TOTO’, IL PRINCIPE DELLA RISATA

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Cinquant’anni fa, esattamente il 15 aprile 1967, si spegneva a Roma Antonio De Curtis, in arte Totò, uno dei più grandi attori comici italiani. E’ stato la risposta italiana a Charlot e a Buster Keaton, un attore istrionico, un artista irresistibile e poliedrico, dotato di grande acume e di straordinaria umanità. La morte per lui significò l’inizio di una nuova fase, quella del riconoscimento incondizionato, della scoperta da parte delle nuove generazioni, del pentimento da parte di chi lo aveva criticato definendo totoate i suoi film e lui un clown, un attore improvvisato, scurrile, da quattro soldi, ecc. Pare che Totò abbia sempre sofferto molto per queste critiche infelici, dopo una prima consultava tutte le principali testate alla ricerca di una frase di elogio e di riconoscimento. Spesso la ricerca si rivelava vana, la lettura gli lasciava l’amaro in bocca tanto che era solito dire che “in Italia bisogna morire per essere apprezzati”. E aveva ragione. Il pubblico, per fortuna, incurante dello sprezzante giudizio dei critici, è sempre accorso ad assistere ai suoi spettacoli e ai suoi film. Da anni Totò è addirittura divenuto oggetto di culto, venerato come San Gennaro e pure la cappella gentilizia che fece erigere nel cimitero di Santa Maria del Pianto, nei pressi dell’aeroporto di Capodichino, è divenuta un vero e proprio santuario. La morte lo colpì all’età di 69 anni nella casa romana di via Monti Parioli 4 per un attacco alle coronarie, per lui fu celebrato un triplice funerale: a Roma presso la Chiesa Sant’Eugenio, a Napoli in presenza di 250.000 persone presso la chiesa di Sant’Eligio, ancora a Napoli nel Rione Sanità il 22 maggio. A Napoli Totò si era sempre sentito legato: lì era nato e lì aveva intrapreso la sua carriera, l’anima napoletana si agitava dentro di lui con la tipica umanità dolente e la lotta quotidiana per la sopravvivenza. Ecco forse perché i familiari portarono la salma a Napoli, dove Nino Taranto si preoccupò di organizzare i funerali, a lui toccò l’onore dell’orazione funebre. “Tu, amico mio, hai fatto sorridere la tua città, sei stato grande, le hai dato la gioia, la felicità, l’allegria di un’ora, di un giorno, tutte cose di cui Napoli ha tanto bisogno”. Totò era nato a Napoli nel rione Sanità in via Santa Maria Antesaecula al secondo piano del civico 109, il 15 febbraio 1898, da una relazione illegittima di sua madre Anna Clemente con il marchesino Giuseppe De Curtis, giovane rampollo di una nobile famiglia decaduta che si tirò indietro appena seppe della futura nascita di suo figlio. Dopo la morte del marchese padre, il marchesino decise di assumersi finalmente le sue responsabilità e di riconoscere suo figlio che ormai aveva ventiquattro anni mentre i due sposi erano ormai cinquantenni. Su questa vicenda la moglie di Totò, Diana Rogliani, fornisce una versione piuttosto attendibile: pare che Totò si sia presentato dal padre e gli abbia chiesto di sposare sua madre per dargli il nome che gli spettava, in cambio di un vitalizio per tutta la vita. Successivamente Totò ha rafforzato il suo nome facendosi adottare da altri nobili anziani decaduti in cambio di vitalizi mensili. Trascorse un’infanzia difficile, vissuta nella strada, in un contesto di miseria ed emarginazione, se si fa eccezione per tre anni di scuola elementare trascorsi in un collegio per ragazzi poveri. In strada Totò osservava e imitava i movimenti, i tic, gli intercalari di personaggi eccentrici che lo spinsero a caratterizzare ed arricchire poi il suo repertorio dello sciocco, del miope, del debole, del bambino, del dongiovanni, aiutato anche da una mimica facciale particolare con naso e mento tendenti a destra a causa di un pugno involontario da parte di un educatore durante un allenamento e occhi capaci di agire indipendentemente l’uno dall’altro. Totò ha costruito nel tempo il suo personaggio con esercizi e allenamenti estenuanti di fronte allo specchio, condotti dall’infanzia fino agli anni della maturità. Le prime esibizioni avvennero nelle periodiche, così si chiamavano a Napoli le recite in famiglia,  e in altre manifestazioni di teatro popolare, improvvisazioni su canovacci antichi alla maniera della commedia dell’arte. Questa fu la sua più grande scuola, vi incontrò i fratelli De Filippo, Nino Taranto, Enzo Turco e poi il suo modello, Gustavo De Marco, di cui aveva imparato tutto il repertorio. Durante gli anni della prima guerra mondiale si arruolò volontario e fu assegnato al 22º Reggimento fanteria stanziato a Pisa. Fu poi trasferito in Piemonte in un battaglione destinato a partire per il fronte francese; alla notizia che avrebbe dovuto condividere un alloggio con un reparto di soldati marocchini dalle temute abitudini sessuali simulò un attacco epilettico. Restò in osservazione per breve tempo e poi inserito nell’88º Reggimento fanteria “Friuli” di stanza a Livorno; in quel periodo subì continui soprusi da parte di un graduato; forse da quell’esperienza nacque il celebre motto dell’attore che poi divenne anche un film: «Siamo uomini o caporali?», per lui il termine “caporale” costituiva un’offesa piuttosto grave e umiliante.

Determinante per la sua carriera fu il trasferimento a Roma, dopo il servizio militare e la guerra. Cominciò a recitare nella compagnia comica di Umberto Capece presso il teatro Salone Elena, dopo poco tempo, in seguito ad un ritardo e alla richiesta di una paga migliore, fu licenziato. Seguirono giorni difficili di miseria e di insoddisfazione, finchè si fece ingaggiare come maschera nel teatro di Peppe Jovinelli, in cui lavorava De Marco. Una sera ci fu un diverbio tra Jovinelli e De Marco che faceva il divo, arrivava in ritardo e rispondeva con arroganza al proprietario del teatro. In breve il De Marco fu licenziato in tronco e Totò si offrì di presentare il suo repertorio. Il suo abito di scena era costituito da una bombetta, un tight largo, una camicia con il colletto basso, una stringa di scarpe per cravatta, un paio di pantaloni corti e larghi a zompafosso, calze colorate e scarpe nere. Finalmente era giunto il tanto sospirato successo. Jovinelli gli rinnovò il contratto per diverse settimane e Totò divenne sempre più famoso ed acclamato. Tra il 1923 e il 1927 si esibì nei principali caffè-concerto italiani e acquisì ben presto la fama di «sciupafemmene». Prima di iniziare un suo spettacolo, sbirciava sempre tra il pubblico alla ricerca della “bella di turno” alla quale dedicare la sua esibizione e con cui quasi sempre intraprendeva poi una relazione. Nel 1929, mentre si trovava a La Spezia con la compagnia di Achille Maresca, venne contattato dal barone Vincenzo Scala, il titolare del teatro Nuovo di Napoli per alcuni spettacoli, Messalina rimase particolarmente impresso negli occhi del pubblico, in quanto Totò improvvisò una scenetta in cui si arrampicava su per il sipario fingendo di essere inseguito da qualcuno. Ad un certo punto irruppe nella sua vita la sciantosa Liliana Castagnola, una soubrette molto nota nelle cronache mondane perché spesso oggetto di litigi e perché era stata ferita al viso da un amante geloso. La donna si presentò una sera ad un suo spettacolo e Totò non si lasciò sfuggire l’occasione di corteggiarla. La Castagnola nutriva per lui un sentimento sincero e cercava una relazione stabile. Dopo il primo periodo però iniziarono i problemi legati alla gelosia e la loro relazione si deteriorò. Liliana, pur di restargli accanto propose di farsi scritturare nella sua stessa compagnia ma Totò, sentendosi oppresso decise di accettare un contratto che lo avrebbe portato a Padova. Liliana, dopo una lunga telefonata in cui fu chiaro che l’amante non l’avrebbe raggiunta, si suicidò ingerendo un intero tubetto di sonniferi. Fu trovata morta nella sua stanza d’albergo, con al suo fianco una lettera d’addio a Totò che ne rimase sconvolto tanto che decise di seppellirla nella cappella dei De Curtis a Napoli, avrebbe inoltre battezzato sua figlia con il nome di Liliana e non col nome della nonna paterna Anna, secondo l’uso napoletano. Nel 1932 Totò diventò capocomico di una propria formazione che si proponeva nell’avanspettacolo, un genere teatrale che continuò a diffondersi in Italia fino al 1940. In tournée a Firenze conobbe l’allora sedicenne Diana Rogliani che sposò nel 1935 e da cui ebbe la figlia Liliana. I copioni di Totò spesso erano sottoposti alla censura che modificava una battuta o la tagliava completamente, ma nel suo caso il pericolo era dovuto alla capacità di improvvisazione su qualsiasi tema, all’estro del momento, ad un’intuizione improvvisa e liberatrice. Si fingeva di accettare la revisione ma si finiva per recitare un altro testo. A volte il riferimento era casuale, bastava che Totò si affacciasse a un balcone o un gesto o un’inflessione della voce per ricordare Mussolini e il pubblico rideva a crepapelle. Totò si definiva un attore pigro, nonostante ciò pare che abbia lasciato 97 film. Il numero esatto non lo sapeva neanche lui se in una delle più recenti interviste ha parlato di 116 film e moltissimi lavori teatrali e televisivi. La filmografia completa si conobbe dopo la pubblicazione del libro dell’ultima compagna, Franca Faldini nel 1977, dal titolo Totò: l’uomo e la maschera, realizzato insieme a Goffredo Fofi. Questo fatto denota l’assenza di una storiografia critica completa sulla sua opera. Giancarlo Governi, totologo, giornalista e autore televisivo, nel suo ultimo lavoro Totò/ Vita, opere e miracoli ha notato che mentre Alberto Sordi conservava copioni, foto di scena, costumi perché qualsiasi lavoro andava giustamente documentato, la famiglia di Totò invece non conserva neanche il suo baule di scena che egli si portava dietro ovunque. Forse negli ultimi anni per lui era giunto il senso del fallimento; di tutti i film fatti in trent’anni di carriera ne salvava pochissimi: la critica aveva convinto lo stesso Totò di non aver mai girato un film degno di essere ricordato. Il suo debutto nel cinema risale al 1937 in Fermo con le mani! di Gero Zambuto, il precedente tentativo del 1930 con Pittaluga e la Cines non andò a buon fine perché il regista avrebbe voluto che Totò imitasse Buster Keaton, cosa che non gli andava a genio. Il film però non ebbe successo; l’intenzione era proporre al pubblico italiano un’alternativa del personaggio di Charlot di Chaplin. Nel corso della sua carriera ci furono importanti sodalizi artistici come quello con Peppino De Filippo. Insieme girarono Totò, Peppino e la… malafemmina e La banda degli onesti. Da ricordare inoltre le collaborazioni con i registi Mario Mattioli e Camillo Mastrocinque.

