POESIA SABBATICA : L’arte di perdere

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Dell’arte di perdere si è facili maestri;
ogni cosa pare così colma dell’intento
d’andar persa, che perderla non è un disastro.

Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta l’estro
delle chiavi perse, dell’ora senza sentimento.
Dell’arte di perdere si è facili maestri.

Poi allenati a un perdere ulteriore, un perdere più lesto:
luoghi, nomi, e ogni dove che la mente
voleva visitare. Nulla di ciò sarà un disastro.

Ho perso l’orologio della mamma. Impiastro!
E di tre amate case non ho salvato niente.
Dell’arte di perdere si è facili maestri.

Ho perso due città stupende. E in quel contesto,
diversi regni miei, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è stato un disastro.

Perfino nel perderti (il riso nella voce, un gesto
che amo) non avrò mentito. E’ evidente,
dell’arte di perdere non si è difficili maestri
anche se può sembrare (e scrivilo!) un disastro.

Elizabeth Bishop

Questo trasformarsi in bomba

Manchester, 22 maggio 2017

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ph. Loredana Semantica

Forse anche dio si è stancato
O forse ha distolto lo sguardo.
Una rosa rossa sul selciato
Racconta il dolore
Un poema inascoltato.

Giovanna Iorio

Questo trasformarsi in bomba
e ridurre i bambini a cose
carne rimasticata in martirio.

Sapranno anche essere padri o amici
di altri bambini ridotti in cenere
che non sono stati mai
opportunamente inquadrati.

Come se l’inquadratura giusta
e la visione necrotica ci rendesse
liberi, santi , epifanici e credenti.

Francesco Tontoli

-Passaggio zero-

l’officiante
ancora oggi ripete

gloria negli altissimi cieli
e pace qui in terra
(agli uomini di buona volontà)

avesse sentito la bomba,
l’attentato al mercato
solo ieri mattina,
il sangue, le grida,
la carne al macello

gloria negli altissimi cieli
e qui sulla terra

la solita guerra

(e dio non s’è visto
dio dei cieli
non della terra).

Francesco Palmieri

Parole di donna 8 : MARAM AL MASRI

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Lui ha due donne:
una che dorme nel suo letto
e una che dorme nel letto dei suoi sogni.
Lui ha due donne che lo amano:
una che invecchia al suo fianco
e una che gli offrì la giovinezza
per poi occultarsi.

Lui ha due donne:
una nel cuore della sua casa
e una nella casa del suo cuore.

MARAM AL MASRI

Maram Al Masri è una poetessa siriana vivente. Nata a Lattakia, è vissuta lì fino a vent’anni, ha studiato a Damasco e a Londra, si è sposata giovanissima e, con il coniuge, è stata costretta a fuggire a Parigi perché oppositrice del regime di Assad. Dopo la fine del suo matrimonio il marito è ritornato in Siria portando con sé il figlio che lei non ha rivisto per i successivi tredici anni. Maram ha esordito a Damasco negli anni Ottanta con Ti minaccio con una colomba bianca; poi, dopo un lungo periodo di silenzio, ha pubblicato le sillogi Ciliegia rossa su piastrelle bianche e Ti guardo, mentre al 2011 risale la sua raccolta Anime scalze. “Le ho viste tutte passare in strada / anime scalze, / che si guardano dietro, / temendo di essere seguite / dai piedi della tempesta, / ladre di luna / attraversano, / camuffate da donne normali. / Nessuno le può riconoscere / tranne quelle / che somigliano a loro”, scrive Maram.

I temi presenti nella sua poesia sono spesso autobiografici : Maram dedica i suoi versi all’amore, alle donne vittime di violenza, alle donne sommerse, agli immigrati, alla nostalgia della propria terra. La sua scrittura è quasi fotografica, essenziale, originata dall’immagine, spesso è racchiusa in pochi versi pregni di significato, come fossero frammenti o haiku. Ad una prima lettura anche il lessico usato appare quasi infantile, semplice, scarno ma in essa oggetti quotidiani, azioni, sentimenti vengono caricati di forte valenza simbolica tanto che pare abbia fatto scuola tra molte poetesse arabe contemporanee. Nella Siria decimata dalla fame, dal regime e dall’Isis, vive ancora tutta la sua famiglia. A loro Maram dedica la raccolta di poesie Arriva nuda la libertà del 2014: “La Siria per me… è una donna violentata tutte le notti da un vecchio mostro / violata / imprigionata / costretta a sposarsi. / La Siria per me / è l’umanità afflitta / è una bella donna che canta l’inno della Libertà / ma le tagliano la gola. / E’ l’arcobaleno del popolo / che si staglierà dopo i fulmini e le tempeste”. Quando tratta l’amore la sua poesia è intimistica, delle piccole cose, originale e allo stesso tempo diretta e d’effetto, la poetessa tratta fasi e momenti dell’esperienza di una donna, ne analizza le emozioni e le mette in poesia. Il linguaggio trasmette grande forza emotiva e comunicativa e anche la chiusa presenta spesso un finale a sorpresa, straniante eppure condivisibile.

Nel testo di oggi, molto breve ma significativo, vi è un’affermazione iniziale che già istituisce un triangolo amoroso: lui, lei, l’altra. L’uomo di cui si parla ha due donne: una che sta invecchiando accanto a lui, è la moglie legittima, dorme con lui, nella sua casa. L’altra un tempo gli ha offerto la sua giovinezza e poi si è occultata, nascosta, probabilmente è scomparsa, non gli si concede più o semplicemente appartiene al passato. Non solo ha due donne ma entrambe lo amano : è un uomo conteso. Le due donne sono in contrapposizione, probabilmente nessuna sa dell’esistenza dell’altra, nessuna è a conoscenza del dilemma che quest’uomo vive perché l’amore dev’essere univoco, unidirezionale, in caso contrario non è vissuto appieno con serenità. Immagino infatti quest’uomo diviso a metà, inquieto, turbato da due pensieri dominanti in contrasto tra di loro. L’antitesi riguarda anche i luoghi in cui le donne si trovano e a cui appartengono. Una è nel cuore della sua casa, al centro, protetta dalla legittimità del suo status, quello di essere moglie e forse madre; l’altra però abita un luogo ancor più importante, la casa del suo cuore. Nonostante la prevalenza numerica delle due donne, l’anafora attribuisce all’uomo un ruolo di primo piano, sancita dalla ripetizione dello stesso verso per ben tre volte, Lui ha due donne. E’ una poesia vibrante e decisa ma allo stesso tempo passionale e dolce ed esplora l’universo femminile e i suoi rapporti con gli altri e se stessi.

Deborah Mega

POESIA SABBATICA : Certe volte i soli

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Certe volte i soli
 
per non far capire
 
che sono soli
 
alla gente che non pensi
 
ma che sola quella signora
 
per esempio al mare guardano
 
l’orizzonte facendo ciao
 
con la mano fanno finta
 
di salutare qualcuno come
 
per dire non crediate
 
solo sulla battigia sono sola
 
ma nel mare oh nel mare
 
ne ho di persone care
 
da salutare! in primis lui
 
lui in primis e poi tante ma tante
 
di quelle persone che dovrei avere
 
le mani del mondo per salutarle tutte
 
tante quasi come voi che siete così tanta
 
famiglia sotto l’ombrellone
 
che l’ombra non basta per tutti
 
invece i soli l’ombra l’hanno tutta
 
per loro, ci copre da far quasi freddo
 
paura ma basta far ciao con la mano
 
salutare quelle persone care
 
nel mare che siamo quasi pari
 
sembriamo tanti anche noi uni
 
noi solitari che parliamo nel cellulare muto
 
che citofoniamo al muro sono io apri
 
e le persone care dal mare ci aprono
 
ci salutano, salutano proprio noi
 
in persona.
 
(e gli altri no!)
 
 
Vivian Lamarque

Canto presente 18 : Paola Casulli

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Paola Casulli

Udire un’ombra tra le nuvole
e trasalire nel riconoscere
la luce di un treno appena passato
o della neve appassita sui cancelli,
precipitata sui tetti
a incombere sulle tele di ragno del giardino.
Quelle piccole cose,
quei fiori finti che mettevi al centro di una tavola addobbata
per un cielo sgombro, per i tuoi ragazzi
che mordevano la paura di non concedersi alla vita.
Per te che ora te ne stai lì
ferma come una Madonna dipinta sul letto,
quel dolce peso della bellezza che muore.

Nessuno resta,
nessuno ha parole in mezzo ai campi senza destino, e le rive
sono vuote di fiato in mezzo a tanta dissacrazione.
Davanti ai quadri di chi contempla, vuoti. Di chi chiede di innamorarsi ancora.
Solo lei rincorre a bracciate l’acqua della propria quiete,
che la bellezza è puro disimpare mestieri.
Nessuno resta
in questa aurora obliqua
dove pure le formiche ci somigliano
con i neri dorsi sui crinali.

E poi è di nuovo sabato.
Le nostre scapole ricordano i punti oscuri,
quel modo arbitrario di essere felici e tuttavia
è così poco lungimirante il tuo viso
quando sorridi
e fai brillare gli occhi in quell’angolo del letto
dove fiorisce l’oleandro.
Adesso tu che siedi come chi siede sotto un albero
a chiedermi un ritratto.
Io non faccio domande.
Sei così bello
è meglio che io non veda
è meglio che io non veda niente.

Ogni tanto, nel sonno, mi sveglio.
Resto lì, fermo e assorto.
Vita semplice.
Vita tra mura bianche di chiesa, questa mia casa sicura.
Poi mi volto di lato.
Vedo lei. Vedo la metà dei vivi
e malgrado l’implacabile lunghezza della notte
sento la quiete dell’esule.
L’ardente battaglia volgere alla fine.
Resta quel breve istante in cui il profilo della mia anima
versa luce nei miei occhi
e tutto ha un celestiale ritorno.

Il giorno che arrivai sulla spiaggia
con la mia onda all’incontrario e mani
protese contro la duna che sembrava franare.
Quel giorno dico,
ci fu l’abbandono del fuoco, la fuga dalla verità,
questo fiore ancora dischiuso nell’ordine nauseabondo delle certezze perdute.
E io e te ci siamo perduti
nell’istante della pagina bianca
il deterioramento di ogni parola
che non trova fibra, carta, mano
per dire Amore.
Ed io a chiedermi
oscuramente
la soglia dei deserti.

