Nota critica su “L’adatto vocabolario di ogni specie” di Alessandro Silva

Tag

, ,

“L’adatto vocabolario di ogni specie” di Alessandro Silva, opera edita da Pietre Vive nella collana iCentoLillo, è una raccolta poetica che annota, sotto forma di narrazione cronachistica, la tragedia proletaria di innumerevoli operai-tipo dell’Ilva di Taranto, un esempio dunque di poesia civile che ha ottenuto meritatamente diversi riconoscimenti: vincitrice nell’edizione 2015 del concorso Luce a sud-est, è risultata anche finalista al Premio Elio Pagliarani 2017 e segnalata al Premio Anna Osti 2018.

In epigrafe sono riportate due citazioni: una è tratta da Il lavoro di Jacques Werup, l’altra da Portarsi avanti con gli addii di Francesco Tomada, in cui si affronta con rassegnazione e apparente leggerezza il tema del lavoro, presagio di morte e del lutto da superare in mezz’ora. Nel primo testo sono individuate le coordinate geografiche oggetto della trattazione: mar Ionio, Taranto. Nella silloge, brani in prosa, frammenti di cronaca e di interviste, si alternano a poesie di forte impatto emozionale e alle illustrazioni di Giovanni Munari, talmente realistiche e descrittive da generare un oppressivo senso di claustrofobia. Non a caso luce, aria, fatalità del destino, morti accidentali, sono espressioni che ricorrono in tutto il dipanarsi della narrazione. La famigerata Ilva di Taranto, uno dei maggiori complessi siderurgici in Europa fondato nel 1960, diventa rappresentazione simbolica della fabbrica, strumento di oppressione dei tempi moderni. Il complesso industriale di lavorazione dell’acciaio divenuta Italsider e poi di nuovo Ilva, da sempre è stata oggetto di processi penali per il suo impatto ambientale e per la scarsa tutela degli operai in relazione agli infortuni sul lavoro e non solo. La quantità di diossina emessa nell’ambiente circostante ha reso non pascolabili i terreni entro un raggio di 20 km; gli effetti dannosissimi delle emissioni inquinanti sono ormai sotto gli occhi di tutti per i numerosissimi casi di tumori, leucemie, patologie della tiroide e malattie cardiovascolari. Eppure c’è chi continua a negare il nesso tra ricorrenza e aumento del numero delle patologie e il polo industriale; perfino quando si è svolto il referendum consultivo tra gli stessi tarantini, che proponeva la chiusura dell’acciaieria, non si è raggiunto il quorum. Purtroppo l’Ilva è ancora oggi una delle poche realtà a fornire lavoro, uno stipendio accettabile che spinge perfino a farsi raccomandare pur di essere assunti. Dal 2012 al 2014 sono stati approvati sei decreti salva Ilva, convertiti in legge, che hanno continuato a tutelare l’azienda più che l’ambiente, il suolo e le acque sotterranee. L’adatto vocabolario di ogni specie, di cui parla Silva, riguarda tutti: operai, ex operai, abitanti dei quartieri limitrofi, donne, bambini, animali, vegetali, prodotti agricoli, persino mitili. Le polveri d’amianto, presto o tardi, raggiungono tutti.

Il lessico è specialistico e attento alla quotidianità del dettaglio, non mancano però espressioni di puro lirismo, mai ostentato, quasi una conseguenza del nostro voler essere e restare umani. La raccolta è composta da un prologo, da quattro atti e da un epilogo. Ad essere rappresentato è il dramma umano e il disastro ambientale, distopico, crudele, nero, come alcune pagine all’interno della raccolta, le immagini che rappresentano il fumo delle ciminiere e la morte che imperversa ogni giorno sul quartiere Tamburi.

La prima sezione descrive la vita di un operaio tipo, l’atmosfera, sentimenti e sensazioni di chi raggiunge ogni giorno il complesso, vi lavora e ritorna verso casa, stanco e intossicato, si narra come “si sta dentro la città che muore, nel viaggio verso casa” mentre “il cielo continua a stridere sulla pelle e tutto è un’asimmetria di dolore”.
La seconda sezione reca il titolo del libro, è la sezione centrale in cui si fa riferimento anche alla sterilità delle donne raggiunte dal nero tossico: «  Una scintilla/ spenta di estrogeni nelle cellule/ che baciano l’ovulo e lo portano/ dolci a maturazione è la causa/ del vostro esser sterili». Nella terza e quarta sezione è tangibile un diffuso sentimento di rabbia e frustrazione, il conseguente desiderio di giustizia con qualche sprazzo riflessivo e nostalgico. Epilogo conclude la raccolta con due testi che denunciano gli effetti dell’inquinamento, il dramma sanitario ormai uscito allo scoperto. Nonostante ciò Taranto, La Bella Avvelenata continua a subire gli errori dei padri che non arrivano “a seppellire i genitori ma i propri figli”, del resto “la malattia è solo una sera di solitudine smarrita/nella memoria. Lui vorrebbe morire lavorando”. Silva realizza un’opera densa di eventi e di immagini, pregevole e degna di attenzione; anche se non abitiamo nei pressi del rione Tamburi,  il problema riguarda tutti: Taranto siamo noi e i nostri figli.

Deborah Mega

*

LUCE DENTRO LA TERRA

Non si vedono case ma una colonna

alzata per trentacinque metri di cielo,

quel tanto che basta a oscurare

il sole. Una torre medioevale

di argento e pietra, per i più ilari

bicchiere rovesciato sul sostegno

di una tazza, un tino posato sopra

una sacca. C’è un silenzio di bocca

sulla cima che s’apre a una gola

di lamiere. Maleodora. Sa di

sfacelo e bestemmie a tenere

la bocca di un uomo scucita per aria.

Da impuri bagliori ci si lascia

bruciare, svogliati [urto di luce

conficcato in un recesso di Terra].

 

La barba

va tenuta accorciata per non farne

polvere di nero, d’odore nel piatto

sudore d’ombra.

*

QUALCUNO CHE CADE

otto/giugno/duemilaequindici

Nel pomeriggio è accaduto

all’altoforno Due, l’incidente.

Ci sono state, dopo, ventiquattro

ore di mani alte [mani di ferro

calloso e nodi di dita nerastre].

 

Una babele di passi scesa in battaglia

tra rottami e mantici di aria che ustiona.

Occhi rauchi e cicatrici aperte di labbra.

 

C’era un morto e nessun messia

per motivi di sicurezza. Quaggiù

è la terra in fondo un sudicio

ossario e, del nostro tocco o sguardo

poco importa a qualcuno.

*

L’ADATTO VOCABOLARIO DI OGNI SPECIE

Dal turno di notte si esce malconci

e molli di ossa strette da un’ombra.

 

Scomparse le donne per strada, quelle

con lo strano linguaggio del corpo che

balla sui tacchi e tra i denti si cerca

un sorriso per chi ha voglia di pelle

con forza.

 

Di uomini meno ma chi li compra

non merita lo sdegno stupito degli altri:

è un’esigenza diversa di latte

[annusata ricerca di confronto

fondo come negli alberi stanno

 

avvolti gli anelli].

Un gatto di strada mangia meno

di un gatto ammaestrato alla casa

ma lotta uguale per avere meno

pulci nel pelo.

 

Al semaforo rosso il mattino

ingiallisce in un luogo marcio

di arance e molli fauci di lattuga

nel sacchetto a terra squarciato.

 

Per poco si ha, nel saluto

la voce di roccia della fornace.

*

MESOTELIOMA PLEURICO II

So come muoiono le farfalle
come un uomo disteso di schiena su un prato
[…]
allargano le ali sopra l’erba
per allontanare la fatica
e pensano per sempre di volare.

Francesco Tomada, So come muoiono le farfalle

L’epidermide si scuce dal derma
[dal motore oscuro di nervi]
a manciate si giocano i capelli
mossi e toccati da polvere e unghie.

Torni magro e piccino, bocca secca
nell’acqua di un bicchiere, denti
di farina. Cadono farfalle quando
la morte soffre l’insonnia e dice

a chiunque si svegli che la vita
sarà voce di malanno, d’ora innanzi.
A dare sangue da conficcare
nella pelle mutevole di un angelo.

*

IMMOBILE, SOTTO

Sono le dodici e cinquanta in città.

Nella tristezza del mare l’acqua

crepa [in cristallini tremori]

la pupilla del sole di agosto.

 

Condizioni costanti di deboli

venti germogliano sulle nubi

in arborescenze di polveri,

benzene e vapori d’acciaio.

 

Per la salubrità dell’aria e la folta

macchia di ulivi e pini, si diceva,

il quartiere viveva prima sotto

un’ebrezza di cielo chiaro.

 

Le finestre che guardano al mare

aprono buchi dove l’aria scavata

riposa. La città ora cade e giace

sotto un belato di cielo nero

che consuma memorie di sangue.