Gli anni Trenta furono un periodo di grandi successi: Totò impose la sua maschera surreale dalla mimica grottesca, utilizzava doppi sensi, allusioni e giochi linguistici diventando uno dei maggiori protagonisti dell’avanspettacolo. Prendeva in giro i potenti, esaltava i bisogni e gli istinti primari: la fame, la sessualità, la salute mentale. Nel 1938 Totò fu vittima di un infortunio: ebbe un distacco di retina traumatico e perse la vista dell’occhio sinistro. Nello stesso periodo a causa della sua opprimente gelosia nei confronti della giovane consorte la sua vita coniugale entrò in crisi. Si accordò con Diana per la separazione che fu ottenuta  in Ungheria. Dopo l’annullamento, continuarono comunque a vivere insieme, insieme alla figlia e ai genitori di lui. Dopo Fermo con le mani!, ci fu nel 1939 un secondo tentativo cinematografico, Animali pazzi di Carlo Ludovico Bragaglia, dove Totò interpretò un doppio ruolo ma anche questo non ottenne il successo sperato. Alla fine del 1939, andò in tournée a Massaua e Addis Abeba, in Etiopia, presentando lo spettacolo 50 milioni… c’è da impazzire! e al suo rientro in Italia interpretò la sua terza pellicola, San Giovanni decollato, sceneggiata da Amleto Palermi. Il film fu un successo di critica, Zavattini invece scrisse per lui il soggetto Totò il buono, con cui fu realizzato Miracolo a Milano di Vittorio De Sica. Il quarto film fu L’allegro fantasma sempre di Amleto Palermi, dove a Totò vennero affidati tre ruoli differenti, successivamente tornò al teatro. In questi anni fu importante l’incontro con Michele Galdieri, con cui strinse un sodalizio durato nove anni, il repertorio fu ampliato ma cambiò soprattutto il pubblico, da quello popolare dei cinema-varietà a quello alto-borghese dei grandi teatri. Con gli autori poi c’era un tacito accordo: lui forniva l’idea, loro scrivevano il copione e Totò interpretava il personaggio con tutte le varianti e le improvvisazioni del momento. Galdieri fu l’artefice dell’incontro fra Totò e Anna Magnani, l’unica attrice che non ebbe un ruolo secondario accanto a lui. L’avanspettacolo era già tramontato, sostituito dalla “rivista”, un genere teatrale sorto a Parigi  e dal carattere satirico. Totò debuttò al teatro Quattro Fontane di Roma insieme a Mario Castellani ed Anna Magnani. La rivista era Quando meno te l’aspetti di Michele Galdieri, altre furono: Quando meno te l’aspettiVolumineideOrlando CuriosoChe ti sei messo in testa? e Con un palmo di naso. In particolare Che ti sei messo in testa (che avrebbe dovuto chiamarsi Che si son messi in testa?, chiara allusione ai tedeschi occupanti, creò problemi al comico napoletano, che dopo le prime rappresentazioni, le cui battute venivano modificate ogni sera, venne intimorito con una bomba all’entrata dal teatro, poi denunciato insieme ai fratelli De Filippo, infine costretto a nascondersi per qualche tempo nel rifugio di Valmontone insieme a tutta la sua famiglia finchè non intervenne, provvidenziale, la liberazione. In Volumineide c’è la parodia di Pinocchio nel paese di butattini manovrati dall’alto mentre la censura è rappresentata dal personaggio dell’Ipersensibile. Il sodalizio artistico con la Magnani si interruppe solo quando l’attrice si rivelò al grande pubblico internazionale con la sua interpretazione in Roma città aperta, diretto da Roberto Rossellini. Totò venne scritturato dalla Bossoli Film per prendere parte ad una nuova pellicola del regista Giorgio Simonelli, Totò nella fossa dei leoni,  nel cui cast c’era anche il pugile Primo Carnera e che venne girato con animali autentici. Negli anni successivi Totò alternò teatro e cinematografia, dedicandosi alla creazione di canzoni e poesie e lavorando anche come doppiatore. L’attore era sempre molto precipitoso quando gli venivano proposti dei progetti, non voleva conoscere nulla della pellicola e quasi sempre recitava a braccio, era imprevedibile. Probabilmente non era tagliato per il cinema, il fatto di non riuscire a comunicare direttamente con il pubblico lo limitava molto, si distraeva e si stancava quando doveva ripetere il ciak più volte. Per questo spesso i registi ricorrevano a controfigure e lo chiamavano solo quando tutto era pronto e definito. Totò, abituato agli orari teatrali, non si alzava mai prima di mezzogiorno, girava solo dalle 13 alle 21. Nella stagione 1949/1950 ottenne l’ultimo successo a teatro con la rivista Bada che ti mangio!, poi si allontanò per dedicarsi esclusivamente al cinema. Dopo I pompieri di Viggiù, lavorò con Eduardo De Filippo nel film Napoli milionaria. Tra il 1949 e il 1950, oltre a Napoli milionaria, interpretò altri nove film, Totò le MokòTotò cerca moglieFigaro qua, Figaro làLe sei mogli di Barbablù47 morto che parla, tutti diretti da Carlo Ludovico Bragaglia, poi L’imperatore di Capri di Luigi Comencini, Tototarzan e Totò sceicco di Mario Mattoli, Yvonne la nuit di Giuseppe Amato, Totò cerca casa di Steno e Monicelli.

In questi anni Totò restò solo: Diana Rogliani se ne andò di casa e si risposò; altrettanto fece, appena maggiorenne, la figlia Liliana. In quel breve lasso di tempo Totò scrisse la nota canzone Malafemmena, apparentemente scritta per la ex moglie Diana, ma i giornali dell’epoca affermarono che Totò l’avesse dedicata a Silvana Pampanini, l’attrice con la quale recitò in 47 morto che parla e che, in quel periodo, corteggiava.  Venne richiamato da Steno e Mario Monicelli per interpretare il ruolo del ladro Ferdinando Esposito in Guardie e ladri, al fianco di Aldo Fabrizi, appena uscito nelle sale fu un successo unanime: alti incassi, grande apprezzamento di pubblico e critica, un nastro d’argento. Nello stesso anno interpretò, sempre per la regia di Monicelli e Steno, Totò e i re di Roma, l’unico film che lo vide recitare con Alberto Sordi. Proprio nel 1952 Totò rimase colpito da una giovane ventunenne vista sulla copertina del settimanale Oggi, Franca Faldini, che comparve anche nel cast di alcuni film del compagno, Dov’è la libertà? e Totò e le donne. Restarono insieme fino alla morte di Totò ma la situazione di convivenza senza un legame matrimoniale creò scandalo all’epoca.

Con Steno fu girato Totò a colori, uno dei primi film italiani a colori, girato col sistema “Ferraniacolor”, in cui vennero riproposti alcuni dei suoi sketch teatrali più noti, come quello di Pinocchio o del Vagone letto con Castellani e Isa Barzizza. Nel 1953, in seguito ad alcune illustrazioni disegnate dallo sceneggiatore Ruggero Maccari su Tempo illustrato, furono stampati e distribuiti degli albi a fumetti di Totò, rappresentato in forma caricaturale, la collana Totò a fumetti delle Edizioni Diana che illustrava storie liberamente ispirate ad alcune sue esibizioni teatrali. In questo periodo gli fu diagnosticata una corioretinite emorragica all’occhio destro aggravata dalla lunga esposizione ai fari di scena. Dovette abbandonare definitivamente il teatro, continuando però con il cinema. Pur non coltivando molto interesse per la televisione, nel ’58 accettò l’invito come ospite d’onore nel programma Il Musichiere condotto da Mario Riva e poi un altro nel 1965, quando duettò con Mina a Studio Uno. Sempre nel ’58 recitò con l’attore francese Fernandel in La legge è legge e, prese parte a I soliti ignoti di Mario Monicelli, interpretando lo scassinatore in pensione Dante Cruciani e recitando, tra gli altri, con Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni. Per la Rai tra il 1966 e il 1967 durante gli ultimi mesi di vita volle girare la serie Tutto Totò. Furono realizzati nove episodi che rielaboravano alcuni dei suoi più fortunati sketch teatrali. Ogni puntata durava 50 minuti ed era diretta dal regista Daniele D’Anza, Totò inoltre fu uno dei volti degli sketch del Carosello nel 1966. Al culmine della sua carriera, anche se poco prima della morte, arrivarono proposte importanti da cineasti come Alberto Lattuada, Federico Fellini e Pier Paolo Pasolini. Col primo girò, nel 1965, il film La mandragola, nel ruolo di Fra’ Timoteo, che interpretò in modo brillante. Lavorare con Fellini era sempre stata una delle maggiori ambizioni di Totò, ma la pellicola purtroppo non fu mai realizzata. L’incontro con Pasolini, invece, permise la realizzazione di Uccellacci e uccellini, che Totò accettò per tentare di produrre opere di qualità, senza condividere appieno il suo personaggio e la poetica del regista. Pasolini lo scelse perché rimase affascinato dalla sua “maschera”, capace di riunire in sé il clownesco e l’immensamente umano. Lo scrittore e regista disse di Totò: “Era un uomo buono e senza aggressività, di dolce cera”. La pellicola fu accolta benissimo dalla critica, molto meno dal pubblico: ne conseguì una menzione speciale al Festival di Cannes e il suo secondo nastro d’argento. Nel 1960 ottenne un ruolo in Operazione San Gennaro di Dino Risi, accanto a Nino Manfredi  e nel 1967 girò con Pasolini il cortometraggio La terra vista dalla luna, Che cosa sono le nuvole? Venne chiamato anche da Nanni Loy per Il padre di famiglia, di nuovo con Manfredi, ma girò solo la prima scena (quella d’un funerale)  perché morì due giorni dopo. Totò si dedicò anche alla poesia: con l’editore Fausto Fiorentino di Napoli, pubblicò il famoso libro ‘A livella, che in origine si chiamava Il due novembre. In quasi cinquant’anni di carriera Totò spaziò dal teatro (con oltre 50 titoli) al cinema (con 97 pellicole) e alla televisione (con vari sketch pubblicitari) e lasciò importanti contributi come drammaturgo, poeta, paroliere, cantante. Totò non ha mai goduto di grande popolarità oltre i confini nazionali. A questo proposito, Claudio G. Fava spiega che «Totò era un comico di linguaggio, e come tale non fu mai esportabile». Luciano De Crescenzo afferma: «Difatti: come è possibile far capire a un contadino dell’Arkansas cosa vuol dire “Sono un uomo di mondo perché ho fatto il militare a Cuneo”. O ancora: “a prescindere”, “eziandìo”, “mi scompiscio” o “tomo tomo, cacchio cacchio”?» Nonostante questi vincoli, alcuni attori stranieri non hanno nascosto di apprezzare la comicità gestuale di Totò: Jim Belushi, lo ha definito un «clown meraviglioso». A proposito di Cuneo l’espressione è stata ripetuta in una decina di film a partire da Totò a colori durante lo storico sketch del vagone letto e dell’incontro con l’onorevole Trombetta e nel 1988 è sorta l’associazione Uomini di Mondo per tutti coloro che hanno svolto il servizio militare in quella cittadina. Cuneo ha dedicato a Totò la piazzetta Principe Antonio de Curtis, adiacente all’ingresso del Teatro Toselli e in occasione dei 50 anni dalla morte c’è stata una celebrazione solenne in Duomo, la proiezione di «Totò a colori» mentre gli spettatori hanno assistito alla visione con la caratteristica bombetta di Totò sul capo. Alcune sue celebri battute e gag sono divenute perifrasi entrate nel linguaggio comune, a cominciare da Signori si nasce e io lo nacqui, modestamente!, Siamo uomini o caporali? e tantissime altre. In occasione dei cinquant’anni dalla scomparsa, la città di Napoli ha inaugurato un monolite in suo onore e ha ospitato la mostra Totò Genio, l’Università degli studi di Napoli Federico II gli ha conferito la Laurea honoris causa alla memoria in “Discipline della Musica e dello Spettacolo. Storia e Teoria”; infine la Zecca dello Stato conierà una moneta da 5 euro in suo onore, che sarà emessa nell’autunno del 2017. Un bel riconoscimento per un artista eccezionale ma convinto di non aver fatto abbastanza.

Deborah Mega

 

 

Forma alchemica 16: Thomas Stearns Eliot

TS_Eliot

Thomas Stearns Eliot

Alta marea
nelle vie della città
ma le onde della vita fremono
si restringono si frantumano
in mille frammenti
sbattuti contrastati accidenti.
Questa è l’ora attesa.

Questa è l’ora suprema
che dà un senso alla vita.
I mari dell’esperienza
che erano così ampi e profondi
così impetuosi e scoscesi
sono improvvisamente tranquilli.
Dite quel che volete
questa pace mi atterrisce.
Altro intorno non c’è.

Thomas Stearns Eliot
traduzione di Loredana Semantica

(testo in lingua originale)

Along the city streets,
It is still high tide,
Yet the garrulous waves of life
Shrink and divide
With a thousand incidents
Vexed and debated:—
This is the hour for which we waited—

This is the ultimate hour
When life is justified.
The seas of experience
That were so broad and deep,
So immediate and steep,
Are suddenly still.
You may say what you will,
At such peace I am terrified.
There is nothing else beside.

Dopo Rilke e Kavafis, in questa sedicesima forma alchemica, è la volta di un altro grande della poesia: Thomas Stearns Eliot. Celebrato poeta inglese, Eliot nacque a Saint Louis nel Missouri nel 1888, si trasferì nel 1914 in Europa ed in seguito divenne suddito britannico. In gioventù studiò la letteratura europea e Dante in particolare, che suscitò la sua ammirazione e lo avvicinò alla lingua italiana,si laureò ad Harvard in filosofia. Nel 1917 si trasferì a Londra, dove restò fino alla morte, avvenuta nel 1965.
A Londra Eliot trovò lavoro nella Lloyd’s Bank. Sposò Vivienne Haigh-Wood nonostante i dubbi e la contrarietà della famiglia Eliot motivati dai disturbi mentali della donna. Probabilmente per questa scelta dovette affrontare anni dopo un forte esaurimento nervoso che lo porterà, nonostante il senso di colpa, a separarsi da lei ed a farla rinchiudere in un istituto per malati di mente.
Nel frattempo egli aveva avviato una casa editrice la Faber Faber, meditato una conversione religiosa al cristianesimo-anglicanesimo, varato i suoi capolavori: la raccolta Prufrock and Other Observations( Prufrock ed altre osservazioni, 1917), i poemi The Waste Land (La terra desolata, 1922) e The Hollow Men (Gli uomini vuoti, 1925) .

