Forma alchemica 10: Simone Cattaneo

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Non mi importa niente dei bambini del Burchina Faso che muoiono di fame,
non ne voglio sapere delle mine antiuomo,
se si scannassero tutti a vicenda sarei contento.
Voglio solo salute, soldi e belle fighe. Giovani belle fighe, è chiaro.
Che gli appestati restino appestati, i malati siano malati e
i bastardi che vivono in un polmone d’ acciaio
fondano come formaggio in un forno a microonde. Voglio bei vestiti,
una bella casa e tanta bella figa. Buttiamo gli spastici giù dalle rupi,
strappiamo fegato e reni ai figli della strada
ma datemi una Mercedes nera con i vetri affumicati.
Niente piani per la salvaguardia delle risorse energetiche planetarie
vorrei solo scopare quelle belle liceali che sfilano tutti i sabato pomeriggio
con la bandiera della pace. Non ho soldi e la botta è finita.
Ma sono un uomo rapace, per le vacanze pasquali
quindici milioni di italiani andranno in ferie lasciando
le loro comode case vuote.
Alla fine non sono razzista. Bianchi, neri, gialli e rossi
non mi interessano un granché.

Simone Cattaneo

Questa è una forma alchemica particolare, di poche parole, perché c’è poco da dire oggi. Oggi come tutti i giorni in cui l’abisso si apre sotto i nostri occhi, nelle parole di un uomo che soffre. Nato nel 1974 a Saronno, Simone Cattaneo si è suicidato nel 2009,  a soli 35 anni. Quando un uomo è un uomo e non si può più dire un ragazzo. Ha vissuto abbastanza per conoscere il mondo, per sperimentare il dolore. L’urlo poetico di Simone Cattaneo non si è ancora sopito, continua a inquietare i vivi, a spiazzarli dalle loro convenzioni e certezze. E’ una poesia disturbante, perché quello vuole essere, una poesia che restituisce male per male, visto, subito, percepito. Tra tutte le poesie ho scelto questa perché ben rappresenta il modo di scrivere di Simone. Una poesia che sbatte in faccia verità all’insegna dell’antibuonismo, del disgusto per la vita e il modo di vivere proprio e di coloro che circondano l’autore, racconta un disagio che trova apparentemente la sua pacificazione nel desiderio sessuale, e si manifesta col cinico disinteresse per tutti mali endemici del mondo, la fame, tra tutti espresso come rappresentativo anche degli altri. L’autore avrebbe potuto parlare anche della guerra, e in verità c’è pure quella, nella citazione della bandiera della pace, dice dei malati gravissimi, ridotti a larve in un polmone d’acciaio, avrebbe potuto dire di quando si brutalizzano i bambini, quando li si danno in pasto ai pochi scrupoli di uomini laidi, se ne fanno merci da vendere per ogni uso, ma essi ci sono anche in verità, nel momento in cui scrive che a loro NOI strappiamo il fegato.  Cosa c’è in questa prima persona plurale se non l’ammissione del pesantissimo senso di colpa per sapere, per non esserci e per non poter impedire questi scempi. Cattaneo inoltre non risparmia l’ironia per le priorità dell’ecologia, alla quale lui antepone la carne fresca di quelle belle liceali. Completa il quadro la dichiarazione di antirazzismo, che accomuna tutti i colori di pelle della faccia della terra in questa esposta acida indifferenza. Mi fermo qui nel commento, anzi ho detto più di quanto avrei voluto. Perché il più autentico commento a Simone Cattaneo, l’ho espresso in forma poetica, nella poesia che riporto di seguito e che dice come sia comprensibile che la poesia di Simone Cattaneo possa non essere nelle corde di molti, non solo per quanto dico nel testo poetico riportato più sotto, ma perché abbandonare le nostre certezze ed aprirsi ad uno sguardo così lacerato, fa male, e non tutti sono disposti ad accogliere ogni scrittura, con spirito scevro da meccanismi di rassicurazione, come del resto non tutti possono guardare le profondità e reggere lo sguardo dell’abisso.

Certa poesia non è per tutti
occorre avere i muscoli
aver preso almeno una volta un pugno
al centro esatto dello stomaco
sotto lo sterno appena
ch’abbia colpito a fondo
lasciato lividi profondi
reso il respiro monco
ch’abbia piegato il tronco
in due mezzi corpi stanchi.

Occorre aver sentito
dal basso verso l’alto
piovere un liquido urticante
qualcosa esplodere nel petto
fino al cervello in fiamme
come se deflagrasse una bomba o un nodo stretto
in gola in bocca e nello spazio circostante
perfettamente immobile del giorno.

Non c’è niente da fare
seppure universale
certa poesia non è per tutti.

Loredana Semantica

Parole di donna 5 : ALDA MERINI

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I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.
Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.

Alda Merini

La poesia che ho scelto, a mio avviso, è una delle più belle e significative della poetessa dei Navigli. E’ tratta da Testamento, raccolta edita da Crocetti nel 1988, nella cui prefazione Giovanni Raboni parlò dei versi della Merini come di “crepe istantanee e terrificanti, bagliori di un altro mondo”. Rappresenta quasi un manifesto poetico, in essa infatti si mette in evidenza il ruolo del poeta : egli lavora di notte perché l’atmosfera notturna è misteriosa, silenziosa, affascinante, foriera di ispirazione. Si tratta in effetti di un momento proficuo e favorevole alla scrittura perché tace il rumore della folla, il tempo sembra sospeso, tutto tace, la razionalità dello scrittore viene per un attimo messa da parte ed emerge l’interiorità del poeta. Data l’assenza di luce e di rumori, il poeta diventa un rapace o un usignolo dal dolcissimo canto, diviene dunque cantore dell’anima, dà ordine al magma che fuoriesce da sé. Durante il giorno qualsiasi istinto o estro è sopito e trattenuto, la notte invece rappresenta un rifugio capace di trasportarlo in una dimensione senza tempo, lontano da sguardi indiscreti. I poeti, gli unici in grado di cogliere quelle sensazioni indefinite che solo la notte sa donare, temono di offendere la divinità di turno, ma non sanno che quando scrivono sarebbero in grado di produrre un silenzio più fragoroso di una cupola dorata di stelle. La poesia del resto è una forma espressiva che presuppone una condizione di silenzio,  per sua natura infatti è in antitesi rispetto allo stress e al caos. Dal momento in cui uscì la raccolta Testamento, iniziava per la Merini un crescendo mediatico che ad un certo punto divenne incontrollabile. Tutti quei riflettori accesi su di lei da una parte hanno permesso alle sue poesie di raggiungere un pubblico piuttosto vasto e al suo pubblico di raggiungere lei ; dall’altra hanno accresciuto le invidie e la diffidenza di molti intellettuali nei suoi confronti. Certamente gli ultimi anni, il successo finalmente raggiunto dopo il dramma dell’internamento, l’hanno risarcita di molta sofferenza. Peccato che molte sue poesie, anche quelle non riuscite, perché capita a tutti di scriverne così, anche alla Merini, siano state prontamente pubblicate. Da quanto ho letto nel web, negli ultimi anni della sua vita pare che bastasse farle una telefonata e implorarla per ottenere una poesia sotto dettatura, spesso anche a interlocutori sconosciuti o appena incontrati. Di conseguenza è incommensurabile la quantità di testi attribuiti alla poetessa. Anche le edizioni stampate  o private spesso pubblicate da editori diversi, contengono versioni diverse della stessa poesia o addirittura dediche a persone differenti, a volte per rimaneggiamenti dell’autrice, altre per interventi arbitrari degli editori. Un valido tentativo di mettere ordine nella produzione della Merini è stato compiuto da Ambrogio Borsani che nel 2010, per Mondadori, ne ha curato l’opera omnia di 1040 pagine, intitolata Il suono dell’ombra. Setacciando bene e scandagliando nella sua ingente produzione, la Merini ha scritto delle vere e proprie perle di poesia, come questa appunto. Del resto aveva cominciato a scrivere poesie durante l’infanzia: aveva dieci anni quando vinse il premio Giovani Poetesse Italiane, consegnato dalla regina Maria Josè in persona. Grazie alla sua insegnante di Italiano nella scuola di Avviamento al Lavoro, fu in quegli anni che incontrò Romanò e Spagnoletti. Frequentando la casa di quest’ultimo, ebbe modo di conoscere letterati e intellettuali del tempo come Maria Corti, David Maria Turoldo, Giorgio Manganelli, con cui visse una grande passione, Luciano Erba. Il vero scopritore del suo talento poetico però fu proprio Giacinto Spagnoletti che nell’antologia Poesia italiana contemporanea 1909-1949 pubblicò i due testi Il gobbo e La luce. In seguito più volte le varie antologie di Scheiwiller o di Spagnoletti accolsero suoi testi. Dopo la pubblicazione di Tu sei Pietro che ottenne il premio Gambarogno, iniziò un lunghissimo silenzio, nonostante la Merini proponesse le sue opere infatti ricevette diversi rifiuti. Nei quattordici anni successivi internamenti più lunghi si alternarono a brevi periodi di dimissioni fino a quando nel 1979 venne definitivamente dimessa e ricominciò a scrivere. Descrisse la sua esperienza nell’ospedale psichiatrico in quello che da molti è ritenuto il suo capolavoro, La Terra Santa e in prosa ne L’altra verità. Diario di una diversa. Finalmente ricevette importanti riconoscimenti pubblici fino alla sua morte, avvenuta nel 2009. Come scrisse la Corti, spesso scriveva a scopo liberatorio, di getto, su consiglio dei medici e in questo modo nacquero alcuni testi poetici di grande valore e altri più comunicativi. Mi piace pensare però che ogni volta che la Merini scriveva lo abbia fatto di notte, “quando tace il rumore della folla / e termina il linciaggio delle ore”, in un tempo sospeso che apparteneva solo a lei, a lei soltanto.

Deborah Mega

POESIA SABBATICA : Prima colazione / Immenso e rosso

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PRIMA COLAZIONE
 
 
Lui ha messo
 
Il caffè nella tazza
 
Lui ha messo
 
Il latte nel caffè
 
Lui ha messo
 
Lo zucchero nel caffellatte
 
Ha girato
 
Il cucchiaino
 
Ha bevuto il caffellatte
 
Ha posato la tazza
 
Senza parlarmi
 
S’è acceso
 
Una sigaretta
 
Ha fatto
 
Dei cerchi di fumo
 
Ha messo la cenere
 
Nel portacenere
 
Senza parlarmi
 
Senza guardarmi
 
S’è alzato
 
S’è messo
 
Sulla testa il cappello
 
S’è messo
 
L’impermeabile
 
Perché pioveva
 
E se n’è andato
 
Sotto la pioggia
 
Senza parlare
 
Senza guardarmi,
 
E io mi son presa
 
La testa fra le mani
 
E ho pianto.
 
***
 
 
IMMENSO E ROSSO
 
Immenso e rosso
 
Sopra il Grand Palais
 
Il sole d’inverno viene
 
E se ne va
 
Come lui il mio cuore sparirà
 
E tutto il mio sangue se ne andrà
 
Se ne andrà in cerca di te
 
Amore mio
 
Bellezza mia
 
E ti ritroverà
 
In qualunque posto tu stia.
 
