“Dizionario critico della poesia italiana 1945-2020”: una galleria di ritratti dal 1945 ad oggi.

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Che cosa può catalogare un dizionario critico della poesia italiana? Certamente le principali manifestazioni della nostra poesia, nei luoghi e nei tempi in cui essa si è manifestata. Il Dizionario critico della poesia italiana 1945-2020, edito lo scorso maggio per i tipi della Società Editrice Fiorentina, nasce con l’intento di effettuare un’analisi sistematica della poesia italiana del secondo Novecento, da un archivio del curatore Mario Fresa, schedario costituito da ricerche, recensioni, appunti, saggi, interventi dedicati a moltissimi poeti italiani, in particolare a voci immeritatamente dimenticate o trascurate dalle antologie più note e diffuse. Si tratta di un’opera ambiziosa, coraggiosa e di ampio respiro, teniamo conto che il Novecento presenta un panorama ricco, variegato, fluido e inesauribile, che offre sempre l’esca per le polemiche, perché qualsiasi campionatura non risulterebbe mai esaustiva e completa, del resto redarre un dizionario così come un’antologia non significa compiere una selezione in base all’eccellenza estetica. Quella proposta da Fresa e dai collaboratori che hanno partecipato alla stesura degli interventi critici è solo una prospettiva di indicizzazione e di storicizzazione. Il Dizionario critico vuole essere, infatti, uno strumento di ricerca, consultazione e approfondimento sulle figure, sulle opere e sulle correnti più significative della poesia italiana contemporanea, a partire dal 1945 fino ai nostri giorni.

Qualche dato più preciso. L’opera, rivolta a studenti, a specialisti, a cultori della poesia, ma anche al lettore medio, contiene duecentocinquanta schede redatte da cinquantatrè redattori compreso lo stesso Fresa. Non è un’antologia nonostante compaiano molte citazioni di versi e non è un repertorio bibliografico nonostante siano menzionate le più significative opere in poesia e in prosa degli autori trattati. Nella Premessa dello stesso Fresa è specificato che il Dizionario prende avvio dal 1945 con l’inclusione dei poeti che abbiano esordito ufficialmente in volume a partire da quella data. Il curatore è consapevole che “ogni selezione implica, di per sé, una forzata, inevitabile componente di arbitrarietà” e che la campionatura dedicata alle nuove generazioni, poeti nati fino al 1979, è ancora parziale e provvisoria. I commenti critici mirano a offrire i dati necessari alla comprensione: dati biografici e bibliografici dei poeti, riferimenti intertestuali esterni (fonti) e interni (temi, motivi, figure, scelte stilistiche all’interno dell’opera del poeta), citazioni dei testi ma anche valutazione, commento, interpretazione di poetica, stile, opere. Ai collaboratori inoltre si è lasciata la libertà di scegliere autori e testi per empatia, affinità culturali, estetiche, stilistiche.

Un Dizionario di poeti, mappati regione per regione, presuppone un amore forte e incondizionato per la ricerca, la lettura, l’analisi, lo studio, la documentazione della poesia, talvolta di testi di autori poco conosciuti ma non di minor valore. La realtà geografica trattata è la nostra nazione con ricorrenze più numerose per Lombardia (43 poeti), Lazio (33), Campania (28), Emilia Romagna (27) e a seguire tutte le altre.

Non è presente un indice degli autori trattati ma, armandomi di certosina pazienza, ho annotato nomi noti e meno noti, sorprendendomi talvolta, della mancata trattazione di qualche grande autore. Ma ripeto, le opere di questo tipo, in nessun caso riuscirebbero a evitare omissioni anche perché il mondo poetico è un territorio magmatico, in perenne dinamismo, che prevede improvvise emersioni e sparizioni. Non va dimenticata la specificazione essenziale evidente nel titolo stesso: dizionario critico, non storico. Ho colto, in alcuni casi, brevi menzioni e, in altri, trattazioni articolate e molto dettagliate, ma questa disparità è dovuta al fatto che le analisi critiche sono state redatte da una pluralità di critici, non certo alla validità o meno della voce poetica trattata. Un’ultima considerazione prima di concludere quest’intervento, su duecentocinquanta schede solo cinquantasei sono dedicate a figure femminili. Da questo emerge il mio augurio alle future compilazioni di dizionari e antologie affinchè possano superare davvero limiti e assenze secolari e ingiustificate: approfondire e divulgare maggiormente la conoscenza della produzione letteraria femminile, sempre più notevole e degna di nota, attraverso la trattazione di autrici validissime che abbiano manifestato itinerari profondi di ricerca e di riflessione.

Deborah Mega

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Segue l’elenco dei collaboratori: Alberto Bertoni, Andrea Caterini, Barbara Pietroni, Carlo Cipparrone, Cecilia Bello Minciacchi, Daniele Maria Pegorari, Daniele Santoro, Davide Morganti, Davide Rondoni, Diego Conticello, Domenico Cipriano, Emilio Risso, Enzo Rega, Eugenio Lucrezi, Francesco Iannone, Franco Bruno Vitolo, Franco Dionesalvi, Gabriela Fantato, Giancarlo Alfano, Gianluca D’Andrea, Gianni Turchetta, Giovanni Perrini, Giuseppe Manitta, Giuseppe Marchetti, Grazia Fresu, Ivano Mugnaini, Laura Garavaglia, Luigi Cannillo, Luigi Carotenuto, Luigi Fontanella, Marco Corsi, Maria Borio, Mary Barbara Tolusso, Mario Fresa, Massimiliano Manganelli, Matteo Bianchi, Matteo Zattoni, Maurizio Cucchi, Maurizio Spatola, Michele Paoletti, Monia Gaita, Monica Venturini, Plinio Perilli, Roberto Maggiani, Rosa Elisa Giangoia, Rosa Pierno, Sandro Montalto, Sebastiano Aglieco, Simone Zanin, Tiziano Rossi, Tiziano Salari, Ugo Piscopo, Vincenzo Ostuni.

Gli autori trattati sono: Accrocca E.F., Aglieco S., Agustoni N., Alaimo F., Alborghetti F., Amendolara M., Anedda A., Annino C., Artoni G.C., Azzola C., Bacchini P.L., Bagnoli C., Bàino M., Baldassari T., Baldini R., Balestrini N., Bandini F., Bàrberi Squarotti G., Baroni G., Bassani G., Bellezza D., Bellintani U., Bemporad G., Benedetti M., Bergamini G., Berti L., Bertoldo R., Bettarini M., Biagini E., Bisutti D., Blotto A., Bodini V., Bonacini G., Brandolini d’Adda, Bregoli F., Bruck E., Bufalino G., Buffoni F., Cacciatore E., Cagnone N., Calandrone M.G., Caldelli A.P., Camon F., Campo C., Canali L., Candiani C.L., Cannillo L., Cantarutti L., Canzian A., Capasso F., Cappello P., Cara D., Caratti S., Cascella Luciani A., Catà A., Cattafi B., Cavalli E., Cavalli P., Cavallo F., Ceccarini R., Ceni A., Cepollaro B., Ceronetti G., Cerrai G., Cesarano G., Ciabatti G., Ciancio M.P., Cini M., Cipparrone C., Cipriano D., Conte B., Conte G., Corbo P., Coviello M., Cucchi M., Dal Bianco S., D’Andrea G., D’Angelo E., De Angelis M., De Lea E., D’Elia G., Dell’Arco M., De Luca R., De Palchi A.,  De Signoribus E., De Vita N., Di Fusco G., Di Maro V., Di Natale S., Di Pietro B., Di Spigno S., Dolci D., Donini P., Doplicher F., Drudi G., Erba L., Faggi V., Fantato G., Fasano A., Ferrari I., Ferraris A., Ferri G., Finiguerra A., Fiore E., Fontana G., Fontanella L., Fortini F., Frabotta B., Frasca G., Frezza L., Furia M., Gaita M., Garavaglia L., Germani M., Giovenale M., Giudici G., Giuliani A., Guglielmin S., Guidacci M., Insana J., Isella G., Kemeny T., Krauspenhaar F., Lamarque V., Lambertini S., Landolfi T., Leronni G., Leto G., Loi F., Lolini A., Lucrezi E., Lunetta M., Macciò F., Maconi M., Maffeo P., Maggiani R., Magrelli V.,  Majorino G.,  Maleti G., Malfaiera A., Manzoni G. R., Marelli P., Maroccolo A.N., Martini S., Massari S., Mauro C., Menicanti D., Merini A., Mesa G., Minore R., Moccia F., Moio G., Molinari M., Monreale D., Montalto S., Morante E., Mugnaini I., Munaro M., Mussapi R., Mussio M., Neri G., Nessi A., Niccolai G., Nunziata N., Ortese A.M., Osti F., Ostuni V., Ottieri O., Ottonieri T., Pacilio R., Pagliarani E., Pagnanelli R., Parri M.G., Pellegatta A., Pennati C., Perilli P., Piazza R., Piccoli G., Piccolo di Calanovella, Piemontese F., Pierno R., Pierro A., Piersanti U., Pontiggia G., Porta A., Prestinoni G., Pusterla F., Quadrelli R., Quintavalla M.P., Raboni G., Ramella Bagneri G., Raos A., Ravizza F., Rea D., Rega E., Rentocchini E., Riccardi A., Ricciardi J., Ripellino A.M., Ritrovato S., Rivera F., Riviello V., Rondoni D., Rosselli A., Rossi T., Ruffilli P., Ruggeri C., Saffaro L., Salari T., Salvaneschi E., Salvia B., Sanguineti E., Santagostini M., Santoro D., Scandurra A., Scialoja T., Scotellaro R., Serricchio C., Sica G., Sicari G., Sissa G., Socrate M., Sollazzo L.,  Spagnuolo A., Spatola A., Spaziani M.L., Tavan F., Testori G., Teti R., Tolusso M.B., Toni A., Travi I., Trucillo A., Trucillo L., Turoldo D.M., Urraro  R., Vaccaro A., Valduga P., Vallerugo I., Vetromile G., Villa C., Villalta G.M., Violante S., Vit G., Viviani C., Voce L., Volponi P., Zanzotto A., Zeichen V., Zinetti L., Zinna L., Zizzi M., Zuccato E.

Psychodissey di Eleonora Federici: una lettura di Loredana Semantica

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La giovane poetessa perugina Eleonora Federici, classe 1995, è l’autrice di “Psychodissey”, una raccolta breve di poesia, appena pubblicata per i tipi di Terra d’ulivi edizioni.
Il volumetto è prefato da Emidio De Albentiis, la postfazione è di Sergio Pasquandrea.
Il contenuto dell’opera, la seconda pubblicata dell’autrice dopo “Misteri” nel 2016, si rivela nel titolo. Declinato con riferimento alla lingua inglese esso è composto da due termini congiunti, il primo è la radice inglese psych che rimanda alla psicologia, alla psiche, alle situazioni patologiche della mente, l’altro invece è un richiamo all’Odissea, cioè al celeberrimo poema di Omero, che narra le peregrinazioni di Ulisse di ritorno dalla guerra di Troia alla sua isola Itaca durate dieci anni.
La parola odissea nel linguaggio comune è quindi passata ad indicare le peripezie di un percorso che sembra non avere mai fine, costellato da avventure, incontri, esperienze. Metaforicamente le si attribuisce il senso del viaggiare dell’uomo nel tempo della propria vita fino all’approdo finale che accomuna tutti. La poesia “Itaca” di Costantino Kavafis, che parla di tesori ed esperienza accumulati lungo il percorso, ne è uno splendido paradigma.
Eleonora quindi ci racconta in forma di poesia questa tappa del suo viaggio esistenziale, “i tesori” che ha accumulato, le esperienze che ha vissuto, e lo fa ricorrendo al mito di Ulisse e vestendo le poesie delle nominazioni del poema greco.
L’ elemento autobiografico si intuisce anche dall’epigrafe, dall’aver scelto l’incipit del romanzo “La strada di Swann” di Marcel Proust: “Per molto tempo mi sono coricato presto la sera”, non soltanto perché significa in sé preferire il sonno alla veglia e quindi ricorrere al sonno per avere sollievo dalla coscienza del presente, ma perché tutta l’opera di Proust, nei suoi sette romanzi della “À la recherche du temps perdu”, sono pervasi di autobiografismo, ricordi, analisi interiore.
Ispirarsi all’Odissea significa esprimere la propria conoscenza e ammirazione del mondo letterario classico, ma è anche un modo di trasfigurare la realtà e i luoghi dove si vive disagio psichico. “Qui tutto fa schifo”. è questo il primo verso della raccolta contenuto in “Proemio”, titolo della prima poesia. Un “proemio”, quasi è superfluo dirlo, è premessa imprescindibile in un’opera poetica che si ispira ai poemi greci classici.
Fango è il mondo” è l’altro verso chiave presente nella poesia, citazione di Leopardi e del suo “e fango è il mondo” della poesia “ A se stesso”. E’ espressione di disgusto invincibile di ciò che si è costretti a vedere o vivere. Il verso finale di “Proemio” “E a me, non resta che tacere” è un’affermazione della necessità del silenzio in un’ora vissuta, subita, comunque non verbalmente scardinabile. Tuttavia è prossima la catarsi, la reazione all’ineluttabile, essa sta appunto nelle ventisette poesie della raccolta che dimostrano come di certo il poeta non tace. Dice ciò che ha da dire, e lo dice quando è giunto il momento di esprimere l’indicibile. A conferma hanno detto poeticamente la  drammatica esperienza di degenza Alda Merini e Maria Marchesi.
Dopo la prima poesia “Proemio” la raccolta è ripartita in tre sezioni. La prima “Benedizione” contiene, tra le altre le poesie “Troia che brucia” e “Il Cavallo di Troia”. Esse contengono l’antefatto dell’Odissea, lo scontro, la vittoria o la sconfitta, le schiere degli opposti, l’inizio del climax, di certo una sofferenza, traumi che infieriscono “tra le bestemmie le urla, gli strepiti, stridono i denti rotti da troppi pugni – della – vita” . C’è la guerra del resto. Uccisioni, ferite e ossa rotte. Dolore al di sopra di tutto.
Le ultime tre parole del lacerto che riporto sono intervallate dal trattino disgiuntivo, esso impone una lettura cadenzata del testo, come a volerne sottolineare ogni termine, quasi fossero scandite, perché il senso sia chiaro, compreso, perché s’imprimano bene nella mente del lettore. Questa particolare forma col trattino lungo inframmezzato alle parole sarà ripresa successivamente anche in altre poesie della raccolta, soprattutto in “Viatico”, che riporto più sotto
L’ultima poesia di questa sezione ha per titolo “Tre volte santo”, un mantra – refrain consolatorio che rallenta una corsa a precipizio, separa la crisi dalla cura, sancisce il raggiungimento di un luogo ch’è ricovero, ma anche il passaggio dal clangore di fuoco e fiamme verso il viaggio dell’Odissea.
La seconda sezione è la vera e propria “Psychodissey”, qui entrano in scena personaggi noti del poema omerico: “Ulisse”, i “Lestrigoni”, “Circe”, i “Proci” e altri che sono titoli di altrettante poesie. Non mancano le “Sirene” e un “Polifemo” che drammaticamente si lancia nel vuoto. La raccolta è dedicata a Elena, Francesca e Marco. Due di questi nomi sono ripresi nel corpo dell’Opera a fianco dei titoli costituiti dai nomi mitici di “Atena” e “Tiresia”.  E’ legittimo pensare che le poesie siano ritratti di compagni d’avventura, flash delle loro essenze, momenti topici dell’interazione. Soprattutto però è Ulisse che catalizza l’attenzione, Ulisse ha lo sguardo all’orizzonte di barlumi, è il ricercatore della conoscenza, è il protagonista, il re, il viaggiatore, il vittorioso, l’errante, il portatore di una visione di speranza che i versi dell’omonima poesia “e qui dimora in noi,/ nella catapecchia del cuore,/la speranza.” rimarcano.

