Canto presente 50: Enrico Marià

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

ENRICO MARIA’

 

Le mani tese

verso un oltre

che non posso

guardarlo negli occhi

ferita longitudinale

è la mia bocca che succhia

assi marcite, il vuoto incorniciato.

*

Le protesi

per le onde mutilate

che la boscaglia

del mare calmo

si fa spalto

a scovarmi

sangue acciaio.

*

La vasca quella

col sangue dei detenuti

e l’esistenza attesta

il male oscuro

questo desiderio

la rivincita dei corpi

il nome breve.

*

La superficie l’acqua immota

percorsa dagli animali feriti

che mai torna a casa

la complessità di questa luce.

*

I bambini

è questione

di odori buoni

di corpi caldi

amati il tempo

per il tempo

giusto per venire

un container

dove provvisorio

è il bestiame spostato.

*

Stefano è morto giovane

e io la piango ancora di nascosto

la famiglia slogata

la ricerca della colpa

e il non toccarmi mai più carne

se non treno fucile in faccia

che non voglio sia colpa tua

il ritorno di me

nel bianco del lenzuolo.

*

È il gesto che mi dice

che non so più essere

che quell’angolo incontrollabile

dove la lontananza mai raggiunta

il tempo scorso.

Grandi donne: Marilyn Monroe

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Quando muore Norma Jeane Mortenson più nota come Marilyn Monroe, il 5 agosto del 1962, io non avevo nemmeno compiuto un anno, non ricordo nulla di questa notizia, ricordo invece quando il 6 giugno del 1968 uccisero Robert Kennedy, ci pensò mio padre ad imprimere la notizia bene nella mia mente con una sberla motivata dalla mia esuberanza e pretesa di attenzione ignara della gravità dell’evento che giusto in quel momento comunicavano al notiziario serale. Tra la morte di Marilyn e l’omicidio di Robert Kennedy si colloca l’omicidio del fratello di Robert, 35° Presidente degli Stati Uniti d’America, John Fitzgerald Kennedy, ucciso a Dallas il 22 novembre del  1963. Uno strano filo letale lega Marilyn a queste uccisioni, giacché si scopre, ma molto tempo dopo, che Marilyn era diventata l’amante di John e di Robert.

Ancora oggi si dice che il Presidente degli Stati Uniti d’America sia l’uomo più potente del mondo e certo Marilyn ne doveva essere ben consapevole mentre cantava sensuale e infantile al tempo stesso, fasciata in un carnale abito rosa pelle “Happy Birthday Mister President” alla festa di compleanno di John. Non c’è da sorprendersi che siano nati molti misteri e voci sulle cause della morte dell’attrice cantante e modella statunitense: dal suicidio per ingestione di barbiturici, all’omicidio ordito dai Kennedy perché diventata pericolosa per  gli amanti ai vertici della scena politica americana, all’esecuzione con supposta di veleno per vendetta eseguita dalla mafia nei confronti del Presidente americano che non corrispondeva alle pretese mafiose e con lo scopo di infangare la famiglia Kennedy. Ciò secondo la testimonianza del mafioso Chuck Giancana, confortata dal fatto che all’autopsia non furono trovate pastiglie nello stomaco dell’attrice, ma livelli elevati di barbiturici nel sangue ed ecchimosi su un’anca e la schiena. In effetti per raggiungere lo scopo di screditare i Kennedy sarebbe bastato diffondere le notizie dei comportamenti libertini del Presidente, alquanto affamato dell’altro sesso da avere le cosiddette “ragazze d’occasione” sempre a disposizione. Non so se l’affascinante Marilyn potesse dirsi appartenere a questa schiera, certo la storia l’ha consegnata a ben altro ruolo di icona pop, diva, sex symbol. Per essere stata capace di costruire con le sue sole forze il suo mito, cominciando da un’infanzia di disagio, per la sua sofferta ascesa, l’evidente infelicità, il fulgido esempio di bellezza, la fragilità e la resistenza con cui si oppose alle avversità, il fascino della sua radiosa femminilità, desidero includerla nella lista delle grandi donne del blog Limina mundi e renderle omaggio.

Marilyn ha conquistato fama durevole proprio facendo leva sulle doti che tanto gli uomini amano in una donna: bellezza e sensualità. Era la donna più desiderata dell’epoca. Dedicava tempo al mantenimento dello splendore della pelle, che, si diceva, emanasse una luminosità esclusiva. Si dedicava alla cura del corpo con esercizi fisici e sollevamento pesi mattutini, aveva attenzione per la sua alimentazione e curava naturalmente anche i suoi capelli, che, da castani naturali, divennero biondi decolorati catalizzatori del suo fascino. Sperimentò tutti i livelli di biondo: dorato, cenere, platino fino ad approdare al quel biondo da lei chiamato “federa” – praticamente bianco –  che ancora oggi associamo al suo taglio medio ondulato che l’ha resa diva.

Il Presidente degli Stati Uniti d’America è l’uomo più potente del mondo e certo Marilyn ne aveva fatta di strada per approdare a cotanto amante. Nel 1926, quando nacque, sua madre Gladys Monroe, mentalmente instabile, non era in grado di prendersi cura della figlia neonata, quindi l’affidò a una coppia di coniugi Wayne e Ida Bolender che crebbero la piccola Norma Jeane fino a sette anni, poi la bimba fu affidata a una coppia di inglesi, insieme ai quali per un certo periodo lei tornò a vivere con la madre. Gladys però afflitta da esaurimento nervoso,  per una caduta dalle scale fu ricoverata al Los Angeles General Hospital e successivamente le venne diagnosticata una schizofrenia paranoide, quindi dichiarata incapace di intendere e volere.

Di Norma si occupò in qualità di tutrice la migliore amica della madre, Grace McKee, che lavorava nell’archivio delle pellicole della Columbia Pictures,  ciò indusse Norma ad interessarsi di cinema. Nel 1935, quando Grace McKee  si sposò, Norma Jeane fu portata nell’orfanotrofio di Los Angeles, aveva 9 anni. Fu affidata poi a diverse famiglie e  parenti facendo sempre ritorno all’orfanotrofio, dove cominciò a lavorare come vivandiera.  In questo periodo non mancarono a corredo storie di violenze e abusi veri o presunti.  Nel 1941, a 15 anni, Norma Jean tornò da Grace Mckee e frequentò la scuola. Lì conobbe un vicino di casa James Dougherty e, appena sedicenne, lo sposò. Quattro anni dopo divorziarono. Nel 1944 James partì per il fronte e lei si trasferì dalla suocera a Los Angeles, prese il posto del marito in una fabbrica di aeroplani come operaia.  

James Dougherty e Marilyn Monroe

La sua carriera inizia, quando David Conover si reca in fabbrica per fotografare ragazze che “tenessero su il morale alle truppe” e la incoraggia a diventare modella. Fa servizi fotografici e poi un’audizione per il cinema.  Viene notata. Il significativo passo successivo avviene col regista  Ben Lyon che le fa tingere i capelli di biondo e le suggerisce di cambiare nome. Scelgono un nome sensuale, soffice, morbido di emme. Nasce Marilyn Monroe.

Gli inizi non furono facili, i fatti salienti tra il 1947 e il 1949 sono che lei volle studiare all’Actors Lab di Hollywood per migliorare la sua recitazione, ma i film a cui prese parte non ebbero successo e comunque le sue erano parti minori, le condizioni economiche non erano buone e accettò, tra l’altro di posare nuda per Playboy, oltre che lavorare come spogliarellista, conoscere nomi del cinema, avere amanti e forse prostituirsi.

L’ascesa al ruolo di star di Hollywood avvenne nel 1953 col film “Niagara” e la definitiva consacrazione con il film “Gli uomini preferiscono le bionde” nel quale canta “Bye bye baby” e  “I diamanti sono i migliori amici delle ragazze” (più sotto il video), ingioiellata e vestita con un abito rosa di Travilla, costumista hollywoodiano, abito diventato negli anni seguenti un’icona e fonte d’ispirazione. Seguono  i film di successo: “Come sposare un milionario”, “La magnifica preda”, “Quando la moglie è in vacanza”.

All’apice della fama nel 1954 sposò il suo secondo marito, Joe Di Maggio famoso campione di basball, americano di origini siciliane; con lui Marilyn si sentiva protetta e lui a suo modo l’amava, ma era troppo geloso e incline a scenate nelle quali volavano schiaffi. In sintesi Joe non accettava che la moglie fosse un’attrice famosa, conducesse una vita mondana e fosse desiderata da tanti uomini. Il matrimonio non durò nemmeno un anno. L’iconica scena nella quale la gonna plissettata dell’attrice si solleva per la folata del passaggio del treno su una presa d’aria della metropolitana, avvenuta casualmente nella realtà e ricreata in studio nel film “Quando la moglie è in vacanza”, oltre che diventare un altro momento cult della carriera dell’attrice, fu causa di litigio con Joe Di Maggio.

Marilyn Monroe e Joe Di Maggio

Nel 1956 gira il film “Fermata d’autobus” che le varrà la nomination al Golden Globe come migliore attrice di film commedia. A dire il vero Marylin per tutta la vita cercò di affrancarsi dal ruolo di bionda fatale e anche di progredire nelle sue capacità di recitazione. Studiando recitazione all’Actors Lab di Hollywood, all’ Actor’s Studio di New York, iscrivendosi all’Università della California, Los Angeles, dove studiò critica letteraria e artistica, facendosi spesso seguire da diversi insegnanti di recitazione. Potremmo dire senz’altro che prendeva la sua professione alquanto sul serio, ed aveva quella consapevolezza di sé che la porterà a rifiutare un ruolo in un musical per la ragione che il coprotagonista maschile, Frank Sinatra, riceveva un compenso oltre 3 volte superiore al suo.

Nella vita di  Marilyn si susseguirono, amanti (Johnny Hyde, Robert Slatzer – sposato e lasciato con un matrimonio lampo di appena tre giorni – Frank Sinatra, Yves Montand e altri), film di successo, copertine di riviste, canzoni, dischi, aborti (lei stessa ne riferisce ben 14), interventi chirurgici (uno anche estetico per affilare naso e ammorbidire il mento), medicine, champagne.

Nel 1956 sposa il drammaturgo Arthur Miller, convertendosi, per poterlo sposare, all’ebraismo. Altro matrimonio, altro flop.  Durante questa unione gira “Il principe e la ballerina”  di Laurence Olivier e nel 1958  con Jack Lemmon e Tony Curtis, “A qualcuno piace caldo”. Per questo film vince il Golden globe come miglior attrice di film commedia. Il suo ultimo film fu  “Gli spostati” con Clark Gable e Montgomery Clift. La sceneggiatura del film era scritta dallo stesso Arthur Miller in omaggio alla moglie. Quando il film fu girato però il matrimonio era già finito con un divorzio.

Arthur Miller e Marilyn Monroe

Nel 1962 iniziarono le riprese del film “Something’s Got to Give”, ma Marylin per la prematura morte non poté ultimarlo e il film fu girato nuovamente con Doris Day che ne prese il posto. Negli ultimi anni la salute mentale di Marylin  andò deteriorandosi, soffriva d’insonnia, ingeriva spesso farmaci e alcolici. Si  rivolse a uno psichiatra di New York, il dr. Greenson che cercò di ridurre questi abusi. Allontanatasi da New York e dal medico, Marilyn torna a farne uso, giunge a sentire il bisogno di cure psichiatriche tanto che si fa ricoverare in anonimato all’Ospedale Psichiatrico di New York. Quando si sentì chiusa in gabbia chiese aiuto all’ex marito Joe Di Maggio che la fece uscire.  E’ il periodo in cui Marilyn diventa amante dei Kennedy. Si avvicina la fine. Con la Century Fox che la licenzia a causa della discontinuità sul set si apre una crisi e una controversia legale. Questi problemi tuttavia sembravano ormai risolti. L’attrice il 1° agosto del 1962 aveva tra le mani un nuovo contratto con la casa cinematografica per un milione di dollari e due film,  inoltre si prospettava un un contratto come registra, attrice e sceneggiatrice con una casa cinematografica italiana per quattro film e un compenso di ben dieci milioni di dollari. Si apriva uno scenario di opportunità.

Il 5 agosto del 1962 venne trovata morta nella sua casa a Los Angeles, il poliziotto che per primo raggiunse la sua stanza nel rapporto riferì di averla trovata sul letto, riversa in diagonale, coperta da un lenzuolo,  successivamente altri aggiunsero i particolari della cornetta in mano e del corpo nudo.

Solo i suoi capelli saranno stati lieti della sua morte, non più stressati dalle decolorazioni. Tutti gli altri espressero il cordoglio che si deve a un talento che ha pagato alla vita il suo tributo di sofferenza per restituire splendore. Si apre così il cinquantennio successivo di mostre celebrative e aste su abiti e oggetti personali della diva pagati anche svariati milioni di dollari. Il che è testimonianza della popolarità, ammirazione e desiderio che circondavano l’attrice a livello internazionale.

Marilyn amava farsi fotografare, seguiva i consigli di un amico fotografo che le diceva: se vuoi diventare famosa fai tante foto, devono sempre vederti sui giornali, e lei non si sottraeva all’obiettivo, anzi, davanti all’obiettivo, si trasformava, veniva fuori la sua carica sensuale, ma anche lo sguardo malizioso, quella risata da baciare, il rossetto rosso fuoco, i denti candidi, la pelle di neve (non amava abbronzarsi), le gambe perfette, il seno da coppa di champagne. Lo stesso accadeva davanti alla cinepresa, improvvisamente la smemorata ragazza triste, che arrivava sempre in ritardo e dimenticava le battute, si animava di un incredibile charme e vestita di gioielli luce e abiti glamour cantava: “ I migliori amici delle ragazze sono i diamanti”.  Ed è vero.  Guardatela nel video e dite se non può che essere vero.

