Delirio 11 agosto 2018 (il vuoto)

Questo scritto appartiene alla raccolta “Cronache sospese”, a questo link l’introduzione

DELIRIO 11.8.2018

E’ un argine il vuoto. un limite alla voragine. dentro il vuoto si riversa liquefatto tutto il malessere sospeso. esso non prendendo forma si scioglie nell’ indefinito inconoscibile. il vuoto è uno spazio di rarefazione potenzialmente infinito. non è veramente vuoto ma è un’area non precisata capace di ricevere riverberare introitare metabolizzare e disperdere. al vuoto convergono una marea di flussi provenienti dalle coscienze nei secoli  dei secoli esistenti. fiumi verso un mare sconfinato. al vuoto si consegnano tutti i singhiozzi silenti. uno sgomento indicibile che echeggia e rimbomba. che si quieta dunque nel vuoto. è il vuoto rimedio all’ esistere perdente. se è vero come è vero che vivere significa lottare ogni giorno. il vuoto raccoglie e ammortizza le infinite inevitabili sconfitte. remissioni dell’io desideri fughe e abbandoni. perdite ben più frequenti delle riuscite-vittorie.

Non penso che il vuoto non abbia pareti. il limite suo è dato proprio dal molteplice contenuto. che accoglie e rifrange i nuovi arrivi fluviali. questi l’uno nell’altro s’incrociano e compenetrano reagendo di vibrazioni che permettono l’eco. gli interstizi di spazio tra i contenuti sono in  multipli di dodici distanze così che l’eco possa pervaderli. a ben vedere il vuoto non è vuoto ma pieno d’echi invisibili e inudibili. nude urla di perdenti. urla disperate e silenti. urla a labbra strette. urla potenti a squarciagola. disumane urla voraci. grida di madri dolenti grida disperate e acute. sorde grida strozzate.

Non posso credere che la potenza virulenta di questo sparso dolore non abbia un luogo dove raccogliersi. e sostare. dove perdersi e maturare. un luogo dove s’incontra con altro dolore e prostrazione infinita. penso al vuoto come questo luogo. il vuoto è sostanzialmente tristezza. dentro matura la tristezza più profonda. il punto a cui arriva la coscienza sfinita da una rivelazione sconvolgente. la compiutezza della maturazione psichica. la visione nitida e la comprensione più autentica della solitudine dell’uomo. giungere a questa consapevolezza non è frutto di insegnamento. ne’ lettura che si trae dai libri o dal racconto verbale. o meglio si crede di aver compreso per insegnamento trasmesso. ma in realtà alla comprensione si arriva per esperienza personale. quando giunge il personale momento di sperimentare il vuoto. per alcuni è salutare. attraversando il vuoto diventano persone migliori.  per altri è devastante. nel senso che l’attraversamento non è un gesto di completezza ma li priva e incatena. questi restano nel transito. e la loro sorte è segnata per sempre. non sono i più. gli altri si rialzano e proseguono. nel cuore una croce.

Perché esiste il vuoto? perché questa spaventosa raggiunta consapevolezza non ritorni verso il centro e lo sferzi di mille pene. il vuoto raccoglie e non teme. ha dentro il frutto della messe di nefandezze fallimenti prove azioni omissioni disgrazie.  è il pozzo senza fondo della parte più oscura dell’umanità. non si può odiare o amare. non ci si può rapportare volontariamente. è magma fluente emozionale ed è chiamato vuoto perché non esiste un nome per questa entità. ma c’è certamente. certamente ci deve essere il luogo di riunione della sofferenza umana. lì dove s’incontrano il dolore vittima e il dolore assassino. l’omicida e l’ucciso. il guardiano e il prigioniero. il figlio e la madre. il carnefice e lo scarnificato.  il pianto e il lamento.

Forse non è vero che non ha forma. se Dio avesse forma e la forma fosse infinito. il vuoto sarebbe Dio.

Annunci

Incipit 23: Moby Dick

Tag

, ,

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un gran gesto filosofico Catone si butta sulla spada: io zitto zitto m’imbarco. E non c’è niente di strano. Se soltanto lo sapessero, prima o poi quasi tutti nutrono, ciascuno a suo modo, su per giù gli stessi miei sentimenti per l’oceano.  […]

Herman Melville, Moby Dick, Bentley, Harper & Brothers, 1851

Il romanzo Moby Dick fu scritto in un anno e mezzo da Hermann Melville e fu dedicato all’amico Nathaniel Hawthorne. Capolavoro della letteratura americana della American Renaissance,  fu pubblicato in due versioni differenti nel 1851: in ottobre a Londra dall’editore Bentley con il titolo The Whale (“La balena”) con modifiche fatte dall’autore e dall’editore per ripulire il testo dalle parti considerate offensive nei confronti della Corona britannica; in novembre a New York presso l’Editore Harper & Brothers con il titolo definitivo Moby-Dick. Alla morte di Melville però, nel 1891, l’opera era fuori stampa, fu riscoperta solo negli anni Venti del ‘900.