 

Prisma lirico 3: Luca Di Stefano – Anna Navarra

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Nell’ambito della rubrica Prisma lirico, oggi presentiamo una poesia di Luca Di Stefano, la fotografia di Anna Navarra. In calce link  e/o una breve biografia degli autori.

12465775_10207383139515431_2094925846579249958_oTetragramma di pallido satellite

E l’adiaforo atropo specchia l’ali a marchiar la fronte della luna

di vetro pennellata la storpia imago assillante nettasi con la salata parte degl’angeli inciampati sugl’alambicchi degl’affossati altari oculari

sgozzanti smagrate pulsioni sui rispettivi usci le vene a cielo aperto sui palmi dei gomiti imprecano fisarmonica di fede ubriache ognuna dell’atea solitudine dell’altra

in scomposte fratture di genuflessioni l’ovale spoglio da cerone da passeggio ulula la nauseante piega di certe linee schizzate a margine della pallida maniacale ovvietà d’omissioni ser(i)ali partorite in regime di sempiterna attesa di parole capaci di spiegare

lo spleen e i suoi derivati non riescono a numerarsi orbite di (ri/in)voluzione con le sole dita disossate a falangi nel tentativo di risalire il pozzo affogato nel torace

– ogni medaglia al (va/do)lore appesa a foglia di spine sull’albero nervale scricchiola gemito tre volte più assordante della precedente –

Sintetico candelabro gioca l’azzardo d’un destino ridicolo con l’argento

spalmato fra ciglia e ciglia il fiuto fiuta fiele di menzogne annidate nel condizionale di ciascun mulinello di pensiero (pre)occupante impazzito ipotalamo scavatosi giaciglio nei pressi del singhiozzante cardio

salmodiante la metà perversa della speranza la schiena s’inarca a fiacco scudo di improperi alitati al soffitto e sul soffitto condensati in roulette russe di lividi nembi

ingrassati nell’angustia di quattro mura erette a cella d’isolamento i terremoti dell’ossa ghigliottinano il respiro delle tempie frullate in vorticosa nomenclatura di folli dialoghi col Tetragramma Io

– l’ermeneutica del perpetuo algoritmo degl’ami intrrogativi maschera carie a iosa proprio nel sottile limite tra verbo e la sua guisa –

Lo scheletro infranto raccoglie i propri cocci

per saldarsi nuovamente quando la rugiada tornerà a stuprar fiori il viso cerca nei pressi della celeste mappatura epidermica le maschere stracciate nella sana demenza del cereo bagno di luce

E l’adiaforo atropo specchiasi nella luna eclissando un’uscita al di là di essa

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testo di Luca Di Stefano

fotografie di Anna Navarra

Luca Di Stefano

Annus Domini MCMLXXXII, un ameno paesino dell’entroterra ascolano, sputo primo vagito nella secca ombra obliqua d’un Dicembre “più innocuo d’una decina di precedenti Suoi”. Da allora, maledizione nella maledizione, incarno intestinale ossimoro “immobile fuga dall’utero materno”. Tale condizione/contraddizione primordiale ha figliato nel tempo alberi su alberi di connesse e intricate antinomie: me. Nell’intento di superare intrinseca di difficoltà nel comunicare mondo interno a mondo esterno tramite semplici catene di fonemi, spesso male interpretate, ho cominciato, fin da tenera età, a veicolarmi attraverso forme d’interazione non convenzionali, riconducibili alla discutibile definizione di Arte. Da compositore musicale a fotografo occasionale, da imbrattatore di linde tele a sperimentale fabbricatore di corti cinematograci, sono approdato, circa tre anni fa, sulle vergini coste della scrittura, più precisamente della poesia. RETRO L’UNA è la mia prima pubblicazione letteraria.

Anna Navarra

Vive e lavora a Torino, dov’è nata. Sposata, ha un figlio che ha voluto crescesse in campagna a contatto con la natura: la migliore scelta della sua vita. Ama viaggiare, i gatti, il cinema, la ceramica, la scultura. Ammira il movimento delle mani che creano e per esprimersi artisticamente ha scelto la fotografia.  Con reportage di vita e colore racconta i suoi viaggi per mezzo mondo (l’altra metà deve ancora visitarla) ed in scatti nei quali allinea occhio-mente- cuore ferma in immagini scorci, architetture e vita della sua città.

 

Incipit 8 : I dolori del giovane Werther

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Viandante sul mare di nebbia (olio su tela, 95 cm x 75 cm) di Caspar David Friedrich, 1818, Hamburger Kunsthalle di Amburgo.

4 maggio 1771

Come sono lieto di esser partito! Amico carissimo, che è mai il cuore dell’uomo! Ho lasciato te che amo tanto, dal quale ero inseparabile, e sono lieto! Pure so che tu mi perdonerai. Tutte le altre persone che conoscevamo non sembravano forse scelte apposta dal destino per angosciare un cuore come il mio? Povera Eleonora! Eppure io ero innocente. Che potevo fare se mentre le grazie capricciose di sua sorella mi procuravano un piacevole passatempo, in quel povero cuore nasceva una passione? Ma… sono proprio del tutto innocente? Non ho forse alimentato i suoi sentimenti? Non mi sono dilettato delle sue sincere, ingenue espressioni che tanto spesso ci facevano ridere, e che erano invece così poco risibili? non ho io… Ah! l’uomo deve sempre piangere su se stesso! Io voglio, caro amico, e te lo prometto, io voglio emendarmi; non voglio più rimuginare quel po’ di male che il destino mi manda, come ho fatto finora; voglio godere il presente e voglio che il passato sia per sempre passato. Senza dubbio tu hai ragione, carissimo, i dolori degli uomini sarebbero minori se essi – Dio sa perché siamo fatti così! – se essi non si affaticassero con tanta forza di immaginazione a risuscitare i ricordi del male passato, piuttosto che sopportare un presente privo di cure. Sarai così buono di dire a mia madre che sbrigherò nel miglior modo possibile i suoi affari e gliene darò notizie quanto prima. Ho parlato con mia zia e non ho affatto trovato in lei quella donna cattiva che da noi si ritiene lei sia. È una donna ardente, passionale e di ottimo cuore. Le ho reso noti i lamenti di mia madre per la parte di eredità che lei ha trattenuta; me ne ha esposto le ragioni e mi ha detto a quali condizioni sarebbe pronta a rendere tutto, e anche più di quanto noi domandiamo. Basta, non voglio scrivere altro su questo; dì a mia madre che tutto andrà bene. Intanto, a proposito di questa piccola questione, ho osservato che l’incomprensione reciproca e l’indolenza fanno forse più male nel mondo della malignità e della cattiveria. Almeno queste due ultime sono certo più rare. Del resto io qui mi trovo benissimo; la solitudine è un balsamo prezioso per il mio spirito in questo luogo di paradiso, e questa stagione di giovinezza riscalda potentemente il mio cuore che spesso rabbrividisce. Ogni albero, ogni siepe è un mazzo di fiori e io vorrei essere un maggiolino per librarmi in questo mare di profumi e potervi trovare tutto il mio nutrimento. La città in se stessa non è bella, ma la circonda un indicibile splendore di natura. Questo spinse il defunto Conte M. a piantare un giardino sopra una delle colline che graziosamente si intrecciano e formano leggiadrissime valli. Il giardino è semplice, e si sente fin dall’entrare che ne tracciò il piano non un abile giardiniere, ma un cuore sensibile che qui voleva godere se stesso. Ho già sparso lacrime su colui che non è più, in quel cadente gabinetto che era un giorno il suo posticino favorito e che ora è il mio. Presto sarò padrone del giardino; il giardiniere mi si è già affezionato in questi pochi giorni e non dovrà pentirsene. […]

Johann Wolfgang Goethe, I dolori del giovane Werther, 1774

L’incipit di oggi è tratto da uno dei più famosi romanzi d’amore della letteratura tedesca. Non è chiaramente definibile, nel senso che può essere inteso come testo filosofico per il panteismo del giovane Goethe, romantico, perché uno dei più letti e conosciuti dello Sturm und Drang, sociale perchè descrive la borghesia tedesca di quegli anni, religioso e perfino politico. Del resto, come scrisse Manacorda, la ricchezza di significati non è tipica dei grandi capolavori? In effetti poiché parla d’amore e di morte, parla di tutto. La storia vera dell’amore del venticinquenne Goethe per Charlotte Buff si trasforma in un romanzo epistolare, nella passione infelice che si conclude in dramma di Werther per Carlotta. Il giovane Werther, proveniente da buona famiglia e dotato di ottima cultura, si reca in campagna per dedicarsi ad alcune faccende familiari e praticare l’otium litterarum. In occasione di un ballo presso il villaggio di Wahlheim conosce Charlotte, una ragazza del luogo, già promessa ad un funzionario temporaneamente fuori città. La ragazza è dotata di bellezza e intelligenza e fin dalla scomparsa della madre, accudisce i suoi fratelli minori. Nonostante lui sappia fin dall’inizio della promessa di matrimonio di Lotte, solo al ritorno del fidanzato Albert, con il quale pure riesce a stringere un sincero rapporto di amicizia, si rende conto che il suo sogno d’amore non potrà mai realizzarsi. Per tentare di liberarsi dallo sconforto e dal malumore, accetta l’offerta del suo amico Wilhelm, con cui intrattiene una fitta corrispondenza epistolare, di recarsi in città e intraprendere la carriera da diplomatico. La città ben presto lo delude per via dell’indifferenza e della frivolezza tipica dell’alta società con cui ha a che fare. Torna così al villaggio e viene a conoscenza del matrimonio tra Albert e Charlotte; la donna chiede ripetutamente al giovane di accontentarsi di un sentimento di amicizia fraterna, assicurando che la sua infelicità sarebbe scomparsa appena avesse conosciuto un’altra ragazza da amare. Werther, però, non riesce a liberarsi dall’ossessione per Lotte, tanto da baciarla contro la sua volontà e così Lotte gli intima di andarsene dalla sua casa. Il giorno dopo ad Albert arriva una richiesta scritta di Werther affinchè gli presti le sue armi, con la motivazione di un viaggio da affrontare di lì a poco. Albert acconsente ed è Lotte stessa a porgerle al servo dell’amico. Werther, dopo aver salutato i fratellini di Lotte e aver compiuto un’ultima passeggiata in campagna, si ritira nella propria abitazione, scrive una lettera d’addio a Lotte e a mezzanotte in punto pone fine alla sua vita con una delle pistole di Albert mentre sulla sua scrivania è aperto il dramma antitirannico Emilia Galotti di Lessing. L’altro riferimento bibliografico presente è quello ai Canti di Ossian, poema molto significativo per le generazioni dello Sturm und Drang; durante l’ultimo incontro tra Werther e Lotte, i due protagonisti ne leggono alcuni passi in una traduzione dello stesso Goethe. Werther non è mai descritto esplicitamente, è colto e raffinato, ma si dimostra insofferente verso le convenzioni sociali. Il fatto che non tormenti Lotte in modo insistente è da intendersi come un ulteriore gesto d’amore. Albert invece rappresenta il ceto borghese, le sue convenzioni, ma viene descritto sempre in modo positivo perché razionale, saggio e rassicurante per Lotte.