Poiché è attraverso le foto che è stata tramandata ai posteri la sua bellezza, non posso che affidarmi alle foto per trametterla a mia volta. Propongo una carrellata di scatti che tentano l’impossibile, similmente a quando, con la fotografia, la pittura, la parola, si vorrebbe penetrare l’essenza di una rosa, cogliere quell’irresistibile fascino che l’immagine non rende, ma che è l’insieme di voce, corpo, movimento, espressione.

 

Concludo dicendo che Marilyn è stata anche molto amata. Robert Slatzer non trascurò mai per tutta la vita l’omaggio di rose bianche alla sua tomba. Joe Di Maggio lo testimonierà, organizzando e sostenendo le spese dei suoi funerali, portando per vent’anni fiori sulla sua tomba ad ogni compleanno. Miller scriverà la biografia “Io la conoscevo”, ma personalmente dubito che la conoscesse veramente, giacché è un pozzo nero l’infelicità e poi quattro anni di matrimonio non bastano per conoscere una donna, a volte nemmeno quaranta. Insomma di certo gli uomini non hanno saputo fare felice Marilyn, forse lei sceglieva male, ma più probabilmente il ruolo di sex symbol è incompatibile con quello di moglie di un solo uomo.

Resta comunque vero che la morte precoce, nel pieno della bellezza femminile, ha definitivamente consacrato Marilyn Monroe a eterna diva.

Edoardo Gallo: “La Verità è un Bambino dagli Occhi Grandi” Liberodiscrivere, 2020. Cinque poesie e una intervista

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Edoardo Gallo: “La Verità è un Bambino dagli Occhi Grandi”

Liberodiscrivere, 2020

Prefazione di Sotirios Papadopoulos e di Giuliana Balzano

Postfazione di Sara Zanferrari

 

 

Dalla prefazione di Sotirios Papadopoulos

«Edoardo Gallo con la sua nuova silloge intitolata La Verità è un Bambino dagli Occhi Grandi ci fa fare un tuffo nel sacro concetto di Alitheia (Verità); un viaggio nello sforzo di essere sempre noi stessi ma attraverso la paura del giudizio sociale. Siamo consci che il cervello umano è in grado di svolgere infinite e complesse operazioni in tempi ridotti. Ma esiste soltanto una di queste che non può essere eseguita ed è proprio questa che compromette i rapporti tra tutti gli esseri su questo pianeta. Distinguere il Vero dal Falso, la Verità dalla Menzogna, la Alitheia dal Pseudos. Edoardo ci porta attraverso le sue melodie visive a capire che la Verità non può coesistere con la Menzogna senza essere contaminata, deformata, svilita e annientata. Ma non è forse che la Verità è la concordanza tra Giudizio e Realtà? E che cosa è Reale se non la manifestazione dell’Essere? I poemi di Gallo, come specchio vivente della nostra Anima, dietro a una trama semplice, nascondono uno spirito agonistico pieno di voglia di Bellezza interna e di coraggio guerriero nel mezzo di una società alla deriva, in cima a naufragi di valori e di detriti di anime vendute al Consumismo Materiale.»

 

Dalla prefazione di Giuliana Balzano

«L’ispirazione poetica di Edoardo Gallo nasce da un intenso stato emotivo derivato dalla puntuale osservazione di ciò che lo circonda. Il poeta fa un’attenta analisi interiore dei propri sentimenti dando vita a liriche dinamiche e nel contempo dolcissime. Nelle sue poesie si “leggono” chiaramente due elementi: la forza interiore che caratterizza il suo pensiero; il bisogno costante di cogliere quelle verità difficili da negare. Il suo stato d’animo va a distendersi sui versi e la poesia diventa un mezzo indispensabile per lui, per poter camminare nei meandri più bui dell’esistenza umana. Gallo sente il bisogno di amare, cerca la pace nella magia del silenzio, ambisce a trovare la verità. Amore, silenzio e verità diventano un modo per lui di affrontare la frenesia di questo nostro tempo sofferto e avverso. Gallo crede nella forza delle parole, ha fiducia nelle parole, gioca con le parole creando liriche riflessive, cariche di schiettezza.»

 

A portata di mano

 

Il mio mondo

lo tengo a portata di mano

tutto dentro a una tasca.

Chiavi per aprire porte

Un fazzoletto per le lacrime

Una conchiglia per aver con me le onde

Alcune monete per un gelato

E quella poesia che scriverò domani

 

 

 

Da qualche parte

 

Alla fine vince chi non ha paura del buio.

Alla fine.

Là al bivio tra la strada che sale e quella che scende.

Da qualche parte starà pur la fine.

Del lasciarti andare,

dell’un po’ morire.

Dell’unica volta che abbiamo saputo cos’è l’amore

 

 

 

Il nido del desiderio

 

Vivo nel desiderio di tutto quel che ho già scritto.

Non c’è nuovo che mi appassioni più

di quelle labbra che furono il mio sorriso.

Ancor oggi ripensando al ramo

ci porterei la paglia per costruire il nido

per tutte le volte che torno e non ti trovo

 

 

 

Infinito e confine

 

Infinito e confine

i tuoi occhi,

acqua e fuoco

la tua bocca;

tra l’infinito e la bocca

i tuoi occhi.

E sono con te oltre quel confine,

oltre le terre conosciute,

al di là di tutti i mari,

sopra le stelle

con te

 

 

 

Soldati

 

Come i milioni di soldati abbattuti un secolo fa

Siamo stati sterminati.

La montagna è diventata ancora la nostra tomba

la nostra anima è stata sradicata e siamo caduti a terra.

Tutto esattamente come cento anni fa.

Qualcuno potrebbe pensare che noi non abbiamo sofferto.

Noi custodi di queste cime,

Noi soldati di queste vette.

Abeti, Larici, Faggi, Frassini, Tigli

siamo nuovamente morti.

Non il nostro spirito che vivrà per sempre

Tra i sassi che abbiamo vegliato

i sentieri che abbiamo adombrato

i ricordi che abbiamo protetto.

E in tutti voi che ci avete amato

 

29 ottobre 2018 tempesta Vaia: dedicata agli alberi dell’altopiano di Asiago

 

 

 

Intervista

 

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Risale ai tempi del liceo con lo studio dei classici della letteratura, ma questo innamoramento ha avuto la sua folgorazione dopo aver visto il film l’Attimo Fuggente; film che ho riassaporato recentemente assieme ai miei figli. Ricordo che io adolescente lo approfondii in modo viscerale andando a cercare e poi leggere o rileggere tutti gli autori citati: da Whitman a Thoreau, da Byron a Frost, fino ad Orazio per citarne alcuni.

 

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Faccio veramente fatica a dare solo alcuni nomi. Leggo molta poesia e cerco di spaziare quanto più possibile per “succhiare” il nettare delle parole di questi immensi poeti. Decisamente sono molto legato a Leopardi e Whitman. Mi piacciono Montale, Caproni, Gozzano, Pavese fino a Zanzotto, molto le poesie di Szymborska, di Dickinson, di Cvetaeva. Mi affascinano Pozzi e Plath. Amo viaggiare con Prevert ed Hesse, innamorarmi con Lorca e Neruda. Ho un debole per l’intrigante e diretto Bukowski, per i più meditativi e spirituali Hikmet, Gibran, per la filosofia di Pessoa e Rilke. Direttamente o indirettamente cerco di farmi coinvolgere da tutti, credo comunque di avere un mio stile che mi dicono sia riconoscibile e distintivo.

 

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

 Tutto nasce dal mio innato istinto di osservare. Vedo, guardo, ascolto, sento e porto a scrittura ogni emozione. Ogni sentire. Per me infatti «la poesia è un ponte che unisce ogni intimo sentire». Un ponte che collega il fuori al dentro di noi per poi ritornare fuori, in un moto quasi perpetuo e sconvolgente. Tutto ciò che scrivo fa parte di un vissuto, a volte intimo, a volte spaziale; a volte è inconscio che vive nel sogno e che poi diventa attimo vissuto. Non potrei mai scrivere qualcosa per la quale non ho provato nulla. Ho bisogno di respirare e tramutare in parola ogni emozione, qualcosa che mi ha colpito, che mi ha ferito o fatto gioire o solo ho vissuto per un istante. In alcune poesie ci sono i posti a me cari, spesso i colli Berici dove ho una casa e dove ho vissuto da bambino. I ricordi d’infanzia dati da un albero, l’erba appena tagliata, la raccolta dell’uva, la neve, un pettirosso. Da mio padre che siede sotto al portico e guarda la vallata al di là del muro. Insomma ogni cosa che osservo e che ricordo può essere motivo per fare e dire poesia.

 

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

Dopo aver pubblicato le prime due sillogi a me molto care Giorno Zero e È Solo Poesia nel marzo scorso ho deciso di mandare in stampa la terza raccolta che ho voluto intitolare La Verità è un Bambino dagli Occhi Grandi e che ha visto la sua prima presentazione solo nel giugno 2020. Ho vissuto un periodo dove la verità era diventata profondamente urgente e necessaria. Ma non tanto la verità in sé ma l’ “essere vero”. Legata quindi alla sincerità e alla lealtà come forme di gentilezza, di passione, di credibilità. Ero stanco di vedere il continuo depauperamento dei valori veri a vantaggio di forme egocentriche, narcisiste e arroganti, veloci da raggiungere, effimere e superficiali. La poesia è per me sinonimo di verità, perché canta il vero, e lo descrive raccontato dentro le sue fatiche, le sue malinconie tuttavia restando verità di speranza, con slanci di illusione e di utopia per compiere ogni giorno un passo avanti.

 

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Non lo so se sia utile, e tantomeno necessaria. Lo è per me, sicuramente. La poesia è per me un’urgenza necessaria; in tal senso credo possa essere utile anche a qualcun altro. Quello che mi dicono i lettori, e lo riporto fedelmente, è che nel leggermi trovano serenità e, in alcuni concetti espressi con metafore e paradossi, leggono una filosofia buona a sostegno del possibile, impavida nella sua completa fragilità. Come ha scritto in una prefazione il prof. Sotirios Papadopoulos, «Edoardo Gallo con la sua nuova silloge ci fa fare un tuffo nel sacro concetto di Alitheia (Verità); questa dolce e amara sensazione rende la sua opera Fragile come l’acciaio e Robusta come le ali di libellula».

 

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Non c’è un preciso momento. È nata con il vivere quotidiano, giorno dopo giorno. Segue il corso delle mie giornate e degli eventi.

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi, oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Quasi ogni componimento lo scrivo di getto e solo in alcuni casi, o nelle poesie più lunghe, metto mano ad alcuni versi anche a distanza di tempo. In altri non trovo subito la parola giusta, e così torno sopra la poesia per sentire se riflette appieno l’emozione che ho provato e che voglio trasmettere. A volte per lavoro sono in viaggio e lì l’ispirazione può giungere improvvisa, anche se è la notte il tempo migliore per il mio scrivere. Quello che è certo è che scrivo perché ne ho bisogno e quando lo sento forte mi fermo ovunque io sia e scrivo. Mi distoglie dalla vita stressante che il lavoro mi obbliga a fare seppur con piacere, e mi catapulta in un mondo parallelo dal quale torno rigenerato e rinnovato.

  1. La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?

Ho l’abitudine, suggerita dal mio editore Antonello Cassan di Liberodiscrivere, di scegliere per le copertine un’opera pittorica. Dopo aver collaborato con Andrea Marchesini, ho sentito la forte necessità di chiedere a Bruna Lanza una sua opera. Il colore segue il filo conduttore del contenuto del libro. In questo caso è stata scelta un’opera che emotivamente mi ha molto colpito, di prevalente colore arancio perché questo colore, caldo e attraente, per me simboleggia la poesia e quindi la verità. Il titolo del libro è preso dal titolo di una poesia in esso contenuta che declina in tutti i modi possibili la verità. La migliore sua descrizione risiede nel verso La verità è un bambino dagli occhi grandi.

  1. Come hai trovato un editore?

È una storia che serbo gelosamente ed è quasi romantica. Nel giugno 2016 ero a Genova per lavoro e da poco avevo tra gli amici di facebook la poetessa e filosofa Grazia Apisa che lì vive. Le ho scritto un messaggio chiedendole di poterla incontrare e, non senza mio stupore, lei ha accettato. Abbiamo trascorso diverse ore parlando di poesia, leggendone, bevendo un tè. È stato uno dei momenti più preziosi e intensi della mia vita. È stata lei a suggerirmi, durante quell’incontro, la mia attuale casa editrice Liberodiscrivere.

 

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Credo che possa essere molto interessante per tutte le persone che si pongono domande, pertanto non solo agli amanti della poesia ma a un pubblico di lettori più vasto. Avviso che non so se nel leggerle troveranno le risposte che cercano, ma forse sarà più probabile che si porranno ulteriori domande. Credo inoltre che questa pubblicazione possa comprendere un’ampia fascia di età, anzi lo spero. Ho avuto il piacere di portare le mie poesie anche in alcune scuole primarie e secondarie; sono stati momenti di grande stupore, vedere come menti così giovani riuscissero a captare e andare oltre il significato stesso della poesia. Ricorderò per sempre la risposta di una bambina di nove anni alla mia domanda “cos’è per voi la poesia”, rispose: «Per me la poesia è follia». Cosa potevo sentirmi dire più di questo?