In “Sirene” e “Polifemo” è presente il nome che Ulisse riferì a Polifemo come proprio e cioè: “Nessuno”. Un inganno che contribuì alla salvezza sua e dei suoi compagni, una volta fuggiti dall’antro del Ciclope appena accecato. L’indefinitezza del pronome non consentì a Polifemo di denunciare Ulisse, autore dell’accecamento. In Sirene troviamo il verso “Il mio nome è nessuno,/ come tutti.” e nella poesia Polifemo il verso “Nessuno sei, nemmeno io”. Espressioni che si riferiscono probabilmente a un dialogo. Attribuirsi alla maniera di Ulisse il nome “nessuno” intende sottolineare il senso di annientamento e perdita d’identità dei malati ricoverati in strutture nelle quali l’alienazione è il sentimento più comunemente provato. La spersonalizzazione e lo sradicamento possono essere  alleviati dai momenti in cui si può dichiarare, interagendo con qualcuno, il proprio non nome. In questa stessa dichiarazione affermano di contro la propria essenza, esprimono  la sofferenza del sentirsi annichiliti.
I Lestrigoni,  sono i mitici giganti che nell’Odissea distruggono la flotta di Ulisse a colpi di pietre, uccidendone i compagni con gli spiedi. Nell’omonima poesia i giganti si servono come armi di parole pesanti come pietre. Le pietre nel testo poetico sono virgolettate, locuzioni di un linguaggio colloquiale prevalentemente d’affetto, non si sa se autentico, ma anche di disprezzo “mi fai schifo”, che si altera caricato di elementi negativi incorporati, pesantissimi nel contesto di situazioni parossistiche. Testimonianza di come le parole possano ferire più della spada. Mettere le pietre in bocca a giganti è dare alle figure che le pronunciano un’importanza preponderante, similmente a ciò che accade nei disegni dei bambini, dove le figure disegnate più grandi, sono quelle predominanti.
In tema d’amore alle parole dei Lestrigoni , “non c’è pietà,/ né amore in quelle” si contrappongono nella poesia “Fortuna” i versi “Diciamo di ciò/ che non sappiamo;/ forse questo è l’amore.” Al sapere di Emily Dickison “Che sia l’amore tutto quel che esiste/É ciò che noi sappiamo dell’amore;” si contrappone un sapere similare. L’arte della divinazione alla quale fa riferimento l’incipit  della poesia non è altro che un pretesto per cogliere i desiderata universali, la lettura dell’oroscopo un modo attraverso cui tradurre il sentire comune. L’essere amati, volere e voler vivere l’amore diventa l’altra faccia della disperazione.
Volere che non è sopraffatto dalla sofferenza ma vivo e vitale oltre gli amari calici di “Nausicaa” (perché sono/così gli uomini?), le “pasticche” di “Eolo, il prosaico ” tanfo di ascelle nella metropolitana” dei “Lotofagi”.
La terza sezione è “L’isola della morte”. Essa si apre con “Viatico”, dove ritroviamo i Santi di psichiatria, e amore, vita, morte. La poesia è estrema tra pavimento e asfalto, la si direbbe prostrata, ma la chiusa è d’argento, come le pupille, “Tutto questo è dell’amore; il resto ci sfugge”.  Ne “L’isola della morte”, che dà il titolo alla sezione il ritmo è spezzato e fermo, l’osservazione distaccata espressa è memoria d’infelicità. “Qui i corvi beccano/il cadavere di quello/che siamo stati.” La raccolta si chiude con il componimento “Anno 0”, dove non può che essere ciò che è: vita dopo la morte, coi segni delle ferite sul corpo, la cura del tempo e la parola che cura.

Viatico

Il rosso sull’asfalto,
il nero del pavimento,
l’argento delle mie pupille;
Tutte queste cose abitano
nell’amore – bugiardo.
La morte, la vita – in – viaggio,
la benedizione degli infermi,
i – Tre – Volte – Santi in Psichiatria;
Tutto questo è dell’amore;
il resto ci sfugge

Natalia Ginzburg, la scrittrice della semplicità

 

Il giorno 8 ottobre del 1991 ci lasciava Natalia Ginzburg, scrittrice, drammaturga, editor della casa editrice Einaudi. A trent’anni dalla sua scomparsa vogliamo ricordarla con questa nota che ne testimonia la vita e l’opera.

NATALIA GINZBURG, LA SCRITTRICE DELLA SEMPLICITA’

Nell’ottobre del 1991 ci lasciava una delle maggiori scrittrici del secondo Novecento Italiano, Natalia Ginzburg, romanziera, autrice teatrale e saggista. Nata a Palermo nel 1916 e vissuta fin dall’infanzia a Torino, dove la famiglia si era trasferita, pubblicò il suo primo racconto, I bambini, sulla rivista Solaria a diciassette anni, ma ancor prima aveva scritto altro e primo fra tutti Un’assenza, pubblicato da Einaudi negli anni Trenta sulla rivista Letteratura.

Natalia Levi (questo il cognome del padre di origine ebrea) è l’ultima dei figli di Leone Levi, medico e insigne docente universitario, e di Lidia Tanzi, milanese di confessione cattolica, nella cui casa si radunano intellettuali, scrittori e i politici avversari del fascismo; e come antifascisti Leone e i suoi figli maschi sono nel mirino del regime e arrivano a provare anche la prigione. La giovane segue privatamente le classi elementari, frequenta il liceo ma, iscrittasi all’Università, non arriverà mai a laurearsi. Nel 1938 sposa Leone Ginzburg, docente universitario di origine russa e geniale autore di saggi e traduzioni. A causa della sua origine ebrea e del suo antifascismo egli viene perseguitato fino ad essere inviato al confino in un paese dell’Abruzzo dove lo raggiunge la moglie Natalia con i due figli, Carlo e Andrea, ai quali si aggiungerà dopo poco tempo l’ultima nata, Alessandra. E’ là che la Ginzburg scrive il suo primo romanzo, La strada che va in città, che però firma con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte e che Giulio Einaudi pubblicherà nel 1942. Nel 1944, dopo vari arresti e rilasci, Leone Ginzburg muore a Regina Coeli sotto le torture fasciste. Tornata a Torino Ginzburg lavora per la casa editrice Einaudi dove incontra e segue nei suoi primi passi Italo Calvino; nel 1947 pubblica il suo secondo romanzo, E’ stato così, al quale viene assegnato il premio “Tempo”. Nel 1950 sposa in seconde nozze il saggista e studioso di letteratura inglese Gabriele Baldini, direttore dell’istituto Italiano di Cultura di Londra, dal quale avrà due figli, Susanna, nata nel 1954 con un grave handicap, e Antonio, nato il 6 gennaio del ’59 e morto appena un anno dopo. A Londra, dove ha raggiunto il marito, scrive Le voci della sera. Con il romanzo Lessico famigliare, fra i suoi forse il più ricordato, vince l’edizione del 1963 del premio “Strega”. Una storia di famiglia e non un’autobiografia, come lei stessa precisa nell’avvertenza che precede la narrazione, perché non è di se stessa che l’autrice racconta, ma delle persone che costituiscono il nucleo familiare, padre, madre, fratelli, e di quelle che attorno a quest’ambito gravitano: personaggi del mondo della cultura, della vita politica e sociale, di quella letteraria e universitaria, un universo umano che si raccorda tanto con la Storia quanto con la vita individuale e privata di quelli che lo costituiscono. Lessico famigliare ricostruisce le vicende dei Levi in un arco di tempo che va dagli anni Trenta agli anni Cinquanta raccontate attraverso la riproduzione del linguaggio che si parlava nella famiglia: quello dell’iroso padre Giuseppe, burbero ma amorevole, della madre Lidia, ilare canterina, dei litigiosi fratelli. I motti, i modi di dire che si ripetono sempre uguali nella routine quotidiana evocano momenti ed esperienze, in un continuo gioco di richiami, e costituiscono un cifrario che permette ai componenti della famiglia di riconoscersi. “Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso” – annota l’autrice nell’avvertenza al testo -“Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia”.
Nel 1969 Natalia Ginzburg rimane ancora una volta vedova. Durante gli anni ’70 inizia ad interessarsi attivamente di politica militando nelle file della sinistra indipendente, è anche un momento di fertile produzione letteraria, ai romanzi, ai saggi e agli articoli si aggiungono i testi teatrali, fra i quali Ti ho sposato per allegria, che viene rappresentato con rilevante successo. Nel 1983 pubblica La famiglia Manzoni, ricostruzione storico-familiare della stirpe dello scrittore, e contemporaneamente viene eletta al Parlamento come indipendente nelle liste del PCI. La scrittura della Ginzburg si distanzia da quella della generazione degli “impegnati”, essendo quello che scrive frutto della memoria e della fantasia che per istinto, e non per pratica programmata, si aggancia alla letteratura. La sua cosiddetta “semplicità”, il suo riferirsi all’esistenza con sguardo sereno, nonostante le dolorose vicissitudini, che produsse in Pavese una reazione di incredulità e di critica, è la risposta ad una letteratura manipolata e sperimentalistica, è l’analisi puntuale e discreta delle multiformi facce dell’esistenza e si connota per l’ironia, l’umanità ed il confronto con il vissuto. Natalia Ginzburg muore fra il 6 e il 7 ottobre del 1991, al suo funerale, che per scelta dei figli è officiato con il rito cattolico,  partecipa commosso il mondo della letteratura, dell’arte e del cinema.

Anna Maria Bonfiglio

 

Forma alchemica 26: Emily Dickinson

Poiché non potevo fermarmi per la morte

Poiché non potevo fermarmi per la Morte –
Lei gentilmente si fermò per me –
La Carrozza non portava che Noi Due –
E l’Immortalità –

Andavamo lentamente – Lei non aveva fretta
Ed io avevo messo da parte
Il mio lavoro e anche il mio tempo libero,
per la sua cortesia –

Oltrepassammo la Scuola, dove i Bambini si battevano
Nell’Intervallo – in Cerchio –
Oltrepassammo i campi del Grano che ci fissava –
Oltrepassammo il Sole al tramonto –

O piuttosto – Lui ci oltrepassò –
La Rugiada tracciò tremante e gelida –
Il mio Vestito di Tessuto leggero
La mia Stola – solo un velo –

Sostammo davanti a una Casa che sembrava
Un rigonfiamento del suolo –
Il Tetto era appena visibile –
Il Cornicione – nel Tumulo –

Da allora – sono Secoli – eppure
Li avverto ciascuno più brevi del Giorno
In cui per prima intuii che le Teste dei Cavalli
erano rivolte verso l’Eternità.

