Flavio Almerighi – Lettere, Ed. Macabor, 2021

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Con Lettere Flavio Almerighi aggiunge un altro importante tassello alla sua produzione poetica. La raccolta, suddivisa in quattro sezioni, si presenta come una corrispondenza epistolare senza un preciso destinatario, un monologo per tutti e per nessuno, nel quale ogni lettore può riconoscere qualcosa di sé. La scrittura poetica di Almerighi è un arco che si flette in direzioni infinite, sempre riuscendo a centrare il bersaglio, ora con frecce appuntite di ironia, ora con amarezza o polemica verso un modus vivendi in cui non si riconosce, infine con lo sguardo amorevole verso gli affetti personali e con l’abbraccio dettato dall’umana pietas. Una cifra stilistica, quella di Flavio Almerighi, che sopravanza ogni stilema avanguardistico, pur avendone introiettato la lezione, e che ricusa la sovrabbondanza sentimentale conservandone il valore intrinseco. Nel corpo dei testi rinveniamo la durezza della condizione esistenziale (Messo al mondo, legato, in prova) e la tenerezza dell’affetto taciuto  (ti sia lieve la mia lettera/lanciata alta/assieme a un bacio); l’indignazione per la carica di odio razziale (Voi che siete uomini,/sporchi dentro e sporchi fuori,/uccidete i Cananei…ma siate civili,/caricateli su barche/senza remo né vela/e vengano dispersi in mare) e l’amore come male benefico (è sequenza di metastasi benigne/e anticorpi a renderle felici). La lingua poetica di Almerighi ha toni alti, modulate in forma lirico-colloquiale le sue lettere sapranno trovare la destinazione giusta.

 

Anna Maria Bonfiglio

 

 

Lettera per i diciott’anni

 

Piccola cara che non trovo,

ora sei scappata e dici

credi che non capisca?

Io indocile a chiederti

di finire il pranzo,

mi ostino a compilare

l’album della tua vita.

Sono troppo piccolo

per capire,

un po’ come quando si andava

da Gatteo a Villamarina.

Cercavo felicità

in molti libri

intonsi e a buon prezzo,

ora uomo e vela

affronto ogni colpo di vento.

Pochi metri vicina,

ora distante, penserai forse

che per i tuoi diciott’anni

non è andata così male.

 

 

 

Lettera

 

 

Ora tocca a te comprendere

l’estate sconosciuta

senza tradizioni di famiglia.

 

Candela flessibile

consumata sotto l’altare

di chi non crede,

carne e stoppino, là

dove spiaggiano desideri.

 

Dimmi tu di te,

quali siano le tue rondini

come mai sono già partite,

quanto ti spaventa e meraviglia

se un cane

vuole leccarti la mano.

 

Io sto qui

a cercare e vendere,

ho tutto sott’occhio

quando non precipito,

ti sia lieve la mia lettera

lanciata alta

assieme a un bacio.

 

 

 

Violaine

 

 

La vecchia barattava la pensione sociale

per un po’ d’aria,

non le importava il resto:

mangerò domani, ripeteva.

Altri tre baci e saranno quattromila.

 

C’era una radio accesa,

serviva un po’ di tempo per sentirla

per quelle valvole mai calde.

La musica partiva, scordavamo l’attesa

e il risalire di silenziose maree.

 

C’era un cielo dapprima sereno,

qualche nuvola innocente lo macchiava.

La pioggia,

così a lungo invocata,

declinava l’invito.

 

Una pazienza infinita,

storie da raccontare, prima,

durante e dopo il passaggio del fiume.

Il passato prendeva per mano il futuro

ogni giorno.

 

 

Uccidete i Cananei

 

 

Voi che siete uomini,

sporchi dentro e sporchi fuori,

uccidete i Cananei,

mangiatene figli e spose,

lasciate i feriti a terra,

muoiano poco per volta

divorati dagli uccelli:

uccidete quei senza dio,

uccidete i sacrifici umani

le biblioteche.

Uccideteli.

Hanno nuche tenere.

Date alla terra il loro latte,

il loro sangue nero

non importa l’età,

nascono e muoiono

col marchio d’infamia,

spargete sale sulle loro città,

vuotatele di ogni bene,

se necessario lasciate superstiti,

ma siate civili,

caricateli su barche

senza remo né vela

e vengano dispersi in mare,

a voi, signorine, ripeto,

investite il ricavato

in nuove armi per ripartire

un’altra crociata

 

 

Abbiate cura di voi,

dei vostri figli e della Legge.

Non trascurate di nascondere

quanto possa restarvi in tasca

in caso il diluvio

bussi alle vostre porte.

Vi diranno usurai,

mangiatori di carne umana.

Tutti ricorderanno Shylock

nessuno Gesù Cristo.

 

 

La Moldava

 

quel giorno di aprile,

dalla rovina sopravvissuti a stento,

bambini finalmente liberi

scendemmo in strada,

non c’erano tripudio e parate,

il tempo ci avrebbe rotto le mani

 

inspiegabilmente da lontano una musica

arrivò, infinitamente bella e nuova

dopo tanto tempo di macchine per cucire

sirene e rifugi

 

ci avvicinammo a una radio accesa,

col cuore commosso e niente altro

ascoltammo La Moldava

 

 

 

altre ombre

 

perduta da tempo

quel giorno tornò la neve,

stesso fruscio d’organza,

qualcosa fuggì

al normale raggiro

della ragione

 

come sussulto

a valle

mille anni dopo

luci accese

palazzine

pensiline

 

accartocciato sul cuore,

lo stesso foglio

dona alla luce altre ombre

fino a quando resteranno

confitti a terra

soltanto pensieri

 

dato un fruscio

la lettera s’imbuca,

il calamaio nero

rovesciato su preziosi amori,

cancella ogni coscienza

il cui principio è silenzio

 

 

Testi tratti da Lettere di Flavio Almerighi, Ed.Macabor, 2021.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Versi trasversali: Andrea Terreni

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ANDREA TERRENI

 

L’ODIO

 

Odiare ti brucia da dentro.

 

Chi pensa di potersi salvare dai sensi di colpa, attraverso l’odio, si sbaglia. L’odio è un virus che entra nella pelle e s’irradia attraverso i capillari, le vene, le arterie. Contrae i muscoli e arriva agli organi. L’odio non è una condizione che si sceglie, è un divenire dopo non aver avuto scelta, è una malattia.

 

Odiare diventa una condizione non rinunciabile dell’esistenza, un bisogno fisico simile ad una convulsione; una pulsione irrefrenabile che gonfia lo stomaco e attraverso la gola si scioglie, dopo aver ruggito.

 

La rabbia provoca l’odio.

 

E non c’è cosa più ingiusta che comprendere tutto questo, sentirlo crescere e muoversi dentro al ventre, come un feto che muta. Puoi piangere, e lo fai. Cerchi il buio per nasconderti dagli occhi degli altri, sorridi e disegni per te stesso un vestito di festa e giovialità. Eppure culli quel mostro, portandolo ad osservare tutto quello che nel freddo della tua stanza, trasforma il tuo sorriso in una maschera smostrata.

 

Lo sai, quel brivido elettrico percorre le braccia, rimbalza nel vuoto e torna al cervello, mostrando soluzioni e sofferenza.

 

Ti alzi dal letto, e chiudi il varco all’oblio con la chiave: una pallina che sciogli nel labbro chiedendo dignità.

 

*

 

I bambini sorridono sempre

nel candore dei loro passi

si nutrono del calore spontaneo,

non gli si chiede ricompensa

che non sia sorridere o crescere.

 

I bambini vanno avanti liberi

non misurano falcate o pensieri,

imbrattano con ogni idea il cammino.

Ed ecco mani grandi a sorreggerli,

innaffiare sogni, pulire lacrime.

 

I bambini non ascoltano affranti,

non suppongono,

di altrui capricci sono innocenti,

d’ogni abuso nascosto nei sussurri.

I bambini prosperano,

io imparavo ad odiare.

 

*

 

Pensarmi diviso strappa

il petto,

a morsi feroci

e getta davanti ai miei piedi

forme senzienti invalicabili

 

e il respiro

appena

permette

di rimanere vivo

 

nonostante il sangue che cola

dall’anima aperta.

 

*

 

Maschere,

pigre, accartocciate sulle scale della vita,

 

rincorrere

sguardi e ombre nascoste, negli avamposti rimasti,

 

distruggono,

effimere il rimorso per esser sempre vivi,

 

rinnegano

il dolore, degli anni avviliti dal vento.

 

Esplosioni,

scintille lasciate deflagrare su abili costruzioni mentali

fermentate,

in arti di cenere abilmente sfumata nel fuoco a sparire,

 

piangono

immobili sorrisi, di sguardi fissi e petti di plastica

annegata

nei fiumi di lacrime dei bimbi che non matureranno.

 

*

 

PIANTO SECONDO

 

Pensai

il ritorno del silenzio.

Ammucchiata speme infausta

di risalir dal ventre

alla cavità del parlare.

 

Silenzio.

 

Occhiate tumefatte

di naturalezza orfane,

non danze o canti

ma vuota esposizione.

 

Sostituzione d’essenza

arricchimento dell’io,

ma cavo di polpa

soltanto

immagine esplosa.

 

Non ebbe a sperar d’aver torto

chi chiuse l’antica contesa

del giusto, trovare in altrui

adesso esaltato apparire.

 

*

 

Mai ebbi dubbi

eppure lei non seppe, sempre,

di cristallina immagine,

riconoscere nei miei specchi

una strada,

che potea condurla in salvo;

lungo fu quell’esimio cammino,

di giorni a mostrar passione e giubilo,

fermo, nell’assordante brusio del cuore

non nascosi, solo e sempre a lei,

il fervore del sentimento innocente.

E li dove appoggia i suoi sogni

ho nascosto al mondo i suoi doni.

 

*

 

Ho una carezza per la tua attesa,

non un sorriso

nè una parola

orme sbiadite.

 

Ho chiuso gli occhi mentre vivevo

non so dirti l’errore

se vuoi ho del dolore

se vuoi facciamo pace.

 

*

 

Eppure è di speranza che mi fregio,

non come saperla spendere,

ottenerne, mistificarla ad arte,

non credo si possa insegnare.

 

Ho lei che tengo in un palmo

e annuso a bisogno e sue parole,

non credo si possa insegnare,

ma un giglio che sboccia da niente

mi prende per mano se sdoppio

il mio essere improprio.

 

Non credo si possa insegnare,

ma un giorno ho lasciato un po’ aperto

riscontro mi ha preso alle spalle

e adesso non oso cadere,

c’è lei che dal suo comodino

estrae quella chiave segreta

che mi apre per togliere un poco

di male che porto dai tempi,

i tempi in cui ero bambino

e scelsi di crescere in tempo

per prender la strada del vento

 

 

Testi tratti da “Paroxetina”  di Andrea Terreni – NullaDie Editore, 2021.

 

~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

L’anniversario

“Che in questa mattina di febbraio, gelida e serena, di accecanti chiarori e di pulviscolo in volo, venga sorpreso e annichilito, per le strade di Genova, dal tuo ricordo, che scende come un rasoio ad accarezzarmi la schiena; e che tutta la distanza che ci separa non si possa ora neppure scorgere e misurare tanta è la caligine densa che sta tra noi due; e che io mi accorga che vado perdendo, giorno dopo giorno, anche l’eco della tua voce, remota e astrale… Tutto questo mi dà il senso e la consapevolezza di non poter mai più tornare a casa.”

Enrico Testa (da Pasqua di neve, Einaudi, Torino 2008)

 

“Zebù bambino” di Davide Cortese. Una lettura di Loredana Semantica.

“Zebù bambino” è una silloge di ventuno poesie scritte da Davide Cortese. La raccolta, appena pubblicata da Terra d’Ulivi Edizioni, inaugura la collana “Deserti luoghi” diretta da Giovanni Ibello.
Le poesie sono brevi e si leggono tutte d’un fiato con la curiosità di scoprire la successiva avventura del piccolo demonio. Scrivere del diavolo senza scrivere del male non è cosa da tutti, eppure, mi sembra, Davide ci riesca bene. Già dal titolo stesso della raccolta: Zebù, vorrebbe contrapporsi e rivoltare in negativo la parola Gesù, ma ne esce fuori un nome, grazioso anche più del nome ispiratore.
Zebù bambino induce il lettore, se così possiamo dire, in tentazione di compiere la prima cattiva azione, quella di non soffermarsi sulle parole, sui versi della silloge, in altri termini di non meditare e maturare il pensiero poetico espresso, facendo ricorso alla pazienza del pensatore, ma di consumare i testi golosamente, come piccole caramelle frizzanti e intriganti.
Davvero però non direi questo un male, anzi dimostra che l’esposizione dell’infanzia diabolica ha la sua “ac-cattiva-nte” grazia, trasfusa nella leggera malia del ritmo che cattura, nell’assonanza sdrucciola di certe chiuse con echi d’accento speculari ai nomi chiave Gesù e Zebù e altre allitterazioni sparse.
Il demoniaco qui è serpeggiante, non manifesto, si nasconde, è accennato, mascherato, sembra trattenuto sull’orlo della promessa di un futuro che, svincolato dall’es e dal super-io, si farà grande, si manifesterà in azioni più eclatanti, più dichiaratamente malvage. Tuttavia non vi sono certezze di epifania, anzi al contrario molti sono i segni che il piccolo diavolo resterà piccolo in eterno.
Un segno è che Zebù si giustifica, si difende, è avvocato di se stesso nel suo j’accuse verso gli uomini, maestri di cattiveria.

A chi aspramente lo rimprovera
per qualche suo scherzo atroce
“L’ho imparato dagli uomini”
ogni santa volta dice.