 

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Per lavoro mi occupo di vendite e indirettamente di marketing. Sono pertanto abituato ad utilizzare le diverse forme di comunicazione. I canali distributivi sono i più disparati: direttamente dalla mia casa editrice, attraverso Amazon o IBS libri, oppure si possono prenotare in quasi tutte le librerie anche se in questo caso, purtroppo, la consegna è sempre piuttosto lenta. Mi piace promuovere personalmente la distribuzione; spedisco le copie direttamente a casa dei lettori, naturalmente con dedica, oppure li distribuisco durante gli incontri di presentazione. Quest’anno inoltre alcune aziende hanno trovato interessante omaggiarlo ai loro clienti come regalo di Natale. Utilizzo poi i social più significativi: ho un mio blog edoardogallopoesia su facebook che sta ricevendo una buona attenzione e, con lo stesso nickname, sono presente anche su youtube, dove presento il progetto PoeMusìa in collaborazione con il compositore e pianista Giuseppe Laudanna.

 

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

 

« Pensare di aver perso una cosa.

Ritrovarla

ed essere felice.

Piccoli attimi

nei quali riconosci

il senso della vita.

Perché la vita

è nelle cose

ritrovate.

Anche quando

sono perdute »

 

Una delle poesie che preferisco perché mi dà un senso di pace e di accettazione.

 

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Spero riuscirà ad avvicinare un maggior numero di lettori alla poesia. La poesia infatti è per me curativa, una medicina buona e chi la legge non può altro che trarre giovamento. La poesia è sempre stata un po’ troppo tenuta in disparte rispetto le altre forme di scrittura, non so se per rispetto o più per paura. Essa, anzi Ella, è fondamentale, illumina la vita come un lampo. È distillato, un’estrema sintesi di qualcosa di molto più grande. In poche parole riesce a contenere un mondo di emozioni e di significati. Non si possono infatti leggere decine di poesie tutte d’un fiato. Un libro va letto adagio, facendo sedimentare le parole, rileggendole se possibile così da scoprire i molti e diversi “messaggi” contenuti. A volte la poesia è un codice segreto e come tale ci vuole la giusta pazienza per decodificarlo e apprezzarlo totalmente.

 

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Cosa contiene il QR Code stampato in quarta di copertina?

 

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Sto continuando a scrivere ma è ancora presto per pensare al prossimo libro. Vorrei solo riuscire a tornare a presentarlo pubblicamente, vedere tutto il viso delle persone, guardare dentro i loro occhi, respirare la loro stessa aria. Potere stringere nuovamente le mani e abbracciare, forte, a lungo restando ad ascoltare il prezioso silenzio che si scatena in quel momento.

Edoardo Gallo

 

Biobibliografia

Edoardo Gallo è poeta vicentino. Ha pubblicato tre libri in forma collettiva esprimendo poi la sua cifra poetica originale e polimorfa nelle tre raccolte personali Giorno Zero, È Solo Poesia , La Verità è un Bambino dagli Occhi Grandi.

Ha partecipato a Poetry Vicenza, FlussiDiVersi di Caorle, Parole Spalancate Festival Internazionale di Genova e al BeArt Festival dell’Arte di Vicenza. Con la poesia Io sono mio padre è vincitore assoluto del Premio Letterario Nazionale “Giorgio Gaiero”. Nel 2020, quale rappresentante della poesia italiana, è invitato a partecipare alla mostra virtuale “Mediterranean Anatomy” patrocinata dall’Ambasciata Italiana in Grecia. Le poesie A chi importa e Il nido del desiderio sono diventate canzoni d’autore.                L’inedito Soldati viene utilizzato quale voce poetica del video realizzato da Adifly in collaborazione con l’associazione culturale Liberi Pensatori, in ricordo degli alberi abbattuti dalla tempesta Vaia. Il progetto viene patrocinato dall’Assessorato alla Cultura e Turismo della Regione del Veneto. A luglio 2020 è finalista alla XIV edizione del Premio Letterario “Città di Livorno” con la poesia Le cose difficili. Prestigiose sono le collaborazioni con numerosi artisti e musicisti, tra i quali il pianista e compositore Giuseppe Laudanna con il quale crea il progetto artistico PoeMusìa.

 

 

 

 

 

100 ANNI DI LEONARDO SCIASCIA ~ METAFORE E CONTRADDIZIONI

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Nei primissimi anni ’80 del secolo scorso venni invitata dal Comune di Porto Empedocle, mio luogo di origine, a partecipare come “giovane poetessa”  ad un convegno letterario che radunava alcuni degli autori del territorio agrigentino. Mi ritrovai dunque in un contesto di personalità della cultura non solo siciliana ma di carattere nazionale fra cui Antonino Cremona, Federico Hoefer, Alfonso Gaglio, Andrea Camilleri e Leonardo Sciascia. Di Hoefer e Camilleri, quest’ultimo non ancora nel solco del successo dovuto alla serie montalbaniana, conoscevo qualcosa, essendo stati entrambi amici di gioventù dei fratelli di mia madre, gli altri mi erano pressoché ignoti, salvo Sciascia di cui avevo letto Il giorno della civetta e qualche altro titolo. Di lui ho un ricordo visivo vago, in particolare un mezzo sorriso fra l’ironico e il compiaciuto. Timida e alle prime armi nel campo della scrittura, non osai interloquire con nessuno di loro, in seguito ebbi modo di presentare a Palermo sia Hoefer, col quale si stabilì una bella amicizia, sia Camilleri, che al contrario non ebbi più modo di incontrare. Di Leonardo Sciascia continuai a leggere molti altri libri, con un interesse sempre maggiore ma in difficoltà nell’inquadrare la sua opera in una categoria letteraria, fin quando non giunsi alla lettura di La Sicilia come metafora, un libro-intervista della giornalista francese Marcelle Padovani, che mette a fuoco la persona e l’opera sciasciana.  Ma chi è Leonardo Sciascia?

“Mio nonno si chiamava Leonardo, come me; era un gran lombardo alla Vittorini dagli occhi azzurri. Ho trovato suoi biglietti da visita: Leonardo Sciascia-Alfieri. Alfieri è un nome del nord, che aveva preso da sua madre insieme agli occhi azzurri, mentre Sciascia è un cognome propriamente arabo, che fino al 1860 sui registri anagrafici veniva scritto Xaxa, e che si leggeva Sciascia. In arabo, dice Michele Amari, vuol dire «velo del capo». Una volta, il console di Libia a Palermo mi ha detto che, per indicare un’amicizia strettissima, nel suo paese si parla di «due teste in una stessa sciascia”.

Nato a Racalmuto, paese dell’agrigentino, si trasferisce con la famiglia a Caltanissetta dove il padre inizia a lavorare come amministratore in una zolfara nissena. Frequenta il corso magistrale dove insegna Vitaliano Brancati, suo professore e primo riferimento culturale, consegue il diploma e inizia ad insegnare.

“Il pomeriggio lo passavo da uno zio sarto. Per apprendere il mestiere. Il mio trasferimento a Caltanissetta fu casuale. Se mio padre non avesse avuto il posto ad Assoro, non ci saremmo trasferiti a Caltanissetta. È stata una fatalità che ha inciso molto sul mio destino. Se fossimo rimasti a Racalmuto, io avrei fatto il sarto.”

Per fortuna delle patrie lettere la vita di Leonardo Sciascia ebbe diversa sorte. Per tutta la seconda metà del Novecento fu lo scrittore che attraversò la storia civile italiana, con le sue opere segnò l’inizio di quella letteratura che metteva il dito nella piaga del sistema mafioso la cui struttura si era insediata anche nell’apparato politico. La sua non fu denuncia, ma analisi lucida e impietosa della connivenza tra Stato e potere illegale, esercitata fin dal regno borbonico. Da uomo attento e analitico, lo scrittore è consapevole della difficoltà, per non dire dell’impossibilità, di giungere alla realizzazione di un perfetto sistema politico e sociale, tuttavia ritiene un dovere vivere e lottare perché questo possa essere raggiunto.

“Di me come individuo, individuo che incidentalmente ha scritto dei libri, vorrei che si dicesse: «Ha contraddetto e si è contraddetto», come a dire che sono stato vivo in mezzo a tante «anime morte», a tanti che non contraddicevano e non si contraddicevano.”

Riferendosi al ruolo dell’intellettuale, Sciascia sostenne che in Sicilia gli intellettuali costituiscono un corpo estraneo che il tessuto sociale rigetta in quanto rappresentano la coscienza del passato e la preoccupazione per l’avvenire.

“C’è stato un progressivo superamento dei miei orizzonti, e poco alla volta non mi sono più sentito siciliano, o meglio, non più solamente siciliano. Sono piuttosto uno scrittore italiano che conosce bene la realtà della Sicilia, e che continua a esser convinto che la Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo odierno. Date queste condizioni, sono ancora uno scrittore siciliano? E che cos’è uno scrittore? Da parte mia, ritengo che lo scrittore sia un uomo che vive e fa vivere la verità, che estrae dal complesso il semplice, che sdoppia e raddoppia – per sé e per gli altri – il piacere di vivere. Anche quando rappresenta terribili cose.”

Scettico e talvolta amaro, per lo scrittore racalmutese il cammino della Sicilia è stato sempre un percorso difficile ancorché illuminato da grandi civiltà e da importanti tradizioni etnico-culturali che non ne hanno purtroppo cancellato la connotazione di terra di conquista. E coglie una lancinante verità nell’affermare che il fasto lasciato come retaggio dagli spagnoli ai siciliani, che continuano a praticarlo, gli uni lo vivevano da padroni, gli altri da schiavi. Alcune delle tante considerazioni e prese di posizione di Sciascia suscitarono a suo tempo aspre critiche e pungenti polemiche, soprattutto dopo che egli scese in politica, prima con il PCI di Achille Occhetto, dal quale diede le dimissioni perché contrario al “compromesso storico”, e dopo con il Partito Radicale, in seno al quale fu eletto alla Camera dei Deputati. Dopo la pubblicazione de L’affaire Moro le polemiche si moltiplicarono. Nel suo pamphlet Sciascia lascia trasparire il suo dissenso per come si era concluso il tragico rapimento di Aldo Moro, addossandone implicitamente la colpa all’apparato dello Stato che non aveva acconsentito a trattarne il rilascio. Egli smonta la tesi che era stata adottata dall’establishment politico, secondo la quale le lettere che il sequestrato scriveva pregando di cedere alle richieste dei terroristi erano dettate da uno stato di offuscamento mentale derivato dalla carcerazione, e lascia trasparire la propria posizione di dissenso. Quando si apre la tragica stagione degli omicidi di stato per mano mafiosa è ancora lui che sferra attacchi contro il sistema del “pentitismo”, non ritenendo etico “premiare”, a fronte di una testimonianza accusatoria, chi si era materialmente reso colpevole di uccisioni e stragi. Da una parte il rifiuto della violenza, dall’altra una costante critica al potere costituito e ai suoi segreti inconfessabili. Furono atteggiamenti che gli alienarono parte dei consensi, ma la sua presenza letteraria non ne rimase offuscata e le sue opere continuarono ad essere apprezzate fin oltre oceano.

“Considero il potere, non già alcunché di diabolico, ma di ottuso e avversario della libertà dell’uomo. Sono tuttavia indotto a lottare perché, all’interno del potere, si abbiano ricambi, possibilità di “alternative”, novità, una migliore organizzazione della giustizia, una libertà sempre più ampia, ragion per cui mi impegno quando c’è una battaglia da combattere. Mi rendo perfettamente conto di essere animato da un certo spirito di contraddizione, ma so che ogni essere umano che esercita un’attività intellettuale non può non esserne animato.”

La bibliografia di Leonardo Sciascia è sterminata, egli ha scritto di tutto: poesie, racconti, romanzi, saggi, teatro, pamphlet, aforismi, articoli giornalistici, e curatela di volumi collettanei e monografici per grandi case editrici italiane. Ho letto recentemente che la sua linea letteraria è stata definita Realismo critico. Non so quanto questa definizione possa essere adeguata, forse è ancora troppo presto per le etichette di “corrente”, o più verosimilmente la sua opera sfugge a ogni precisa categoria letteraria, mantenendo una sua propria identità che assomma la lezione pirandelliana e l’illuminismo volterriano. Ma possiamo affermare che dal suo magistero sono stati certamente influenzati due altri grandi scrittori siciliani, Andrea Camilleri e Gesualdo Bufalino, l’uno per la felice creazione del commissario Montalbano, spigoloso e ironico, l’altro per le risonanze barocche della sua scrittura. Amato e odiato, apprezzato e criticato, con la sua presenza e con la sua opera Leonardo Sciascia ha segnato tutta la seconda parte del secolo ventesimo lasciando un’impronta indelebile.

Anna Maria Bonfiglio

Nota – Le parti in corsivo sono tratte da “La Sicilia come metafora”, intervista a Leonardo Sciascia di Marcelle Padovani, Mondadori 1979

 

Versi trasversali: Benedetto Ghielmi

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

BENEDETTO GHIELMI

 

ATTESA

L’attesa mi consuma le membra

adrenalina zampillante richiamo di un Oltre

catena che pone in gabbia il cuore

vorrei avere ma posso limitarmi a stare

tortura dell’anima

disarmato assaporo ciò che mi sarà posto in dono

riaffiora la speranza

spinta per vivere con intensità ulteriore

ogni atomo di tempo che respiro.