Dopo la conversione le sue opere manifesteranno la rigenerata religiosità, registrando toni meno cupi e desolati della sua prima produzione. Ciò è evidente soprattutto negli altri suoi capolavori: Mercoledì delle ceneri, Quattro quartetti e Assassinio nella cattedrale. Fu anche saggista e scrittore di opere teatrali.
Eliot ebbe contatti con Ezra Pound, fu ammiratore di Groucho Marx. Nel 1948 fu insignito del premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione “for his outstanding, pioneer contribution to present-day poetry”.
Nello stesso senso della Commissione del Nobel, il critico Roberto Sanesi “Thomas Stearns Eliot, il poeta che forse più di qualsiasi altro ha contribuito a mutare il corso della poesia dall’Ottocento al Novecento (non soltanto in Inghilterra) e a dare un’impronta inequivocabile a tutta la poesia del nostro secolo
Eliot tuttavia non ebbe soltanto estimatori, riporto a conferma  il pensiero di Elias Canetti, che non apprezzava affatto il poeta e lo dice senza mezze misure: “Sono stato testimone della fama di un Eliot. Qualcuno proverà mai vergogna a sufficienza per avergliela tributata? Un libertino da nulla, un galoppino di Hegel, uno stupratore di Dante. Sarà molto difficile raffigurare Eliot com’era realmente, ovvero nella sua malvagità abissale. La sua opera d’un gretto minimalismo (tante piccole sputacchiere del fallimento artistico) il poeta del moderno impoverimento inglese dei sentimenti”.
La poetica di Eliot è espressione: di profonda crisi esistenziale (speculare alla crisi della cultura occidentale), di solitudine e alienazione dell’artista, di atteggiamento critico verso la letteratura di stampo vittoriano, derivazione di quella romantica. Tutte tematiche proprie del modernismo, corrente letteraria alla quale appartengono anche Virginia Woolf ed Ezra Pound. Il modernismo sottolinea l’importanza dell’oggetto ma non nel senso simbolista, quanto piuttosto evocativo, emozionale in una teorizzazione definita del correlativo oggettivo. Secondo questa idea unico modo di esprimere un’emozione in forma artistica è individuare una serie di oggetti, una situazione, una sequenza di eventi che costituiscano la formula di quella specifica emozione, in modo che, quando siano dati i fatti esterni, che devono concludersi in un’esperienza sensibile, l’emozione ne risulti immediatamente evocata.

Modernista è definita anche la poesia di Eliot, che non sviluppa un filum logico, ma esprime concetti conclusi, lapidari. Composizione di frammenti che suggeriscono al lettore un completamento mentale secondo la propria esperienza. Analoga discontinuità avviene anche nella forma poetica che accosta immagini di grande bellezza, espressioni profonde, filosofiche, a descrizioni di squallore e decadenza, nel contrasto che si estende anche al registro linguistico tra forme alte, liriche e linguaggio usuale.

La poesia che propongo oggi è una creazione giovanile di Eliot, composta nel giugno del 1910, quando Eliot aveva appena 21 anni e si era da poco laureato. Egli racconta quest’attimo creativo come un momento visionario nel quale, camminando per le strade di Boston ebbe una sensazione di restringimento e divisione delle strade e contemporaneamente un’esperienza di estraniamento e silenzio che lo pervasero proiettandolo oltre il tramestio del mondo. La sensazione di appartenere a un attimo senza tempo, senza prima e dopo. “You may call it communion with the Divine or you may call it temporary crystallization ofthe mind” (tu puoi chiamarlo comunione col divino o temporanea cristallizzazione della mente) come Eliot stesso ebbe modo di dire.
Fu in sostanza un’esperienza mistica che verrà successivamente ripresa ed espressa in altre forme in altre sue più famose opere, come ne “La terra desolata”. Esperienza che non appartiene solo a Eliot, ritrovandola con simile espressione anche nella poesia di Montale “Forse un mattino”, contenuta nella raccolta “Ossi di seppia”, della quale riporto di seguito a riprova la prima strofa.

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Tuttavia Montale è tutta un’altra storia della quale prima o poi mi occuperò in una  specifica forma alchemica.

Parole di donna 12: ANNE SEXTON

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Projection Lauren, by Cbanck

Be careful of words,
 
even the miraculous ones.
 
For the miraculous we do our best,
 
sometimes they swarm like insects
 
and leave not a sting but a kiss.
 
They can be as good as fingers.
 
They can be as trusty as the rock
 
you stick your bottom on.
 
But they can be both daisies and bruises.
 
Yet I am in love with words.
 
They are doves falling out of the ceiling.
 
They are six holy oranges sitting in my lap.
 
They are the trees, the legs of summer,
 
and the sun, its passionate face.
 
Yet often they fail me.
 
I have so much I want to say,
 
so many stories, images, proverbs, etc.
 
But the words aren’t good enough,
 
the wrong ones kiss me.
 
Sometimes I fly like an eagle
 
but with the wings of a wren.
 
But I try to take care
 
and be gentle to them.
 
Words and eggs must be handled with care.
 
Once broken they are impossible
 
things to repair.
 
Anne Sexton, Words, The Complete Poems

 

*

Siate attenti alle parole,
 
anche a quelle miracolose.
 
Per le miracolose facciamo del nostro meglio,
 
a volte sciamano come insetti
 
e non lasciano una puntura ma un bacio.
 
Possono essere buone come dita.
 
Possono essere affidabili come la roccia
 
su cui ci si siede.
 
Possono essere sia margherite che lividi.
 
Eppure sono innamorata delle parole.
 
Sono colombe che cadono dal tetto.
 
Sono sei arance sacre poggiate sul mio grembo.
 
Sono gli alberi, le gambe dell’estate,
 
e il sole, il suo volto appassionato.
 
Ma spesso mi deludono.
 
Troppe cose vorrei dire,
 
tante storie, immagini, proverbi, ecc.
 
Ma le parole non sono abbastanza buone,
 
mi baciano quelle sbagliate.
 
A volte volo come un’aquila
 
ma con le ali di un passero.
 
Provo ad averne cura
 
e ad essere gentile con loro.
 
Parole e uova devono essere maneggiate con cura.
 
Una volta rotte sono impossibili
 
da riparare.
 
 
 
Anne Sexton, Le parole, The Complete Poems, trad. di Deborah Mega

 

Verba volant scripta manent recita un’antica locuzione latina, come se le parole oltre a circolare e volare di bocca in bocca, possano perdersi una volta pronunciate. Esiste anche un’altra locuzione sullo stesso concetto derivata da una formula omerica ricorrente ben 124 volte tra Iliade e Odissea, ἔπεα πτερόεντα προσηύδα, diceva parole alate. In Words Anne Sexton ci invita a utilizzare le parole con cautela, con grande attenzione perché oltre al dono della leggerezza nel senso di trasmettere concetti liberamente e ovunque, esse rivestono una grande importanza. La Sexton è stata una scrittrice e poetessa statunitense vissuta tra il 1928 e il 1974, vincitrice del premio Pulitzer per la poesia nel 1967. Ebbe un’infanzia e un’adolescenza difficili, unico conforto la presenza di una prozia giovane nella sua casa. Non amò particolarmente la scuola per le difficoltà di concentrazione e venne iscritta in una scuola professionale dove si insegnava a diventare mogli e madri perfette. Dopo solo un anno di frequenza fuggì nel 1947 e sposò Alfred Muller Sexton, detto Kayo. Lavorò come modella a Boston e frequentò il laboratorio di poesia di John Holmes. In questi anni conobbe Sylvia Plath e Maxine Kumin, con quest’ultima restò sempre in buoni rapporti : scrissero in collaborazione quattro libri per bambini. Nel 1962  pubblicò All My Pretty Ones. In questi anni oltre al Pulitzer ricevette numerosi altri premi, era apprezzata e le sue poesie erano note anche al grande pubblico. Con la pubblicazione di Love Poems, la commedia Mercy Street e il lavoro in prosa Transformations divenne ancora più famosa. Nel 1963 partì per l’Europa e nel 1966 fece con il marito un safari in Africa. In questi anni tenne corsi in diversi College americani come la Boston University, Oberlin e Wayland High School. L’abuso di alcolici e di psicofarmaci però acuivano il bisogno costante di novità e il temperamento già irrequieto. Come scrisse in un diario si sentiva “una vittima del Sogno Americano, il sogno borghese della classe media”. Sofferente di disturbo bipolare e incline alla depressione e ai tentativi di suicidio, nel 1973 chiese al marito il divorzio. Allontanata da molti dei suoi amici più cari, la Sexton cominciò ad avere rapporti difficili con le sue stesse figlie. Ingaggiò un gruppo rock per dare risalto alle sue performance mentre le sue poesie diventavano sempre più spirituali. Nell’ottobre del 1974, dopo aver pranzato con Maxine Kumin, Anne Sexton si intossicò mortalmente con il monossido di carbonio nel suo garage a Boston. Molte sue poesie furono pubblicate dalla figlia Linda Gray Sexton in The Complete Poems del 1981. La Sexton scrisse anche importanti saggi sulla poesia e rilasciò significativi commenti in alcune interviste. L’utilizzo di metafore ardite e originali, il ritmo inaspettato di molti costrutti, i diversi livelli di significato le hanno assicurato un grande successo, durato poco purtroppo. Grazie alla sua scrittura e ai temi trattati si diede un altro peso alla scrittura femminile e si compirono molti passi avanti per il riconoscimento dei diritti delle donne.

Le parole dunque possono rivelarsi amiche e allo stesso tempo nostre nemiche. Hanno virtù positive, possono essere miracolose, capaci di sciamare come api e di lasciare baci, non punture dolorose. Sono buone come dita, affidabili come rocce, eppure possono essere fiori o contusioni. Ma come non amare le parole? Chiunque abbia a che fare con la scrittura lo sa. Attraverso diverse immagini naturali Sexton continua a ritrarle, sono colombe, arance sacre, alberi, gambe dell’estate, sole dal volto appassionato. Ma spesso deludono. Quando si vorrebbe dire tante cose, troppe cose, a volte non si trovano le parole giuste per esprimersi, alla nostra bocca giungono quelle sbagliate. E’ come se non si avessero i mezzi espressivi ideali per compiere qualcosa, come si può volare come un’aquila se si hanno ali da passero? Ecco che si rivela necessario averne cura, essere gentili con le parole, maneggiarle con cura come uova perché potrebbero rompersi e divenire irreparabili. Il linguaggio è una delle facoltà più naturali e spontanee concesse all’uomo ma non sempre lo si adopera nel modo giusto. Permette di costruire e di demolire gli altri e noi stessi.

Deborah Mega

Il fiume

Ci sono momenti – felici e difficili –

in cui l’intero corso del fiume vedo scorrere

la sorgente all’inizio come uno scherzo d’acqua

allegro ma poco convincente sul saper andare oltre

la discesa disordinata fino al primo salto

le corse, le anse, le velocità mutevoli con le pendenze

da vicino colgo turbinii sabbiosi e trasparenze

a distanza mi appare il tratto netto di una matita

azzurra naturalmente come nelle cartine che usavo a scuola

dove i fiumi erano elenchi di nomi da mandare a memoria

e non storie di rapide e guadi

la foce è un respiro che si fa lento ma profondo

il sapore del sale, inaspettato sempre

si mischia a quello di erbe e terra e alberi visti da lontano

guardiani seri e silenziosi

almeno fino a quando non si alza il vento

L’intero corso, ho detto, ma è un poco una bugia

perché mi manca in tutto il mio guardare

un breve tratto che resta fuori vista

di cui nessuno sa l’andare.

Mi prende per mano un dolce dispiacere

di questo faticoso non sapere mi agita il sapore

eppure ne sono grata come di un dono

come di sorpresa immeritata che commuove

Due lacrime concede la visione

e io ne ignoro il senso

non so se siano per una mia partenza generosa

che mi eviti dolori più cocenti

o gioia di sentire che il percorso è molto più di un’occasione

che la vita rivela a chi la accoglie

Sono momenti

Poi – come tutti – fingo di incespicare e rido

POESIA SABBATICA: Se saprai starmi vicino

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Se saprai starmi vicino,
 
e potremo essere diversi,
 
se il sole illuminerà entrambi
 
senza che le nostre ombre si sovrappongano,
 
se riusciremo ad essere “noi” in mezzo al mondo
 
e insieme al mondo, piangere, ridere, vivere.
 
 
Se ogni giorno sarà scoprire quello che siamo
 
e non il ricordo di come eravamo,
 
se sapremo darci l’un l’altro
 
senza sapere chi sarà il primo e chi l’ultimo
 
se il tuo corpo canterà con il mio perché insieme è gioia…
 
 
Allora sarà amore
 
e non sarà stato vano aspettarsi tanto.
 
 
(Pablo Neruda)

Canto presente 21: Veronica Pinto

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Veronica Pinto

#2

Che torni l’ape nel dramma del bosco
a indicarmi la via
e la rondine a ricordarmi del nido disfatto.
Venga ancora
La tigre sull’iceberg a incoraggiarmi, a nuotare
Un temporale a sentenziare la fine.
Ritorni il tuono a dirmi la verità che gli umani
non sapevano come.

Che possa ridiventare l’elettrone che ero
quel giorno notte d’anni fa, in orbita
sempre attratto dalla fusione.
Che si nasconda ancora la prateria nella manica
E nel colletto molti nuovi ami
Sulla mia bocca un morso di sole.