C’è un vaglio morale in questa spiegazione. Riconoscere l’azione cattiva, imputarla a responsabili diversi da se stesso, significa prendere consapevolezza che il gesto è letto negativamente dal consesso dei “valutatori”. Coloro che esercitano il loro potere sul piccolo Zebù, rimproverandolo aspramente, si sentono quindi rispondere che sono gli uomini a commettere azioni riprovevoli e nel commetterle le insegnano a chi ingenuo, alle prime armi in fatto di cattiverie, non sa ancora farne. Zebù quindi è bambino, tabula rasa e per questo stesso anche innocente emulatore dei cattivi autentici: gli uomini adulti.
Non so quanto la risposta del piccolo si ascriva alle idee sulla bontà innata dell’uomo di Rosseau, ma, del resto come dargli torto, pensando all’importanza innegabile del cattivo esempio e all’effetto di condizionamento.
Un altro segno che induce a credere che il malvagio resterà eterno infante è il pianto di Zebù. E’ un pianto di tristezza, di infinita solitudine per la malinconia di un pensiero che predomina su tutti gli altri, che può essere il bisogno di amore, la ricerca di conforto o di consolazione, lo scorno di una malefatta malriuscita oppure scoperta. L’acquisita consapevolezza dell’errore, la dannazione pirandelliana dell’essere nato. E allora “nel silenzio che fa spavento

Lacrima zolfo, il piccolo Zebù
gocce che sfrigolano
cadendo giù.

Tra i pregi della raccolta indubbiamente l’originalità. Chi altri ha indagato l’infanzia del diavolo? Lo stesso autore sottolinea che non è mai stata in precedenza materia poetica. Certo verrebbe di pensare che erroneamente non si è posta sufficiente attenzione in poesia alla radice del male, cioè all’operato del demonio nell’infanzia. Non lo si è chiamato col suo dannato nome. La ragione di molti comportamenti malati o malvagi degli adulti si trova nell’infanzia che essi hanno vissuto, nelle esperienze, insegnamenti, nel rapporto con le fondamentali figure affettive cioè i genitori e, subito dopo gli educatori. E’ di vitale importanza il loro approccio al bambino, il modo in cui affrontano il compito arduo di indirizzarlo, correggerlo, reprimerlo. Eccedere nelle misure di correzione, fargli mancare i gesti di affetto, manifestare freddezza o indifferenza, repulsa, preferenza, disistima. Essere colpevoli di assenza o avere tare nell’equilibrio mentale, son tutti comportamenti che lasciano segni indelebili nella discendenza o negli allievi. Ancora più grave se il bambino abbia subito forme di aggressione morali, fisiche, perverse. E’ lì in quel terreno soffice e tenero dell’animo infantile che il male pone i suoi semi. E il male vorrebbe che radicassero, facessero alberi e frutti approfondendo la breccia nel terreno fertile della mente vergine di un bambino. Questi assorbendo nutrimenti avvelenati a sua volta replicherà gesti e manifestazioni negative, repressive, perverse, in una spirale senza fine.
Osservazione, nascondimento, segreto, ricordo, emersione, esorcizzazione, sono passaggi che caratterizzano il processo attraverso il quale si produce la poesia della memoria, degli eventi dell’infanzia.
La poesia indaga la coscienza, ma non dimentichiamo che il demonio ne è privo, quindi nello Zebù che noi leggiamo vediamo il demonio per tramite dell’operato e delle azioni che, quanto più sono ingiustificate, tanto più sono autenticamente malvage, ispirate cioè dal signore del male.
Il demonio non è capace di scrupoli, non prova invidia, gelosia, amore desiderio di vendetta come un dio malvagio di reminiscenza greca o latina.
Capra, corna, fuoco sono simboli del portatore del male, ma il male realmente non si personifica in un essere, il male agisce attraverso gli uomini che operano nel mondo. Il demonio è un inconsistente manipolatore di coscienze, muove le fila come un burattinaio, combina eventi, suggerisce parole, spinge a gesti, fa in modo che tutto concorra al trionfo del male.
Sono gli uomini in realtà a compiere scelte e scelgono di fare del male, lasciando una scia di effetti che a loro volta diventano cause di altre condotte. Queste scie formano linee malvage, immaginabili come tracce di rotte aeree che si sovrappongono a formare una rete invisibile che s’intreccia. Produrre il male però non può restare senza effetto. Per legami imperscrutabili, misteriosi il male ritorna, in tempi diversi – e chissà, forse anche in mondi diversi – a chi l’ha compiuto. Questo, mi rendo conto, è un assioma e, nel contempo, un atto di fede. Come lo è affermare che solo il bene può spezzare la continuità e l’espansione del male.
Tirare le trecce alle femmine, succhiare il latte da tette di plastica, distruggere i giochi, spiare gli amplessi degli adulti appartengono alla “fedina penale” del piccolo Zebù.
Secondo la classificazione delle tipologie di peccato operati dalla tradizione cattolica, quelli descritti sono peccati “veniali”, ben lontani da quelli “capitali” che “de-capitano” il peccatore, cioè lo alienano dalla grazia celeste perché ne mortificano l’anima. Talvolta nei testi poetici s’alza qualche fiammata infernale di tentazioni mortali.
Tutta la raccolta appare a questo proposito disseminata dei riferimenti tipici degli insegnamenti cristiani, gli stessi personaggi protagonisti: Gesù, Madonna, Giuseppe, Bel-Zebù, sono figure della tradizione tramandata coi Vangeli.
Alla luce di questa analisi le azioni di Zebù bambino non sono demoniache perché giustificate dalla curiosità e dall’imitazione, di per sé sufficienti ad assolvere Zebù. E tutto lo sviluppo di questa breve nota critica vuole assolvere anche noi stessi lettori dal moto di tenerezza che sorge leggendo, che quasi si sarebbe voluto essere lì con Zebù per un abbraccio d’affetto, di consolazione per la comunanza di spirito con la sua indocilità, con la protesta e la disubbidienza, la fuga, il pianto, la disperazione, la ribellione. Tutte cose che ce lo rendono caro, perché tutti siamo Zebù o lo siamo stati o lo vorremmo essere. Ancora adesso. Per dare fuoco al malvagio ad esempio. Mortificare chi ci fa del male. Prima di affogare di rabbia repressa.
L’augurio è che questa silloge prosegua, con altre poesie, le prossime avventure di Zebù, il demonietto che tutti vorremmo per amico.
La raccolta si conclude con una densa postfazione di Mattia Tarantino a cui fa da contraltare la freschezza dei testi poetici preposti.

Loredana Semantica

Davide Cortese è nato nell’ isola di Lipari nel 1974 e vive a Roma. Si è laureato in Lettere moderne all’Università degli Studi di Messina con una tesi sulle “Figure meravigliose nelle credenze popolari eoliane”. Nel 1998 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, titolata “ES” (Edizioni EDAS), alla quale sono seguite le sillogi: “Babylon Guest House” (Libroitaliano) “Storie del bimbo ciliegia” (Autoproduzione), “ANUDA” (Aletti. In seguito ripubblicato in versione e-book da Edizioni LaRecherche.it), “OSSARIO”(Arduino Sacco Editore), “MADREPERLA”(LietoColle), “Lettere da Eldorado”(Progetto Cultura) , “DARKANA” (LietoColle) e “VIENTU” (Poesie in dialetto eoliano – Edizioni Progetto Cultura). I suoi versi sono inclusi in numerose antologie e riviste cartacee e on-line, tra cui “Poeti e Poesia”, “Poetarum Silva”, “Atelier” e “Inverso”. Nel 2004 le poesie di Davide Cortese sono state protagoniste del “Poetry Arcade” di Post Alley, a Seattle. Il poeta eoliano, che nel 2015 ha ricevuto in Campidoglio il Premio Internazionale “Don Luigi Di Liegro” per la Poesia, è anche autore di due raccolte di racconti: “Ikebana degli attimi” (Firenze Libri), “NUOVA OZ” (Escamontage), del romanzo “Tattoo Motel” (Lepisma), della monografia “I MORTICIEDDI – Morti e bambini in un’antica tradizione eoliana” ( Progetto Cultura), della fiaba “Piccolo re di un’isola di pietra pomice” (Progetto Cultura) e di un cortometraggio, “Mahara”, che è stato premiato dal Maestro Ettore Scola alla prima edizione di EOLIE IN VIDEO nel 2004 e all’EscaMontage Film Festival nel 2013. Ha inoltre curato l’antologia-evento “YOUNG POETS * Antologia vivente di giovani poeti”, “GIOIA – Antologia di poeti bambini”(Con fotografie di Dino Ignani. Edizioni Progetto Cultura) e “VOCE DEL VERBO VIVERE – Autobiografie di tredicenni” ( Escamontage ). . “GIOIA – Antologia di poeti bambini”(Con fotografie di Dino Ignani. Edizioni Progetto Cultura) e “VOCE DEL VERBO VIVERE – Autobiografie di tredicenni” ( Escamontage ).

Nota di lettura su “Doppio passo” di Anna Chiara Bruno, Maria Piera Lo Prete, Diana Bosnjak Monai, Besa Edizioni, 2021.

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Scrivere poesia è un atto rivoluzionario perché permette di perseguire la bellezza, sfuggire alla tristezza e al dolore che negli ultimi due anni è divenuto ancora più tangibile, per prendersi cura degli altri con il dono prezioso di un pensiero, di una parola, di un libro come questo, tanto più perché acquistandolo è possibile sostenere l’ABFO, Associazione Benefica Fulvio OcchinegroDoppio passo è un libro scritto a più mani, quelle operose e solidali delle due autrici: Anna Chiara Bruno e Maria Piera Lo Prete, ciascuna con la sua voce e il suo stile. Non a caso il sottotitolo dell’opera è poesie, quelle di Lo Prete, e prose, quelle di Bruno. Le annotazioni critiche sono di Filippo La Porta mentre nella seconda parte del libro si aggiungono i pensieri di Diana Bosnjac Monai. Nessuno nel febbraio del 2020 immaginava quello che sarebbe successo di lì a poco. Con la pandemia abbiamo perso la serenità, abbiamo dovuto confrontarci con la sofferenza e con la morte. Quello che è successo ha cambiato le nostre priorità, le ha completamente stravolte e cambiate irrimediabilmente. E così, le due autrici hanno vissuto lo stesso disagio, che è quello di tutti noi e l’hanno raccontato. Ecco il senso del titolo: una doppia visione e interpretazione di quanto è successo e un invito ad andare oltre la superficie delle cose per recuperare il nostro io più autentico, i sentimenti veri, l’apertura nei confronti dell’altro e del suo punto di vista. In questi lunghi mesi in cui l’interazione sociale è l’aspetto che più ha subìto restrizioni, la scrittura è diventata un bisogno profondo, una necessità fortissima che ci ha protetti e difesi dalla disperazione. “I giorni dell’arroganza sono finiti”, scrive Maria Piera Lo Prete ed, in effetti, lo sono davvero. Siamo stati inclini all’arroganza, egoisti nei confronti del prossimo e della Terra, l’abbiamo calpestata mentre “avremmo dovuto leggermente attraversarla”, abbiamo trascurato gli affetti e pensato solo ai nostri interessi personali. La crisi ambientale non è più una novità per nessuno, l’equilibrio biologico è pesantemente minacciato mentre è urgente un ribaltamento dei modelli e dei comportamenti nel rapporto uomo-società-natura. Occorre immergersi nel verde, riprendere contatto con la natura che ci circonda e difenderla con tutte le nostre forze. Molti sono gli argomenti affrontati in quest’opera, che in alcuni passaggi potrebbe sembrare moralista mentre è una contemplazione ad alta voce, un flusso di coscienza che urge di diventare parola e di parlare alle coscienze. Oltre al tema ecologico, vi si parla di tempo, dono spesso sprecato e che, in epoca di pandemia, si è dilatato, consentendoci di praticare l’esercizio della scrittura, della lettura, della riflessione. Si parla di silenzio, della necessità di ritrovarsi perché si auspica una ripresa di tutte le attività che di nuovo ci travolgeranno ma ci troveranno meno vulnerabili e forse più saggi e maturi. Un altro tema affrontato è la violenza di genere, la paura, la necessità di riappropriarsi della propria vita, perché dopo tanti mesi di isolamento è stato faticoso per tutti tornare a vivere, e ancora grandi temi di utilità sociale come la pace, la libertà, la saggezza dei padri, l’importanza di un buon insegnamento per sostenere i giovani in quel meraviglioso processo di metamorfosi che compiranno, ciascuno secondo le sue potenzialità e il suo impegno, e ancora il dramma dell’immigrazione clandestina, di qui la necessità della carità e di una sorta di coscienza morale che dovrebbe sempre guidare le nostre scelte. Anche la comunicazione diventa un altro strumento di accoglienza. L’invito è quello di usare con cura e cautela le parole, che possono essere manipolate, travisate, usate a sproposito. Oltre alla natura, dunque, va difesa e tutelata anche la lingua italiana, snaturata dall’abuso dei prestiti linguistici. Di qui scaturisce anche l’importanza della storia e della memoria, dei nostri padri, delle nostre storie, di noi stessi che siamo vissuti e un giorno potremo dire “io c’ero”. Nella seconda parte dell’opera le autrici ci invitano ed esortano a ripartire dai nostri luoghi interiori, dalle memorie, dai ricordi, per poi giungere, alla fine del viaggio, a riconoscere noi stessi. L’opera, oltre ad essere un luogo di coincidenza di prosa e poesia, di invenzione e di ragionamento, è un luogo imperdibile di lucida analisi del reale, in cui ritrovarsi e di cui fare tesoro.

 

© Deborah Mega

 

*

 

…folla sui navigli

 

Triste, come tutte le giornate negli ospedali. Si soffre, si sopporta, si resiste, si spera. Voi, raggomitolati nelle vostre sicurezze, nel giro delle occupazioni abitudinarie, nei riti frenetici del vivere, indifferenti alle grandi sofferenze, non sentite di abitare un pianeta che soffre? Non vi ponete domande…? Una società è giusta e umana solo se rispetta l’altro, soprattutto quando l’altro patisce, e nulla può legittimare la violazione di regole prestabilite. Imboccare la movida punteggiata di negozi, ristoranti, bar di civettuola eleganza, con viltà e trascuratezza. Nessuno vi ha afferrato per la spalla quando eravate ancora in tempo? Non c’erano bambini; c’erano ragazzi grandi, forse padri, forse nonni, forse anche zii e zie, forse qualche tipo solitario, di quelli che vivono per strada e non hanno affetti da proteggere. Chi è tutta questa gente? Cosa ci fa lì? Spalla contro spalla, forma gruppi chiassosi. Qualcuno immagina – preso dal delirio – la complessità dei sentimenti, quando la morte si contende la vita? Era malata, vecchia, tutti comprendono e ritengono che in definitiva il caso si spiega da sé! Morire in una branda di ospedale, circondati da sconosciuti, senza accusare nessuno per tanta indifferenza. Da dove origina questo cinismo, questo freddo dell’anima? Il gelo, quello stesso che trasforma in arma uno sputo in volo, è penetrato fino nelle vostre anime?