 

A TE

Inebriante gioia

porto sicuro

fragilità eccelsa

piuma leggera

carezza rigenerante

sacra condivisione

semplicità divina

porta socchiusa alla bellezza

parola rassicurante

ancora del mio navigare

ristoro del mio essere

pergamena affascinante

desiderio di scoprirti

vetta alpina

sacro tempio

nettare del mio affanno

lettera incompiuta

muro portante ma nascosto

timida esuberanza

ispirazione ordinata

fiore non raccolto

acqua che disseta

profumo di

Dio.

 

AMORE

Brezza mattutina

mi scompigli ricomponendomi

ordine irrazionale con il suo cullante andare

 

sosta ristoratrice

mi straborda il cuore dagli schemi umani

spinta verso l’Assoluto

continuazione del ciglio della speranza

 

forza trascinatrice verso il superamento del razionale

espressione del dono

energia creatrice.

 

APERTURA

Racchiuso in questo desolante volteggiare

sbarrata è la via verso un oltre

sento il sapore del soffocamento

reclinandomi in avanti cerco un pertugio

respiro

posso, finalmente, assaporare il profumo del muschio

frizzante fuga

mi si schiude davanti un nuovo orizzonte

dove giungerà il mio vagare?

 

 

DELICATEZZA

Contemplo instancabilmente

ogni foglia che cade

danzando come se cadesse un frammento prezioso

plana docilmente accarezzando il suolo

 

ritorno ad un nuovo cominciare

gesto tremante

odo l’eco

 

trasforma il tutto avvolgendolo con il sacro mantello

carezza di vita.

 

MATTINA

Algido sole

brezza pungente

campi in attesa dell’abbraccio del nuovo giorno

 

volto rifiorito

la città ridesta la speranza in un nuovo cominciare.

 

RICORDI

L’anima, inebriata di bellezza,

canta attimi eterni e passi di luce

 

lo sguardo è nuovo

e un fiume incontrollato scorre nelle mie viscere

 

incontri rinnovati

brandelli di mistero

 

la vita è una domanda di eleganza e stupore

trattengo per riconsegnare allegria esplosiva

preziosa occasione è questo viaggio.

 

Testi tratti da Benedetto Ghielmi, Cocci di bottiglia, Edizioni 2000diciassette, 2020.

 

 

uNa PoESia A cAsO: Jacques Prévert

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Jacques Prèvert

Oasi Mirò (da “Sole di notte”)

Uccelli giallo folle vestiti di nero bruciato
in un cielo nero deserto
volavano.

Verde verde
Garcia Lorca cantava
Astro di rosso rame il suo cuore li attirava.

È colpa della luna
le lacrime sanno di sale
e le onde più sottili del mare
si erano rotte come vetro
sulla più tenera roccia.

le lacrime sanno di sale
è per colpa della luna
che governa le maree.

Numeri e Auguri

Oggi è il primo dell’anno 2021, una data che scritta tutta in numeri,  1.1.2021 ha un assonante fascino da “numero uno”. Come un segno di avvio e rinascita. Voglia il cielo che l’anno che ci lasciamo alle spalle sia una storia conclusa e col nuovo, appena iniziato, si apra un nuovo capitolo per l’umanità.

Uno scenario nel quale la malattia che ci ha ricordato quanto siamo deboli, fragili e mortali, quanto basta un soffio per metterci in ginocchio, sia debellata, e gli uomini, più consapevoli della preziosità degli affetti e della necessità di ripensare un diverso stile di vita e di rapporti sociali, generino pensiero e azione volti a “curare” la terra che abitano, a rispettare tutte le diversità, contrastare la povertà, dissipare le guerre.

Un augurio “grandioso”, ma credo fosse necessario esprimere il carico “spirituale” del significativo momento storico che stiamo vivendo e la speranza accomunante del superamento prossimo della pandemia, il desiderio di rinascita e conversione.

Non dimentichiamo però che fine e inizio d’anno sono un’occasione, ormai tradizionale, su questo blog, di dare uno sguardo al lavoro svolto sul blog stesso, un bilancio che, come al solito richiede l’ausilio dei numeri, il concorso dei nomi.

Con oggi e in questo momento il blog Limina mundi registra 168.264 visite dalla sua nascita e 188 follower. Sono stati pubblicati in tutto 684 articoli. Nell’anno 2020 sono stati pubblicati 134 post che, rispetto ai 101 dell’anno 2019 sono un incremento. Questo dato offre l’occasione per sottolineare l’aspetto più innovativo che ha riguardato il blog nel  2020 e cioè la partecipazione di Adriana Gloria Marigo e Annamaria Bonfiglio, entrate a far parte della redazione del blog.

Altri autori che hanno contribuito sono: Emilio Capaccio con tre sue poesie e le traduzioni delle quali dirò più sotto, Cinzia della Ciana (con i racconti “Solfeggiando in emergenza”, e “Teiera triste”),  Francesco Tontoli  (racconto “Griot in the city”, le poesie  “10 quarantene”), Francesco Palmieri (nota critica a  “Maternità Marina” di autori vari a cura di Silvia Rosa e  Valeria Bianchi Mian), Pietro Pancamo (racconto “Serafino preposto al coraggio”), Giorgio Brunelli (racconto “BYE (Chapbook)”, Franca Alaimo (nota critica “Al dio dei ritorni” di Maria Allo), Maria Allo con una sua lettura a “Corpo di pane” di Elisa Ruotolo.

Questi nomi appena citati spiegano l’incremento di produzione, se fossimo un’azienda che produce e vende potremmo dire che l’offerta si è arricchita, ma poiché non lo siamo  e il linguaggio da sponsor non è nelle nostre corde, né si addice allo spirito del blog, diciamo piuttosto che è bello che si sviluppi l’aspetto corale del blog, è un piacere avere più voci presenti a dare forma, suono e colore all’arte.

Scendendo più nei dettagli di quanto è stato fatto:

Adriana Gloria Marigo ha pubblicato nella sua rubrica Miscelaneas 22 articoli nei quali ha presentato gli autori: Silvio Raffo, Luciano Domenighini, Gianluca Conte, Marcks Hediger, Francesco Zevio, Alessandro Quattone, Paul Morand, Gabriella Cinti, Alain De Botton, Giorgio Bolla, Valentina Meloni, Giancarlo Stoccoro, Victoria Surliuga, Ezio Gribaudo, Fabio Dainotti, John Taylor, Paolo Menon, la rivista Traduzionetradizione diretta da Claudia Azzola, nonché gli interventi critici a firma della stessa Marigo, di Fabio Pusterla, di Silvio Aman, in particolare di Aman su “Astro immemore” del quale Adriana Gloria Marigo è autrice. Adriana  ha chiuso l’anno con la proposta poetica del giorno di Natale.

Annamaria Bonfiglio ha pubblicato 9 articoli nei quali ha affrontato la poetica o aspetti specifici della poetica di Jean Louis Borges, Luigi Pirandello, Angelo Maria Ripellino, Cristina Campo. Ha proposto inoltre note di lettura di “Nei giorni per versi” di Anna Maria Curci, “Vite ordinarie” di Franca Alaimo, “Cadere Volare” di Clelia Lombardo e “Cuore di preda” di varie autrici , quest’ultimo sul tema della violenza di genere, presente e ingravescente, della quale è sempre bene mai smettere di parlare.

Deborah Mega ha pubblicato circa  50 articoli. Ha continuato a curare la rubrica “Epistole d’autore” (3 articoli) e la rubrica “Racconti” con analisi critica di 6 racconti proposti alla lettura, ha pubblicato le interviste a Mario Fresa su “Bestia divina”, Nino Iacovella su “ La linea Gustav”, Silvia Rosa su “Maternità Marina” e a Sergio Sichenze su “Tutto è uno”.  Ha inoltre scritto e pubblicato le seguenti recensioni a “Fiori estinti” e “Poema della fine” di Mattia Tarantino, “Galatina Un sogno d’amore” di Dante Maffia e Elio Scarciglia, “Tutto è uno” di Sergio Sichenze, “La crepa madre” di Carlo Tosetti e “Archivio del bianco” di Stefania Onidi.

Loredana Semantica ha pubblicato circa 50 articoli  tra i quali le interviste agli autori Federica Galetto per “La neve e la libellula”, Sal Ferranti per  “La legge della piuma”, Mariangela Ruggiu “Il suono del grano”, Patrizia Destro “Haiku dal silenzio”, Viviana Viviani “Se mi ami sopravvalutami”, Cinzia della Ciana “Grumi sciolti”. Loredana Semantica ha pubblicato nella rubrica “Cronache sospese” 1 articolo e 2 articoli  nella rubrica “Prisma lirico”. Dal 14 marzo al 16 maggio 2020 ha curato la rubrica #cronacheincoronate pubblicando i racconti di vita quotidiana di  se stessa alle prese col profondo lock down italiano in tempo di pandemia. La rubrica aperta ai contributi di chi volesse offrirli, ha visto la partecipazione di Antonella Pizzo e Flavio Almerighi, Deborah Mega, Anna Maria Bonfiglio Cinzia Della Ciana.  Nell’anno 2020 è stata avviata la rubrica “Idiomatiche”. L’inaugurazione della rubrica è avvenuta con le traduzioni di Yves Bonnefoy ad opera di Emilio Capaccio  e l’arte fotografica di Lorenzo Noto. Successivamente Emilio Capaccio ha proposto sue traduzioni di Seamus Heaney, Carlos Drummond de Andrade, Walt Whitman, Angel Gonzalez.  Nella rubrica sono presenti diverse traduzioni del neo premio Nobel Louise Gluck ad opera di Antonella Pizzo, Deborah Mega e Loredana Semantica. In tutto la rubrica Idiomatiche raccoglie 17 articoli.

In “Canto presente” nel 2020 abbiamo ospitato: Marina Marchesiello, Marcello Buttazzo, Giovanni Ibello, Giampaolo Mastropasqua, Nicola Grato, Davide Cortese, Andrea Castrovinci Zenna, Ivano Mugnaini.

In “Versi trasversali” abbiamo ospitato: Alessio Vailati, Michela Zanarella.

Non mancano vari articoli a cura di Loredana Semantica e Deborah Mega per particolari occasioni di celebrazione, festività o memoria. Un po’ come questo, volendo, che ripercorre un anno di lavoro e dà spessore all’opera che cerchiamo di realizzare. Mi pare non ci sia altro da dire. Mancano solo gli auguri sintetici, quelli speciali sono già all’inizio di questo post. C’è tutto: “Numeri e Auguri”.

Buon 2021!

“Ode al primo giorno dell’anno” di Pablo Neruda

by Aykut Aydogdu

Lo distinguiamo dagli altri
come se fosse un cavallino
diverso da tutti i cavalli.
Gli adorniamo la fronte
con un nastro,
gli posiamo sul collo sonagli colorati,
e a mezzanotte
lo andiamo a ricevere
come se fosse
un esploratore che scende da una stella.

Come il pane assomiglia
al pane di ieri,
come un anello a tutti gli anelli: i giorni
sbattono le palpebre
chiari, tintinnanti, fuggiaschi,
e si appoggiano nella notte oscura.

Vedo l’ultimo
giorno
di questo
anno
in una ferrovia, verso le piogge
del distante arcipelago violetto,
e l’uomo
della macchina,
complicata come un orologio del cielo,
che china gli occhi
all’infinito
modello delle rotaie,
alle brillanti manovelle,
ai veloci vincoli del fuoco.

Oh conduttore di treni
sboccati
verso stazioni
nere della notte.
Questa fine dell’anno
senza donna e senza figli,
non è uguale a quello di ieri, a quello di domani?

Dalle vie
e dai sentieri
il primo giorno, la prima aurora
di un anno che comincia,
ha lo stesso ossidato
colore di treno di ferro:
e salutano gli esseri della strada,
le vacche, i villaggi,
nel vapore dell’alba,
senza sapere che si tratta
della porta dell’anno,
di un giorno scosso da campane,
fiorito con piume e garofani.

La terra non lo sa: accoglierà questo giorno
dorato, grigio, celeste,
lo dispiegherà in colline
lo bagnerà con frecce
di trasparente pioggia
e poi lo avvolgerà
nell’ombra.

Eppure
piccola porta della speranza,
nuovo giorno dell’anno,
sebbene tu sia uguale agli altri
come i pani
a ogni altro pane,
ci prepariamo a viverti in altro modo,
ci prepariamo a mangiare, a fiorire,
a sperare.

Ti metteremo
come una torta
nella nostra vita,
ti infiammeremo
come un candelabro,
ti berremo
come un liquido topazio.

Giorno dell’anno nuovo,
giorno elettrico, fresco,
tutte le foglie escono verdi
dal tronco del tuo tempo.

Incoronaci
con acqua,
con gelsomini aperti,
con tutti gli aromi spiegati,
sì,
benché tu sia solo un giorno,
un povero giorno umano,
la tua aureola palpita
su tanti cuori stanchi
e sei,
oh giorno nuovo,
oh nuvola da venire,
pane mai visto,
torre permanente!

(Trad. di Alessandra Mazzucco)

Oda al primer día del año

Lo distinguimos
como
si fuera
un caballito
diferente de todos
los caballos.
Adornamos
su frente
con una cinta,
le ponemos
al cuello cascabeles colorados,
y a medianoche
vamos a recibirlo
como si fuera
explorador que baja de una estrella.

Como el pan se parece
al pan de ayer,
como un anillo a todos los anillos:
los días
parpadean
claros, tintineante, fugitivos,
y se recuestan en la noche oscura.

Veo el último
día
de este
año
en un ferrocarril, hacia las lluvias
del distante archipiélago morado,
y el hombre
de la máquina,
complicada como un reloj del cielo,
agachando los ojos
a la infinita
pauta de los rieles,
a las brillantes manivelas,
a los veloces vínculos del fuego.