Strana quiete

Ah. Non sono più triste
non mi abbatte come prima la malinconia.
L’albero storto mi fa voglia
di vestirlo, e questo vento
che rinfreschi geli
non mi disturba neanche un po’.
Che accarezzi schiaffeggi pare
faccia quello che deve.
Eppure tempo fa affogavo anch’io
alla sola vista delle nuvole basse
tra le montagne, e un certo paesaggio
come a Brecht il fratello
le lacrime – sempre- mi faceva spuntare.
Dov’è finito quel tormento?
Che ne è di quei sospiri?
Erano i miei occhi o proprio le cose
che in quel momento, chiunque,
avrebbero pietrificato?
Vieni da me giovane prato
-chi ti ha lasciato, senz’acqua,
così a lungo sotto il sole?
mare agitato picchiato dalle onde
nebbiolina sopraffatta da luce tetra.
Venite qui tristi cose
basta con le lagne.
Vi stringerò tutte, vi terrò strette
dolcissime e acquietate.

Perché solo la lingua di te si fa ricordare
Qui davanti sul libro in posa
e le mani anche le mani ma una alla volta sfocate
poi il culo quel moto carnoso sotto la pressione
delle dita e gli angoli delle labbra in alto.

Flashback

Perché solo un sopracciglio arriva
un pelo sopra la bocca tenace e quel bagno dolce
nella tua fica la mia saliva, quel sapore.
Perché quel posto dove il fiume e il mare si incontrano.
Associazione, associazione.

E perché un primo piano delle tue cosce contratte
A quest’ora, dopo mangiato
prima di un orgasmo
quand’anche i piedi mi gridavano
e si contorcevano quando nei miei occhi chiusi
potevi passare la mano, sentire come correvano
a destra sinistra come bestie in prigione, da fuori
ma dentro, come impazzivano in ogni luogo.

Perché solo le spalle coperte da un telo
solo un seno visto da lontano
Mentre fischio e mi lavo
minuscola àncora di notti, di drammi
e una caviglia perché.

Quella caviglia, di quella precisa sera
in cui persi la testa e pregai i meteoriti
di avere cura di noi
Dopo/tutto, perché.

Sirene

Può anche succedere che cinque sirene
suonino contemporaneamente. Raro ma succede.
Di solito invece segue un ordine, così:
La prima annuncia che tutto finirà a breve
La seconda segnala che si può uscire
La quarta consiglia di aspettare.
La terza da tempo non si distingue dalle altre
(dev’esserci un problema agli altoparlanti).
Quando la quinta sirena della giornata
comincia a suonare, la gente confusa
non sa se è l’ora giusta di morire
o il momento in cui ci si deve sbrigare.
E tutto funziona in modo così allarmistico
che anche la vita salva appare di striscio, un rischio. Non perché si debba correre ma perché anche per quella c’è un segnale.

Prisma lirico 7: Francesco Tontoli, opere di Thure Sundell e Maurice de Vlaminck

Nell’ambito della rubrica Prisma lirico, oggi presentiamo una poesia di Francesco Tontoli. La rifrazione “prismatica” delle parole in immagine e colori è affidata a due opere pittoriche, rispettivamente “Moonlight” di Thure Sundell (1864-1924)  e “L’onda” di Maurice de Vlaminck (1876-1958). In calce una breve biografia/link dell’autore del testo.

Thure Sundell (1864-1924)

“Moonlight”, Thure Sundell

Credetemi
non esiste l’idea del silenzio
senza un giardino silenzioso
non esiste fruscio di vento
ronzare d’ape, abbaiare di cane
planare d’uccello su specchio d’acqua
tuonare di temporale in lontananza
non esiste moto d’onda e gorgoglio
rumore di pioggia che fa affondare
le gocce nel mare aggiungendo
al bicchiere già colmo
altra sostanza vitale
altro silenzio al silenzio taciuto.

l'onda

“L’onda”, Maurice de Vlaminck

testo di Francesco Tontoli

opere:

“Moonlight” di Thure Sundell

“L’onda” di Maurice de Vlaminck

Incipit 12: Lo straniero

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Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.” Questo non dice nulla: è stato forse ieri. L’ospizio dei vecchi è a Marengo, a ottanta chilometri da Algeri. Prenderò l’autobus delle due e arriverò ancora nel pomeriggio. Così potrò vegliarla e essere di ritorno domani sera. Ho chiesto due giorni di libertà al principale e con una scusa simile non poteva dirmi di no. Ma non aveva l’aria contenta. Gli ho persino detto: “Non è colpa mia.” Lui non mi ha risposto. Allora ho pensato che non avrei dovuto dirglielo.[…]

Albert Camus, Lo straniero, Gallimard, 1942

Lo straniero (L’Étranger) è un romanzo  dello scrittore e filosofo francese Albert Camus, pubblicato nel 1942 da Gallimard. La vicenda inizia con la lettura di un telegramma da parte del protagonista Meursault, con cui viene informato della scomparsa della madre, ospite di un ospizio fuori città. Meursault è di origine francese ma vive ad Algeri, è un modesto impiegato, chiede un congedo di quarantotto ore al suo titolare e, dopo averlo ottenuto, va a pranzare in un ristorante. Alle due del pomeriggio prende l’autobus e per la stanchezza e il gran caldo dorme per tutto il tragitto. Incontra il direttore dell’ospizio e poi si reca in una stanza dove si trova il corpo della madre ma rifiuta di vederlo. Ha luogo una veglia interminabile a cui assistono gli amici di sua madre: attorno alla bara lasciano sfuggire strani rumori dalle loro bocche. Meursault percepisce la sgradevole sensazione di essere controllato e giudicato dagli anziani presenti. Egli non prova alcun tipo di emozione per la scomparsa della madre né vuole simularla, appare freddo e impassibile, rifiuta perfino di vederne le spoglie, beve caffè e fuma vicino alla bara. A quest’atteggiamento di straniamento e di indifferenza è dovuto anche il titolo stesso del romanzo. Il giorno dopo il funerale Meursault fa ritorno ad Algeri e non comprende lo scontento del principale per la sua assenza, si reca al porto per fare un bagno e vi incontra Marie Cardona, una ex dattilografa innamorata di lui. Nuotano, si rilassano, vanno al cinema a vedere un film con Fernandel e poi trascorrono la notte insieme. L’indomani, al risveglio, lui non la trova e trascorre tutta la mattinata a letto a fumare. Riprende poi la sua routine quotidiana perché, a parte la scomparsa della madre, nulla è cambiato. Nella scala del suo caseggiato, Meursault incontra il vecchio Salamano, il suo vicino di pianerottolo, in compagnia del suo cane poi un altro vicino, Raymond Sintès, un magazziniere che gode di cattiva reputazione perchè sospettato di essere uno sfruttatore di donne. Continua intanto la relazione con Marie, per quanto sia veramente innamorata di lui e desideri sposarlo, il protagonista non la ama e prova per lei solo desiderio fisico. Trascorrono insieme una giornata sulla spiaggia e il fine settimana in casa di lui. Ad un certo punto odono i rumori di un litigio proveniente dall’appartamento di Raymond; quest’ultimo sta insultando e picchiando una donna. Meursault e Marie escono sul pianerottolo mentre arriva un agente che mette fine alla lite e convoca Raymond in commissariato. Intanto Meursault incontra Salamano, affranto per la scomparsa del suo cane, che pure maltrattava. Udirlo piangere attraverso le pareti gli riporta alla mente sua madre. Qualche giorno dopo lui e Marie sono invitati da Raymond a trascorrere la domenica seguente in un capanno in riva al mare.
Raymond porta una fasciatura alla mano: si è ferito nel corso di una rissa di cui fa il resoconto, l’uomo col quale si è battuto è il fratello di una donna che “gestisce” e che vuole punire perché si è accorto che ha fatto la furba. Vuole scriverle una lettera, per farla ritornare e poi umiliarla. Meursault la scrive per lui. Lo informa anche che per tutto il giorno un gruppo di arabi lo ha pedinato, fra questi c’era il fratello della donna che probabilmente voleva vendicarsi. Poco dopo il principale di Meursault lo convoca per proporgli un lavoro a Parigi dove prevede di aprire un’agenzia. Meursault mostra poco entusiasmo e il principale gli rimprovera la sua indifferenza e la sua mancanza d’ambizione. Mentre prendono l’autobus, Raymond scorge sul marciapiede di fronte degli Arabi (fra cui il suo “tipo”) che li stanno osservando. Arrivano al capanno di Masson e trascorrono una bella giornata. Dopo pranzo Meursault, Raymond e Masson vanno in spiaggia. All’improvviso scorgono i due Arabi e ne nasce una colluttazione generale anche se in questo primo momento Meursault non prende parte al litigio. Solo più tardi sente l’esigenza di tornare in spiaggia, il caldo è insopportabile, in uno stato di semi-incoscienza mentre stringe il revolver di Raymond in tasca ritrova l’arabo di prima che estrae il coltello e il colpo parte. «È lì, in quel rumore ad un tempo secco e assordante, che tutto è cominciato. Scuotendomi dal sudore e dal sole, ho capito che avevo infranto l’armonia del giorno, il silenzio inaudito di una spiaggia dov’ero stato felice. Allora, ho sparato ancora quattro volte su un corpo inerte dove i proiettili s’affondavano come se non fossero veri. Ed era con questi quattro brevi colpi che bussavo alla porta dell’infelicità ». Meursault viene messo in prigione per il suo crimine e durante il lungo processo è discusso, più che l’assassinio, il fatto che l’imputato sembri non provare alcun tipo di rimorso per quello che ha fatto. Malgrado i tentativi dell’avvocato difensore, vista anche la scarsa collaborazione del suo assistito che non difende nemmeno sé stesso, alla fine Meursault viene condannato a morte per aver agito con follia omicida e rifiuta anche il conforto della religione mentre si rende conto che l’universo stesso è indifferente nei confronti degli uomini. In realtà quest’uomo con la sua metodicità e la sua razionalità, tutto può essere tranne che folle. Meursault subisce molti interrogatori al commissariato, trovando la sua causa “molto semplice” non reputa necessario assumere un avvocato e gliene viene assegnato uno d’ufficio, che lo interroga sui sentimenti che nutriva per la madre. Meursault soffre per la perdita della libertà e prova ad ammazzare il tempo dormendo e leggendo. Al suo processo si sente escluso, quasi di troppo. In effetti si parla di lui, ma senza che qualcuno gli chieda il suo parere. Uno dopo l’altro sfilano i testimoni. I giudici apprendono così che Meursault non ha pianto alla sepoltura della madre, che ha rifiutato di vederla un’ultima volta, che ha fumato in obitorio. La sala è sconcertata. Viene interrogata anche Marie, il pubblico ministero conclude che « il giorno dopo la morte della madre, quest’uomo andava al mare, avviava un’unione irregolare e rideva davanti ad una pellicola comica». Si giunge poi a considerare i due uomini complici e lo si accusa di aver agito con premeditazione ne consegue dunque la condanna a morte. Il presidente chiede a Meursault se desidera fare qualche commento e lui per la prima volta, afferma che non aveva l’intenzione di uccidere l’arabo e che questo crimine ha avuto luogo a causa del sole. Tutti ridono. L’avvocato invoca le circostanze attenuanti, elogia le qualità morali di Meursault ma lui neanche lo ascolta più. Rifiuta per tre volte di ricevere il confessore, pensa a Marie, che ha cessato di scrivergli; più tardi, quando il confessore accede nella sua cella si instaura una conversazione tra i due uomini. Il confessore insiste affinché Meursault si penta e dice che egli pregherà per lui. Meursault lo afferra al collo e l’insulta. Dopo la sua partenza, Meursault ritrova la calma e mentre si lascia sopraffare dalle piacevoli sensazioni della notte estiva dice che si apre per la prima volta alla tenera indifferenza del mondo.

Fabula e intreccio coincidono, non sono presenti infatti anticipazioni o flashback tranne che per il momento del processo. Il punto di vista è in prima persona dunque siamo in presenza del narratore omodiegetico. Si è parlato di romanzo psicologico, introspettivo, realista, esistenzialista, nonostante Camus stesso non amasse quest’etichetta. Certo è che l’uomo privo di sentimenti che dimostra con sincerità i suoi pensieri più profondi offende la morale perbenista dell’epoca.  Anche la scrittura di Camus, che ottenne il premio Nobel nel 1957, corrisponde al suo personaggio: sicura, fluida, efficace, ragionata, diretta, immediata e mai prolissa tanto che l’intreccio è sviluppato in sole centocinquanta pagine. Come Sisifo, Meursault è un eroe “assurdo” che però non smette di affascinare attraverso la sua logica lucida ed esasperata, capace comunque, nonostante tutto, di giungere alla verità dell’essere e del sentire.

Deborah Mega

 

Poesia sabbatica: Incarico

Non mi dar tregua, non perdonarmi mai.
Fustigami nel sangue, che ogni cosa crudele sia tu che ritorni.
Non mi lasciar dormire, non darmi pace!
Allora conquisterò il mio regno,
nascerò lentamente.
Non mi perdere come una musica facile, non essere carezza né guanto;
intagliami come una selce, disperami.
Conserva il tuo amore umano, il tuo sorriso, i tuoi capelli. Dalli pure.
Vieni da me con la tua collera secca, di fosforo e squame.
Grida. Vomitami arena nella bocca, rompimi le fauci.
Non mi importa ignorarti in pieno giorno,
sapere che tu giochi, faccia al sole e all’uomo.
Dividilo.

Io ti chiedo la crudele cerimonia del taglio,
ciò che nessuno ti chiede: le spine
fino all’osso. Strappami questa faccia infame,
obbligami a gridare finalmente il mio vero nome.