La vicenda narrata da Ismaele, nome di origine biblica, nella Genesi infatti Ismaele è il figlio di Abramo e della schiava Agar, tratta il tema del viaggio della baleniera Pequod, comandata dal capitano Achab e della maledizione perchè la nave è condannata ad essere affondata da un’enorme balena bianca, in realtà un capodoglio, verso il quale Achab nutre una smisurata sete di vendetta. In Moby Dick oltre alle scene di caccia alla balena, si affronta il dilemma dell’ignoto, il senso di speranza, la possibilità di riscattarsi. Il narratore Ismaele, alter ego dell’autore, tratta riflessioni scientifiche, religiose, filosofiche sulla verità e la giustizia e trasforma il viaggio in un’allegoria della condizione della natura umana. Il contenuto enciclopedico e digressivo richiede che la lettura sia accompagnata dall’interpretazione, in quanto l’autore utilizza un gran numero di citazioni di storie epiche, shakespeariane, bibliche. Moby Dick fu tradotto in italiano per la prima volta nel 1930 dallo scrittore Cesare Pavese che non riuscì a farlo pubblicare. Solo nel 1932 l’editore Carlo Frassinelli lo fece stampare nella sua neonata casa editrice come primo titolo della collana Biblioteca europea diretta da Franco Antonicelli. Il narratore Ismaele è un marinaio che nonostante «sia oramai piuttosto vecchio del mestiere» ha deciso che per il suo prossimo viaggio s’imbarcherà su una baleniera. In una notte di dicembre giunge alla Locanda dello Sfiatatoio, presso New Bedford, accettando di dividere un letto con uno sconosciuto al momento assente. Quando il suo compagno di branda, un tatuatissimo ramponiere polinesiano chiamato Queequeg, fa ritorno a ora tarda e scopre Ismaele sotto le sue coperte, i due uomini si spaventano reciprocamente. Diventati amici, i due decideranno di imbarcarsi assieme dall’isola di Nantucket sulla Pequod. La nave è comandata da un inflessibile capitano chiamato Achab ed è equipaggiata da 30 marinai di ogni razza e provenienti da ogni angolo del pianeta. Sul molo i due amici s’imbattono in un misterioso uomo dal nome biblico di Elia che allude a future disgrazie che colpiranno Achab. L’atmosfera di mistero si amplifica la mattina di Natale quando Ismaele vede delle oscure figure nella nebbia vicine al Pequod, che proprio quel giorno spiega le vele. All’inizio sono gli ufficiali della nave a dirigere la rotta, mentre Achab se ne sta rinchiuso nella sua cabina. Il primo ufficiale è Starbuck, un uomo severo e coscienzioso che si dimostra anche un abile comandante; il secondo ufficiale è Stubb, spensierato e allegro, collezionista e fumatore di pipe; il terzo ufficiale è Flask, tozzo e di bassa statura e del tutto affidabile. Una mattina, qualche tempo dopo la partenza, finalmente Achab compare sul cassero della nave. La sua è una figura imponente priva di una gamba dal ginocchio in giù, rimpiazzata da una protesi realizzata con la mascella di un capodoglio. Achab svela all’equipaggio che il vero obiettivo della caccia è Moby Dick, un vecchio ed enorme capodoglio, dalla pelle chiazzata che lo ha menomato durante il suo ultimo viaggio a caccia di balene. Egli non si fermerà davanti a niente nel suo tentativo di uccidere la balena bianca. Durante la prima calata della lance per inseguire un gruppo di balene, Ismaele riconosce gli uomini intravisti nella foschia prima che il Pequod salpasse. Achab aveva in segreto portato con sé il proprio equipaggio, incluso un ramponiere chiamato Fedallah, un enigmatico personaggio che esercita una sinistra influenza su di lui. Il romanzo descrive numerosi incontri con altre navi in mare aperto durante i quali Achab rivolge sempre la stessa domanda all’equipaggio delle altre navi: «Avete visto la Balena Bianca?». Quando il Pequod entra nell’Oceano Pacifico Queequeg si ammala e chiede al carpentiere della nave che gli venga costruita una bara che non gli servirà poiché alla fine deciderà di continuare a vivere. Quando Achab non accoglie richieste di aiuto da altre navi perché è davvero vicino a Moby Dick e non si fermerà di certo per soccorrerli, Starbuck lo implora invano di riconsiderare la sua sete di vendetta. Il giorno dopo, il Pequod avvista Moby Dick. Per due giorni l’equipaggio insegue la balena, che infligge loro numerosi danni, compresa la scomparsa in mare del ramponiere Fedallah. Il terzo giorno Moby Dick, riemergendo, lo mostra ormai morto avviluppato dalle corde dei ramponi. Il capodoglio che nuota lontano dal Pequod non cerca la morte dei balenieri mentre Achab vuole la sua vendetta. Achab ignora per l’ennesima volta la voce della ragione e continua con la sua caccia sventurata. Poiché Moby Dick aveva danneggiato due delle tre lance che erano salpate per cacciarlo, l’imbarcazione di Achab è l’unica rimasta intatta. Achab rampona la balena, ma la corda del rampone si rompe. Moby Dick si scaglia allora contro il Pequod stesso, il quale, danneggiato gravemente, comincia ad affondare. Achab rampona nuovamente la balena ma questa volta il cavo gli si impiglia al collo e il capitano viene trascinato negli abissi oceanici dall’immersione di Moby Dick. La lancia viene quindi inghiottita dal vortice generato dall’affondamento della nave, nel quale quasi tutti i membri dell’equipaggio trovano la morte. Soltanto Ismaele riesce a salvarsi, aggrappandosi alla bara di Queequeg. Il romanzo di Melville ha notevolmente influenzato gli autori successivi dando origine a innumerevoli citazioni in altre opere e ad una ricca cinematografia.  La caccia alle balene ai tempi di Melville era divenuta un’attività idealizzata, rappresentava la vitalità dello spirito americano che si espande sugli oceani e il conflitto primordiale tra l’uomo e le forze misteriose della Natura. Il viaggio diventa per Ismaele e per Melville alternativa alla morte, processo di accostamento al Vero. È impresa eroica, ma anche processo di colpa e punizione. Qualcuno ha sottolineato l’aspetto faustiano di Achab, il fatto che rappresenti la maledizione dell’uomo moderno, escluso dalla Natura che rimpiange; altri hanno visto in lui l’eroe folle di Byron e dei romantici, il superuomo o il dittatore che spinge una ciurma di automi al suicidio collettivo. Nel rispettare l’altro da sé e il mistero delle cose Ismaele è l’unico che si avvicini a capire la balena bianca e l’unico capace di sopravvivenza e di rinascita. Forse per questo è l’unico a salvarsi e a poter testimoniare. Moby Dick è per ciascuno ciò che vuol credere: per Achab l’incarnazione del male metafisico, per Queequeg uno dei demoni contro cui si deve lottare, per Ismaele una creatura ambigua come la Natura, benigna e malvagia, vulnerabile e allo stesso tempo immortale. Per Melville la lotta epica tra Achab e la balena rappresenta l’eterna sfida tra il Bene e il Male e Moby Dick il Male dell’universo.  Ma la balena rappresenta anche l’Assoluto che l’uomo insegue e non può conoscere mai.

