio obliquo di una farfalla un miracolo,
per ogni miracolo un fuoco dentro
che sprigionava parole,
le parole a imprimere un senso al mondo, una speranza,
più forte della pioggia, e anche della morte,
il suo canto alla vita,
a quello che, come brace, andava a comporsi e scomporsi
dietro la pelle, spessa e dura, degli adulti.

Faceva l’amore con l’universo sottovoce, e poi lo inventava,
e addosso, con sé, il dolore.

Era evidente che Dio lo avesse dotato di un asse, preciso e infallibile,
più infinito dello spazio, e necessario.

La sua era un’infanzia fatta di parole che non si poteva guarire,
decisa nel suo assolo, come quello del chucao,

oltre la terra, e la solitudine,
il buio e le nottole, oltre la resina dei sensi, attorti ai cuori di coloro che non sognavano più.

 

S’i’ fosse fiore

I fiori sono i geroglifici degli angeli,
amati da tutti gli esseri umani per la bellezza del loro carattere,
sebbene pochi riescano a decifrare
anche solo qualche frammento del loro significato

Avete mai visto la pioggia piangere ed essere consolata da un fiore?

I più fragili, incompleti per solitudine, tra di noi
che nemmeno l’alito verticale del vento osa asciugare,
si lasciano lubrificare, a volte anche impregnare, dalla lacrima mai uguale del cielo,
ognuno nella sua posizione, mai troppo diritta,
nel fagocitare quel lievito d’amore che la vita porta in grembo con sé.

Io sono un fiore di questa famiglia,
dal temperamento vanitoso e mai sazio, deciso quanto basta, e passionale,
mi divertono gli animali quando con i loro nasi mi spettinano,
mi lascio mordere dagli umori delle stagioni, dall’abbrivio di un’attesa,
e mi piace misurare le rughe della terra, gonfie come sono di storie, radici e sogni.

L’alba segna l’ora per comporsi, qualcuno s’incipria, altri s’impomatano i petali all’insù,
a mezzogiorno amoreggiamo con le ombre,
morbide e sempre difficili da avere, si concedono senza promessa,
appena imbrunisce lisciamo quel che resta del giorno
oltre l’orizzonte, nelle ninnenanne da assecondare, per rendere tutto più sopportabile.

La mia famiglia è più numerosa di quel che si possa pensare,
lavora per l’armonia della notte,
per quegli spazi circolari che si aprono, denudano e mostrano prima di scivolare nel cuore
e persistere come scelta o destino,
ognuno a profetare quelle orme che ne tracciano il nome a Dio.

Noi confortiamo gli umani nei loro desideri, e i giorni nel loro evolversi.

La città nella sua inesausta malattia di essere e non essere.

E la pioggia quando piange.

Noi con il nostro silenzio da culla del mondo, certo e completo, sempre e per sempre.

 

come virgola d’autunno

e il mare insiste,
i pescatori vagliano se stessi per la nuova stagione
e la vergine si pettina all’orizzonte,
l’estate, già matura, siede come un’anziana donna
pronta per dare il cambio,
nel frattempo sogna dietro al suo ventaglio
con il cielo del colore del grano,
le lacrime in un bicchiere di vino infiammano un canto
più sonoro dell’acqua,
ognuna si lascia infrangere per spargere la sua benedizione
in un’onda che si evolve in dardo,
è il sapore del tramonto a ricordare ai fichi d’india
di spremere il dolore al tempo
e renderlo perdono,
il cuore a contare le nostalgie che nessuna profezia
potrà placare,
la parabola di un destino, dove si spengono le ombre,
che, tra dalie e profumo di mosto,
in punta di piedi,
come virgola d’autunno,
prepara, senza paura, la mia nascita al mondo.

 

L’asintoto

Ora che mi resta solo questa eccezione
alla mia preghiera
da stringere al petto, dove le obliquità
del suo corpo tessono
l’accento, misurato, di un’attesa
che condensa l’infinito
nei propri riflessi, e l’ora, nuda e addosso,
si strugge in un’abitudine
che fa dei sogni gli spazi che il silenzio
abita tra la pioggia
che non bagna, e la città si scioglie
in un bicchiere senza asse
a ricordare che tutto, anche la molecola
più minuta, è una metà, e l’amore
un’ipotesi che supera
quel sempre senza contrappeso nell’innocenza
delle mani, ora che l’alba
schiuma di ricordi, nuda d’ombra
e senza rifugi, e amplifica
la verità di una debolezza e il confine
del perdono, e conferma
che la cura di Dio, come la vendemmia,
porterà promesse: non ho giorni
da sgranare, non oso cucire
eredità con le mie radici, non c’è principio
che scivola a me dal setaccio
dell’universo, zitto il dopo: e lascio che
questo presagio, nudo di corteccia
e senza nome, mi morda, fermo al centro
di questo assolo: e troppo mondo.