 

Alessandro Silva, L’adatto vocabolario di ogni specie, Edizioni Pietre Vive Collana iCentoLillo, 2016

illustrazione di Giovanni Munari

Annunci

Forma alchemica 24: Attila Jozsef

xxxx.jpg

Con cuore puro

Non ho padre, né madre,

né dio, né patria,

né culla, né sepolcro,

né amante né baci.

Da tre giorni non mangio,

né molto, né poco.

Vent’anni la mia forza,

i miei vent’anni li vendo.

Se nessuno li vuole,

allora che il diavolo se li porti.

Con cuore puro rubo,

se occorre ucciderò.

Che mi catturino e impicchino,

mi ricoprano di terra benedetta

un’erba mortale cresca

sul mio bellissimo cuore.

 

Attila Jozsef

Attila József è l’autore di questa poesia, scritta quando si accingeva alla carriera di insegnante. Con questa poesia egli si giocò la possibilità di insegnare, essa segna perciò le stimmate di poeta sui palmi di Attila, piega il suo destino.

Grande il fascino percussivo nella raffica di negazioni che s’inalbera nella prima strofa. Come vessilli di verità, sconforto, disillusione e sofferenza. La seconda strofa della poesia sembra adombrare lo spettro della fame, e sebbene vent’ anni abbiano in sé forza e potenza, se nessuno vuole dare ad essi storia e collocazione, soddisfazioni o vittoria, si buttano via in pasto al diavolo. Un cuore puro è disposto a sacrificare l’uomo, a perdersi nella riprovazione sociale, rubando o uccidendo se occorre. La poesia che inneggia al cuore puro, anticipa la sorte del poeta, la sua fine, eppure non rinuncia il cuore alla sua bellezza: l’erba del finale raccoglie simbolicamente il verde della speranza che questa bellezza non muoia chiusa nella tomba, ma prosegua diffondendosi sulla bocca degli uomini. Questo è ciò che è avvenuto per Attila Jozsef, che a dispetto delle umili origini, e della sua breve vita è riuscito nel breve tempo della sua esistenza a scrivere poesie di un denso lirismo, vitale e profondo, che gli hanno conquistato  l’amore del popolo ungherese.

Attila Jozsef nacque a Budapest nel 1905. Non ebbe un’infanzia felice, il padre, operaio in un saponificio, abbandonò la famiglia quando Attila aveva appena tre anni. La madre, contadina, rimasta sola, per mantenere i figli, si accollerà il duro lavoro di lavandaia. Ciononostante il piccolo Attila le venne tolto e, insieme alla sorella Elteka, affidato ad una famiglia di contadini del villaggio di  Öcsöd che divennero genitori adottivi. L’infanzia di Attila di certo non fu all’insegna del gioco, spensieratezza e affetto, la sua occupazione in campagna era  curare i maiali. I genitori adottivi non accettavano nemmeno il suo nome, preferendo chiamarlo Pista, diminutivo di Istvan. A questo tentativo di “repressione” identitaria, Attila farà risalire, anni dopo, la sua passione per la letteratura, avendo scoperto allora le gesta di Attila, re degli Unni, si rese conto che la letteratura permetteva una possibilità di esprimere idee alternative a quelle imposte da altri e la riaffermazione della propria individualità.

Dalla sistemazione ad Öcsöd  Attila fuggì per tornare dalla madre, della quale rimase orfano ad appena quattordici anni. Per la madre Attila nutrì sempre grande affetto, manifestato anche in commoventi poesie a lei dedicate nelle quali intreccia vissuto personale e anelito alla catarsi sociale, aspetti presenti in tutta la sua produzione.

A questo punto della sua vita per interessamento di Ödön Makai, marito della sorella maggiore, ricco avvocato e tutore di Attila, egli poté studiare. Era uno studente inquieto, discontinuo, ma brillante, otteneva risultati con poco studio, necessitando di poco tempo per apprendere. Il suo disagio tuttavia lo perseguitava manifestandosi in tentativi di suicidio e nella diagnosi  di una forma di schizofrenia.

A vent’anni scrisse la poesia “Con cuore puro” (Tiszta szívvel) nella quale dà voce potente alla sua profonda disillusione in tutte le istituzioni e consolazioni del mondo. La sua poesia tuttavia ben lontana dall’ essere frutto di una posa da poeta maledetto era invece espressione di accusa sociale, di sentimento di abbandono, di esperienza esistenziale di autentica sofferenza, aggravata dalla povertà, da un’ infanzia infelice e da un’acuta sensibilità.  Proprio per la poesia qui proposta egli ricevette il durissimo giudizio del professore di linguistica ungherese, Antonio Horger, dell’Università di Seghedino alla quale Attila era iscritto. Horger ebbe ad affermare che finché fosse stato vivo  non avrebbe mai permesso a Jozsef di diventare insegnante, non potendo consentire che l’educazione delle giovani generazioni fosse affidata ad individui che scrivevano poesie del genere. Si riferiva appunto alla poesia “Con cuore puro” pubblicata sul giornale Szeged. Attila deluso abbandonò l’Università e il proposito di diventare insegnante e si trasferì a Vienna dove cercò di mantenersi facendo vari mestieri: vendendo giornali, facendo pulizie, come precettore ed infine come corrispondente franco-ungherese all’Istituto del Commercio Estero, senza abbandonare l’attività letteraria, dalla quale riceveva anche saltuari compensi. Subentrò tuttavia uno stato di disagio psico-fisico che lo costrinse a lasciare l’impiego di corripondente.

Sul fronte politico Attila da giovane aveva aderito al partito comunista clandestino con fede ed entusiasmo, che tuttavia non impedirono al partito, anni dopo, di  espellerlo per deviazionismo. Probabilmente Jozsef era voce troppo autentica e fuori dal coro per un partito che in quegli anni era ligio alle indicazioni di allineamento staliniane. Questa estromissione fu per il poeta un colpo ulteriore. Egli tuttavia non cessò di esprimere nelle sue liriche le istanze di giustizia, lo spirito rivoluzionario, l’anelito al riscatto sociale, descrivendo il grigio delle periferie, delle fabbriche, l’alienazione del lavoro umile, manifestando la protesta contro l’ ipocrisia del mondo borghese, a favore di poveri, emarginati, operai, della loro degradata condizione, perché essi non ricevono dal mondo la loro parte di felicità, ma solo il salario. Attento anche alla bellezza di paesaggi, cielo, natura e considerando l’arte, unico vero rifugio dalla disperazione, fu sensibile agli influssi dell’espressionismo, del surrealismo, del simbolismo. La sua poesia è ricca di metafore e similitudini, ma esprime principalmente la solidarietà con gli ultimi, col loro dolore esistenziale, specchio del proprio, e uno spirito di contestazione per una società che ha elevato il denaro a priorità, rendendo gravemente inumano vivere per tutti di coloro che non accedono al benessere economico.

Non trovò consolazione nei rari rapporti sentimentali, tutti con esiti fallimentari.

Morì ad appena 32 anni investito da un treno mentre si trovava sui binari della stazione di stazione di Balatonszárszó. L’ipotesi più accreditata è quella del suicidio confortata dai suoi precedenti tentativi, dalle recenti delusioni sentimentali, ma non è escluso l’incidente. Coloro che respingono la tesi del suicidio evidenziano come Jozsef in fondo non è mai stato un vinto, pur nell’indigenza e nell’infelicità non ha mai cessato di lottare, come testimoniano i suoi versi, sempre pervasi da un fuoco ribelle, da un’energia rivoluzionaria che non si arrende. Probabilmente fu qualcosa di molto simile al lasciarsi andare trovandosi, non volendolo inizialmente, in una condizione di pericolo, come potrebbe essere una scelta di accettazione della fine, perseguita successivamente a una caduta accidentale o perché senza scampo.

E’ paradossale che proprio la poesia Con cuore puro che segnò fortemente in negativo la sua esistenza sia stata giudicata dai critici “emblema della nuova poesia”.

Come significativo è anche il più recente episodio avvenuto nel luglio del 2013, quando il governo autoritario di Orban, decise di rimuovere la statua di Attila Jozsef da una piazza centrale di Budapest. Sono accorsi in migliaia nella piazza per impedire la rimozione, testimoniando l’ammirazione per lo scrittore, icona di ideali e giustizia. Si realizza quindi ciò che è stato scritto da Jozsef nella poesia “Per il mio compleanno” nell’anno della morte, riferendosi con ironia al suo desiderio stroncato d’essere insegnante.

“Io non una scolaresca
ma il mio popolo intero
formerò”

La mortificazione del suo desiderio di diventare insegnante è stata riscattata dall’ essere diventato ciò che egli aveva intuito in vita: simbolo e ispiratore dell’intero suo popolo.

 

PUNTI DI VISTA 12: Notte stellata

Tag

, ,

In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente. Oggi analizziamo Notte stellata di Vincent van Gogh.