Deborah Mega

 

 

 

Deriva 8 agosto 2018 (migrazioni)

Questo scritto appartiene alla raccolta “Cronache sospese”, a questo link l’introduzione

DERIVA 8.8.2018

Di che parliamo quando parliamo di scrittura. un uccello in volo che emette il suo verso e dichiara perciò di stare al mondo. esserci è l’idea condivisa in questa babele mediatica a colpi di like. per sintesi trasversale dell’armamentario empirico. esserci per riconoscersi nel parossismo delle immagini. leggere del caffè alle cinque del mattino dopo una notte insonne.  raccontare il latte il suo essere senza sapore. un’entità che scivola in gola consegnando la mucca che l’ha prodotto, l’erba che l’ha nutrito, la raccolta del liquido, il suo inscatolamento e distribuzione – per essere così soliti e sicuri – alla nullità del sapore inesistente. sostare nell’indifferenza dell’abbondanza. appaiando alla certezza del cibo che scolora nella notte l’incertezza delle domande irrisolte.

Quale possa essere il colore dello sciabordio delle onde sui barconi della speranza. se sia veramente il rosso il colore che veste i bambini e se questi indossano pannolini coi culi grossi che appesantiti d’acqua vanno a fondo. cosa urlano alle adolescenti di colore gli uomini che le stuprano. cosa sussurrano altrimenti col fiato maleodorante che sarà vomito nel ricordo. e le madri dove sono le madri. i padri stipati figli di un’altra terra. nel piatto c’è il vuoto. devono sfamare i campi. nutrire la cena. anche lavarsi è un bisogno. dei benedetti confini solo un ricordo. per l’ospitalità dei pellegrini. ora invece s’innalzano muri d’acqua e rifiuti. non c’è salvezza. inutile e arrogante la deriva impera.

I padroni hanno sempre le scarpe grosse. sferrano calci. da dove viene la fama ai negrieri. da un vaso rotto agli incendi. morire in Grecia abbracciati nel fuoco. in quest’estate d’inferno. il mondo va avanti a vaccini e pedate. urlano più forte ancora più forte gli ignoranti. è la legge dell’eccesso. tirando la corda questa si rompe. avete riempito le siringhe di vermi. avete le ronde nel quartiere di notte. ormai siete dentro cercate un lavoro. gli altri là fuori moriranno di fame e vivranno di stenti. si paga la guerra  per decenni. tatuata sulla pelle dei contrari. disossate la terra. quattro vacche per magre che siano proprie. fate del luogo d’infanzia un paradiso. almeno se potete una nuova terra.

Chiusi nel nostro malessere singolare. ciascuno nel proprio brodo d’inquietitudine canta sempre più acuto il delirio d’impotenza.

Nota critica su “In che luce cadranno” di Gabriele Galloni

Tag

, ,

Death is nothing at all.
I have only slipped away to the next room.

Henry Scott Holland

 

Sorprende che a parlare di un tema tanto dibattuto ma mai scontato come è quello della morte sia un poeta giovane che a tutto dovrebbe pensare tranne che a questo. Gabriele Galloni dedica a coloro che non ci sono più la sua seconda silloge, edita da RP Libri. Non è un caso probabilmente che la lirica di apertura tratti il tema della consolazione. Galloni scrive che i morti, pur essendo ancorati loro malgrado all’Invisibile, dimostrano il loro amore tentando di consolare noi e l’inquieta vastità della casa, appaiono nei discorsi e nei ricordi di chi resta, rappresentano il lapsus e l’indicibile nelle conversazioni dei vivi. Continua a leggere

Cronache sospese: intro

Per i prossimi mesi curerò qui sul blog Limina mundi una nuova iniziativa. Non si tratta di una rubrica, ma una raccolta di brevi scritti nei quali lascerò spazio al fluire del pensiero, vagando nelle anticamere della forma poetica. Gli scritti, in relazione al contenuto, si chiameranno: “Delirio” se scritti in apnea, “Deriva” se proiezioni estroflesse, “Detriti” se contengono tracce di respiro e luminosità. I nomi non escludono innesti dell’una “tipologia” nell’altra, né sconfinamenti nella dimensione onirica o narrativa. L’autore naturalmente è lui,  e lui, naturalmente, è un altro.