I temi maggiormente presenti nel romanzo sono l’amore, i cui effetti sull’uomo sono descritti in modo molto meticoloso ed approfondito: l’amore può essere motivo di vita e allo stesso tempo di distruzione e di rovina. Quello per Lotte assume tinte religiose, la donna rappresenta una visione angelica eppure l’amore per lei diventa travolgente e distruttivo perché invade mente e corpo. L’altro tema presente nel Werther è quello della natura : emerge a questo proposito il panteismo di Goethe probabilmente tratto da Spinoza, la natura è espressione vivente della divinità. Sono numerose e ricche di particolari le descrizioni naturalistiche, le lettere del primo libro sono ambientate in primavera e in estate dunque sono rappresentati grandi ambienti ricchi di colore e di luce, in cui la natura è il luogo utopico e armonizzante per eccellenza; quelle del secondo invece riflettono una natura cupa ed ostile quasi quanto l’ambiente chiuso della camera di Werther, nel momento del suicidio. Due sono gli spunti autobiografici all’origine del romanzo : il suicidio di un conoscente di Goethe, Jerusalem, segretario d’ambasciata innamorato della moglie di un suo amico, la donna però non ricambiava il sentimento. Il giovane decise di farsi prestare dal collega, marito di Charlotte Buff, due pistole, con la scusa di prepararsi per un viaggio, e il giorno dopo si uccise nel suo appartamento, con una copia dell’Emilia Galotti aperta sulla scrivania. La passione non corrisposta fu solo uno dei motivi per cui Jerusalem si suicidò, alla base del gesto c’era anche un forte stato di depressione. Charlotte Buff fu invece uno dei grandi amori di Goethe e fu presa a modello per la Lotte di Werther sia nei tratti fisici che caratteriali; egli affermerà di aver ucciso Werther e le sue speranze giovanili per salvare sé stesso. La scelta del romanzo epistolare con il tema del suicidio come drammatico epilogo ricorda un altro romanzo di quegli anni, Le Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo. Anche lì il destinatario delle lettere, vorrebbe aiutare l’amico ma assiste impotente alla sua tragica scomparsa, che nel corso del romanzo non appare mai scontata; unica differenza tra i due romanzi sarà l’introduzione del motivo politico-patriottico. Il romanzo ebbe un successo clamoroso, numerose ristampe e tentativi di imitazione: anche i giovani tedeschi adottarono il modo di vestire del personaggio Werther e lo emularono nella scelta del suicidio, tanto da far parlare i sociologi di effetto Werther.

Per Werher, tragico eroe romantico, il suicidio diviene un atto di estrema libertà e rifiuto del compromesso : attraverso la sua scelta coraggiosa egli accoglie il suo destino di immortalità.

Deborah Mega

C’è modo e modo d’essere madre

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5 voci poetiche, 5 modi diversi d’essere madri: dal paradiso alla dannazione

Quann’ero ragazzino

Quann’ero ragazzino, mamma mia me diceva:
“Ricordate, fijolo, quanno te senti veramente solo
tu prova a recità ‘n’Ave Maria.
L’anima tua da sola spicca er volo
e se solleva come pe’ maggìa”.
Ormai so’vecchio, er tempo m’è volato,
da un pezzo s’è addormita la vecchietta,
ma quer consijo nun l’ho mai scordato.
Come me sento veramente solo
io prego la Madonna benedetta
e l’anima da sola pija er volo.

Trilussa

A’ Mamma

Chi tene a mamma
è ricche e nun ‘o sape;
chi tene a mamma
è felice e nun ll’apprezza
pecchè ll’ammore ‘e mamma
è ‘na ricchezza
è comme ‘o mare
ca nun fernesce maje.
Pure ll’omme cchiù triste e malamente
è ancora bbuon si vò bbene ‘a mamma.
A mamma tutto te dà,
niente te cerca
e si te vede ‘e chiagnere
senza sapè ‘o pecchè…
t’a stregne ‘mpiette
e chiagne ‘nsieme a tè!

Salvatore Di Giacomo

Tu non sei più vicina a Dio

Tu non sei più vicina a Dio di noi;
siamo lontani tutti.
Ma tu hai stupende, benedette le mani.
Nascono chiare in te dal manto,
luminoso contorno:
io sono la rugiada, il giorno,
ma tu,
tu sei la pianta.

Rainer Maria Rilke

Supplica a mia madre

E’ difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile.

Pier Paolo Pasolini

Medèa:

Amiche, è fermo il mio disegno: i figli,
prima ch’io possa, uccidere, e lontano
fuggir da questa terra, e non concedere
che per l’indugio mio muoiano i figli
di piú nemica mano. è ch’essi muoiano
ferma necessità. Poiché bisogna,
io che li generai li ucciderò.
Su, dunque, àrmati, o cuor. Ché indugi? è vile
non far ciò che bisogna, anche se orriblle.
Su, sciagurata mano mia, la spada,
stringi la spada, e muovi a questo truce
termin di vita, non esser codarda,
né dei figli pensar che d’ogni cosa
ti son piú cari, e che li desti a luce.
Questo sol giorno i figli tuoi dimentica,
e poscia piangi. Anche se tu li uccidi,
cari sono essi, e sciagurata io sono.
(Entra nella reggia)

CORO: Strofe prima
O Terra, o fulgidissimo
raggio del Sole, a questo suol volgetevi,
mirate questa sciagurata femmina,
prima che avventi l’impeto
della morte sanguinea
sui figli suoi. Dell’aurea progenie
tua son germoglio; ed uom che versi l’ícore
d’un Dio, dei Numi la vendetta pròvoca.
Ma tu reggila, frenala,
raggio divin: tu scaccia dalla casa
la sanguinaria Erinni, cui lo spirito
della vendetta invasa.

Antistrofe prima

Invano, dunque, i pargoli
generasti alla luce: spersi ed írriti
i travagli materni andaron, misera,
che l’inospite tramite
delle azzurre Simplègadi
abbandonasti. Or, che t’invade l’animo
cura sí grave? A che, furia d’eccidio
segue a furia d’eccidio? Il consanguineo
contagio infesto agli uomini,
pena al misfatto ugual sovressi i rei
desta, che su le lor case precipita,
per voler degli Dei.

da “Medea” di Euripide trad. Ettore Romagnoli

 

POESIA SABBATICA : George Gray

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George Gray
 
Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
 
Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
 
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
 
Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio —
una barca che anela al mare eppure lo teme.
 
Edgar Lee Masters
 
Antologia di Spoon River (edizione parziale di 152 epitaffi, traduzione di Fernanda Pivano, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1943)

Flavio Almerighi intervista Loredana Semantica

Su sito Neobar è stata recentemente pubblicata l’intervista senza domande a Loredana Semantica.

L’intervista senza domande è una forma originale di intervista nella quale non sono poste delle domande all’autore,  ma proposti al suo commento versi che Flavio Almerighi seleziona da una pubblicazione dell’autore stesso, tranne l’ultimo verso lasciato alla scelta dell’intervistato.

L’intervista a Loredana Semantica riguarda la raccolta “L’informe Amnionico” (Limina mentis 2015) ed è preceduta dal breve commento critico di Flavio Almerighi che riportiamo di seguito.

L’intero articolo (commento più intervista) potete leggerlo qui.

L’informe amniotico di Loredana Semantica

Ho letto molto volentieri L’informe amniotico di Loredana Semantica (Limina Mentis), senza formalizzarmi su alcunché, come chi guada un fiume senza vederne la sponda opposta, e magari incappando in qualche mulinello.  Questo bel libro, si può sintetizzare in una frase sola: “lo partorì dopo un travaglio di orologi”, senza ombra di dubbio è stato così. Il libro si snoda in un flash back che parte dall’ultimo frammento o appunto numerato, fino ad arrivare al primo, allo zero, ma non è certo detto che la sequenza temporale sia rispettata.  Alcuni di questi, pochi per la verità, sono spezzati in versi, sorta di poesie tradizionali, come più comunemente letto e accettato. Non mi formalizzerei troppo sulla forma comunque. Credo che nemmeno Loredana Semantica, nome di penna dell’autrice, lo abbia pensato e preso in considerazione. Quello che appassiona e che rende “robusto” questo libro, è proprio quello che qualcuno potrebbe additare come il suo punto debole, l’estrema frammentazione. Alcune decine di brandelli di presente, di cosidetti appunti, discontinui, di mille umori e argomenti, tutti pronti a retrocedere verso il più vecchio (non ne sono certo), a un punto tale che ti chiedi chi sia o cosa sia, di chi siano quegli occhi che hanno scritto e soprattutto se siano sempre gli stessi. Ogni appunto celebra al proprio interno il suo numero di matricola (tredici secondi al numero 13, dodici luoghi al 12 e così via, avanti e indietro) sì che il già accaduto, il passato, diventa interscambiabile con tutti i presenti che è stato e con il futuro anteriore. C’è bellezza in questo libro, c’è la luna, c’è l’ansia, la contusione, c’è la sconosciuta che lo ha scritto e ha raccolto tutti i post it e che ha saputo truccare molto bene le carte dello spazio tempo. In fin dei conti se lo spazio è paragonabile a una coperta, se la stessa viene ripiegata i punti rimangono gli stessi, variano le distanze, tempo e spazio si contraggono, e questo a parer mio è saper voler bene al lettore imboccandolo di riconoscibile bellezza. Ed è anche un ottimo inizio per una partita a carte, perché queste sono state rimescolate benissimo, ma senza barare.