Notte stellata è un dipinto del pittore olandese Vincent van Gogh, olio su tela, cm 73,7 x 92, realizzato nel 1889 e conservato al Museum of Modern Art di New York. Si tratta della rappresentazione del paesaggio notturno di Saint-Rémy de Provence, poco prima dell’alba. Dopo il tragico episodio dell’automutilazione dell’orecchio van Gogh accettò di farsi ricoverare nella clinica Maison de Santé  per alienati mentali di Saint-Paul-de-Mausole, un vecchio convento adibito a ospedale psichiatrico vicino a Saint-Rémy de Provence. Durante l’internamento, preso da un vero e proprio furore creativo, van Gogh eseguì una notevole quantità di dipinti, nei quali si emancipò dalle regole impressioniste e approdò a uno stile simbolico che, partendo dalla sua alienazione, rielaborava la realtà. Pare che l’opera sia stato dipinta poco prima dell’alba tra il 23 maggio e il 19 giugno 1889, durante l’anno di permanenza nella clinica psichiatrica di Saint-Rémy-de-Provence, come emerge da una lettera dello stesso Vincent, desideroso di comunicare al fratello di aver realizzato «un paesaggio con gli ulivi e anche uno studio di un cielo stellato». Dopo averlo tenuto inizialmente con sé, van Gogh mandò la Notte stellata al fratello Théo, residente in quei tempi a Parigi, nel settembre 1889, insieme ad altri nove dipinti. Dopo la morte di Vincent un anno dopo, e del fratello Théo, la Notte stellata passò alla vedova di Théo, Jo. Nel 1900 l’opera entrò nelle collezioni del poeta Julien Leclercq per poi divenire proprietà di Émile Schuffenecker, un vecchio amico di Gauguin. Successivamente fu venduto alla galleria Oldenzeel, in seguito ad una gentildonna di Rotterdam, Georgette P. van Stolk, infine al gallerista francese Paul Rosenberg. Nel 1941 la Notte stellata fu acquistata definitivamente dal Museum of Modern Art, a New York, dove si trova tuttora. Nel dipinto il pittore ha cercato il contatto diretto con la realtà, dipingendo quello che si poteva vedere dalla finestra della sua stanza, l’ha però trasformata in una potente visione onirica in cui poter fare affiorare le sue emozioni e le sue paure: il paesaggio, a prima vista idilliaco e rassicurante, manifesta invece la personalità tormentata di Van Gogh. A sinistra è ritratto un alto cipresso che si staglia contro il cielo notturno e agisce come intermediario vegetale tra la vita e la morte, rappresenta quasi l’aspirazione all’infinito da parte del pittore. A destra del solitario cipresso troviamo un piccolo paesino, forse è Saint-Rémy o una reminiscenza del villaggio natio: i caseggiati sono bassi, ad eccezione dell’acuminata cuspide di un campanile, che riprende la verticalità del cipresso. Le linee dei tetti sono oblique, i cespugli e gli alberi lontani sono rappresentati con pennellate curve. A destra appare la ricca vegetazione degli ulivi, mentre sullo sfondo si estende il profilo di una catena montuosa. L’inquietudine dell’artista esplode nella parte superiore della tela, quella relativa al cielo dove sono ritratte la falce lunare, visibile in alto a destra, il pianeta Venere, le stelle che sembrano ruotare su sé stesse in gorghi vorticosi, in turbini inquietanti come se fossero meteore impazzite. I colori presenti sono una vasta gamma di blu, azzurri e giallo indiano, stesi  con uno spessore minimo, a piccoli tocchi ravvicinati mentre la vegetazione diventa quasi nera. Le luci artificiali brillano gialle dalle finestre delle case. Il segno pittorico è agitato, quasi aggressivo, si smorza solo quando tratteggia le morbide ondulazioni della catena montuosa rimarcata da una spessa linea di contorno nera, che vuol sottolineare la sua appartenenza alla dimensione terrena. In questo capolavoro dell’arte ottocentesca, i drammatici tormenti di van Gogh trovano una delle loro più potenti raffigurazioni.

Deborah Mega

Prisma lirico 27: Vincenzo Cardarelli – Renato Guttuso – Andor Novak

Nell’ ambito della rubrica Prisma lirico, oggi propongo la poesia di Vincenzo Cardarelli e le opere di Renato Guttuso e Andor Novak

RENATO GUTTUSO UOMO CHE FUMA.jpg

Renato Guttuso

Oggi che t’aspettavo
non sei venuta.
E la tua assenza so quel che mi dice,
la tua assenza che tumultuava,
nel vuoto che hai lasciato,
come una stella.
Dice che non vuoi amarmi.
Quale estivo temporale
s’annuncia e poi si allontana,
ti sei negata alla mia sete.
L’amore, sul nascere,
ha di questi improvvisi pentimenti.
Silenziosamente
ci siamo intesi.
Amore, amore, come sempre,
vorrei coprirti di fiori e di insulti.

Vincenzo Cardarelli

ANDOR NOVÁK, (1879 - ) Femme Fatale..jpg

Andor Novak

poesia
“Attesa” di Vincenzo Cardarelli, da, Giorni in piena, Roma, 1934

opere
“Uomo che fuma o Ritratto del pittore Garrajo”, Renato Guttuso, 1961
” Femme fatale”, Andor Novak (1853 – 1940)

Freddie, l’inimitabile

Tag

, ,

 

Ci sono dei brani che non solo ti restano nel cuore ma hanno il potere di addolcire una giornata faticosa o difficile riempiendola di sentimenti positivi e di serenità. È il caso di Don’t stop me now dei Queen, composto da Freddie Mercury e registrato nel 1978 a Nizza, incluso nell’album Jazz e pubblicato come singolo nel gennaio 1979. Il brano, esempio del caratteristico stile dei Queen, infarcito di armonie vocali multitraccia, inneggia alla sfrenatezza e alla libertà sessuale. Nei mesi scorsi è stato diffuso online il trailer di Bohemian Rapsody, biopic per la regia di Bryan Singer che ripercorre le tappe significative della carriera del leggendario leader dei Queen, Freddie Mercury, dagli esordi fino alla performance indimenticabile in occasione del Live Aid. La pellicola è stata trasmessa in Italia il 29 novembre, mentre in Spagna, Francia, Svizzera, Germania, Stati Uniti, è stata diffusa a partire dalla fine di ottobre. La sceneggiatura è stata scritta da Peter Morgan, riscritta da Anthony McCarten, infine ulteriormente ritoccata. L’attore che ha prestato corpo e volto al film dedicato a Freddie Mercury, è Rami Malek, che quando Freddie morì aveva appena dieci anni e che così si è espresso in una recente intervista: Quando ho ottenuto questo ruolo ho pensato che sarebbe potuta essere una performance in grado di definire una carriera. Due minuti dopo ho invece pensato Questa parte potrebbe distruggere una carrieraNonostante la pellicola stia ottenendo un’ottima accoglienza in tutto il mondo, anche se non mancheranno le critiche, dovute anche alla lunga gestazione, per il protagonista il percorso è stato impegnativo e complesso. Come si fa infatti a emulare pur nella finzione il cantante, l’acrobata, il provocatore, l’istrione, un artista così complesso e inimitabile? Il film racconta l’intera epopea di Freddie Mercury, da quando era inserviente all’aeroporto di Heathrow a quando divenne  star della musica internazionale, sacrificando talvolta la complessità del protagonista, lasciando emergere la solitudine e l’infelicità dell’uomo. Si descrivono frettolosamente, a dire il vero, le origini parsi e l’infanzia trascorsa a Zanzibar, la famiglia di religione zoroastra che dall’India si era trasferita in Gran Bretagna e inizialmente non vedeva di buon occhio le scelte di Freddie, il legame con la fidanzata, l’amore della vita Mary Austin, il rapporto turbolento con i manager e i compagni della band, la scoperta della propria bisessualità infine della sieropositività. Mercury, pseudonimo di Farrokh Bulsara, divenne infatti  simbolo della lotta al virus dell’Hiv, essendo stato uno dei primi, più famosi, sieropositivi della storia. Dalla pellicola emergono alcune figure importanti nella vita personale e artistica di Freddie che lo hanno accompagnato fino alla fine: il chitarrista Brian May, il batterista Roger Taylor, il bassista John Deacon, i manager della band, John Reid e, successivamente, Jim Beach. L’utilizzo della vera voce di Mercury ha rassicurato i fan di tutto il mondo, me compresa, tutti gli attori, in particolare Gwilym Lee che interpreta Brian May, riescono a raggiungere una somiglianza fisica e gestuale impressionante. Nei venti minuti finali del film, come fuochi d’artificio lasciati per il gran finale, viene riprodotta in modo estremamente fedele l’intera esibizione del gruppo al concerto del Live Aid del 13 luglio 1985, presso il Wembley Stadium di Londra, un concerto umanitario organizzato da Bob Geldof che vide la partecipazione dei più importanti artisti internazionali, allo scopo di ricavare fondi in favore delle popolazioni dell’Etiopia. Nei 20 minuti a disposizione, i Queen suonarono Bohemian RhapsodyRadio GaGaHammer to FallCrazy Little Thing Called LoveWe Will Rock You e We Are the Champions. La stampa, gli spettatori, gli altri artisti considerarono la loro interpretazione memorabile, una delle migliori di tutti i tempi. La partecipazione trasmise nuovo entusiasmo e vitalità al gruppo che perseguì nuovi progetti. La scelta degli autori di fermarsi al 1985 e di non raccontare gli ultimi sei anni di vita del cantante e di carriera del gruppo fino all’album Innuendo, testamento spirituale di Mercury, lascia un po’ l’amaro in bocca e si gioca quella tensione drammaturgica che in alcuni punti gli autori, sotto la supervisione dei membri superstiti del gruppo, hanno dovuto sforzarsi di creare. Nonostante la volontà di ricostruzione dei fatti e il tentativo di rendere verosimile la trama, dalla descrizione degli aspetti più intimi e familiari come la passione per i gatti agli eccessi leggendari come le apparizioni con la corona e il mantello, sono presenti alcune incongruenze temporali, solo nel 1991 Mercury avrebbe informato gli altri membri della band di aver contratto l’Aids e non come emerge dal film poco prima del Live Aid, avvenuto nel 1985, omissioni come l’incontro con David Bowie nel 1981 e la composizione e registrazione di Under Pressure o la collaborazione di Mercury all’album Barcelona del 1988 con il soprano spagnolo Montserrat Caballé. Grazie alle indimenticabili canzoni,  all’interpretazione rigorosa e alla bravura del protagonista che tenta in tutti i modi di riprodurre il carisma di Mercury, riuscendoci abbastanza, al Live Aid, una delle performance musicali più celebrate di tutti i tempi, Bohemian Rhapsody chiude in bellezza e commuove gli spettatori. Chissà che non produca una nuova generazione di  appassionati, non a caso, vi ho condotto le mie figlie. È lecito però chiedersi quanto sia merito del film e quanto invece dei Queen e delle loro indimenticabili canzoni.