(traduzione di Loredana Semantica)

Because i could not stop for death

Because I could not stop for Death –
He kindly stopped for me –
The Carriage held but just Ourselves –
And Immortality.

We slowly drove – He knew no haste
And I had put away
My labor and my leisure too,
For His Civility –

We passed the School, where Children strove
At Recess – in the Ring –
We passed the Fields of Gazing Grain –
We passed the Setting Sun –

Or rather – He passed Us –
The Dews drew quivering and Chill –
For only Gossamer, my Gown –
My Tippet – only Tulle –

We paused before a House that seemed
A Swelling of the Ground –
The Roof was scarcely visible –
The Cornice – in the Ground –

Since then – ‘tis Centuries – and yet
Feels shorter than the Day
I first surmised the Horses’ Heads
Were toward Eternity –

Questa poesia di Emily Dickinson è tra quelle sue citata più spesso, specialmente nella sua prima strofa che già forma una poesia a sé. E’ citata spesso perché considerata dai critici un capolavoro di composizione, in termini di rime, assonanze, costruzione retorica; ciò naturalmente si apprezza maggiormente nel testo in lingua originale.
Nel testo la morte è personificata nel pronome “He” letteralmente “Egli” che accompagna il passeggero (io) in un viaggio dentro una carrozza. “Chariot” “carrozza” è appunto il titolo col quale la poesia fu pubblicata postuma nel 1890.
Postuma perché Emily in vita pubblicò solo 15 poesie e la sua raccolta di 1775 poesie, su foglietti di minuta scrittura, cuciti a mano, fu scoperta dalla sorella Lavinia alla morte, avvenuta nel 1886.
Nella poesia l’io poetico e il fantomatico “He” compiono un tragitto in carrozza. Il percorso si snoda nello spazio e passa oltre i bambini che giocano a scuola durante la ricreazione, oltre i campi col grano occhieggiante, oltre il sole che tramonta. Questo scorrere di immagini della realtà regalano al testo un’aura di serenità, nonostante l’argomento sia alquanto tetro. L’ineluttabilità della sorte umana è accompagnata nell’espressione poetica dal senso di accettazione che il viaggio ultimo è inevitabile. Lo scorrere degli scenari fa pensare a quelle visioni che si dice accompagnino gli ultimi momenti di vita, nei quali scorrono i frames della propria esistenza come in un film.
L’insistenza sul concetto di immortalità nella prima strofa e di eternità nell’ultima adombra forse la possibilità di un’esistenza ultraterrena, di uno stato “di morte” che rende eterno il riposo dell’uomo, ma non escluderei anche la presenza nella poesia di un lampo di consapevolezza dell’autrice che, con la sua opera scrittoria, si accinge ad edificare il suo mausoleo di parole. Un magnifico edificio che l’avrebbe resa nota ben oltre la morte. In altri termini viene espressa la preveggenza dell’alto ruolo a cui il destino l’aveva chiamata: la morte nell’anima e per converso la gloria dell’immortalità
Cronologicamente la produzione del testo della poesia viene collocato nell’anno 1863.
Nonostante Emily abbia solo 33 anni ha già incontrato più volte l’oscura signora. Ad appena quattrodici anni aveva perso Sophia Holland, sua amica e cugina, ammalatasi di tifo. Nel 1850 la lasciò, sopraffatto dalla tubercolosi, Benjamin Franklin Newton, un giovane avvocato, suo amico e mentore. Benjamin le scrisse che avrebbe voluto vivere ancora per poterla vedere raggiungere la fama e il successo. Indubbiamente un suo ammiratore. Successivamente e all’improvviso venne a mancare anche l’amico Leonard Humphrey, preside dell’Accademia di Hamherst, dove lei aveva studiato.
Queste morti devastano la poetessa, la gettano in uno stato di sconforto e malinconia che si riflette nei suoi scritti. Un poeta non può che tradurre in poesia l’esito di profonde ricerche interiori dirette alla comprensione della morte, non meno che della vita.
E’ molto probabile inoltre che Emily si fosse già innamorata. Non sappiamo delle liasons con gli amici scomparsi, ma molti studiosi concordano che nel 1855, durante un suo viaggio a Washington, conobbe e si invaghì del reverendo Charles Wadsworth. Egli era sposato con figli perciò il sentimento d’amore sbocciato nella giovane non poté trovare sbocco, rimase platonico.
Con Wadsworth la poetessa intrattenne una relazione epistolare dal 1855 al 1858. Nelle lettere lei lo chiama “Master” cioè Maestro. Non si sa se a sua volta egli la corrispondesse sentimentalmente: queste lettere sono andate distrutte. Nel 1858 Wadsworth accetta un incarico di presbitero a San Francisco e ciò pone fine alla corrispondenza con Emily.
I temi del dolore, separazione, morte delle poesie della Dickinson probabilmente traggono fondamento da questa esperienza traumatizzante, non meno che dai lutti che l’avevano colpita.
Sebbene non si sappia con certezza quando Emily cominci a scrivere le prime poesie è certo che l’esplosione della sua creatività avvenne proprio in questi anni: 1855 – 1863. Durante questo periodo scrisse anche le “Master Letters” Lettere al maestro firmandosi “Daisy”, Margherita. Resta il dubbio che potessero essere destinate al reverendo Wadsworth, ma più probabilmente sono dirette a un Master che è trasfigurazione di un personaggio reale, e, quindi, un essere immaginario cui indirizzare confidenze poetiche, amorose, sensuali.
Nella vita di Emily tra le figure femminili è di fondamentale importanza Susan Gilbert per la quale la poetessa prova un trasporto affettivo intenso, al punto che qualche biografo ipotizza che lei possa essere il “Master” delle famose lettere. Susan diventa cognata di Emily nel 1856, sposandone il fratello Austin, ed Emily, pur amando entrambi, percepisce Austin come un intruso nel rapporto con la sua amica prediletta. Pare quasi che rischi di impazzire quando i coniugi pensano di trasferirsi altrove, lasciando la casa dove vivono adiacente a quella paterna di Dickinson, dove abita la poetessa. Essi si rendono conto della profonda crisi in cui era sprofondata Emily e rinunciano al progetto. Il matrimonio comunque non fu dei più felici, funestato tra l’altro anni dopo dalla perdita del figlio generato.

Questa vicenda a conferma ulteriore che l’equilibrio e la serenità di Emily furono sconvolti proprio in questi anni da perdite, dolori, traumi esistenziali che ne segnano l’esistenza, facendo esplodere incontenibile il potenziale poetico dell’autrice.
Nel 1865 Emily decide di vestire sempre di bianco. Questa scelta è il segno di un’accettazione del proprio destino, la quiete che segue l’agitazione, la volontà di dedizione al suo genio. Sa che la sua vita scorrerà per sempre tra le quattro mura della casa paterna perché questa è una sua decisione e, al contempo, gli abiti bianchi che indossa sono manifestazione esteriore di una raggiunta consapevolezza.

Non aveva paura della morte Emily tuttavia, lo dice chiaramente lei stessa nel corpo di una poesia

“Paura! Di chi ho paura?
Non della Morte – perché chi è Costei?”

Pensa che essa sia ricongiungimento ai cari, raggiungimento della quiete, pensa che l’amore è l’antidoto alla morte, non meno della promessa di resurrezione cristiana.

Chi è amato non conosce morte,
perché l’amore è immortalità,
o meglio, è sostanza divina.

Chi ama non conosce morte,
perché l’amore fa rinascere la vita
nella divinità.

E infine sul perché vestisse di bianco, anche qui troviamo la risposta nella sua stessa poesia.

Non può essere l'”Estate”!
Quella – è passata!
È presto – ancora – per la “Primavera”!
C’è quella lunga città di Bianco – da traversare –
Prima che i Merli cantino!
Non può essere la “Morte”!
È troppo Rosso –
I Morti vestono di Bianco –
Così il Tramonto tronca il mio dubbio
A Colpi di Crisolito!

(traduzione di Giuseppe Ierolli)

Fernando Lena, “Black Sicily”, Edizioni Arcipelago Itaca, 2020. Nota critica di Anna Maria Bonfiglio.

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Fernando Lena nasce nel 1969 a Comiso, nella provincia di Ragusa, dove frequenta l’Istituto d’Arte e si diploma con la specializzazione di orafo per la produzione di gioielli. Appassionato di musica, inizia a scrivere negli anni ’80 testi di genere pop adottati e adattati da alcune band di amici, il suo primo “ispiratore” è quel genio ribelle e talentuoso di Jim Morrison dal quale Lena mutua la scrittura allucinata e metaforica. A Comiso ha l’opportunità di frequentare la fondazione creata da Gesualdo Bufalino, il quale lo spinge a pubblicare e lo indirizza alla lettura dei maggiori poeti. Per le edizioni Archilibri pubblica la sua prima plaquette ispirata da otto dipinti di Piero Guccione cui fa seguito il libro “Nel rigore di una memoria infetta” dal quale viene tratto lo spettacolo itinerante “La smorfia crudele di un bambino”. Risultato finalista al Premio Astrolabio, pubblica per la nota collana i Quaderni dell’Ussero il poemetto “La quiete dei respiri fondati”. Si tratta di una breve e intensa silloge i cui testi raccontano il dolore di alcune creature relegate nel manicomio criminale di Aversa. Qui la voce del poeta è nitida, velata dalla pietas e al contempo vibrante di rabbia per “l’indifferenza civile” che circonda quel luogo e i suoi abitanti: “da qui già si sente/l’odore estremo dell’emarginazione,/le mie vene lo conoscono/come conoscono l’alito dei cadaveri/mai del tutto seppelliti dall’indifferenza civile.” Nelle poesie che compongono il poemetto “Sette giorni per amarti -Andata e Ritorno” lo sguardo del poeta coglie la meraviglia di una conoscenza inaspettata, un incontro che fa fiorire il desiderio di vita e di amore in un contesto ambientale ben lontano dalla claustrofobica atmosfera di Aversa; i versi si sciolgono tra notte e giorno, cielo e mare, sole e luna, un quadro semantico che agglùtina elementi della natura e sentimenti umani, coloriture mediterranee e stati d’animo umbratili, nel racconto di un incontro e di un addio.

In questa recente raccolta, Black Sicily, Lena dimostra di avere maturato un’evoluzione sviluppando un corpo poetico che non attinge né alla dissoluzione dei poeti maudits né alla trasgressione dei poeti del post modernismo, direi piuttosto che le corde principali del suo registro siano ancora una volta il senso della umana pietà e la nostalgia per un tempo irrimediabilmente perduto. Il discorso poetico si articola in due direzioni,  il presente e il passato, collegate da un invisibile filo che le ricompone in un unicum di dolente costrizione, il dialogo in assenza con il padre perduto si raccorda con la realtà vissuta nel presente dal figlio, un nodo che diviene ragione per prendere coscienza del male del mondo. Quante accezioni possiamo cogliere nell’aggettivo black, nero? Oscuro, malvagio, demoniaco, luttuoso… nero è il colore della perdita, nero il rimpianto, anche il ricordo può essere nero se porta con sé la consapevolezza di avere oscurato una parte di vita, nera è la terra che respinge, esilia. Con questo testo Lena aggiunge dolore al dolore ma lo fa con una coscienza nuova, accordando la sua cifra stilistica su una più “felice” risoluzione.

                                                                                               Anna Maria Bonfiglio

 

 

 

I due abeti davanti casa

sono tutto quel che è rimasto

del tuo desiderio di padre,

li hai voluti piantare alla mia nascita

e ora sono quasi cinquant’anni

che non perdono un giorno d’ossigeno

mentre io di fiato ne ho perso

correndo in direzioni mai soleggiate,

ma al buio ahimè ci si abitua

per quel destino da talpa,

ma più che sottoterra

è stato sotto la pelle

che ho cercato a fondo un mondo

tenuto assieme dalle cicatrici.

 

 

            *

 

 

 V                                                     

 

(qualcosa di radicale)

 

 Questi, sono giorni aperti

alla luce della sera

come occhi velati di tapparelle

perché anche il freddo

è un pensiero che arriva dal mare,

davanti a te stamattina

qualcuno si scalda di noia,

tu apri il giornale e leggi

del figlio del muratore albanese

saltato in aria in cantina

mentre distillava grappa,

la potenza etilica ahimè

ha un qualcosa di radicale

non arma ma manda in pezzi

ogni vocazione di realtà.

 

 

*

 

VI

 

(appunti per un congedo)

 

Nella camera dell’ospedale

la sera giocavamo a carte

a lui sanguinavano le gengive

mentre mi diceva che era tutta colpa

di quel suo mestiere da carrozziere

si era avvelenato così l’unico organo

che avrebbe fatto chiarezza

su un futuro che sapeva di non avere,

però a carte era un Dio

mescolava il sangue del cielo

con il suo e il tempo sembrava

meno terminale di quanto non fosse

in un uomo che stava per morire.

Il tempo questa certezza

che ti lascia opaco

quando il sole si spegne

nel black out del respiro.