Julio Cortazar, da “Le ragioni della collera”, Edizioni Fahrenheit 451

trad. Gianni Toti

Sette contro Tebe di Sofocle

Sette contro Tebe di Sofocle è l’altra tragedia, oltre a Le Fenicie di Euripide (della quale ho già detto qui) ad essere stata messa in scena quest’anno al teatro greco di Siracusa nell’ambito del 53° ciclo di rappresentazioni classiche.

Con la regia di Marco Baliani hanno calcato il palcoscenico del teatro aretuseo:

Eteocle | Marco Foschi
Antigone | Anna Della Rosa
Aedo | Gianni Salvo
Araldo | Aldo Ottobrino
Messaggero | Aldo Ottobrino
Danzatori | Massimiliano Frascà, Liber Dorizzi

Coro di giovani Tebane | Accademia d’Arte del Dramma Antico – sezione Scuola di Teatro “Giusto Monaco”

Questa tragedia si caratterizza per l’esiguità dei personaggi di spicco. Sostanzialmente solo due: Eteocle e Antigone. Due dei figli di Edipo e Giocasta, gli altri figli di questa coppia sventurata sono Polinice e Ismene che non compaiono in questa tragedia, la seconda in verità è una figura tramandata come silenziosa e docile, Polinice c’è, ma non si vede, o meglio lo si vede solo dopo morto, corpo inerte sul quale Antigone piange.

L’antefatto è analogo a quello delle Fenicie, Eteocle e Polinice, figli di Edipo, all’atto che Edipo lascia il trono di Tebe, si sono accordati per alternarsi un anno ciascuno al governo della città, ma Eteocle, scaduto il suo anno di regno, non vuole lasciare al fratello lo scettro e marcia da Argo verso Tebe con un grande esercito per reclamare il suo diritto. Pende sul capo dei fratelli la maledizione del padre che entrambi si sarebbero uccisi reciprocamente col ferro delle armi.

I due protagonisti Eteocle e Antigone si alternano sulla scena ricoperta completamente da granelli color rame, al centro della scena troneggia un frondoso ulivo secolare sostenuto da poderose radici. Scenografia essenziale ma efficace. Il coro rappresenta il popolo di Tebe.

Dopo l’introduzione dell’aedo (interpretato da Gianni Salvo, (anima del Piccolo Teatro di Catania), Antigone in scena porge offerte, prega gli dei con le donne/ancelle del popolo tebano prostrata sotto l’ulivo secolare. Eteocle interviene recitando nella sua prima apparizione a sorpresa dall’alto della casa dei mugnai, una casetta antica e piccola, a base pressappoco quadrata che si slancia in un piano sopraelevato. Essa domina dall’alto l’intero teatro. Eteocle, come un condottiero al suo esercito, infonde coraggio al suo popolo e proclama gli intenti bellicosi contro chi osa attaccare la città.

In un secondo momento Eteocle si presenta sulla scena e rimprovera alla sorella di assumere un comportamento pavido di fronte al popolo di Tebe con la sua paura e le sue preghiere non rappresenta un modello di coraggio e li rende deboli, tanto più che gli dei hanno abbandonato gli uomini e a nulla serve pregare, frase sacrilega tipicamente imboccata nelle tragedie a coloro che vanno incontro a sorte infausta. Alla notizia che marciano verso le sette porte di Tebe altrettanti guerrieri temibili dell’esercito di Polinice, Eteocle a sua volta nomina sette eroi tebani che alle porte di Tebe fronteggeranno i nemici.

Assegnazione delle porte
Porte Guerriero di Eteocle Guerriero di Polinice
Porta di Preto Melanippo Tideo
Porta Elettra Polifonte Capaneo
Porta Nuova Megareo Eteoclo
Porta Atena Onca Iperbio Ippomedonte
Porta Nord Attore Partenopeo
Porta Omoloide Lastene Anfiarao
Settima Porta Eteocle Polinice

Le investiture sono inscenate in modo spettacolare, con l’espediente di un graticcio in bambù che magicamente sorge dalla sabbia per diventare una sorta spalliera svedese, sorretta in verticale e in orizzontale dal coro del popolo/soldati tebani, sulla quale gli eroi si esibiscono aggrappati, man mano che vengono nominati, compiendo acrobazie/danze dimostrative del loro valore e prestanza. A semicerchio di fronte agli spettatori al limite dell’orchestra sette massi e sette vessilli, rappresentano le sette porte della città, la maschera che ogni eroe porta esibendosi, viene tolta da Eteocle dal capo e posta su ogni masso, una simbolica attribuzione del ruolo di difensori della città presso ciascuna delle porte.

Tutta la rappresentazione si caratterizza per spettacolarità, sin dalla scelta di far recitare Eteocle dalla Casa dei Mugnai che sorprende lo spettatore, poi per il grande risalto dato al coro sempre in movimento ad occupare lo spazio a imprimere dinamicità alla rappresentazione. La rilevanza del coro in verità è tipica delle tragedie arcaiche delle quali questa di Sofocle ha gli elementi caratterizzanti , così come l’esiguità dei personaggi. Probabilmente nella stesura originale di Sofocle i personaggi previsti erano solo il coro, il messaggero ed Eteocle mentre l’introduzione degli altri è frutto di interpolazione. Tuttavia di queste aggiunte la tragedia se ne giova risultando più ricca e varia nell’alternanza scenica. In questa versione rappresentata a Siracusa non è presente Ismene, sorella di Antigone, che in altre versioni è tra i personaggi.

I suoni sono utilizzati sapientemente e resi ottimamente dall’impianto sonoro, a sottolineare i momenti salienti, accompagnare le danze. I tamburi soprattutto spiccano per efficacia battendo in modo suggestivo ritmi di tragedia e di guerra. A proposito del suono spendo qui due parole sul fatto che ormai è invalso l’uso di utilizzare microfoni per gli attori della tragedia, che, tradizionalmente, dovrebbero recitare senza ausili tecnologici. Ciò perché il teatro dovrebbe godere di una particolare acustica potenziata dalle casse naturali  di risonanza poste a destra e a sinistra della scena, costituite da incavi scavati nella roccia. La verità è che i rimaneggiamenti del teatro e/o l’usura del tempo non rendono questa acustica eccellente come probabilmente era in origine, d’altra parte la tecnologia ormai è tale che i microfoni praticamente non si vedono, quindi sembra che gli attori recitino senza. Io però vengo da un tempo in gioventù nel quale ho visto e sentito recitare senza microfono al teatro greco di Siracusa e posso testimoniare la chiara percezione dello sforzo vocale richiesto all’attore. Davvero non tutti possono.

Il culmine della rappresentazione Sette contro Tebe è lo scompiglio della battaglia, tra fumi, assalti e fughe, mimando l’affanno e violenza della battaglia i soldati si misurano armi in pugno, accompagnati dal rumore degli scontri, in sottofondo di musiche coinvolgenti con punte di acuti tamburi e grida. Al tramestio di questo momento segue la calma dell’avvenuta tragedia. Questo è l’apice drammatico, dove Antigone pone a tutta la vicenda il suo cameo di dolore. Antigone piange i fratelli morti e esprime pari tenerezza per l’uno e l’altro deposti inanimati ai suoi piedi.  Sopraggiunge la manifestazione del volere della città di rendere onori a Eteocle, eroe e difensore di Tebe e di lasciare insepolto Polinice, esposto fuori dalle mura all’insulto di cani randagi e uccelli predatori. Il volere della città è espresso attraverso la voce tecnologica e nasale di un megafono. Anche il megafono è un elemento spettacolare di questa tragedia, montato su un alto traliccio sorge magicamente dalla sabbia e proclama la volontà del governo tebano di non dare sepoltura a Polinice che da nemico ha aggredito la città. Antigone si ribella  a questa decisione e dichiara l’intento opposto di dare sepoltura al corpo del suo disgraziato fratello a rischio della sua stessa vita. Intento che porterà a compimento. Questa però è tutta un’altra tragedia.

Bravo Marco Foschi nei panni di Eteocle. Ancora di più mi ha convinto questa bella Antigone-Anna Della Rosa, forse perché da donna solidarizzo con una donna, portatrice di trepidazione e dolore, forse perché nel ruolo di Antigone non lancia minacce, non bestemmia contro gli dei, perché fieramente osa opporre la pietà e l’affetto fraterno alla maledizione della città contro Polinice, forse infine per il fascino della particolare voce di Anna Della Rosa, lirica e tremante che si presta singolarmente alla recitazione delle tragedie. Lei è ben consapevole d’essere la figura femminile centrale di tutta la tragedia e riveste questo ruolo con talentuosa consapevolezza, sia in abiti da “guerra” di pelle e piume indossati nella prima parte della rappresentazione, sia dopo, negli abiti più sobri del dolore, una mise in spolverino color tra cipria e mattone su veste nera. Questo outfit mi è sembrato l’unica concessione al moderno tra i costumi altrimenti validi scenograficamente, perché “animati” molto mobili, danzano sul corpo degli attori come fossero dotati di una propria vita, appaiono ispirati in parte agli uomini delle caverne e per altro verso al medioevo dei signori paludati riccamente. Mi sarei risparmiate le cavigliere a frange da african style.

E’ piaciuta questa tragedia, oltre che a me, anche agli spettatori. A fine rappresentazione, tradizionalmente, si applaude a lungo per ringraziare. Ne vale davvero la pena.

Solo un rammarico, che è un appunto, che è una lamentela, che è una voce che dà voce a tutti coloro (e sono moltissimi) che non hanno gradito affatto il divieto dell’uso di fotocamere e telecamere durante la rappresentazione. Questa riserva dell’immagine di un evento pubblico è spiacevole e controproducente per la fortuna e memoria dell’evento stesso. Migliore sarebbe stato un divieto di riprese fotografiche e video per uso professionale o comunque commerciale.

Per quanto appena detto, qui non vi sono foto della rappresentazione.

Forma alchemica 15: Costantino Kavafis

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.

Constantinos Kavafis
[In Settacinque poesie, Einaudi, Torino 1992]

Κι αν δεν μπορείς να κάμεις την ζωή σου όπως την θέλεις,
τούτο προσπάθησε τουλάχιστον
όσο μπορείς: μην την εξευτελίζεις
μες στην πολλή συνάφεια του κόσμου,
μες στες πολλές κινήσεις κι ομιλίες.
Μην την εξευτελίζεις πηαίνοντάς την,
γυρίζοντας συχνά κ’ εκθέτοντάς την
στων σχέσεων και των συναναστροφών
την καθημερινήν ανοησία,
ώς που να γίνει σα μια ξένη φορτική.

Κωνσταντίνος Καβάφης
da “Ποιήματα 1897-1933”, Ίκαρος, 1984

Propongo per questa Forma alchemica una poesia di Costantinos Kavafis, la versione originale e la traduzione in italiano, quest’ultima tratta dalla raccolta Einaudi “Settantacinque poesie” di N. Risi e M. Dalmàti
Non ha scritto molto Costantinos Kavafis, poco più di 150 poesie in tutto, la maggior parte delle quali dopo i quaranta anni, molte altre poesie sono rimaste incomplete. Scriveva su fogli sparsi, come appunti, senza sistematicità. Eppure, dopo la sua morte, raccolta e conosciuta la sua produzione, la sua fama cominciò a crescere, fino a farne uno dei più grandi poeti in lingua greca.
La spiegazione di questa grandezza sta nel suo modo di fare poesia, avulso dal gusto dell’epoca, non ascrivibile a nessuna corrente letteraria, dagli argomenti anticonvenzionali, insoliti, profondi e trattati con mano originale. Egli coniuga il classicismo letterario e l’attualità, la ricerca dell’interiorità e il desiderio sensuale. Molti componimenti si caratterizzano per i toni nostalgici, struggenti, come “Itaca”, splendida metafora del senso della vita, alla quale questo blog ha reso omaggio citandola nella pagina “About”
Kavafis nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1863 e, sebbene per qualche tempo se ne sia allontanato al seguito della famiglia, volle tornare in questa città, dove si stabilì definitivamente nel 1885. Lì lavoro’ come giornalista, agente di borsa e poi per trent’anni interprete presso il Ministero dei Lavori pubblici. Da impiegato intimamente provava nei confronti dei colleghi un vago senso di superiorità e, sebbene fosse coscienzioso, si rendeva conto che il lavoro d’ufficio ostacolava la sua vena artistica, chiedendo tempo e applicazione, mortificando la sua ispirazione.
Kavafis amava Alessandria, per la sua natura multietnica, multilingue, la tolleranza morale, la vitalità dei commerci, la licenziosa vita notturna, per la ricchezza culturale frutto della congiunzione di molte culture: greca, ebrea, italiana, copta, armena. Visse ad Alessandria fino alla morte avvenuta nel 1933.
Egli tuttavia aveva molto a cuore la cultura e la lingua greca, e frequentò perciò sempre, sia ad Alessandria che nei viaggi lontano da essa, la comunità di lingua greca. Fu profondo conoscitore della storia, della civiltà ellenica, dell’impero romano e bizantino, che espresse nella sua scrittura.
Kavafis occultò la sua omosessualità che, scoperta da adolescente, esplicava con animo contraddittorio tra il godimento libero, derivante dal piacere dei sensi di ellenistica memoria e un senso oscuro di censura di estrazione cristiana, per la quale questo piacere sterile poteva trovare appagamento solo in ambienti degradati e situazioni infime.
Forse per questo egli visse per tutta la vita un senso di segregazione, che lo teneva nel suo appartamento, alla luce di una lampada, a scrivere versi cercando nella memoria il ricordo di un giovane corpo, un piacere mai dimenticato, che la pelle e sensi gli avevano regalato.
Probabilmente nasce in questo contesto di solitudine la  poesia oggi in commento.
Splendido esempio di compiutezza e limpidezza, trattazione moderna, argomento insolito, paradigmatica quindi della poetica dell’autore. L’avvio con la congiunzione “e” del primo verso sembra proseguire un discorso precedente. La poesia si snoda poi in un unico periodo retto dai primi tre versi e scandito dall’imperativo “non sciuparla”. Si riferisce alla vita Kavafis, ed in linea col suo vissuto di riserbo e solitudine, raccomanda di non sprecare la vita in commerci e vacue frequentazione, ma di selezionare le persone e gli eventi a cui partecipare con cura, in modo che la vita ci sia cara e non diventi un’estranea in balia del frenetico gioco degli inviti e delle relazioni.
La raccomandazione mi sembra particolarmente indicata in un’epoca nella quale ci lasciamo trascinare dalla mania del divertimento e della partecipazione ad attività ludiche, ricreative, sociali, collettive, più o meno grandiose, dove solo l’esserci in quello specifico luogo oggetto d’attenzione o diventato di moda, sembra dare una patente di esistenza in vita.
Mi sovvengono due citazioni musicali per questo argomento, che hanno in qualche modo attinenza con la poesia, con lo spirito che la pervade, specialmente con l’ indovinato aggettivo stucchevole, che ben esprime la nausea per tutte le occasioni festaiole e by night che tanto coinvolgono molta nostra attuale gioventù. Le propongo nei “gettonati” official video sottostanti.  Sia, voce affascinante ed interprete del più recente “Chandelier” e il più datato “Fuori dal tunnel” del cantautore Caparezza.