 

i giorni dell’arroganza

 

I giorni dell’arroganza sono finiti,

si mostrano le ferite.

Ma sui Navigli la luna è di tutti;

tutti si sono assiepati,

guardano sgomenti

il suo volto impallidire

e sfumare, andare via,

come fumo, come nebbia;

come leggera fuliggine

appare ora la sua scia

e tutto scolora di nuovo

 dinanzi alle nostre facce

impallidite.

 

*

 

(non son)… cose da femmina!

 

Essere femmine è dover corrispondere a una definizione, a un ruolo… Se il normale fa paura, è altrettanto vero che il diverso terrorizza. Per questo lei non ha mai disubbidito… Il carnefice alza le braccia. Si ode il grido della vittima! Avrebbe voluto sfuggire a quel malessere che turbinava come il vento ma… le mancavano le parole, l’occasione, il coraggio! Barcolla, prova a muoversi. Non ha forza nelle membra, ma quando lentamente con gambe tremanti lascia quella casa, si dischiude, per lei, il mondo che le si era sigillato addosso, in quelle stanze dall’aria ispida e angusta. Ciò che l’attendeva era così meraviglioso: si sentiva libera, avvertiva una nuova energia. Il calore aveva preso il posto del freddo. La luce il posto della penombra. Aveva conquistato il rispetto di sé. Si era dimostrata più forte di lui. Aveva compreso la ne-ces-si-tà di essere libera dall’infelicità, dal dolore, dalla ferocia. Gli stereotipi regolano ancora l’accesso ai ruoli sociali costruiti dall’uomo sulla differenza di genere. Incidono sull’identità della persona. Femmina, sesso debole? No!

 

il dramma

 

Questo è il gusto osceno della vita,

restare nel crogiolo e capitolare

alla fine dietro l’angolo di casa,

con negli occhi uno sfavillio

che ti coglie all’improvviso

quando vedi la lama che

tinge di rosso il tuo

corpo. La carezza

è lieve, lieve e sottile e

ti penetra e ti assottiglia

la vita, te la sfila, la

libera dal corpo

e tutta la tua memoria

diventa storia ora

sulla tela della

nostra scena.

 

*

 

ANNA CHIARA BRUNO, (Carosino – TA 1953), già docente in lettere, oggi si occupa di promozione della lettura soprattutto presso i giovani, collaborando con associazioni culturali, istituzioni ed enti locali.

MARIA PIERA LO PRETE, (Taranto 1950), già docente e collaboratrice di case editrici. Ha pubblicato le raccolte poetiche Naufragio (2016) e Al sole di agosto (2020). Sue poesie sono pubblicate in antologie di autori contemporanei.

DIANA BOŠNJAK MONAI, (Sarajevo 1970) famiglia multietnica e multiculturale. Architetto, artista, scrittrice, vive e lavora a Trieste. Ha diverse pubblicazioni alle sue spalle tra cui: “Da Sarajevo con amore” (dalla città assediata diario ricostruito con scritti del nonno Puniša Kalezić testimone diretto); “A te, che hai guardato muta” (romanzo 2019).

FILIPPO LA PORTA (1952) Romano ma con profonde radici pugliesi. Critico e saggista. Scrive su “La Repubblica”; una rubrica sul settimanale “Left” e sul mensile “L’immaginazione”. Innumerevoli le sue pubblicazioni, non solo di critica letteraria. Conosce profondamente la produzione letteraria pugliese contemporanea.

La Poesia è necessaria.

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Nicolas Poussin, L’Ispirazione del Poeta, 1628-1629, olio su tela, 184 x 214 cm.            Parigi, Musée du Louvre

 

Molti di noi si saranno accorti che, dal 27 dicembre 2021, il blog Poesia sul sito di Rainews non è più visibile. Non è possibile oscurare o ancor peggio sopprimere un luogo d’incontro per la comunità dei poeti e degli artisti che, dal 2007 ad oggi, ha costituito un archivio rappresentativo per la poesia nazionale e internazionale, sarebbe come chiudere una scuola o una biblioteca o un qualsiasi altro servizio di pubblica utilità. Anche la redazione del blog LIMINA MUNDI, pertanto, esprime la sua solidarietà e auspica la riapertura del blog di divulgazione della cultura poetica e letteraria curato in questi anni da Luigia Sorrentino e dai suoi collaboratori.

~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

L’ultimo aereo

 

La nostra vita non è più nelle trame

tessute intorno a casa o poche vie più in là:

un ventaglio di aneddoti che l’aria

schiudeva tra le dita, depositava adagio

negli orti rosseggianti di escallònia

dove un giorno attecchiva una piccola storia.

Una nube strappata al cielo dal vento

lambisce coi suoi orli sfilacciati

vecchie periferie dove sbocciano fragole

di cui sono golosi solo i rospi.

Sappiamo quello che accade – e accade

soltanto altrove.

L’ultimo aereo che ha sorvolato le case

è stato il Macchi della nostra infanzia,

ma ne abbiamo sentito lo schianto

dietro le colline molti anni fa.

 

Fernando Bandini, L’ultimo aereo, da Santi di Dicembre, Garzanti, 1994.

Incontro con l’Autore : Giorgia Vecchies

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Indizi di un dove, Samuele Editore, 2021

Prefazione di Giovanni Fierro

 

 

da Indizi di un dove

C’è un tempo per decidere una partenza.

Un’ora è come un distacco

una foglia planata sulla pelle

non ne senti il bordo affilato.

La venatura di clorofilla

corre rossa e lascia segni

su pagine lasciate alle spalle.

La valigia ha ruote di silenzio.

 

 

Ho fotografato nelle ossa

frutta selvatica, un battito di campana,

il movimento del gatto,

la pioggia, come orli del mare.

Ho perso un amore reciso

nel vano scale. La morte è banale.

Nel contenitore dei giorni

nemmeno le tue mani.

Anche la rassegnazione è banale.

 

 

Un febbraio come tanti

dalla finestra si suppone

l’umido del giorno.

Sotto le coperte un tepore

difficile da abbandonare,

il telefono senza aspettative

di trovare un saluto

come una colazione

preparata a sorpresa.

 

 

da L’uomo in giacca e cravatta

L’uomo in giacca e cravatta

ha mani colme di nebbia

e ritagli di vetro, sulla strada

cammina schivo dall’altro.

L’uomo vestito di cartone

ha mani piene di scarti

e negli occhi una rosa.

Qualche volta

l’uomo in giacca e cravatta

si veste di cartone

ma non è la stessa cosa.

 

L’uomo con la giacca blu

del diplomatico vissuto all’estero

porta sempre la camicia

e relazioni abbandonate.

Vive solo.

Solo per bilanciare le assenze

compra scatole di cibo

per i gatti di passaggio

in cerca di carezze.

 

 

  1. Come hai scoperto la passione per la scrittura, in particolare per la poesia? Come hai coltivato quest’ultima?

La poesia abitava dentro di me già forse prima di nascere. Dentro mia madre ho assaporato la musica della ribellione, pacata, quasi silenziosa, eretica con amore. Ho scoperto la passione per la poesia sentendola nei polsi, come seta che li stringe e alla quale potevo affidarmi. Non mi sono accorta del come e del quando, mi ci sono trovata immersa, a scuola leggendo autori proposti dal programma e poi cercando fuori dalle mura, cercando i libri “proibiti” che la scuola lasciava in disparte. Libri sull’esistenzialismo quali La nausea e poi i poeti maledetti, la poesia d’amore, quella erotica, la poesia travolgente o quella profondamente malinconica. Cercavo autori che mi dessero una visione ampia e universale, cercavo il senso della vita. E poi scattava l’impulso di scrivere, di mettere sulla carta le emozioni. Giovanissima, adolescente, iniziavo a cercare me stessa nella scrittura emulando i miei autori preferiti.

  1. Quali sono gli autori italiani o stranieri che hanno avuto un ascendente sulla tua scrittura o che avverti prossimi al tuo modo di vedere la vita, l’arte? C’è un poeta che consideri tuo mentore?

Un mentore? Ungaretti, che uomo! Mi conquistava quel suo dolore sereno, le parole ridotte all’osso, la sua voce che raccontava l’Odissea in televisione. Poi Neruda e Prevert e Sengor entrarono nelle mie vene, nel tempo dell’amore adolescente. Vivevo le mie emozioni dentro quei versi, mi perdevo nella musica dei versi di Leopardi, nella sua tristezza. In seguito ho scoperto Inniò di Pierluigi Cappello: come lui sentivo il mio «in nessun dove», poi mi sono trovata a leggere e rileggere David Maria Turoldo le sue Mie notti, le sette notti dove torturarmi con l’autore nel suo dialogare con Qohelet. Importante la recente riscoperta di P. P. Pasolini: la sua visione profetica del mondo mi ha sconvolta, proprio adesso che il mondo sta franando come lui aveva  già visto. L’arte nelle varie forme, pittura, architettura, antica e modernissima, moda, materiali, tessuti stoffe e passamanerie, cucite, incollate e reinventate e poi le installazioni nella natura, assemblaggi di musica tecnologica e immagini, fotografia, film, rappresentazioni di ritrovamenti in un immaginario post umano: tutto mi sorprende osservando la vastità del modo di esprimersi dell’uomo, sempre.

  1. Quale valore ha per te la poesia, in particolare oggi, che sembra orfana di maestri e, per le numerose voci, informe e frammentata?

Oggi

La poesia che vorrei

scrivere non ha senso

un vocabolario obsoleto

una voce piegata

al silenzio ci si abitua.

C’è un oggi che inizia nel marzo 2020, qualcosa che non voglio nominare, un nome che potrebbe essere riconosciuto dagli algoritmi, è entrato come un cugno metallico a separare il tempo, quello che c’era prima, a.C, e quello del dopo d.C., dove “C” non sta per Cristo. Quello che prima aveva valore adesso non ha senso. Non ha senso la speranza, il progetto, il sogno: dopo di “lui” cosa posso dire? Quando gli uomini non poterono parlare ritornarono ai campi e le donne al focolare. Poesia orfana, concordo: sono pochissimi i poeti, i letterati o gli artisti che, vedendo, se lo vedono, questo momento, che abbiano il coraggio di parlarne. Tanti autori, di tanto o poco valore, che nel loro frammentarsi si ritrovano tutti assieme dentro una nuova corrente di pensiero, l’evitamento di espressione nella finzione che tutto vada bene così com’è, adeguandosi e chinando il capo a proposte di vita disumanizzata. Lo spettacolo continua. Resta il fare, il mio adesso è trovare la poesia nella natura, nei paesaggi, nel silenzio, ritrovarmi in cucina a inventare ricette rispettose del tempo, abbinando i colori dei cereali e delle verdure, nell’armonia dei gusti, sperimentando. Mi danno pace. Vedere è diventato troppo. Adesso cerco di ascoltare, chetare il germe del giudizio. Scrivo poco, adesso, come un mettermi da parte, sono alla ricerca di nuove parole che esprimano il proseguo del mio cammino. Si trovano i segnali della mia trasformazione in alcuni versi nella raccolta Indizi di un dove, Samuele Editore, 2021.

L’uomo col vestito chiaro

della primavera segna la fine

del Calvario…

…Trova un segno, un desiderio ardente,

una nuova attesa, come nell’intaglio

asfaltato semi di clorofilla.

  1. Come nasce la tua ispirazione? Ci sono momenti del giorno privilegiati? Attribuisci importanza alla componente autobiografica e al rapporto con i luoghi dove sei nata o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

L’ispirazione nasce dall’osservazione del vivere, cercando di raccontare le mie emozioni, le situazioni del vivere quotidiano delle persone che vedo attorno, raccontare la vita. I momenti per scrivere non hanno un tempo: a volte è la notte con la sua magia: mi tiene sveglia a scrivere mentre tutto attorno è come un incanto silente. Altre volte l’ispirazione nasce mentre cammino o lavoro e questo mi obbliga a fermarmi ad annotare quel qualcosa. Il titolo Indizi di un dove suggerisce l’idea del luogo, i miei numerosi dove; sono vissuta in tanti paesi, una serie di traslochi che non ho nominato eppure sono presenti. Hanno plasmato il mio modo di essere e di pensare di ritrovarmi straniera in ogni luogo e allo stesso tempo non estranea all’Altro: “l’Altro” è come me, crolla quindi ogni giudizio, il confine tra gli altri e me è poroso, non è un muro. Le radici si sono moltiplicate, non ne ho una sola e questo, se in un certo modo mi ha fatta sentire “in nessun dove” mi ha benevolmente abituata ad allargare la prospettiva della visione della vita.

  1. In quale contesto emotivo è nato Indizi di un dove?

Ad un certo punto doveva nascere, esporsi. Ė nata perché era giunto il momento, con il sostegno fiducioso di persone amiche ho capito che potevo aprire le mie pagine al pubblico.

  1. In che misura gli incontri con altri autori e intellettuali hanno influito nella tua evoluzione poetica?

Ho incontrato autori locali che mi hanno insegnato molto; ho seguito laboratori molto utili, mi hanno fatto comprendere soprattutto l’importanza di ripulire i testi, di rallentare il ritmo nella lettura per meglio assaporarne il significato. Nella prefazione di Giovanni Fierro e nella presentazione della redattrice del libro, Elisabetta Zambon, poi con altri autori con cui mi sono confrontata, ho scoperto che, oltre al contenuto che intendevo esporre se ne  trovavano altri: è l’inconscio che parla a mia insaputa. Con stupore mi riscopro attraverso la lettura degli altri.

  1. Sappiamo quanto la copertina e il titolo rappresentino, in certo senso, la soglia del libro: come sono nati per il tuo libro quegli elementi così carichi di suggestione?