 

*

 

XIV

 

(Ipercoop)

 

Qualche volta devastato dal calore

ami fermarti in uno di quei centri commerciali

a misurare la solitudine su uno

di quegli scaffali, eppure quel cercare

non allunga il tempo del tuo

vanificare i vizi alle ghiandole,

tra fegato e pancreas ahimè

lo scirocco arriva sempre così

come un tumore araldico

e all’improvviso è nel luogo

in cui stai morendo di una morte in affitto.

 

*

 

XXV

 

Il silenzio è tragico

da queste parti in inverno

e gli agguati non sono

soltanto esplosioni di balistica,

sangue cieco, ma anche

piccole stanze che non odorano

di voci, di mosche stordite

incapaci di un atterraggio,

e intanto pensi

a come pensare qualcosa

di illuminato ti schiarisca

bene questo essere

un paroliere delle tenebre,

un killer di primavere.

 

*

 

 XXVIII

  

(treni)

 

I treni avevano infinite voci

abbandonate in uno scalo,

e qualche volta ci dormivi

pure con quei clochard

disorientati come quel ragazzo

che aveva attraversato una lingua di mare

per rimanere con quell’accento

del piccolo marinaio naufragato  nell’LSD.

 

Oceani e oceani di mostri

dalla parola dilatata

mentre il tuo continente

era un precipizio di caos.

 

 

Marco Galvagni, “Le note dell’anima”, Transeuropa, 2020. Recensione di Rita Bompadre.

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“Le note dell’anima” di Marco Galvagni (Transeuropa Edizioni, 2020) riecheggiano in ogni segno virtuoso dei versi tra le annotazioni poetiche sulla vita, interpretano il suono del cuore e affermano con la dedica amorosa in epigrafe, l’insinuante e persistente fiamma della passione. Il poeta si lascia incantare dalla soavità evocativa della memoria, concede alla fantasia la forma visibile delle immagini rappresentative della realtà, per accogliere la premurosa custodia delle riflessioni attraverso la mediazione estetica della bellezza. La determinazione carismatica dell’esistenza descritta da Marco Galvagni, compone la fiducia nell’elemento sensoriale, consegnando alla poesia la misteriosa e provocante corrispondenza della coscienza e muovendo in direzione spontanea le coincidenze significative dell’esperienza. La fluida continuità della sensualità ritrova la sua malia tentatrice tra le pagine, affina l’arte della seduzione inviando segnali colti e raffinati nell’elegia autobiografica, ridesta l’ispirazione, indica il dogma enigmatico del sortilegio emotivo e la ritualità  fatale della conquista. Marco Galvagni afferma il significato dell’eloquenza, adula la strategia della percezione, strumento di comprensione, rende l’irrazionale spinta delle illusioni motivo di sofisticata indagine esistenziale e archetipo universale. Il carattere poietico dell’opera mostra l’origine della centralità charmant dell’amabilità, idealizza l’attività nostalgica del pensiero, i simboli in equilibrio sulle stagioni, esplora la fenditura profonda del soffio vitale, rivestendo la dolcezza arcana della speranza oltre l’abisso dei moti spirituali e istintivi. Il profilo del poema traccia la sensazione sincera delle rivelazioni vissute e amplia la geometria della consapevolezza. I testi affidano alla sacralità del senso il legame con il tutto, interrogano la complicità dell’umanismo, confrontano l’intenso entusiasmo dell’immaginazione con il processo inarrestabile della conoscenza, combinando la meditazione e la sapienza indistinta dell’intelletto. “Le note dell’anima” scorrono nelle vene, misurano la cifra del palpito, congiungono le infinite occasioni, magiche e segrete, del tempo, orientano la certezza e la resistenza dei gesti, riconducono la forza pulsionale dell’amore all’energia primordiale delle intuizioni. La composizione dell’anima colloca la personificazione emblematica del linguaggio nell’incarnazione della donna amata ed evocata come illuminata epifania nella tensione tra aspirazione e utopia. Il poeta adotta uno stile che è sede della propria moralità, identificata nella corporeità dei ricordi, nella consistenza erotica delle espressioni, nello sfuggente e impalpabile dominio della contemplazione, nella maturità degli affetti. Nei testi di Marco Galvagni si comprende che la bellezza diffonde il suo passaggio oltre il momento e attraversa, come possibilità, tutti i corpi. Il poeta vive l’unicità del proprio destino, disponendo alla nobilitazione di ogni ardore il vagheggiamento dell’attrazione e unendo alla libertà del sublime l’intensificazione della assolutezza apollinea della poesia.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

Pietro Edoardo Mallegni:  tre poesie da “Il nulla”, una poesia inedita con un commento breve

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Pietro Edoardo Mallegni:  tre poesie da Il nulla

Europa Edizioni, 2020

Una poesia inedita

Con un commento breve

 

Le tre poesie dalla raccolta Il nulla e la poesia inedita Gli angoli del cielo costituiscono tutto quanto l’Autore ha voluto sottoporre alla nostra attenzione: poco per illustrare compiutamente la cifra poetica, tuttavia sufficiente per porre in luce la sensibilità di Pietro Edoardo Mallegni per il lessico raffinato, sobriamente ricercato, finemente modulato verso la parola alta così da creare una misura stilistica chiaramente riconoscibile; l’attitudine alla essenziale impressiva connotazione che si avvale di modi sintattici inconsueti atti a rafforzare l’immagine – come si mostra nell’uso enclitico di levasi, chiamasi – vivida, palpitante. Gli elementi naturalistici o paesaggistici (vento ascendente, eleganza del cielo, nuvole grigie), sono motivi particolarmente simbolici e designano, anche con l’uso sapiente di pregevoli ossimori (avara ingordigia), piani sinestesici e spirituali da cui emerge il fattore ontologico, la questione esistenziale, la riflessione morale dove l’alterità, la verità dell’Altro costituisce la tensione dell’incontro e la cognizione della propria solitudine nella percezione del trascendente con il quale è ostico il linguaggio (Balbuzie di Dio, incomprensibile lingua).

 

Adriana Gloria Marigo

 

Umanità

 

Levasi, dalla terra

un vento ascendente

di vigore e lacrima ed è

eleganza del cielo;

nelle nuvole grigie,

disegna il sole,

firmando d’azzurro.

 

Qui, abitano i sogni eterei,

dei trapassati terreni.

 

Senza zelo, pigrizia

e avara ingordigia,

fieri fanno piovere

i nostri incubi.

 

Balbuzie di Dio :

piano, la terra, distruggeranno

così che il cielo non abbia più

nulla su cui piovere.

 

 

Il mondo è  sordo

 

S’appiana, nella voce,

il gemito della  mia lacrima,

che come foglia contro il vento,

si lancia tra le vostre dita.

 

Ora come inveterati Dei,

i vostri pensieri, unici sibilano,

con singolo colpo su altri,

carne dilaniano, in quantità,

ma chiamasi al sopravvivere,

a calma sopravvenuta,

con suo ululo, vomita

un enigma di domande:

che altri non sono,

che i vostri silenzi.

 

Il fallimento

 

Il peso del giorno,

schiaccia in me,

la voglia di vedere il seguente.

 

Forse,

è peggio della morte

saper che la propria vita,

sulla bilancia dell’esistenza,

conta niente.

 

Gli angoli del cielo

 

Non cambiano mai, certi cieli

e come vorrei, ora, le tue stelle,

nel tempo di questo buio,

spargendo nebbia con la bocca.

 

Dietro tutti gli angoli,

il tuo sorriso, ricerco,

su altalene stampato,

mosse dal vento.

 

E parlarci nella tua incomprensibile lingua,

per capire che non serve, il tutto là fuori,

per capire che di tutte le clessidre

che ho rovesciato, è la tua

che, tutta la vita, mi costa.

 

Sono solo,

a gridare nelle burrasche,

fa che ti arrivi il mio pianto,

e come quando io sentivo il tuo,

vienimi a svegliare.

 

Biobibliografia

 

Pietro Edoardo Mallegni è nato a Carrara il 1 luglio 1995. Fin da piccolo nutre due grandi passioni: la cucina e la scrittura, amori che lo porteranno a intraprendere professionalmente la strada del cuoco e, marginalmente, quella dell’appassionato scrittore di poesie. Nel 2013 pubblica con la casa editrice Marco del Bucchia la sua prima raccolta: Il dedalo in me, e  vince il premio “Michele Mazzella” con l’atto unico Geshua e il crollo dell’io; nel 2015 pubblica la raccolta Il Dio Dada e si avvicina al movimento poetico-artistico italiano “dinanimismo” guidato e fondato da Zairo Ferrante. Dopo la maturità viaggia molto per lavoro e nel 2017 diventa padre, così decide di tornare a vivere nella sua città, Massa, con la famiglia. Nel trascorrere di questi anni partecipa a diverse antologie curate da Ivan Pozzoni per la casa editrice Limina Mentis. Tra il 2019 e il 2021 ottiene la “Menzione al merito” al Concorso Internazionale di Poesia “Fëdor Dostoevskij”; è poeta finalista al Concorso Internazionale di Poesia “Il Federiciano”;Menzione speciale” Premio “Kalos II Edizione”; “Secondo Classificato” Premio “Scrittura in Cibo”; pubblica le raccolte di poesia Neurocidio, Limina Mentis  e Il nulla, Europa Edizioni.

Mario Luzi e il rapporto con Palermo

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PALERMO, APRILE ’86

 

E’ placida Palermo sotto le nuvole.
Rari perforano gli aerei
la sfioccata coltre, s’infilano, ma quasi controvoglia, in questa
sgoccigliante domenica
d’aprile che assonna tutto il golfo.
(…)

 

Questo è l’incipit di una lunga poesia che Mario Luzi scrisse per Palermo in una delle sue tante visite alla città che amava e nella quale godeva di una cerchia di amici, intellettuali e poeti, con i quali condivideva gli interessi letterari. Come si evince dal titolo, era l’anno 1986 e al poeta fiorentino era stato assegnato il Premio Mondello per la raccolta di poesie “Per il battesimo dei nostri frammenti”, ma era anche il periodo storico in cui la città era oppressa dalle stragi di mafia ed è proprio della dualità della sua natura che la poesia parla, mettendo su piani opposti la ricchezza storica e ambientale di Palermo e la sua faccia delinquenziale. Il risultato è un testo di grande impatto emotivo per il linguaggio lirico e per l’accorata disamina di una realtà sociale dolorosa e spiazzante. Possiamo serenamente affermare che Mario Luzi a Palermo era “di casa”, accolto dagli amici del Circolo Culturale Pitrè, fra cui meritano di essere citati i poeti Elio Giunta, Lucio Zinna, Piero Longo, Paolo Messina, e in relazione con la rivista Spiritualità e Letteratura diretta dall’editore-poeta Tommaso Romano. Nel 1989 il poeta fiorentino compone il testo Corale della città di Palermo per Santa Rosalia, rappresentato nel palermitano Teatro Biondo e in seguito in altre sedi teatrali; quindici anni dopo, su richiesta del regista Pietro Carriglio, scrive Il fiore del dolore, sull’assassinio di Padre Pino Puglisi, presbitero nel quartiere palermitano di Brancaccio, ucciso da mano mafiosa e beatificato nel 2013.

Rappresentazione de “Il fiore del dolore” al Teatro Biondo di Palermo

Nel 1994 viene organizzata a Palermo una due giorni dedicata a Mario Luzi che si conclude al Teatro Biondo, dove il poeta incontra gli studenti dei licei classici palermitani, ed è in questa occasione che ho modo di avvicinarlo e scambiare con lui alcune battute. Ne viene fuori una breve intervista durante la quale il poeta esprime alcuni punti di vista sulla poesia e sui poeti del secondo Novecento. “Dire qualcosa di sé –esordisce- è difficile perché nel momento in cui ci si definisce siamo già diversi e quindi non ci possono essere formule nelle quali imprigionarsi. Tuttavia ho anche un passato sul quale posso tentare di rispondere, naturalmente con approssimazione perché la verità delle cose si può solo captare. La verità è fatta di cose imponderabili che non arrivano ad una concettualità definita.”

Nella sua Lezione sulla poesia contemporanea che tiene agli studenti Luzi afferma fra l’altro: “La poesia è sempre contemporanea quando incide nella sostanza dell’umano e approfondisce delle situazioni che sono universali e che ogni uomo nella sua temporalità può provare. In questo senso vi posso dire che la poesia più contemporanea è quella di Dante che ci insegna il rapporto strettissimo fra la parola e la cosa. L’eccezionalità della poesia di Dante è di avere conciliato il vissuto e il vivente con quello che è l’aspirazione dell’uomo a ritrovare un’armonia e un’unità a cui la storia fa violenza. La poesia di Dante non esaurisce mai il suo messaggio, è quella più compiuta perché ha aderenza con la vita e con l’esperienza e per questo non invecchia, ma anzi è richiesta dallo spirito umano per fortificarsi.”

Gli porgo qualche domanda: “Sappiamo di tante occasioni che hanno visto la sua presenza a Palermo, posso chiederle se quello con la nostra città è un rapporto privilegiato?”

Risposta: “Direi di sì, conto qui parecchi amici con i quali ho rapporti costanti ed affettuosi.”

D. “Si parla spesso della morte della poesia, qual è la sua opinione in proposito?”

R. “Queste sono baggianate che si sono sempre dette. E del resto la poesia vive della sua morte.”

D. “Pensa che l’esercizio della poesia sia più difficile in questo nostro Sud un po’ emarginato rispetto alla cultura imperante?”