Deborah Mega

CHIAMAMI

Chiamami luce che tarda
aria corrosa dall’attesa
pane di buio a consolare
Chiamami risposta alle tue domande
che ai piedi mi sdraio e sto
mi consegno alle carezze
al silenzio mi consegno
Chiamami “vai via così che mi manchi
il tuo odore”, dirai serio
lo dirai, credimi, e sarà vero
mancherò dentro l’aria
Chiamami e lo saprai
quanto a lungo
prima e poi di nuovo
imperdibile mai ricevuto
dono finale sarò
Chiamami

Prisma lirico 26: Edmond Jabes – Léon Spilliaert

5-vertigine-scala-magica-1908

Leon Spilliaert

Riprendo la rubrica “Prisma lirico”, accantonata per qualche mese, con la poesia di Edmond Jabes e l’opera di Leon Spilliaert

Una parola senza musica
una musica senza parole
una parola di silenzio
un silenzio senza parole.
E poi
niente, davvero
più
niente.

Edmond Jabes

testo: poesia “Solitudine” di Edmond Jabes da “Piccole poesie per giorni di pioggia e di sole”

opera: Vertigo, Scala magica, Leon Spilliaert, 1908

Versi trasversali

Tag

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

MARTA GENDUSO

 

Carbone

La tua energia di vivere

trattenuta in nuce

una violenza estrosa

interdetta:

una mano sulla corteccia

l’altra tra i miei capelli

stretti alle dita

come corda tra le labbra

il canto del piacere.

 

Travolta io, qui accanto

come un carbone arso e muto

mi sento e rimango

per terra tra gli ultimi fuochi.

 

Così se mi prendessi tra le dita

adesso

una tenerezza implosa

scoscesa:

una mano sulla roccia

l’altra a tracciare graffiti

nel paleolitico dei miei desideri

nella caverna del dinofelis.

*

Bestia e Terra

Davanti a te

o meglio

fra le tue mani

ritorno di terra

impasto d’argilla

fasci di nervi e fremiti

impulsi etologici.

 

Ricomincio a fiutare

riprendo a sentire

ogni muovere che striscia

sibilla sul manto

carezza le zampe

che corrono nostalgia

 

Davanti a te

o meglio

con le tue mani

mi spoglio

prima dell’evoluzione

prima dell’homo

in contatto col tempo

 

Così

lontana da te

rimango

al buio

se non hai mai visto una bestia piangere,

al buio

per te.

 

*

Il mortaio di legno

Il mortaio di legno

rintocca

batte

le bacche si disfano

aprendosi in frantumi

poi il succo

liquido rappreso

sangue raggrumato

una pasta di mandorle

compatta

sulla fronte come

medicina antica

 

così anche noi

rimaniamo pestati.

 

Il mortaio di legno

batte

rintocca

svogliato

nel nostro martirio

dei giorni che escono a gocce

da un vecchio rubinetto malandato

le parole stanche biascicate

si trascinano

escono come rivoli di saliva

nel sonno

sul cuscino

fino alla stasi muta

dei corpi lontani.

 

Noi

disfatti e spacciati

che non sappiamo come

siamo arrivati

fin qui

malridotti

naufraghi della nostra tempesta

fuori controllo

approdati

su due isole adesso

distanti.

*

Pangea

In un attimo

siamo la pangea di una nova terra

incastrati gli uni negli altri

nei nostri orli appena frastagliati

zolle informi che si distaccheranno

ma siamo solo alla deriva

continenti

quando lontani

 

in giro per la città

ce ne andremo

come scivolando

su tappeti di oceano

velluto nero increspato

 

ma siamo solo alla deriva

continenti

quando lontani

*

Arenaria inutile

Un’arenaria inutile

stamattina

un frammento

una scaglia grattugiata

bianca e nuda

su questo letto

una spiaggia infinita

senza mare

quindi un deserto

di arsure

un contenitore brullo

di plastica

sparuto

sparpagliata in me

frugando nel sonno

un cumulo di ossa ordinate

secondo una fisiologia animale

che mi lascia indietro

e ferma ancora

lenta e senza scampo

in questo nuovo giorno che

mi sfinisce cominciando.

*

Dimentica

Quel giorno in cui entrasti in casa

-la porta aperta-

sul pavimento

tra giornali e oggetti quotidiani

hai trovato

gli incubi che ogni notte

ti avrebbero cercato

e così adesso

io vorrei soltanto

che su ognuna delle impronte

di quei colpi,

che su ognuno di quei punti

percossi

e dai lividi attoniti e sconvolti

si aprissero forme

di laghi,

di fari,

di lune ancora giovani

contente alle prime rughe

oppure ancora

righe di orizzonte

in fuga dai capelli.

 

Voltati,

rivoltati

nel liquido amniotico delle tue profondità

nelle ciglia chiuse e confuse

nella gestazione di ricordi nuovi

e lascia che quelle immagini

smarriscano la strada

senza tracce

verso te.

*

 

Ricordati

Sei nato due volte

e il secondo dolore

inflitto

il parto di te

scegliendo

chi non saresti mai diventato

nell’immagine del volto duro

del braccio scagliato

degli occhi crepacci violenti

resistente tu

ingoiando il colpo sordo

digerendolo onirico

irresoluto

nel muto vagito

nel pianto sprecato

il parto da te.

 

(Fiorisce da ogni colpo

la rinuncia

fiorisce ad ogni livido

la scelta)

 

 

Delirio 4 ottobre 2018 (distanze)

Questo scritto appartiene alla raccolta “Cronache sospese”, a questo link l’introduzione .

DELIRIO 4.10.2018

Mi chiedo io cos’abbia da spartire con una villa del settecento. e per il momento con la chemio o altra terapia. che per il momento l’oncologia è un ramo ignoto. navigando le cellule primordiali verso altri mali comunque pessimi. e mali e declino e vecchiaia. (signori annotate il futuro. prima che io mi dimetta e rivolti. o vi ceda scassando le occhiaie). oppure mi chiedo io cos’abbia da spartire con questi mari tropicali e la frenesia del vivere smodato. che nemmeno un bicchiere di vino o di fumo. talmente scevro e impotente. che potrei pure un monaco in convento.
Cos’abbia mi chiedo io da spartire con un foglio che solo per il nomi. i soliti noti e gli ignoti. clandestini e badanti. premurosamente amici. interrogante è la distanza che ci commuove. nella stirpe deviata del divaricatore. papaveri nei campi e papere. a misurare l’ombra dell’altezza. o ancora da spartire con una rivista poliglotta un luogo d’aneddoti e avventura. spessa d’occhiali sui giganti. un luogo del presente interessante. dove io sono senza essere. dove vibro di stoppie. nella ricerca insistente di un bel niente. un pressapoco di parole sconnesse. qualche invenzione ogni tanto brillante. talento spigoloso obliquo bislacco pulsante rivoltoso brigante. non preghiera né richiesta di perdono.
Eppure li tocco con gli occhi. sono conformi e di parte. distanti e vicini. familiari ed estranei. m’interrogo e nel chiuso ritorno all’interno. spopolo anfratti ed innesti. li sopprimo uno dopo l’altro. rinviando l’elmo all’angolo prossimo. la svolta a venire sarà un appuntamento mancato. un tentativo obsoleto striato e stranito. vedremo occhi d’alieni e solito gelo. capannelli di giacche e cravatte. signore scendere scale da un’ipotetica altezza. dove s’ammira la pelle perfetta senza bellezza. l’ennesimo lago di sguardi e apparenza. una pretesa viziata dall’incostanza. dai nei sulla faccia. dalle unghie appassite. i mea culpa giganti. da tutti i passi mancati obbligati. eventi applausi platee. per fortuna non bevo.
Vengo da una sponda diversa di mediocrità incancrenita. vera presunta costretta oppure ingabbiata per scelta dalle sue stesse mani. nonostante le piume e i coltelli. vengo da un certo covo di brina. dove la neve deposta dal tempo ha lo spessore del vuoto. e nelle croste di sale nelle ultime spiagge. in ogni cespo e cespuglio. tra le foglie e le stelle leggo l’autentica essenza. emerge virulenta dal grembo l’appartenenza.
Forse per questo se tendo la mano siamo oltre lo specchio. io e pure l’altro. oltre il divano e la siepe. mi spoglio di questa carcassa mi libero verso la fuga. e sono dentro quei rami. sogno nel loro fragile grasso. nelle rughe e corteccia. e sono pietra albero fune. mi sorpasso.
Ora mi siedo osservando il pullulare d’insetti.