Ho pensato questo titolo perché suggerisce una ricerca, il mistero del luogo, come voler stuzzicare la curiosità nella ricerca del significato. L’immagine è una mia bozza, un esperimento di pittura, colori intensi rosso e argento, la passione indomita e il femminile della luna argentea, rappresenta il cancello dietro il quale sono in attesa: un cancello, la soglia come spazio di apertura, uno sconfinamento anziché una chiusura.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolto Indizi di un dove?

Credo sia rivolto a chi ha già percorso un bel tratto di strada nella vita, ad un pubblico maturo, a chi si riconosce nella nostalgia o a chi desidera una spinta al cambiamento, a migliorare la propria vita a non abbandonarsi all’abitudine che spegne i sogni e l’anima.

  1. In che modo stai facendo conoscere il tuo libro?

Presentandomi al pubblico di persona, raccontandomi. Avrei voluto proporlo alle biblioteche dei luoghi dove ho abitato per confrontarmi con gli autori locali. Poi tutto si è fermato, il famoso d.C. Non ho voluto accettare o fare discriminazioni. Verranno tempi migliori, forse.

  1. Qual è il passo della tua silloge che ritieni più riuscito o a cui sei più legata e perché?

“Fammi un sorriso di circostanza

è meglio non andare a fondo

sul dolore accumulato

si cammina sopra

le situazioni andate a male

da conservare sotto vetro

che non si senta l’odore

del mare che ci porta via

da questa laguna spenta.”

  1. Che cosa ti attendi da Indizi di un dove?

Cosa ci si può attendere adesso, in un adesso che si prolunga oltre l’inverosimile? Di riappacificarmi con le persone care, di imparare a non attendere, di un risveglio dell’umanità? O forse solo di lasciar andare…

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Stai già lavorando a una nuova opera e di che tratta? Puoi rivelarci qualcosa?

Sto mettendo da parte contenuti nuovi che tento di scrivere in una nuova forma. Ancora prematura ogni rivelazione. Sono in fermentazione, occorre il tempo giusto per la maturazione delle parole.

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Giorgia Vecchies nasce a San Giorgio della Richinvelda il 22 aprile 1954. Negli anni partecipa a diversi laboratori di lettura e scrittura e a vari incontri letterari. Tra cui con il Gruppo Majakovskij, Claudio Moras, Dario Marini, Martina Boldarin, e quelli proposti da Samuele Editore. Nell’agosto del 2014 partecipa al Festival dell’Arte di Grado vincendo il primo premio. La sua opera prima è Indizi di un dove, Samuele Editore, 2021.

 

 

Ossessione e presente immobile in “LA GELOSIA” – Alain Robbe Grillet

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alain R

Alain Robbe Grillet: Brest, 18 agosto 1922 – Caen, 18 febbraio 2008

L’attività letteraria è stata negli anni Cinquanta e Sessanta caratterizzata da alcuni movimenti d’avanguardia animati da un’elevata carica di contestazione sociale e morale al sistema borghese: un elemento, questo, nuovo rispetto alle avanguardie storiche di primo Novecento e che in qualche modo prelude al Sessantotto. Se l’avanguardia storica infatti, d’inizio secolo (Dadaismo, Futurismo, Surrealismo) sognava di creare un linguaggio nuovo, la Neoavanguardia si propone, di demistificare il linguaggio ordinario, distruggendo all’interno i modi del conoscere e del comunicare. La Francia è il paese in cui più intenso è stato il dibattito teorico, stimolato dalla vivacità delle ricerche culturali (Esistenzialismo, Neomarxismo) e dalle nuove scienze umane (soprattutto lo Strutturalismo e l’Antropologia), fiorite appunto nel clima culturale di quegli anni segnato dall’Esistenzialismo e dalla guerra fredda. A questo sfondo culturale si possono ricondurre le opere di autori diversi, quali Jean-Paul Sartre, Arthur Adamov, Eugène Ionesco, Samuel Beckett, Jean Genet, Ferdinand Arrabal. Le loro opere tendono a non trasmettere alcuna informazione diretta né valore esplicito e il palcoscenico, in cui questi autori mettono in scena il dramma dell’uomo contemporaneo e la sua ricerca di un significato per l’esistenza, diviene il riflesso di un mondo interiore scisso, disperato. Dopo la stagione del teatro dell’assurdo, (fenomeno sostanzialmente francese e parigino che negli anni Cinquanta ottenne un vivo successo in tutta Europa, anche se si sarebbe esaurito nell’arco di un quindicennio) è venuta quindi la messa in discussione, anche in narrativa, del romanzo tradizionale. Oltre alle esperienze trasgressive di Georges Bataille (1897-1962), scrittore e critico, che affronta temi estremi (erotismo e violenza) in forme eccessive, oltre alle teorizzazioni di Maurice Blanchot che definisce la letteratura uno spazio di “orientamento” e di “morte”, si afferma il Nouveau Roman[1] école du regard, (scuola dello sguardo).Si tratta in realtà del tema dell’alienazione dell’uomo nella società di massa, già al centro del teatro dell’assurdo, riproposto in forma narrativa, densamente sperimentale. Di fronte all’improvvisa fortuna editoriale dell’école du regard, la critica italiana inizia a interessarsi al Nouveau Roman e al soggettivismo radicale della scrittura, come espressione della reificazione indotta dalla società dei consumi. Il caposcuola riconosciuto del Nouveau Roman francese, (termine coniato da Emile Henriot) è Alain Robbe-Grillet che ne ha teorizzato le linee in Una via per il romanzo futuro (1956). Appartengono alla corrente del Nouveau Roman, coerente con la crisi del XX secolo, altri esponenti come Nathalie Sarraute, Michel Butor, Claude Simon e Marguerite Duras solo per citarne alcuni. Nel romanzo come “ricerca” (la definizione è di Butor), l’uso insistito del monologo interiore si affianca alla particolareggiata descrizione realistica per respingere ogni funzione rappresentativa. Il punto d’arrivo è una “creazione scritturale”, una rete di segni (parole, immagini) che producono senso di se stessi. Si tratta di un rovesciamento dell’impostazione tradizionale del romanzo, inteso come impassibile trascrizione di oggetti ed eventi, liberati da qualunque interpretazione che vi sovrapponga un senso preordinato. Negli anni Cinquanta-Sessanta, in Francia il movimento del Nouveau Roman ha fatto ricorso a tecniche narrative di avanguardia per negare la possibilità di dare un senso a una narrazione. Il primo e più celebre scrittore è l’argentino Borges, che in molte variazioni ha riproposto l’immagine del mondo come enigma e labirinto. Intorno a Borges si è raccolto un gruppo di scrittori argentini che condividono con il maestro le ardite sperimentazioni intellettuali. In anni più recenti una scrittrice ungherese di lingua francese, Agata Kristof, unisce originalmente il tema dell’inafferrabilità delle vicende umane a una visione lucidamente crudele e disperata della vita. Il Nouveau Roman si è espresso nel più vasto ambito di un’avanguardia attorno alla rivista Tel Quel, fondata nel 1960 da un gruppo di giovani intellettuali intenti a costruire una “scienza materialista delle pratiche significanti” fino a fare ricorso all’idea che la letteratura deve negarsi a ogni traduzione di senso per divenire uno strumento rivoluzionario. Alain Robbe-Grillet scrittore, saggista, regista e sceneggiatore, membro dell’Académie francaise nel 2004, alla presidenza di Maurice Rheims, nell’ultima fase, da Progetto per una rivoluzione a New York (1970), è passato da un’idea di romanzo come strumento conoscitivo dei meccanismi psichici, a un romanzo gioco, che sfrutta tutti i luoghi comuni più banali della tradizione romanzesca in una ludica combinazione e ha influenzato la letteratura europea tra cui anche gli italiani Edoardo Sanguineti e Ferdinando Camon. Notato e sostenuto in particolare da Maurice M. Blanchot, e Roland Barthes, ha pubblicato Le gomme (1953), La gelosia (1957), Nel labirinto (1959).la gelosia 978880614998GRA geipeg

Questa trilogia, una sorta di manifesto letterario della poetica lo rende celebre, ma se facciamo i conti della sua uscita, il libro La gelosia non è quello che chiamiamo un best-seller, che vende rapidamente, ma è un long-seller, che ha superato di gran lunga i best-seller del mondo (Les editions de Minuit). Il titolo gioca sul duplice significato di gelosia: un tipo di persiana a stecche, che permettono di osservare l’esterno dall’interno senza essere visti, e una passione che spinge a osservare ossessivamente i comportamenti della persona sospettata di tradimento. Il romanzo ha tre personaggi: una voce narrante che non dice mai “io”, la moglie di questo narratore innominato (chiamata “A”) e un comune amico che frequenta la loro casa, Frank. Si svolge ai tropici. La scena è un bungalow signorile situato in un paese coloniale, al centro di una piantagione di banani. In prima pagina si trova la planimetria di un’abitazione, designata a regola d’arte e la descrizione dell’edificio prosegue lungo tutto il libro, alternandosi alla descrizione morbosa delle piantagioni che lo circondano e alle ambigue allusioni di un probabile tradimento della moglie con l’amico della voce narrante che registra minutamente ogni particolare visivo. il vero protagonista, assente, onnipresente e onnisciente, è il narratore silenzioso che dà il titolo al libro “la gelosia” in quanto osservatore ossessivo e sospettoso della relazione fra sua moglie e il vicino di casa. I romanzi di Alain Robbe-Grillet propongono un restringimento del campo visivo per una più autentica ricreazione del reale. Bisogna dunque superare il racconto lineare, cronologico, incentrato sull’eroe protagonista, va abolita, come teorizza Robbe-Grillet, la psicologia tradizionale, per adottarne un’altra, in cui è l’uomo ad abitare le cose e i suoi sentimenti non sono dentro, bensì fuori di lui. Le circostanze esterne non sono dunque mai neutrali, ma si caricano delle segrete nevrosi e angosce dell’individuo. La narrativa di Robbe-Grillet in La gelosia vuole risalire al livello elementare della percezione, in cui gli oggetti del mondo incontrano uno sguardo. È un momento originario, anteriore alle interpretazioni concettuali con cui diamo abitualmente un senso al mondo. Scrive l’autore nel testo programmatico Una via per il romanzo futuro “aprendo gli occhi all’improvviso, abbiamo provato una volta di troppo, lo choc di quella realtà testarda di cui facevamo finta di essere venuti a capo. Attorno a noi, sfidando la muta dei nostri aggettivi animisti o sistematori, le cose sono là. Riporto in parte un passo centrale del romanzo:

V. “Ora la casa è vuota”

Ora la casa è vuota. A. è scesa in città con Franck, per fare alcune spese urgenti. Non ha precisato quali. Sono partiti di buonissima ora, per disporre del tempo necessario alle loro faccende e tornare tuttavia la sera stessa alla piantagione. Avendo lasciato la casa alle sei e mezzo del mattino, contano d’essere di ritorno poco dopo mezzanotte, il che rappresenta diciotto ore d’assenza, di cui otto al minimo di viaggio, se tutto va bene. Ma i ritardi sono sempre da temere, con queste cattive piste…. È facile far scomparire questa macchia, grazie ai difetti dei vetri molto grossolani della finestra: basta portare la superficie annerita, per approssimazioni successive, in un punto cieco della lastra.
L’idea è dunque di rappresentare una materialità dell’esistenza che precede i concetti, le spiegazioni, le storie che ci raccontiamo per dare un senso alle cose. Per questo il protagonista è ridotto a una voce anonima che registra impassibilmente pensieri e percezioni, e la trama è ridotta a una serie di stati di coscienza slegati
La macchia comincia con l’allagarsi. Uno dei suoi lati, gonfiandosi, forma una protuberanza tondeggiante: più grossa, da sola, dell’oggetto iniziale. Ma qualche millimetro più in là, questo ventre si trasforma in una serie di sottili mezzelune concentriche, che s’assottigliano ancora, si riducono a fili, mentre l’orlo opposto della macchia si ritrae, non lasciando dietro di sé che un’appendice peduncolata. Questa s’ ingrossa a sua volta, un istante, poi tutto si cancella di colpo. Dietro il vetro, nell’angolo determinato dall’asse centrale e dalla piccola traversa non c’è più che il colore grigiastro dello strato di polvere che ricopre il suolo sassoso del cortile. Sul muro di fronte il millepiedi è al suo posto, nel bel mezzo della parete.
Il tempo è un presente immobile (ogni capitolo comincia con la parola Ora), e non scorre in una sola direzione: il millepiedi che in questo brano sembra scacciato dal protagonista, in pagine precedenti è già una macchia sul muro, in pagine successive è ancora vivo. Comprendiamo che l’osservatore sta guardando l’esterno da dentro della casa, attraverso i vetri di una finestra, e (forse) attraverso le gelosie. La gelosia è evidente nei pensieri registrati all’inizio del brano, anche se l’atteggiamento resta ambiguo: l’innominato protagonista vuole convincere se stesso? O fa dell’ironia sulle giustificazioni che gli altri due accamperanno? Inoltre la registrazione di ogni minima percezione suggerisce un certo tipo psicologico: un individuo debole, incapace di azione, smarrito in un’ossessiva contemplazione delle cose intorno a sé. Oltre al tempo anche lo spazio è ambiguo e mutevole: l’immagine fotografata si sovrappone e quasi si confonde con la scena reale. In teoria dunque Robbe-Grillet abolisce i cardini della narrazione. Il personaggio e la trama; in realtà, fornisce al lettore tutti i dati per ricostruire una situazione (se non proprio una storia) e una psicologia. E dunque, se per molta narrativa la domanda portante è “chi vede i fatti riportati?”, qui la questione si fa più radicale diventando: “che cosa vede chi sta guardando (e narrando)?”. La sperimentazione stilistica che alla fine degli anni Cinquanta investe il romanzo trova una corrispondenza anche nel cinema, e dal momento che il Nouveau Roman nasce in Francia, è il cinema francese a recepirne per primo le innovazioni. [4] Il regista Alain Resnais più di altri si è trovato in sintonia con le proposte dell’avanguardia, e ha trasportato sullo schermo le tecniche letterarie del “flusso di coscienza” e avvalendosi della collaborazione dei due più importanti scrittori dell’avanguardia letteraria francese: Marguerite Duras e Alain Robbe-Grillet., sceneggiatore de L’anno scorso a Marienbad [5] (Leone d’Oro alla Mostra del cinema di Venezia nel 1961). Anche nel film inaugura una nuova drammaturgia che Gilles Deleuze definisce “una storia di magnetismo, di ipnotismo” Infatti anche qui lo spettatore rimane disorientato e non è in grado di sapere chi dei due protagonisti menta, mentre è trascinato all’interno delle atmosfere oniriche e sul filo di una memoria ingannevole che esplora i recessi oscuri della coscienza. Eletto nel 2004 all’Accademia di Francia, Robbe-Grillet, provocatore e polemista morì all’età di 85 anni dopo aver dato alle stampe un ultimo romanzo che, tra i critici d’oltralpe, scatena roventi anatemi.