R. “Direi di no. Magari ci sono difficoltà pratiche per la divulgazione della poesia, ma se c’è un convincimento di fondo non è possibile chiudere la bocca al poeta.”

D. “Ritiene che oggi la poesia possa avere ancora una funzione educativa?”

R. “Sì, certo, non necessariamente in senso pedagogico. La poesia è una sostanza profonda di cultura e di moralità che non può non lasciare traccia. Libertà interiore e spazio individuale, questo il lascito della poesia a chi la frequenta.”

D. “Un’ultima domanda, inevitabile quando si parla con un poeta: perché e per chi si scrive poesia?”

R. “Il poeta scrive perché si compia il destino della parola che è quello di essere ascoltata.”

Rileggendo le testuali risposte di Luzi ci si può rendere conto di quanto le sue parole, ancora dopo tanti anni, siano attuali.

ANNA MARIA BONFIGLIO

 

Palermo, aprile ’86

 

E’ placida Palermo sotto le nuvole.
Rari perforano gli aerei
la sfioccata coltre, s’infilano, ma quasi controvoglia, in questa
sgoccigliante domenica
d’aprile che assonna tutto il golfo.
Poi calano sulla lontana pista.
Nessun altro frastuono arriva, il rombo
ed il marasma
hanno lasciato le sue strade,
neppure l’ululato
delle molte ambulanze e delle scorte
ora la traversa.
Gli scatti e i morsi,
gli stolzi ed i sussurri della sua oscura malattia
conoscono un inspiegabile letargo.
Le muraglie e le cupole si staccano
sui chiostri e sui giardini
in un chiarore infido, morbido.
Tranquillo il porto e i bacini,
semideserte e le banchine,
mediocre la stazza delle navi.
I rimorchiatori sono fermi.
Si purga dai suoi mali o altri ne prepara
Palermo in questa oasi
se è un’oasi che si è aperta nel suo ventre, come pare,
e non un’officina di crimini e morte
intenta a un più subdolo lavoro
che così si affina…
Immagino soltanto o subodoro
mi daranno orribile certezza? Interpellati
i miei amici di qua
sono simili a uomini di mare
per cui nulla è imprevedibile,
sono aperti a ogni segnale
e catafratti a ogni male, sebbene sotto sotto
amari, sebbene non rassegnati al peggio.
Saprò forse domani che questo splendido torpore
era fitto di crude operazioni, ed anche
questo abbaglio
ingannevole ci ammalia… così è Palermo.

L’intervista a Margherita Pascucci: “Il tempo tessuto di Dio. Ritratto filosofico immaginario di Dacia Maraini”

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Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia MARGHERITA PASCUCCI per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: “Il tempo tessuto di Dio. Ritratto filosofico immaginario di Dacia Maraini“, Il ramo e la foglia edizioni, 2021.

 

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

 

È un saggio narrativo dove filosofia e letteratura si intrecciano. È costruito intorno all’idea della composizione di un saggio filosofico sull’opera di Maraini in cui irrompono momenti di dialogo e epistolario immaginario tra Dacia Maraini e chi scrive. Con un taglio dialogico e narrativo ritrae la figura “immaginata” di Maraini che parla attraverso citazioni da libri e stralci di interviste da me intessuti per riflettere su temi filosofici e letterari che rintraccio nel corpus della sua opera. Ogni capitolo ha quattro parti: la parte di saggio, una parte di dialogo immaginario, una lettera non spedita, e un tratto (del ritratto che vado facendo di lei nel mio saggio.)

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Penso che sia interessante fare letture incrociate: la filosofia che legge la letteratura, e la letteratura che si fa filosofia. Vediamo sempre più oggi filosofi che scrivono romanzi, o che rendono temi filosofici un oggetto di scrittura, abbattendo così barriere (di pensiero e di senso) e creando, inaugurando, nuove composizioni. Questi due campi del sentire, della conoscenza, erano un tempo uniti. Adesso si riavvicinano in molti autori vertiginosamente. Per la mia esperienza, scrivere una lettura filosofica di Shakespeare, leggere Shakespeare non soltanto come il grande drammaturgo ma come colui che crea pensiero nuovo (la definizione che Gilles Deleuze e Félix Guattari davano del filosofo) è un atto che può liberare, a sua volta, nuovo sentire e nuovo pensiero, oltre che nuovi studi. Faccio un esempio: leggere il denaro come si trova in Timone di Atene, mettendolo a confronto con Platone, è illuminante del perché Marx diceva che Shakespeare è stato il primo a fare del denaro una persona concettuale. E quello che dice Shakespeare sul denaro è ancora potentissimo per noi oggi. Leggere le opere di Dacia Maraini come figure concettuali, come ‘pensiero nuovo’ è un atto che mi ha aiutato, per esempio, a capire cosa Walter Benjamin intendeva con la ‘merce come oggetto poetico’, a vedere viva la raccomandazione di Baudelaire: sii sempre poeta, anche in prosa, e a capire come il cinema di poesia di Pasolini si trovi quasi traslato in quella che chiamo ‘prosa di poesia’ di Maraini: l’immaginario come la macchina da presa del reale. Questo potrebbe aprire nuove domande, nuovo pensiero sulla creatività e le sua modalità negli anni condivisi da Pasolini e Maraini, così come, dal punto di vista politico, per esempio, vedere come la ‘prosa di poesia’ (se la mia lettura può essere valida) gemmi, produca, una koiné aisthesis (riaprendo il sentire e l’esigenza della Grecia di Aristotele oggi qui), un sesto senso comune per cui diventa per me possibile sentirmi diventare Teresa la ladra, Manila la prostituta, Veronica meretrice e scrittora… è un ampliamento dei sensi (campo della letteratura, che porta altro immaginario ad aprirsi) ma anche del pensiero (tutti i luoghi muti del corpo di Marianna Ucrìa che diventano espressione, liberano un fiorire di sensazioni in me, e credo in qualunque altro lettore, che diventano non solo sentire comune, condiviso, ma anche liberazione del sentire stesso). Quindi: quanto possa essere utile nel panorama di oggi un’operazione come la mia, non so. L’ho scritta per Maraini, senza pensare molto ai suoi risvolti. Ora che però il libro vive di vita propria, spero che questo arduo connubio che ho tentato possa suscitare anche in chi legge una liberazione del pensiero quanto le opere di Maraini hanno fatto con me.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a impegnarti in questa opera? In altri termini qual è la sua genesi?

Ho vissuto molti anni all’estero. Al mio ritorno in Italia, i primi mesi, mi capitava di vedere spesso Maraini in televisione o di ascoltarla alla radio. Incuriosita da questo pensiero così diretto e limpido, ho iniziato a leggere qualche suo libro – a quel tempo avevo letto soltanto Marianna Ucrìa – e il secondo, o forse il terzo libro che ho letto, è stato Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza. Anni fa ho scritto un testo sulla povertà, in cui era fondante la rivoluzione indicata da Chiara nel suo privilegium paupertatis (il diritto a non possedere che lei chiese a Innocenzo III, e che ottenne nel 1216). Più procedevo nella lettura della Chiara di Maraini, più mi colpiva il modo in cui lei fosse riuscita a dire in modo lirico e forte al tempo stesso, comprensibile da tutti, questa potente rivoluzione che Chiara chiese. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, ho letto quindi (quasi) tutto quello che Maraini ha scritto, avendo una predilezione per i suoi testi di teatro. Più leggevo più desideravo conoscere questa autrice che era riuscita a mettere insieme una scrittura altissima a un raffinatissimo, setacciato, depositato eppure immediato e limpido profondo pensiero. Come se il pensiero trovasse, nella scrittura di Maraini, una sua carnalità cruda, e vera. Ne sono rimasta affascinata. Un giorno di maggio dell’anno scorso vidi che Maraini presentava a Firenze Corpo felice, testo sulla maternità. Andai ad ascoltarla, senza però riuscire a parlarle.

Un mese dopo Maraini tornò a Firenze e in un giorno fece due presentazioni: una su Pinocchio nel pomeriggio tardo di inizio estate, in una bella piccola libreria nel centro di Firenze. E una su ‘Scrivere come impegno sociale’ quella stessa sera, dopo cena, in una libreria nella periferia di Firenze. Durante il primo incontro rimasi stupefatta da come Maraini parlava del tempo, della immaginazione, e della creazione (parlando di Pinocchio!). Nei mesi successivi iniziai a scriverle, e Maraini gentilmente mi rispose. Ero attratta, o forse trasportata, da due motivi, o movimenti interiori: far venire alla luce quella trama filosofica che sentivo nei suoi testi, nei suoi discorsi, e conoscerla. In un certo senso speravo di poter, in modo silenzioso, umbratile, conoscendola, imparare a liberare la scrittura filosofica, o forse a fare della scrittura filosofica un percetto (un concetto sensibile). Desideravo imparare quello spogliarsi dell’io che mi sembrava essere la forza della sua scrittura e ciò che dava, magistralmente, carnalità al suo pensiero. Una carnalità particolare a un pensiero, un sentire, universali. Abbiamo continuato a corrispondere per qualche tempo, e io, a un certo punto, le ho proposto il mio progetto di provare a farle un ritratto filosofico. Lei mi disse sì, e questa grande generosità mi riempì di gioia. Rimanevo pur sempre una sconosciuta. Io avevo sempre pensato di fare un saggio che diventasse, attraverso il dialogo tra noi, lentamente narrazione, ma non mi ero resa conto che questo avrebbe implicato una scrittura a quattro mani, cosa che non poteva darsi. Al tempo stesso non volevo che fosse una intervista, perché ce ne sono già diverse, molto belle, né tantomeno un saggio di pura critica letteraria o filosofica. Volevo creare quell’interazione chimica che ci porta sull’orlo della creazione di qualcosa di nuovo. Interazione profonda e impercettibile che è ciò che i testi di Maraini hanno fatto su di me. Dopo qualche momento di crisi, ho deciso di fare il testo lo stesso, facendo fare la parte del dialogo alle parole dei suoi personaggi, dei suoi libri. Ma a quel punto non poteva che essere un ritratto immaginario, un dialogo immaginario. Con tutte le mancanze e gli errori dell’immaginazione. E così è nato Il tempo tessuto di Dio. Sono profondamente grata a Maraini per avermi permesso di immaginarla, anche se a tratti mi sento a disagio per aver reso l’immaginazione qualcosa di espresso. Certo, è la grande forza che ha lei. Dà realtà all’immaginario, all’immaginazione. Solo che il personaggio che viene fuori non è più Dacia Maraini, il suo pensiero, ma una Dacia immaginata da me, la figurazione nel pensiero che un lettore – in questo caso io – si fa di lei. È soltanto un’interpretazione, che offre delle tracce.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

La copertina è opera della redazione, la foto è di Roberto Maggiani. Ecco cosa scrivono gli editori della scelta della copertina, da me condivisa:

“Le nostre copertine cercano di esprimere un sentire in equilibrio tra il reale e l’immaginario, cercano un significato che stia alla radice dell’invenzione letteraria. La radice non è mai pulita, è la parte dell’albero che si insinua nelle profondità del terreno in cerca del fluido vitale, necessario a innalzare l’albero verso il sole. “Il tempo tessuto di Dio” è un saggio, un ritratto filosofico immaginario di Dacia Maraini nella cui opera e nei personaggi che in essa vivono, Margherita Pascucci cerca e trova elementi universali che vanno a innestarsi nella storia umana, in molteplici diramazioni che diventano una sorta di tessuto temporale, dunque storico, sul quale è possibile riconoscere la quasi millimetrica scrittura di Dio, con caratteristiche che possono anche apparirci in forme note ma la cui essenza più profonda può assumere “colori” e proprietà del tutto diverse dalle nostre attese. Al di fuori di tale focalizzazione che cosa ne sappiamo noi del carattere dell’esistenza e del reale pensiero di Dio? Il bianco è lo spazio del mistero.”

  1. Come hai trovato un editore?

Ho mandato Il tempo tessuto di Dio a molti editori, ma nessuno ha risposto.