Versi trasversali

Tag

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

LORENZO PATARO

 

L’incontro

Sul treno galeotto dell’alba,

una luce e una voce

ti hanno dato

la forma speculare

del mio tavolo ideale apparecchiato.

 

Sei arrivata

come una lama madida d’arancia

a squarciare il mio amore

gettato in un vicolo cieco.

 

La freccia è stata

come la carta

quando taglia le dita.

Vedi il sangue,

ma non la ferita.

*

Attraversarsi

Dopo la tua freccia

lascia che anch’io

ti attraversi

come un frusciante foglio di luce

sottotono e sottovoce.

 

Un fiume che bacia

con gli occhi chiusi

la sua foce.

*

Promessa fragile

Immagina

di buttarti

a capofitto

nel vuoto

e che ci sia

io

lì sotto

a salvarti.

È questa

la fragile promessa

che vorrei farti.

 

Di afferrarti

anche quando sarà impossibile.

*

Icaro

Un giorno di questi

voleremo via

come stormi di uccelli

impauriti dai temporali.

 

E se il sole

brucerà le nostre ali,

cadremo in mari senza fondali

stringendoci le mani,

liberandoci dai mali.

*

Darsi al vento

Ingoiare per sbaglio i noccioli delle ciliegie:

errore di fatalità diresti

istante negato che si partorisce dal buio

emerge dai cunicoli della gola

e li addenta come una madre quando vorace

trascina dai polsi il suo bambino

per insegnargli la ferocia dell’ascolto.

 

Ritirare la sete:

difetto di volontà diresti

istante scelto che si contorce

al sole, come ritira la lingua la serpe,

la saliva amara.

 

Spezzare la punta della matita

sentire le vertebre stridere

con la grafite:

errore di precisione diresti

pugile flaccido

bersaglio mancato per un soffio

troppa superbia nell’impugnare l’arma.

 

– Siamo fatti per cadere –

ti dico

mente ti ergi a un millimetro

dal mio gettare

e vorresti che i coltelli

non sviscerassero il vuoto.

*

L’estinzione

Dopo tanta fugace combustione,

alle fiamme miracolose dell’incendio

l’acqua indiscreta fuoriuscita dalle bende strappate

ha messo punti

dov’erano previste virgole.

 

Dei fuochi

sono rimaste solo poche briciole grigie

disperse tra l’erba notturna

che ci accolse come ustionati orfani

in fuga da un corrosivo ardere.

 

Troppa accecante luce

ha mascherato

i volti plasmati dall’amorosa Idea

che dell’Amore costruisce un’arenosa statua chimerica

pronta a dissolversi al primo liquido disvelamento.

*

Penisole orfane

Rimaniamo sul bordo delle rose

ad osservarle, a guardarci dentro,

attaccati al filo che ci stringe le spalle,

pronti a spiccare il volo

come petali scagliati da un bambino

per guardare come si staccano dal grembo.

 

Rimaniamo sul bordo

di ciò che fummo

e non siamo più,

penisole orfane

nuotiamo verso nuove rive,

nuove spine con cui ferirci.

 

Testi tratti da Bruciare la sete, Controluna, giugno 2018

Canto presente 35: Luca Parenti

Tag

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

LUCA PARENTI 

 

oggi il cielo ha mantenuto le promesse
alto, azzurro, puro e schivo
e il sole lo accompagnava sereno
come un lume a mezzanotte.
vedevo le persone in cammino
non so dove sarebbero arrivate
ma pensavo a me stesso
nei loro anni migliori, quando
bisogna necessariamente mentire
per essere vivi e forti come sequoie.
conobbi così strane destinazioni improbabili
imprevedibili. ed il cielo era ancora lì
altro, inimmaginabile.

tramonto al quisibeve

un giorno come altri
fatti e finiti come canditi
col cielo aperto e sgombro
come una piazza ad agosto.
non ero solo ma speravo
d’esserlo, solo quando si desidera
non a caso per volere di dio.
io a dialogare coi piccoli fatti
con persone altezzose.
io a congelare le cose buone
poche che vengono a galla:
il dialogo è una espressione
artistica. il popolo è arte.

*

avevo tutta la strafottenza dei vent’anni
ora ho tutta la perseveranza dei quaranta.
ho vissuto bene e serenamente ogni anta
i suoi passaggi come blandi cambi ferroviari.
nessun deragliamento, solo incaponito
e determinato sino alla rottura. come un picchio
che perfora, anche il metallo
ha il suo punto di fusione. solo il cuore
pare refrattario: scende in cantina
non ha paura dei fantasmi, del buio
del silenzio. bisogna avere
la tempra giusta. il sangue freddo.
l’educazione irreprensibile d’un padre
d’una madre.

gioca poeta gioca

gioca poeta gioca
prendi e logora la parola
che ti è stata affidata
per corruzione, idolatria
antipatia, per far servi
ciò che si compra
cristiani e pagani
poeta gioca coi lemmi
prendili strappali redimili
osteggiali pareggiali
lanciali sul muro del pianto
ma non lacrimare
sei uomo forte
ora puoi lasciarti alla sorte.

la stanza senza lei

la stanza senza lei
è solo un pavimento
un soffitto e quattro mura
pure storte. pare che anche
i geometri s’innamorino
e gli operai edili. per questo
alcune trigonometrie son sbilenche.
la scienza non s’accorda coi sentimenti
ma lui la rivuole lì
subito, immediatamente
vicino alla pianta di limoni
(a proposito: bisogna spostarla
dove c’è più sole, come d’altronde loro due)
accanto ai suoi morbidi e romantici sermoni
per far quadrare la vita sua: perciò
lei porterà con sé squadra, martello e pennelli.

kamikaze

tristi sudati operai quando la giornata
incomincia per vuote strade
come fantasmi e la sera assenti
testimoni come lampioni.
strisciante rabbia e violenza, derisione.
bisognerebbe distruggere tutto
buttando sale, rasando bruciare
come gli antichi e ricominciare
con la filosofia, l’arte, gli ismi
la diarrea del politicamente corretto
il pattume del sociale
il bluff dello stato sociale.
ma non c’è abbastanza forza
neppure lo sbuzzo, lacrimazione
facile: una generazione abulica
d’inconsapevoli kamikaze.

*

ci sono poche opzioni:
o scrivi come vogliono loro
allora sarai pietanza sbranata
leccornia di palati straparlanti
studiato da lumaconi chierici
fenomeno da radical salotti
o scrivi soltanto come vuoi tu
isola nel cielo di fronte alla follia
al ripetersi, al tuono.
o servo della catena di montaggio
adulato e succhiato dal coro
(noioso come la morte)
o intimo schizzo di luce
riflesso adamantino
di fonte dolomitica.

*

a Bologna d’estate
la stazione è un’allegra
epilettica invenzione
d’un modo in creola ebollizione.
indiani pakistani cinesi rom
africani: tutto il mondo è paese
ma in pochi metri quadri
in un mese di sudori esagitati
come in un sandwich
stratificati od incendiati
non dalla storia multi etica
ma da una potente illusione:
il capitale è rapace
solo chi non ha da lavorare.