Il titolo dell’iniziativa è “Cronache sospese”. “Sospese” perché sospese di molte cose: il giudizio, la classificazione, il nome dell’autore, l’intento, la durata, la fine… “Cronache” perché prendono spunto dal presente in modo evidente, ma non sempre trasparente.

Prevedo di proporre circa uno scritto a settimana appartenente ad una di queste sezioni appena illustrate, senza un ordine/sequenza prestabiliti. Gli scritti saranno pubblicati indicando la data di produzione di ciascuno.  Non posso minimamente prevedere cosa ne verrà fuori, ma il progetto mi affascina. Cominciamo quindi questa nuova avventura.

Nota critica sull’antologia di racconti “Il tempo sospeso” di Francesca Varagona

Tag

, ,

36295420_153240565550241_5511889040292446208_n

Dalla percezione e dall’osservazione del reale si alimentano i racconti che compongono l’antologia di Francesca Varagona edita da Terra marique, opera in cui il filo conduttore è quello della mancanza intesa come perdita, dispersione, mancata realizzazione di un progetto di vita. Non è come dire vacuità perché il concetto stesso di mancanza porta alla mente l’esatto opposto, la presenza di qualcuno o qualcosa e l’attesa del ritorno oppure il manifestarsi di un fatto e il suo non verificarsi. L’autrice, con grande abilità narrativa, organizza un’ampia e variegata carrellata di tipologie e comportamenti umani soprattutto femminili. “Le vite delle donne senza nome sono silenziose”, scrive l’autrice, eppure sono vite vissute appieno, colme di gioie e di lutti. Continua a leggere

INVETTIVA

Oggi – alla fine è giunto –

è il giorno giusto per un’invettiva.

Ce n’è per tutti e poco me n’importa

ch’io sia esagerata nel mio sdegno.

Ne ho sopportati tanti di censori

di professionisti dell’amore o dell’indignazione

pronti a scagliarsi contro questo e quello

certi di avere occhio sveglio e mente lesta.

Ne ho tollerati molti, sforzandomi a capire

che era colpa d’altri se erano così

che forse era stata la nascita

dentro un mondo serrato da sbarre di paura

o la frequentazione di fame e ignoranza

quali maestre infami

oppure – al contrario – l’eccesso di ricchezze

e di agi e privilegi a farli duri

ad adeguare il passo alla fatica altrui.

Oggi non ho più voglia di capire.

Ho voglia solo di gridare:

mi avete fatto male e senza alcun bisogno

mi avete fatto male come a tutti quelli

– che insieme a me son vivi – che dite di aiutare.

Quelli seduti in mezzo tra l’essere vili o prodi

tra l’innocenza nuda e ogni malizia

quelli che la paura d’essere detti matti

da un pezzo han superato

perché si sanno umani

pieni di vizi e spigoli, di cancri e di brutture

e insieme belli a spasimo

come solo chi si sa ogni giorno

in bisogno perenne di perdono

può essere e restare

mentre il mondo

impazza correndo dietro al nulla.

Meriggiare pallido e assorto

Tag

, ,

Limina Mundi riprende la sua programmazione ordinaria con la pubblicazione di un celebre testo di Eugenio Montale dedicato all’estate e tratto dalla raccolta Ossi di seppia. Il poeta descrive il paesaggio ligure assolato e riarso dal sole durante le ore più calde di un pomeriggio estivo. Gli elementi della natura diventano emblemi della sofferenza e del male di vivere che accomuna tutte le creature: il frusciare delle serpi, il movimento incessante delle formiche, il suono quasi metallico del mare sono tutte espressioni del brancolare privo di senso, dietro le quali si annida prepotentemente il nulla. Lo stesso vivere è come camminare costeggiando un muro invalicabile, che ha in cima “cocci aguzzi di bottiglia”, si mette in evidenza così l’impossibilità di sfiorare e comprendere il vero senso dell’esistenza. Meriggiare è il primo di una lunga serie di infiniti e forme impersonali come “ascoltare” “Osservare”, “andando”, “sentire”, “seguitare” che ricorrono nel componimento, per rappresentare una situazione di desolante staticità. I suoni aspri e secchi della c velare, della s e della r insieme al gruppo gl (“abbaglia”, “meraviglia”, “travaglio”, “muraglia”, “bottiglia”) che ricorrono per tutta la poesia, ricordano le scelte stilistiche dell’Alighieri delle “rime petrose”. L’immagine del muro è qualcosa di invalicabile, più che ad una barriera fisica si fa riferimento ad una condizione metafisica ed esistenziale. La poesia si compone di tre quartine e una strofa conclusiva di cinque versi (di varia misura, dall’endecasillabo al novenario) con rime secondo lo schema: AABB CDCD EEFF GHIGH.

foto di Deborah Mega

 

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

EUGENIO MONTALE, da Ossi di seppia

Vacanza

Alla religione dell’avere ragione
rinuncio
al suo dio morto prima del tempo
prima che la morte fosse più
di un banale dato di fatto
e ci venisse la voglia
di conservare almeno le ossa
di madri e padri e fratelli e sorelle e figlie e figli
e di tutti gli altri simili a noi nella buona povertà
Rinuncio alla vittoria ma non alla dignità
alla sicurezza ma non al conforto
Sullo specchio si asciugano le lacrime
coincidono le tracce del sale
hanno angoli simili i sorrisi
Brucio sul fuoco la rabbia
conservo in otri nuovi
la giusta indignazione
In cima alla pila non saremo meno morti
di quelli sott’acqua

PAUSA VACANZE

Cari amici, il blog LIMINA MUNDI vi saluta per le meritate vacanze e vi augura

relax e riposo.