Un caro amico traduttore, Giuseppe Girimonti Greco, mi ha parlato de Il ramo e la foglia edizioni e mi ha proposto di mandare loro il testo. E loro in poco tempo mi hanno dato una risposta affermativa. È stato un incontro felice.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

A tutti, anche se inizialmente sembra un libro specialistico (il saggio) o ostico (la sua composizione intrecciata). Credo che con un po’ di curiosità a farsi trasportare in un linguaggio e un’immaginazione a cui non si è abituati, possa parlare a tutti.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

La casa editrice sta facendo un ottimo lavoro con l’ufficio stampa (contatti a tappeto di blogger, scrittori, giornalisti, studiosi), da cui nascono recensioni, interviste, possibilità di presentazioni.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

[Una sera, una mattina]

Lettera non spedita

Oggi è un momento di calma – il cielo torrido sta per essere attraversato da una tempesta, si sentono i tuoni ma ancora non c’è acqua e l’azzurro è imperturbabile. Sembrano quei cieli di Bestie di Tozzi, dove le allodole si buttano a capofitto. In realtà ora, qui, è troppo caldo, e le nuvole insieme all’azzurro sono sospese come in un fermo immagine… Mi chiedo, ma che senso ha continuare a scrivere come se lei potesse leggere, come se potesse rispondermi, come se fossimo davvero in un dialogo? E addirittura un dialogo in differita, io che scrivo un saggio su di lei, rileggendomi cercando di immedesimarmi nei suoi occhi che scorrono queste pagine, cercando di fare da contrappunto. Un dialogo in differita e indiretto, in cui si innestano, come un grande discorso indiretto libero, i miei pensieri che cercano di dire i suoi. Mi deve perdonare, ma in questo viaggio dentro la sua scrittura, leggendo il giorno quando e dove posso, e soprattutto la notte, mi sembra di averla qui. E non riesco a trattenermi, mentre leggo devo scrivere, in un movimento pressocché auscultante. E immagino di averla qui. È un’illusione, lo so, come quelle meravigliose che ogni arte regala, e di cui la scrittura è per me la più ammaliante. Il tempo cambia le cose, i pensieri, le relazioni, quindi chissà, potrebbe forse avere un piccolo spazio di desiderio per un ritratto filosofico dal vero? Mi spiego – continuo a essere così sbadata e astratta nella comunicazione con lei, parlo, parlo e non le dico in concreto cosa voglio: per ritratto filosofico intendo descrivere, attraverso un dialogo con lei sulle sue opere e il suo pensiero su alcuni temi importanti, da lei scelti, la sua filosofia. Trovo che nella sua prosa sia nascosto un profondo pensiero filosofico e mi piacerebbe portarlo alla luce con lei. Da sola non posso farlo, è il suo ed è in nuce, solo lei può farlo diventare espressione. Se lo volesse, mi piacerebbe poter venire a trovarla prima di ottobre. Non le porterei via tempo prezioso, glielo prometto. Mia madre è pittrice, fa ritratti. Per anni ha dipinto per amore e progettato case per amici, trompe-l’œil, quadri e, soprattutto, ritratti. È sempre stata molto veloce a cogliere quel tratto fondamentale e misterioso del carattere in un’espressione del volto. Però aveva sempre, e ha tuttora, bisogno di una manciata di ore con la persona da ritrarre. Io non sono altrettanto veloce, e so che il tempo di questo ritratto filosofico si distenderà oltre qualche ora. Comporre due immaginazioni richiede forse più conoscenza, e più tempo – ‘ontologico’ direbbe il filosofo – di un dipinto. Per questo mi piacerebbe passare un piccolo frangente di tempo ‘ontologico’ con lei, per poter intravedere quei tratti invisibili di cui la filosofia si nutre, e che realtà e immaginazione vivono e tessono alacremente.  A me basterebbe, per iniziare, una sera e una mattina. Ecco, il velo si sta squarciando e la tempesta è qui. E uno Schumann meraviglioso rivisitato da Uri Caine ha ripreso a suonare.” (Il tempo tessuto di Dio. Ritratto filosofico immaginario di Dacia Maraini, pp. 65-66)

Ricordo il momento esatto in cui l’ho scritto, è stato il filo a piombo, il momento di svolta nella scrittura stessa.

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Che il testo possa circolare e venga letto trasversalmente, anche da chi non conosce bene Maraini. Soprattutto possa arrivare a chi non ne conosce i lavori teatrali.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

      Ti senti a disagio per avere ‘messo a nudo’ il tuo immaginario su un’altra scrittrice?

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Sto finendo di lavorare a due manoscritti. Uno è un testo puramente filosofico, che chiude una sorta di trilogia iniziata anni fa (con La potenza della povertà. Marx legge Spinoza e proseguita in Causa sui. Saggio sul capitale e il virtuale – sono testi di lettura del meccanismo del capitale, della povertà e della soggettività). L’altro testo cui sto lavorando è un testo letterario, sulla morte. Stavolta, anche se non lo è propriamente, assomiglia più a un romanzo, la forma saggio è sparita. Ma rimane il confronto, sotto forma di riflessione, attraverso citazioni, con un grande autore della letteratura novecentesca.

Margherita Pascucci

Margherita Pascucci, dopo essersi laureata in filosofia a Firenze, ha proseguito i suoi studi a New York, conseguendo un Master in Yiddish studies a Columbia University e un dottorato in Letteratura Comparata a New York University. Ha poi conseguito un secondo dottorato in Filosofia a Viadrina Universität, Germania, e proseguito le sue ricerche al Collège de France, Parigi e a Royal Holloway, University of London, Inghilterra. Ha insegnato e vissuto in molte città (New York, Berlino, Parigi, Londra, Dhaka, Betlemme, Abu Dis). Ha pubblicato quattro monografie e vari articoli di filosofia politica e morale (Philosophical readings of Shakespeare. “Thou art the thing itself”, Palgrave Macmillan, 2013; Causa sui. Saggio sul capitale e il virtuale, ombre corte, 2009; La potenza della povertà. Marx legge Spinoza, ombre corte, 2006; tr. in farsi Qoqnoos, tr. Foad Habibi, 2019); Il Pensiero di Walter Benjamin: un’introduzione (Edizioni il Parnaso, 2002).

Canto presente 51: Enrico Cerquiglini

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Enrico Cerquiglini

Li vedi i colori che fanno della collina
la festa dei gabbiani? È una collina
che si alimenta ogni giorno
dei nostri sogni dismessi,
del cibo che non sazia,
delle mode ora derise,
archiviate nel ridicolo dell’anima,
dell’orgoglio d’essere
figli dell’occaso
destinati alla gloria eterna,
promessa da divinità
e mercanti del tempio.
Lo vedi il bosco delle case
come si espande sulla pianura,
sulla collina, sul pianoro
cacciando il verde variabile
di un bosco senza camere
e sale d’intrattenimento?
Lo vedi il fumo nero
che a volte oscura il sole?
È il padre della luce,
delle macchine che vanno
da sole, che vanno ovunque,
che parlano e pensano per noi.
Lo vedi quel serpente che va
rasentando la montagna
portando con sé
il colore della nostra pelle
e il pudore del corpo puliti,
tutto ciò che non osiamo mostrare.
Vedi laggiù, sempre più vicine,
nuvole di fuoco che si nutrono
di vita? Sono i nostri fiati
infernali, le nostre gole fameliche,
le nostre fantasie illogiche.
Dall’altra parte vedi le acque salire
acque salate e calde,
acque che strappano argini
e sommergono i boschi
di cemento, le strade
dei viaggiatori del nulla.

Vedi, figlio mio,
un giorno non lontano
tutta questa distruzione
sarà tua.

*
Ti scriverò un giorno una lettera,
magari in brutti versi,
per dirti in quale modo scorre il tempo
alla periferia della Storia,
in questo angolo di terra
coperto di viti, ulivi e solitudine.
Ti scriverò, senza prentendere risposta
– so che dove sei o non sei
non si è usi alla scrittura –
magari con una patina d’ironia
o con la scrittura asciutta
che preferivi all’incedere barocco
di certe confidenze infauste.
Ti scriverò per dirmi
cose che non mi son mai detto
rimandando di giorno in giorno
il conto da saldare
e le finestre da aprire
per dare aria a questo universo
di parole su carta.

*
nessuno arse con Giordano Bruno
– “quello scelerato frate domenichino de Nola” –
i più scesero a patti con gli aguzzini
con compromessi generando stirpi abiuranti
altri corsero a procurarsi fascine
per approntare il rogo per lo “heretico ostinatissimo”
ignari di eresie e di speculazioni
spinti dal desiderio di vedere tra le fiamme
“nudo e legato a un palo” un frate
da altri frati “abbruggiato vivo”
e raccontar per anni
– con nauseata soddisfazione –
testimonianza di carne umana arrostita
del dolce nauseabondo fetore
– oh l’odore del napalm al mattino
colonnello Kilgore! –

anche la mordacchia per tacitare
prima della morte lo “eretico impenitente
et ostinato” e lordarne di sangue
il volto e il cencioso vestito
da additare come cane al volgo
imprecante orante e soddisfatto
cantando “letanie”
mentre torvo disprezzava la croce
in nome della quale lo si straziava

“e così arrostito miseramente morì
andando ad annunciare io penso
a quegli altri mondi da lui immaginati
in che modo gli uomini blasfemi
ed empi sogliono essere trattati dai Romani” (Kaspar Schoppe)

e nella plebe soddisfatta
della giustizia trionfante
nuove abiure covavano
nuovi roghi nuovi strazi

*

qui la gente è triste
ha paura dei propri pensieri
rinuncia a pensare
per non rischiare di turbare
il passo solenne delle parate

qui la gente è triste e cattiva
si uniforma e non s’informa
urla sbraita maledice
ma in privato nelle sere di gala
piega le jenou e fa il baciamano
come dovuto omaggio di vassallo

qui la gente è triste cattiva e violenta
desidera il sangue nelle strade
odia la gioia che sboccia a volte
sui visi di alcuni bambini e padri
venuti da mitiche terre lontane
dove spontanei nascono i giorni

qui la gente compra il niente
per vederselo svanire tra le dita
e si nutre di un veleno dolcissimo
per morire per qualche ora
ma al risveglio ha la bocca amara
e abbaia randagia alla vita

*
Quando il sole è basso sull’orizzonte,
crescono a dismisura le ombre
di uomini piccoli piccoli.
Sembrano giganti
e sono granuli di polvere
che il sole, al ritorno, schiaccerà.

*
Allenare le parole,
domare gli ulivi,
addestrare le mani al lavoro,
rubare le briciole dalla mensa,
calpestare le foreste di simboli,
farci spiegare i nostri pensieri,
acquistare alimenti a km zero o poco più,
inquinare i torrenti di sudore,
dissetarsi con le parole della messa,
rubare la fantasia ai fanciulli,
invecchiare col cervello in mano,
dissodare i pensieri,
disboscare i desideri,
delocalizzare i cimiteri…

fatto questo puoi anche fermati
ad ammirare lo spettacolo
del tramonto dell’universo.

*
Questa è la mia terra:
aspre mani di gente che insiste
tra pietre e ulivi
a vegliare ciò che va o resta;
assetata, arida, riarsa
fino a spaccarsi d’estate
aprendo abissi d’infinito,
fino a separare radice da radice,
zolla da zolla,
prima di richiudersi
avvolgendo misteri insondabili.
Questa è la mia terra:
violenta, respingente,
dura, avara, avida di sudore,
distesa di stoppie e cardi,
di istrici, cinghiali, lupi e volpi,
di uccelli di rapina,
di inquietanti canti notturni…
Questa è la mia terra:
inclemente, spietata a volte,
senza rimorsi…
ma quando s’accende di verde,
quando gli ulivi danzano al vento,
quando la macchia respira
e tutte le voci
si fondono in un coro di secoli,
quando la quercia ti avvolge
con la densa sua ombra,
il vino ti scivola in gola
– sangue di oscure radici –,
allora, solo allora ti accorgi
che questa terra nutre
la tua vita, la tua morte
dal tempo in cui le rughe
divennero calanchi
impressi nei gesti.

*

poi sentivi sul calar della sera
ronzare le api – come una preghiera

Gloria del disteso mezzogiorno

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foto di Deborah Mega

Limina Mundi riprende la sua programmazione con la pubblicazione di un celebre testo di Eugenio Montale dedicato all’estate e tratto dalla raccolta Ossi di seppia. Come in Meriggiare pallido e assorto, il poeta descrive il paesaggio assolato e riarso dal sole durante il mezzogiorno, nelle ore più calde di una giornata estiva. Il verso iniziale ha l’andamento di un inno squillante. Il sole occupa la sua posizione più alta nel cielo, tanto da non permettere agli alberi di creare l’ombra. La luce acceca, rende incerti i contorni delle cose e inaridisce la terra. Il motivo dell’aridità diventa emblema di una condizione metafisica ed esistenziale, ritornando con insistenza nel resto della poesia: un secco greto, l’arsura, in giro, una reliquia di vita. Solo un martin pescatore vola sui resti di un animale e annuncia il sollievo della pioggia futura. Emerge però la fiducia nella possibilità della sopravvivenza (Il mio giorno non è dunque passato) e della speranza (della buona pioggia, che verrà dopo lo squallore). Ma la vera gioia, come già aveva affermato Leopardi nel Sabato del villaggio, non è nell’appagamento del desiderio, ma nell’attesa dell’ora più bella di là dal muretto”. In relazione al lessico Montale ricorre a parole auliche e rare, latinismi (occaso) e termini letterari, come falbe, scialbato (aggettivo usato anche da D’Annunzio) e compìta (usato da Dante). La descrizione del paesaggio fa riferimento, come sempre, alla terra ligure.

Metro: tre quartine di endecasillabi (il v. 2 è un novenario sdrucciolo, il v. 11 è un dodecasillabo) con rime ABAB, CDCD, EFEF.

 

Gloria del disteso mezzogiorno
quand’ombra non rendono gli alberi,
e più e più si mostrano d’attorno
per troppa luce, le parvenze, falbe.

Il sole, in alto, – e un secco greto.
Il mio giorno non è dunque passato:
l’ora piú bella è di là dal muretto
che rinchiude in un occaso scialbato.

L’arsura, in giro; un martin pescatore
volteggia s’una reliquia di vita.
La buona pioggia è di là dallo squallore,
ma in attendere è gioia più compita.