Jacques Prévert

Canto presente 14 : Pier Maria Galli

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Pier Maria Galli

l’origine del nudo

sarebbe un delitto terreno non dire, e non diffondere
sulle dita rimaste a parlare d’altro
l’orlo tagliente di una poesia.
dovremmo conversare sul modo in cui
i pomeriggi eccetera eccetera, oppure
sul perché in quel film loro fanno all’amore
senza toccarsi e gettandoci nel
panico eccetera eccetera; dovremmo
prepararci separatamente il mio caffè e
le tue foglie e posare le tazze sul tavolo
e metterle in discussione prima che le bocche
le svuotino e disegnino quella forma dell’alba
che hanno le tazze dopo che le abbiamo
scavate con la prima bocca che la mattina
ci ha dato; dovremmo spogliarci in luoghi
che si staccano dai corpi cadendo per terra
insieme a noi, mentre i vestiti restano ad osservarci
dall’alto disordinato di una sedia; dovremmo
passare più tempo ad ascoltare il rumore
delle labbra che si screpolano; dovremmo
abbandonare i tuoi seni ed il mio sesso
sui posti a sedere di un cine abbandonato
sopra la locandina dove 2 corpi siedono
sopra la stessa sedia e si vede solo la sedia
e nel film non c’è nessuno; dovremmo
ripetere mille volte il gesto di entrare in una
vasca vuota e uscirne ripuliti e con la pelle
bagnata da quell’aria che sappiamo inventare;
dovremmo prepararci con meno bianco assoluto
quei frammenti di burrasca che sono i parcheggi
sotterranei di un ipermercato nelle ore deserte
della notte; dovremmo cambiare ogni sera
il corso delle vene sui polsi, rimescolando
l’orientarsi della mappa sui nostri corpi;
dovremmo scambiarci gli specchi del bagno
per scoprire i nostri visi appena svegli e
senza concluderli mai; dovremmo confessare
la pagina nera quando ci asciughiamo gli occhi e
portarci il cibo alla bocca con le mani sotto il tavolo;
dovremmo spiegare a chi ci ha amato o ci ama
la casa che hanno costruito sull’altro lato della strada
dove non ci sono mai state case ma solo un fiume
ed ora l’inizio di un lago e perché nessuno
ci ha mai visto prima di addormentarci affacciati alle finestre
e chiudere le persiane come una tremenda notizia personale;
dovremmo sederci sulle ginocchia e nello stesso istante
io sulle tue e tu sulle mie, e ancora così, e non finire
di salirci sopra, crescendo nei corridoi di quei rami
in un prato dove c’è solo erba che entrano dalla finestra
graffiandoci la pelle e spesso l’impalcatura dove operai
senza un progetto in cima alle dita ci fabbricano il cuore

[primo frammento concreto dal vivo]

quasi sempre
restano seduti, ubbidienti
al rumore delle cose,
all’esatto rumore
delle forme di ogni cosa,
come una giornata di vento
che non si protegge il viso
con le mani

[secondo frammento concreto dal vivo]

non potremmo farci superare dalla scena, l’individuo
invernale in anticipo sulle sue macerie s’arrampica
sul rumore di un angolo infiammato della sedia,
lo spigolo dove sediamo, e possiamo scrutare
dietro le finestre finali la foglia,
la preda di quella sola foglia che fissa
il vuoto in qualche pausa del giardino,
quel giardino che rimasto tra i rami
è una patria poverissima, e noi più recenti
che mai, citati dal vivo di una stanza
che costeggia frutteti inventati da un acuto umano,
noi comodamente appoggiati sull’
infiammazione di un angolo ed a tratti
belli di noi, di quella terribile bellezza
che è un colpo di spugna sul paesaggio

[terzo frammento concreto dal vivo] (o forse solo un esteso appunto uscito da immagini)

la diva del tuo sguardo
passeggia lungo i refettori
di quest’inverno. qui
dove mettono piede
nelle basse stagioni
le tue bambine addormentate,
2 lampioni a enormità di certe mattine
abbassate dal vento e che la sera
ammette, perché nessuna differenza
scrive tra te e me, di ricordare come
quel pomeriggio in cui cercammo
di sorvegliare il solo punto di origine
delle onde, quell’infanzia ventilata
che ci spingeva al largo della sponda
dove ora siamo. a volte comprendere
la necessità di una sola poesia
è un sentimento lieve, una mattina
di donne che dalle finestre
ci osservano passare e trasalire
come i posti a sedere di una sala
cinematografica finiti nei tasti disusati
di una macchina da scrivere,
perché nessuna differenza tra te
e me, ma un sentimento ancora
più lieve, il modo in cui fugge
il chiaro dei nostri volti sotto il terreno
mettendo illuminazione alla luce,
la natura violentemente umana
di ogni luogo abbandonato
che infittisce i nostri respiri,
il battito antichissimo dei cuori
che accompagna sopra di noi
il corpo senza ferite degli annegati

[quarto frammento concreto dal vivo] (per g.)

scrivo la parola pioggia
questa mattina che non piove
ma pare soltanto sia inverno
o un remoto aspetto del lago
che scolora in un grido.

scriverti che piove
nel corso di un cielo
emerso laggiù, distante da noi,
accantonato tra i rami sciolti,
inaffrontabile e delicato.

durante la parola pioggia
mettere dunque a disagio
la sciagura della dolcezza;
la certezza mortale
che il cielo sia uno.

forse solo per leggerti
l’inverno dei tappeti erbosi
dove spuntano i tuoi capelli modulati
su un presagio di pioggia.

e scriverti l’enormità
delle nostre stanze al crepuscolo,
come ora piovesse
in una notte di luglio
per un eccesso di temi amorosi
che danno la caccia ai nostri volti
nel vano immenso di una scala,
lungo la paziente materia di un corridoio.

scriverti che piove
per metterci al rango di cosa,
di figure taglienti
nella gola delle parole.
quella pioggia che è una mattina immobile,
un vento che bagna,
un cielo scandalosamente terreno.

scrivere perché qualcosa
resti illeggibile.

di noi senza rimedio,
la sola ragione
(quell’unica ombra)
per cui siamo qui

[quinto frammento concreto dal vivo]

a)

scrivere poi
i tuoi capelli sul cuscino
questa mattina, figure intente
a prosciugarsi, ripetutamente,
finiscono per cadervi svelti,
i tuoi capelli, e quasi privi di pensieri,
sopra le sponde mattiniere e dentro
le prime panchine, perché qui
il lago ha le sue maree, e tutte
le facce distratte dei fogli sopra i quali
scriviamo poesie

b)

ed i tuoi capelli
svelti e quasi privi di pensieri
questa mattina, come
l’aprirsi di una mano, maree
alle finestre senza appassire
la mattina dei tuoi capelli
sul cuscino spalancato ed
i gesti per prendervi il cuore

c)

i tuoi capelli questa mattina
sono un libro che ho scritto
sotto altro nome, coperto da
quelle maree che qui ha il lago,
a velocità uguali e costanti,
come le altre facce di un foglio
che asciugano su un un pontile,
quel punto della voce, il mio
ed il tuo nome, chiamato a scriverci

d)

quasi io leggessi
che qui il lago ha le sue maree,
regolate dalle formule che scrivono
i tuoi capelli sul cuscino, disegni che
indovinano la posizione improvvisa
di una macchia sulla parete o nell’
affettuoso l’aprirsi di una mano
dove muoiono i vetri delle nostre finestre

(4 appunti, questa mattina)

(titolo d’inverno)

[quando sparisci ti spogli
che il tuo seno è
un mare di tempo, e
nient’altro di me dentro
la frequente erotica bellezza
del mondo, ma lentamente]

(appunto improvvisato d’agosto)

si fermava affinché potesse andare. e poi gli anni di una casa, una finestra sopra una piccola sedia, la schiena dei colori, il ciglio dei prati incontro al vento, una voce nelle mani come un seno che lo tocca, orti brevissimi di ringhiera sul lago, qualche favola prima di cena e un po’ di buio nelle ore assolate, tutta quella frutta dei capelli di lei mai a picco sul mare, il poco universo sotto gli occhi chiusi che faceva l’azzurro sterminato del cielo.

tutto questo gli restava, soltanto quello.
il permesso di un viso

29

le nostre dita lentamente, e le mani in una struttura
complessa di accelerate solitudini, la concretezza
di una probabilità su nessuna probabilità, il tema
pallidissimo delle braccia. le A delle nostre gambe
divaricate ed il loro modo di scrivere ti scriverò, i rami
senza traiettoria che cadono dalle foglie, gli indumenti
in un pomeriggio di sole bagnati dal vento, le lingue che
ci percuotono la volta piovosa dei palati, il montaggio terreno
di una sera bianchissima, i polsi analfabeti che si raccomandano
alla pelle delle labbra, un’opera d’arte mai presa in
considerazione che assume la ben nota forma
della nostra bocca, senza precedenti e lentamente

 
Pier Maria Galli

Forma alchemica 9: Derek Walcott

Sono perseguitato da siepi d’oleandro rosa
lungo le strade siciliane, le loro consonanti di ghiaia
sotto le ruote, da pile di pietre, da muri la cui sorpresa
è che non c’era bisogno di andare così distante
per riconoscere ciò di cui mi ero già accorto,
tranne, e ora ritorna, quello strano castello
in rovina con un blu caraibico affacciato alle porte
e il nome Ortigia che tintinna come cristallo
nel suo fragile equilibrio. Nel fruscio del pino,
dell’ontano argenteo e dell’olivo qualcosa iniziava a cambiare,
suoni che andavano tradotti. Il mare era uguale
tranne per la sua storia. La nostra santa patrona
era nata qui. Condividevano un unico nome:
Lucia. La calura aveva l’identica innocenza
di un pomeriggio isolano, ma con una differenza,
l’aspetto degli oleandri e la verde fiamma dell’olivo.

I am haunted by hedges of pink oleander
along the Sicilian roads, their consonants of gravel
under the tires, by stone piles, by walls whose wonder
is that there was no need to travel
this far, to recognize things I already knew,
except, and now it grows, the odd broken castle
through whose doors peered a Caribbean blue,
and the name Ortigia that rings like crystal
in its fragile balance. In the pine’s rustle
and the silver alder’s and the olive’s, a difference began,
sounds that needed translation. The sea was the same
except for its history. The island was our patron saint’s
birthplace. They shared the same name:
Lucia. The heat had the identical innocence
of an island afternoon, but with a difference,
the way the oleanders looked and the olive’s green flame.

Derek Walcott

(da Suite siciliana, Egrette bianche, Adelphi, 2015)

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ph. Loredana Semantica “Oleandro rosa pallido”

Derek Walcott entra di “diritto” in Forma alchemica per aver egli raggiunto appena qualche giorno fa, il 17 marzo 2017, lo stato di defunto, che è, insieme alla bella forma poetica, requisito necessario per accedere a questa rubrica.

La poesia di Walcott che propongo non è tra quelle da me selezionate e da tempo salvate nella mia cartella “poesie scelte”, l’ho scelta invece recentemente dal web, precisamente dal blog Imperfetta Ellisse di Giacomo Cerrai, che, senza volere, creando una specie di “coccodrillo involontario”, come l’ha chiamato lui stesso, ha pubblicato sul suo blog una selezione di poesie di Derek Walkott, giusto qualche giorno prima dell’ exitus dell’autore.

Le poesie proposte mi hanno colpito in particolare perché tra esse ce ne sono alcune dove son presenti a piene mani riferimenti alla città dove vivo: Siracusa. Ed è proprio una di queste poesie che propongo qui, oggi, esplicitando i richiami a me noti.