Oh conductor de trenes
desbocados
hacia estaciones
negras de la noche.
este final
del año
sin mujer y sin hijos,
no es igual al de ayer, al de mañana?
Desde las vías
y las maestranzas
el primer día, la primera aurora
de un año que comienza
el primer día, la primera aurora
de un año que comienza,
tiene el mismo oxidado
color de tren de hierro:
y saludan
los seres del camino,
las vacas, las aldeas,
en el vapor del alba,
sin saber
que se trata
de la puerta del año,
de un día
sacudido
por campanas,
adornado con plumas y claveles,

La tierra
no lo
sabe:
recibirá
este día
dorado, gris, celeste,
lo extenderá en colinas,
lo mojará con
flechas
de
transparente
lluvia,
y luego
lo enrollará
en su tubo,
lo guardará en la sombra.

Así es, pero
pequeña
puerta de la esperanza,
nuevo día del año,
aunque seas igual
como los panes
a todo pan,
te vamos a vivir de otra manera,
te vamos a comer, a florecer,
a esperar.
Te pondremos
como una torta
en nuestra vida,
te encenderemos
como candelabro,
te beberemos
como
si fueras un topacio.

Día
del año
nuevo,
día eléctrico, fresco,
todas
las hojas salen verdes
del
tronco de tu tiempo.

Corónanos
con
agua,
con jazmines
abiertos,
con todos los aromas
desplegados,
sí,
aunque
sólo
seas
un día,
un pobre
día humano,
tu aureola
palpita
sobre tantos
cansados
corazones,
y eres,
oh día
nuevo,
oh nube venidera,
pan nunca visto,
torre
permanente!

Quattro poeti per il Natale: Thomas Stearns Eliot, Samuil Jakovlevič Maršak, José Saramago, Carol Ann Duffy

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La coltura degli alberi di Natale

 

Vi sono molti atteggiamenti riguardo al Natale,

E alcuni li possiamo trascurare:

Il torpido, il sociale, quello sfacciatamente commerciale,

Il rumoroso (essendo i bar aperti fino a mezzanotte),

E l’infantile – che non è quello del bimbo

Che crede ogni candela una stella, e l’angelo dorato

Spiegante l’ali alla cima dell’albero

Non solo una decorazione, ma anche un angelo.

Il fanciullo stupisce di fronte all’albero di Natale:

Lasciatelo dunque in spirito di meraviglia

Di fronte alla Festa, a un evento accettato non come pretesto;

Così che il rapimento splendido, e lo stupore

Del primo albero di Natale ricordato, e le sorprese, l’incanto

Dei primi doni ricevuti (ognuno

Con un profumo inconfondibile e eccitante),

E l’attesa dell’oca o del tacchino, l’evento

Atteso e che stupisce al suo apparire,

E reverenza e gioia non debbano

Essere mai dimenticate nella più tarda esperienza,

Nella stanca abitudine, nella fatica, nel tedio,

Nella consapevolezza della morte, nella coscienza del fallimento,

Nella pietà del convertito

Che si potrebbe contaminare di vanagloria

Spiacente a Dio e irrispettosa verso i fanciulli

(E qui ricordo con gratitudine anche

Santa Lucia, con la sua canzoncina e la sua corona di fuoco):

Così che prima della fine, l’ottantesimo Natale

(Significando qui per «ottantesimo» l’ultimo, qualunque esso sia)

Le accumulate memorie dell’emozione annuale

Possano concentrarsi in una grande gioia

Simile sempre a un grande timore, come nell’occasione

In cui il timore giunse ad ogni anima:

Perché l’inizio ci ricorderà la fine

E la prima venuta la seconda venuta.

 

Thomas Stearns Eliot

da Poesie a cura di Roberto Sanesi, Arnoldo Mondadori Editore, 1972

 

 

Dopo la festa

 

L’abete si rannuvola. Fa buio.

Le fiammelle scoppiettano spegnendosi,

e un altro abete attraverso la brina

guarda nella finestra il giardino nevoso.

 

Io vedo che la luna accende

i suoi aghi vestiti di neve

e, tutto infiammandosi, annuisce

al mio abete che si sta spegnendo.

Mi spiace che sugli aghi del mio abete,

la bufera non abbia sparso polvere,

che il vento non culli i suoi rami

distesi come ali nere.

 

Samuil Jakovlevič Maršak

da Poesia russa del Novecento, traduzione di Angelo Maria Ripellino, Feltrinelli

 

 

Natale

 

Né qui, né ora. Inutile promessa

d’altro calore e di nuova scoperta

sotto l’ora che annotta viene meno.

Brillan le luci in cielo? Brillan da sempre.

Questa vecchia illusione

abbandoniamo.

Oggi è Natale. E proprio niente avviene.

 

José Saramago

da Poesie, a cura e traduzione di Fernanda Toriello, Einaudi, Torino 2002

 

 

 

La neve mulinava alla finestra

 

La neve mulinava alla finestra;

e fonda, fresca, uniforme,

copriva i prati

dove una coppia di volpi s’acciambellava nella tana

mentre la Luna s’incupiva

al cipiglio fiero, d’oro e altero di un Gufo.  Pure là,

dove il ruscello gelato

inchiodato alla terra,

c’era una preghiera

che aleggiava come alito umano,

come lo spettro delle parole,

in un bosco scuro,

ansiosa di essere qualcosa di inteso.

Ma il Cielo non era che vecchia luce

e la brina era crudele

dove un uomo povero e curvo

andava a raccogliere legna.

 

Carol Ann Duffy

da Un Natale inglese. Poesie scelte, a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti, illustrazioni di Simone Pagliai, Le Lettere, Firenze 2018

 

 

 

 

Il Cosmo Simbolico di Cristina Campo

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Amore, oggi il tuo nome
al mio labbro è sfuggito
come al piede l’ultimo gradino…

ora è sparsa l’acqua della vita
e tutta la lunga scala
è da ricominciare.

T’ho barattato, amore, con parole.

Buio miele che odori
dentro diafani vasi
sotto mille e seicento anni di lava –

ti riconoscerò dall’immortale
silenzio.

 

Risiede in questi versi l’essenza del silenzio. Il nome sfuggito, la parola che lo anima è il peccato “imperdonabile”; il “baratto” del sentimento a favore della parola è un’ autoaccusa che si scioglierà solo “nell’immortale silenzio”. Quello  di Cristina Campo è un discorso per ellissi, un territorio in cui la vera ricchezza è tutto ciò che manca. D’altra parte non disse lei stessa che “aveva scritto poco e che meno avrebbe voluto scrivere”? L’eccedenza è quasi una paura, il mostrarsi più del necessario è in contrasto con la sua scelta esistenziale ed infatti fra la sua vita e la sua opera non esiste cesura, perché per Campo tra vita e pensiero, tra vita e arte non solo non deve esserci contrasto ma deve instaurarsi una vera e propria identificazione. Tutto ciò si sostanzia in una “assenza” che è incarnazione di una realtà più profonda dell’apparenza, rivelazione del vero significato delle cose, che non sta in quello che rappresentano ma in ciò a cui rinviano. Nel percorso verso questi rimandi lo sguardo si allunga fino ad arrivare a percepire il nucleo dei simboli che in essi risiedono. “L’incredulità nell’onnipotenza del visibile” è atteggiamento consustanziale alla scrittrice, è pratica che non abbandona, è la centralità di una poetica che guarda al mondo alluso, quello della fiaba, dei vangeli, della poesia, dove la “parola” è rivelazione del trascendente.

“Che altro veramente esiste in questo mondo se non ciò che non è di questo mondo?” Si chiede Cristina. Quello che unisce i due mondi è il simbolo e nella visione campiana il simbolo è fede in una Verità che parla attraverso di esso, è esperienza spirituale, esigenza di far combaciare la realtà naturale con una realtà sovrannaturale. Il suo mondo simbolico, mutuato in massima parte dalla liturgia della messa latina prima e bizantina poi, è lo specchio del cosmo celeste, epifania che rinvia all’Entità Divina. Ma il simbolo è altresì annidato nel tessuto delle fiabe ed è l’universo della fiaba uno dei nuclei più significativi della poetica campiana, un universo esplorato sia con la stesura di racconti fiabeschi ispirati ai migliori favolisti dell’Ottocento sia con accurati ed originali saggi. Nella concezione campiana il poeta è colui che restituisce la parola al suo valore simbolico e che trasferisce la verità in figure che coincidono con ciò che la parola significa. Il suo percorso intellettuale e ideologico segue quattro linee: il linguaggio, il paesaggio, il mito e il rito. Linguaggio essenziale, espresso per sottrazione più che per abbondanza, teso verso la Bellezza dell’Assoluto, da lei considerata quarta virtù dopo Fede Speranza e Carità. Campo, figura d’intellettuale appartata ed estranea al suo tempo, fa della costante ricerca della perfezione il suo ideale di vita e di scrittura, nel segno di una concezione ortodossa della cristianità che la conduce a combattere le riforme liturgiche del Concilio Vaticano II e ad avvicinarsi ai riti bizantini che ritiene più appropriati alla sua sete di assoluto.  

“Ci sono due mondi – io vengo dall’altro. Si apre con questi versi, posti anaforicamente all’inizio di ogni strofe, il “poema” Diario Bizantino, ultima opera di Cristina Campo, licenziata poco prima della sua morte e pubblicata postuma. Il mondo da cui viene Cristina è sempre l’altro, e quello che unisce i due mondi è il simbolo, fede in una Verità che parla attraverso l’esperienza spirituale, esigenza di far combaciare la realtà naturale con una realtà sovrannaturale. La potenza semantica del Diario Bizantino è da vertigine, la sua simbologia, ancorchè pervasa di spiritualità, trascende il carattere meramente religioso e testimonia un’aderenza più o meno consapevole al linguaggio esoterico. Ogni lemma, ogni immagine conserva un significato che va oltre: il Lume coperto, il sepolto Sole; le incorporee Legioni, gli Arcistrateghi di luce; l’anello bianco di San Vitale. E tutto rimanda ad altro. Nella visione campiana il simbolo è fede in una Verità che parla attraverso di esso.

“L’attenzione è il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero. Infatti è solidamente ancorata nel reale, e soltanto per allusioni celate nel reale si manifesta il mistero. I simboli delle sacre scritture, dei miti, delle fiabe, che per millenni hanno nutrito e consacrato la vita, si vestono delle forme più concrete di questa terra. […]. Essa è dunque, alla fine, la forma più legittima, assoluta d’immaginazione. Quella a cui allude senza dubbio l’antico testo di alchimia là dove raccomanda di dedicare all’opera la vera immaginazione e non quella fantastica.”

Cristina Campo vive artisticamente nel periodo in cui la cultura è rivolta verso le tensioni politiche e la poesia verso quei fronti che guardano da una parte all’impegno sociale e dall’altra agli sperimentalismi e alle neo-avanguardie. Il suo ruolo è dunque marginale rispetto al milieu imperante, le finalità della sua scrittura guardano sempre verso un orizzonte che connoti il suo dettato di valori spirituali ed estetici, essendo per lei Bellezza e Divino un corpo unico. Muore nel 1977, a 54 anni, nel silenzio quasi totale di una società letteraria che non ne aveva valutato la sostanziale caratura.

Anna Maria Bonfiglio

 

Versi trasversali

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ALESSIO VAILATI

Mare

I.
Sull’increspata lamina che specchia
antica e viva di epoche e di millenni
una distesa a perdifiato di sabbia

(laggiù arroccano mani di bambini
ancora castelli in mura e fortilizi)

gli occhi stanchi troveranno mai pace
dai riflessi, dagli echi imperscrutabili
delle nostre travisate identità?

II.
Non che il pensiero si faccia più saldo
nell’ondeggiare della correntia,
non che perdoni al moto il suo vagare
il panta rei, il vortice, la spirale
di lemmi, di radici, del suo tempo

fino a quando in un mattino di cristallo
il suo fondo scenderà a impietrire
preso nel folto l’occhio di Medusa.

III.
È questa brezza marina che figlia
l’assiduo frusciare del mare, il brusio
della vita nascente, il bisbiglio
vestibolo dei giorni più chiassosi,
di spazi dilatati, spalancati
da un fortissimo accecante bagliore.

E con il tempo è un giorno già lontano
nella vita indolente naufragata
in un’oscura nuvolaglia urbana,

il tuo sguardo che rifugge e va
nella visione estatica dell’acqua.

IV.
Dentro un’arena chiusa in gradinate
spiccano spoglie file digradanti
verso sud, nel mezzogiorno marino.

Ma se vi è tregua è proprio quell’istante
di smemoratezza estiva che acqueta
l’espansione instancabile dell’acqua.

Poi ogni ombra si fa incunabolo
e vi si getta il tarlo a germinare
da indulgenti tepori di scogliere
il dubbio che non siamo mare e sabbia

e il cielo instabile altro non sia
che uno specchio per le allodole.

Città fantasma

I.
Non hanno varchi o limiti le braccia
robuste del tempo, appena accennate
fra mura scalcinate nella traccia
d’antiche torri o chiese diroccate.

Poco più in alto un volo di rapace
ghermirà dalle rovine uno spettro,
il brandello di vita che resiste
con fatica all’erosione, il vessillo
scagliato contro il nemico più crudele.

 

II.
Se il vento è uno schiudersi d’occhi accesi
sulle lotte di sempre, sugli arresi
fortilizi che declinano a sera,
se è vero che in te ogni cosa s’avvera
–e già è tuo quel soffio che ci tiene
quasi sospesi e vivi in un prodigio–
allora mostra, sorto dal fastigio
delle città, il tuo volto nella cenere.