© Maria Allo

[1]  3, Novecento-Il nouveau roman francese, B. Mondadori, pag.629

[2]  M. Blanchot, Le livre à venir, Gallimard, Paris 1959, pp. 219-226

[3] Alain Robbe-Grillet La gelosia, Ed. Einaudi (Uscito in Italia nel 1958 nella traduzione di Franco Lucentini)

[4] Un articolo di Andrea CHIURATO, «Un successo senza gloria.Splendori e miserie della ricezione  di Alain Robbe-Grillet in Italia», in Interférences littéraires/Literaire interferenties, 15, «Au risque du métatexte. Formes et enjeux de l’autocommentaire», a Cura di Karin SCHWERDTNER & Geneviève DEVIVEIROS, febbraio 2015, pp. 149-169

[5] Alain Robbe-Grillet, L’anno scorso a Marienbad Einaudi,1961 (https://core.ac.uk/download/pdf/225988932.pdf) Gilles Deleuze, L’immagine-tempo, Ubulibri, pag 139

“Controfobie” di Antonio Corona. Una lettura di Rita Bompadre

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“Controfobie” di Antonio Corona (Quaderni di poesia Eretica Edizioni, 2021) è una raccolta poetica intensa e manifesta con incisiva e profonda emotività la consapevolezza degli affetti e della compassione, mutando la trascrizione e la distorsione della fobia nella comprensiva e generosa espressione dell’empatia. L’autore interpreta, nell’esperienza della pura solidarietà,  l’attitudine della ragione umana d’intuire la capacità emblematica della realtà, relaziona l’approccio altruistico nella coerente osservazione del rispetto e dell’indulgenza nei riguardi di una universale disponibilità all’apertura mentale, affrontando il conflitto persistente dell’irrazionale limitazione della negazione e delle contrarietà. La materia dei versi convince la spiegazione a ogni spontanea condivisione, accoglie l’impulso motivazionale dell’universo interiore, riconosce il disorientamento degli squilibri e condanna l’inafferrabile oscurità dell’ignoranza. Antonio Corona mantiene la disinvoltura dell’indipendenza sentimentale in relazione ai principi ispiratori della libertà, percorre il sentiero compromesso dalla ferita del disagio, dal tormento dell’irresolutezza, dall’apprensione per un’intolleranza che addensa le incrinature dell’anima. Il poeta congiunge la sintonia con il lettore con l’esecuzione di un proposito di colloquio intimo, consolida il tragitto istintivo tra fiducia e affidabilità, esplora le incertezze delle frontiere intellettive, permette di distinguere la discrezione con la quale guarda al mondo attraverso il proprio vissuto e accoglie la potenzialità della diversità, accennata, e non giudicata, da un’angolatura percettiva. Le distinte prospettive delle parole seguono l’originale itinerario delle sezioni poetiche, suggerite con i colori rivelativi, Nero Fardello, Indaco Bastardo, Rosa Fragilità, Rosso Passione e Verde Speranza, per definire ogni rappresentativo stato d’animo, il segno compiuto di ogni  carico morale, l’insolenza dell’offesa, la tenerezza dello smarrimento, il desiderio resistente dell’amore, la dichiarazione profonda di ogni aspettativa. Leggere “Controfobie” accomuna la fermezza coraggiosa e dolorosa all’intonazione della complessità, consente di condannare i provocatori contrasti delle convenzioni e dei pregiudizi sociali e di escludere dall’impostazione esistenziale il conflitto dell’incomunicabilità. Antonio Corona rivendica le occasioni perdute e le promesse ritrovate, indugia sulla consistenza del proprio sentire, scindendo la scelta di mostrare la propria identità dal timore di non essere riconosciuta, rivela un’umanità conquistata con maturità poetica, senza biasimo, predilige la capacità d’identificare il dono di agire secondo i propri sogni, divulgando la voce più autentica nell’urgenza necessaria della scrittura poetica.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Subire

Un vuoto a pressione
che esplode nel petto,
un gesto tagliente
che affonda nel ventre,
una frase sbagliata
che uccide da dentro.

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Amare nell’ombra

Un bacio mai dato
è un’emozione mancata
ma un bacio nascosto
è come un cuore spezzato.

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Pioggia d’estate

La senti cadere ferita smarrita
come lacrime gioiose irrompe
in cerca della terra secca zollata
che accoglie i segni dei palmi
di chi carponi cammina trafitta
in cerca di quel sole che corrompe
chi d’amore mancato perisce.

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Sulla fune

Su una fune
sospesa nel vuoto
la vita danza sulle punte
di un amor congiunto
fra anima e corpo
tra sensi e tatto
di chi ascolta e poi agisce
senza cogliere nel segno.
Mi fermo
nel fulcro della ragione
sapendo che seguirla
mi porterà altrove.
Mi muovo
in equilibrio sul cuore,
se cado volo
se arrivo cammino.
Amare è l’unica certezza.
Parole di convivenza

Parole cucite all’orizzonte
perse tra due mondi
uniti sulla linea del niente
congiunte solo in un miraggio
ma in realtà sempre distanti.

Parole vuote nell’aria
affogate nel mare
in due mondi bruciati
dal silenzio del confronto.

Vorrei parole unite da una lampo
riportate all’orizzonte
riflesse sul mare
proiettate lunghe sulla terra
paciere di tolleranze
ed amorevole convivenza.

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A piedi uniti

In quel punto esatto
dove a piedi uniti
premo sulla sabbia bagnata
leggermente sprofondano
pensieri, azioni ed intenti.
Guardo quell’ombra formarsi intorno
e permango in attesa
di un’onda, dell’onda
della forza che m’inonda.
Affonda e ritorna
la spuma circonda
come nebbia spettrale
l’assenza e l’essenza
la gioia e il tormento.
Mi getto mi bagno respiro
vivo. Acqua sabbia sale
un pane bagnato
indissoluto
sotto i miei piedi.
Coraggioso attendo,
il vento.

Il ladro Luca

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Il racconto “Il ladro Luca” è tratto dalla raccolta L’amante fedele di Massimo Bontempelli, pubblicata nel 1953 e vincitrice del Premio Strega nello stesso anno. Il protagonista è un ladro professionista che ha appena svaligiato un appartamento. La sua identità di ladro viene sottolineata più volte a partire dallo stesso titolo. Dopo il furto si siede a riposare sul tetto pregustando la meraviglia dei compagni e, probabilmente, un elogio del suo Capo per la ricchezza del bottino. Quando sta per allontanarsi si sente osservato, volge lo sguardo e si imbatte nel poliziotto più abile e implacabile della città. L’agente lo minaccia, gli punta addosso la pistola intimandogli di tenere le mani in alto ma mentre sta per avvicinarsi a lui per tentare di arrestarlo perde l’equilibrio, non padroneggiando bene la tegola su cui si trova e precipita giù. Il ladro Luca prova sorpresa e gioia ed è convinto che l’agente sia precipitato, quando però osserva bene il punto in cui il grosso corpo è scomparso si accorge che l’uomo si sta reggendo all’orlo del cornicione. A quel punto in lui prevale l’istinto di soccorrerlo perché è un suo simile che si trova in pericolo di vita. Gli si avvicina e gli tende la mano, poi con uno strattone riesce a metterlo in salvo. Il poliziotto a quel punto, di nuovo seduto sull’angolo del tetto, non riesce a guardarlo in viso e comincia a singhiozzare. Luca gli porge una sigaretta, che l’altro non riesce neppure a fumare, recupera la refurtiva e scende dal tetto. La sua semplicità d’animo, però, non gli permette di farsi domande su ciò che è bene e ciò che è male, dunque l’unica cosa a cui pensa alla fine dell’avventura, dopo tante emozioni contrastanti, è il ricco bottino che potrà ostentare di fronte alla banda di malavitosi che costituisce la sua famiglia. Il narratore è onnisciente, l’atmosfera del racconto è irreale e rarefatta, all’inizio il cielo è nuvoloso poi sempre più limpido e luminoso, evidenziando una certa corrispondenza tra il paesaggio notturno e lo stato d’animo del protagonista che compie un gesto di generosità e solidarietà nei confronti del poliziotto che lo voleva arrestare e dimostra che anche i delinquenti, a volte, possono dare prova di nobiltà d’animo.

*

Al ladro Luca, nella notte annuvolata, bastò la luce d’un quarto di luna e di poche stelle per scendere in una casa dall’abbaìno e farvi un bottino di prim’ordine. Ora ne riusciva con piena la sacca e l’animo contento. Alzò gli occhi un attimo al cielo che si stava sgombrando, poi guardò il tetto lentamente in giro. Tutto il mondo era in silenzio e vuoto, non c’era nel mondo altro che lui, Luca, su quel tetto vicino al cielo. Sentiva stanche le reni e il cuore in pace. Non c’è più da aver paura di niente. Fermata bene la cassa alle spalle, s’accomodò a sedere sopra le tegole, e, appoggiato un braccio alla parete dell’abbaìno, si concesse cinque minuti di riposo. Nessuno dei suoi compagni ha mai fatto un bottino tanto importante. L’abbaìno sorgeva al mezzo del vasto pendio di tegole che sale dall’orlo del tetto alla cresta. Luca, dall’abbaìno volgendosi verso l’alto, vedeva quella linea lunga del vertice tagliare il cielo; guardando avanti e intorno a sé, l’immensa distesa del pendìo fino all’altro lato del palazzo, rotta solo da un comignolo, in basso, quasi addosso al cornicione. La vista delle tegole lo riposava. Lui sa camminare sui tetti come un gatto. Pregustava la maraviglia dei suoi compagni (trine, seta, argenti) e forse un elogio del Capo. Il ladro Luca senza bisogno d’orologio misurava il tempo a perfezione. Quando i cinque minuti furono passati, Luca staccò il braccio dalla parete, tentò le cinghie della sacca, poggiò una mano a terra per darsi la spinta e mettersi in piedi. Ma, girando frattanto lo sguardo verso la cresta del tetto, agghiacciò. Da dietro quel vertice era spuntata una testa grossa e nera, due occhi lucidi traverso l’ombra lo saettarono, poi di colpo un uomo fu in piedi a sommo del tetto col braccio teso e la rivoltella puntata verso Luca, e nel silenzio sonò il suo comando:

– Mani in alto! –

Il ladro Luca alzò tremando le braccia.

– E fermo! – aggiunse costui. Senza gridare, le sue parole ferivano l’aria e arrivavano taglienti all’orecchio di Luca che sentiva il cuore battere in petto come se si spezzasse: avrebbe voluto abbassare una mano per tenerselo fermo. Aveva riconosciuto l’uomo, era uno dei poliziotti più abili e implacabili della città. Si guardarono forse per dieci secondi. Lo sbirro fissava Luca negli occhi, Luca guardava l’altro alle ginocchia, e le braccia ogni tanto stavano per ricadergli giù ma lui con uno sforzo le rimetteva subito in alto. In quei dieci secondi passò per la fantasia di Luca una ventata rapida di immagini: il contatto con le mani orride dello sbirro, il bottino nella sacca, le manette, poi lo sapranno i compagni e il Capo: tutte mescolate e scompigliate nel soffio della paura. Lo sbirro s’ergeva verso la parte estrema della cresta del tetto. Ora avanzò di qualche passo; tramezzo alla paura il ladro Luca ebbe modo d’accorgersi che il piede dell’altro non padroneggiava a fondo la tegola. Forse per questo l’altro ora stava fermo: s’era piantato sui due piedi, con le corte gambe un po’ aperte, e parlò a Luca, sempre con quella rivoltella spianata:

– Attenzione a quello che dico: alzati, vieni qua, mani in alto; al primo moto che fai per abbassarle o per cambiare direzione, sparo. Forza, don Luca!

Mentre quello parlava il ladro Luca aveva infatti rapidamente esaminato la possibilità di buttarsi a destra verso il cornicione, ma il colpo dell’arma lo avrebbe raggiunto. Scomparire nell’abbaìno era mettersi in trappola. Non poteva che ubbidire. Riuscì a levarsi in piedi senza servirsi delle braccia. Poi, ma lentamente (per non rivelare all’altro la propria agilità, per allontanare al possibile il momento in cui si sarebbe sentito addosso quelle mani, per un istinto professionale di finzione), passo passo cominciò a salire obliquamente il tetto in direzione di quella rivoltella. Le mani gli tremavano.

– Più svelto – disse lo sbirro con un sogghigno – pesa tanto quella sacca? più svelto. –

Il ladro Luca voleva rispondere ma non poté che mandar fuori qualche sillaba fioca: si rese conto che non aveva ancora detto una parola. Fece qualche altro passo incespicando ad arte nelle commessure delle tegole.