Già l’incipit di questa poesia suggerisce una serie di considerazioni incentrate sull’oleandro. Pianta quanto mai diffusa in Sicilia e  affascinante perché “ambivalente”. La particolarità di questa pianta è d’essere tossica. Tutta. Foglie, fiori, corteccia, radici, semi. Un concentrato di tossicità, pericolosa per ingestione ma anche il fumo che se ne produce bruciandola non è salutare. Ne fanno le spese animali e uomini che accidentalmente ne ingeriscano. L’ambivalenza sta in ciò, che essa è tanto pericolosa quanto bella. L’oleandro fiorisce a lungo nella bella stagione con una profusione spettacolare di colori: bianco, fucsia, varie sfumature di rosa, rosso intenso, carminio. Le stesse foglie sono eleganti, lunghe affusolate, compatte e, quando la pianta è sana, lucide di un verde pieno, esplosivo, solare.

La poesia si apre col riferimento alla “persecuzione” delle siepi di oleandro rosa. La descrizione introduce subito al paesaggio locale. Ancora adesso le strade cittadine più ampie di Siracusa si caratterizzano per le siepi di oleandro che fungono da divisorio tra le corsie. Periodicamente i servizi di manutenzione del verde comunale provvedono a contenere le piante potandole, l’oleandro qui cresce magnificamente e si espande in altezza e larghezza, disturbando la visibilità stradale. Altrettanto frequente è trovare gli oleandri nelle strade extraurbane del siracusano e altre provincie siciliane.

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ph. Loredana Semantica “Curve e muri a secco” 

Nel testo poetico sono menzionati muri costituiti da pile di pietre. Questi sono i caratteristici muri a secco della campagna isolana. Da Siracusa a Trapani, da Palermo ad Agrigento, ne è disseminata tutta l’isola. Sono essi stessi uno spettacolo della natura, perché tutti naturali e, nel contempo, testimonianza evidente di antica e tramandata perizia artigianale dei “murasseccari”, le maestranze che sanno tirare su un muro a secco. I muri a secco possono essere di altezza varia, e con varia funzione, tra le quali più frequenti quella delimitante e contenitiva, la base sarà tanto più massiccia e spessa, quanto più alto dev’essere il muro, che, nella sua migliore forma, tiene senza collante, cemento, malta o similari, ma sta in piedi per decenni per il solo perfetto incastro delle pietre, per le dimensioni calibrate e la verticalizzazione affusolata; la sezione è semiconica.

I muri a secco per questa loro arcaica naturalità si inseriscono armonicamente nel paesaggio, venando di bianco  le campagne, offrendo allo sguardo ricami sinuosi, anfratti, riflessi di sole per il colore  chiaro, nastri labirintici a delimitare i confini tra i terreni e , nei muri a secco più antichi, incavi che fanno da ricovero per semini di piccole piante spontanee, di fiori di campo, talvolta anche dei capperi che stentatamente crescono nella poca terra che si deposita, per la poca acqua che la siccità permette.

Tutta la poesia di Derek Walkott presta massima attenzione alla natura e al paesaggio. Il poeta, provenendo dalle isole caraibiche, certo di mare e di rigoglio della natura aveva esperienza, ma Siracusa non l’ha deluso, tant’è che cita il mare aretuseo di un blu caraibico insieme al Castello Eurialo, in rovina. Il Castello Eurialo è un’ interessante e articolata roccaforte a circa 7 Km dalla città e a circa 120 metri sul livello dal mare, inserita nella cerchia delle mura dionigiane,  costruite  per ordine del tiranno Dionigi I tra il V e il IV secolo a.C. tutt’intorno alla città a scopo difensivo.

1280px-0932_-_Siracusa_-_Castello_Eurialo_-_Bastione_e_Pentapylon_-_Foto_Giovanni_Dall'Orto_-_17-Oct-2008

Giovanni Dall’Orto, “Castello Eurialo”

Ultima (non per importanza) citazione da rimarcare: Ortigia,  la piccola isola che costituisce della città  il centro storico “decentrato”, perché non è geograficamente posta al centro, con la città che si sviluppa attorno, ma appunto essendo un’isoletta è sul mare ad oriente della restante più vasta area edificata, in gran parte moderna. Ortigia è collegata alla “terraferma” da due brevi ponti (un terzo è stato smantellato qualche tempo fa), è ricca di testimonianze storiche e di scorci architettonici, ha conquistato a Siracusa l’appellativo di Venezia del Sud.

Non è solo la natura a impressionare il poeta, coi suoi pini, ontani ed ulivi, ma anche la storia della città di Siracusa e la sua patrona: S. Lucia. Walkott è nato nel 1930 a Castries, capitale dello Stato di Santa Lucia, in America Centrale. Il nome di Lucia gli è quindi caro o almeno familiare.

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ph. Loredana Semantica “Simulacro di S. Lucia in processione”

Per questo, per la calura estiva, il colore del mare, il fruscio degli alberi, tanto simili a quelli della sua terra, in qualche modo il poeta nella sua permanenza in questi luoghi si sarà sentito a casa, tranne per una cosa, conclude nella poesia, l’aspetto degli oleandri e la verde fiamma dell’olivo.

Dissemino questo post di immagini tratte dal mio archivio fotografico (quelle di Ortigia tratte del web, il Castello Eurialo da wikipedia) essendo quanto Walkott cita nella poesia, pane quotidiano dei miei occhi.

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ph. Loredana Semantica “La verde fiamma dell’ulivo”

Loredana Semantica

Anniversario del blog: Primavera senza limiti

Un anno fa abbiamo inaugurato il blog Limina Mundi. Al momento del varo non abbiamo scelto un giorno a caso, ma volutamente abbiamo deciso che l’avvio avvenisse il 21 marzo. Questo perché il 21 marzo:

  • è l’equinozio di primavera,
  • in primavera si festeggia la Pasqua
  • è risveglio della natura
  • si festeggia la giornata mondiale della poesia e, per finire,
  • è il giorno in cui è nata Alda Merini.

Per celebrare degnamente un anno di attività di questo blog abbiamo pensato ad un’iniziativa che coinvolgesse anche i lettori. Una specie di festa di primavera. Le abbiamo dato il nome di “Primavera senza limiti”, e consiste in un invito rivolto a poeti (e non) a proporre una poesia su uno di questi temi: Rinascita, Risveglio, Natura, Primavera, Pasqua.

La poesia dovrà essere inviata all’indirizzo mail del blog liminamundi@gmail.com

L’iniziativa si avvia oggi 21 marzo 2017 e si concluderà il giorno di Pasqua: 16 aprile 2017.

Tutte le poesie pervenute saranno pubblicate in questo stesso post, di seguito a questo annuncio.

Buona poesia a tutti e buona festa di primavera.

Incipit 5 : Le notti bianche

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Era una notte incantevole, una di quelle notti che ci sono solo se si è giovani, gentile lettore. Il cielo era stellato, sfavillante, tanto che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva involontariamente se sotto un cielo così potessero vivere uomini irascibili ed irosi. Gentile lettore, anche questa è una domanda proprio da giovani, molto da giovani, ma che il Signore la ispiri più spesso all’anima!… Parlando di vari signori irascibili ed irosi, non posso non ricordare il mio comportamento durante tutto quel giorno. Fin dal mattino un’improvvisa angoscia cominciò a tormentarmi. Ad un tratto ebbi l’impressione che tutti volessero abbandonarmi e allontanarsi da me. Certamente ognuno si sentirà in diritto di domandarmi chi fossero tutti costoro, perché abito ormai da otto anni a Pietroburgo e non sono riuscito a fare quasi nessuna conoscenza. Ma che senso hanno le conoscenze? Anche senza di esse conosco tutta Pietroburgo; ecco perché ebbi l’impressione di essere abbandonato da tutti quando tutta Pietroburgo spiegò le ali e se ne andò improvvisamente in campagna. Fu una sensazione terribile rimanere da solo e, in preda ad un profondo sconforto, vagai tre giorni interi per la città, senza capire minimamente cosa mi succedesse. Anche se andavo sul Nevskij, o ai giardini, anche se mi mettevo a passeggiare sul lungofiume, non incontravo nessuno di quei volti che ero abituato a incontrare sempre nello stesso luogo, alla solita ora, per tutto l’anno. Loro, di sicuro, non mi conoscono; io invece li conosco tutti. Li conosco intimamente; ho quasi imparato a distinguere le loro fisionomie, contento quando sono allegri e rattristato alla vista dei loro turbamenti. Ho quasi stretto amicizia con un uomo anziano che incontro ogni giorno, sempre alla stessa ora, alla Fontanka. Ha un viso tanto serio e meditabondo; continua a mormorare qualcosa sotto i baffi agitando la mano sinistra, mentre nella destra tiene un lungo bastone nodoso con il pomo d’oro. Anche lui mi ha notato e mi dimostra un sincero interessamento. Se per caso gli capita di non trovarmi alla solita ora al solito posto della Fontanka, sono certo della sua delusione. Perciò a volte arriviamo quasi a farci un cenno di saluto, soprattutto quando tutti e due siamo di buon umore. Tempo fa, quando non ci eravamo visti per due giorni interi e poi ci eravamo incontrati il terzo giorno, mancò poco che ci salutassimo togliendoci il cappello, ma per fortuna riuscimmo a trattenerci; lasciando cadere le mani e con un senso di reciproca complicità passammo l’uno accanto all’altro. Conosco anche le case. Quando cammino ho l’impressione che ogni casa mi corra incontro, mi guardi con tutte le sue finestre e mi dica: “Buon giorno, come state? E anch’io, grazie a Dio, sto bene e nel mese di maggio mi aggiungeranno un piano”, oppure: “Come state? Domani cominceranno a ripararmi”, oppure: “Per poco non sono bruciata! Che spavento!”, eccetera. Ho le mie case preferite, ho tra loro delle amiche intime; una addirittura è intenzionata a farsi curare quest’estate da un architetto. Verrò a trovarla appositamente ogni giorno, perché non me la curino male, Dio la protegga!… Non dimenticherò mai l’episodio accaduto ad una bellissima casetta, color rosa chiaro. Era di pietra, così graziosa che sembrava guardarmi con tanta affabilità, ma fissava le sue goffe vicine con tanta alterigia da far rallegrare il mio cuore, quando mi accadeva di passarle accanto. Ecco che la settimana scorsa, ad un tratto, passo per la strada e, non appena ho dato uno sguardo all’amica, sento un grido lamentoso: “Mi pitturano di giallo!”. Malfattori! Barbari! Non hanno risparmiato nulla: né le colonne, né i cornicioni, e la mia amica è diventata gialla come un canarino. Per questa ragione mi è venuto quasi un attacco di bile, e finora non ho avuto la forza di rivedere quella poveretta, tutta sfigurata, dipinta con il colore dell’impero celeste. E così, lettore, potrai comprendere il modo in cui conosco tutta Pietroburgo. Ho già detto che per tre giorni fui tormentato da una specie di agitazione, finché non ne intuii la ragione. E anche per strada stavo male (manca uno, non c’è l’altro, dov’è finito il terzo?), e persino a casa mia non ero più lo stesso di prima. Per due sere di seguito cercai di darmi una risposta: cosa mi mancava nel mio angoletto? Perché avvertivo un simile disagio a restarvi? E, sconcertato, fissavo le mie pareti verdi, annerite dal fumo, ed il soffitto da cui pendevano ragnatele coltivate con grande successo da Matrëna, osservavo ogni mobile, guardavo ogni sedia, pensando se per caso la ragione della mia infelicità non stesse proprio lì (perché, se anche una sola sedia non stava al posto di ieri, allora anch’io non mi sentivo a posto); guardavo fuori dalla finestra, ma invano… non stavo meglio! Mi venne perfino l’idea di chiamare Matrëna e di riprenderla paternamente per le ragnatele, e in genere per la sporcizia; Matrëna mi guardò stupita e se ne andò senza neppure una parola, tanto che le ragnatele pendono ancora felicemente dal loro posto. Soltanto questa mattina ho intuito la ragione della mia angoscia. Eh! Tutti scappano via da me, in campagna, tagliando la corda! Perdonatemi l’espressione grossolana, ma sto troppo male per usare uno stile elevato…perché tutti coloro che stavano a Pietroburgo o si erano già trasferiti o stavano trasferendosi in campagna; perché ogni rispettabile signore dall’aspetto imponente, che prendeva a nolo una vettura, si trasformava ai miei occhi in uno stimabile padre di famiglia che, assolte le abituali doverose occupazioni, si trasferiva serenamente nel grembo della sua famiglia, nella dacia; per questo tutti i passanti assumevano ora un aspetto del tutto particolare, che sembrava dire ad ogni persona incontrata: “Noi, signori, siamo qui solo così, di passaggio, e tra due ore ce ne andremo in dacia”. Appena si apriva una finestra, sulla quale avevano tamburellato per un attimo delle piccole dita sottili, bianche come lo zucchero, e dalla quale era spuntata la testolina di una graziosa ragazza che chiamava un venditore di fiori, allora io immaginavo immediatamente che questi fiori non si compravano per dilettarsi della primavera e dei colori in un soffocante appartamento di città, ma che tutti presto se ne sarebbero andati via, in campagna, con i loro acquirenti. […] Camminai molto e a lungo, tanto che feci in tempo a dimenticare, secondo la mia abitudine, dove fossi, quando, ad un tratto, mi trovai ad una porta della città. In un lampo diventai allegro e oltrepassai la barriera, incamminandomi tra campi seminati e prati, non mi sentivo stanco, ma avvertivo con tutto il mio fisico che un peso mi cadeva dall’anima. Tutti i passanti mi guardavano con grande gentilezza, quasi a salutarmi; tutti erano allegri per qualche ragione, tutti, senza eccezione, fumavano un sigaro. E anch’io ero allegro come non mai prima, come se ad un tratto mi fossi trovato in Italia, tanta era la forza della natura che aveva colpito proprio me, un cittadino dalla salute precaria, quasi soffocato dalle mura della città. Esiste qualcosa di inspiegabilmente commovente nella nostra natura pietroburghese quando, con il sopraggiungere della primavera, mostra ad un tratto tutta la sua potenza, tutte le forze datele dal cielo per ricoprirsi, abbellirsi, colorarsi di fiori… In qualche modo mi ricorda involontariamente quella ragazza tisica e deperita che voi guardate a volte con compassione, a volte con un certo affetto pietoso, a volte semplicemente non la notate neppure, ma che improvvisamente, per un attimo solo, in modo disperato, diventa inspiegabilmente di una meravigliosa bellezza, e voi, colpito e inebriato, vi chiedete inconsapevolmente: qual è la forza che dà un tale splendore, un tale fuoco a quei tristi occhi pensosi? Che cosa ha fatto affluire il sangue a quelle pallide gote incavate? Che passione si è riversata sui teneri lineamenti del volto? Per quale ragione il petto ansima così? Che cosa ha provocato improvvisamente la forza, la vita e la bellezza sul volto di quella povera ragazza, lo ha fatto brillare di un simile sorriso e ravvivare da una gaia e scintillante risata? Vi guardate intorno, cercate qualcuno, pensate di intuire… Ma l’attimo fugge, il giorno dopo incontrate di nuovo lo stesso sguardo pensoso e distratto, lo stesso viso pallido di prima, la stessa sottomissione e mitezza nei movimenti e persino un certo pentimento, persino tracce di una tristezza mortale e di stizza per quell’effimero piacere… E vi fa pena che quella bellezza apparsa per un attimo sia svanita così in fretta e così irrevocabilmente e che, ingannevole e vana, abbia brillato davanti ai vostri occhi lasciandovi il rammarico di non aver fatto in tempo ad innamorarvi di lei…