 

III.
Era un clangore a levarsi dai tetti
non già quel roco vociar d’ubriachi;
era un tragitto per fossi, per stretti
vicoli in cui perdersi.
Ma a chi
parlasti, a chi il tuo indice segnò
la via di fuga verso una salvezza?

 

IV.
Disilluso –ma ancora non ghermito–
tuttora spero, come e quanto può
sperare un uomo. E poi, di sopra, il vento
rinserra con veemenza le sue porte,
si arresta inesorabilmente: è fermo.

Il gorgo non sostiene più il suo moto.
Si placa dal dirupo il flusso, il tempo
sospeso si ripiega dentro il vuoto.

*

Declinava il Sole

Declinava il sole e la luce lentamente diradava. La sera ormai si gettava per le piazze, si appropriava di strade e vicoli, indugiava sui palazzi. L’uomo si volse rassicurato dal pensiero che la notte è soltanto un attimo, che ogni cosa gettata davanti alla luce genera necessariamente un’ombra.
“Ecco proprio di questo parliamo, della luce” disse all’improvviso indicando il disco luminoso arrossarsi dietro il filo dell’orizzonte.
“Cos’è per te quell’ombra?” rispose appena indietro una voce più sommessa e rise.
“Ah un’ombra, una penombra… mai una tenebra! La proiezione degli oggetti su uno sfondo… gli oggetti, come vedi, assorbono, riflettono, si fanno attraversare dalla luce. Ma non andiamo troppo nello specifico, non è questo il punto”.
“Lo immaginavo”, rispose l’altra voce. “Il problema è la cecità dello sguardo?”
“Ah lo sguardo… quella cosa che sbatte necessariamente sugli oggetti, sulle ombre incise nello sfondo. Guardiamo oltre, guardiamo alla luce che definisce – più o meno nitidamente – i contorni, che crea forme e colori dentro i nostri occhi. Di fuori c’è una babele di oggetti, di linguaggi, un labirinto di informazioni e affermazioni che confondono la nostra limitata e distratta intelligenza.
Risaliamo il fiume goccia a goccia, corpo dopo corpo, ombra dopo ombra fino all’impronta di quella sorgente pura, primigenia in cui tutto si riduce all’unità”. E poi ancora: “L’unità è come la vista dalla cima di una montagna. È la visione ampia che spinge nella dilatazione estrema il tempo fino al suo totale annullamento. È la visione complessiva che si allarga verso l’infinito, abbattendo le limitazioni dello spazio fisico, fino a renderle indifferente la materia… Lì si coglie la Verità, il principio ordinatore, il senso ultimo e più profondo delle cose, la formula che annichilisce ogni possibilità di inganno”.

*

Portovenere

Si erge una chiostra di mura sopra l’acqua
e a picco vi strapiombano falesie
dove sbatte e frange con fragore l’onda
e in mille spruzzi la sua voce il mare.

È già ricordo il borgo dal dirupo,
di sguincio incappa la vista su Palmaria
dall’altezza della chiesa di san Pietro.

Ma non v’è traccia nel flusso dell’aria
di questo mite inverno; non v’è parola
che contenga o che appena ravvicini
i lembi di una vita lacerata.

Ma poi di te

I.
Ma poi di te che cosa sa il ricordo
se non parole in nebbie di paesaggi
con il passato che in nuove radici
si rigenera quando le reinventa
come una specie di rassegnazione.

E so che queste cose ognuno sa
e dimentica. Il mare si confonde
in fondo al cielo chiaro nello sguardo
–così alto, così profondo– di Dio.

II.
Se aneli ad altro, tu per altro cosa
intendi, con il pensiero ondivago
nell’età che trascolorando muta?

Se vai oltre le dense nebbie, oltre
il dubbio che tiene la vita desta,
dimmi: tu chiamerai il mio nome ancora?

***

È sera sempre qui se con lo sguardo
ti fermi sotto il cielo delle venti
e intanto il traffico già si è rallentato
si è mitigato come l’aria quando
l’ombra offre ristoro alla canicola.

III.
Andrò forse in un mattino
l’animo dentro al mio cappotto,
i pugni stretti nelle tasche larghe,
gli occhi a terra, la luce a evitare;

andrò in un mattino svogliato al primo sole
negli angoli ciechi di una città dormiente

verso l’azzurrità del mare di silenzio
a colmare la distanza che risale il cielo.

 

Testi tratti da Alessio Vailati, Il moto perpetuo dell’acqua, Biblioteca dei Leoni, 2020.

Prisma lirico 34: Fernanda Romagnoli – Félix Vallotton – René Magritte

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Fernanda Romagnoli nel Prisma lirico di oggi, con Félix Vallotton – Renè Magritte

1

Sonno

Mia madre dorme,
sul cuscino il profilo di medaglia,
scaldandosi un tremulo ghiro
di respiro in fondo alla gola.
Dorme con due collane
di rughe allacciate alla nuca,
il sopracciglio
in pieghe di pacata meraviglia.
I capelli riposano leggeri
nell’ombra che al suo corpo fa da culla.
Ma la mano s’è arresa,
crocefissa alla vita.

Poesia “Sonno” di Fernanda Romagnoli, da Il tredicesimo invitato, 1980

2

Opere

1) Félix Vallotton, Donna sdraiata che dorme, 1899

2) René Magritte, Claude Marcy, 1937

3) René Magritte, La mémoire, 1948

3

“Traduzionetradizione” Quaderni internazionali di traduzione poetica e letteraria diretti da Claudia Azzola Quaderno n. 16 – settembre 2019

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In copertina: “Morsa”, 1995, scultura in marmo rosa Portogallo di Elena Mutinelli – collezione privata

La rivista plurilingue Traduzionetradizione di cui Claudia Azzola è fondatrice e direttrice è il frutto di una precisa attenta cura verso la specificità della traduzione, le problematiche che insorgono nel trasferire la parola originaria in altra lingua, la questione della vitalità della resa del testo tradotto, poiché l’opera del traduttore comporta una serie di competenze e finezze sia linguistiche, sia lessicali, sia culturali, nonché inventive o immaginali, avendo chiaro che tradurre non significa sovrapporre, aderire, combaciare perfettamente le parole, i versi: la sovrapposizione esatta non è data per ragioni che nulla hanno a che fare con le scelte del traduttore, ma ineriscono alla questione della lingua, alla sua complessità che discende dalla complessità psichica poiché vive in stretto rapporto con gli individui che la parlano e assume in sé le variabili storico-geografiche, antropologiche, individuali; pertanto l’opera del traduttore si situa su tutti questi piani che, infine, riguardano la “significazione” del testo originario e, crucialmente, la psiche dell’autore nella sua dinamica immaginale, poetica. La direttrice Claudia Azzola, nella scelta dei testi da accogliere in Traduzionetradizione, si pone su questa linea di chiarezza, tenendo conto del rispetto del testo iniziale laddove è possibile e accettando l’invenzione del traduttore quando il testo originario presenta l’intraducibilità dovuta a espressioni che hanno ragione d’essere solo nella lingua in cui sono nate. Ed è qui, in questa forca caudina, che il traduttore si mostra decifratore del cosmo logico-immaginifico dell’autore,creatore, fiamma d’invenzione poetica, pur non raggiungendo mai la fossa delle Marianne del poeta, il segreto della parola nel suo fenomeno universale e personale.

 

Adriana Gloria Marigo

 

La rivista Traduzionetradizione si presenta in una veste sobria e raffinata: la copertina riporta sempre un’opera d’arte attenta a esprimere le «potenzialità dell’uomo»; i testi sono scelti tra le pubblicazioni contemporanee e attuali e tra gli autori che dimorano tra i classici. È diffusa e si consulta presso enti e librerie a Milano, Biblioteca Centrale Sormani; Libreria Popolare di via Tadino; Biblioteca Vigentina; Spazio–Studio Emilio Tadini; presso istituti universitari, a Trieste, Istituto Universitario per Traduttori e Interpreti; a Pavia, Centro per gli Studi sulla Traduzione Manoscritta di Autori Moderni e Contemporanei dell’Università; a Roma, Centro Nazionale dei Libri; a Pistoia, Centro Documentazione Periodici; a Londra, Royal Festival Hall, Poetry Library; National Poetry Society; London Library di St. James’s Square; Archives Modern Poetry in Traslation; Temple Lodge Club, Hammersmith; ed è presente a Festivals in Regno Unito; a Parigi, libreria La Tour de Babel; a Monaco di Baviera, Lyrik Kabinett ; iscritta all’Observatoire Européen du Plurilinguisme; iscritta al Pen Club Internazionale.

 

Nel numero 16 Traduzionetradizione presenta:

 

Paolo Febbraro, poeta e saggista

Adam Elgar, traduttore in inglese

Mariano Bargellini, scrittore

Sylvie Durbec, poetessa francese, in questo numero, traduttrice

Steven Grieco Rathgeb, poeta americano–svizzero–italiano, scrive in inglese e in italiano

Chiara Catapano, poeta e traduttrice dal neogreco

Nanni Cagnone, poeta e saggista

Stephen Sartarelli, traduttore in inglese

Mara Cantoni, cantautrice, drammaturga e regista

Ugo Foscolo, in versione inglese di Adam Elgar

Canto presente 49: Ivano Mugnaini

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

IVANO MUGNAINI

 

Quale amnistia?

 

Quale amnistia? Per quali peccati mortali?

È cosa da poco, in fondo, la morte, banale,

veniale o giù di lì, di sicuro scontata,

garantita come una sentenza, o un elettrodomestico

Philips con controllo illimitato di qualità.

Perché tarda allora l’indulto al vizio comico

del vivere? Qualcuno lo disse “assurdo”,

questo abuso, tale misera esuberanza, ma

fu solo mirabile tautologia.

Almeno allora uno sconto di pena alla pena

dell’essere, una via di fuga, d’ingresso, d’uscita,

il lusso di un carcere aperto alla speranza

della redenzione, il crimine antico di ritrovarsi

colti clamorosamente sul fatto, nel sacco entrambe

le mani, in piena flagranza di reato, nell’atto doloso,

e recidivo, di essere ancora vivi, ancora umani.

 

* * *

 

Il mondo non ha angoli

 

Ci ritroveremo, mi hai detto,

in qualche angolo del mondo.

Ma il mondo non ha angoli,

ogni punto equivale a tutti

e a nessuno, la curva del tempo,

ferro, graffio, veleno,

traccia di sogno, linea di una mano.

Ci ritroveremo, certo, e ci accorgeremo

che è gravido di altre carni, di altri

semi, il ventre del destino.

Ma ancora, tenace, avido,

partirà lo sguardo verso un lembo

di pelle, l’occhio, il collo, il braccio,

il seno, e di nuovo sarà immagine

del mondo, spazio di luce agibile,

abitabile, l’attimo in cui, ridendo,

ci diremo che non è possibile.

 

*  *  *

( poesie da La creta indocile, Oèdipus edizioni, 2018)

 

Nei tropici si deve anzitutto mantenere la calma.

Levò un indice ammonitore. Du calme, du calme. Adieu

 

J.Conrad, Cuore di tenebra

 

 

   Conradiana

 

Voi che vedete solo la misura,

dello scheletro, il calibro

delle ossa, i numeri dell’Iban

e delle estrazioni del lotto,

i grattaevinci e la polvere grigia

sul bancone dell’immensa tabaccheria,

sappiate che anche qui,

nei tropici franosi del Bel Paese

traforato come un Emmentaler

di tragiche farse

reiterate ad libitum,

perfino qui

conta e necessita

anzitutto mantenere la calma,

du calme, du calme,

e qualche attimo vitale

di tenerezza strappata all’acciaio

e al cemento

dei nostri cuori di tenebra

prima del giorno d’aprile

da sempre agognato.

 

 

*  *  *

 

 

Lui soltanto

 

Siate gentili! Tanto, alla fine,

adesso e domani,

in ogni frammento di tempo,

altro non siamo che aliti impuri

nella trama perfetta di un cielo

cieco a cui non apparteniamo,

ragni impettiti inghiottiti

da uno sbadiglio.

Siate gentili, non vi agitate,

fate conto di essere ramarri

tramortiti lungo un ripido

pendio con cui gioca un gatto

tignoso in un afoso giorno

d’estate.

Solo l’amore,

quello che non siamo e non abbiamo,

si può permettere di essere

frenetico e crudele, perché lui,

lui soltanto,

è essenziale.

 

*  *  *

 

Ipotesi

 

Che poi in fondo,

niente è cambiato;

già prima ci scrutavamo

l’un l’altro di soppiatto

la forma degli occhi, la bocca,

le mani, il colore della faccia

e delle parole e ci lavavamo

con cura le mani scordandoci

di disinfettare

il cuore.

Ci osservavamo a tradimento,

eterni stranieri in una sala

d’aspetto o sui divani

di un locale, passeggeri

sulla panchina di un tram

ognuno verso il suo deserto

o la zona rossa della sua sera.

Forse la vera sfida, a ben vedere,

non è non ammalarsi

è guarire.

     

               ( inediti da libro )

 

 

 

 

 

 

Traduciamo Louise Gluck: End of Summer

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Prosegue l’attività di traduzione iniziata qui, in calce a quel post troverete nei commenti i link/ping a tutte le precedenti traduzioni

End of Summer
(Louise Glück)

After all things occurred to me,
the void occurred to me.
There is a limit
to the pleasure I had in form –
I am not like you in this,
I have no release in another body,
I have no need
of shelter outside myself –
My poor inspired
creation, you are
distractions, finally,
mere curtailment; you are
too little like me in the end
to please me.
And so adamant –
you want to be paid off
for your disappearance,
all paid in some part of the earth,
some souvenir, as you were once
rewarded for labor,
the scribe being paid
in silver, the shepherd in barley
although it is not earth
that is lasting, not
these small chips of matter –
If you would open your eyes
you would see me, you would see
the emptiness of heaven
mirrored on earth, the fields
vacant again, lifeless, covered with snow –
then white light
no longer disguised as matter.