Torneremo a settembre  con nuove e consuete rubriche, nuove idee e nuovi propositi. Vi lasciamo in compagnia di tante buone letture…

Qui troverete le nostre rubriche:

Punti di vista

Incipit

RandoMusic

Prisma lirico

Una poesia a caso

Forma alchemica

Versi trasversali

IbridaMenti

Canto presente

*

Qui troverete gli AUTORI CONTEMPORANEI nel blog

Qui gli AUTORI DEL PASSATO

Qui gli ARTISTI CONTEMPORANEI

Qui gli ARTISTI DEL PASSATO

Qui i MUSICISTI trattati

LA REDAZIONE di LIMINA MUNDI

Canto presente 34: Leopoldo Attolico

Tag

,

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

LEOPOLDO ATTOLICO

MITICO PEPPINO

“Quando il pettine si riempirà di nodi
vorrà dire che tutti i nodi son venuti al pettine!”
vaticinava acutamente Giuseppe Conte
di fronte a una platea che pendeva dalle sue labbra
tutta tesa a capire dove andava a parare
la latitanza di quel significante
travestito da espressione figurata
non precisamente affascinante.
Ma il mitico Giuseppe
non amava decriptare le sue agudezas desultorie.
Una scontrosa passione per la condizione umana
gli dettava allarmanti così è se vi pare
da esplicitare solo alla fine
nei tempi lunghi dell’altrui pazienza;
e passò oltre, lasciando lo scoppio ritardato
drammaticamente in balìa di matasse di sebo
gordianerie e untuosità varie

IL ROSARIO DELLE VECCHIETTE

Se nunc et in hora
diventa ‘ncatanòra
è scorbuto celeste
ma anche picco Dada di grande suggestione.
Lo sanno le fiammelle delle candele
nel divertito tremore
che sposa il fai da te del latinorum
al top dell’invenzione verbale
(s)conciata per le feste

CRISI DI COPPIA A CANALE CINQUE

Il plusvalore è evidente:
la terapia del valzer travolgente
è avallata dalla brava presentatrice (?!)
e il tubo catodico è il garante

Ben venga quindi la metafora della danza
per proporre una strategia di coppia:
danzare insieme
tra comunicazione conflitto e mediazione !

(Se proprio non funziona
c’è la Sacra Rota di Sua Santità
che risolve
con la modica quantità
dell’obliterazione)

PRECARIATO E PRODUZIONE DI REDDITO

Anche se è un segnale (non positivo)
di contaminazione dal basso
di pensieri e parole che dovrebbero volare alto,
l’ultima ratio declinata da Celeste
ha margini d’inchiostro inattaccabili:
-non si può continuare a infiorare di addendi la morale.
Bando a prospettive opache e ansiogene.
Il mio fondoschiena vale più di due lauree

GRANDE STATISTA

Con il bon ton municipale
del buon padre di famiglia
ha depenalizzato il falso in bilancio.
Ma non è più creatività d’alto profilo
il fai da te quando consuona
con la questione morale arresa all’elettronica:
se un tempo si parlava con la propria coscienza
oggi ci trovi la segreteria telefonica

IN PARADISO SENZA REDENZIONE

No, non ho il destro
per denuncià ‘sto sinistro;
non ho cuore, davvero.
(Ma lei, il bolide trasgredente
che ci faceva piangente
bellissima e senza patente
a quell’ora di notte?)

Ora che nel cotidie
la menzogna macchia le parole
e tutto sembra fugace e feroce,
può anche accadere che una inezia di dismisura innocente
mi mandi dritto in Paradiso
senza soste intermedie:
“perdono,signore…”

In “La realtà sofferta del comico”, Aìsara, 2009

 

 

Nota critica su “Capogatto” di Emilia Barbato

Tag

, ,

Persegue la sua “poesia del possibile”, Emilia Barbato, nell’ultima silloge Capogatto, edita per i tipi puntoacapo Collezione Letteraria. L’opera si presenta tripartita nelle sezioni Bastìa, Capogatto, Via dei transiti attraverso un percorso programmatico fortemente connotato di simbolismo e sacralità. Partiamo dal titolo. La prima definizione di Capogatto nel dizionario è capogiro, giramento di testa, la stessa autrice però precisa che l’espressione faccia riferimento ad una tecnica che, in agronomia, è impiegata alle propaggini della vite e che consiste nell’interrare l’apice del tralcio affinché generi nuove radici. La vite, e con essa qualsiasi germoglio venga riprodotto, rappresenta la vita stessa. Non a caso ne condivide la stessa etimologia e ne rispecchia il desiderio di fertilità, bellezza, prosperità, equilibrio.  Leggendo i versi di Emilia Barbato emerge un vigile controllo della parola, del lessico, perfino dei sentimenti, delle pulsioni, delle tentazioni, che, inevitabili, sembrano scorrere come linfa “nei nodi, nei tessuti conduttori”, talvolta guizzano in superficie per pochi attimi rivelatori per poi essere nuovamente controllati e messi a tacere.  Sacrificio inteso come disciplina, volontà e fede sono le qualità richieste affinchè la pianta madre dia frutto. Questo nobilissimo desiderio di riproduzione attecchisce nella sezione centrale del libro, intitolata non a caso “Capogatto”, certamente la più riuscita, laddove l’autrice, immedesimandosi con la talea, afferma “modulo un vagito -attecchisco- / fuori di me schiudo / gemme, cresco una figlia.” Continua a leggere