– Avanti, don Luca, hai lavorato bene, è giusto che ti porti a dormire. Altrimenti…

Il cuore di Luca balzò di sorpresa e di gioia, perché lo sbirro per un piccolo moto inconsulto del piede aveva barcollato un attimo ed era precipitato scivolando sulle tegole. Subito Luca vide il grosso corpo rotolare giù per la china del tetto, egli allora si mise a correre su verso la cima. L’altro s’era smarrito, s’afferrò con la sinistra a una tegola ma questa si staccò di netto e lui mandò un gemito sentendosi straziare le unghie alla radice, tentò invano afferrarsi con l’altra che lasciò andare la rivoltella, rotolò ancora, batté la testa contro il comignolo ma non si fermò; e il ladro Luca, raggiunta la cima, si voltò e vide lo sbirro arrivare all’orlo della discesa e il suo corpo scomparire nel vuoto. L’investì e lo invase una folgorante felicità. Fissò allucinato il punto laggiù dove il corpo del nemico era scomparso. E, così guardando, s’avvide che non era scomparso tutto: le due mani dello sbirro eran rimaste afferrate all’orlo del cornicione e furiosamente si sforzavano di tenervisi strette. Luca sedette sulla cima del tetto a fissare quelle due mani grosse, sempre più nere e convulse. Aspettava, prima d’andarsene, di vederle scomparire. Quella sua felicità che per un minuto aveva forse raggiunto il delirio, s’era calmata. Ora il ladro Luca era sicuro e tranquillo, stava seduto col busto e il capo un poco protesi in avanti, come si sta a teatro nei momenti più ansiosi del dramma. E si figurava il corpo pendente là sotto, il corpo del nemico che tra poco precipiterà giù a sfracellarsi sul lastrico. Tese l’orecchio per essere pronto a sentire il tonfo. Una di quelle due mani non resse più allo sforzo e si staccò dal cornicione, subito tutta la forza e lo spasimo dell’uomo si raccolsero per un momento nell’altra, poi la prima tornò ad afferrarsi e l’altra si staccò e s’agitava nell’aria. D’improvviso qualche cosa di ignoto brillò nell’animo del ladro Luca, ed era assai diverso dal delirio di quella prima felicità. Chiuse e strinse gli occhi e subito li riaperse: di laggiù sentì un rantolo, e pareva venisse da quelle mani. Il ladro Luca non capiva più niente, ma, senza capire, di colpo s’alzò, in un lampo sfilò dalle spalle la sacca e la posò sulle tegole; un’altra volta chiuse e riaperse per un attimo gli occhi, si passò una mano sulla fronte, e, senza sapere perché, senza sentire quello che stava facendo, corse giù, diritto, fin là; arrivato là si gettò ventre a terra, s’apprese con una delle sue mani di ferro allo spigolo del comignolo, si tese in avanti, porse l’altra gridando: “attaccati!” e abbrancò la mano alzata dell’uomo che si dibatteva. La sentì stringere, la tirò a sé con tutta la forza, come un pescatore tira la rete pesante: vide venir su la testa e le spalle, tirò ancora: l’uomo aiutava il suo sforzo, arrivò tutto. Luca gli diede un ultimo strattone, poi aiutò l’uomo a porsi a sedere sull’angolo del tetto. Seguì un silenzio e la notte respirava intorno a loro. Lo sbirro fissava in giù verso l’abisso ma certo non vedeva niente, il ladro Luca gli guardava la schiena ma non sapeva di guardarla. E aveva voglia di andarsene ormai, ma non si moveva, come se aspettasse qualche cosa, e non sapeva che cosa né perché. Finalmente lo sbirro senza voltare la testa verso il compagno mormorò qualche parola, Luca non capì e domandò: – Come? –

L’altro ripeté, sempre a capo chino: – Fa freddo. –

Luca si sentiva a disagio. L’altro si prese la testa tra le mani e cominciò a singhiozzare piano. Il ladro Luca si cercò in tasca un fiammifero e una sigaretta, la accese e la porse: – Prendi. –

Lo sbirro si voltò, e Luca vide che aveva il volto rigato di lagrime. Ripeté:

– Prendi – e chinandosi gli pose la sigaretta tra le labbra. La sigaretta tra le labbra dello sbirro tremava. Dopo un poco lo sbirro balbettò: – Grazie; – la sigaretta gli cadde di bocca, sull’orlo del cornicione. Il ladro Luca fu lesto a raccoglierla, scrollò le spalle, finì lui di fumarla. Fatto questo, come l’altro s’era di nuovo girato in là con la faccia tra le mani, Luca s’alzò in piedi, si voltò senza più guardarlo, risalì, in cima, dove aveva lasciato la sacca. Se la accomodò sulle spalle, scese piano l’altro versante avviandosi verso un doccione dell’acqua per cui scivolando si scende a terra. La luna era scomparsa e non c’era più una nuvola in cielo. Il ladro Luca pensò con orgoglio alla maraviglia dei compagni, all’elogio che forse il Capo gli farà per il bottino. Prima di lasciare il tetto e di abbracciarsi al doccione, guardò una volta ancora il cielo. Aveva cento volte lavorato di notte, ma non s’era mai accorto che ci fossero tante stelle.

Massimo Bontempelli, da L’amante fedele, Mondadori, 1968.

~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare
come si scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il tetto
nel lusso immenso di una esplorazione, adesso
che ogni giorno mi aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c’è richiamo e non c’è piú ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro
l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,
adesso che il mattino non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le cadenze della voce, adesso
vorrei improvvisamente la prigione.

 

Patrizia Cavalli, da Il cielo, Einaudi, 1981.

Fabio Dainotti: “Ultima fermata – Poesie e racconti in versi”, La Vita Felice, 2021. Recensione di Adriana Gloria Marigo.

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Fabio Dainotti: Ultima fermata – Poesie e racconti in versi

La Vita Felice, 2021

Nota di Luigi Fontanella

 

Tracce circostanzialiste e parmenidee nello spazio e nel tempo di Ultima fermata – Poesie e racconti in versi

 

«Quando siamo ancora fortemente proiettati verso il futuro, il nostro passato con i suoi peculiari piaceri non ha alcuna presa su di noi. Giungerà a suo tempo l’ora delle “Memorie”, il volgere la testa all’indietro. In quel momento l’uomo compensa la sterilità del suo avvenire con un insperato rinverdirsi di tutti i paesaggi inariditi.»: sono le parole di José Ortega y Gasset contenute nel Prologo per gli spagnoli di quel pregevole libro che è Il tema del nostro tempo, e bene attengono all’ultima raccolta del poeta e presidente onorario della Lectura Dantis Metelliana Fabio Dainotti Ultima fermata  – Poesie e racconti in versi, La Vita Felice, 2021. Fin dal titolo, a modo di dichiarazione inevitabile, esplicita, iscrizione di frontone autorevole, esaustiva, il poeta ci pone di fronte a una circostanza il cui carattere è la ‘conclusione’: di un viaggio, o percorso, o piuttosto percorso di un certo viaggio che ha esaurito le proprie urgenze, le fascinazioni, i contributi di apprendimenti che formano, affinano, capitalizzano la vicenda personale durante tratte di vita reale e simbolica, chiude il tempo dei progetti sognati e realizzati, degli ideali e apre il tempo dell’andare à rebours: tempo non avulso da certa nostalgia e revêrie che tracciano versi dai sentori di malinconia sfiorata da amabile ironia. La percezione della fine del viaggio avvia l’osservazione sul passato, sui particolari dell’accadere espressi sia per forme oggettive – le cose quotidiane, gli incontri, le perdite, gli eventi banali o straordinari – sia per atmosfere e ritmi di eventi – la grazia della meraviglia, la mestizia delle sottrazioni, la numinosità dell’ineffabile – secondo una misura cara all’Autore e consistente in una nota dalla melodia delle cose in penombra, sfiorate da luce lieve, propensa ai toni della malinconia dei poeti crepuscolari: si tratta del paradigma di quel carattere attento ai modi di una sottile eleganza intellettuale e formale che trova riscontro nell’uso della parola, della versificazione solo all’apparenza semplice, incline al discorsivo: in realtà il raggiungimento di un fraseggio comprensibile e al contempo carico di suggestioni come quello evidente in Ultima fermata  – Poesie e racconti in versi è il risultato di attenzioni ineludibili per la parola pregna di auree immaginali, mnestiche come ha rimarcato in Nota il poeta e critico Luigi Fontanella. Lo sguardo rivolto all’indietro – questa rassegna perlustrativa dell’avvenuto con le sue dissonanze esistenziali e le sue fragili delicate virtù – consegna poesia in cui la costante presenza umana attraversata da sinfoniette paesaggistiche come in Paesaggio sul Ticino disegna spazialità intramate di tempo il quale, per sua natura essenzialmente astratta simultaneamente presente e assente, non è immobile, ma percorso dal cambiamento. E’ il cambiamento che «permette di discernere uno stato precedente di un corpo dal suo stato successivo, che si è originato solo in seguito allo stato antecedente che, come dice il termine stesso, lo ha preceduto, ossia è occorso prima di esso temporalmente, di modo che, attraverso il mutamento, è possibile approssimarsi alla comprensione dell’avvenire del tempo mediante la distinzione netta di un prima e di un dopo.» (Giovanni Mazzallo, Il tempo in Parmenide e Einstein) consente al poeta di scrivere «Ma il berceau è spoglio, rotta la panchetta, / dove leggevi romanzi d’amore / tutta sola, protetta, / nel sole, da una paglia fiorentina.»: le immagini–fotogrammi che sembrano immobili, cristallizzate nostalgicamente in un tempo lontano, sono percorse da una coloritura che emana onde vibrazionali, suggestioni che raggiungono il presente dove si percepisce che l’immobilità appartiene al passato, mentre la suggestione al presente e che in tale rapporto si situa l’immaginazione che è ponte, vitalismo del tempo. Cose e persone sono connotate e descritte ‘in essere’, in momenti attivi dove la nostalgia resta sospesa, aleggiante, preferendo l’affioramento della circostanza: avviene che i versi in Primi Juke–Box «Si andava “Da Gisella”, nelle sere / d’estate, in Franciacorta, / a sentire il juke–box, / un cerchio di splendore / e intorno l’ombra.» siano a confermare un tratto evidente che percorre il libro e corrisponde, ancora una volta, all’espressione di José Ortega y Gasset «Io sono io e la mia circostanza»: «la trasognante attrattiva di questi versi» (Luigi Fontanella, Nota) emerge da una sapienziale architettura poetante in cui la narrazione lirica mette in atto una serie di esistenze ed eventi in circostanze determinanti, poiché la vita accade non «al di fuori di ogni luogo e di ogni tempo» (José Ortega y Gasset, Prologo per gli spagnoli), ma nel manifestarsi di coordinate spaziali e temporali che Fabio Dainotti tratteggia con versificazione sicura, ferma e sentimento lirico di grande armonia formale rifuggente da ogni artificiosa astuzia rimaria.

Adriana Gloria Marigo

 

 

 

da Autobus a Pavia

ULTIMA FERMATA

La turba ce rimase lì, selvaggia

parea del loco, rimirando intorno

come colui che nove cose

assaggia.

Dante Alighieri

 

In viale Cremona a Pavia,

nella periferia estrema, ingrigita,

penultima fermata: tutti scendono,

qualche saluto frettoloso: è tardi.

Uno, straniero ancora al luogo e alla città,

vedendo ripartire il bus rombante

(fanali che si perdono nel buio, nella nebbia),

domanda agli altri, attonito:

«Ma dove vanno quelli, in capo al mondo?»

 

 

 

da Franciacorta in corriera

IL GIORNO DEI SEPOLCRI

Un’altra Pasqua, è il giorno dei sepolcri

e il cielo è corrucciato, come deve.

Mangiammo la “tagliata” in un grazioso

ristorante, all’aperto (era d’estate),

sotto un ameno pergolato. E lei,

nel letto d’ospedale. Erano posti

già visti nell’infanzia, forse in una

vita anteriore.

 

 

 

da Funicolare di Brunate

PROMESSA

La giornata si schiude, una promessa

attende nell’ombra che scema.

Il bar è nel sole che avanza.

Ridono le stoviglie, l’acqua canta.

Il giornale sportivo è sul tavolo,

promessa di sogni incantati.

Nell’ombra c’è il verde bigliardo.

Fuori un sole maliardo.

 

 

 

da Trenino per Vimercate

ALLA FERMATA DEL TRAM

In tre alla fermata del tram.

Una ragazza, un biondino, uno bruno.

La ragazza e il biondino si salutano

baciandosi sulla banchina. Lui sale sul tram,

che si allontana scampanando e gira,

scompare tra le foglie rosse e gialle.

È la volta del bruno, lei lo bacia,

le guance rosse. Aspetto la mia corsa,

il mio turno del bacio che non viene.

Arriva solo, ma in ritardo, il tram.

 

 

 

da Burchiello sul Brenta

LA MALCONTENTA

Un bacio mi desti, spergiura

Elvira, nel vialetto

ghiaioso della Villa Malcontenta.

Ora è finita; eppure credevamo

(o forse io credevo) il nostro breve

amore imperituro. E così è stato,

da parte mia.

 

 

 

da Taxi per Cava

CAVA DESNUDA

Bellissima, adagiata

sul letto della Valle Metelliana,

i fianchi ti asseconda morbidissimi

la doppia curva della via ferrata

e dell’autostrada per Napoli.

E vai pensando, neghittosa e nuda,

a impossibili amori.

 

 

 

Biobibliografia

 

Fabio Dainotti, presidente onorario della Lectura Dantis Metelliana, di cui è stato per anni presidente e direttore, condirige l’annuario di poesia e teoria «Il pensiero poetante». Ha pubblicato in poesia: L’araldo nello specchio, Avagliano Editore, 1996; Sera, con disegni di Salvatore Carbone, Pulcinoelefante, 1997; La Ringhiera, Book Editore, 1998; Ragazza Carla Cassiera a Milano, Signum, 2001; Un mondo gnomo, Stampa alternativa, 2002; Ora comprendo, Edizioni Scettro del Re, 2004; Selected Poems, Gradiva, 2015; Requiem for Gina’s Death and Other Poems, Gradiva, 2019; Poesie controcorrente, Biblioteca dei Leoni, 2020. Nel 2015 ha conseguito il Primo Premio assoluto “I Murazzi” per la silloge inedita Lamento per Gina e altre poesie, che ha avuto la pubblicazione premiale per i tipi della Genesi Editrice, Torino. Ha collaborato a numerose riviste di settore (tra cui «Capoverso», «Misure critiche» e «Gradiva») ed è presente in molte antologie. Come conferenziere, ha parlato su argomenti di letteratura e di interesse dantesco e commentato canti della Divina Commedia. Ha tenuto reading di poesia: il più recente, alla State University of New York, Stony Brook. Ha curato la pubblicazione presso Bulzoni de Gli ultimi canti del Purgatorio dantesco (2010). Sul mensile «Poesia» sono apparsi articoli sulla sua produzione. La Rai ha seguito eventi da lui curati.