La fine dell’estate

(traduzione di Deborah Mega)

Dopo che ogni cosa mi è tornata in mente,
mi ha raggiunta il vuoto.
C’è un limite
al piacere che ho avuto nel corpo –
in questo non sono come te,
non ho liberazione in un altro corpo,
non ho bisogno
di protezione oltre a me stessa-
la mia povera ispirata
creazione, voi siete
distrazioni, infine,
pura riduzione; siete
troppo poco come me alla fine
per farmi piacere.
E così irremovibile –
vuoi essere ripagato
per la tua scomparsa,
tutto pagato in qualche parte della terra,

qualche souvenir, come eri una volta
ricompensato per la fatica,
lo scriba viene pagato
in argento, il pastore in orzo
sebbene non sia terra
quella che dura, non
questi piccoli frammenti di materia –
Se aprissi gli occhi
mi vedresti, vedresti
il vuoto del cielo
rispecchiato sulla terra, i campi
di nuovo vuoti, senza vita, coperti di neve –
poi luce bianca
non più travestita di materia.

Recensione di Silvio Aman su “Astro immemore” di Adriana Gloria Marigo, Prometheus Editrice, 2020

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Adriana Gloria Marigo: Astro immemore

Prometheus Editrice, 2020

Postfazione di Andrea Matucci: Un luminoso “sentimento dello spazio”

 

Con Astro immemore, Adriana Gloria Marigo ci offre una collana di quarantacinque brevi poesie in versi liberi rivolta al lago Maggiore coi suoi promontori, ma se il titolo ci allontana già da ogni ipotesi descrittiva, nei testi le elevate ricorrenze di aria, luce, azzurri e verdi lo richiamano piuttosto in raffinate tarsie o – come scrive Andrea Matucci – “per fuggevoli indicazioni” spesso tutt’altro che aderenti al versante visivo, semmai in un intreccio di empatia e stilizzazione:

 

Afflizioni pluvie saggiano

i cardini della roccia

l’irridente fragore del mare

che a me sodale frantuma

la chincaglieria del lago

 

finisterre occluso al largo.

 

È pur vero che il lago, o piuttosto la sua cornice, sottende l’intera raccolta, ma non senza effetti di estraneità, sia a causa dell’astro dimentico il suo benigno influsso – e tanto importante da titolare il libro – sia per la sua riduzione a “chincaglieria” rispetto al mare. Esso permette alla poetessa di eseguire difficili mosse da funambolo tramite voci inconsuete, rare, letterarie o derivate da altre lingue (come “funambolia” “viridarium” “spendimento” “implaga” “celestia” “aspèrgine” “venetico”…) cui si aggiunge l’uso spesso inarticolato delle preposizioni (“di rosa canina” – “d’ànemos” – “di vela rossa” – “d’aria” – “d’arte”) la tendenza a ridurre l’impiego degli articoli, e la sostantivazione di certi avverbi e aggettivi (“da smisurato lontano” “di vago fragrante”) ottenendo sempre nuove tessiture di un testo aperto, perciò di non facile decodificazione…

 

Intemperante giunge un vento

sonoro a lanciarsi ostinato

dalle dorsali prealpine,

suadere a dismisura

la funambolìa del mattino,

l’aspèrgine azzurra

lungo l’ordinata del giorno.

 

Nella formazione della propria lingua poetica, ci accorgiamo che Adriana Gloria Marigo ha reso straniere le presenze cui attribuisce “funambolìa” al mattino, “aspèrgine” all’azzurro, “implaga” al blu di Prussia “lunari” agli agresti, “spergiuro” al sole, “scaltra” all’ombra, “ordinata” al giorno, nel senso di unirle a presenze insospettate e a volte molto lontane come è il caso di il “re del Ponto”:

 

La digressione di tutto il turchino

sperpera la penitenza del cielo

qui avviene lo spergiuro del sole

la prova costante del re del Ponto,

stinge persino l’ombra scaltra del bianco.

 

La prima poesia, arco d’ingresso alla raccolta, si rivolge enigmaticamente a uno strappo esistenziale cui necessita l’arte del rammendo, come indica il duplice senso di fortuna…

 

È cucita addosso una veste

di timbriche fortune alterne

nella luce il momento esalta

e schianta nel giro che smaglia

e torna d’arte al rammendo.

 

mentre fra ciò che esalta e smaglia, le successive vi accennano sia per il tono sia per il fatto che l’impulso affettivo e i richiami al mondo esterno permangono in uno stato di implicito straniamento, sicché qui non si può certo dire, con Meister Eckart, “l’amore è di tal natura che trasforma l’uomo nella cosa amata”. Decisiva, al riguardo, è la quasi totale assenza dell’io “che vede, pensa, parla” (Andrea Matucci) e il predominio delle frasi constative, come in “febbraio ha corte nel gelo” “perdura il seccume” “si tagliano i rami opprimenti” e via così, lasciando insomma prevalere l’oggettività su cui si modellano le ardue espressioni dell’intera raccolta…

 

Stenta primavera pochi fiori

perdura il seccume

al turbine preciso d’avarìe

sotto lo sperdimento azzurro

ora che il levarsi mergozzino

convoca acuti d’ombra,

l’esecrabile nullora.

 

Ho accennato alle tarsie, perché la poesia di Adriana Gloria Marigo, estranea all’estensione narrativa “che è sempre stato l’orrore della poesia pura” (Andrea Matucci) anzi tendenzialmente ermetica, e perciò senza sviluppo, forma i suoi riquadri con frasi paratattiche, riducendo al minimo snodi, congiunzioni e punteggiatura. Ne abbiamo un esempio indiretto con “si tagliano rami opprimenti” per lasciare “respiro di spazio” e “Il canto glorioso dei merli/ svuota l’aria d’altra voce” nel senso di scindere o distanziare gli sguardi, talvolta improvvisi (“abbaglio bianco di rosa canina” “La salita che scosta le case/ s’apre nel punto preciso/ dove slarga lo sguardo/ di celestia fitto”)…

 

Si tagliano rami opprimenti

si lascia respiro di spazio

all’albero in canto rinascente.

In terra l’avventura dei bulbi,

della forsythia in acuto giallo

intrama fortuna di viridarium.

 

Oppure, in Lucreziana, unica poesia titolata:

 

Nella stagione che priva l’ornato

più chiare possiamo vedere

in margine al bosco

[…]

solitarie betulle odoranti

il rigore territoriale dell’aria.

 

“Fortuna di viridarium” (il “verde” ha anche lui molte ricorrenze) rafforza – adversus Thomas Stearns Eliot, nel suo “aprile è il più crudele dei mesi”– gli enunciati della precedente Primavera, stagione, qui portatrice di nostalgia:

 

Primavera, stagione

più di altra leale

celebri la nostalgia

ogni casa che ho abitato

et brevitas d’amore tornato.

 

Leale (quindi opposto all’astro) se celebra appunto la nostalgia delle case abitate e l’amore. E di nuovo:

 

Creanza d’aprile

riparata sui racemi dei lillà

effondi pulviscoli odorosi

lacerti di ere turbinanti…

 

lasciando percepire la preferenza per le stagioni dalla natura rinascente e calorosa con i loro profumi. Nella poesia dedicata a Vittorio Sereni, leggiamo: «Di vago fragrante si diffonde/ l’osmanto tra il duro verde// d’amaritudine pungendo/ aereo il destino d’ottobre» e di nuovo, con le echeggianti sonorità di aria : scarna (contrapposto all’estiva, pesante e piena) zoomorfo : frusto

 

Basterà l’aria levantina

selvatica e scarna di oggi

sull’iperbole stesa del prato

il cielo di nubi zoomorfo

a specchiare l’incerta

profusione vegetale

imprimere cesura al frusto

mentre ad agresti lunari

ascendono canti alati.

 

Assieme alla primavera, all’aria e al celeste (dieci ricorrenze, con le sue variazioni cromatiche) in queste poesie domina la luce fin dalla prima: «nella luce il momento esalta» – «pura chiarità di salmo arioso» (sedici ricorrenze allargate a “chiaro” “luminanza” “splende” “oro”… “vennero corsiere di luminanza” – “tutto il foliage mi splende addosso” – “ora di fitto oro in festa” – “Flette il silenzio la misura dell’oro” […] L’orazione del fuoco in crepitio/risolve la brama ottusa/ gemma l’estrosa ora fausta”)…

 

Tutto coincide nella luce

occidua di ottobre fiammato

di nuovo al turbinante capriccio

sua specifica natura garante

la fratellanza dei mesi,

onore a loro sostanza

secondo agnizione

fine di circostanza.

 

I due versi finali lasciano supporre, che se l’elemento contingente richiede un’analisi, l’agnizione porta con sé – al contrario – un improvviso riconoscimento o la sorpresa, come abbiamo già visto per “l’abbaglio bianco di rosa canina” il cui verso è opportunamente staccato dai precedenti. Che qui non si tratti quasi mai di oscurità (“notte” o “notturno” e “sera” sono, mi pare, presenti solo due volte) bensì di luce, aria e vento, quest’ultimo con sette occorrenze, compreso Favonio… “vele nella squillante ora del vento” lo indica la poesia

 

Istruisce il chiaro

la scurità petrosa,

dispone la terra alla vela

risolta al viaggio per acqua –

tornata oggi la minuzia ventosa

da smisurato lontano.

L’ora misteriosa di gennaio

scollina lucentezza di stelle –

vezzo del primo Favonio

che arrischia in cielo e in terra

la virida voce errante,

pazzia delle rame gemmifere.

 

Perché anche dove compare, l’ombra è seguita dalla luce:

 

Sbriglia Mergozzo giù dalle cime

lusinga di ombre plananti

sulle morene dove la città

affonda sereni suoi romitaggi

d’incorollata luce aspersi.

 

Riguardo all’autunno con la sua profumazione, in “Di vago fragrante si diffonde” abbiamo:

 

Depreco ottobre

il darsi occiduo

appena la luce si fa bella

specchia vigori vegetali

la vocazione alle nostalgie

più remote dei tuoi passi.

 

ma anche:

 

Ora l’equinozio di autunno

colmerà di vaghezza incendiata

ogni foglia dell’albero amante

l’ispirata vaganza dell’aria

l’offerta corona della sera

caduto il regno dell’astro assoluto

nell’idioma stordito dei fiori.

 

D’altra parte, se oro e rosso (assieme a “ruggine”) hanno occorrenze ridotte in confronto a luce, foglie, rami e fiori legati ai mesi in ascesa, l’autunno è l’unica stagione in cui il declino sa incendiare le foglie dell’“albero amante” (cioè dei propri organi vitali) l’“ispirata vaganza dell’aria” e “l’offerta corona della sera” anche se gli ultimi due versi – distanziati per l’irrompere di un pensiero critico – introducono l’idea della caduta (l’astro declina) e la lingua stordita dei fiori dovuti al passaggio dalla piena solarità a quella riflessa dalle foglie d’oro.

Benché Adriana Gloria Marigo sia donna di mare, ha insomma saputo riconoscere i doni del lago, rendergli omaggio, offrirgli le corone delle sue complesse composizioni e farlo a sua volta esprimere. Un omaggio ha desiderato anche rendere al pittore Franco Rognoni con la figura in copertina: La donna del lago, gentilmente concessa da Stelio Carnevali.