Prisma lirico 25: Henry Scott Holland – Ryan Pernofski

A Christian Tito

« La morte non è nulla. Non conta.
Io me ne sono solo andato nella stanza accanto.
Non è successo nulla.
Tutto resta esattamente come era.
Io sono io e tu sei tu e la vita passata che abbiamo vissuto così bene insieme
è immutata, intatta.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il vecchio nome familiare.
Parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce,
Non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.
Sorridi, pensa a me e prega per me.
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima.
Pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
È la stessa di prima,
C’è una continuità che non si spezza.
Cos’è questa morte se non un incidente insignificante?
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Va tutto bene; nulla è perduto
Un breve istante e tutto sarà come prima.
E come rideremo dei problemi della separazione quando ci incontreremo di nuovo! ».

Henry Scott Holland

Canto presente 33: Christian Tito

Tag

,

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

CHRISTIAN TITO

 

Facebook mi informa che a Nizza

i miei amici sono vivi,

i morti e i feriti sono altri

 

a Manchester  la posizione dell’ordigno

conferma che il bersaglio erano i bambini

 

“Dio voleva questo” dice spesso chi uccide,

qualcun altro invece afferma

che è Satana a volerlo

 

difficile capire di chi sia l’intelligenza delle bombe

 

un giorno un uomo ha scelto di guidare un camion

per schiacciare altri uomini  intenti a passeggiare

un altro giorno un altro uomo ha scelto

di costruire un ordigno pieno di chiodi

per fare a pezzi dei bambini

 

che siano riferite a Dio o al suo Nemico

niente appare nuovo sotto il sole.

*

Fermato in Viale Stelvio angolo Farini

molestava peruviana dicendo bella troia

lo portano in reparto alle quattro del mattino

urla gobbi di merda brutte merde bianconere

 

due infermieri lo cingono decisi

scalcia morde urla forza Milan

gli infilzano una siringa di aloperidolo nel fianco

forza Milan forza Milan merdosi gobbi di merda

 

ferma le gambe

poi le braccia

poi i pensieri

spariscono i cattivi bianconeri

 

“ho detto solo bella troia

non brutta troia

brutta lo dicono i cattivi

sono loro che dovete fermare”

 

si mette a dormire

 

io non dormo più.

*

Da dove sto scrivendo

Nel ginepraio di via Dino Villani numero 3

cerco Alessandro il matto

quello grasso e le infradito anche in gennaio

 

lo cerco quando è sera

e il fiato fuma

e i nomi sui citofoni sono segni fracassati

allora entro

tento dentro

ogni scala è un segreto che collassa

eppure chi cerco esiste

e quello che cerco per esistere

vuole essere cercato

 

salgo ad ogni piano e busso

“Alessandro, sono il farmacista

abbiamo sbagliato a darti le compresse

dobbiamo cambiarle Alessandro”

 

lui apre al sesto piano

coi piedi scalzi e le caviglie gonfie

con le unghie nere e un Modigliani al muro

e c’è odore di brodo

e ci sono macchie rosse sulla canottiera

sarà sugo spero

“Alessandro è sugo, vero?”

 

è vero

è tutto vero

lo capisco qui

qual è il mio mestiere:

sbagliare per uscire

per entrare nelle case

per uscire dalla casa

 

a fianco a Modigliani una donna

– è la mamma era qui

ora è sul muro

ora

incastrato tra le mura ci sono io-

“sì ci sei tu Alessandro

non io

non più

ciao Alessandro

vado”.

*

Da bambini giocavamo a calcio dappertutto

spostavamo persino siringhe

temendo unicamente di bucare il pallone

 

in campagna con Nico finivamo spesso

coi ginocchi insanguinati,

ma eravamo felici

 

il nostro gioco non poteva finire

 

ricordo Emanuele, lo stopper,

non era un fenomeno

se non nel tenere alto il morale di tutti

 

prendeva in giro anche il padre eterno

 

il fruttivendolo un giorno non l’aveva capito

così prese un peso da un chilo

e gli sfondò la testa

 

il gioco di Emanuele finì così

il nostro dura tutt’oggi

talvolta ancora sangue

ma non dalle ginocchia

 

certe volte, ancora oggi, siamo felici.

*

Forse noi no, ma lo sanno i nostri corpi

della violenza imposta su di tutti

 

lo sa bene la pelle

che si sfalda in mille croste

e le nostre colonne e le vertebre e i dischi

che tentano la fuga persino dalle ossa,

ne hanno forte percezione i nostri stomaci

bucati dagli acidi in eccesso

 

non esagerava il poeta nell’esporre le sevizie,

la merda ingoiata per il piacere dei mostri.

 

Forse voi no, ma io so cosa compriamo

per mettere tutto a tacere,

come si usa la chimica

sulla coscienza dei corpi,

 

come  spegniamo la luce ai bambini

quando hanno ancora gli occhi aperti.