 Flavio Almerighi

Prisma lirico 2: Maria Allo – Daniele Gozzi

Nell’ambito della rubrica Prisma lirico, oggi presentiamo le poesie di Maria Allo, la fotografia di Daniele Gozzi. In calce link  e/o una breve biografia degli autori.

Tutto dipende da come vedi  l’oscillare delle cose : le stagioni , i nomi, le perdite, le voci dei bambini  che il mare avrebbe dovuto trattenere,  finché ogni cosa si fa consueta in un modo che non hai bisogno di capire. Eppure salda qualche verità rimane :  nessuno può più esentarsi  dalle crudeltà del tempo.

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Non posso andare senza una vera meta
C’è una pagina da dire con parole diverse
direbbe questa casa fino alla scogliera.
Così cerco un coraggio obliquo
che bruci nel profondo e percorra la sabbia
su una spiaggia nuda , ma se ascolto …
voci flebili di bimbi
pagine cancellate dalla risacca
rimbombano nelle orecchie.
Dovunque
*
Che cosa può rimuovere l’amore?
La nostra luce in cenere
stride su arenili increduli fin nelle radici
sbiadisce assorta sul fondo del mare
non questa materia grezza
dovunque.
*
In fondo non è niente.
Come l’amore
Il tempo striscia sui seni dell’attesa
moltiplica impronte nel deserto
a volte brutale , ma vale tutte le parole
e in ogni duna ripiega il suo tramonto.
dovunque

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Eppure ti sento come l’aroma del caffè fumante
attraverso le ossa a ostacoli sul mare
dannata raffica dolente
anche se il tuo volto svanisce e la tua ombra.

*

Il sole attraversa l’albero di casa
si fa splendente la tenda bianca
un uccello prende il volo
di fuoco gli occhi in un varco
tra la finestra e i giorni.
Se questa è ancora luce
e non invece questo tempo precario
come delirio per camminare ai bordi
prendimi anche se sui gesti e le parole
il silenzio di tanto in tanto cade fra le ali
e la luce in fondo a una fessura.

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testi di Maria Allo

fotografie di Daniele Gozzi

Diplomato alla scuola di Belle Arti “Adolfo Venturi” a Modena, Daniele Gozzi lavora come grafico dalla notte dei tempi. Da sempre appassionato di fotografia, grazie anche alle moderne tecnologie digitali, interpreta in modo personale e creativo le “normali” immagini che cattura con l’obiettivo, cercando di ottenere risultati piacevoli all’occhio e alla mente. Il suo è un viaggio senza tema fisso, un vagare nelle emozioni catturate in uno spazio-tempo indefinito. Nel settembre 2011 la prima personale al Palazzo Comunale- Cantine degli Scolopi di Fanano. Nel 2012 “apre” un gruppo fotografico su Facebook e con diversi di questi artisti porta avanti una collettiva, che si apre a gennaio 2014 con una prima esposizione nello spazio “Art in Loft” di Modena, poi a quello del Palazzo Comunale di Castelvetro (Mo) e infine ancora nel Palazzo Comunale-Cantine degli Scolopi di Fanano (Mo). Nell’ottobre 2013 partecipa con 4 opere, alla quinta edizione del Med Photo Fest di Catania e da settembre 2013 a luglio 2014, a 10 collettive tenute allo “Spazio E” di Milano.

Parole di donna 7 : ANTONIA POZZI

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L’amore rubato…muore… di Rosa Colacoci

 

Guardami: sono nuda. Dall’inquieto

languore della mia capigliatura

alla tensione snella del mio piede,

io sono tutta una magrezza acerba

inguainata in un color avorio.

Guarda: pallida è la carne mia.

Si direbbe che il sangue non vi scorra.

Rosso non ne traspare. Solo un languido

palpito azzurrino sfuma in mezzo al petto.

Vedi come incavato ho il ventre. Incerta

è la curva dei fianchi, ma i ginocchi

e le caviglie e tutte le giunture,

ho scarne e salde come un puro sangue.

Oggi, m’inarco nuda, nel nitore

del bagno bianco e m’inarcherò nuda

domani sopra un letto, se qualcuno

mi prenderà. E un giorno nuda, sola,

stesa supina sotto troppa terra,

starò, quando la morte avrà chiamato.

 

Antonia Pozzi, Canto della mia nudità, 1929

 

In questa carrellata di rose di poesia non poteva mancare l’intensa lirica di oggi, scritta da Antonia Pozzi nel 1929, per accompagnare la quale ho scelto uno scatto artistico molto adeguato e gentilmente concesso, L’amore rubato…muore… della talentuosa fotografa tarantina Rosa Colacoci.

Antonia Pozzi nasce a Milano nel 1912 e cresce in un ambiente colto e raffinato poiché figlia di un importante avvocato e della contessa Sangiuliani, pronipote di Tommaso Grossi. Sarà Pasturo (Lecco) dove la famiglia acquista nel 1917 una casa settecentesca, a rappresentare il luogo cardine, come disse Anceschi, della sua «geografia lirica».  Nel 1927 presso il liceo Manzoni conosce e resta affascinata dal suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi, dalla sua moralità ed eccezionale cultura e con il quale scopre di avere molte affinità: l’amore per l’arte, per la poesia, per la letteratura, per il bello. L’amore sarà intenso ma tragico e impossibile perché ostacolato dalla famiglia di lei tanto che Cervi interromperà bruscamente la relazione nel 1933.

Nel 1930 si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’ateneo milanese e vi si laurea nel 1935; in questi anni conosce i fratelli Treves, Vittorio Sereni, Maria Corti, Alberto Mondadori, Mario Monicelli. La disponibilità economica le permette di avere i migliori testi della letteratura europea e americana, perfino quelli proibiti dal fascismo. Avverte con angoscia il difficile clima italiano ed europeo dei suoi anni; le leggi razziali del 1938 infatti colpiscono e costringono all’esilio alcuni tra i suoi amici più cari. Durante gli anni del liceo e dell’università sembra condurre una vita normale per una giovane di rango alto-borghese come lei. Viaggia all’estero, si dedica alla poesia, alla musica, alla scultura e alla fotografia: è affascinata dalla natura, dalla montagna dove compie numerose escursioni e scalate e cerca di cogliere con l’obiettivo, il sentimento nascosto di persone e cose. I suoi scritti con le loro doti di linearità e chiarezza appaiono quasi poesie per immagini, rappresentano infatti la sua capacità di fotografare il reale, di fissarlo in istantanee capaci di cogliere il senso nascosto delle cose. Nel 1937 la Pozzi comincia a insegnare materie letterarie presso un istituto tecnico di Milano, nel tentativo di emanciparsi dai genitori. Durante l’estate del 1938, a Pasturo si dedica a traduzioni e a primi tentativi in prosa tanto da progettare la stesura di un romanzo. La normalità però è solo apparenza, la Pozzi vive un costante dramma esistenziale che nessuna attività riesce a placare. Così il 2 dicembre del 1938 saluta i suoi studenti e dopo aver raggiunto in bicicletta l’abbazia di Chiaravalle, ingerisce una massiccia dose di barbiturici e si stende, nuda, su un prato della campagna intorno a Milano. La famiglia negò il suicidio e attribuì la sua morte a polmonite; il padre manipolò anche le sue poesie e i suoi scritti, fino ad allora inediti. La lirica Canto della mia nudità tratta il tema della nudità fisica e psicologica; l’offerta di sé, nuda e totale, sembra restare priva di risposta, sarà accolta infatti solo dalla morte. Questo scriveva infatti la Pozzi a proposito della sua volontà di donarsi. “Il mio disordine. E’ in questo: che ogni cosa per me è una ferita attraverso cui la mia personalità vorrebbe sgorgare per donarsi. Ma donarsi è un atto di vita che implica una realtà effettiva al di là di noi e invece ogni cosa che mi chiama ha realtà soltanto attraverso i miei occhi e, cercando di uscire da me, di risolvere in quella i miei limiti, me la trovo davanti diversa e ostile. […] Donarsi è abdicare alla propria personalità.
L’autrice si presenta dalla capigliatura fino ai piedi come caratterizzata da una magrezza acerba, in una guaina di color avorio da cui non traspare il sangue, pallida come se il sangue non vi scorresse. Solo in mezzo al petto appare un palpito azzurrino. Ginocchia, caviglie e giunture sono scarne ma salde come quelle di un purosangue. L’altro tema che emerge nella chiusa è quello della solitudine: un giorno si inarcherà se troverà l’amore e un altro resterà nuda e sola, sotto troppa terra, quando la morte l’avrà chiamata. In questa lirica oltre alla disperata rassegnazione emerge la potenza dell’aggettivazione usata, quella riferita ad aspetti fisici di se stessa e di parti del corpo (nuda, snella, acerba, pallida, languido, incavato, incerta, scarne, salde) e quella riferita ad aspetti più psicologici da cui traspare inquietudine, tensione, languore, solitudine. Come è avvenuto a molte altre scrittrici, il suo talento non fu sostenuto e valorizzato; la Pozzi infatti è stata riscoperta solo da pochi anni. Anche il fatto di nascere nell’alta borghesia milanese da una parte le ha permesso di studiare e di viaggiare ma le ha impedito di amare chi e come avrebbe voluto. Anche gli idilli successivi mai pienamente vissuti furono causa di amarezze e delusioni, sia quello con Remo Cantoni che quello con Dino Formaggio. Infine pare evidente che la spinta al suicidio si nasconda proprio nei suoi versi: «Per troppa vita che ho nel sangue tremo nel vasto inverno…». Così è stato.