 

Silvio Aman

Ancora sulla violenza contro la donna

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Succede a volte che, seguendo le informazioni diffuse dai mass media, tv, radio, giornali, internet, sentiamo pronunciare una parola tanto ripetutamente che finiamo per assuefarci al suo suono e a svuotarla del suo vero e profondo significato. Diventa improvvisamente un topos, un luogo comune che tutti, per strada, nei salotti, nelle conversazioni fra amici, usano senza soffermarsi più di tanto sul valore e il peso che può avere. Credo che tutto questo possa essere applicato al termine femminicidio, che sentiamo pronunciare ogniqualvolta viene uccisa una donna. Femminicidio, o femicidio, secondo la primaria versione della parola che traduce il termine inglese femicide, è espressione dal significato terribile che definisce l’uccisione di un essere umano in quanto appartenente al genere femminile, quello che la filosofa De Beauvoire, chiamò provocatoriamente Secondo sesso. La donna è l’Altro, afferma nel suo famoso saggio la scrittrice, è quello che l’uomo, nel suo considerarsi Soggetto, colloca nella posizione di Oggetto. Su questa situazione di non riconoscimento si è fondato e si perpetua il concetto di subordinazione del genere femminile. A distanza di tanto tempo la riflessione della filosofa francese rimane attuale ed è ancora legittimo porsi la questione della gerarchia dei sessi e domandarsi se sia finalmente possibile accogliere in maniera definitiva nel contesto intellettuale e sociale l’idea di “genere” inteso come categoria che raggruppa la specie umana. Perché malgrado la conquista sul piano formale e ideologico dell’uguaglianza resta il problema dell’impostazione dei rapporti fra i sessi, problema perpetuato nel corso dei secoli ed ereditato dalla concezione biblica di Eva nata da un osso in soprannumero di Adamo, e cioè di un “essere occasionale”, come lo definisce San Tommaso. A metà degli anni ’90 del secolo scorso, la scrittrice e performer Eve Ensler pubblicò un libro dal titolo I monologhi della vagina nel quale, attraverso testimonianze femminili, denunciava una realtà di violenza espressa nelle manifestazioni più subdole. Il testo suscitò, com’era prevedibile, vaste polemiche, ma fu letto e rappresentato in forma teatrale in molte parti del mondo, compresa l’Italia, e recitato dalle più grandi attrici di teatro. Nel 2015 la stessa Ensler pubblica un documento in cui racconta le violenze esercitate dagli integralisti dell’Isis sulle prigioniere dissidenti o disobbedienti, episodi di una crudeltà inenarrabile, difficili da credere generati da mente umana e che fa paura persino riportare; in seguito Ensler pubblica il libro Se non ora quando? Contro la violenza e per la dignità delle donne, nel quale afferma: “abbiamo bisogno di scrittori in quest’epoca terribile di inganni e manipolazioni”. Cosa possono fare i poeti, retoricamente definiti esseri avulsi dalla realtà? Certo non sarà un libro di poesia a fermare  lo scempio che si compie sulle donne, né basteranno gli spettacoli, i documentari, le inchieste. Pure, tutto questo qualcosa fa: aiuta a capire. E capire significa prendere coscienza che quei fatti di cronaca che ci turbano fuggevolmente, fra una notizia e l’altra, sono vicini a noi più di quanto crediamo. Significa smuovere le acque ancora stagnanti di una cultura civile e sociale arroccata su concetti resistenti a morire. E significa anche aiutare le donne vittime di violenza a rendersi consapevoli che dall’oscurità del tunnel in cui sono cadute si può fuggire superando la paura e la vergogna, ribellandosi, accusando, denunciando. L’antologia Cuore di preda, curata dalla scrittrice Loredana Magazzeni, nasce  per volontà di Gianmario Lucini, poeta, critico e editore, uomo di grandissima sensibilità, intellettuale impegnato a combattere l’ingiustizia e il decadimento morale, scomparso purtroppo prematuramente, e  raccoglie i testi di ottantasei poetesse che declinano il tema del femminicidio e della violenza di genere dando voce al silenzio che accompagna il dolore delle vittime. Silenzio generato dalla paura, dalla mancanza di autostima, dal senso di colpa, dall’abitudine ad essere dominate. Scorrendo i testi di questa raccolta percepiamo i nuclei tematici più forti e più pervasivi dell’argomento violenza, legati da un filo rosso che attraversa vicende dolorose e traumatizzanti mutuate da fatti reali di cui quasi giornalmente veniamo a conoscenza. E non è fuori luogo o esagerato parlare al riguardo di una forma di “olocausto”, in ragione del fatto che si tratta di una violenza dettata dalla volontà di esercitare un potere che annulli, cancelli, estingua il genere femminile, non come esistenza fisica, ma come esistenza sociale e psicologica, come volontà di esprimere se stesso, come affermazione di entità non omologabile. Cuore di preda è il genere femminile, ancora raccolto “in un mondo di buio, nucleo di resistenza sacro, eredità lascata dalla madre”, come lo definisce la poesia di Anna Elisa De Gregorio. Perché è già dalle madri che si va configurando l’esistenza delle figlie, madri che subiscono percosse e tacciono per vergogna e dichiarano, per obbligo verso se stesse, di amare ancora il loro uomo.

Se questa è una donna

Con quale numero sarà ricordata

la violenza di ieri su una donna

nel quartiere taldeitali della tale città?

La voce che esce dal televisore,

mentre divagano periferie senza vita,

elenca cronache già dimenticate:

quella che era, l’altra che aveva…

donne raccolte in un mondo di buio.

 

Di donne destinate a subire parla la poesia di Nunzia Binetti :

Io già lo so

(…) Io cosa per editto maledetta, finto monile

Espio una condanna e sono anima lesa

silenzio indotto, resa, mai altro che utero o marsupio

che zagara sfiorita nel giardino a spingere il recinto

col mio canto morto.

 

E di una detenzione volontaria, determinata dall’impossibilità del corpo a ricercare un senso nuovo dopo il deturpamento, dopo l’oscurità di un abisso di cui ci si sente complici, parla il testo di Maria Teresa Ciammaruconi: L’uomo che ha vessato ha perso vigore, è ormai incapace di prendere e di dare, sarebbe facile fuggire, ma la violenza ha generato assuefazione, la paura ha svilito ogni desiderio di libertà, il danno è irreversibile:

Violenza non codificata

Non è per bontà che ora rinunci al sangue

e non è mite la carezza che doma la fera

ma paura che ha perso la traccia del desiderio

seminato lungo la nostra strada in regalo

a fare unica una vita qualunque.

La tua rinuncia è la mia prigione senza sbarre

violenza non codificata per detenzione a vita.

Incapace di cattura il predatore muore

e condanna la preda alla solitudine  della sicurezza.

 

Di Lella De Marchi

e poi mi hanno detto

e poi mi hanno detto:

il tempo aggiusta tutto

anche il tuo corpo offeso

e spaccato,

certo, non temere,

un giorno tutto questo

non ti farà più male

 

ed io ho pensato:

ho fatto davvero qualcosa di sbagliato

perché mi hanno di nuovo violentato.

 

Cuore di Preda è una delle tante operazioni che sono state realizzate per mettere a fuoco una problematica che non cessa di essere attuale e per sensibilizzare istituzioni e società civile a non abbassare la guardia. Tanto è stato fatto e tanto dovrà continuare ad essere perseguito. Confidiamo che alle voci poetiche di queste donne si uniscano tante altre voci ancora, anche maschili, perché si sciolgano fin gli ultimi nodi di un colpevole silenzio.

 

Anna Maria Bonfiglio

 

 

Canto presente 48: Andrea Castrovinci Zenna

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

ANDREA CASTROVINCI ZENNA

 

Non così – propriamente così, come credevi

remota ipotesi non vomitarlo

tutto quel bene, “alcolico dimentico

ristoro, i suoi capelli nel castano

ondeggiamento lucevano d’oro” – e così

scindono scissi, accecano lucendo

e tu, tu, per spogliarmi così

non tu (o sì?) potresti ricompormi?

 

Sveglia da sempre in te dormivo

un non innocuo incubo d’amore.

 

*

 

Probabilmente

niente ho da dirti in aggiungere

forse in levare sarebbe ancora dire

al punto tale che tacerne è amarti.

 

*

 

Novembre sgelami dall’ansia acerba

per non averla in casa in fretta,

oltre presenze dubbie di timori;

lascia traspaia

come in lei amante

una tremenda primavera.

 

Epicedio a Romeo

 

Come chi piange e non sa ricomporsi,

così tu piangi e nulla ti conforta…

 

Ripensi a quando docile

si accoccolava tra le tue lenzuola,

tra le vesti leggere, sul tuo petto?

E nulla nel dolore ti è più abietto

che ricordare le felici cose…

Ma il tuo pensiero disperatamente

torna a quei gesti, alle gioiose fusa

svola sugli occhi, sui baffi, risente

morbido il morso (un solletico appena!)

su le punte dei piedi

quando d’inverno, tremendo e non scorso

ancora, nera la coda, il nasino,

dolce ossimoro tra il bianco dei plaid,

la carezzavi, gli smeraldi intenti.

 

Oggi entri in casa, non la trovi in giro;

di quelli il vuoto e il morso assenti, provi:

frugano gli occhi trepidi il divano

cercano invano grigia la figura.

Rubescono gli occhiucci, l’aria è tremula:

alla tua mano lesinando il pranzo

con animosa leggiadria discreta

più non si ammusa micia.

Nella tua stanza, tra lacrime chiusa,

è solo un gatto! segreta ripeti…

Ma fiele bevi riguardando foto

un tempo liete e ti avveleni a un fato

che tutte le creature fece carne

più o meno gravi o consapevoli.

 

*

 

E ti rivedo, in certi giorni grigi

tra le mie poche cose care e chiare;

come l’aliare bianco delle strigi,

impercettibile, crepuscolare.

 

*

 

Ma così biondo il mio tesoro mai

da illuminarmi ancora adolescente,

catartizzato in musica,

stordito, etilico!

Gioivi stretta al fianco mio bambino

nella solare gloria del tuo riso chiaro.

 

*

 

Bionda di grano il mio tesoro, docile

come la spiga al vento lieve; avorio

ha nelle dita cesellate e sfioro

un’altra volte te, suprema gioia.

 

 

 

Franca Alaimo legge “Al dio dei ritorni” di Maria Allo

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Nota di lettura di Franca Alaimo a “Al dio dei ritorni” di Maria Allo. Galassia Arte, 2013

“Un dolore ci sgretola la luce/ ovunque sulla terra”: sono i versi conclusivi di un testo della silloge. Al dio dei ritorni (Ed. Galassia Arte, 2013), che dichiarano il disincanto radicale dell’autrice di fronte ad una quotidianità stanca ed opaca, rischiarata soltanto dalla poesia che non si stanca di inseguire visioni di armonia, mentre si agglutina intorno a  ripetizioni dolenti, quali: “Non c’è riparo”, “Non c’è risposta”, “Non vi è luce”, che costellano un libro severo e vertiginoso come Solchi (L’arcolaio Ed, 2016), dove ogni parola assume il tono di una perentoria condanna della falsa mappa valoriale condivisa dall’uomo contemporaneo.

Ad essa, con la forza di un lessico corrosivo, la Allo oppone la passione di un’anima irrequieta, in cerca di assolutezza, e la tensione spasmodica verso una dimensione utopica, che la fanno oscillare continuamente fra la terra e un altrove (mistico per la sua purezza, ma non religioso) attraverso l’uso abbondante delle metafore che le facilitano l’accostamento a volte ardito, quasi bruciante, fra i frammenti dell’essere,

I suoi testi hanno molto a che fare con i quattro elementi fondanti dell’esistenza, ognuno dei quali affonda nella plurisignificanza dei simboli e dei miti, ma probabilmente è il fuoco (che influenza perfino la qualità del lessico) a predominare per quella segreta prossimità che si stabilisce fra ogni poeta e lo spazio geografico della sua quotidianità, ché del suo paese, nella provincia di Catania, molto affascina la presenza dell’Etna con i suoi rimbombi sonori e il suo inesausto ribollire, enigma e terrore, figura dell’inesauribile ossimoro vita-morte, metafora della stessa indole dell’autrice.

La morte viene assai più corteggiata della vita, in quanto possibilità di precipizio nel nulla purificante, nel silenzio a cui anela l’atto stesso dello scrivere, anche se ossimoricamente il poeta deve vestirlo di suoni. Fra l’altro la Allo possiede una sua fluviale poematicità, così che il discorso iniziato con la prima raccolta del 2011 Riflessi di rugiada (Albatros Ed.) trova una sua continuità nelle altre successive, delineando un mondo interiore coerente, anche se palpitante di rielaborazioni sempre nuove, all’interno di un’indagine che non sa e non può esaurirsi in risposte definitive, sebbene la meta sia sempre identica a se stessa: un possibile ritorno alla purezza, alla luce della gioia spesso intraviste nei paesaggi naturali, nei volti dei bambini, nei ricordi dei luoghi e degli affetti dell’infanzia: “La catena d’oro col il topazio bianco sul gilè/ Il grande pino la casa rossa “i Rosi”.

Spesso i testi hanno come soggetto o interlocutrice la Poesia stessa, così che, mettendo insieme le molte e sparse definizioni di essa, si possono dedurre i principi della poetica della Allo: “Opera di svelamento è la parola”, “Creare è dare una forma al proprio destino” (in Riflessi di rugiada); “bagliore/ che dissolve l’ombra”, “una realtà in un’altra realtà” (in Al dio dei ritorni); “Il macero segreto”, “luce che veglia” (in Solchi); “suono che ci tiene in vita”, “grappolo di luce in cui cadere” (in La terra che rimane).

La poesia della Allo, in sostanza, muove da una postura filosofico-esistenziale, nutrita di molte letture e riflessioni, che, mentre indaga il dolore (l’autrice esprime pienamente il tragico dell’anima siciliana), il senso dell’essere e il convulso apparire e sparire delle cose, non dimentica di introdurre nei versi squarci di bellezza paesaggistica tipicamente mediterranei (il mare, il sorbo, l’Etna, certe trasparenze di luci, il soffio del maestrale), e lampi emotivi (“la scintilla d’amore in mezzo al petto”), ma sempre avendo presente il destino dell’uomo, “la meta di umana compassione/ così vasta da non avere direzione”.

Franca Alaimo

26 ottobre 2020

Nota biobibliografica

Maria Allo, laureata in Lettere Classiche, poetessa e traduttrice siciliana. Vive tra Parigi e Catania. Scrive su numerosi blog letterari tra cui Solchi e i suoi testi sono apparsi anche su diverse riviste di studi letterari .  Ha al suo attivo diverse pubblicazioni antologiche e cinque sillogi di poesia: “I sentieri della speranza”, Gabrieli Editore marzo 1985;” Riflessi di rugiada. Cose sparse di me”, Gruppo Albatros 2011; “Al dio dei ritorni”, Galassia Arte Anno 2014; “Solchi. La parabola si compie nei risvegli “, Editore L’Arcolaio Anno 2016, “La terra che rimane” Edizioni di poesia Controluna Anno 2018 e “Talenti di donna “Onirica edizioni Anno 2013, come curatore. Ha scritto molte recensioni sulle opere dei poeti contemporanei. Alcuni suoi testi sono stati tradotti in spagnolo. Ha tradotto testi di autori greci contemporanei.