E tuttavia la mia notte fu migliore del giorno! Ecco come andò: ritornai in città molto tardi e, quando cominciai ad avvicinarmi alla mia abitazione, erano già suonate le dieci. La mia strada mi portava lungo il canale, dove a quell’ora non passava anima viva. Io abito, a dire il vero, nella parte più lontana dal centro della città. Camminavo e cantavo, perché quando mi sento felice devo per forza canticchiare qualcosa, come del resto ogni uomo felice che non ha né amici né buoni conoscenti, e non sa con chi dividere la gioia di un attimo lieto. Ad un tratto mi capitò l’avventura più inaspettata. Da un lato, appoggiata alla ringhiera del canale, c’era una donna; aveva i gomiti sull’inferriata e fissava con molta attenzione, mi sembrò, l’acqua torbida. Indossava un cappellino giallo molto grazioso ed una mantellina nera civettuola. “E’ una ragazza e senz’altro una bruna”, pensai. Pareva che non avesse sentito i miei passi, non si era nemmeno mossa quando le passai accanto, trattenendo il respiro e con il cuore che batteva forte. “Strano!”, pensai. “Di sicuro ha qualche seria preoccupazione”, e di colpo mi fermai, come impalato. Avevo sentito un pianto soffocato. No, non mi ero sbagliato: la ragazza piangeva, e per un minuto ancora si sentì il suo singhiozzo. Dio mio! Mi si strinse il cuore. Anche se sono timido con le donne, quello fu un momento particolare!… Ritornai, mi avvicinai a lei e avrei certamente detto: “Signora!”, se non avessi saputo che tale esclamazione era stata pronunciata mille volte in tutti i romanzi russi che trattavano del gran mondo. Fu quest’unica esitazione a trattenermi, ma, mentre cercavo un’altra parola, la ragazza si riprese, si guardò intorno e, accortasi della mia presenza, si dominò, abbassò gli occhi e mi passò davanti lungo il canale. Cominciai a seguirla subito, ma lei, intuendo la mia intenzione, si allontanò dal canale e, attraversata la strada, si mise a camminare sull’altro marciapiede. Io non osai attraversare la strada. Il mio cuore palpitava come quello di un uccellino catturato. Fu il caso a venirmi in aiuto. Dall’altro lato del marciapiede, non lontano dalla mia sconosciuta, spuntò fuori improvvisamente un signore in frac, di età rispettabile, ma non si potrebbe dire altrettanto della sua andatura. Camminava barcollando e con prudenza si appoggiava al muro. La ragazza si mise a camminare come una freccia, in fretta e furia, trepidante, come di solito camminano tutte le ragazze che non vogliono che qualcuno proponga loro di accompagnarle a casa di notte, e, di sicuro, il barcollante signore non l’avrebbe raggiunta in nessun caso, se il mio destino non gli avesse ispirato di ricorrere a mezzi più risolutivi. Ad un tratto, senza dire nemmeno una parola, il signore partì di scatto, e si mise a correre a tutta velocità per raggiungere la mia sconosciuta. Lei filava come il vento, ma il signore vacillante stava per raggiungerla, la raggiunse; la ragazza gridò e… benedico il destino per l’eccellente bastone nodoso che quella volta tenevo nella mia destra. In un attimo mi trovai dall’altra parte del marciapiede, in un attimo lo sconosciuto capì la situazione, si rese conto delle temerarie circostanze, si fermò in silenzio e, soltanto quando ormai noi fummo molto lontani, strepitò in termini assai energici. Ma le sue parole ci arrivavano appena. “Datemi il braccio”, dissi alla mia sconosciuta, “e quest’uomo non oserà più molestarvi”. […]

Fëdor M. Dostoevskij, Le notti bianche, 1848

Le notti bianche insieme a Delitto e castigo, è una delle opere più amate e lette di Fëdor M. Dostoevskij. Fu pubblicata quando l’autore aveva ventisette anni nella rivista «Annali patrii» (Otecˇestvennye zapiski) dell’anno 1848, con il sottotitolo «Romanzo sentimentale. Dai ricordi di un sognatore» e rappresenta uno dei racconti più riusciti del periodo giovanile. Al centro della vicenda c’è la ringhiera di un canale e poi una panchina, che assume forti connotazioni teatrali, ricordiamo che Luchino Visconti nel 1957 ne ricavò il film omonimo con Marcello Mastroianni da cui è tratta la scena sopra rappresentata.

Protagonista è la figura del sognatore, imbevuto di letture romantiche, nella cui esistenza, caratterizzata da sogni e fantasticherie, irrompe per poco tempo la giovane Nasten’ka. Sullo sfondo di una Pietroburgo deserta e magica si incontrano i due personaggi, nel chiarore delle notti bianche, in cui il sole tramonta dopo le 22. Come ha evidenziato Ripellino, Dostoevskij “sgombera degli abitanti la scena di Pietroburgo, perché meglio risalti la grande solitudine del suo eroe”. Un eroe in cui è fortissima la tendenza alla fantasticheria, così che l’uomo diventa uno strano essere di genere neutro, appunto il sognatore. Egli vive isolato dagli uomini e dal mondo, concentrato su se stesso, ama leggere qualsiasi genere di libro e questa lettura gli permette un’evasione dolcissima e struggente. Il sogno diviene simile a una droga, trasmette un fuoco febbrile che solo per poco rende felice colui che lo prova. Il ritorno alla realtà è terribile, il sognatore non riesce a tollerarlo e riprende il suo veleno, rappresentato dal sogno stesso, a dosi sempre maggiori. Dell’eroe solitario non conosciamo neppure il nome, comprendiamo però nell’evolversi della vicenda, che è comprensivo e altruista nei confronti della donna, è pronto a sacrificare la sua felicità pur di assecondare i desideri di lei. Gran parte del racconto è in forma di dialogo, si parte da toni elegiaci con la descrizione della città per poi passare al monologo del sognatore su se stesso. Per mantenere vivo il contatto con l’interlocutore, sia il sognatore che Nasten’ka spesso ripetono “Ascoltate”, allo stesso modo si utilizza moltissimo l’avverbio vdrug (=all’improvviso).

In una vita così, completamente avulsa dalla realtà, si verifica l’incontro con Nasten’ka, che aspetta il ritorno dell’amato dopo un anno di distacco. Per quattro notti, in un alternarsi di timori e certezze, di dichiarazioni d’amore e subito dopo di odio per il suo fidanzato, la ragazza offre al protagonista frammenti di vita vera fino a quando il ritorno dell’amato e una lettera in cui lei lo saluta per sempre,  annunciandogli le nozze con l’altro, non spezzano per sempre le sue illusioni.