*

Ti daranno infinite occasioni per piegarti

e tu non ti piegare,

basterà uno sguardo a certe facce

per sentire minacciata la tua fede,

ma tu credi, credi sempre figlio mio,

e non credere che ogni credo poi non muti,

ma dentro quel mutare qualcosa si conserva:

quel passarci dentro agli occhi un po’ di luce,

quel dirti a bassa voce solamente che ci siamo,

che per te volevamo solo esserci

e, miracolosamente,

nel miracolo della tua vita,

per un po’

ci siamo stati.

*

Oggi diciassette febbraio dell’anno duemilaquindici

la terra ruota sotto le nostre suole

e mentre gira e tutti noi giriamo

sento il battito del mio secondo figlio

 

perso dentro quel ritmo penso al mio amico

ha un tumore al di sotto del cranio

 

perso

penso

prego che tra non molto

mani di uomini esperti,

ma spero anche buoni,

estraggano la vita dal ventre di mia moglie

e la morte dal cervello del mio amico

 

lui di figli ne ha già due

e i padri buoni sono pochi.

 

Prisma lirico 24: Eugenio Montale e Renè Magritte

Nel prisma lirico di oggi la poesia di Eugenio Montale e l’opera di Renè Magritte

René Magritte, The Poet Recompensed

Mia vita, a te non chiedo lineamenti
fissi, volti plausibili o possessi.
Nel tuo giro inquieto ormai lo stesso
sapore han miele e assenzio.

Il cuore che ogni moto tiene a vile
raro è squassato da trasalimenti.
Così suona talvolta nel silenzio
della campagna un colpo di fucile.

Eugenio Montale

 

testo di Eugenio Montale da “Ossi di seppia”, 1925

opera “The poet ricompensed” di Renè Magritte, 1956

PUNTI DI VISTA 10: Les Demoiselles d’Avignon

Tag

, ,

In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.
Oggi analizziamo Les Demoiselles d’Avignon di Pablo Picasso.

“Les Demoiselles d’Avignon” è uno dei più celebri dipinti di Pablo Picasso, quello che inaugura la sua stagione cubista. È un olio su tela, realizzato nel 1907, di misura cm 243,9 x 233,7. È conservato al Museum of Modern Art (MoMA) di New York. Originariamente il quadro doveva intitolarsi Le bordel d’Avignon, ritrae infatti una casa d’appuntamenti di calle Avignon, a Barcellona e cinque giovani prostitute nude: quattro in piedi, poste di fronte, di tre quarti e di profilo, e una seduta.  Continua a leggere

Prisma lirico 23: Wallace Stevens – Abbott Handerson Thayer

Nel metafisico Prisma lirico di oggi gli angeli di Wallace Stevens e Abbott Handerson Thayer

800px-Abbott_Handerson_Thayer_-_Angel_-_Smithsonian

Abbott Handerson Thayer

Io sono l’Angelo della realtà,
intravisto un istante sulla soglia.

Non ho ala di cenere, né di oro stinto,
né tepore d’aureola mi riscalda.

Non mi seguono stelle in corteo,
in me racchiudo l’essere e il conoscere.

Sono uno come voi, e ciò che sono e so
per me come per voi, è la stessa cosa.

Eppure, io sono l’Angelo necessario della terra,
poiché chi vede me vede di nuovo

la terra, libera dai ceppi della mente, dura,
caparbia, e chi ascolta me ne ascolta il canto

monotono levarsi in liquide lentezze e afferrare
in sillabe d’acqua; come un significato

che si cerchi per ripetizioni approssimando.
O forse io sono soltanto una figura a metà,

intravista un istante, un’invenzione della mente,
un’apparizione tanto lieve all’apparenza

che basta che io volga le spalle,
ed eccomi presto, troppo presto, scomparso.

6482475795_34ed92523b_o

Abbott Handerson Thayer

testo: Wallace Stevens,  “L’angelo della realtà”, tratto da “Angel surroundend by paysans” (traduzione di Nadia Fusini)

opere:

“Angelo” di Abbott Handerson Thayer, 1889

“TheAngel” di Abbott Handerson Thayer, 1903

RandoMusic 10: Smells like teen spirit

Tag

, ,

L’aggettivo random usato nel linguaggio scientifico e tecnologico con il significato di casuale, privo di regolarità, senza un ordine preciso, ha fornito lo spunto per una nuova rubrica, questa volta musicale, che curerò due volte al mese di lunedì. Esistono  pezzi musicali a cui siamo particolarmente legati: alcuni sono diventati simbolo di una generazione, altri hanno generato e ispirato rivoluzioni e movimenti culturali riscrivendo regole, altri ancora sono divenuti strumenti di protesta riuscendo a smuovere coscienze. Li descriverò raccontando l’intreccio di musica e vita che li ha prodotti.

Continuiamo questo percorso con…

Smells like teen spirit è un singolo del gruppo musicale statunitense Nirvana, pubblicato  dalla Geffen Records nel settembre 1991 come primo estratto dell’album Nevermind. Kurt Cobain, frontman del gruppo,  aveva scritto e composto la maggior parte delle tracce dell’album, che molto spesso avevano riferimenti autobiografici alla famiglia e alla problematica relazione sentimentale del cantante con Tobi Vail, la sua ragazza dell’epoca.

Smells like teen spirit, composto da Cobain, Krist Novoselic e Dave Grohl, presenta la tipica struttura strofa-ritornello; il riff principale in tonalità di Fa minore è utilizzato durante l’introduzione e il ritornello. Fu ritenuto dai media musicali l’«inno di una generazione» e Cobain considerato «portavoce» della generazione X, sebbene l’artista non gradisse tale appellativo.  I Nirvana entrarono nelle tendenze dominanti e permisero la divulgazione di un sottogenere del rock alternativo chiamato grunge.