Deborah Mega

Canto presente 17: Sebastiano Patanè Ferro

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Sebastiano A. Patanè Ferro

l’amore al tempo delle scimmie
la storia poetica

ha un rumore di fondo l’amore
come l’acqua che bolle
come un piccolo vento senza mani
albero chino a guardarsi le radici

false (carta da gioco)

una spiaggia piena d’orme sovrapposte
con una musa in centro e tante sedie a lato
come in una festa dove la tristezza vera
prende altre forme fino a diventare stella

falsa (approssimato viversi)

che sarà mai un minimo fossato
se a saltarlo poi ci rimetti il cavallino
che sarà mai l’ascendere di braccia
sulla negazione delle cento lire

false (caduta delle allodole)

ripetiamoci quel buio che tanto sana gli occhi
ché per l’incontro il tempo trova i luoghi
anche un comodino diventa poi percorso
per sperperare gli ultimi dettagli
falsi (due braccia d’acqua e sale senza niente intorno)

al tempo delle scimmie non c’erano i diamanti
che diluivano ogni malavoglia, forse un osso
o un salto sulle cime chissà, la traccia
di un ti amo monosillabo allungato huuug

vero (come il vento come il tuono?)

cenno distinguibile dal sonno
per ovvia natura che s’avanza e prende
senza ricorsi a lampade geniali da web cam
o sessuologhe 24enni modello “iosottutto”

(il falso prende il sopravvento e diventa giorno
il vero finge…)
*
vorrei spostare le parole verso l’illusione
dove gli accenti non hanno significato
dove chi sente non occorre che capisca
e chi capisce ne confonda il senso

dove l’àncora può diventare ancóra
con i ripensamenti tra un si e l’altro
e i giochi abbiano l’odore di Wall Street

spiegare cosa c’è in fondo al cuore
non serve perché un cuore è solo
una cavità piena di niente dove non cresce
un accidenti di niente e niente vive

il cuore è un morto che batte
è una crisi continua, ha solo una finestra
verso il basso proprio nel suo fondo
e non ha testa e neanche un piede

tutto il resto è carne che vibra a 8 Hz
nel silenzio del guardarsi anche con amore
dove non c’è posto per le smagliature
che ogni giorno deformano la vita
*
[rientra
il becchino
dal dorso
scarlatto
rientra
la preda
rientra
la luna
paura
negli occhi
di hugh
paura
scarlatta
decisa la mossa
scappare
dall’era
trovarsi
in teatro
l’abbraccio vestito
trovarsi
d’amore
… nel tempo
bambino]

vogliamo spezzare la brezza che investe
vogliamo sperare che possa cambiare
restiamo scimmiette lungo il viale
restiamo
*
c’era un campo dove spesso
atterrava un piccolo airone
che poi rimaneva immobile
come aspettasse qualcosa

più in là verso il sole un viso
coi colori della passione
a ridosso del cuore
proprio sotto il carrubo

l’airone fissava un vuoto
ma sentiva la radice sotto i piedi
il viso cercava nei dintorni
forse una strada o forse

un Piero Angela che le dicesse
della grandezza del tempo
un figlio una doccia il pane
oltre l’albero e un amore

che non capiva
*
a volte era spiaggia porosa fragile
che si consumava nell’abbraccio
della risacca senza affetti
altre montagna e stabiliva il senso
dell’unione, quella che faceva la forza
quella predefinita dai geni cosmici

il fuoco il gelo con le loro curiose creste
non intimorivano le ampie distese degli occhi
ma quella cosa dentro il petto che andava giù
fino al ventre, alle gambe e che poi si perdeva
nella confusione delle mani, quella cosa la spaventava
più delle belve che giorno e notte le sostavano accanto

latenti interminabili subdole che la vedevano cibo
e mai potente motore della vita e non capiva perché
dallo specchio del lago trasparivano sempre
volti diversi, mai uguali
sempre diversi
mai uguali
mai
*
è stato un momento s’è girata
e qualcosa l’ha portata via
non ho visto gli occhi allontanarsi
è sparita come ripresa dal sogno

[ricordo la sensazione di fresco quando oziavo sotto l’albero
comunque attento ai predatori
quando la mia compagna allattava i due cuccioli
altri amici -non li ho più rivisti- stavano nelle vicinanze…]

solo ricordi, sempre meno chiari
in quell’eterno tempo che ci divise
secoli di strade differenti, di memorie
millenni d’amore chiuso in bolle fragili

[tu eri madre innanzitutto con gli occhi socchiusi
mentre i piccoli ti giocavano addosso
ed eri bella con tutti quei peli… sotto l’acacia]

poi, e crollò il muro, eccola bella come allora
e ci riconoscemmo e ci amammo

e abbattemmo il tempo con un solo guardarsi
che sapeva di sempre

quanto universo
in quelle piccole mani
e quanto dare

(L’amore al tempo delle scimmie, Poemetti collezione, Catania 2015)

Prisma lirico 1: Filippo Parodi – Gianluca Di Pasquale

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Nell’ambito della rubrica Prisma lirico, oggi presentiamo le poesie di Filippo Parodi, i dipinti di Gianluca Di Pasquale. In calce una breve biografia degli autori.

FELCE 40x50 cm olio su tela anno 2014

FELCE, 40×50 cm, olio su tela, anno 2014

Commosso

Ridere velluto sulle costruite cime,
pur sempre il vuoto addosso, ma
carezze senza indagine

nuotando poi l’allarme
in luce stretta che raduna
chiamarsi: ecco un riverbero
di flebile o magnifico.

LAGO 130x200 cm olio su tela anno 2007

LAGO, 130×200 cm, olio su tela, anno 2007

I cigni

Dopo tutto questo tempo
ho sfiorato la tua via
ch’era stata anche la mia,

truccavamo i possessivi in
quell’insolita assonanza
dalle così brevi vene
mentre il mondo si piegava al
nostro
specchio sotto gli alberi.

BOSCO GIALLO 120x180 cm olio su tela anno 2012-2013

BOSCO GIALLO, 120×180 cm, olio su tela, anno 2012-2013

testi di Filippo Parodi

Filippo Parodi nasce a Genova nel 1978. Nel 1986 si trasferisce a Milano, dove tutt’ora vive. Si laurea in Filosofia Estetica nel 2003, con una tesi sul verosimile e il meraviglioso nella poesia. A partire dal 2007 pubblica i suoi primi testi su The End e sulla rivista internazionale di poesia e ricerche Zeta. Nel 2012 vince un concorso indetto dalla casa editrice Gorilla Sapiens ed esce un suo racconto nell’antologia Urban Noise. Sempre per Gorilla Sapiens, alla fine del 2013, pubblica il primo libro La testa aspra. In seguito scrive racconti per Verde Rivista e Ultrafilosofia. Nel Novembre 2014, insieme a Massimo Bacigalupo, Peter Carravetta e ad altri studiosi, viene invitato a partecipare al convegno Terribile la parola: i filosofi sono succubi del problema-parola, tenutosi al Palazzo Ducale di Genova, per celebrare i quarant’anni di pensiero e scritture del poeta-filosofo Raffaele Perrotta. Nel 2016 vengono inseriti su The Livingstone alcuni suoi componimenti. Nel 2017 pubblica poesie su Il Foglio Clandestino. Attualmente sta lavorando al secondo libro, la cui uscita è prevista nei prossimi mesi.

dipinti di Gianluca Di Pasquale

Gianluca Di Pasquale (Roma – 1971)

Vive e lavora a Milano.

http://www.gianlucadipasquale.com/

1° maggio con Thomas Stearns Eliot

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Gustave-Caillebotte-Giovane-uomo-alla-finestra-1875

Nessuno ci ha offerto un lavoro
Con le mani in tasca
E il viso basso
Stiamo in piedi all’aperto
E tremiamo nelle stanze senza fuoco.
Solo il vento si muove
Sui campi vuoti, incolti
Dove l’aratro è inerte, messo di traverso
Al solco. In questa terra
Ci sarà una sigaretta per due uomini,
Per due donne soltanto mezza pinta
Di birra amara. In questa terra
Nessuno ci ha offerto un lavoro.
La nostra vita non è bene accetta, la nostra morte
Non è citata dal “Times”

Thomas Stearns Eliot

POESIA SABBATICA : Non sia mai ch’io ponga impedimenti

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Sonetto 116

Non sia mai ch’io ponga impedimenti
all’unione di anime fedeli; Amore non è Amore
se muta quando scopre un mutamento
o tende a svanire quando l’altro s’allontana.
Oh no! Amore è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;
è la stella-guida di ogni sperduta barca,
il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza.
Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote
dovran cadere sotto la sua curva lama;
Amore non muta in poche ore o settimane,
ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio:
se questo è errore e mi sarà provato,
io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.

William Shakespeare

NOTA CRITICA su “Ornitografie” di Pier Franco Uliana

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Carel Fabritius, Il cardellino, 1654
olio su tavola, cm 33,5 x 22,8
L’Aia, Gabinetto reale di pitture Mauritshuis
acquisito nel 1896

“Sembra esserci nell’uomo, come nell’uccello, un bisogno di migrazione, una vitale necessità di sentirsi altrove”.
(Marguerite Yourcenar)