Il racconto come abbiamo visto, si apre con la descrizione di Pietroburgo in primavera, quando la città si svuota dei suoi abitanti perché tutti si recano in campagna a trascorrere la villeggiatura. Il sognatore resta da solo in città, non conosce nessuno nonostante da molti anni viva lì, non è riuscito infatti a crearsi alcun legame, ad eccezione di quello con case e palazzi di cui osserva la struttura e il colore delle facciate mentre talvolta passeggia per le strade cittadine. Una notte, dopo una passeggiata in campagna che lo ha molto rinfrancato, il protagonista incontra sul lungofiume una giovane donna in lacrime. All’inizio nonostante il desiderio di parlarle, non osa, ma vedendo un uomo che sta per importunarla, si fa avanti per impedirlo. La ragazza vedendolo mite e quasi delicato comincia a parlare con lui, nasce così un dialogo molto intimo: il sognatore le confessa di essere molto timido, ma si offre di accompagnarla a casa e le propone di incontrarsi nuovamente la sera successiva. La ragazza ha bisogno di confidarsi con qualcuno e così accetta, a patto che si resti solo amici. In seguito lui le confida di essere un sognatore, come se fosse una professione,  lei gli racconta di essere poco abituata ad uscire e di trascorrere le sue giornate con la vecchia nonna cieca che, per non farla fuggire, la tiene legata a sé con degli spilli con cui unisce le rispettive vesti. Nasten’ka si è però promessa a un inquilino giovane e di bell’aspetto che ha conosciuto in casa della nonna, ma che si è trasferito a Mosca per uscire dalla propria condizione di povertà e guadagnare abbastanza da poterla sposare. Lui le ha promesso di ritornare entro un anno; se avrà guadagnato sufficiente denaro, i due potranno sposarsi. Ora ormai l’anno è passato e l’uomo amato da Nasten’ka è tornato da tre giorni a San Pietroburgo, anche se non ha dato ancora sue notizie. Il sognatore, dopo aver ascoltato la storia della giovane, vuole convincerla a scrivere una lettera al suo innamorato; la ragazza invece ha già una busta pronta e chiede all’uomo di recapitarla al giovane tramite altre persone. Quando però l’uomo non arriva all’appuntamento Nasten’ka si dispera, mentre il sognatore adduce delle scuse per l’assenza dell’uomo, giustificando quasi il suo rivale. La quarta notte, quando il sognatore arriva all’appuntamento, Nasten’ka è ancora sola e disperata, così lui le confessa il suo amore e lei gli dice che se le darà tempo si potrà innamorare di lui, cominciano quindi a fare progetti per il futuro. Mentre stanno passeggiando Nasten’ka vede l’ex innamorato: basta che egli la chiami e la donna dimentica le sue promesse, corre da lui, poi saluta il sognatore e se ne allontana per sempre. Il mattino dopo rivela tutta la disillusione dell’uomo e del sognatore: egli è a letto febbricitante quando arriva una lettera da Nasten’ka in cui lo ringrazia per essersi preso cura di lei e gli chiede di restare suo amico anche quando si sposerà. Lui è comunque contento per la felicità della ragazza e le augura tutto il bene che la vita le può dare, inoltre le è grato per avergli donato un istante di felicità. Il sognatore dostoevskiano frutto della cultura romantica ottocentesca, quella di Schiller, di Scott o di Puskin, ne incarna  il blocco esistenziale: egli è intrappolato in un mondo che si è costruito da solo, su misura e da cui non può che uscire sconfitto. Per un attimo ha la possibilità di liberazione salvifica, rappresentata da Nasten’ka ma anche lei trova nell’amante tornato da Mosca una via d’uscita ad una vita triste e solitaria. I desideri del sognatore purtroppo sono destinati al fallimento nel breve spazio di quattro notti bianche: il sogno d’amore decade miseramente e il sognatore sprofonda ulteriormente nell’apatia e nell’immobilismo.

Deborah Mega

 

 

 

 

 

Gli alberi sembrano identici

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foto di Loredana Semantica

Gli alberi sembrano identici
che vedo dalla finestra
Ma non è vero. Uno grandissimo
si spezzò e ora non ricordiamo
più che grande parete verde era.
Altri hanno un male.
La terra non respira abbastanza.
Le siepi fanno appena in tempo
a metter fuori foglie nuove
che agosto le strozza di polvere
e ottobre di fumo.
La storia del giardino e della città
non interessa. Non abbiamo tempo
per disegnare le foglie e gli insetti
o sedere alla luce candida
lunghe ore a lavorare.
Gli alberi sembrano tutti identici,
la specie pare fedele.
E sono invece portati via
molto lontano. Nemmeno un grido,
nemmeno un sibilo ne arriva.
Non è il caso di disperarsene,
figlia mia, ma di saperlo
mentre insieme guardiamo gli alberi
e tu impari chi è tuo padre.

 Franco Fortini, da Questo muro, 1973

POESIA SABBATICA : Adesso che il tempo sembra tutto mio

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Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare
come si scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il tetto
nel lusso immenso di una esplorazione, adesso
che ogni giorno mi aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c’è richiamo e non c’è più ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro
l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,
adesso che il mattino non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le cadenze della voce, adesso
vorrei improvvisamente la prigione.

Patrizia Cavalli

da “Il cielo”, in “Patrizia Cavalli, Poesie (1974-1992)”, Einaudi, Torino, 1992

AforisticaMente

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“Siamo brevi, il mondo è sovraffollato di parole”.

Stanislaw Lec

 

Gli aforismi, dal greco aphorismòs che significa delimitazione, definizione,  sono enunciati che esprimono efficacemente un concetto in poche frasi segnando un limite, un confine, non a caso il termine ha la stessa radice della parola “orizzonte”. Caratteristica fondamentale dell’aforisma è la brevità. Nella prosa gli aforismi si configurano come forme brevi simili ad affermazioni e precetti, destinati a essere pubblicati in raccolte o in racconti, romanzi, diari. Al di là dell’ambito letterario gli aforismi possono trovare spazio nei film, nelle pellicole del passato e del presente che hanno fatto epoca: frasi celebri divenute popolari, affermazioni ironiche e divertenti, battute divertenti penetrate nel patrimonio linguistico di intere generazioni.

I temi toccano ambiti diversi a seconda dell’evoluzione che l’aforisma ha avuto attraverso i secoli. Nati come precetti medici grazie al greco Ippocrate, fornivano insegnamenti e consigli pratici sulla medicina, la tecnica, la politica e affermavano verità universalmente riconosciute. Questa funzione ha preso il sopravvento tanto che l’aforisma attualmente è divenuto sinonimo di sentenza di carattere filosofico o morale. Dal Novecento in poi l’aforista mira a spiazzare i lettori sovvertendo e contraddicendo opinioni diffuse e inducendo il lettore a scoprire verità diverse e alternative.

In Italia Giuseppe Pontiggia nella sezione Antidetti della sua opera Le sabbie immobili, ad esempio, capovolge alcuni luoghi comuni e dimostra che a volte alcune opinioni diffuse e condivise sono frutto di eccessive semplificazioni della realtà. Il titolo stesso dell’opera evoca la situazione stagnante in cui secondo lui si trova l’odierna società di massa. Si tratta di luoghi comuni al contrario, di rovesciamenti di frasi fatte. Del resto è la loro ampia diffusione che li fa apparire veri, anche quando a ben pensarci, non lo sono. In molti casi ad esempio è vero che chi si accontenta gode perché riconosce i propri limiti ma può succedere anche che a furia di rassegnarsi rinunciando a traguardi troppo ambiziosi prima o poi provi insoddisfazione. E’ proprio vero allora che chi si accontenta non gode.

Nuotare nella povertà.

L’assente ha sempre ragione.

Pesce piccolo mangia pesce grosso.

Pescare nel limpido.

L’occasione fa l’uomo onesto.

O Cesare o qualcos’altro.

Non lasciare l’incerto per il certo.

Non c’è maggior cieco di quello che vuole vedere.

Le parole volano, gli scritti anche.

L’occhio del padrone fa dimagrire il cavallo.

Chi si accontenta non gode.

Il diavolo non è così bello come lo si dipinge.

A mali estremi piccoli rimedi.

Sapere dove picchiare la testa.

Chi non semina raccoglie.

Pochi sono i chiamati, ma molti gli eletti.

Il dolce far tutto.

Il ferro va battuto quando è freddo.

Chi non lavora, mangia.

Tra i due litiganti il terzo le prende.

Ad amico che fugge ponti d’oro.

Col nulla si fa tutto.

Vivere e non lasciar vivere.

Pensarci prima per pentirsi poi.

Oggi a me, domani a me.

Giuseppe Pontiggia, da Le sabbie immobili

Il fatto che gli aforismi affermino dati di fatto con immediatezza e concisione dunque non diano spazio a repliche non significa che gli autori di aforismi pretendano di esprimere certezze assolute. Alcuni di loro, infatti, come Gesualdo Bufalino o Leo Longanesi alternano affermazioni universali a riflessioni limitate alle loro esperienze personali. Il lettore interpreta l’aforisma in base alla conoscenza che ha della vita e degli uomini e dopo aver attuato un confronto tra la verità generale che vi è espressa e la propria esperienza personale. Il maggior strumento di diffusione degli aforismi oggi è costituito da internet attraverso i social network, in particolare Facebook e Twitter. Spesso si tratta di citazioni letterarie o battute d’effetto tratte da film e da riviste oppure sono frutto di elaborazione personale degli utenti della rete. Anche in questo caso, il fatto che ci siano dei limiti nel numero di caratteri da utilizzare, impone brevità e concentrazione semantica, requisiti classici dell’aforisma. Le strategie retoriche dell’aforista sono come per lo scrittore umorista, l’ironia, il paradosso, il gioco di parole, la provocazione. Attraverso la loro stringatezza e il loro costrutto stilistico l’aforista mira a sorprendere il suo pubblico attraverso l’effetto sorpresa che intensifica l’attenzione del lettore e il suo sforzo di leggere e comprendere l’aforisma per interpretarne il significato più profondo.

Deborah Mega

Forma alchemica 8: Tu di Fernanda Romagnoli

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Fernanda Romagnoli

Confesso che ho qualche difficoltà a scegliere una “rosa” di poesia di Fernanda Romagnoli, alla quale intendo dedicare questo mercoledì di Forma Alchemica. La difficoltà non sta certo nel valore, perché la produzione di Fernanda ben rappresenta il senso del titolo di questa rubrica, che ho spiegato qui, nel penultimo capoverso della nota introduttiva. La difficoltà è piuttosto dovuta alla scelta di quale poesia sia maggiormente rappresentativa dell’eccellenza poetica di questa autrice.

La forma che la Romagnoli dà alla scrittura e la sapiente, sorprendente abilità di scegliere i lemmi da disporre nella perfetta architettura dei suoi versi, ben le meritano i commenti entusiastici espressi dai critici che “battezzarono” le sue raccolte. Appena quattro, sparse lungo tutto l’arco della sua vita: Capriccio, Roma 1943 Berretto rosso, Roma 1965 Confiteor, Guanda, Parma 1973 Il tredicesimo invitato, Garzanti, Milano 1980. Si sa poco di Fernanda Romagnoli, studi al Conservatorio, matrimonio con un militare, una vita scorsa tra gli anni dalla nascita nel 1916 alla morte nel 1986 in grande riservatezza, tanto che qualcuno ha osservato come si contrapponga alla vita in ombra e apparentemente  piana, senza scosse, tutta l’agitazione esposta nella potente dolorosità dei suoi versi.

E’ poco conosciuta Fernanda, scarse le sue note biografiche, ma per percepire la bellezza della sua scrittura per una volta io taccio e “lascio parlare il web”, riporto cioè tutte le citazioni di critici e poeti autorevoli presenti in wikiquote su Fernanda Romagnoli.