 

 

 

 

 

Emilio Capaccio traduce Marsden Hartley

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Torno a meditare sempre sull’idea della vita,
mentre medito perennemente sull’esistenza del momento.

M. H.

Marsden Hartley

Poesie di Marsden Hartley (1817-1943). Traduzione di Emilio Capaccio

VENDITORE DI PESCE

Ho preso le squame
dalle guance della luna.
Ho fatto le pinne dalle ali della ghiandaia,
gli occhi dai susini nell’ombra.
Ho preso i vermigli dalle labbra del sole.
Da tutto questo ho fatto nascere un pesce nel cielo,
l’ho messo a nuotare per te in un azzurro d’ottobre.
Siedo sulla riva del ruscello e osservo
il prato in visibilio
mentre volge in oro cinerino.
Sono sempre belli i pesci
che vengono a te dall’arcobaleno.
Perché sono stati creati,
perché li ho messi
a nuotare?

FISHMONGER

I have taken scales from off
the cheeks of the moon.
I have made fins from bluejays’ wings,
I have made eyes from damsons in the shadow.
I have taken flushes from the peachlips in the sun.
From all these I have made a fish of heaven for you,
set it swimming on a young October sky.
I sit on the bank of the stream and watch
the grasses in amazement
as they turn to ashy gold.
Are the fishes from the rainbow
still beautiful to you,
for whom they are made,
for whom I have set them,
swimming?

UCCELLI CANORI

Cento uccelli canori al più vicino squarcio dolorante,
sembrava amassero il suo dolore
empito d’iper iconica spogliatezza.
Non m’attendevo sì strabiliante opulenza
d’appressarsi a me celata col far del giorno,
benché la mane sia il momento e la primavera
il modo in cui sa esser migliore l’amore.

Attraverso il fogliame un bruciante
impeto d’ali dorate, leste, vorticose.
Tutti gli uccelli canori del mondo son venuti
a me, e son in me viventi
Io solo fresco ricetto e umile ombra ho dato,
alle mie foglie premute da eccessivo sole.

Ho detto che son venuti cento uccelli canori
per me,
e ora che chiaro m’è tutto, quelli che son stati,
che son stati davvero vicino,
son due solo, o tre,
Ma come m’hanno preso.

WARBLERS

An hundred warblers in the nearest aching gap,
it seems as though it loved its aching
filled with hyper-ikonistic misery.
I did not expect such staggering wealth
to come to me by dawn-delivered stealth,
though morning is the time and spring
the way love knows of its best being.

All through the leaves a burning
rush of gilded, swift, whirling wing.
All warblers of the world have come
to me, and are in me living
I only cool retreat and humble shade giving,
my leaves with excess of sun trampled.

I said an hundred warblers came
to me,
and now that I am clear, what it
was, was very near
it was but two, or three,
But how they fastened me.

L’AQUILA NON VUOLE AMICI

L’aquila non vuole amici,
impiega i suoi pensieri per altri fini –
ha i suoi cerchi da iscrivere
a dodicimila piedi da dove
i pesci setacciano il mare,
trova il suo conforto nell’illesa
immensità,
dove pensano le aquile non c’è bisogno
d’essere soli –
Nell’isolamento
c’è un profondo senso di casa.

THE EAGLE WANTS NO FRIENDS

The eagle wants no friends,
employs his thoughts to other ends –
he has his circles to inscribe
twelve thousand feet from where
the fishes comb the sea,
he finds his solace in unscathed
immensity,
where eagles think, there is no need
of being lonesome –
In isolation
is a deep revealing sense
of home.

FIDUCIA

“Avremo il sole ora”.
dicevano i tremuli gabbiani
“Abbiamo percorso la gamma del mare tuonante,
uno per uno, uno per uno,
e sebbene l’onda sia piena di pane
un’ala è spesso sfinita dai tendini
d’una cosa così varia e vasta;
facciamo la nostra geodetica sorveglianza,
perché le aringhe sono una cosa splendente,
una forma di lucente immaginazione,
una grandiosa circostanza.
Il brivido d’una foglia di frassino e di pino
fa altra musica per la determinazione d’un giorno,
anche i gabbiani amano la forma delle rose
prima che il giorno muoia.”

CONFIDENCE

“We’ll have the sun now,”
the quaking sea gulls said.
“We’ve run the gamut of the thundering sea,
one by one one by one,
and though the wave is full of bread
a wing is often tendon-weary
of a thing so varied-vast;
we do our geodetic surveillance,
for herring are a shining thing,
a shape of sleek imagining,
a pretty circumstance.
The shiver of an ash leaf and of pine
makes other music for a day’s determining,
even sea gulls love the shape of roses
ere day closes.”

Numeri e Auguri

Scoprite come piegare libri e creare sculture in 85 immagini e alcuni video

Restiamo unici, nonostante i tentativi di imitazione. Questo potremmo dire del nostro Limina mundi in un impeto di autocelebrazione, ma non vogliamo cadere nella trappola del compiacimento, desideriamo quest’anno, non meno di altri trascorsi, con questo post, ch’è ormai una tradizione anche nel titolo, riepilogare il lavoro che si fa con passione su queste pagine.

Una dedizione che viene ripagata dal sempre maggior numero di lettori, dal crescente numero di visualizzazioni e dai tanti scrittori contemporanei che ci sottopongono le loro opere, in cerca di un parere, certo, di visibilità ancor di più, ma noi preferiamo pensare che ciò che li spinge sia una richiesta di attenzione, come il bimbo chiede alla madre, come lo scolaro al suo maestro, come i cittadini alle autorità. E madre, maestro, autorità sono solo degli esempi per dire persone di riferimento, la cui opinione conta o quanto meno non è senza peso. Una richiesta di attenzione che attraverso il blog noi trasferiamo ai lettori,  quelli più fedeli che ci seguono – ormai più di 200- ma anche a quelli che visitano occasionalmente il blog.

Tutti ci chiedono di prendere in considerazione il proprio lavoro, il proprio bisogno, il proprio mondo, quello che hanno costruito con le parole, non meno di quanto noi redazione facciamo qui, pubblicando il nostro pensiero, i vostri scritti, le nostre recensioni, le vostre poesie, le nostre note di lettura, i commenti critici, approfondimenti, parole poetiche di grandi e meno grandi. Un insieme che in questo luogo, anno dopo anno, costruiscono un mondo buono e – il che è lo stesso –  bello.

E allora vi ringraziamo e approfondiamo coi numeri che – come immancabilmente ripeto ogni anno – hanno l’anima, quello che abbiamo fatto in quest’anno appena trascorso.

Abbiamo ricevuto 58902 visite da 44165 visitatori, sono stati pubblicati 112 post. Le visite, a partire dal 2016, anno di fondazione del blog, sono state 227340, i post pubblicati in totale 795.

L’autore che ha ricevuto più visite ai propri post è Deborah Mega con ben 43624 visite. Le visite riguardano anche articoli pubblicati in anni precedenti al 2021, anzi soprattutto questi e soprattutto quelli in cui Deborah commenta “classici” della letteratura. Più sotto un elenco dei post maggiormente visitati nel 2021 (oltre 1000 visite ciascuno). Nella prima colonna il titolo dell’articolo, nell’ultima a destra il numero delle visite.

La casa di Asterione                  7085
Home page                               6613
La città di Leonia                       3395
Continuità dei parchi                  2586
La sorella di Shakespeare           2309
Jaufre Rudel e l’amore de lohn    1887
Giorno d’esame                         1882
Di sera, un geranio                    1524
La chiave d’oro                          1500
Una rosa rossa                          1416

Il 2021 è stato un anno proficuo anche per l’apporto di autori e collaboratori.
Di seguito i numeri dei post pubblicati da ciascun autore.

Loredana Semantica 35
Deborah Mega 44
Annamaria Bonfiglio 9
Francesco Palmieri 10
Adriana Gloria Marigo 11
Maria Allo 2

Ben riuscita la rubrica  recentemente inaugurata a cura di Francesco Palmieri: “A viva voce”, nella quale è proposta la lettura di poesie di vari autori selezionati dalla viva voce del curatore. Francesco ha letto testi suoi e di E.Montale, V.Sereni, G.Caproni, C.Baudelaire, W.Shakespeare, R.Kypling, E.Sanguineti, G.Raboni.

Emilio Capaccio ha proseguito la collaborazione proponendo nella rubrica “Idiomatiche”, del quale è il principale animatore, le traduzioni di Gioconda Belli, Randall Jarrell,  Robert Frost, Georg Heym, Alfred Tennyson, Lya Luft.

Nella rubrica “Versi trasversali” sono state proposte poesie scelte da opere di Zahira Ziello, Alfredo Alessio Conti, Matteo Marangoni, Domenico Bernardo, Thorvald Berthelsen, Davide Rocco Colacrai, Marta Genduso, Alessandro Barbato, Sergio Oricci, Benedetto Ghielmi.

In “Canto presente” sono state pubblicate poesie scelte di Enrico Cerquiglini e Enrico Marià.

Adriana Gloria Marigo nella sua rubrica esclusiva “Miscelaneas” ha dedicato attenzione alle opere di Geo Vasile, Edoardo Gallo, Sergio Carlacchiani, Domenico Pisana, Marco Vitale, Paolo Landi, Paolo Isotta, Silvio Raffo, Pietro Edoardo Mallegni. Adriana ha inoltre pubblicato sul blog un suo approfondimento letterario su “Il dolore nella poesia: esperienza numinosa per l’alfabeto della creanza”.

Annamaria Bonfiglio (marian2643) ha proposto un suo racconto dal titolo “Tre donne” e suoi  approfondimenti letterari  intitolati “Il gusto del liberty nella poesia di Paul Gerardy”, “Natalia Ginzburg, la scrittrice della semplicità”, “Mario Luzi e il rapporto con Palermo”, “Il dolore del vivere. Note sulla poesia di Camillo Sbarbaro”, “100 anni di Leonardo Sciascia. Metafore e contraddizioni”, ha inoltre commentato opere recentemente pubblicate da Fernando Lena e Nicola Romano, ha intervistato Gino Pantaleone.

Maria Allo  ha proposto “Δαιμόνιοι” (Creature demoniache)” di Anna Griva, la visione di Dante personaggio, con una traduzione dal greco e la recensione a “Il sentiero del polline” di Guglielmo Aprile.

Rita Bompadre ha recensito recenti pubblicazioni di Marco Galvagni, Simone Corvasce, Filomena Gagliardi, Milena Tagliavini, Mauro De Candia.

Deborah Mega ha pubblicato sue Note di lettura su opere di Monia Gaita, Sergio Sichenze, Valeria Bianchi Mian. Inoltre ha proposto nel blog i suoi articoli su “Amy, dieci anni dopo” “Squid Game” “La storia del Milite Ignoto e la scelta di Maria Bergamas”, ha intervistato Margherita Pascucci e Grazia Procino, ha commentato il recente “Dizionario critico della poesia italiana 1945-2020” di Mario Fresa, ha segnalato recenti pubblicazioni dei seguenti autori: Valerio Succi, Alessandro Trasciatti, Gianfranco Vacca, Zahira Ziello, Claudio Pagelli, Davide Rocco Colacrai, Giancarlo Baroni, Mariella Bettarini, Jonathan Rizzo, Riccardo Mazzamuto, Antonella Anedda, Nunzio Di Sarno, Luciano Mastrocola, Francesco Randazzo. Ha pubblicato poesie di autori noti nei giorni delle feste più significative: Pasqua, Natale, Capodanno, Ferragosto.

Loredana Semantica nel 2021 ha pubblicato 4 suoi racconti: “Sogni”, “Anime e animali”, “Irene nel paese delle meraviglie” e “Novembre di zucchero”. Ha commentato le opere “Psychodissey” di Eleonora Federici e “Parabole” di Cipriano Gentilino, ha introdotto la nuova rubrica “Essere donna”, nella quale pubblica suggestivi squarci sulla condizione femminile ora e nel tempo. inoltre ha omaggiato il poeta recentemente scomparso Sebastiano Patanè Ferro e ricordato il cantautore Franco Battiato. Ha dedicato a Marylin Monroe un post della rubrica “Grandi donne” e commentato nella rubrica “Forma alchemica” una poesia capolavoro di Emily Dickinson e  un’altra di Nazim  Hikmet. Ha pubblicato post commemorativi nel giorno della festa della donna, del 25 aprile, per la festa della mamma e S. Valentino e proseguito, con 2 post, la rubrica “Prisma lirico”, suggestioni di immagini e poesia e infine ha scritto il “Numeri e Auguri” riferito al 2020.

In fondo a questo corposo riepilogo non possono mancare i ringraziamenti a tutti coloro che si sono fatti parte attiva nel blog, autori, collaboratori, lettori, commentatori, curiosi, sostenitori…

A tutti un luminoso Anno Nuovo, ricco di cose buone e di buona poesia.

Loredana Semantica

Fine del ’68. Eugenio Montale

La Redazione di Limina mundi augura Buon Anno Nuovo

Ho contemplato dalla luna, o quasi,
il modesto pianeta che contiene
filosofia, teologia, politica,
pornografia, letteratura, scienze
palesi o arcane. Dentro c’è anche l’uomo,
ed io tra questi. E tutto è molto strano.
Tra poche ore sarà notte e l’anno
finirà tra esplosioni di spumanti
e di petardi. Forse di bombe o peggio,
ma non qui dove sto. Se uno muore
non importa a nessuno purché sia
sconosciuto e lontano.

Eugenio Montale

Preghiera della neve e dell’attesa

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La Redazione del blog LIMINA MUNDI augura a tutti BUON NATALE!

 

Sfrigola la carta crespa,
incanta come sempre il pastore inginocchiato,
la pecora che resta
indietro, inciampa, increspa
la finzione del prato;
le case di cartone, l’acqua
che non scorre – è un velo
di stagnola,
e il muschio…
ah, il muschio! unica nostra astuzia
quest’aggiunta patetica del vero,
quest’attenzione un po’ pignola
alla minuzia… –

Portami ancora doni, dio bambino.

Entra dalle finestre chiuse, assali il sonno,
fammi sorpresa quando l’ora
scocca ed è – miracolo – mattino.