Ornitografie di Pier Franco Uliana, selezionato ed edito da Arcipelago Itaca nel 2016, come opera vincitrice nell’omonimo concorso letterario, si presenta nell’intenzione dell’autore come “una breve orazione civile in versi”. Appare quasi un poemetto didascalico in alcuni tratti, etico-moralistico in altri. Il titolo, analizzando l’etimo greco ornis = uccello e graphe = descrizione, fa riferimento alla descrizione della natura degli uccelli. Da sempre gli uccelli, parte integrante del mondo vivente, sono state creature predilette dall’uomo. Chi ama la natura si trova frequentemente ad osservarla dunque non c’è da stupirsi che degli uccelli, se ne vogliano conoscere il nome, le abitudini di vita, scoprire di cosa si nutrano, che forma diano al loro nido, oppure li si voglia identificare dal canto o dalla tipologia del loro volo, dalla direzione, dal tipo di versi emessi. Perfino il cuneiforme lasciato sul davanzale innevato, scrive Uliana, è “tutto da decrittare” come se fosse un linguaggio misterioso. Ripercorrendo la storia della letteratura, fin dall’antichità, diversi sono stati gli autori che, come Uliana, hanno subìto il fascino degli uccelli, per due validi motivi: uno precluso a noi umani, il volo, l’altro che invece ad essi ci accomuna, il canto. Da Catullo a Neruda, da Ariosto a Leopardi, da Marino a Leopardi, fino ad arrivare a Pascoli, Saba, Luzi, molti autori hanno dedicato versi e pensieri ai pennuti: Ariosto nell’episodio dedicato alla pazzia di Orlando ne L’Orlando furioso, ricorre a due similitudini che traggono ispirazione da pratiche venatorie molto diffuse all’epoca. Saba nella raccolta Quasi un racconto descrive la vita dei suoi canarini durante un’intera estate e ad essi ha dedicato molte poesie, alcuni articoli e dei testi in prosa; il suo analista gli aveva suggerito di scrivere per superare la ricorrente depressione e la sua stessa moglie Lina, definita la giovane bianca pollastra, aveva ispirato molti suoi versi. Uliana rievoca Saba di Ritratto della mia bambina nei due testi dedicati alla madre e al padre, e in Segno di verso, afferma che da lui ha ereditato la voglia migratoria, dalla madre il volo ciarliero. Attraverso un ampio percorso fatto di echi, reminiscenze e metafore che fanno riferimento alla letteratura e alla mitologia, si rappresenta, in tutte le declinazioni, l’universo ricco e variegato degli uccelli. Si tratta di un percorso poetico di meditazione e di ricerca interiore che, attraverso lo sviluppo di un solo tema, conduce a diverse massime esistenziali, ad implicazioni filosofiche valide per tutti. E ci si ritrova fortemente con il poeta, di citazione in citazione, sempre velata o solo sottintesa, e di volo pindarico in volo pindarico, l’autore sembra ammiccare al lettore intessendo a mo’ di uccello un nido di associazioni di idee e reminiscenze classiche. Così avviene per Mercurio che indossa calzari alati o per la descrizione della città, labirinto con tanto di muggito, immerso nella nebbia, da cui si desidera volarsene via come Icaro perché Arianna ha solo un filo di voce e la cera rimasta non è sufficiente per costruire ali adatte al volo. Gli uccelli sono accomunati anche a certi uomini che subiscono prima la cattura, poi il carcere delle gabbie in sagre di paese parato a festa e poi la deportazione fino alla spiumatura e ai fornelli mentre i loro compagni, tordi o uomini che siano, stanno a guardare indifferenti o impotenti. Ci sono anche uomini che,  guadagnatisi un posto al sole, dormono sotto l’ala della vanità. Per trovare lavoro e aumentare profitto e capitale, gli uomini da esseri stanziali sono costretti alle migrazioni e, in questo, si seguono i suggerimenti degli àuguri e degli aruspici, che un tempo interpretavano il volere degli dei osservando il volo degli uccelli e la direzione del loro volo oppure il futuro dalle viscere degli uccelli mentre oggi praticano la loro arte divinatoria interpretando attraverso la rete mondiale, la ragna virtuale, percentuali, diagrammi e altri segni.

Ci sono anche pennuti che hanno un destino poetico, scrive Uliana, come quello catturato dall’equipaggio di una nave e qui allude all’albatro di Baudelaire, il parigino astuto. Il ricordo di Aristofane e di Nubicuculia, città ideale, suggerisce al poeta la convinzione che la necropoli degli uccelli si trovi nel cielo, a metà strada tra gli dei e gli uomini. Il ricordo del passero solitario invece suggerisce l’accostamento a colui che lo superò nel canto, del resto una delle Operette morali di Leopardi è intitolata proprio Elogio degli uccelli, gli animali più felici perché manifestano la loro serenità con un canto allegro, capace di trasmettere benessere e positività agli uomini. Nel corso del discorso poetico sono anche citate opere musicali intitolate a uccelli celebri come quello di fuoco di Stravinskij o Il Pipistrello di Strauss. L’altra citazione famosa è quella del “folle volo”, a cui è paragonata la dipartita di ragazzi adolescenti il sabato sera i quali, purtroppo a causa dell’ectasy,  non fanno ritorno, proprio come l’Ulisse dantesco; allo stesso modo ricordano la Commedia la candida rosa o il tema delle ali dell’aquila e ancora la citazione tratta dal Purgatorio di “chi dietro a li uccellin sua vita perde“. Di ragazzi che colpiscono gli uccelli con le fionde non ce ne sono più, presi come sono dalle sofisticate trappole di internet e dalla voliera globale. Il pensiero di Uliana va anche ai polli allevati in batteria, ingrassati  con OGM senza uno straccio di cielo. Lo stesso paesaggio non è più quello rappresentato dai poeti veneti ma appare “a brandelli, senza siepi / né alberi, senza speranza di uccelli”.  Gli uccelli rappresentano la libertà ma le trappole e le gabbie in cui spesso sono imprigionati molti di loro, di contro rappresentano la perdita della libertà. Cos’è del resto il volo poetico se non un “Andare per uccelli con le reti / retoriche tese di foglio in foglio, / tessere la sintassi dell’imbroglio /non badando ai venatori divieti”? Da notare la corrispondenza tra la ricerca libera intesa come caccia e la sperimentazione poetica, laddove i divieti venatori corrispondano a regole metriche. Dal punto di vista metrico-formale molto spesso l’autore compone quartine di endecasillabi o settenari, che a volte rispettano lo schema della rima incrociata ABBA, altre della rima baciata o di quella alternata. Con grande efficacia e sapiente abilità nell’uso di registri diversi, utilizza metafore, assonanze, allitterazioni, enjambement, rappresenta la società contemporanea e a seconda dei temi trattati e del tono, ora lirico ora più ironico e disincantato, introduce temi di impegno civile. Sono presenti anche diverse prose poetiche sempre interessanti e originali, a metà strada tra la liricità e il sarcasmo che vanno al di fuori di ogni moda letteraria in un articolarsi ipercolto, date le ricorrenti citazioni, dal significativo valore meditativo e filosofico. Alla luce di quanto affermato se ne consiglia vivamente la lettura perché Ornitografie è testo degno di nota, dalla cui lettura se ne esce arricchiti e piacevolmente colpiti.

Deborah Mega

Prisma lirico: intro

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Optical-dispersion

Foto da wikipedia: prisma ottico

Oggi anticipo l’avvio di una nuova rubrica nella quale la parola sposa l’immagine, si coniugano l’arte verbale e l’arte visuale. La rubrica prende il nome di “Prisma lirico”. I post di “Prisma lirico” si alterneranno senza alcuna regolarità ai mercoledì di “Forma alchemica”. Nell’ambito di questa rubrica proporrò componimenti scritti (poesie, racconti, stralci di romanzi ecc..) e immagini (fotografie, dipinti, opere d’arte ecc.)

Parole e immagini sono un connubio affascinante, per quanto avere sotto gli occhi soltanto il testo dà risalto alla parola. La lettura di un racconto o di una poesia infatti già apre nella mente del lettore scenari immaginari che intercettano l’esperienza del lettore, sprigionando tutto il potere suggestivo dello scritto per scelta dei vocaboli usati, per la loro concatenazione, a seconda del ritmo e delle pause della scrittura, oltre che per il significato di ogni lemma, ogni frase, periodo e componimento complessivo.

Similmente un’immagine, sia essa un dipinto, una fotografia,  un disegno, quando stia a sé instaura già per se stessa un dialogo con l’osservatore, provocandone una risposta emozionale e suggestiva non molto diversa dalla “risposta” provocata dalle parole, con in più l’immediatezza del messaggio. L’immagine infatti, ancora più di quanto faccia la poesia, va subito al cuore del pensiero evocato, è sufficiente uno sguardo ad un’immagine e già è stata catturata l’attenzione, l’interesse, quando invece la parola ha bisogno di più tempo, occorre che gli occhi scorrano sul foglio e che la mente si apra alla concatenazione logica delle espressioni per coglierne il senso, il messaggio.

Proporre l’immagine insieme al testo è un’operazione diversa da proporli assoluti l’uno dall’altro, quando si associano si stanno intersecando tra loro diverse arti espressive. Il che illumina parola ed immagini ad un più ampio senso oppure consente di modificarlo, definirlo, leggerne uno completamente diverso, specie quando il pensiero sia stato manifestato in modo indiretto, sfumato oscuro. L’immagine verso la parola e viceversa la parola unita all’immagine, possono trasformare un trobar clus nel suo opposto, in ogni caso lo moltiplicano nella ricchezza sensitiva: occhi-mente-cuore.  Nello stesso tempo, consentono all’opera, alle opere,  un percorso mentale nel cervello recettivo, un flusso comunicativo che scorre altrimenti da una visione indipendente e assoluta, si muove cioè in un alveo che forse altrimenti, cioè senza questo connubio, non avrebbe avuto sviluppo e ancora meno vita.

Per questa nuova rubrica ho scelto il titolo di “Prisma lirico”. L’arte visuale infatti si manifesta grazie alla luce, che rivela il colore e la forma. Colore e forma sono per l’arte visuale quello che le parole sono per la scrittura e la comunicazione verbale. La radice, l’essenziale, gli elementi necessari che permettono la costruzione. La parola “Prisma” intende riferirsi al prima ottico, lo strumento che consente di dividere un fascio di luce nei suoi componenti spettrali, gli stessi che possiamo ammirare nel cielo dopo un temporale nell’arcobaleno, fungendo le goccioline d’acqua, ancora sospese nell’aria dopo la pioggia, come innumerevoli prismi che rifrangono la luce.

L’aggettivo “lirico” invece ha la sua radice etimologica nella parola lira, lo strumento musicale che nell’antichità accompagnava  i componimenti poetici o le narrazioni degli aedi, i cantori professionisti dell’antica grecia che nel 600, 700 a. C., si tramandavano mnemonicamente le gesta epiche degli eroi, le guerre, gli uomini, gli dei e le raccontavano agli uditori. Così sono nate Iliade ed Odissea. Per saper cantare e suonare divinamente la lira, il nome di Orfeo è stato tramandato come il più grande poeta dell’antichità. Un mito immortale, giunto fino ai nostri giorni.

Successivamente l’aggettivo lirico è stato riferito estensivamente agli scritti letterari che sono espressione di sensibilità. L’aggettivo vuole essere quindi un riferimento all’utilizzo delle parole per creare emozione, comunicazione, trasmettere messaggi di interiorità, cosa che avviene con la poesia, certo, ma nondimeno si può riscontrare in grado elevato in belle pagine di racconti o romanzi.

L’insieme del titolo della rubrica vorrebbe suggerire l’idea che l’immagine, coi colori e le forme, la parole in forma letteraria, con le suggestioni e la fantasia, scompongono e ricompongono l’illuminazione mentale che è l’espressione artistica, l’unica luce, insieme all’amore ( o se preferite alla carità o alla bontà) nel mare di oscurità che ci avvolge

Loredana Semantica

Incipit 7 : Casa di bambola

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by Alisa Filippova

ATTO PRIMO.