  • C’è in questi versi… il segno di un destino poetico, volto a una confessione di continuo sollevata dal puro diarismo per il rovello e l’attesa di una rivelazione, nella linea della grande Dickinson, di Cristina Rossetti. Esso nasce dall’ininterrotto scontro tra il quotidiano e il visionario. (Attilio Bertolucci)
  • Ci sono poeti che hanno un destino di silenzio, anche se a tratti sembra che la gloria, o la fama almeno, li abbia per un attimo baciati. Il silenzio, in vita e in morte, tranne che per qualche breve istante, pare essere il destino di Fernanda Romagnoli, poetessa romana morta nell’86 all’età di settant’anni. (Donatella Bisutti)
  • È un caso letterario Fernanda Romagnoli? Sì, lo è, nel senso più alto, meno effimero… Con Il tredicesimo invitato ha raggiunto una serena eternità da piccolo classico. (Dario Bellezza)
  • Eppure – come nei metafisici inglesi che certamente ha letto, o in Caproni cui deve qualcosa, o alla Guidacci che forse le è vicina – quanta vita sotterranea, rappresa, rimane in questa poesia della Romagnoli, capace ancora di fremere di agitarsi di lottare fra l’esistere e l’essere. (Marco Forti)
  • La poesia della Romagnoli rispecchia l’essenza della vita: stati d’animo, travagli di coscienza, accensioni spirituali di una donna coraggiosamente impegnata a leggere in sé la propria verità… (Diego Valeri)
  • La sua fortuna letteraria era stata come il percorso breve e subito cancellato di una stella cadente che si accende per qualche attimo solo quando è vicina al termine della sua corsa. Prima e dopo quell’attimo, nulla, o quasi. (Donatella Bisutti)
  • Possedere la verità in un’anima e un corpo era il grido, quale a noi risulta, più che un progetto, con cui si chiudeva Une saison en enfer. Il richiamo a Rimbaud tende a sottrarre alla convenzionalità dei due termini di un conflitto mai risolto la sostanza del libro drammatico che abbiamo davanti… (Vittorio Sereni)
  • Rarissimo evento, Fernanda Romagnoli è poeta. (Pietro Cimatti)
  • Una donna senza storia, Fernanda Romagnoli, se non questa sua quasi segreta passione dello scrivere: come la poetessa americana Emily Dickinson, che amava molto e alla quale per certi aspetti è affine. (Donatella Bisutti)

Riporto inoltre quanto dice Stefano Guglielmin nel suo blog Blanc de ta nuque, grazie al quale ho conosciuto questa poetessa: “Furono usati per la Romagno­li aggettivi come «grande», «misteriosa», «straordinaria». Poi, a un tratto, più nulla. Scomparsa. Come se non fosse mai esistita.”

E infine un passo della recensione di Giovanni Nuscis alla raccolta “Il tredicesimo invitato”

“Riguardo alla scrittura, la compostezza del dettato — il controllo sintattico e lessicale, le soluzioni di stile — ci fanno subito cogliere e ammirare, di Fernanda Romagnoli, la perizia artigianale, l’insistito, paziente lavoro sulla parola: l’essenzialità dei versi non può che rendere più persuasivi e autentici i sentimenti e i pensieri espressi.
La misura metrica prescelta è quella dell’endecasillabo, di tanto in tanto alternato con settenari, più di rado, con novenari. Costante è l’impiego di rime e assonanze, interne ed esterne. Tra gli strumenti retorici, ricorrono le metafore e le anafore, e ossimori, similitudini. Fuori dalle mode, dalle scuole, fuori dal tempo, questa poesia sembra aver atteso la conclusione della parentesi terrena dell’autrice per accrescersi e affermarsi: la morte come suggello di coerenza e verità, di rispondenza perfetta tra vita e poesia. La prima, riversata nella seconda.”

E dopo tutta questa ampia premessa con parole d’altri per introdurre la poesia, vi propongo questa sua in calce dal titolo “Tu”, nella quale la Romagnoli personifica l’anima in una reietta essenza, perennemente in esilio e misconosciuta, per poi riconoscerle l’apparire improvviso come ombra che su monti corre ridendo, guardando il cielo che la nomina e sigilla. Magnifica sequenza descrittiva con chiusa perfetta. La preferisco perché all’estraniazione della quale l’anima è vittima nella prima parte del testo, consegue il suo trionfo nella seconda, un trionfo da ninfa celeste, che fa l’anima effimera e giocosa, misteriosa e leggera, che mette in scacco il passante con faccia d’eremita o brigante, e soprattutto riscatta la dolorosità dell’io prostrato di tanta altra produzione della Romagnoli. Perché lei adesso mi piace pensarla così, come questo “tu”(e con questo “tu”), ombra che corre ridendo sui monti, di crinale in crinale,  ancora presente.

Loredana Semantica

Anima

Tu, che chiamiamo anima. Tu profuga,
reietta, indesiderabile. Tu transfuga
dal soffio dell’origine.
Non ti spetta razione né coperta
né foglio di reimbarco.
Per registri e frontiere:
non esisti.
Ma in sere come queste, di cangianti
vaticinii fra i monti,
ad ogni varco
può apparire improvvisa la tua faccia
d’eremita o brigante.
«Fronda smossa,
pietra caduta» trasale in sé il passante
che la tua ombra assilla
di crinale in crinale,
mentre corri ridendo nell’occhiata
del cielo, che ti nomina e sigilla.

Fernanda Romagnoli

Parole di donna 4 : CHANDRA LIVIA CANDIANI

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(foto dal web)

Certe mattine
al risveglio
c’è una bambina pugile
nello specchio,
i segni della lotta
sotto gli occhi
e agli angoli della bocca,
la ferocia della ferita
nello sguardo.
Ha lottato tutta la notte
con la notte,
un peso piuma
e un trasparente gigante
un macigno scagliato
verso l’alto
e un filo d’erba impassibile
che lo aspetta
a pugni alzati:
come sono soli gli adulti.

Chandra Livia Candiani, in “La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore”, Ed. Einaudi

Per questo nuovo appuntamento con Parole di donna ho scelto un testo di un’autrice contemporanea vivente, Chandra Livia Candiani. Da quando l’ho letta per la prima volta mi ci sono ritrovata molto perché particolarmente ricca di suggestioni condivisibili. A chi non capita di ritrovarsi al risveglio di fronte allo specchio e di dare un’occhiata sfuggente al proprio volto? Potremmo avere delle sorprese non da poco. Il riflesso rivela i segni della lotta, quella che conduciamo ogni giorno e che non ci abbandona neanche durante il sonno. Ci ritroviamo così ad alzarci poco riposati, a riprendere la routine quotidiana con lo sguardo feroce pronto ad una nuova battaglia. Occhi e bocca più di tutto rivelano il nostro stato d’animo, la fatica, la durezza di certe mattine. La bambina pugile rappresenta ciascuno di noi, ha lottato e continua a lottare durante tutta la notte con un gigante invisibile, fatto di paure, di pensieri, di preoccupazioni, di sovrastrutture che a volte ci carichiamo sulle spalle. Anche il nostro atteggiamento di fronte al mondo e la nostra postura diventano contratti e indicano la chiusura per legittima difesa. E’ come se scagliassimo una grossa pietra verso l’alto e ne aspettassimo la caduta nonostante si sia precari, deboli e indifesi come un filo d’erba, un peso piuma, per utilizzare un termine specialistico del pugilato. Siamo in guerra con la terra che ci ha generati, con l’aria che respiriamo, con gli altri, soli come noi, siamo pronti all’azione, non abbiamo neanche paura di cedere, pazzi e temerari come siamo. Siamo inoltre accomunati e uniti da uno stesso destino di sofferenza e sopravvivenza che ci lega a tutte le generazioni passate e future. I temi privilegiati della Candiani non a caso sono l’io, il corpo e la sua relazione con il mondo, l’amore, l’altro, i drammi della vita, la morte. In questo testo come in molti altri, l’autrice si mette in relazione con il proprio tempo e con la sofferenza, inoltre non c’è una parola che sia di troppo, tanto che si parla spesso di leggerezza del suo stile e linguaggio, una levità che ricorda la Lamarque o la Szymborska. In una mirabile sintesi compone toni lirici con toni riflessivi, squarci orientali e meditativi con spunti metafisici e gnoseologici. Mentre si procede nella lettura infatti si manifesta una vena più malinconica e profonda, una volontà di ricercare verità rivelatrici. Ecco dunque che quello che ci resta è la poesia e la scrittura come strumenti di conoscenza e di difesa, che superino la dimensione esclusivamente estetica per diventare forme vitali di resistenza.

Deborah Mega

POESIA SABBATICA : Dicembre finalmente freddo

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Dicembre finalmente freddo
l’Adriatica addobbata di luci
svogliate e natalizie
la strada svolta e si estingue in pianura
verso Cesena.
Ogni ritorno è diverso
come le case
che scorrono nel finestrino
e le prostitute
bellissime viste da qui, da dove
non si capisce la tristezza

ma come sarà
il ritorno oggi, chi sarà
il ritorno, chi
davanti alla casa aperta o
chiusa
come sarà il viso
di chi mi aspetta, di chi
benedetto mi aspetta

mare Adriatico
cielo nero di Romagna, San Marino
che devi essere quelle luci
arancioni a cucuzzolo verso sinistra
anche voi pregherei
per essere sicuro di un’attesa
pregherei i sassi
le zolle ghiacciate dei campi
anche ciò che non ascolta
perché ci fosse mio padre
sulla porta

se come un regalo
senza ricorrenza lo vedessi
sulla porta dove non è mai stato
distratto dal vento ma attratto
da un figlio vagabondo
e felice di scorgerlo
come una sentinella

padre che tutto mi ha separato
io, e una troppo lunga adolescenza
un ritorno mai venuto
una casa ininfluente e prigione
la frenesia di cancellare
il campo seminato della tradizione
lui stesso che ha portato sé
al bordo di troppi
irrealizzati desideri
e tutta una vita e tante

ma so cosa davvero
ci ha tenuto lontano
il non destino che scegliamo
con malata insistenza
assenza che scoordina i fiati

pensa se fosse sulla mia porta
pensa come verrebbero le stelle
per fargli una corona
a lui che comunque
è sempre un re
con la sua faccia così vera
con le rughe che hanno
ognuna cent’anni
il suo volto grande
la cosa più simile a Dio
che io abbia visto.