L’inaspettato successo che Smells like teen spirit ebbe infatti, portò Nevermind in cima alla classifiche, tanto da riuscire a spodestare Dangerous di Michael Jackson dalla vetta della classifica statunitense Billboard 200. Il brano  fu acclamato dalla critica e vinse due MTV Video Music Awards per il suo videoclip promozionale e ancora oggi è considerato uno dei pezzi più importanti della storia della musica rock. Il frontman Kurt Cobain, in un’intervista concessa a Rolling Stone il 27 gennaio 1994, ha rivelato che Smells like teen spirit fu un tentativo di scrivere una canzone nello stile dei Pixies, gruppo che ammirava molto. La prima volta che presentò il brano agli altri membri del gruppo, era costituito solo dal riff principale costituito da quattro accordi (Fa5–Si♭5–La♭5–Re♭5) e dalla melodia vocale del ritornello, che il bassista Novoselic al tempo liquidò come “ridicola”. Cobain trasse ispirazione per il titolo durante una notte dedicata all’alcool e al vandalismo, trascorsa con la sua amica Kathleen Hanna, la quale tracciò sul muro della casa di Cobain con la vernice spray la scritta “Kurt smells like teen spirit” (“Kurt profuma di Teen Spirit”),  un deodorante per adolescenti molto in voga all’epoca. Cobain, che all’epoca non conosceva il nome del deodorante, pensò che la ragazza volesse indicare il suo “spirito adolescenziale” e “rivoluzionario”.

Il bambino nella copertina dell’album Nevermind è Spencer Elden, fotografato all’età di 4 mesi, nudo, in una piscina di Pasadena, California, dal fotografo Kirk Weddle, mentre sembra rincorrere un biglietto da un dollaro appeso ad un amo da pesca.  L’idea dell’immagine era venuta a Cobain dopo aver visto un documentario sul parto in acqua.

Il videoclip promozionale per Smells like teen spirit fu diretto da Samuel Bayer, sancendo l’inizio della sua carriera come regista. Girato nell’ agosto 1991 nello Studio 6 dei GMT Studios della cittadina californiana Culver City, il video mostra i membri del gruppo esibirsi nella palestra di un liceo sotto gli occhi degli apatici studenti disposti sugli spalti e accompagnati dai balli di cheerleader sulle cui divise nere è stampato il simbolo anarchico dell’A cerchiata. Lo spettacolo degenera con la rivolta degli studenti che demoliscono il set e il frontman che sfascia la propria Fender Mustang. La distruzione del set è il risultato di un vero malcontento delle comparse, reclutate dai membri del gruppo attraverso la distribuzione di volantini a Los Angeles.  I ragazzi erano stati costretti a stare seduti per numerose riprese durante un intero pomeriggio. Cobain disapprovò la versione finale di Bayer e rimontò personalmente il video, realizzando la versione definitiva che venne diffusa. La parola “chaka” scritta sulla grancassa della batteria suonata da Dave Grohl si riferisce al nome di un graffiti artist, la parola “scream” stampata sulla maglietta si riferisce invece al gruppo  Scream di cui Grohl aveva fatto parte prima di militare nei Nirvana. Così come il brano, il videoclip di Smells like  teen spirit ricevette un’accoglienza positiva da parte dei critici. L’album produsse inoltre altri tre singoli di successo: Come as You AreLithium, e In Bloom.

Smells like teen spirit è al nono posto nella lista dei 500 migliori brani musicali secondo Rolling Stone ed è stata coverizzata da numerosi artisti. Una delle prime cover fu quella di Tori Amos in Crucify del 1992, una delle più recenti quella di Miley Cyrus durante il Gypsy Heart Tour del 2011. L’ utilizzo di melodie pop, affiancate da sonorità aggressive, l’utilizzo della forma strofa-ritornello, la produzione di videoclip promozionali estremamente azzeccati sono alcuni fra i fattori che contribuirono al successo planetario di questo lavoro.

 Deborah Mega

NERO DI PECE

La pece che sale
che incolla i piedi alla terra
percorre le gambe
circonda ginocchia
abbraccia le cosce
si abbiglia sui fianchi
si stringe alla vita
si inerpica al torace
cattura le braccia
raggiunge le spalle
si arrotola al collo come fosse una sciarpa
carezza vischiosa il mento e le guance
ti bacia le labbra
la pece dell’odio

che spezza il respiro
chiude gli occhi, li nega
assorbe la vita
la ruba, la toglie

meglio che boia
dentro la propria casa
sarò sconfitta vittima inerme
ma bianca, sia pure di ossa spolpate
dall’urgenza di strapparmi dal nero dell’odio

Prisma lirico 22: Margherita Guidacci – Leonardo da Vinci – Fracis Bacon

Nell’ ambito della rubrica Prisma lirico, oggi propongo l’intima poesia di Margherita Guidacci e le opere  di Leonardo da Vinci e Francis Bacon

 

la scapigliata 1500 leonardo da vinci

Leonardo da Vinci

Sono un poeta: una farfalla, un essere
delicato, con ali.
Se le strappate, mi torcerò sulla terra,
ma non per questo potrò diventare
una lieta e disciplinata formica.

Margherita Guidacci

francis bacon

Francis Bacon

testo: Margherita Guidacci

opere

“La scapigliata”, Leonardo da Vinci, 1508

“Study of portrait” Francis Bacon, 1957