 

Parole di donna 11: ANTONELLA ANEDDA

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by Abbas Kiarostami

 

Se ho scritto è per pensiero

perché ero in pensiero per la vita

per gli esseri felici

stretti nell’ombra della sera

per la sera che di colpo crollava sulle nuche.

Scrivevo per la pietà del buio

per ogni creatura che indietreggia

con la schiena premuta a una ringhiera

per l’attesa marina – senza grido – infinita.

 

Scrivi, dico a me stessa

e scrivo io per avanzare più sola nell’enigma

perché gli occhi mi allarmano

e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta

– da brughiera –

sulla terra del viale.

 

Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco

trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli

perché solo il coraggio può scavare

in alto la pazienza

fino a togliere peso

al peso nero del prato.

 

Antonella Anedda, In una stessa terra, da  Notti di pace occidentale, Donzelli, Roma 1999

 

Nonostante la consapevolezza dei limiti del linguaggio, Antonella Anedda scrive perché è in pensiero per la vita, per coloro che sono felici ma su cui incombono la caducità e la precarietà mentre già arriva la sera di ciascuno. Semplicemente, quasi umilmente, la poetessa innalza la sua preghiera laica spiegando che scrive perché ha pietà del buio e di tutti coloro che indietreggiano di fronte ad una difficoltà, che sono con le spalle al muro, appoggiati ad una ringhiera. Si scrive per avanzare nell’enigma, per tentare di comprendere il perché delle cose e degli eventi, perché niente e nessuno è difeso e protetto e anche le parole sono più fragili delle cose stesse, come la parola bosco quando è priva di uccelli e di rami. Solo il coraggio e la pazienza possono sostenerci. Anedda compie la sua ricerca poetica, la sua lotta etica e allo stesso tempo personale per tentare di comprendere il vuoto in cui siamo calati. Scrittrice, poetessa, traduttrice, critica d’arte, è nota per la voce sommessa eppure efficace, per l’utilizzo di parole polisemiche, per l’attaccamento alla vita e alla realtà, per l’attenzione ai dettagli, a oggetti quotidiani, a gesti ordinari e in questo si ritrova l’insegnamento della Cvetaeva, della Achmatova, di Celan, di Mandel’štam. ” La poesia non serve a niente. Non aiuta. Non cura” ma è essenziale perché salva dall’oblio, difende e protegge il reale, rievoca e nomina cose e creature che senza di essa si perderebbero, fagocitate dal buio e dal silenzio. Nominare vuol dire dare vita alle ombre, agli scarti, ai sussurri, ai dettagli. Ecco dunque che la Anedda può scrivere «Vedo dal buio / come dal più radioso dei balconi» ed ecco l’impegno etico della poesia, che insegna a comprendere l’altro e a porsi in condizione di ascolto. Il testo poetico ci spinge all’ascolto dell’irrazionale e dell’inespresso, di quella interiorità che oggi andrebbe certamente recuperata e allo stesso tempo ci invita all’ascolto empatico e rispettoso del punto di vista dell’altro. Scrive Anedda «Sogno un linguaggio capace di dire io senza l’invadenza dell’io, una lingua che provi la vertigine dello spazio e avanzi nel solco di se stessa con un peso e non con un potere. Un io capace di sguardo, di ascolto, ma con il proprio sguardo e il proprio orecchio e la propria imperiosa voce, deposti di lato: accantonati». Poesia dunque che diventa necessaria scuola di umanità, da perseguire e da ricercare.

Deborah Mega

 

 

Poesia sabbatica: Tornato da scuola

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Tornato da scuola mi sono tolto le scarpe
ho buttato per terra lo zainetto
mi sono seduto sul vecchio divano che mi piace tanto
ho chiamato il gatto per accarezzarlo
non volevo mangiare né parlare con nessuno
e ho ricambiato lo sguardo del ritratto di Zico
che tengo appeso al muro.
Oltre la finestra è passato un colore
così veloce che sono riuscito a vedere
solo un pezzo di uccellino o di farfalla.
Ho tirato fuori dal taschino un foglio
dove lei aveva scritto il suo nome.
E’ bionda, ha le trecce, si chiama Alejandra
mi piace come ride e ha nove anni come me.
E’ in terza A e nel ricordarla
ho sentito dentro una corrente
come se mi facesse male la pancia del cuore.

Jairo Anibal Nino

Canto presente 21: Francesca Pellegrino

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Francesca Pellegrino

Cronache di un Autunno

Sono successe cose, piccole cose
la linea storta sugli occhi
il traffico bloccato, i panni sporchi,
la spia rossa, il buco nero.
Si è anche fulminata una lampadina
ma me l’hanno dovuto dire.
Sono successe cose, sono successe anche se
ho respirato il giusto, senza esagerare
ho parlato pochissimo, lo giuro, quasi niente.
ma sono successe.
E ci sono anche novità, tipo
chiudere il sorriso per inventario
riparare la crepa delle notti, ché qui piove spesso
e sempre da dentro.
E infine, provare a scrivere il mio nome
sulla lista delle cose urgenti da sistemare
sul post-it del frigo.

Adamo ancora nega

Ancora neghi che la terra sia rotonda
soltanto perché non vedi che il tuo passo
distante anni luce dall’orizzonte .
E a me non resta che osservare impotente
il tempo che impiega una fronte
a corrugarsi.

Una vetrina

Ho messo in vetrina
un sorriso che sta fermo e zoppo
sulle sue gambe. L’ho messo in vetrina
nella sua posa migliore, s’intende:
quella dalla quale si vede il mediterraneo. Tutto.
E qualcuno che si fermi e lo guardi, c’è sempre
e mai per acquistarlo – soltanto possederlo
per quel solo unico attimo.
Come è anche solito che qualcuno
non veda che una pozzanghera
di quando piove poco e male – fuliggine e indolenza.
L’ho messo in vetrina perché così
non barcolla più e, piuttosto che
continuamente precipitare nuvole
di incanto, piuttosto, piuttosto muore.
Ma non come qualcosa che dimentico.
Come qualcosa che ho perso.

Roubasienne

Certe madonne hanno il verme in bocca.
Le ho viste sedere a riva, infilzare
l’Amo nella lacrima intelligente,
attendendo
tutti i pesci grossi ad abboccare.

Borotalco

Non resta che la prevenzione:
fugare l’indelebile altro addio
prima che sia tardi.
Prima che sia macchia.
Perché è finito il borotalco
(spallucce).

 

 

Prisma lirico 7: Sebastiano A. Patanè Ferro – fotografia di Loredana Semantica

Nell’ambito della rubrica Prisma lirico, oggi presentiamo una poesia di Sebastiano A. Patanè Ferro e la fotografia di Loredana Semantica. In calce una breve biografia e/o link degli autori.

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Il controcanto dei papaveri

non essere riusciti a cambiare il mondo
dovrebbe essere il solo rimpianto di ogni uomo
la stupidità oppone resistenza al flusso
e infine ne gode solo la gendarmeria

c’è un momento che scorre lungo cloache
e sarebbe meglio non impedire al gelo
di trasformarsi in musica non pronunciata
che rimanga vortice nel pensiero rotante
e da lì vada pure a sbattere contro porte chiuse

c’è anche il coraggio dell’assassinio che risolve
e normalmente chi uccide è un balordo
che non conosce il gioco della mente
quando inventa persino i perché giustificando
quella stirpe che è rimasta meno che scimmia

ti hanno sparato, amico mio, si hai un buco
da dove si vedono parole bruciacchiate
anche a Piero spararono per essere gentile
e a vegliarlo sono solamente i papaveri
che ne avrebbero di cose da raccontare

nel loro controcanto

testo di Sebastiano A. Patanè Ferro da “Lazzaro”, estensione poetica, 2015, Piccolo Teatro da Camera, Collezione

fotografia di Loredana Semantica

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Sebastiano A. Patanè

nasce a Catania nel 1953 sotto l’acquario di febbraio. Fin da giovanissimo coltiva la passione delle lettere che comincerà a sviluppare con impegno negli anni ‘80 quando fonda il centro culturale e d’arte “Nuova Arcadia” salotto di poesia e sede di numerosi reading. Presente in diverse riviste ed antologie nazionali ed internazionali del periodo, alla fine degli anni 80,primi ’90, dopo la separazione dalla moglie, abbandona la scrittura e comincia a viaggiare per il mondo. Quindici anni dopo, nel 2008, riprende a scrivere con l’intenzione di non smettere più. Sue poesie sono rintracciabili su diversi autorevoli blog tra cui Poetarum Silva, La stanza di Nightingale, Larosainpiù, Il giardino dei poeti e Neobar. Nel 2010 la Clepsydra Edizioni di Anila Resuli ha pubblicato “Poesie dell’assenza” in E-book.