Gianfranco Lauretano (da Occorreva che nascessi, Marietti, 2004)

Canto presente 13: Marina Raccanelli

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Marina Raccanelli

Isole sospese, io sono lì
nell’azzurro irreale oltre
la visibile linea liquefatta

sospese isole, io sono qui
sopra la sinuosa
serpentina di schiuma, scia
dietro il vivere

*

Cerco la goccia in fondo al mare
un piolo nel turbinare
dell’umanità disgregata –
cerco le latitudini strane
dei miei pensieri smagliati
i suoni dell’assurdo non percepito
il silenzio sordo del mondo
in fragile disgregazione –
cerco
l’incarnazione di Dio nel minuscolo
fiore, nell’unghietta di un bimbo
neonato, nel soffio dei venti astrali
e trovo te, illogico amore
ritornato bambino

*

Quando io morirò sarai nel sole
formica in fila sul bordo, zanzara
ubriaca in riflesso di palude
bombo pesante al petalo
del fiore

libellula in alone controluce
io ti vedrò vibrante nel vapore
dei soffioni a migliaia
che il vento sperde

dentro il buio
avrò palpebre
di luce

*

Poi, ci saranno strade senza confini
scorrimento, direzione o meta
inarcate su orizzonti smeraldo
d’ultraterreno splendore

forse saremo lì tutti per mano
forse saremo soli
o non saremo

saremo il suono dell’universo
cellule sparse, libere al vento

*

A me stessa

Non era che sogno e ricordo
tutto
nella stanza dei grilli o nel cortile
del gatto in amore
nel giardino dei fichi e rosmarini, tu
intrecciata di immagini a colori

il ricordo era sogno e il sogno ricordo
nelle pagine, dentro i libri o nei tramonti
gloriosi sulla laguna – però
la bellezza dell’acqua e dell’aria erano colme
di nostalgie verso mondi ignoti

sotto la galleria degli ippocastani
è stato un sogno il ricordo
di parole scambiate e perse
mai pronunciate
dentro griglie di nebbia e colature
rarefatte – nelle intricate caverne
di cespugli vibrava l’eco
di un’altra vita, altrove

e adesso che il tramonto è davvero
un calare definitivo
attraversando un caleidoscopio
di vite sfiorate senti
che il sogno è ricordo
il ricordo sogno

Ha doveri di trasparenza la voce

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Una bella poesia di Alessandra Fanti tratta da Emersioni, silloge di prossima pubblicazione de La Vita Felice nella collana Agape Opera Prima. Ci complimentiamo di cuore con la nostra autrice/amica e per una volta mettiamo da parte le nostre rubriche consuete.

Ha doveri di trasparenza la voce
davanti al mare ogni reticenza inquina
il pomeriggio un sollievo di presenza.
I respiri hanno ritmi da brezza
le età trascorsi da mescolare
gli occhi riconoscono gli strappi delle raffiche
la coda dell’occhio è l’organo preposto e sa.
Noi, con le carte del si può o non si può,
da piccole pieghe attente magicamente
sbocciamo aerei da tenere in tasca
a sgualcirsi in attesa del decollo.

Alessandra Fanti

Incipit 4 : Il fu Mattia Pascal

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René Magritte, Dècalcomanie, 1966

Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de’ miei amici o conoscenti dimostrava d’aver perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo: 

 – Io mi chiamo Mattia Pascal.

 – Grazie, caro. Questo lo so.

 – E ti par poco?

Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all’occorrenza:

 – Io mi chiamo Mattia Pascal.

Qualcuno vorrà bene compiangermi (costa così poco), immaginando l’atroce cordoglio d’un disgraziato, al quale avvenga di scoprire tutt’a un tratto che… sì, niente, insomma: né padre, né madre, né come fu o come non fu; e vorrà pur bene indignarsi (costa anche meno) della corruzione dei costumi, e de’ vizii, e della tristezza dei tempi, che di tanto male possono esser cagione a un povero innocente. Ebbene, si accomodi. Ma è mio dovere avvertirlo che non si tratta propriamente di questo. Potrei qui esporre, di fatti, in un albero genealogico, l’origine e la discendenza della mia famiglia e dimostrare come qualmente non solo ho conosciuto mio padre e mia madre, ma e gli antenati miei e le loro azioni, in un lungo decorso di tempo, non tutte veramente lodevoli. E allora? Ecco: il mio caso è assai più strano e diverso; tanto diverso e strano che mi faccio a narrarlo. Fui, per circa due anni, non so se più cacciatore di topi che guardiano di libri nella biblioteca che un monsignor Boccamazza, nel 1803, volle lasciar morendo al nostro Comune. E’ ben chiaro che questo Monsignore dovette conoscer poco l’indole e le abitudini de’ suoi concittadini; o forse sperò che il suo lascito dovesse col tempo e con la comodità accendere nel loro animo l’amore per lo studio. Finora, ne posso rendere testimonianza, non si è acceso: e questo dico in lode de’ miei concittadini. Del dono anzi il Comune si dimostrò così poco grato al Boccamazza, che non volle neppure erigergli un mezzo busto pur che fosse, e i libri lasciò per molti e molti anni accatastati in un vasto e umido magazzino, donde poi li trasse, pensate voi in quale stato, per allogarli nella chiesetta fuori mano di Santa Maria Liberale, non so per qual ragione sconsacrata. Qua li affidò, senz’alcun discernimento, a titolo di beneficio, e come sinecura, a qualche sfaccendato ben protetto il quale, per due lire al giorno, stando a guardarli, o anche senza guardarli affatto, ne avesse sopportato per alcune ore il tanfo della muffa e del vecchiume. Tal sorte toccò anche a me; e fin dal primo giorno io concepii così misera stima dei libri, sieno essi a stampa o manoscritti (come alcuni antichissimi della nostra biblioteca), che ora non mi sarei mai e poi mai messo a scrivere, se, come ho detto, non stimassi davvero strano il mio caso e tale da poter servire d’ammaestramento a qualche curioso lettore, che per avventura, riducendosi finalmente a effetto l’antica speranza della buon’anima di monsignor Boccamazza, capitasse in questa biblioteca, a cui io lascio questo mio manoscritto, con l’obbligo però che nessuno possa aprirlo se non cinquant’anni dopo la mia terza, ultima e definitiva morte. Giacché, per il momento (e Dio sa quanto me ne duole), io sono morto, sì, già due volte, ma la prima per errore, e la seconda… sentirete. 

Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, 1904, Nuova Antologia

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L’incipit di oggi è quello di un grande romanzo di Luigi Pirandello che apparve dapprima a puntate sulla “Nuova Antologia” nel 1904 e che successivamente fu pubblicato in volume. La storia, narrata in prima persona, è infatti il racconto da parte del protagonista della propria vita e delle vicende che l’hanno portato ad essere il “fu” di se stesso, “morto in vita” e privo di identità e ruolo sociale. Si tratta di una narrazione omodiegetica a focalizzazione interna che ruota interamente attorno al tema, caro a Pirandello, dell’identità individuale: quella di Mattia Pascal e del suo alter ego, Adriano Meis. La vicenda è ambientata tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento e  si svolge in un paio d’anni circa. Dopo la morte del padre, la madre di Mattia, che ha pure un altro figlio di nome Roberto, sceglie di dare in gestione l’eredità del marito a Batta Malagna, amministratore poco onesto che giorno dopo giorno deruba la famiglia Pascal. I due giovani eredi, dal canto loro, sono poco accorti e troppo impegnati a divertirsi per occuparsi della gestione del patrimonio familiare. Mattia, inoltre, è costretto a sposare la nipote del Malagna, perché aspetta un bambino e per sopravvivere deve impiegarsi come bibliotecario e vivere con la moglie Romilda a casa della suocera, vedova Pescatore, donna arcigna che lo disistima profondamente. Ben presto la vita matrimoniale diventa insopportabile e, dopo la perdita di entrambe le figlie, Mattia decide di partire per Montecarlo, per tentare di arricchirsi al gioco, come aveva fatto suo padre molti anni prima. Le sue speranze vengono esaudite: vince infatti una somma considerevole alla roulette. Si rimette così in viaggio verso il paese natìo, deciso a riscattarsi. Durante il viaggio in treno, però, accade l’imprevedibile: Mattia legge sul giornale la cronaca di un suicidio avvenuto a Miragno, e scopre con grande stupore di essere stato identificato erroneamente nel cadavere di un disperato, già in stato di putrefazione e quindi irriconoscibile. Dopo un primo momento di totale smarrimento, Mattia decide di cogliere l’occasione per fuggire dalla vita poco entusiasmante che lo attende a casa. Abbandonata l’identità di Mattia Pascal, adotta il nuovo nome di Adriano Meis, confidando nella realizzazione di una nuova vita. Tenta così di ricostruirsi un’esistenza diversa all’insegna dell’autenticità e della libertà. Dopo un periodo trascorso a vagare tra Italia e Germania, Adriano si ferma a Roma, dove prende in affitto una stanza. Egli però non possiede documenti né un’identità che sia riconosciuta così non può denunciare un furto subìto nè sposare Adriana Paleari, la figlia del padrone di casa, di cui si è innamorato. Frustrato dalla sua condizione, decide di rinunciare anche all’identità di Adriano Meis, di cui inscena il suicidio e di riprendere la vecchia identità di Mattia Pascal. Tornato a Miragno però, scopre che sua moglie ha sposato un amico di vecchia data, Gerolamo Pomino da cui ha pure avuto una figlia. Mattia può solo riprendere il suo impiego di bibliotecario e si ritira a vita solitaria, la cui unica distrazione è la visita di tanto in tanto alla propria tomba perché egli è nient’altro che il “fu Mattia Pascal”. Lascerà il manoscritto nella biblioteca con l’obbligo di aprirlo soltanto cinquant’anni dopo la sua terza e definitiva morte. La prima morte è quella che lo vede morto suicida nel mulino della “Stìa”, la seconda quella in cui “muore” Adriano Meis, la terza sarà la sua, quella definitiva. Spesso il suo punto di vista sugli eventi è soggettivo e parziale, tanto da farci dubitare della sua attendibilità. Anche per ciò che riguarda lo stile, sono abilmente mescolati elementi teatrali e una sintassi vicina all’oralità, per trasmettere l’idea di frantumazione dell’identità tipica dell’uomo contemporaneo. La difficoltà di comprendere la realtà diventa anche un alibi per il narratore-protagonista. Ad esempio quando Mattia riferisce le ambascerie a Romilda da parte di Pomino, si giustifica in questo modo “Che colpa ho io se Romilda invece d’innamorarsi di Pomino, s’innamorò di me, che pur le parlavo sempre di lui?” La sua posizione invece è tutt’altro che limpida nonostante i tentativi di autoconvincimento. Anche quando riferisce il suo ingresso nella sala da gioco, assicura che non aveva intenzione di giocare. Il cognome Pascal pure non sembra una scelta casuale, allude infatti alla resurrezione. Secondo alcuni studiosi, Pirandello nella scelta del cognome si sarebbe ispirato a un filosofo francese, Théophile Pascal. Dal punto di vista fisico si può dedurre che non sia un bell’uomo, di corporatura robusta con i capelli molto corti e la barba ben curata, presenta lo strabismo dell’occhio sinistro. Nelle vesti di Adriano Meis invece porta i capelli lunghi che lo fanno assomigliare ad un filosofo tedesco,  il nome di Adriano Meis invece gli fu offerto in treno, viaggiando con due signori che discutevano animatamente di iconografia cristiana. Nel cap. XIII Anselmo Paleari, il sessantenne proprietario della pensione in cui alloggia Adriano Meis espone la teoria filosofica della lanterninosofia. Secondo questa teoria, l’uomo ha la sfortuna di avere coscienza della propria vita, cioè di “sentirsi vivere”, ciascuno di noi porta dentro di sé un lanternino acceso che ci fa vedere il bene, il male e la mutevolezza delle situazioni. Questi lanternini, destinati a spegnersi ad un soffio prima o poi, rappresentano l’idea interiore del mondo esterno, quelli più grandi e colorati rappresentano le ideologie. Un fatto realmente accaduto in Sicilia e pubblicato nel 1889 con il titolo “La moglie dei due mariti” da uno sconosciuto scrittore siciliano, certo Vincenzo Guarrella, potrebbe aver dato a Pirandello l’ispirazione per il romanzo. Mattia Pascal è il primo personaggio in cerca d’autore che cerca di liberarsi dalla maschera, dalla forma, cui la società e il destino lo avevano condannato senza però riuscirci.