Incipit 24: La casa degli spiriti

Tag

, ,

Man Ray, Zero

Barrabàs arrivò in famiglia per via mare, annotò la piccola Clara con la sua delicata calligrafia. Già allora aveva l’abitudine di scrivere le cose importanti e più tardi, quando rimase muta, scriveva anche le banalità, senza sospettare che, cinquant’anni dopo, i suoi quaderni mi sarebbero serviti per riscattare la memoria del passato, e per sopravvivere al mio stesso terrore. Il giorno in cui arrivò Barrabàs era Giovedì Santo. Stava in una gabbia lercia, coperto dei suoi stessi escrementi e della sua stessa orina, con uno sguardo smarrito di prigioniero miserabile e indifeso, ma già si intuiva dal portamento regale della sua testa e dalla dimensione del suo scheletro il gigante leggendario che sarebbe diventato. Era quello un giorno noioso e autunnale, che in nulla faceva presagire gli eventi che la bimba scrisse perché fossero ricordati e che accaddero durante la messa delle dodici, nella parrocchia di San Sebastiàn, alla quale assistette con tutta la famiglia.
In segno di lutto, i santi erano coperti di drappi viola, che le beghine toglievano ogni anno dalla polvere dell’armadio della sacrestia, e, sotto i lenzuoli funebri, la corte celeste sembrava un cumulo di mobili in attesa del trasloco, senza che le candele, l’incenso o i gemiti dell’organo potessero opporsi a questo pietoso effetto.
Minacciose masse scure si ergevano al posto dei santi a grandezza naturale, con le loro facce tutte identiche dall’espressione raffreddata, le loro elaborate parrucche di capelli di morto, i loro rubini, le loro perle, i loro smeraldi di vetro colorato e i loro abiti da nobili fiorentini. L’unico favorito dal lutto era il patrono della chiesa, San Sebastiano, perché nella settimana santa veniva risparmiato ai fedeli lo spettacolo del suo corpo contorto in una posizione indecente, trafitto da mezza dozzina di frecce, grondante sangue e lacrime, come un omosessuale sofferente, le cui piaghe, miracolosamente fresche grazie al pennello di padre Restrepo, facevano tremare di ribrezzo Clara.

 […]

Isabel Allende, La casa degli spiriti, Feltrinelli, 1983

 

La casa degli spiriti è il primo romanzo di Isabel Allende, pubblicato a Buenos Aires nel 1982 e tradotto e pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1983. Pare che faccia parte di una trilogia ideale, gli altri romanzi, scritti successivamente, furono  La figlia della fortuna e Ritratto in seppia. La Allende si trovava già a Caracas, in autoesilio dopo il golpe del generale Pinochet in cui aveva trovato la morte il cugino di suo padre, il presidente Salvador Allende. Il golpe di Pinochet era stato un grave colpo per la famiglia Allende e Isabel era stata costretta a riparare con il marito e i due figli a Caracas. Il libro affronta la storia del Cile, vista attraverso gli occhi e le emozioni delle donne di tre differenti generazioni. Inizia negli anni venti del Novecento, con la morte di Rosa del Valle, avvelenata accidentalmente dagli avversari politici del padre. La morte di Rosa è un evento traumatico per la sorella più piccola, Clara, che fin da bambina manifesta il dono della preveggenza e della telepatia. Esteban Trueba, già innamorato di Rosa, stava lavorando duramente per poter sposare la ragazza, ma, dopo aver appreso la notizia della sua morte, si trasferisce nella sua tenuta di campagna, “Le Tre Marie” e, dopo anni di decadenza e di incuria la riporta allo splendore, imponendosi come uno dei proprietari terrieri più eminenti della zona. Lì, però, risente della solitudine e compie violenze contro le figlie dei contadini delle sue campagne. Nove anni dopo Clara prevede che Esteban Trueba chiederà la sua mano, e questo succede quando l’uomo torna nella capitale per dire addio alla madre malata. Convinto di doversi sposare, infatti, Esteban chiede la mano di Clara del Valle, sorella della defunta Rosa, la quale, accetta la proposta e rompe il silenzio di diversi anni di mutismo volontario. Dopo pochi mesi si celebra il matrimonio. Esteban si innamora di Clara tuttavia capisce subito che lei non ricambierà mai il suo amore perché è un essere angelico appartenente più all’altro mondo, quello delle anime, che a quello dei mortali. È allo scopo di farla innamorare che decide di costruire la “Grande casa dell’angolo”, una bellissima casa di lusso che costituirà lo sfondo per le avventure delle future generazioni. Trasferitasi nella casa di campagna, con loro va a vivere Férula, sorella di Esteban che aveva accudito la loro madre fino alla sua morte e che instaura una grande amicizia con Clara, che si protrae fino a quando l’uomo, disturbato e geloso delle cure e dell’adorazione dimostrata da Férula nei confronti di sua moglie, la caccia di casa. Férula morirà emarginata e povera, e il suo spirito si presenterà a salutare per l’ultima volta l’amata cognata. Clara intanto aveva dato alla luce Blanca, ma dopo alcuni anni il padre la manda in collegio per farle avere un’educazione adeguata al suo status sociale. Durante uno dei suoi rientri a casa, Blanca incontra Pedro Terzo Garcìa, il figlio di uno dei contadini delle Tre Marie. Con gli anni Blanca coltiva per lui un amore profondo e indissolubile quanto impossibile. La storia tra lei e Pedro è senza speranza perché lei è la figlia di un nobile e lui il figlio di un mezzadro. Un giorno Trueba, preso dall’ira, colpisce al volto la moglie che si era pronunciata in difesa della figlia, e Clara decide di non rivolgergli mai più la parola e di andarsene dalla campagna per tornarsene in città. Dopo alcuni anni Blanca torna a casa e sfida l’autorità del padre per amore del ribelle Pedro Terzo García, che conosceva fin da quando era bambino.  Blanca rimane incinta di Alba, che viene però considerata figlia del conte de Satigny al quale Esteban aveva dato in sposa Blanca. La giovane era fuggita dal proprio marito, nel momento in cui aveva scoperto gusti libertini non compatibili con il matrimonio. Un giorno Clara dice ad Alba che le anime la stanno chiamando dall’altro mondo, e che è finita la sua permanenza in quello dei mortali. Clara muore il giorno del settimo compleanno della piccola, ma Alba, Blanca ed Esteban continuano a sentire la sua presenza tra i muri della casa. Clara non lascia mai veramente la storia, è sempre un’anima che guida la famiglia nei momenti difficili. L’amarezza di Trueba si attenua solo quando Blanca dà alla luce Alba che, soprattutto dopo la morte di Clara, per l’ormai vecchio Trueba rappresenta l’ultimo affetto, dopo che aveva allontanato anche i due fratelli più piccoli di Blanca, i gemelli Jaime e Nicolás. Esteban si affeziona alla nipote più di quanto avesse mai fatto con i suoi figli. Quando Esteban entra in politica, i suoi rapporti con Pedro si inaspriscono ancora di più, perché il ragazzo sostiene la rivoluzione, mentre Esteban è un esponente della Destra Conservatrice. Nel 1970 vince le elezioni per la carica di presidente Salvador Allende, un socialista. Esteban Trueba si oppone con forza al presidente e fa parte del gruppo di politici che organizzano il golpe cileno, con l’aiuto della CIA. Alle spalle di Trueba, Jamie diventa amico del presidente Allende, mentre nel paese si moltiplicano gli scontri tra ceto medio e aristocrazia e gli atti di terrorismo imperversano nel paese. Nel 1973 viene realizzato il Colpo di Stato cileno. Quando i militari entrano nel Palazzo della Moneda, sequestrano tutti, compreso Jamie, che viene torturato e poi ucciso. L’Esercito non restituisce il potere alla Destra politica, come pensava Esteban, una volta al potere, estromette i politici conservatori da cui aveva ricevuto impulso e finanziamenti e affida il potere a Pinochet. Jaime, imprigionato durante il golpe, si rifiuta di mentire sulla fine del Presidente, di cui era amico, e viene torturato e ucciso. Trueba riesce a far espatriare in Canada Blanca e Pedro Terzo García. Alba intanto offre rifugio ai perseguitati dal regime, che come fantasmi popolano la casa dell’angolo, confusi da Esteban con le altre ombre, quelle degli spiriti della famiglia, che avevano frequentato i circoli esoterici di Clara. A causa della sua relazione con il rivoluzionario Miguel e del suo appoggio ai guerriglieri e ai latitanti, la giovane viene arrestata, torturata e stuprata dai militari che vogliono sapere dove si nasconda il suo amante, e in particolare da uno dei tanti nipoti illegittimi di Trueba, Esteban García, che covava sin da piccolo il rancore della nonna, una delle contadine violentate dal padrone, e l’invidia per la padroncina. Esteban Trueba riesce a liberare la nipote, grazie alla sua amicizia con Tránsito Soto, una prostituta nota tra i funzionari militari. Alba, infine, in attesa di Miguel e di mettere al mondo la propria figlia, riscopre i vecchi quaderni dove Clara annotava minuziosamente la sua vita durante i lunghi silenzi, e con essi ricostruisce la storia della sua famiglia e del suo paese. Esteban Trueba, in punto di morte, verrà salutato dal fantasma di Clara, poi muore tra le braccia di Alba, dopo averle raccontato tutta la storia della famiglia a partire dalla morte di Rosa. Il romanzo si conclude come era iniziato, con la differenza che non è più Clara a narrare le vicende della famiglia, ma la giovane Alba, che è il simbolo della vita che continua, nonostante gli errori e le disgrazie. Con La casa degli spiriti la Allende si è affermata come una delle più importanti voci della letteratura sudamericana. Il romanzo descrive eventi effettivamente accaduti, notevole è inoltre nel libro la presenza di elementi di realismo soprannaturale, come gli spiriti, da cui il titolo. Con un linguaggio semplice e a volte crudo si descrivono il dolore, le passioni, la dittatura, la colpa, la vendetta, l’ingiustizia e si analizzano tipologie umane differenti come quella di Esteban, ossessionato dal senso di possesso di persone e cose, agli antipodi rispetto alla personalità di Clara, immersa in un mondo parallelo, fatto di mutismi volontari, di spiriti, di visioni. Il romanzo è un misto tra realtà e fantasia, tra ricordi e racconti, tra politica e situazioni familiari. Il realismo magico è un tratto caratteristico di tutta la letteratura sudamericana ed è interessante notare che, nell’opera della Allende, le donne, Rosa, Clara, Blanca, Alba sono il motore dell’azione e i catalizzatori di tutta la magia.