 

Allo zenit dell’amore

Sono la mezzanotte della primavera
quando luna e sole indugiano in una congiunzione d’eclissi di latte
le madri singhiozzano a sillabe azzurre le loro orazioni
sulla punta del cuore hanno forma di farfalla i baci
della vita piroetta all’unisono il batticuore verso il cielo
si mescono al sudore sangue e vino
e, al loro profumo che preannuncia un’assoluzione,
crepita nell’impazienza di mostrarsi l’universo;

sono il lievito dell’incontro di più ombre in una carne
che scalpita sul guanciale imbevuto dei sogni
sorge sulla scia di un arcobaleno arciere
smuove le zolle di un’attesa lunga un desiderio
devia le geometrie di una nemesi in due
e rovescia le tasche prominenti delle stagioni in un punto
che, dal centro del morbido ombelico di un seme,
tracima nella voce di un rintocco di primordio.

È la prima volta che il mio nome pronunciato nomina
e che il nominare raccoglie in sé tutte le impressioni di Dio
e, con esse, la bellezza di una nuova virgola
la linfa della terra
i colori
il respiro
il congiuntivo dei giorni
e lo zenit dell’amore.

Aspetto che la pioggia mi racconti la mia storia.

 

 

Testi tratti da “Asintoti e altre storie in grammi”, Le Mezzelane  Editrice, 2019.

 

Sogni

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“Balloons girl” Banksy

Giselda sognava ad occhi aperti. Mamma voleva che mettesse in ordine la cucina dopo pranzo. Da un lato le insegnava a rivestire il ruolo di brava donna di casa, dall’altro si faceva aiutare nelle faccende. Giselda comunque non era una cenerentola, aveva due sorelle e insieme si organizzavano. A volte in buon accordo, a volte bisticciando. Una lavava i piatti, di solito Amelia, la maggiore che si sbrigava in venti minuti e filava via. Alice era la più piccola, veniva adibita ad asciugare le stoviglie. Il resto era per Giselda. Vale a dire riporre le stoviglie, riordinare la stanza, spazzare e lavare i pavimenti. Giselda non faceva in fretta come Amelia, era più mogia, cincischiava, perdeva tempo, alla fine restava sola in cucina. Non le piacevano le faccende di casa, forse era pigra, col tempo si rese conto che non era portata, le faceva per dovere e per necessità, non certo perché far brillare la casa fosse la sua vocazione. Se ne rese conto solo quando incontrò qualcuno che l’aveva. La vocazione. Allora realizzò che siamo tutti fatti in modo diverso.

Nella grande cucina luminosa Giselda, rimasta sola, s’immergeva nelle sue peregrinazioni mentali ancora più profondamente, mentre riordinava, passava la spugna sui ripiani o spazzava il pavimento. L’ora assolata in quella stanza era grande abbastanza per i sogni, era perfetta per sognare. Lei entrava in una specie di torpore immaginifico dove s’inventava storie. A volte erano astruse e surreali: il disegno della piastrella, ad esempio, si animava e diventava un aquilone. Altre volte la statua di legno del gatto nero era un gatto vero con cui giocare. Spesso sognava di se stessa. Da grande farò la scrittrice, pensava. Scriverò un romanzo bellissimo, specchio dei tempi e della società, una sorta di Gattopardo, oppure sarò una specie di Emily Bronte di  Cime tempestose, meglio ancora Antoine de Saint-Exupéry. Spesso nei suoi sogni c’entrava la scuola, la ricerca di un successo, un apprezzamento, lodi mai avute da professori indifferenti.

La notte nondimeno Giselda era preda della sua immaginazione. Il sonno sembrava non arrivasse mai. Le ombre, i rumori la tenevano all’erta. Una volta temette che qualcuno dietro la porta d’ingresso strusciasse i piedi in modo sospetto. Lo disse a suo padre, che inaspettatamente non la mise a tacere, ma le diede retta. A sua volta vegliò per scoprire che erano le scope dei netturbini che spazzavano le strade. In fondo anche questa era una fantasia, una storia inventata che il confronto con la realtà trasformò in una cosa banale, routinaria, simile alle pulizie di casa. La nettezza urbana.

Non passò molto tempo che Giselda perse la capacità di sognare ad occhi aperti e visse la sua vita di lavoro e di affetti. Solo molto molto tempo dopo Giselda la recuperò. Capì che quel sognare era come tornare all’infanzia, invecchiare diventando bambini, ma non smise di farlo, come non smise di invecchiare.