Deborah Mega

Feriti di realtà e realtà cercando ne “I giocatori invisibili”di Irene Giuffrida

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I giocatori invisibili (edizioni Giovane Holden 2016, 14 euro) è l’opera prima di Irene  Giuffrida, eppure  sorprende sia per la situazione esistenziale espressa attraverso una singolare tecnica narrativa, giallo nel giallo filosofico, sia per la ricchezza di particolari. L’autrice dà conto non solo dei pensieri del protagonista,  ma anche di tutto ciò che entra dall’esterno nella sua prospettiva, impegnata a confrontarsi col tempo: Guido, il protagonista, vive tra passato e futuro, il commissario Saverio Strano risolverà l’enigma indagando sui ” luoghi oscuri “ della coscienza e su Morgana, la follia latente di Guido. Ecco il tempo, il  tempo delle vicende che i personaggi hanno vissuto o stanno vivendo è quello della memoria e della coscienza.  Dal passato di Guido emergono fantasmi mai sopiti  che assillano il presente e il futuro  e  determinano, pennellando di «ordinaria follia»,  i suoi tempi  perché, come dice l’autrice, il suo tempo è spezzato, ne ha almeno tre e dentro ci sono le nostre strade e i nostri viaggi, i nostri pensieri e le nostre intuizioni per non perderci  e magari paesi dove poterci fermare o  continuare a perderci, dovendo essere “altro”  o “altri “ da sé, in quanto  pathein  nasce da un conflitto tra dentro e fuori, tra io e non- io, un fluttuare tra superficie e profondità, perché tutto è interno, ma può  trasformarsi  in un atto creativo e tradursi in opera, in questo spazio fluido  che è L’Arte.  I giocatori invisibili  è la nostra epoca impietosa che non scandisce più la realtà di cui forse abbiamo perso il codice. Guido, questo personaggio così raffinatamente vicino al tormento di ogni uomo, di ogni tempo, nell’accanita ricerca di un accordo tra felicità e logica che sembra scaturire da profondità psichiche, è un incredibile autoritratto dell’autrice, capace di farsi, almeno per qualche aspetto descritto, ritratto dell’umanità intera: “ Sei in un bel pasticcio. Hai voglia di piangere e di ridere insieme. Viene la felicità a trovarti, e decide di distruggere tutto, ogni cosa, la tua vita , il tuo lavoro, i tuoi pensieri, persino il tuo orientamento sessuale..Non ti aspettavi la felicità, eri abituato a subire il meccanismo della vita, e non ti aspettavi soprattutto che la felicità fosse un inceneritore. Dunque è questo essere felici? “. I giocatori invisibili è un libro dei giorni nostri e dei giorni a venire, perché, come ha scritto Marguerite Yourcenar , «noi siamo i soli a guardare in faccia un avvenire inesorabile».

Maria Allo

Note biografiche 

Irene Giuffrida si è laureata nel 2003 in Filosofia con tesi di laurea in Bioetica sull’esistenzialismo sartriano nella sua prospettiva etica. Insegna Filosofia e Storia in un Liceo scientifico di Acireale, è giornalista pubblicista dal 2009 e collabora in esterno per la pagina della cultura con il Quotidiano “La Sicilia” .
I giocatori invisibili, finalista al premio letterario internazionale “Nabokov” 2016/17, ha ricevuto un attestato di merito, presso il teatro comunale di Novoli lo scorso gennaio.

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Irene Giuffrida

POESIA SABBATICA : High Windows/Finestre alte

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When I see a couple of kids
And guess he’s fucking her and she’s
Taking pills or wearing a diaphragm,
I know this is paradise
 
Everyone old has dreamed of all their lives—
Bonds and gestures pushed to one side
Like an outdated combine harvester,
And everyone young going down the long slide
 
To happiness, endlessly. I wonder if
Anyone looked at me, forty years back,
And thought, That’ll be the life;
No God any more, or sweating in the dark
 
About hell and that, or having to hide
What you think of the priest. He
And his lot will all go down the long slide
Like free bloody birds. And immediately
 
Rather than words comes the thought of high windows:
The sun-comprehending glass,
And beyond it, the deep blue air, that shows
Nothing, and is nowhere, and is endless.
 
Philip Larkin
***

Quando vedo una coppia di ragazzi
e penso che lui se la scopa e che lei
prende la pillola o si mette il diaframma,
so che questo è il paradiso

che ogni vecchio ha sognato per tutta la vita –
legami e gesti messi da parte
come una mietitrebbia arrugginita,
e ogni giovane che va giù per lo scivolo

di una felicità senza fine. Chissà
se qualcuno osservandomi, quarant’anni fa,
ha pensato: Quella sarà la vita;
non più Dio, non più sudore e paura la notte

per l’inferno e per tutto il resto, non più
il dovere di nascondere quello che pensi del prete.
Lui e quelli come lui tutti giù per lo scivolo
come maledetti uccelli liberi. E all’improvviso

non una parola viene, ma il pensiero di finestre alte:
il vetro che assorbe il sole,
e, al di là, l’aria azzurra e profonda, che non mostra
nulla, che non è da nessuna parte, che non ha fine.

Philip Larkin, Finestre alte, Einaudi, Torino, 2002

(Traduzione di Enrico Testa)

Cinema cinema: Hell or High Water

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Appunti di Flavio Malaspina

Il Texas è una terra selvaggia, cattiva. La vita vale meno di zero. Anzi conta solo la terra, una volta per i pascoli ora per il petrolio, ma se stai perdendo la tua terra e la tua fattoria sapendo che sotto di essa c’è un mare di oro nero saresti disposto a fare qualsiasi cosa, soprattutto per dare un futuro ai tuoi figli e per non farli vivere come hai vissuto tu. Come uno straccione. E allora perché non rapinare banche come nel vecchio west con tuo fratello che è un poco di buono con alle spalle dieci anni di carcere per aggressione aggravata?! Semplice perché se sulle tue tracce ti ritrovi una coppia di Rangers uno dei quali è interpretato magistralmente da Jeff Bridges…allora hai dei problemi.

Questa è la trama di Hell or High Water del regista scozzese MacKenzie. Un Cowboy Movie di tutto rispetto con paesaggi mozzafiato e cittadine nel nulla della prateria dove la gente gira assolutamente e sempre armata e dove rapinare banche è più pericoloso di quanto possa sembrare. Non penso a un film da Oscar come si è ventilato ma un film che si lascia vedere con piacere. Forse la fotografia da Oscar …ma solo forse.

Flavio Malaspina

Forma alchemica 8: Johnnie Sayre di Edgar Lee Masters

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Johnnie Sayre

Papà, non saprai mai
l’angoscia che mi strinse il cuore
per la mia disobbedienza, quando sentii
la ruota spietata della locomotiva
affondarmi nella carne urlante della gamba.
Mentre mi portavano dalla vedova Morris
vidi ancora nella valle la scuola
che marinavo per saltare di nascosto sui treni.
Pregai di vivere fino a chiederti perdono-
e poi le tue lacrime, le tue rotte parole di conforto!
Dalla consolazione di quell’ora ho ricavato una felicità infinita.
Sei stato saggio a scolpire per me:
«Strappato al male a venire».

Edgar Lee Masters

L’Antologia di Spoon River è una raccolta di epitaffi espressi in forma poetica, con i quali i defunti stessi riepilogano gli aspetti salienti della propria vita o della propria morte con accenti di profonda verità. Essendo morti appunto essi si affrancano dai vincoli del pudore e dell’ipocrisia, e possono raccontare tradimenti, violenze, cattiverie e inganni, episodi che hanno segnato l’intera esistenza e dei quali sono stati testimoni, vittime carnefici o artefici senza contenersi, non tanto nella prolissità, che anzi questi epitaffi sono a volte estremamente brevi e, pertanto, anche “fulminanti”, quanto nella sincerità. Colpisce che un’intera vita possa essere riepilogata in così poche parole: un’ iscrizione  sulla pietra tombale, scarna quanto basta per sembrare scolpita nella pietra. Incisa e incisiva dunque, per la sua stessa sua natura d’essere una voce dall’aldilà,  proveniente da uomini e donne ancora memori delle loro vicende umane, adesso alle prese con l’altra misteriosa faccia della (non) esistenza.

Edgar Lee Masters è l’autore di questa Antologia, scritta tra il 1914 e il 1915 e pubblicata sul Mirror di San Luis L’ambientazione è a Spoon River una cittadina statunitense immaginaria del Mid West con la ferrovia e la collina, col fiume e le case. I personaggi immaginati da Lee Masters che sono autori degli epitaffi sono invece veramente esistiti in due paesini nei pressi di Springfield, alcuni di loro ancora vivi, alla pubblicazione dell’opera, riconoscendo le proprie storie e i propri segreti, furono risentiti con l’autore per questa impietosa esposizione.

Non esito a definire quest’opera geniale, l’intuizione di Edgar Lee Masters ha consegnato al mondo qualcosa di sublime, veramente poetico specialmente in certi versi di grande suggestione, altrettanto impressionata ne fu Fernanda Pivano che ricevette questa raccolta da Cesare Pavese e la tradusse, in un’epoca nella quale discorsi di libertà, pacifisti e anticonvenzionali non potevano essere fatti senza conseguenze ed infatti, pubblicata la raccolta con Einaudi nel 1943, la Pivano subì perciò il carcere. Più di recente il cantautore De Andrè si è ispirato ad alcune liriche della raccolta per comporre la sua canzone: Non al denaro o all’amore nè al cielo.

Credo che la lettura dell’Antologia di Lee Masters abbia influenzato molti poeti statunitensi e non e rimanga tutt’ora una sorta di passaggio obbligato di  formazione poetica, ma anche umana. Quando la vita viene raccontata da un cimitero si spoglia di qualunque sovrastruttura ed emerge per ciò che è in tutta la sua forma e forza che si oppone alla morte, nonostante il dolore, le disgrazie, per dignità e coraggio di certi protagonisti, per la saggezza di altri, per l’etica che traspare dalle considerazioni di alcuni, disponendo sul foglio la vasta e varia umanità che l’esistenza ci propone. L’opera è tutta pervasa da una componente nel contempo emozionale e disincantata. Non credo che paragonare Lee Masters ai grandi della letteratura mondiale da Dante a Withman sia improprio.

Di tutta l’opera, che contiene oltre 250  poesie aventi per titolo il nome del defunto, ho scelto questa che propongo nel mercoledì in forma alchemica perché la trovo paradigmatica dell’opera per sintesi, efficacia e soprattutto perché trasmette quel non so che di tremendamente struggente che sta nelle parole di chi non c’è più e racconta se stesso, il momento drammatico della morte, essendo giovane figlio che parla a suo padre.

La poesia dice il pentimento del figlio che marina la scuola non dando ascolto al padre, l’incidente di essere travolto dal treno, il dolore della carne urlante della gamba, il soccorso inutile, il dolore del padre che accorre al capezzale del figlio morente, il perdono e la conclusione della frase scelta per la pietra tombale approvata dal figlio stesso come grande verità “Strappato al male a venire”

Dedico questo post al giovane sfortunato Fabiano Antoniani, più noto come Dj Fabo, vittima di un incidente che lo ha paralizzato e reso cieco. Egli ha scelto di morire oggi praticando l’eutanasia assistita in una clinica svizzera.

Nessuna immagine per Fabo, solo poesia.

Loredana Semantica