Deborah Mega

Delirio 20 settembre 2018 (l’arrogante)

Questo scritto appartiene alla raccolta “Cronache sospese”, a questo link l’introduzione . 

DELIRIO 20.9.2018

Potrei sbattere in faccia la nudità. l’assurda bellezza. l ‘assenza astuta di corazza. e prima ancora l’orgoglio del ventre. del venire dal nulla. del mio convinto blasone. che sorge dall’onta severa del non essere. posso sbattere questa pelata sotto il naso cariatide. le guance cadenti. la pallida pelle. il cognome ai tuoi occhi imponente. al muro viceversa del tutto insignificante. e fregarmene di te e del tuo tanto titolo inesistente. indifferente vecchiaia patetica. gangli di subordinazione ormeggiata. sei sotto scacco del mio piede. e davvero non muoverò un muscolo per la soluzione del tuo tedio.

Ora lo ammetto non per opera di carità né per vezzo. c’è in qualche moto interiore distratto.  nella deriva dell’io che scavalca. un’impennata indecente. esso nella piena invade la valle. non perché piova oppure si spari. è un fenomeno carsico con lacrime di infiorescenza. si presenta nel retro pensiero. quando implode di rabbia la giacca. quando la cravatta soffoca il nodo. e per memorie di gola. per la risacca e il martello. per l’incudine e il petto. per la storia di anni di registri e di nastri. per l’orma dell’ inciso emotivo. qualcosa si rompe e deflagra. c’è come un reclamo del pugno. pur nel controllo degli occhi. un’invocazione imponente implorante giustizia.

È una mia debolezza volere un potere grande. grande al punto da poter annientare un oggetto o respiro. definitivamente stringendolo nella morsa impietosa di una mano gigante. stringendolo sempre più forte. e nel gesto vibrante assistere alla stupefacente metamorfosi. il mostro nel pugno si trasforma in cataclisma. massa di terra compatta. che per effetto della stretta ad un certo punto si disintegra in sabbia. esplode galvanizzato nel circostante. di polvere e sostanza. vorrei questo potere grande di distruzione feroce. non solo fisica ma metaforica pure. vorrei sostanzialmente il potere di annientare fisicamente e psicologicamente l’ente. fino a farne frammenti fotonici.  briciole per i passeri. masso colpito dal maglio di un gigante robotico. un accidente una disgrazia. una catastrofe mirata. stritolarlo nelle spire di serpente. devastarne carne ossa pelle. ogni duro neurone e molecola. perché diventi incredibilmente fragile. e nell’impatto sarebbero schegge disperse a migliaia bieche violente e superbe.

lo vorrei questo potere grande di cristallizzare l’aria. ma non l’userei. ad esempio con te. anche se mi stai sullo stomaco come una pietra indigesta. non l’userei.

“Il rigo tra i rami del sambuco” di Emilia Barbato. Nota critica di Deborah Mega

Tag

, ,

L’ultima produzione di Emilia Barbato è una preziosa plaquette edita da Pietre Vive nella collana iCentoLillo e illustrata da Nadiya Yamnych. Si tratta di una silloge dedicata alle grandi donne che formano una donna: la propria madre, la propria nonna, la terra che brucia di notte, scrive l’autrice. I testi che compongono la raccolta hanno i tratti della delicatezza, perseguono una poetica delle piccole cose, incantano con la suggestione delle immagini: a partire dal titolo, che evoca, insieme alle illustrazioni originali della Yamnych, atmosfere giapponesi. Sembrerebbero scene di vita quotidiana, è ritratto infatti il paesaggio urbano fatto di palazzi, antenne, case affacciate all’abitudine, centri commerciali, se non fossero scandite da istantanee di senilità, da naufragi di relitti, da vuoti, assenze e sottrazioni. Tre sezioni costituiscono la raccolta: la prima reca l’acronimo dell’antigene carboidratico, un marcatore tumorale, l’altra è indicata dal numero di un paziente oncologico che, procedendo nella lettura, si scopre essere la propria madre, il cui corpo martoriato è paragonato alla terra dei fuochi. La terza sezione è titolata Oxaliplatino, un agente chemioterapico indicato nel trattamento del tumore in questione. C’è tutto un ecosistema meccanico a regolare monitoraggi, soluzioni, campanelli che segnalano richieste al personale. Si descrive l’attesa, castigo e disciplina, le stanze poco illuminate, asettiche e prive di calore umano dell’ospedale e poi, in simbiosi con chi soffre, la scarica di radiazioni, la paura, perfino la sofferenza di chi amiamo. Basta un sorriso a donarci la speranza, ad offrirci un appiglio di salvezza che non ci faccia sentire così drammaticamente impotenti. Non sempre però sono sufficienti la forza, la caparbietà, la fierezza, la maestosità, il rigore che sono propri dei cipressi e dei mesi invernali. Si muore nell’inatteso di un giorno / per una falla di pianificazione, scrive Barbato. Non si è mai preparati di fronte alla scomparsa dei nostri cari, si resta pietrificati e freddi / sul baratro della sorpresa. Avviene poi di assistere al miracolo della rassegnazione, la stessa che ci permette di farcene una ragione facendoci dono del verbo del cielo, della pioggia e dei suoni d’acqua che incantano con la trasparenza delle immagini. All’arrivo della primavera anche il ciliegio si prepara alla piena fioritura in cui si raggiunge l’equazione bellezza=morte. Dentro però ci travaglia un residuo inverno che non passa. Possiede uno straordinario talento Emilia, nel fissare istanti di suggestione. È possibile coglierlo nei vari testi ma in particolare nei due haiku presenti:

Eri tu mamma,

c’ero, nella tua stanza

gocce di gelo.

 

Sommo lo sguardo,

nuvole di ciliegi

piovono piano.

Il corpo della madre, aggredito dalla malattia, corrisponde a qualsiasi corpo che “in terra e in mar semina morte”, allo stesso modo, per associazione di idee, il corpo materno è quello della terra dei fuochi che non è solo quella napoletana ma la terra di tutti, deturpata in modo irreversibile. Dal dramma personale si giunge al dramma universale. Il dolore di Emilia è anche il nostro, appartiene a ciascuno di noi.

Deborah Mega

*

Il sambuco stormisce
con una voce dimenticata
di campagna un oscillare
di foglie lieve per l’oscura
la rigogliosa e la vergine,
qualcuno strilla parole remote
di una bellezza senza fiducia.
La terra brucia
e genera e si accuccia,
un piccolo animale che scava
che ti somiglia,
una tazza che si sbreccia.

*

È benigno?
Perdoni la domanda,
io non conosco la parola storta
che cresce nell’intestino di mia mamma.

*

Ha freddo!
Così deve andare dopo l’intervento? È troppo magra e con tutte
quelle sonde non voglio
toccarla, capisce?
Osso dopo osso,
nel letto spoglio dove finiscono le ore c’è la terra dei fuochi di mia mamma.

*

Ti scrivo in giorni di apparente luce
– penso di scriverti ma non lo faccio
il buio entra in forma di punteruoli
che aprono in silenzio –
Con la maniera affannata dei pomeriggi
inseguo raggi, i favori del cielo,
il corpo di una sconosciuta che mi precede
e ondeggia sulla strada come un metronomo,
fuori tutto si direbbe procedere
con l’entusiasmo dell’estate
ma dentro sono ferma, stretta
a una nuova chiarezza,
mi chiedo quando questo sasso
che mi distacca abbia formato
una tale consistenza e quante
cose in questo modo io manchi.

*

È un gene, una quinta stagione
da cui non esci, una mattina
qualunque con i piedi al gelo,
la guancia bruciata dal freddo
aderisce perfettamente al vetro,
si incolla nel tuo terrore,
dovrai strapparla,
procurarti altro dolore.