Allora il suo sogno più grande diventò di andare a vivere in un casale in campagna, scrivere racconti, romanzi, articoli, poesie. Dipingere, coltivare piante. Per realizzarlo dipinse un unico quadro, un autoritratto e lo mise in vendita ad una cifra esorbitante. Esattamente quella che occorreva. Non dico quanto, nemmeno se riuscì nel suo intento, ma i sogni si realizzano solo se desiderati.

Le stelle aspettano sempre che noi facciamo un balzo e le raggiungiamo. E’ certo che ciò avvenga non sappiamo quando. I sogni li plasmiamo noi stessi con le nostre mani. Sono come bolle di energia che scagliamo nell’ universo.  L’universo le accoglie, a volte rotolano per anni, a volte per secoli, prima di esplodere, ma è certo che a un dato momento quella bolla di energia esploderà, tanto più violentemente quanto più grande il desiderio che la forma. Ci sono bolle che scoppiano in modo fragoroso e le vibrazioni si propagano come onde nello spazio e nel tempo. Bolle che fanno “flop” e si afflosciano in un secondo come palloncini sgonfi. Quelle che implodono ci danno dolore, quelle che esplodono gioia, ma ancora più importante è fabbricarne tante e tante da non poterle contare o tanto grandi da non poterle contenere. Il difficile allora sarà restare ancorati alla terra.

Loredana Semantica

Sergio Carlacchiani: “Indiscrezioni dal fortilizio”, RP Libri, 2020. Sei poesie e un commento breve

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Sergio Carlacchiani: Indiscrezioni dal fortilizio

RP Libri, 2020

Nota postfatoria di Filomena Ciavarella

 

 

L’Ego può innalzare fortilizi entro i quali costruire difese attacchi resistenze contro gli agguati del mondo, le maschere di un tu dalle «bocche eternamente aperte» falsario di bene, ma il Sé trova brecce sicure per portare oltre le mura notizie che nella loro immediatezza hanno l’aria dell’indiscrezione di quanto avviene nella strategia del vivere entro l’assedio immediato o dilazionato: il titolo Indiscrezioni dal fortilizio sembra suggerire queste immagini primarie che, invece, lungo le pagine si perfezionano nella declinazione di altre legate dai canapi del sentimento il cui connotato maggiore è l’ardenza di una natura delicata e forte, di una audace leggerezza profonda, di un logos che mostra senza censura la sua «unghia di verità» guerriera e «infelicità senza difesa»: la poesia di Sergio Carlacchiani si presenta come una nube interstellare, una nebulosa, in cui ‘concentrazione’ e ‘diffusione’ sono le dinamiche attraverso le quali egli impianta le sue poesie che nel tumulto dell’esistenza attingono sia alle profondità del tenebrore, sia alla distesa del lucore, fino alla spazialità della luce. C’è nell’Autore la compresenza dell’aedo e del rapsodo: egli ha ricevuto “un dono fortunato delle Muse”, ossia la facoltà di scrivere, pronunciare, porgere la parola cantatrice che evoca, inventa, foggia.

 

Adriana Gloria Marigo

 

 

 

d’IO dio perché mi hai abbandonato?

 

Tra epidemie guerre merci affari

distante dall’asfittica logica dei denari

richiuso raro nella finestra d’un muro

scruto bocche eternamente aperte

non voglio ascoltare inutili cantilene

troppa stanchezza ho del mostrarmi

ritirarmi in un giro di vite smarrito

voglio non essere più contenuto

a un solo grido avvinghiarmi

restare privo di misericordia

abbandonato dalla solitudine

in atri gorghi vicoli di silenzio

naufragante nell’alto nuvoloso

suturato dentro qualsiasi dolore

vortice divino sferza inesorabile

uragano perla unghia di verità

palpito al fine d’oblio non altro

che un’inerte eco riparatore

gesto strozzato esasperato

terreno dolore malinconico

nell’esistente silenzio morale

ansia tormentosa inuguale

nonsenso solido del niente

sprofondare sino in fondo

nell’infelicità senza difesa

sciagura ignota inattesa

mondo spento che mente

recluso nel male evocato

insorgente dall’invisibile

patogeno agente infettivo

sterminatore d’impronte

d’IO

misera storia umanizzata

eternizzata da chissà qual

dio.

 

 

 

Oltrepassando

 

Attingerò nella profonda sorgente di vita

attraverserò anche oggi chilometri di luce

confiderò in questa mia capacità d’apertura

pronto nuovamente a farmi squarciare il petto

non un gesto non una parola come morto

tra i morti disperso camminerò sulla superficie

con il coraggio di chi confida in un cuore indomito.