Incipit 11 : Lessico famigliare

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Nella mia casa paterna, quand’ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava:  Non fate malagrazie! Se inzuppavamo il pane nella salsa, gridava: – Non leccate i piatti! Non fate sbrodeghezzi! non fate  potacci! Sbrodeghezzi e potacci erano, per mio padre, anche i quadri moderni, che non poteva soffrire. Diceva: – Voialtri non sapete stare a tavola! Non siete gente da portare nei loghi! E diceva: – Voialtri che fate tanti sbrodeghezzi, se foste una table d’hôte in Inghilterra, vi manderebbero subito via. Aveva, dell’Inghilterra, la piú alta stima. Trovava che era, nel mondo, il piú grande esempio di civiltà. Soleva commentare, a pranzo, le persone che aveva visto nella giornata. Era molto severo nei suoi giudizi, e dava dello stupido a tutti. Uno stupido era, per lui, «un sempio». – M’è sembrato un bel sempio, – diceva, commentando  qualche  sua  nuova  conoscenza.  Oltre ai «sempi» c’erano i «negri». «Un negro» era, per mio padre, chi aveva modi goffi, impacciati e timidi, chi si vestiva in modo inappropriato, chi non sapeva andare in montagna, chi non sapeva le lingue straniere. Ogni atto o gesto nostro che stimava inappropriato, veniva definito da lui «una negrigura». – Non siate dei negri! Non fate delle negrigure! – ci gridava continuamente. La gamma delle negrigure era grande. Chiamava «una negrigura» portare, nelle gite in montagna, scarpette da città; attaccar discorso, in treno o per strada, con un compagno di viaggio o con un passante; conversare dalla finestra con i vicini di casa; levarsi le scarpe in salotto, e scaldarsi i piedi alla bocca del calorifero; lamentarsi, nelle gite in montagna, per sete, stanchezza o sbucciature ai piedi; portare, nelle gite, pietanze cotte e unte, e tovaglioli per pulirsi le dita. Nelle gite in montagna era consentito portare soltanto una determinata sorta di cibi, e cioè: fontina; marmellata; pere; uova sode; ed era consentito bere solo del tè, che preparava lui stesso, sul fornello a spirito. Chinava sul fornello la sua lunga testa accigliata, dai rossi capelli a spazzola; e riparava la fiamma dal vento con le falde della sua giacca,  una giacca di lana color ruggine, spelata e sbruciacchiata alle tasche, sempre la stessa nelle villeggiature in montagna. Non era consentito, nelle gite, né cognac, né zucchero a quadretti: essendo questa, lui diceva, «roba da negri»;  e non era consentito fermarsi a far merenda negli châlet, essendo una negrigura. Una negrigura era anche ripararsi la testa dal sole con un fazzoletto o con un cappelluccio di paglia, o difendersi dalla pioggia con cappucci impermeabili, o annodarsi al collo sciarpette: protezioni care a mia madre, che lei cercava, al mattino quando si partiva in gita, di insinuare nel sacco da montagna, per noi e per sé; e che mio padre, al trovarsele tra le mani, buttava via incollerito. Nelle gite, noi con le nostre scarpe chiodate, grosse, dure e pesanti come il piombo, calzettoni di lana e passamontagna, occhiali da ghiacciaio sulla fronte, col sole che batteva a picco sulla nostra testa in sudore, guardavamo con invidia «i negri» che andavan su leggeri in scarpette da tennis, o sedevano a mangiar la panna ai tavolini degli châlet. Mia madre, il far gite in montagna lo chiamava «il divertimento che dà il diavolo ai suoi figli», e lei tentava sempre di restare a casa, soprattutto quando si trattava  di mangiar fuori: perché amava, dopo mangiato, leggere il giornale e dormire al chiuso sul divano. Passavamo sempre l’estate in montagna. Prendevamo una casa in affitto, per tre mesi, da luglio a settembre. Di solito, eran case lontane dall’abitato; e mio padre e i miei fratelli andavano ogni giorno, col sacco da montagna sulle spalle, a far la spesa in paese. Non c’era sorta di divertimenti o distrazioni. Passavamo la sera in casa, attorno alla tavola, noi fratelli e mia madre. Quanto a mio padre, se ne stava a leggere nella parte opposta della casa; e, di tanto in tanto, s’affacciava alla stanza dove eravamo raccolti a chiacchierare e a giocare. S’affacciava sospettoso, accigliato; e si lamentava con mia madre della nostra serva Natalina, che gli aveva messo in disordine certi libri; «la tua cara Natalina», diceva. «Una demente», diceva, incurante del fatto che la Natalina, in cucina, potesse udirlo. D’altronde alla frase «quella demente della Natalina» la Natalina c’era abituata, e non se ne offendeva affatto. A volte la sera, in montagna, mio padre si preparava per gite o ascensioni. Inginocchiato a terra, ungeva le scarpe sue e dei miei fratelli con del grasso di balena; pensava che lui solo sapeva ungere le scarpe con quel grasso. Poi si sentiva per tutta la casa un gran rumore di ferraglia: era lui che cercava i ramponi, i chiodi, le piccozze. – Dove avete cacciato la mia piccozza? – tuonava. Lidia! Lidia! dove avete cacciato la mia piccozza? Partiva per le ascensioni alle quattro del mattino, a volte solo, a volte con guide di cui era amico, a volte con i miei fratelli; e il giorno dopo le ascensioni era, per la stanchezza, intrattabile; col viso rosso e gonfio per il riverbero del sole sui ghiacciai, le labbra screpolate e sanguinanti, il naso spalmato di una pomata gialla che sembrava burro, le sopracciglia aggrottate sulla fronte solcata e tempestosa, mio padre stava a leggere il giornale, senza pronunciare verbo: e bastava un nonnulla a farlo esplodere in una collera spaventosa. Al ritorno dalle ascensioni con i miei fratelli, mio padre diceva che i miei fratelli erano «dei salami» e «dei negri», e che nessuno dei suoi figli aveva ereditato da lui la passione della montagna; escluso Gino, il maggiore di noi, che era un grande alpinista, e che insieme a un amico faceva  punte difficilissime; di Gino e di quell’amico, mio padre parlava con una mescolanza di orgoglio e di invidia, e diceva che lui ormai non aveva piú tanto fiato, perché andava invecchiando. Questo mio fratello Gino era, del resto, il suo prediletto, e lo soddisfaceva in ogni cosa; s’interessava di storia naturale, faceva collezioni d’insetti, e di cristalli e d’altri minerali, ed era molto studioso. Gino si iscrisse poi in ingegneria; e quando tornava a casa dopo un esame, e diceva che aveva preso un trenta, mio padre chiedeva: – Com’è che hai preso trenta? Com’è che non hai preso trenta e lode? E se aveva presa trenta e lode, mio padre diceva: – Uh, ma era un esame facile. In montagna, quando non andava a fare ascensioni, o gite che duravano fino alla sera, mio padre andava però, tutti i giorni, «a camminare»; partiva, al mattino presto, vestito nel modo identico di quando partiva per le ascensioni, ma senza corda, ramponi o piccozza; se ne andava spesso da solo, perché noi e mia madre eravamo, a suo dire, «dei poltroni», «dei salami», e «dei negri»; se ne andava con le mani dietro la schiena, col passo pesante delle sue scarpe chiodate, con la pipa fra i denti. Qualche volta, obbligava mia madre a seguirlo; – Lidia! Lidia! – tuonava al mattino, – andiamo a camminare! Sennò t’impigrisci a star sempre sui prati! – Mia madre allora, docile, lo seguiva; di qualche passo piú indietro, col suo bastoncello, il golf legato sui fianchi, e scrollando i ricciuti capelli grigi, che portava tagliati cortissimi, benché mio padre ce l’avesse molto con la moda dei capelli corti, tanto che le aveva fatto, il giorno che se li era tagliati, una sfuriata da far venir giú la casa. – Ti sei di nuovo tagliati i capelli! Che asina che sei! – le diceva mio padre, ogni volta che lei tornava a casa dal parrucchiere. «Asino» voleva dire, nel linguaggio di mio padre, non  un  ignorante, ma uno che faceva  villanie o  sgarbi; noi suoi figli eravamo «degli asini» quando parlavamo poco o rispondevamo male. – Ti sarai fatta metter su dalla Frances! – diceva mio padre a mia madre, vedendo che s’era ancora tagliata i capelli; difatti questa Frances, amica di mia madre, era da mio padre molto amata e stimata, fra l’altro essendo la moglie d’un suo amico d’infanzia e compagno di studi; ma aveva agli occhi di mio padre il solo torto d’avere iniziato mia madre alla moda dei capelli corti; la Frances andava spesso a Parigi, avendo là dei parenti, ed era tornata da Parigi un inverno dicendo: – A Parigi si usano i capelli corti. A Parigi la moda è sportiva. A Parigi la moda è sportiva, – avevano ripetuto mia sorella e mia madre tutto l’inverno, rifacendo un po’ il verso alla Frances, che parlava con l’erre; si erano accorciate tutti i vestiti, e mia madre s’era tagliata i capelli; mia sorella no, perché li aveva lunghi fino in fondo alla schiena, biondi e bellissimi; e perché aveva troppa paura di mio padre.[…]

Natalia Ginzburg, Lessico famigliare,1963

Opera vincitrice del Premio Strega nel 1963, Lessico famigliare è la storia di una famiglia ebrea, quella della stessa scrittrice Natalia Ginzburg, nata Levi, che si svolge a Torino tra il 1930 e il 1950. Attraverso il discorso indiretto libero la scrittrice richiama alla memoria e ricostruisce il lessico della sua famiglia, le vicende dei suoi familiari, il linguaggio, le voci, l’intercalare dei suoi genitori e dei suoi fratelli. Una famiglia è fatta di voci, di sentimenti, di dinamiche, di scherzi, di battute, di frasi radicate che si ripetono e si intrecciano nel corso degli anni e che sono familiari appunto solo ai suoi componenti. Ne è protagonista soprattutto il padre Giuseppe, professore d’anatomia all’Università, burbero, dispotico e allo stesso tempo affettuoso, non tollera alcuni gesti e li definisce malagrazie, potacci o sbrodeghezzi o i modi impacciati, timidi e goffi che invece chiama negrigure. Questi neologismi insieme agli epiteti apparentemente offensivi, tratti dal lessico triestino, esprimono la  partecipazione appassionata del padre alla vita della sua famiglia. La madre Livia invece è sempre gaia, vivace, amante del cinematografo, aiuta i suoi figli difendendoli dalle intemperanze del padre. Unico divertimento concesso è rappresentato da gite in montagna precedute da preparativi estenuanti, a cui nessuno può sottrarsi. Nel testo Natalia non appare quasi mai, soltanto verso la fine parla di sé, quando comincia a vivere senza i suoi genitori. Annota le liti tra i fratelli, gli amori della sorella, le frequentazioni della sua famiglia.  Con loro vive la cameriera Natalina, li frequenta la sarta, altri amici di famiglia, colleghi del professor Levi e molti personaggi celebri. Alberto Asor Rosa in una recensione dell’opera ha parlato di snobismo della Ginzburg per aver citato e chiamato familiarmente molti intellettuali e politici della Torino antifascista di quegli anni a cavallo tra le due guerre: Foa, Olivetti, Filippo Turati, Cesare Pavese, Eugenio Montale. Si tratta di parentele famose: Olivetti sposerà la sorella maggiore della scrittrice, la Mosca amata da Eugenio Montale è sua zia Drusilla Tanzi, sorella della madre. Del resto la scrittrice ha voluto evitare ogni indeterminatezza, designa i personaggi con nome e cognome come se fossero tutti parenti, lo stesso Turati si nascose in casa dei Levi per diverso tempo. La grande storia si riflette nella piccola storia di una famiglia borghese di quei tempi. Oltre alle vicende familiari la Ginzburg descrive l’ascesa di Mussolini, le leggi razziali, la lotta antifascista, racconta della prigionia del padre, della fuga dei fratelli, della reclusione del primo marito Leone Ginzburg, professore di letteratura russa e dirigente della cospirazione antifascista clandestina, arrestato dai tedeschi nel ’43 e ucciso nel ’44. Il libro diventa una cronaca dell’antifascismo, vista prima con gli occhi di una bambina, poi con quelli di una donna, moglie e madre. La drammaticità degli eventi storici nonostante pesino su questa famiglia attraverso l’esilio, il confino, la prigionia, non intacca la forza e la resistenza dei protagonisti. Il romanzo non può considerarsi solo un’autobiografia, piuttosto quasi un libro fotografico, un affresco di famiglia, come scrisse la stessa Ginzburg nell’Avvertenza. «Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia. Ci basta dire: “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico”, per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino […]Essere fratelli e sorelle permette di vivere un legame unico e irripetibile. Ci si spartisce l’amore genitoriale, si condividono spazi, giochi, esperienze; il passato è comune come l’origine ma i ricordi sono differenti. Forse alla fine questo è il messaggio del romanzo: i nostri genitori, i nostri fratelli e sorelle, gli amici di un tempo sono testimoni di ciò che siamo stati.

Deborah Mega

Novità attese

Chi si nascondeva giaceva dormiva
nel letargo del mio inverno mentale
tra le pieghe del mollusco sanguigno?
Nei giorni deputati alla quiete
trovo sentieri inascoltati
dove il canto rivela visioni di altri mondi.

Spalanco la bocca perché entrino i raggi di una lingua adatta.

Le dimensioni dell’onda sono il tesoro.

Le Fenicie di Euripide

Nel teatro greco di Siracusa è il corso il 53°ciclo di rappresentazioni classiche.
Ogni anno nei mesi maggio, giugno e luglio, nello splendido scenario naturale a cielo aperto del teatro greco di Siracusa, l’INDA mette in scena 3 opere di autori classici greci o latini che attirano spettatori da tutto il mondo, l’anno scorso quasi 120.000.
L’inda, acronimo di Istituto Nazionale del Dramma Antico, è una fondazione culturale nata nel 1913 per iniziativa del nobile siracusano Mario Tommaso Gargallo, con l’intento di dare nuova vita al dramma antico nella sua sede naturale: il teatro greco di Siracusa.

Questo teatro è stato scavato nella roccia del colle Temenite circa 4 secoli prima della nascita di Cristo, è quindi un teatro antichissimo e glorioso, con la sua cavea di ben 138,60 metri si colloca tra i teatri greci più grandi del mondo. Caratterizzato da accorgimenti diretti a sfruttarne l’acustica, è costituito da più ordini di gradini disposti a semicerchio e degradanti verso il centro. Originariamente i gradini erano 67, divisi in 9 settori da scalinate che permettevano al pubblico l’accesso ai posti a sedere. Utilizzato anche in epoca romana, più volte rimaneggiato, è attualmente monumento archeologico oggetto di immancabile visita da parte dei turisti che si recano a Siracusa. Viene destinato soltanto di rado a premiazioni ed altre iniziative culturali diverse dalle rappresentazioni classiche per preservarne l’integrità. Sempre per tutelare la roccia dall’usura, durante il ciclo di rappresentazioni classiche viene protetto da impalcature sui gradini e transenne di legno lungo le scalinate per permetterne la fruibilità senza danneggiamenti.

Quest’anno in programma per il ciclo di rappresentazioni classiche ci sono:
“Le Fenicie” di Euripide, l’ultima rappresentazione domani
“Sette contro Tebe” di Eschilo
“Le Rane” di Aristofane
Le prime due sono tragedie, appartengono entrambe al ciclo tebano e trattano della stessa vicenda da angolazioni diverse, le Rane sono una commedia, capolavoro di Aristofane.