Stanza accogliente e di buon gusto, ma senza lusso. Nel fondo, la porta di destra dà sull’ingresso, quella di sinistra sullo studio di Helmer. Tra le due porte un piano. Altra porta al centro della parete di sinistra, e, più in avanti, una finestra. Accanto alla finestra un tavolo rotondo, poltrone e un piccolo sofà. Sulla parete di destra, un po’ indietro, una porta, e sulla stessa parete, più verso il proscenio, una stufa di maiolica con davanti poltrone e una sedia a dondolo. Tra la stufa e la porta un tavolinetto. Alle pareti acqueforti. Scaffale con porcellane e altri soprammobili artistici, piccola libreria con volumi finemente rilegati. Tappeto. La stufa è accesa: è una giornata d’inverno. Si sente suonare e, poco dopo, aprire la porta di ingresso. Nora entra allegra, canterellando: è in tenuta da passeggio e ha in mano una quantità di pacchetti che appoggia sul tavolo di destra. Dalla porta rimasta aperta si vede un fattorino con un albero di Natale e un cesto, che consegna alla cameriera che ha aperto la porta.

 

NORA. Nascondi bene l’albero di Natale, Helene. Mi raccomando che i bambini non lo vedano prima di stasera, quando sarà pronto. (Rivolta al fattorino, con il portamonete in mano) Quanto?

FATTORINO. Mezza corona.

NORA. Ecco una corona. No, tenete pure il resto. (Il fattorino se ne va ringraziando. Nora chiude la porta. Continua a sorridere soddisfatta mentre si toglie il mantello).

NORA (tira fuori di tasca un sacchetto di pasticcini di mandorle e comincia a mangiarli, poi si avvicina pian piano alla porta dello studio del marito e si mette in ascolto). Sì che è a casa! (Ricomincia a cantarellare avvicinandosi al tavolino di destra).

HELMER (dal suo studio). E’ la mia allodola che gorgheggia lì fuori?

NORA (occupata ad aprire i suoi pacchetti. Sì che è lei!

HELMER. E’ il mio scoiattolo che sta frugando di là?

NORA. Sì!

HELMER. E quando è tornato a casa lo scoiattolo?

NORA. In questo momento. (si ficca in tasca il cartoccio e si pulisce la bocca). Vieni qua Torvald, vieni a vedere che cosa ho comprato.

HELMER. Non disturbarmi! (dopo un po’ apre la porta e dà un’occhiata, con in mano la penna). Hai detto comprato? Tutta quella roba? La mia testolina matta è uscita e ha di nuovo buttato via un sacco di soldi?

NORA. Ma certo Torvald, quest’anno non dobbiamo badare a spese. É il primo Natale che non c’è bisogno di fare economia.

HELMER. Devi però sapere che di denaro da sprecare non ne abbiamo.

NORA. Ma sì Torvald, qualche spreco possiamo pure permettercelo. Non è vero? Solo un pochino. Adesso ti daranno un bello stipendio e guadagnerai un sacco di soldi.

HELMER. Sì, dal primo gennaio, ma prima di averlo passeranno tre mesi.

NORA. Bah, fino allora potremo ben prendere a prestito.

HELMER. (le si avvicina e la prende scherzosamente per un orecchio). Torna dunque a farsi viva la tua leggerezza? Mettiamo che oggi io prenda mille corone a prestito, che tu le butti via tutte nella settimana di Natale e che l’ultimo dell’anno mi caschi una tegola in testa e io rimanga morto stecchito…

NORA. Gli mette una mano sulla bocca. Vergognati, non fare dei così brutti discorsi!

HELMER. Già, ma posto che le cose andassero così, tu cosa faresti?

NORA. Se le cose andassero proprio così male, sarebbe lo stesso che io avessi del denaro o no.

HELMER. Già, ma i miei creditori?

NORA. Quelli? E chi se ne occupa? Quelli sono degli estranei!

HELMER. Nora, Nora, sei proprio una donna! No, sul serio, tu sai bene come la penso a questo proposito. Nessun debito. Mai prendere a prestito. Fondarsi sui debiti, sui prestiti, pregiudica la libertà, e quindi anche la bellezza di una famiglia. Noi due siamo riusciti a resistere coraggiosamente fino a oggi e resisteremo ancora per il breve tempo che rimane.

NORA (avvicinandosi alla stufa). Sì, sì, come vuoi, Torvald.

HELMER (andandole dietro). Su, su, la mia piccola allodola non deve perdersi d’animo. Che cosa? Adesso lo scoiattolo tiene il muso? (Tira fuori il portafoglio). Sai che cosa ho qui, Nora?

NORA (voltandosi rapidamente). Denaro!

HELMER. Ecco! (Tira fuori qualche biglietto di banca). Dio mio, so bene che ci vogliono tante cose in una casa sotto Natale.

NORA (conta). Dieci… venti… trenta… quaranta. Grazie, grazie Torvald, ora ne avrò per un pezzo.

HELMER. Lo credo bene.

NORA. Sì, sì, stai tranquillo. Ma adesso vieni, che ti farò vedere tutto quel che ho comprato. E ho speso tanto poco! Guarda, ecco dei vestitini nuovi per Ivar… e anche una sciabola. Ecco un cavallo e una trombetta per Bob. Ed ecco una bambola con il suo lettino per Emmy; è roba da poco, ma tanto lei la fa subito in pezzi lo stesso. Ecco dei tagli d’abito e dei fazzoletti per le donne: la vecchia Anne-Marie veramente dovrebbe avere molto di più.

HELMER. E in quel pacchetto lì cosa c’è ?

NORA (con un grido). No, Torvald, quello non devi vederlo prima di stasera!

HELMER. E va bene. Ma dimmi un po’, piccola scialacquatrice, per te che cosa hai pensato di prendere?

NORA. Bah, per me? Per me non importa.

HELMER. Ma sì che importa. Dimmi qualcosa di ragionevole che ti farebbe piacere avere.

NORA. No, non saprei proprio. Ma sì invece, senti, Torvald…

HELMER. Ebbene?

NORA (si mette a giocherellare con i bottoni del marito, senza guardarlo in faccia). Se vuoi darmi qualcosa, potresti allora… potresti…

HELMER. Su, su, avanti!

NORA (rapida). Potresti darmi del denaro, Torvald. Giusto quel tanto di cui pensi di poter fare a meno, così uno di questi giorni potrò comperarci qualche cosa.

HELMER. Ma, Nora…

NORA. Sì invece, fallo, caro Torvald, te ne prego. Così potrò attaccare i denari all’albero, avvolti in una bella carta dorata. Non sarebbe carino?

HELMER. Come si chiamano quelli che buttano sempre via il denaro?

NORA. Sì, sono teste matte, lo so benissimo. Ma facciamo come dico io Torvald, così avrò tempo di pensare a quel che mi serve di più. Non è una cosa molto ragionevole? Che dici?

HELMER. (sorridendo). Ma certo, o meglio, lo sarebbe se tu fossi veramente capace di conservare i soldi, e di comprarci davvero qualcosa per te. Ma così finiresti per comperare tante e poi tante cose inutili per la casa, e io dovrei poi aprire un’altra volta il borsellino.

NORA. Ma Torvald…

HELMER. Non mi si può dar torto, piccola, cara Nora. (Le mette un braccio attorno alla vita). La mia testolina matta è graziosa, ma ha bisogno di un sacco di denaro. È incredibile quanti soldi ci vogliono per un uccellino così.

NORA. Vergogna! Come puoi dire una cosa del genere? Io faccio proprio tutto quello che posso per risparmiare.

HELMER (ridendo). Hai detto la verità. Tutto quello che puoi. Ma tu non puoi un bel niente.

NORA. (canticchia, sorridendo soddisfatta). Ehm, se tu sapessi quante spese abbiamo noi allodole e noi scoiattoli, Torvald.

 [continua…]

Casa di bambola, Henrik Ibsen

 

Casa di bambola (Et dukkehjem) è un testo teatrale scritto da Henrik Ibsen nel 1879 durante un soggiorno ad Amalfi e rappresentato la prima volta il 21 dicembre dello stesso anno a Copenaghen. E’ la sua opera più rappresentata e conosciuta, uno dei più significativi esempi di dramma borghese, tipologia testuale che sarà trattata anche da Cechov e da Pirandello. Si tratta di una pungente critica ai tradizionali ruoli dell’uomo e della donna nell’ambito del matrimonio durante l’epoca vittoriana.

Il personaggio di Nora, protagonista dell’opera, fu ispirato da Laura Kieler, scrittrice e amica di Ibsen, protagonista di un celebre scandalo dell’epoca. Fin dalle prime battute del dramma, la protagonista femminile si comporta come una bambina capricciosa che gioca e si diverte tutto il giorno, in realtà è una madre di famiglia, incapace però di risparmiare e di fare sacrifici. Nora è ricattata da Krogstad a causa di un prestito illecito che lei ha contratto, falsificando la firma del padre, per salvare la vita di suo marito permettendogli di trascorrere un lungo soggiorno in una regione climaticamente favorevole, adatta a curare la sua malattia. Quando suo marito Torvald scopre il fatto, viene assalito dall’ansia e dal tormento di perdere la propria reputazione dimostrando tutta la sua mediocrità e il suo egoismo. Il contesto sociale in cui i personaggi sono inseriti è dominato infatti dal denaro, dall’apparenza, dall’ipocrisia, così, in preda alla disperazione, l’uomo dice a Nora che allontanerà dalla cura dei suoi figli, quella che ora egli considera un’indegna moglie, senza riconoscere che il gesto, anche se sconveniente, era stato dettato dall’amore per lui. L’unica confortante presenza umana è quella di un’anziana governante, tutrice di Nora, che semina antiche sentenze popolari mentre il matrimonio apparentemente perfetto di Nora va in frantumi. Grazie all’intervento di un’amica di Nora, che dichiara a Krogstad di volersi sposare con lui, il ricatto che minacciava la famiglia della protagonista viene annullato. Torvald, appena appresa la felice notizia, immediatamente perdona sua moglie. Per Nora, però, la vita non può ritornare ad essere quella di prima. Le sue illusioni  sono state tradite e le sue certezze infrante. Capisce che suo marito non era in realtà la nobile creatura che lei credeva che fosse e che il suo ruolo in quel matrimonio, durato otto anni, è stato quello di una semplice e bella marionetta costretta a vivere in una casa di bambola. Acquistata consapevolezza, decide di abbandonare suo marito in cerca della sua vera identità, comprende infatti che le sue convinzioni non sono proprio le sue ma piuttosto quelle della società in cui vive, del padre, del marito. Nel corso del dialogo con Torvald, Nora sostiene che la sua disaffezione è provocata dalla consapevolezza che l’attesa del mancato prodigio è stata inutile, il dialogo inoltre sottolinea la difficoltà di comprendere le rispettive esigenze. Per i vittoriani il legame del matrimonio era considerato sacrosanto e l’abbandono del marito da parte della moglie era inconcepibile.Alla sua uscita, il dramma di Ibsen suscitò scandalo e polemica essendo stato interpretato come esempio di femminismo estremo. Ibsen addirittura fu costretto a cambiare finale all’opera nella sua rappresentazione tedesca, poiché l’attrice protagonista si rifiutò di interpretare la parte di Nora se non ci fossero stati degli aggiustamenti.