 

 

 

Sbavatura di silenzio

 

Mi godo quest’ultima

sbavatura di silenzio

che s’infila sulla dorata

luce dell’aurora

la sola voce ramata

d’ascoltare ora che

lo scompigliato mare

degli sgarbati rumori

in sé la fa annegare

sono cenere polvere

che il vento spazza via.

 

 

 

Spetalo l’anima morente

 

Spetalo l’anima morente

canta la pioggia sottovoce

lacrimevole melodia

in martirizzato stato

la carne attonita

ridotta a orma

il cuore lapidato

dall’ignavia eletta

a ferrea norma.

 

 

 

 

Brucio come si deve…

 

Nell’attesa in perdita dell’amorosa notte

faccio spesa di speranza in svendita eppure

sterminata la città come se fosse dal silenzio

le ore sembrano aver esaurito tutte le lacrime

un pudore dignitoso di morte si stende educato

quale consolazione è questa bizzarra sofferenza?

Lo spirito si palesa con la sua inquietante autorità

la turbata nobiltà non ha altro nome che grazia

indicibile nudo d’angoscia s’è stracciato le vesti

cado sopra di lui abbracciato nel buio scompare

e io ancora brucio d’ardore come si deve…

 

 

 

Anima mia

 

Entri nel vivo quasi sparando al mondo

anima mia perché infatti indugiare

ancora abdicare all’imbecillità

ora carne e ossa sei dell’insofferenza

mai più ottusi incontri insostenibili

uniformità gratuite senza pena

esci di scena come assoluta

da palcoscenico eterno mai

più rappresentazione terrena

ma favolosa distante dal niente

è troppo tardi non rincorretela

in fuga senza sosta da voi

non la potete più trastullare

anima scevra d’impedimenti

costellazione di vicoli ciechi

io la luce! Gridasti a me

in disparte…

 

 

Sergio Carlacchiani

 

Biobibliografia

 

Nato a Macerata nel 1959, Sergio Carlacchiani (pseudonimi: Karl Esse – Sergio Pitti – sergio e Basta!) è performer, attore, doppiatore, poeta e pittore. Direttore artistico di varie rassegne teatrali tra cui ricordiamo:

“Poeti e Poesie da Decl/Amare ; “Civitanovapoesia”, Festival Internazionale di Live Poetry ; “Poesia in Vita”, Festival di Poesia Declamata e “Vitavita” Rassegna Internazionale di Arte Vivente. Si è occupato di poesia lineare, visiva, concreta, sonora e di mail art. Ha pubblicato nel 1979, “Poesie”, per la Collana Poeti d’Oggi, Gabrielli Editore, Roma; nel 1983, Quadri di Parole, a cura dell’Associazione per le Ricerche sulla Scrittura, Grafiche Cardarelli & Casarola Editore, Monte San Giusto, Macerata; nel 1987, con lo stesso Editore ha pubblicato Quadri di parole 2. Dal 2016, dopo un lungo periodo d’inattività, ha ripreso a scrivere.  Si è formato, come attore, presso la scuola del Minimo Teatro di Macerata. Ha seguito diversi corsi di perfezionamento e specializzazione. Ha conseguito a Roma il diploma d’impostazione e uso della voce e tecnica del doppiaggio cinematografico, sotto la guida del maestro Renato Cortesi.

Da molti anni si occupa di porgere la poesia in maniera multimediale e spettacolare. Tra i tanti recital tenuti, da ricordare in assoluto quelli a Recanati, presso il Colle dell’Infinito, il 29 Giugno 2010, e 2014 in occasione delle Celebrazioni Leopardiane. Visto il grande consenso e favore di pubblico e di critica Casa Leopardi gli ha chiesto d’interpretare, in sala d’incisione, una selezione di Canti leopardiani editati nel 2011 da Giacomo & Giacomo nel cd O graziosa luna, io mi rammento… che si trova in vendita con il film di Martone Il giovane favoloso nel Museum shop di Casa Leopardi .

Sergio Carlacchiani ha un canale su YouTube, una sorta di Biblioteca Sonora che conta più di 15.000 interpretazioni, registrate dal vivo o in studio, che danno voce a poeti, scrittori, filosofi, dall’origine dell’umanità a oggi, di tutti i paesi del mondo. Affatto di secondo piano è la sua attività di pittore: numerose sono le sue mostre personali e collettive di pittura, scultura e poesia, altrettante sono le performances, gli happening e i vernissages realizzati in diverse città italiane ed estere. Le sue opere, recensite da quotidiani e riviste specializzate, sono state esposte in tutto il mondo e sono presenti in alcuni tra i musei, gallerie, biblioteche ed istituti tra più importanti d’Italia e d’Europa.