 

EUGENIO MONTALE, Ossi di seppia (Torino, Piero Gobetti, 1925).

Prisma lirico 36: Buone vacanze e Arrivederci a settembre

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Con una poesia di Marina Cvetaeva e le marine di David James e Laura Knight la redazione del blog Limina mundi augura:

BUONE VACANZE E ARRIVEDERCI A SETTEMBRE

David James

Chi è fatto di pietra, chi è fatto d’argilla –
Io invece sono fatta d’argento e brillo!
La mia occupazione – è il tradimento, il mio nome – Marina,
io – sono l’effimera spuma del mare.
Chi è fatto d’argilla, chi è fatto di carne –
a costoro la bara e le lastre tombali …
-battezzata nella fonte marina – e nel mio
volo continuamente infranta!
Attraverso ogni cuore, attraverso ogni rete
batte il mio arbitrio.
Io – vedi questi ricci scomposti? –
non sono fatta del sale della terra.
Mi frango sulle vostre granitiche ginocchia
e da ogni onda – risuscito!
Evviva la schiuma – l’allegra schiuma –
l’alta schiuma del mare!

Laura Knight

Poesia: Marina Ivanovna Cvetaeva, Spuma di Mare, 1920

opere:

David James, Morning Tilde, 1898

Laura Knight, Lamorna Cove, 1915

 

Alessandro Trasciatti, “Acrobazie”, Il ramo e la foglia Edizioni, 2021.

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Le brevi storie di questa raccolta sono spiazzanti racconti del quotidiano, miniature curiose e circonvoluzioni della mente. Con abilità funambolica Alessandro Trasciatti scatta istantanee a partire da intuizioni e stravaganze, indaga le svirgolature dalla normalità, ritrae situazioni al limite del paradosso in cui convivono ironia e humor nero, erudizione ed esigenze corporali, aspirazioni letterarie di giovani bohémien e assurdi dialoghi con la mobilia della giungla casalinga.
I personaggi di Acrobazie si muovono trasognati e in precario equilibrio sulla soglia del verosimile, cercano un senso che dia forma al vuoto, «un punto fermo da cui ripartire».
Nella variopinta rassegna di sogni, amori giovanili e fantabiografie, si avvicendano affetti asinini, matrimoni unilaterali, violinisti sordomuti e inferni da Commedia.
Colpiscono i toni teneri e buffi e la scrittura tersa: con queste polaroid del possibile, Trasciatti propone l’autoironia come soluzione di fronte all’incomprensibile e le fantasticherie del passato come rifugio dal mondo. Acrobazie esplora i pertugi tra veglia e sonno, attraverso carambole stilistiche che fluiscono lievi e lasciano spazio al tepore di un sorriso.

*

1
Sterilmente ricerco da anni il mio luogo più integro e segreto, il mio centro nascosto, ma non trovo che angoli parziali e periferici. Del più recondito dei miei spazi ho tentato di parlarti in più d’una veglia, scarsa di luce ma gremita di parole, coi termosifoni spenti e noi avvolti in coperte di lana. Sedevamo sul divano giù al pianterreno. La “stanza del computer” la chiamavamo, perché era lui l’unico inquilino permanente di quelle quattro pareti fredde, dipinte di celeste chiaro. Su un lato una libreria folta di volumi di mio padre: riviste di elettronica, manuali di pedagogia, fotocopie rilegate, confusioni in varie fogge. Nel mezzo una scrivania cosparsa di penne e pennarelli, squadre, righelli, viti e dadi erranti, piccoli ordigni fuori uso in attesa di riparazione. Sulla scrivania il computer, appunto, avvolto in fogli di nylon trasparente a difesa dalla polvere, col suo ronzio insidioso – una volta acceso – e la sua luce raggelante.
Non c’era altro posto nella casa per parlarti. Non di sopra, coi genitori persi in perenni tenzoni da dopocena sull’uso dell’aglio negli intingoli, smodato secondo lui, appena percettibile secondo lei. Non di sopra, con i gatti acciambellati ovunque, i fratelli pacifisti in corteo contro la guerra, le sorelle aspiranti veline a controllare i fianchi negli specchi.
Non di sopra, nella mia camera che non avevi mai amato, piena com’era di cianfrusaglie colorate, ricercate con perversa cura, leziosamente giustapposte con tardivo gusto surrealista per l’inutile. Forse i libri ti piacevano, ma t’impedivo quasi di
toccarli per paura – fondata devo dire – che tu ne scambiassi l’ordine e infrangessi l’equilibrio di quelle teorie coscienziose di Einaudi, Sellerio, Adelphi, Gallimard. Non lo facevi, lo so, per cattiveria e nemmeno per eccessiva sciatteria, ma solo perché non arrivavi al fondo della mia minuzia maniacale e affettuosa al punto che riservavo ai miei volumi l’ultima occhiata prima di dormire. Come spiegarti la voluttà di guardarli e riguardarli, di verificarne le simmetrie, di constatare il loro numero accresciuto? Come farti capire, senza cadere nel ridicolo, il piacere materno di riordinarne le file e di reperire nuovi spazi quando gli scaffali traboccavano?
Non c’era altro angolo per parlarti se non la “stanza del computer”, inaccogliente e sottilmente ostile, ma silenziosa e lontana dai locali più abitati. E poi non era solo più facile chiacchierare senza timore di essere interrotti, potevamo anche leggermente amarci. Con le orecchie tese, è vero, ai rumori di eventuali avvicinamenti, ma in verità i passi erano benevolmente lenti – ovvio che tutti sapessero di noi – ed avevamo sempre il tempo sufficiente per ricomporci. Ci piaceva però pensare di essere davvero esposti alla ronda serale di chiusura delle porte, alle paternali, ai castighi espiatori, desideravamo anacronistiche punizioni corporali che nessuno ci inflisse. Ci piaceva pensarci come frutti proibiti l’uno all’altra, così non arrivammo mai ai limiti d’amore, anche perché era sempre tardi, faceva freddo ed il divano era scomodo. Meglio fermarsi, dunque, e rimandare le effusioni ad altra data.
Non c’era davvero altro anfratto per parlarti del più segreto dei miei luoghi, quello che, malgrado le approssimazioni, non ho mai trovato. Ti parlerò, allora, degli altri piccoli
recessi in cui mi sono rintanato in questi anni.

9
Sulla mia scrivania ho posto un foglio rigido di plastica trasparente per poterci mettere sotto qualche reliquia iconografica in cui specchiarmi ogni volta che mi siedo. Sono immagini di attori, tessere di associazioni, santini e, soprattutto, foto di te, foto di me.
Ero ansioso aspettandoti l’altra sera. Fumavo sigarette, mi sudavano le mani. Un mese era passato senza vedersi. Pensavo già che ti avrei detto: “Scusami se sono agitato, non posso farci niente”. Accesi la TV. Guardai distratto. Spensi.
Mi cosparsi la faccia col dopobarba che mi avevi regalato per Natale: “Dono di fidanzata”, sussurrasti. L’ho sempre usato poco, in verità, sono rimasto attaccato al mio. Non offenderti per questo. Riconosco che il tuo era un’essenza fine, ma sono pigro nelle mie abitudini olfattive. Giravo per la casa. Non arrivavi. Alle sette e mezza avevi detto. Erano quasi le otto.
In cucina mia madre stava terminando di preparare la cena. Non avrei potuto trattenerti a lungo, non avevi mai mangiato qui, nemmeno nei momenti migliori, figuriamoci ora. Finalmente suonasti. Al citofono dissi: “Sei tu?”. Infatti.
Scesi di corsa le scale. Aprii, eri lì e per me fu confusione. Come fosse tutto come prima e niente come prima. Entrasti. Eri di fretta. La tua fretta solita a cui ero affezionato. Mi dicesti di essere in ritardo, di dover fare presto. Non credo che fosse per difenderti dalla mia presenza, no. Eri sempre stata così. Era il tuo lato attivo, questo. Mi parlasti di assemblee, di presidi pacifisti in città (la guerra del Golfo, qui da
noi, era ancora fatta di scontri verbali e servizi televisivi), di sorelle che ti aspettavano, di professori. Volevi salire? Ti sfiorai il braccio in una stretta incerta che avrebbe voluto essere ospitale, affettuosa e riparare l’amore che ti avevo tolto, ma che pure non voleva darti l’impressione di un ripensamento, una stretta lieve che era paura di ferirti ancora e, soprattutto, paura delle tue reazioni, dei tuoi lucidi rimproveri, paura di te. Durò un attimo e ti accompagnai in fretta su in camera. “Ecco il libro”, dissi, “questo è quanto”. Eppure non era vero, non era quanto. Così continuai: “Posso darti qualcuno
dei regali che non ti ho portato per Natale?”. “Così, in fretta e furia?” rispondesti. “No, hai ragione, un’altra volta con più calma”. Mi accorsi di temere un tuo ritorno, sarebbe stato un sollievo consegnarti tutto in quel momento. Avevo paura sul serio. Perché eri bella. Parlavi, parlavi. Non ti sentivo, riuscivo solo a guardarti. Come avevo fatto a lasciarti? Ero stato davvero io? Dal mio reliquario sulla scrivania prendesti alcune foto, non feci in tempo a chiederti quali. Uscisti sempre rivolgendoti a me. Ti replicavo a mezze frasi. Ti domandai qualcosa che non avevo capito. Pensavo alle foto. Erano di certo le mie che ti eri portata dietro. Mi attraversò un filo di compiacimento. Eri già fuori. Faceva freddo. Ti salutai restando sulla porta. Tornai in camera per verificare quali foto avevi scelto per ricordarmi. Non compresi subito quello che vidi. In quella vetrinetta di memorie il volto mancante era il tuo.

 

*

 

ALESSANDRO TRASCIATTI è nato a Lucca nel 1965. Francesista di formazione, ha lavorato prima come archivista e postino, poi come editore dei Libratti, collana di letteratura illustrata nata dal blog Il Trasciatti – lunario inattuale di letteratura e desueta umanità. Tra le sue pubblicazioni troviamo Prose per viaggiatori pendolari (Mobydick 2002), Il dottor Pistelli. Una vita in ritardo (Garfagnana 2013), Avevo costruito un sogno. Storie e fatiche di un postino artista (Ediesse 2014), Scampoli (Oèdipus 2017). Negli anni ha scritto per diverse riviste letterarie e non, tra cui Il Grandevetro, Sinopia, Poesia, Paragone, Gente Viaggi; suoi testi sono apparsi anche su spazi online come La Balena Bianca, Altri Animali, NiedernGasse. Attualmente
collabora con Nuova Tèchne – rivista di bizzarie letterarie e non (Quodlibet).

Hanno detto di lui:
«I modelli di Trasciatti potrebbero essere due autori come Antonio Delfini e Robert Walser, al netto delle distanze; lo fanno pensare la sua misura, la prosa limpida e allegra, la presa soggettiva sulla realtà, e la levità con cui tocca la disperazione facendola subito evaporare.» – Andrea Cirolla, Doppiozero

«A suo modo [Trasciatti] è uno Cheval-Fitzcarraldo.» – Nazareno Giusti, Avvenire

uNa PoESia A cAsO: Emily Dickinson

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Emily Dickinson

Mi rinchiudono nella Prosa
Come quando da Ragazzina
Mi mettevano nello Sgabuzzino
Perché mi volevano “tranquilla”

Tranquilla! Avessero potuto spiare
E vedere il mio Cervello andarsene in giro
Era come se avessero confinato un Uccello
A Tradimento in un Recinto

A lui basta volerlo
E con la disinvoltura di una Stella
Dà un’occhiata alla Prigione
E ride. Lo stesso faccio io

Gianfranco Vacca, “Se il silenzio se io ascolto, se i tamburi”, puntoacapo, 2019.

 

Lega i polsi alle bandiere
ed il vento sarà fermo.
Ammanetta l’aria che le sventola
ed il drappo diventerà spento.
Svesti la nudità dell’angelo
ed il suo sesso dal velo
ed in ogni Raffaello
l’ascesi delle immagini
avrà desiderato la sensualità
che attuò il suo pennello.
(Capri)

 

Mi attraversano come rami – i coralli,
vena dopo vena
sono la mano –
aprimi
dove ti stringono le dita,
portami al cuore
rosso contro rosso,
se il tumulto
se il sobbalzo se l’ardore –
E mentre si spalancano le dita
sono resa folle di passione
ed è resa folle ogni cosa
io possa giungere e toccare.
(Capri)

 

Ma perché il pensiero – pensa
ed aggiunge idea ad altra idea
e domanda si arrovella
chiede indaga
– dove salirà mai
il cubo dell’arcobaleno?
Riusciremo in linea verticale
a discendere liberi giù dal cielo
bacio contro bacio
labbro contro labbro
senza deviare, in perpendicolare
uno disteso contro l’altro
in piedi, nell’aria.
(Capri)

 

Neve e biancosi confondono insieme
nella notte
un ciliegio è in fiore
e risplende nel buio.
Il cielo cupo
che incombe la primavera
rende alpino lo sguardo
i fiori bianchi sui rami
come fioccasse l’inverno.
(Roma)

 

È sempre l’ultima goccia
il profumo che indosso
-sospiro che potrebbe impazzire
sete di notte fonda.
E se fuori piove, è ticchettio
il suono che ad uno ad uno
formula campanelli
quando trema l’argento alla goccia
– il pioniere trasparente
che scende dal cielo piccolissima
per applicare il dettaglio
alle nostre maree.                                                                                                    (Capri)

 

Testi tratti da “Se il silenzio se io ascolto, se i tamburi”, puntoacapo, 2019.