La vicenda non è soltanto una polemica sulla condizione femminile del XIX secolo, ma rappresenta anche una testimonianza dell’insopprimibile anelito alla libertà anche se l’autore dichiarò di non aver voluto scrivere un dramma femminista.

Benedetto Croce scrisse che il problema morale in Casa di bambola era destinato a rimanere privo di soluzione: «Chi ha ragione in Casa di bambola? – scrive il critico – Il marito? Ma è un egoista. La moglie? Ma non ha senso morale. Chi ha torto? Il marito? Ma è rispettoso della legge e dell’onore. La moglie? Ma ha voluto salvare il marito dalla malattia e dalla morte… E non è maraviglia che questi problemi insolubili dessero popolarità a quei drammi, e che vi s’interessassero particolarmente i poco critici cervelli femminili, e i meno critici tra essi, quelli delle femministe, e presto li rendessero, col loro psicologico e moralizzante o amoralizzante discettare, uggiosi e odiosi a segno che alcune famiglie scandinave s’indussero (l’aneddoto è noto), nell’inviare inviti per le loro serate, ad aggiungere a pié del cartoncino la raccomandazione: “Si prega di non discutere di Casa di bambola”. Eviterò il mio commento al giudizio di Croce, qui riportato solo per documentare la posizione di un critico del Novecento.

La struttura drammatica di Casa di bambola si sviluppa in tre giorni, dalla vigilia di Natale a Santo Stefano, corrispondenti ai tre atti e rispetta l’unità di luogo, perché la scena è fissa e l’azione si svolge tutta in casa Helmer. Il discorso si articola in dialoghi scarni e realistici. Le didascalie in corsivo forniscono indicazioni sui gesti e le azioni dei personaggi. Ibsen dice, in definitiva, che amore e pietas non sono infiniti: anche Nora scopre in un attimo che il sogno meraviglioso, non era reale. Così, di fronte alla paralisi di desideri, ambizioni, sentimenti è necessario sfidare le convenzioni sociali per perseguire la realizzazione di sé che è il fine ultimo di ognuno.

Deborah Mega

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Il perbenismo non è tipico solo della società inglese di fine Ottocento, è tangibile anche nella società piemontese degli stessi anni, come è possibile notare leggendo il brano che segue, tratto da L’Avanti del 22 marzo 1917 dopo la rappresentazione di Casa di bambola al Teatro Carignano di Torino e firmato da Antonio Gramsci.

La morale e il costume

Emma Gramatica, per la sua serata d’onore, ha fatto rivivere, dinanzi a un pubblico affollatissimo di cavalieri e di dame, Nora della Casa di bambola, di Enrico Ibsen.  Il dramma evidentemente era nuovo per la maggioranza degli spettatori. E la maggioranza degli spettatori se ha applaudito con convinzione simpatica i primi due atti, è rimasta invece sbalordita e sorda al terze, e non ha che debolmente applaudito: una sola chiamata, più per l’interprete insigne che per la creatura superiore che la fantasia di Ibsen ha messo al mondo. Perché il pubblico è rimasto sordo, perché non ha sentito alcuna vibrazione simpatica dinanzi all’atto profondamente morale di Nora Helmar* che abbandona la casa, il marito, i figli per cercare solitariamente se stessa, per scavare e rintracciare nella profondità del proprio io le radici robuste del proprio essere morale, per adempiere ai doveri che ognuno ha verso se stesso prima che verso gli altri? Il dramma, perché sia veramente tale, e non inutile iridescenza di parole, deve avere un contenuto morale, deve essere la rappresentazione di un urto necessario tra due mondi interiori, tra due concezioni, tra due vite morali. In quanto l’urto è necessario il dramma ha immediata presa sugli animi degli spettatori, e questi lo rivivono in tutta la sua integrità, in tutte le motivazioni, da quelle più elementari a quelle più squisitamente storiche. E rivivendo il mondo interiore del dramma, ne rivivono anche l’arte, la forma artistica che a quel mondo ha dato vita concreta, che quel mondo ha concretato in una rappresentazione viva e sicura di individualità umane che soffrono, gioiscono, lottano per superare continuamente se stesse, per migliorare continuamente la tempra morale della propria personalità  storica, attuale, immersa nella vita del mondo. Perché allora gli spettatori, i cavalieri e le dame che l’altra sera hanno visto svilupparsi, sicuro, necessario, umanamente necessario, il dramma spirituale di Nora Helmar, non hanno a un certo punto vibrato simpaticamente con la sua anima, ma sono rimasti sbalorditi e quasi disgustati della conclusione? Sono immorali questi cavalieri e queste dame, o è immorale l’umanità di Enrico Ibsen?Né l’una cosa né l’altra. È avvenuta semplicemente una rivolta del nostro costume alla morale più spiritualmente umana. È   avvenuta semplicemente una rivolta del nostro costume (e voglio dire del costume che è la vita del pubblico italiano), che è abito morale tradizionale della nostra borghesia grossa e piccina, fatto in gran parte di schiavitù, di sottomissione all’ambiente, di ipocrita mascheratura dell’animale uomo, fascio di nervi e di muscoli inguainati nella epidermide voluttuosamente pruriginosa, a un altro costume, a un’altra tradizione, superiore, più spirituale, meno animalesca. Un altro costume, per il quale la donna e l’uomo non sono più soltanto muscoli, nervi ed epidermide, ma sono essenzialmente spirito; per il quale la famiglia non è più solo un istituto economico, ma è specialmente un mondo morale in atto, che si completa per l’intima fusione di due anime che ritrovano l’una nell’altra ciò che manca a ciascuna individualmente : per il quale la donna, non è più solamente la femmina che nutre di sé i piccoli nati e sente per essi un amore che è fatto di spasimi della carne e di tuffi di sangue, ma è una creatura umana a sé, che ha una coscienza a sé, che ha dei bisogni interiori suoi, che ha una personalità umana tutta sua e una dignità di essere indipendente. Il costume della borghesia latina grossa e piccola si rivolta, non comprende un mondo così fatto. L’unica forma di liberazione femminile che è consentito comprendere al nostro costume, è quella della donna che diventa cocotte. La pochade è davvero l’unica azione drammatica femminile che il nostro costume comprenda; il raggiungimento della libertà fisiologica e sessuale. Non si esce furori dal circolo morto dei nervi, dei muscoli e dell’epidermide sensibile. Si è fatto un grande scrivere in questi ultimi tempi sulla  nuova anima che la guerra ha suscitato nella borghesia femminile italiana. Retorica. Si è esaltata l’abolizione dell’istituto dell’autorizzazione maritale come una prova del riconoscimento di questa nuova anima. Ma l’istituto riguarda la donna come persona di un contratto economico, non come umanità universale. È una riforma che riguarda la donna borghese come detentrice di una proprietà, e non muta i rapporti di sesso e non intacca (neanche) superficialmente il costume. Questo non è stato mutato, e non poteva  esserlo, neppure dalla guerra. la donna dei nostri paesi, la donna che ha una storia, la donna della famiglia borghese, rimane come prima la schiava, senza profondità di vita morale, senza bisogni spirituali, sottomessa anche quando sembra ribelle, più schiava ancora quando ritrova l’unica libertà che le è consentita, la libertà della galanteria. Rimane la femmina che nutre di sé i piccoli nati, la bambola più cara quanto è più stupida, più diletta ed esaltata quanto più rinunzia a se stessa, ai doveri che dovrebbe avere verso se stessa, per dedicarsi agli altri, siano questi altri i suoi familiari, siano gli infermi, i detriti d’umanità che la beneficienza raccoglie e soccorre maternamente.  L’ipocrisia del sacrifizio benefico è un’altra delle apparenze di questa inferiorità interiore del nostro costume. Nostro costume. Cioè costume che ha importanza nella storia attuale, perché è il costume della classe che è della storia stessa protagonista. Ma accanto a esso è un altro costume in formazione, quello che è più nostro, perché è della classe cui apparteniamo noi. Costume nuovo? Semplicemente costume che si identifica meglio con la morale universale, che aderisce tutto alla morale universale, tale perché profondamente umana, perché fatta di spiritualità più che di animalità, di anima più che di economia o di nervi e muscoli. Le cocottes potenziali  non possono comprendere il dramma di Nora Helmar. Lo possono comprendere, perché lo vivono quotidianamente, le donne del proletariato, le donne che lavorano, quelle che producono qualcosa più di che non siano i pezzi d’umanità nuova e i brividi voluttuosi del piacere sessuale. Lo comprendono, per esempio, due donne proletarie che io conosco, due donne che non hanno avuto bisogno né del divorzio né della legge per ritrovare se stesse, per crearsi un mondo dove fossero meglio capite e più umanamente se stesse. Due donne proletarie le quali, col consentimento pieno dei loro mariti, che non sono cavalieri ma lavoratori semplici e senza ipocrisie, hanno abbandonato la famiglia, e sono andate con l’uomo che meglio rappresenta l’altra loro metà, e hanno continuato nella antica dimestichezza, senza che perciò si creassero le situazioni boccaccesche che sono un retaggio più proprio della borghesia grossa e piccola dei paesi latini. Esse non avrebbero grossolanamente riso della creatura che la fantasia di Ibsen ha messo al mondo, perché avrebbero riconosciuto in lei una sorella spirituale, la testimonianza artistica che il loro atto è compreso altrove, perché essenzialmente morale, perché aspirazione di anime nobili a una umanità superiore, il cui costume sia pienezza di vita interiore, escavazione profonda della propria personalità e non vile ipocrisia, solletico di nervi ammalati, animalità grassa di schiavi diventati padroni.

Antonio Gramsci

(da L’Avanti, 22 marzo 1917)