Le Fenicie di Euripide, è stata rappresentata quest’anno dopo una lunghissima pausa dal 1968, l’anno nel quale precedentemente è andata in scena, parliamo di oltre 50 anni fa. La tragedia è tale indubbiamente, c’è un gran bel numero di irrimediabili morti, un fato che incombe maledetto, guerra, odio e rivalità, una madre aggrovigliata nelle spire di infausta sorte che nulla può contro il destino e sceglie il suicidio, preferendo la morte a una vita di infelicità per il lutto dei propri figli e per la disgrazia del proprio delitto. Sono protagonisti di questa tragedia del ciclo tebano: Giocasta, Edipo, Eteocle e Polinice, Antigone, Tiresia, Creonte, Meneceo, a dare il nome alla tragedia un gruppo di donne, tra le quali una vergine, provenienti dalla Fenicia e dirette al tempio di Apollo che assistono allo svolgersi degli eventi. Le donne fenicie nella tragedia assumono le vesti del coro che tradizionalmente commenta o narra aspetti ed eventi rilevanti della tragedia.

Eteocle, Polinice e Antigone sono fratelli, figli di Giocasta ed Edipo, Edipo tuttavia sposando Giocasta ha commesso a suo tempo inconsapevolmente incesto, perché Giocasta è anche sua madre. Edipo, nella disperazione della colpa di cui si è macchiato, lascia il governo della città di Tebe, che resta ai figli maschi Eteocle e Polinice. Essi si accordano per alternarsi un anno ciascuno, ma Eteocle al termine del suo anno di governo non vuole cedere al fratello lo scettro e perciò Polinice, reclamando il suo diritto, marcia con un poderoso esercito da Argo verso Tebe. La tragedia si apre con un dialogo tra Antigone (Giordana Faggiano) e il suo precettore, (Simone Luglio), che è un pretesto narrativo per introdurre alla vicenda.

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Antigone e Pedagogo, ph. Loredana Semantica

In questa fase iniziale viene messa in risalto la scenografia. Bello l’albero sradicato, bianco nelle fronde e nelle radici, al centro della scena tra le rocce squadrate come mura e suggestivi teli di organza bianca stesi tra gli alti pali dello sfondo che ondeggiano al vento. Rosso tutto il resto. Scenografia essenziale ma efficace.

Tra i momenti salienti ed efficaci della tragedia il monologo di Giocasta, nell’ottima interpretazione di Isa Danieli. Ella preoccupata del rischio che incombe sulla città, ma soprattutto sui suoi figli tenta inutilmente di accordarli, risultando una credibile Giocasta in ricchi paludamenti neri e bionda, luminosa capigliatura. Eteocle al secolo è Guido Caprino (noto al grande pubblico per aver interpretato il Commissario Manara in TV) nella tragedia è un prestante re, cupo, determinato, assetato di potere.

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Eteocle e il coro, ph Loredana Semantica

Suo fratello Polinice è Gianmaria Martini, anche lui ha recitato in tv nella fiction I Cesaroni. Nei panni di Polinice si mostra meno imponente del fratello, con una recitazione più infantile e nevrotica, (del resto ben si accorda alla realtà della vita che i fratelli siano diversi per aspetto e temperamento) con la quale rappresenta alla madre Giocasta, quanto l’esilio di un reale sia una condizione di nullità e disagio.

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Giocasta e Polinice, ph. Loredana Semantica

Tiresia, l’indovino cieco, è interpretato con originale vena bisbetica, comica e patetica nello stesso tempo, da Alarico Salaroli. E’ Tiresia che indica come unica via per salvare Tebe dalla minaccia della guerra incombente il sacrificio di Meneceo (Matteo Francomano) figlio di Creonte. Ottimo anche Creonte, interpretato da Michele Di Mauro. Proprio Creonte è l’artefice dell’unico momento di pathos in scena, quando egli manifesta il suo inconsolabile dolore alla scoperta che suo figlio Meneceo si è suicidato, sacrificandosi per salvare la città, realizzando il vaticinio di Tiresia.

Ed in questa ultima considerazione si evidenzia il limite di questa tragedia, costruita da Euripide, senza un’autentica consapevolezza o autentica volontà di muovere lo spettatore a partecipazione. Sin dall’introduzione di un coro formato da terze parti, le donne Fenicie, che osservano e commentano, più con lucidità che con emozione.

A dire del coro in particolare, tranne la vergine in assurdi occhiali dalla montatura di celluloide scura e la pianista che ben accorda note gravi a tutto l’insieme, tutte le donne fenicie hanno il volto coperto da un mascherone di gomma. Scelta che impressiona ma non compensa il limite della staticità del coro. Essendo questo gruppo a dare il nome alla tragedia, forse un maggiore dinamismo, un’esaltazione delle battute, renderlo maggiormente spettacolare avrebbe giovato all’intera rappresentazione.  La tragedia infatti soffre per l’assenza di un protagonista che spicchi e catturi l’attenzione dell’ascoltatore, lo conquisti alla sua sofferenza ed alle sue ragioni. Giocasta avrebbe potuto raggiungere questo vertice, sol che Euripide avesse voluto mettere in scena il tragico momento in cui lei si dà la morte per non sopravvivere ai suoi figli. Euripide invece sceglie per finale la sobrietà di una condanna per Edipo, in lutto per la morte di madre e sposa al tempo stesso e dei suoi due figli, messo all’esilio da Creonte, convinto che egli sia l’origine della rovina di Tebe. La scena finale è di Edipo che, accompagnato da Antigone se ne va verso lo sfondo e sparisce.

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Edipo, ph. Loredana Semantica

Anche quest’anno, come ormai avviene da tempo, sono stati introdotti nei costumi della tragedia elementi estemporanei e stranianti: come le divise moderne dei soldati, i berretti con le visiere, gli elmetti e i bottoni dorati, gli occhiali assolutamente incoerenti della vergine tra le donne fenicie, la mise in giallo limone di Antigone  che rammenta lo stile teenager anni 50 da film Grease, ben poco in linea col coraggio, ribellione e disperazione che fanno brillare questa figlia di Edipo. L’araldo, Massimo Cagnina, ha l’ingrato compito di snocciolare la serie di morti che funestano la tragedia, riesce a farlo trasformando il momento tragico, in un inserto tragicomico, dove il refrain “Me dispiace” e l’inflessione meridionale spadroneggiano. La palma res della ieraticità, pur nella pronuncia evidentemente straniera, va a Edipo – Yamanuchi Hal, perfettamente nei panni di un re cieco, nobile e sconfitto dal fato.

In sintesi cosa potremmo dire di questa tragedia? Bravi tutti tranne Euripide.

La regia è di Valerio Binasco.

Tutte le informazioni qui. http://www.indafondazione.org/it/

Loredana Semantica

Forma alchemica 14: Rainer Maria Rilke

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Noi forse siamo qui per dire: casa,
ponte, fontana, cancello, brocca, albero da frutto, finestra
al massimo: colonna, torre…ma per dire, cerca di capire,
oh, per dirle così, come mai le cose stesse
hanno mai intimamente creduto d’essere.
Tuttavia essere qui è molto, perché sembra
che tutto qui abbia bisogno di noi,
questo luogo effimero che stranamente ci riguarda.
Noi i più fugaci. Ogni cosa una sola volta.
Solo una volta e mai più. E noi ugualmente
soltanto una volta. Mai una seconda.
Ma questo essere stati una volta
anche una sola volta, essere stati terreni
sembra irrevocabile.

(Rainer Maria Rilke, IX Elegia, vv. 32- 36, 11-17, traduzione di Loredana Semantica)

Il cantore dei cantori è Rilke, lui l’Orfeo moderno, mistico e misterioso. Ardente del sacro fuoco poetico. Con Rilke ci slanciamo verso l’azzurro del pronunciamento. La sacralità della parola esiste per dire, mentre, per converso, sembra che le cose stesse esistano al mondo per poter essere dette. E’ quasi un incantesimo del dire che le fa essere ciò che sono: presenti, visibili, dicibili. Cose animate, cose pensate, cose per sempre cose nel momento stesso in cui esse sono definite, nel vocabolo che le significa e le com-prende facendole comprendere. Cose molteplici, personificate e pensanti che mai avrebbero inteso essere ciò che sono, quando le si dice. Inconsapevoli della loro presenza/essenza, del loro portato di significanza. Semanticamente cose. Cose esplicitate. Cose a corredo, normali, meravigliose.
Noi uomini ad esse rapportati, sembriamo essere qui ed ora giustificati proprio da queste cose che necessitano di noi, come se per nostro tramite si rivelassero, rivelando la loro autentica essenza. Cose che sono per un attimo e poi non più. Fugaci quindi, non meno di noi uomini esseri caduchi per eccellenza, eminentemente consapevoli della finitudine, destinati al termine fin dalla nascita. Uomini che vivono sapendo di morire progressivamente ogni giorno, avvicinandosi col tempo sempre più all’exitus. Rilke profondo. Profondo, ieratico, profetico e interrogante. Ineluttabile, vaticinante. Rilke saggio e gigante, svettante poesia fino alle cime, impasto di poesia e carne. Come le cose, noi stessi nella fugacità dell’essere esistiamo sulla terra. Vi so-stiamo una sola volta e mai più.
Ma essere anche solo una volta sulla terra, nonostante l’abito della transitorietà, ha in sé il seme di un’eternità che sta nell’irrevocabilità della nostra essenza/presenza nel mondo. Natura esistente che resta e r-esiste per un tempo non definibile a testimonianza-specchio-icona-monolite e ci sopravvive.
Non trascorriamo quindi, inesistenti e vacui, ma siamo nel rapporto con le cose che ci concernono, più o meno materiali, in un’elencazione che le scardina e le afferma, che le rende persistenti ed effimere al contempo, che le rende tuttavia cose nella peculiarità di ciascuna di esse: casa, torre, colonna finestra. Significativa la scelta musicale dei vocaboli. Evidente un insistente riferimento a costruzioni architettoniche frutto del lavoro umano: casa, torre, ponte. Non meno significanti la fontana e l’albero da frutto, anch’essi metaforicamente produttivi, nello zampillare dell’acqua e nel frutto che l’albero dona, in un dare bucolico, originario, sorgivo. Un vago sentore metapoetico è profuso nell’intero testo. Omaggio alla parola, alle realtà osservata e trasposta in parola, all’interiorità. Com’è proprio dei temi cari all’autore.
Cose quindi che si colorano di significato e prolificano di senso attraverso la nostra esperienza che le acquisisce e concretizza. Esse non esisterebbero senza di noi, senza il significato che noi ad esse riconnettiamo, per la percezione che ne abbiamo. Poetica quest’ultima che caratterizza l’intera produzione rilkiana, come il senso religioso, instillato dalla famiglia del poeta, profondamente religiosa.
In questa Forma alchemica ho premesso  il commento ai cenni biografici che sono solita dare sull’autore. Ho scritto questo commento in colata unica, in sorta di “raptus” di corrispondenza poetica suscitata per riverbero dalla poesia di Rilke, la considero infatti un modello di perfezione, requisito di eccellenza presente del resto anche altre composizioni di questo poeta. Non avendo confidenza con la lingua originale dell’autore, delle poesie di Rilke, purtroppo, non posso percepire pienamente la costruzione, l’armonia, il ritmo e le assonanze, cioè tutto ciò che fa di un testo poesia, prima e oltre il suo senso. Esse tuttavia mantengono, anche tradotte, un’indiscutibile profondo fascino, nel che, ritengo, sia ulteriore dimostrazione della loro grandezza. Rilke ha scritto principalmente in lingua tedesca, senza tuttavia disdegnare il francese, al quale ha fatto ricorso nella seconda parte della sua produzione.
Ciò che tuttavia impressiona della biografia di Rilke è l’inquietitudine del poeta che si manifesta con una vita girovaga. Non per niente il concetto di “uomo senza casa” presente anche in Kafka, serpeggia anche nella poetica di Rilke.
Nell’arco del mezzo secolo della sua vita, (nato nel 1875, è morto nel 1926), Rilke ha viaggiato per tutta l’Europa e oltre, dalla Russia a Venezia, da Napoli a Monaco, da Praga, a Zurigo, Berna, Roma, Duino, Dresda, Egitto, …e l’elenco potrebbe proseguire. Costanti i contatti di Rilke con gli ambienti culturali di tutta l’Europa, molte le donne con le quali intrattenne una corrispondenza epistolare e frequentazione personale, essendo amiche per lui, muse, amori. Molti amici artisti e scrittori, tra i quali Pasternak, Tolstoj, Rodin, Valery, solo per citare i nomi più noti, con i quali condivise idee, reciproca stima. Altri ancora erano amici che l’ammiravano, gli offrivano ospitalità nei suoi spostamenti.
Si sposò con Clara Westhoff, dalla quale ebbe la figlia Ruth, ma il grande amore della sua vita fu l’intellettuale Lou Andreas-Salomé.
Ampia la sua produzione, i suoi capolavori sono le Elegie duinesi, dalle quali è tratto lo stralcio poetico commentato qui, i Sonetti a Orfeo e I quaderni di Malte Laurids Brigge.