Silvio Raffo: “Daily Visitor”. Due quartine inedite. Breve nota critica “La maliosa visitatrice quotidiana” di Adriana Gloria Marigo

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The Spring House Hotel: Black Island, Rhode Island, USA

 

 

Silvio Raffo: Daily Visitor

Due quartine inedite

Breve nota critica La maliosa visitatrice quotidiana

 

 

DAILY VISITOR

 

Non sono più il fanciullo che alla Morte

ogni sguardo negava, ogni pensiero

né il giovane poeta cui una sorte

generosa spianava ogni sentiero.

 

Sono l’ospite ostile alle maliose

sue visite alla soglia della mente

ma la sua ombra insiste in insidiose

movenze ad annunciarsi onnipresente.

 

Fotografia anonima

 

In due quartine la visitatrice quotidiana con  «maliose sue visite», «la sua ombra [che] insiste in insidiose movenze» è scaturigine, dal tenebrore di ciò che genera spavento per l’annullamento della vita, della completezza dell’esistenza, dall’insinuarsi di figure fantasmatiche gravate dei segni della soglia estrema – paradossalmente da quello sgomento – della luce di poesia. Accade, in virtù delle immagini “maliose”, “insidiose”, di quel pensiero dominante che attrae e respinge a somiglianza del numinoso perturbante, l’accensione dell’immaginazione attiva il cui esito, nel poeta, è l’invenzione della parola poetica: nasce il verso, nasce la poesia. La poesia, come in ogni nascita, è un ‘venire alla luce’, un accadere della parola nel fine della luce, al fine della luce: si compie, nella radianza della luce che grazia o attribuisce la giusta postura agli elementi animati e inanimati, il riconoscimento della costanza dell’ineluttabile, la compresenza di vita e morte, la cognizione che la rimozione di quest’ultima è una torsione vitalmente dolorosa e, al contempo, si esplicita la metafora di quella dinamica vita – morte – vita che investe la creatività poetica. Sopraggiunge un’età in cui – annullata la negazione della presenza della morte nel duplice piano semantico del verso «Non sono più il fanciullo che alla Morte /ogni sguardo negava» (la negazione dello sguardo è rivolta tanto al soggetto, quanto all’oggetto dello sguardo rivelando in questo che la relazione con la Nera Signora è inevitabile seppure ricacciata, consegnata a intellettualistica impresenza) – si fa presente, salda, dichiarata l’avvertenza della condizione di “ospite ostile”: il solo rango che nel poeta Silvio Raffo può darsi nei confronti del flusso ineludibile, che non manca di mostrarsi sotto spoglie seduttive, onnipresente ombra persecutoria ne «lo gran mar dell’essere». Il sapere derivante è l’esistenza ubiqua dell’insidia, della soglia mentale quale accesso alla dissoluzione dell’essere fisico e spirituale, nonché della necessaria ostilità quale contrafforte dello stato di “ospite”: colui che gode dell’accoglienza per il tempo concesso del beneficio cui segue la separazione, la sospensione dell’idillio e, di nuovo, la mediazione regolata sul lume della circospezione inevitabile, ciclica.

Adriana Gloria Marigo

Zahira Ziello, “Sibilla”, Terra d’ulivi Edizioni, 2021.

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Zingara

Al campo attorno al fuoco piovono foglie.
Mi ha partorita
la zingara del fiume,
è andata via per dell’oro
e un tozzo di pane.
Correva scalza
la zingara ubriaca,
mi ha ripresa
suonando l’armonica,
mi ha seduta sul Golgota,
ora mi guarda pregare.

 

Cielo

Cantando al vento
Intagliatemi la pelle
Avvolgetemi nell’edera
Appendetemi a testa in giù
E lasciatemi morire.

 

2020

Vedo sangue affluire a riempire
le fosse, come a redimere
dalle mancanze.
Per i troppi intrighi
Il sangue è ormai malato
E sibila che per mille secoli almeno
Noi tutti non ci saremo.

 

Sibilla

È sibilla
i satiri che le marciano in testa,
ha la violenza dei padri:
un bastone fra le mani
È blasfema
nonostante faccia l’amore al dio
tutti i giorni
ha l’odore di orchidee morte secoli fa.

 

Rapide

Ero io quella forte fra noi due,
se avessi ceduto
tu saresti rotolata giù
e io per la fretta di rincorrerti
ti avrei preceduta
come a farti da cuscino all’atterraggio.

 

Mondo

Altrove, c’è un pescatore
che annuisce alla luna,
che spacca la bocca
a chi lo guarda.
Altrove, c’è una zingara
che battezza corpi morti
nel Tamigi.
Altrove, c’è un passero
che sputa ai cani
che vogliono mangiarlo.
Altrove, ci si bacia i piedi
per avere equilibrio.
Altrove, si piange
quel che non si ha,
qui si dice solo sì.
Altrove, c’è una donna
che canta alle teste sui piedistalli,
bacia le loro mani mozzate
poi mette le sue dita
nei loro occhi e canta,
canta, che questa sarà la fine.

 

Gioventù

Vi auguro di non nascere
Di ignorare viscere e cordoni
Di seppellire i padri
E di rendere serve le madri
Vi auguro di allontanare le inibizioni del sangue
Il bastone degli antenati
Le catene dei morti
E le tombe di chi crede
Slanciatevi giù
Dove le vene scorrono
E le voci cessano.

Essere donna: intro

Oggi dedico questo post  all’introduzione di una nuova rubrica, il nome della rubrica, come potete leggere anche nel titolo è Essere donna il contenuto della rubrica è già tutto nel suo nome. La parola “essere” del nome della rubrica è da intendersi nel doppio senso di verbo e sostantivo. Non solo quindi come esistenza vita e presenza nel mondo, che è il significato del verbo “essere”, qui usato nel suo significato proprio e non come ausiliario, ma anche nel senso di sostantivo “essere”, come “creatura” che sta nel mondo, esiste, è viva. Il focus è la donna. La rubrica è inserita nella più ampia categoria del blog “Costume e società”

In questo blog talvolta è stata affrontata esplicitamente la problematica della condizione femminile. Ricordo tra gli altri il mio post su Franca Viola nella rubrica “Grandi donne”, il post di Deborah Mega sulla discriminazione di genere nel linguaggio e, più di recente, credo proprio l’otto marzo scorso, il post di Anna Maria Bonfiglio sulla condizione della donna. I tre i post sono quelli che ricordo a memoria, ma sono certa ve ne siano altri disseminati. La loro presenza chiaramente evidenzia l’interesse al tema da parte della redazione di questo blog, che, non mi sembra secondario rimarcarlo, al momento  è tutta femminile. 

Riprendendo il filo del discorso, mi sono resa conto però che, nonostante l’attenzione al tema della condizione femminile, non avevamo dato abbastanza risalto a questa tipologia di post inserendoli in una rubrica a sé. Ho acquisito questa consapevolezza al termine della visione di un video che circola in rete da maggio dello scorso anno, che ha per titolo “Le spose bambine”. Il video è una produzione del 1965 di Rai storia pubblicato su youtube dal canale Cronacavera. Ve lo propongo.

E’ costituito principalmente da interviste a donne del paese di Ispica in provincia di Ragusa. Colpisce il titolo del video anche per il gran parlare che si fa oggi sulle spose bambine di paesi diversi dal nostro un po’ più sud di qui. Dice com’eravamo noi donne in quella terra quasi cinquant’anni fa, dice nel contempo la naturalezza di certe scelte e la forzatura dei tempi, dove si matura al sole di bisogni essenziali. 

Desideravo condividere il video perché è una spaccato indubbiamente interessante e problematico della condizione femminile qualche decennio fa e mi sono accorta che mancava lo spazio giusto dove inserirlo L’ho creato stasera. Uno spazio dove dire della condizione femminile ieri, oggi, domani. Per sapere com’eravamo, capire come siamo e immaginare come vogliamo diventare.

 

 

Filomena Gagliardi, “De viris Illustribus”, Nulla Die Edizioni, 2020. Recensione di Rita Bompadre.

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“De viris Illustribus” di Filomena Gagliardi (Nulla Die Edizioni, 2020) è un potente omaggio alla cultura classica, intesa nell’interpretazione filologica della formazione intellettuale, come patrimonio di conoscenza e di erudizione. I testi diffondono l’esperienza degli antichi ed illustri ideali, rivolgono l’origine del mondo alla mitologia dell’eternamente presente, seguono il luogo sacro della comunicazione, rischiarato dalla luce della bellezza. I versi abbracciano l’armonia infinita delle citazioni esemplari e le immagini primitive arricchiscono la grazia poetica e traducono i contenuti efficaci, i motivi d’ispirazione con inesauribile energia letteraria. La mirabile, sapiente, illuminata poesia di Filomena Gagliardi è pura riconoscenza di un’epoca, recupero consapevole di un modello da ritrovare, nella gioia della sensazione del valore morale. La contemplazione degli eventi e la scoperta rivelatrice delle sentenze, tracce lasciate dalla prospettiva storica del passato, incarnano l’influenza naturale della coscienza umana, animata dall’affinità con la profonda concordia di uno stato felice della vita, in accordo con la prosperità dell’immaginazione, con la visione rigeneratrice del mito. La poetessa ripercorre l’uguaglianza dei sentimenti, la necessità spontanea di ricordare l’autenticità del bene, il rapporto tra la vita dell’uomo e le compiute aspirazioni della sua natura. Nell’evoluzione della ragione, l’uomo, nel dominio dei propri impulsi sensibili, è simbolo della virtù. Gli uomini illustri di cui parla Filomena Gagliardi sono interpreti del comune desiderio di rigenerazione e di rinascita interiore, hanno la saggezza e la sapienza dei principi supremi della verità e della fermezza vitale. L’attività dello spirito educa l’intuizione e nella libera ricerca cognitiva riscatta il senso apollineo della riflessione, muove il dubbio, è causa dell’enigma. La liberazione estetica della poesia, genera un linguaggio capace di esprimere la democrazia dei valori condivisi e dare corpo all’universalità del coraggio etico. Il tempo, conosciuto dalla poetessa, è l’espressione della memoria collettiva, la destinazione compiuta con l’esperienza del vissuto, nella volontà di comprendere la spiegazione della storia, il luogo dell’autenticità, abitato dalla dottrina speculativa del comportamento umano. Leggere “De viris Illustribus” è scoprire il fascino inesauribile dell’antichità e la magnificenza dei classici, conoscere la concentrazione e la dilatazione dell’indagine in un mondo leggendario che ispira l’equilibrio sovrasensibile delle nobili imprese orientando l’arte della motivazione e la misura della creatività. L’autrice decifra l’epoca attuale, valuta il destino dell’umanità, sfida il prestigio dell’ars oratoria con la finalità di conoscere gli antichi per capire il presente. La cultura intesa come qualità autonoma, come esperienza delle idee, nell’inciso dei versi, in un lirismo rielaborato dalle figure eroiche e risolute, astute e fedeli metafore trasmesse nella guida di ogni insegnamento, protagoniste del desiderio di gloria e di immortalità.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

Omero II

 

Poesia

tu stesso

fugace parola

il tuo nome

senza esistenza:

mito

senza parola scritta

logos,

parole colorate

reali

cangianti.

Tu

Omero

“il non vedente”

sei veggente

vate

rivelatore di alate parole.

 

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Esiodo

 

Primo poeta reale

primo cimelio

dell’antica Beozia

abitata dai duri contadini.

 

Artefice poetico

del Cosmo

sostenitore

fervente

della dura legge del lavoro.

 

Tu,

visitato in sogno dalle Muse,

affidi alla tua parola

la Verità

la Saggezza

la Pace fraterna.

 

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Aristotele nel cuore

 

Ascoltandoti

ti ho amato:

parlavi di musica,

di emozioni,

di uomini.

 

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Cosa sei a distanza (Ulisse e dintorni)

 

Ripercorro il mare epico

narrando gli eventi

gli stessi.

 

E ci sei,

sempre,

come digressione

nella Narrazione.

 

Riaffiori

ad ogni passaggio,

ad ogni incrocio

ad ogni snodo

come tempietto perenne.

 

Lì stai

davanti a me

oltre il tempo

oltre lo spazio

al di là delle strade.

Superandoti

ti inglobo

come capitolo

archiviato

vissuto

non rinnegato

dal libro della mia Vita.

 

—————————

 

Uomini illustri

 

Talora nascono anche oggi

uomini illustri.

Sono persone semplici

che incontriamo per caso

magari in biblioteca.

E ci entrano

nella Vita.

Ci restano accanto

quando siamo peggiori

credono in noi

quando noi smettiamo di farlo.

Ci hanno colpito

fin dall’inizio

con il calore delle loro mani.

Per chi è ferito da sempre

queste persone

Sono uomini illustri:

danno Luce!

In modo discreto

 

Testi tratti da Filomena Gagliardi, “De viris Illustribus”, Nulla Die Edizioni, 2020.