Portami l’attesa per esempio, il dono
che lungheggia il tempo, lo rinnova
al fuoco sempre acceso, all’eco
d’un mio desiderare
timido, quieto.
Torna a essere l’Atteso,
colui che senza una ragione arriva, senza peso
(eravamo bambini bravi, capaci
di sperare, anche
di bivaccare all’ombra di un divieto;
perché ci hai reso vecchi così rapaci,
e schiavi?).
Ritorna l’attimo che riempie
d’un qualche baluginare il mondo:
fai che vediamo al buio i lampi
latenti,
la tenda che si scosta, il frullo
delle ali, il soffio
d’un alito che sia divino…

Noi,
ciechi veggenti.
Fai che passiamo l’anno ad aspettare
(quest’arte oggi così desueta, incolta…).
Fai che così aspettando non passiamo.
Non così veloci, e senza posa…
La pena di passare sia una neve
che s’incunea a filtrare
e gocciola dai travi, appena sciolta…
Qualcosa che alla fine ci distrae
e riposa.

 

Paola Mastrocola

Versi trasversali: Zahira Ziello

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

 

ZAHIRA ZIELLO

ANTEFATTO

Vorrei un bacio lunghissimo

o dei morsi pizzicati,

avere i miei fianchi stretti ai tuoi

piano come piano è il respiro

e forte e lontana la tua stretta.

 

 

GEOMETRIE I

Era dolce baciare la verticale della tua schiena,

poggiare su di te la mia guancia stanca

e, affamati capire che non c’era amore,

solo poca voglia e pelle sudata,

Nessuna cura ma

la ricerca di un centro che sapesse

stringerci voglioso,

non come facevamo noi.

 

Era dolce baciare il centro della tua schiena.

 

 

GEOMETRIE II

Non mi manca il tuo amore

Mi manca raschiarmi cuore e vene per permetterti di entrare.

Ritrovarti la notte lì, steso a gemere lento

Rannicchiato e placito a otturare lo spazio dove prima scorreva forte il sangue.

E poi scoprirmi entusiasta e piena

Di un’euforia che non mi apparterrà

Perché ogni tua cura tornerà a te

E a me resterà il vuoto che avevo scavato per permetterti entrare.

 

 

GEOMETRIE III

L’assenza è un morbo corpulento e fiero,

stringe e giace, vorticoso e flebile

Fugge dal corpo che lo ha abitato

e se ne fa uno nuovo, una nuova sostanza,

nuova mancanza e desiderio.

Non torna, e smarrita la casa,

si ritrova in mura strette di solitudine,

strette a ricordare che l’assenza è fuggita.

 

 

GEOMETRIE VII

Sapessi frazionare in cerchi la realtà,

mi libererei dei rigidi assiomi di questa folle ellisse,

che carceriera, trattiene in sé un dramma

ripetitivo e indolente ma mai menzognero.

 

Sapessi sedermici su e impormi,

renderei torchio il cerchio e le assi

e muovendolo deciderei io cosa stringere

(almeno in questa tra le ripetizioni)

 

E il torchio cosa maciullerebbe?

L’area del cerchio?

I resti del contorno?

O i resti miei?

 

 

CONCLUSIONI

Si rifiuta la guerra del dialogo

per assecondare i silenzi alienati delle coscienze,

In favore di questa sovrapposizione di crisi

qui tutti stagnano

senza l’agilità del loto

ma con la durezza di muri

fatti con ossa prive di midollo.

 

Così nelle mie vene

alberga una nuova crisi

che teme caduche novità.

 

~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di lettura su iniziativa di esterni alla stessa redazione, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

Peso a peso

(…siamo nati a morire

e ancora questo non basta…)

Non basta farsi certi a poco a poco

che gli anni invulnerabili sono contati

e poi solo il cadere ad una ad una

di scaglie di metallo dalla pelle

(e carne, soltanto carne esposta,

dai piedi e alla testa, intorno a braccia e cosce,

nel cavo del torace, nel ventre gommapiuma,

carne soltanto col marchio di memorie

che furono corse sott’acqua e pioggia senz’ombrello,

la svolta in un portone ed una rosa,

il bacio ed una rosa, e l’infinito intorno).

 

Non basta sovrapporre peso a peso,

comprimere le spalle di zavorra e terra

(e rami fracassati per caduta da sospensione al suolo,

e voli trasparenti che hai aspettato in anni

perché non era ancora il tempo degli spari,

dei colpi di fucili nascosti nelle siepi

e i passeri a stramazzare, i cani ad abbaiare,

e terra tutt’intorno, soltanto questa terra.).

 

Non basta lo spirare goccia a goccia,

segnare il passo per l’ultimo dei morti

(e chiudere la casa dopo il lutto,

scenderne le scale per non salirle più)

e poi ancora uno che forse non ti aspettavi

e poi ancora un altro venuto di sorpresa.

Non basta accorgersi e non dirlo

che i vecchi se ne andranno

e resteranno i figli,

che certo è ancora vita il giro di clessidra

ma come sarebbe stato

il durare gli uni e gli altri

lo spazio di un eterno

e non giorni d’inferno

per i sopravvissuti.

 

Siamo nati a morire,

e fosse stato questo il neo,

il punto di scadenza di una stagione sazia,

un reclinare il capo come i fiori,

un chiudere le imposte per dormire,

l’andarsene non visti, senza lasciare croci,

svanire fra le stelle e nessuna guerra,

 

sarebbe stata vita, un giorno lungo un sogno,

il canto di un delfino a navigare il mare.

 

(Ma forse questo

dio

ancora non l’ha visto).

 

 

Francesco Palmieri, Fra improbabile cielo e terra certa, Terra d’ulivi Edizioni

Monia Gaita, “Non ho mai finto”, La Vita Felice, 2021. Nota di lettura di Deborah Mega

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Nasce come un flusso di coscienza che rivela una sensibilità acuta e una notevole capacità affabulatoria quello di cui dà prova Monia Gaita in “Non ho mai finto”, silloge edita nel 2021 da La Vita Felice, in cui la parola diviene corpo che ri-suona, estensione del proprio vissuto e del proprio io. Il titolo della silloge manifesta una dichiarazione di intenti rigorosa e precisa, quella di raccontare senza finzioni e senza orpelli: unica finzione è quella di fingersi vivi. La silloge appare tripartita: Il ciclo del sentire, Confluenze, A colloquio coi luoghi sono i titoli delle tre sezioni, che, però, si dipanano senza soluzione di continuità.  Fin dal primo testo appare il tema della delusione e dell’assenza, talmente forte e dolorosa da sanguinare come una ferita aperta. A prima vista i testi, in cui è tangibile l’urgenza del dire, riflettono una scrittura intimistica che descrive un percorso esistenziale personale e privato. Nella prima sezione vi è l’elaborazione del dolore e del lutto in versi come Ho il cuore diroccato. / Si è spento tra le braccia / di quest’altra delusione / all’improvviso.

Ha cicatrici ancora troppo fresche questo addio. / Digradano dai fianchi della casa nel respiro.

Ti ho tenuto la mano fredda e cedevole, / accompagnandoti a un ignoto / d’esistenza-inesistenza, / non so dire.

La perdita dell’altro ad un certo punto diviene perdita di se stessi.

Un’altra spaccatura carsica del cuore / a farmi estranea e inconcludente / anche a me stessa.

E io perduta / e con la bocca ancora da sfamare, / cercai una presa salda, un tetto / nel tuo nodo.

Quando razionalmente si comprende che tutto è dominato dal caso, però, ci si adatta e così la poetessa osserva Mi adatto al medio destino dei viventi / insinuando il dispiacere / tra una premessa e l’altra o ancora Mi abituo a vivere / molto al di sotto della soglia / di ciò che avrei voluto. La presa di coscienza e l’adattamento di cui si parlava prima, perché vivere denota soprattutto capacità di adattamento alle avversità, permea la seconda parte della silloge. Le “Confluenze” sono spiragli di ricordi nostalgici che si innervano in un presente fatto di reazioni, coesioni, sviluppi. Ci si estranea da se stessi, fino a diventare quasi osservatori esterni, si comincia forse a rammendare lo strappo del perduto, traslocando nella vecchia casa del perduto, convincendosi che niente sarà perduto, facendosi perfino largo tra la folla del perduto. Il lessico di Gaita è a volte specialistico, altre informale, ricco di metafore,  personificazioni, anafore, che rendono la narrazione in versi sempre coinvolgente, ricca di immagini, quasi espressionista. Scrive, infatti, Ti lascio un bacio ai piedi dell’albero, pettinare tutti i giorni la speranza, pedinare il buio, e ancora l’ottimismo, / si stringe con disagio nelle spalle, il vuoto accende le sue luci, la campagna radicante manda un grido.

La terza sezione, infine, è dedicata ai propri luoghi, Montefredane, l’Irpinia, il Sud, attraverso una geografia dei luoghi vissuti e narrati che diviene geografia dei sentimenti perché si sta parlando di luoghi amati, il cui dramma li ha resi ancora più cari, da proteggere e da difendere. Anche il tuo corpo è da salvare, scrive nel testo dedicato al suo paese natale. È destino comune a tanti dedicare anni agli studi, formarsi e poi dover partire, lasciare la propria terra per garantirsi la sopravvivenza. Le proprie radici, però, non si dimenticano, si resta ancorati ai propri luoghi nella nostalgia del ricordo e nella speranza di un vivere futuro.

Sono partita, ma non dimentico l’Irpinia. / Resto ancorata all’utero dei campi, / covo la prole delle spighe, la proteggo / fino al millimetro finale della schiusa.

L’Irpinia è la terra colpita dal terremoto dell’Ottanta e Gaita dedica diversi testi a quel tragico evento, scrive infatti Fischiano i polmoni delle case, […] Il nido dell’infanzia è divorato, Respira ancora la cicatrice delle case, / il busto greve eretto nella tregua. E di cicatrici Gaita parla spesso: sono quelle comuni a tutti, quelle che ci fanno sentire fragili, depressi, confusi, omologati, aridi, affaticati, privi di ispirazione. Le sofferenze, le delusioni, i lutti da cui riprendersi e le esperienze di cui fare tesoro, ben presto, diventano percorso comune a tutti, uomini, donne che vivono e soffrono, perché la vita è sofferenza da cui possiamo imparare a proteggerci con la forza della resilienza, fino a prendere per buona la norma di resistere. Questo è probabilmente il messaggio che Gaita ci trasmette in queste belle pagine, “Sopportiamo” la nostra presenza nel mondo, lottiamo, viviamo intensamente, protestiamo, affrontiamo le avversità e gli eventi traumatici con coraggio e determinazione perché come Albert Camus scrisse in Nozze, “non c’è amore del vivere senza disperazione di vivere”.

© Deborah Mega

 

 

PROVO A DIMENTICARTI

 

Ho il cuore diroccato.

Si è spento tra le braccia

di quest’altra delusione

all’improvviso.

Provo a dimenticarti,

a ritornare sull’argine maestro

delle solite abitudini.

 

Svolto col vento

a Nord e a Ovest delle nuvole,

sprofondo nelle ossa oziose della stanza.

 

E un Dio non c’è

a rammendarmi lo strappo del perduto.

Io che non so sopprimerti

e fare sosta lontano dai tuoi arrivi.

 

Io che ti raspo l’oro dalle labbra,

che mi riparo dalla pioggia con l’ombrello

del tuo nome.

 

 

I TETTI DEL RESPIRO

 

La grandine tempestava il mio selciato,

ma io ero di tempra forte,

torcevo il naso allo squilibrio con un dito.

 

Quando il dolore

mi scoperchiava i tetti del respiro,

avevo ancora un tisico giacinto di reazione,

un forse striminzito, un tiepido sorriso.

 

E tra le zolle promiscue dell’inganno

ti cercavo,

ti disegnavo a tratti fermi

lungo il cuore.

 

Poi la frattura

che trasportò a valle i tronchi della fine.

 

Dall’umida parete trasudasti come un’acqua

e a sorte, dal buio, raccolsi una moneta,

ne trangugiai l’amaro fino al pozzo:

 

era il tuo volto,

seguiva la mia traccia.

 

 

L’IMPALCATURA

 

Hai deciso di andare.

Non devo insistere, non devo dire niente.

L’anima adesso è piena di rumori,

beve d’un fiato il vuoto, perde peso,

incrocia gli occhi degli dei irritati.

 

Ora la forza dovrà riprendere a soffiare,

ferma e insistente, da tutte le fessure.

Ora dovrò perseverare nell’uguale,

accendere le stelle cieche

a quelle azioni che sembravano scontate.

 

Eviterò di piantarmi nelle cose

troppo a fondo

e metterò le cicatrici ad asciugare

con il coraggio della volta prima.

 

Fuori dai malintesi e senza contrariarmi

quando l’impalcatura,

stanca di concepire,

cade al suolo.

 

 

DIVENTI

 

Tu sei un frangente di spiaggia,

scavi la mia scogliera,

ritorni al mare con moto di risacca.

 

Io ti raccolgo le acque

e una sottile pellicola di ansia

dalle labbra.

 

Cede il calore ricevuto questo giorno,

mostra la faccia illuminata

al tavolo, al quadro, alla ringhiera.

 

È l’ora in cui la gioia irriga il foglio

e la tua voce cammina senza posa

nella stanza.

 

Diventi il primo nella fila dei bisogni,

poti gli ulivi alla paura.

Mi dici: «Amore, non pensarci,

andiamo avanti».

 

 

DIFENDERE

 

Ci tocca sistemare

alcune tegole fuori posto,

rimpatriare i danni,

incunearci in un ulivo d’abitabile.

 

Insegna la storia

a non sentirci cancellati,

a non dilapidare la parola data.

 

Ed è fortuna

desumere la luce dalle foglie,

acclimatarsi al vento,

istituire un’adiacenza coi passanti.

 

Quando la gioia ti muore sulle labbra

come una parola,

devi nutrirti di quello che rimane

nel cestino,

difendere il “ti amo” che imparammo

in epoche remote,

 

ruotare attorno al fulcro dei viventi,

continuare.

 

Testi tratti da Monia Gaita, Non ho mai finto, La Vita Felice, 2021.