 

Testi tratti da Il rigo tra i rami del sambuco, Pietre Vive, settembre 2018

Nadiya Yamnych, Cielo stellato

Discorsi tra anime

Ieri mi sei mancato
Alcune delle mie anime me l’hanno detto
Ovviamente in forme diverse
Una era contenta di sapere
che avresti avuto una bella serata
Lei è sinceramente generosa, mai gelosa,
gode delle gioie altrui
Un’altra ama provare  mancanze
dice che la fanno sentire viva
che nutrono il desiderio più acceso
Poi c’è quella che ha paura della sua accondiscendenza
ed era contenta della pausa
ma sa che ogni paura è l’altra faccia della brama
È quella, infatti, che più di tutto ama dire sì
lasciare ad altri il potere
il che è il massimo della potenza
perché se lo dai, è perchè è tuo in realtà
Poi c’è l’anima maschio
Mi ha detto che se fossi stata lì con te
anziché aldilà del mare
lì in quella tua casa che ormai conosce
dal tuo racconto in immagini
non avrebbe sprecato tempo in schermaglie
Ti avrebbe preso senza ritegno, mi ha detto
Fa la dura, usa parole ruvide
Ma io lo so che è un maschio nobile
Dopo si sarebbe concessa di essere tenera
e di farsi da parte per farti conoscere le compagne
Queste sono quelle che mi hanno parlato
Le altre sono rimaste in silenzio
A guardare
Tu che non c’eri
Tutte hanno convenuto che sperano non patisca
di essere solo un’occasione per i loro discorsi tra anime
non un uomo da volere per sè

 

 

Immagine di Alessandro Papetti

1243585195012_papetti007

“Un giorno moriremo, ma il canto viene prima” di Julio Cortàzar

Tag

Vecchia contadina, Renato Guttuso, 1949

Un giorno moriremo, ma il canto viene prima.
 
Nonna, tu nei cortili dell’estate, già alzata all’alba,
sola ad aprire imposte e a ricevere il sole,
accompagnando la febbre dei miei ultimi sogni
con lo strofinio appena udibile dei tuoi passi,
entrando dalla parte del giorno a
restituirmi il mondo nella fragranza del caffellatte.
 
Non dimentico nulla,
io crebbi sulla sponda della tua vestaglia e dei tuoi scialletti,
del tuo gusto per il lilla che ti fa
come una cenere di colombe fra i capelli e le guance,
e sento un’altra volta il soave andare
delle pantofole che ti portai dal Cile.
E sto vedendo la lunghissima treccia
che tu lasci libera quando ti alzi,
come un ricordo dei tuoi anni di ragazza.
 
Tu non lo sai, nonna,
però in te finisce il tempo,
la successione dei giorni e delle spiagge,
delle aule e dei pianti,
dell’amore nei suoi mille specchi,
dell’uomo e del bambino che riconciliano
le loro distanze nei tuoi occhi,
oh paese della pace.
 
Ti vedo e sono piccolo e sono proprio io,
e niente impedisce che il piccolo e l’uomo
ti diano lo stesso bacio e si rifugino nel tuo abbraccio.
Questi capelli che tu accarezzi
e che pettinasti per la prima volta,
questa fronte che stai baciando
e che lavasti del sudore della nascita,
queste mani che vanno per il mondo
palpando i suoi bei vuoti,
e che guidasti nel primo incontro
con il cucchiaio e la palla,
tornano al porto del riposo,
e non se ne vanno, nonna,
sebbene io viva alzato verso tante rotte,
e non se ne vanno, nonna.
 
La nonna spunta con il giorno
a visitare l’orto e le galline
spartisce l’acqua e il mais,
ammira i pomodori e i loro progressi,
e gode del racemo che si inerpica,
del lampadario delle prugne regine claudie,
e va per le profondità della casa
distribuendo l’ordine.
A volte mi alzo, l’accompagno e,
associato ai suoi riti,
do da mangiare agli uccelli e irrigo le veccie,
sento il tremito dell’acqua sui rampicanti
che bucano i muri
e che la ricevono crepitando
e si riempiono di scintille.
Ho dieci anni,
vivo insieme ai bruchi e alle anatre,
sono tenero e crudele,
ammazzo e proteggo,
ordino come un re le cose del mio regno,
e sopra di me sta la nonna,
le arrivò già all’altezza delle spalle,
sulla punta dei piedi arrivo a baciarla,
e i nostri occhi si scoprono nell’allegria comune
dei polli nati durante la notte.
 
Il nostro giardino durò quanto l’infanzia.
Né tu né io lo dimenticheremo, nonnina.
Non dimenticheremo
il sapore delle pesche bianche,
delle barbabietole, delle zucche incendiate.
Fu il tempo del riso al latte coperto di cannella,
del piacere delle pannocchie
sulla tavola tesa sotto i pergolati.
Stai nella cucina in penombra,
con i glicini alla porta,
e curi le cadenze delle bacinelle di gelatina,
le marmellate invernali
che ordinerai nella credenza.
Io sto lì,
con Giulio Verne e una botta al ginocchio,
felice, guardandoti,
sicuro che niente potrà mai accadermi,
che in mezzo al mare o all’assalto del polo
con il capitano Hatteras,
o appeso al cielo con Michel Ardan,
tu mi tieni con te,
vicino al fornello da cui l’aroma
inzuccherato cresce come un soave vulcano
dipinto a lapis.
 
Un giorno moriremo, ma  il canto viene prima.
 
E non solo ieri, nonna.
Ogni volta stai lì,
piccola sotto l’architrave,
imbacuccata nella tua vecchiezza senza macchia,
nella tua piccola salute,
e ogni volta che mi trai da porte e passi e uomini,
io so che tu stai lì.
E che il tuo amore
senza altra causa che se stesso
ci sostiene nella notte e ci restituisce l’alba dell’incontro,
e il tempo gira la testa e ci accetta interi,
con il bambino che piange fra le tue braccia,
con il viaggiatore che si lava
della polvere nel tuo sorriso,
con la giovane nonna che corre
in mezzo alla neve per rallegrare il nipote,
con questa vecchietta che sostiene
sulla soglia la lampada del benvenuto.
 
E il primo che muoia saprà che niente muore
e che la perfezione regnò nel suo giorno.
 
Julio Cortàzar

Delirio 12 settembre 2018 (pensieri)

Questo scritto appartiene alla raccolta “Cronache sospese”, a questo link l’introduzione . 

DELIRIO 12.9.2018

Io sono interrotto e interrotti sono i miei pensieri. frammenti che abitano la testa. a volte si scuotono con rumore di vetri rotti. qualche pezzo è colorato. bei rossi blu e gialli. altri frammenti sono neri o grigi. alcuni luccicanti molti altri spenti. sono cupi e dolenti non brillano per nulla. come  se non conoscessero la luce né il conforto o la speranza. io li maneggio di frequente gli uni e gli altri. affastellatamente. ci sono attaccato in modo speciale. non riesco a farne senza. sono aggrappato alla mia borsa di pietruzze gonfia e sonante. infilo la mano le rimescolo ne prendo una manciata. estraggo il pugno apro la mano e osservo. poi sollevo il palmo verso l’alto e inclinandolo appena verso il basso. le lascio cadere ad una ad una. oppure le dispongo su un piano in sequenza e vi saltello in mezzo. tra uno spazio e l’altro. disordinatamente. Continua a leggere

FRANKENSTEIN, GENESI DI UN CAPOLAVORO

Tag

,

Ti ho chiesto io, Creatore,

di modellarmi uomo dalla mia creta?

Ti ho sollecitato io

a liberarmi dall’oscurità?

John Milton, Il Paradiso Perduto

(X, 743-5)

In occasione del bicentenario dalla pubblicazione nel 1818 di Frankenstein, vi proponiamo un approfondimento dedicato a questo celebre romanzo. Non c’è altra opera della tradizione gotica che sia penetrata così profondamente nell’immaginario collettivo. Continua a leggere

Versi trasversali

Tag

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

STEFANO DI UBALDO

 

Una scelta tra luci e ombre

 

Ogni scelta è una storia

sul filo di lana

contorto in matassa:

non c’è ragione

che si dipani

senza un telaio

di molte mani;

alla ricerca

di capi sciolti,

ci vanno in tanti

per varia sorte,

forse chiamati

dai bassifondi,

a scovar luce

laddove è nera

la superficie

che sa assorbirla,

ma non mostrarla,

come un riflesso,

all’ombra incerta

che le sta intorno.

Continua a leggere

REQUIEM

Fuori dalla chiesa brillavano le vite avvolte intorno ai corpi
raccolte in sciame a salutare la tua, appena separata
Ognuna crudelmente elegante perché adorna delle sue povertà:
le vecchie – essere creature ne conferisce diverse –
e la nuova, di essere senza te, inconsapevoli
Spezzava la luce calda del pomeriggio d’autunno
l’averti perso senza sapere in anticipo il tuo giorno ultimo
l’averti perso e non sapere dove sei andato
dove andremo
e perché questo spreco non smette di offenderci

 

aldilà-302nqay7ryqemxabf8gkjk